giovedì 19 luglio 2018

Pensieri lunghi su spazio e tempo: Pierluigi Fagan

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La crisi dell'estetica trascendentale occidentale

di Pierluigi Fagan

gott unbewiesen zu nennenKant, iniziava la sua indagine sulla ragione umana[1], premettendo l’analisi sulle forme della mente entro le quali si ambientano poi tutte le altre funzioni. Le chiamò -estetica-, dal greco àisthesis che significava “sensazione” e -trascendentale- ovvero che si danno prima ancora di farne esperienza, sono apriori, sono condizioni di possibilità per tutto il resto. L’ET quindi indagava proprio le forme a priori che permettono la collocazione mentale di quegli oggetti e fenomeni di cui poi facciamo esperienza sensibile. Queste forme, secondo il nostro, erano due: la spazio ed il tempo. Queste due forme sono nella nostra mente. Kant visse mezzo secolo prima di Darwin e quindi non poteva dedurre che queste forme fossero il portato dell’evoluzione, ma oggi sappiamo che sono presenti in noi perché ci danno la possibilità di entrare in relazione con ciò nel quale siamo immersi. Ai fini pratici, poco importa disquisire se queste forme esistono oggettivamente fuori di noi o meno, se esiste davvero lo spazio e proprio così come ci sembra che sia -sappiamo ad esempio, con la fisica quantistica, che dello spazio si danno altre forme oltre a quella che sperimentiamo sensibilmente- o se esiste il tempo, tema su cui molti fisici si appassionano in seguito ai portati della relatività einsteniana. Prendiamo atto che così funziona la nostra mente, “come se” davvero la realtà in cui siamo immersi rispondesse a queste forme che ci aiutano a percepirla per poi -in essa- orizzontarci ed agire.
Detto ciò sul piano generale ed impersonale, trasferiamoci al piano sociale ovvero storico e culturale. A priori le forme di spazio e tempo sono scenari del possibile, a posteriori queste forme pluri-possibili, hanno preso alcune inclinazioni discriminanti, alcune forme determinate dalla storia e dalla cultura che, cumulandosi, fanno la nostra mentalità. E’ quindi una corruzione del trascendentale puro, è un apriori in cui la forma pura si declina con quella acquisita nella storia.
La nostra indagine tende a verificare come sono fatte e se risultano idonee ai tempi che viviamo in particolare relativamente alla società, come pensiamo lo spazio in cui si ambientano le nostre società, come pensiamo il loro tempo. Il nostro sospetto è che esse non solo non siano idonee ma pregiudichino ogni altra successiva forme di elaborazione del pensiero che possa aiutarci a cambiare le forme sociali in cui viviamo, stante che sono questi “veicoli adattativi” che usiamo da sempre per vivere nel mondo.  L’indagine quindi, tende e segnalare punti di riforma del pensiero o meglio delle forme in background da cui poi traiamo pensiero, pensiero che precede l’azione sul mondo, il fare cose.

1. Lo spazio
Per l’occidentale[2], lo spazio è sempre stato un ritaglio più o meno esteso del mondo. Una stretta minoranza in genere facente parte dell’èlite delle varie società storiche, ha sempre avuto un concetto di spazio più grande rispetto alla massa legata al proprio circostante. Gli antichi navigatori cartaginesi, ad esempio, c’è chi sostiene siano addirittura arrivati in America. Sappiamo per certo che quelli fenici e greci conoscevano bene l’intero spazio mediterraneo e forse anche oltre. Gli storici come Erodoto e i geografi come Strabone e prima di loro Anassimandro ed Ecateo di Mileto, avevano conoscenza di grandi spazi. Gli stoici elaborarono il concetto di cosmopolitismo in uno spazio allargato e vasto detto ecumene. Alessandro si spinse fino all’India mentre le élite romane presidiavano buona parte dell’Europa e non solo, commerciando -via arabi e persiani- coi cinesi. Col Medioevo, inizialmente l’idea di spazio collassò di nuovo al circostante, poi riprese ad aprirsi prima all’ecumene cristiano che si espandeva all’Europa occidentale, poi alle coste musulmane del Mediterraneo. La fine del Medioevo è anche l’inizio delle grandi navigazioni con la “scoperta” del continente americano, il periplo dell’Africa e quindi l’accesso all’oceano Indiano ed all’Asia estrema per la via marina e per via terrestre prima con gli scopritori come Marco Polo, poi con lo sciame commerciale lungo le vie della seta. In seguito, colonie ed imperi hanno portato alcuni occidentali non solo ad avere percezione o conoscenza del vasto mondo, ma a viverlo. Nel moderno, se alcune élite cominciavano ad avere concezione spaziale del vasto mondo, altre rimanevano legate al nuovo spazio nazionale, mentre i più rimanevano legati al loro locale. Più o meno, questo primo assetto tripartito della concezione spaziale  della modernità, mondiale – nazionale – locale,  che corrisponde a tre precise fasce di popolazione, è quello che è rimasto sino ad oggi sebbene con qualificazioni diverse da quelle del XV-XVI° secolo.
Oggi abbiamo una élite pienamente cosmopolita ed anche ideologicamente mondialista. Questa élite però è in un certo senso figlia di quella del passato nel senso che nonostante Internet, i viaggi aerei, le vacanze esotiche e il funzionariato in qualche multinazionale o organizzazione internazionale, piuttosto che una salgariana e libresca conoscenza del mondo ad uso degli studiosi di varie discipline tra loro sempre rigidamente separate, considera il mondo ancora un territorio provvidenziale in cui andare sostanzialmente a far caccia e raccolta, sotto forma di “affari”. Pochissimi son coloro che hanno una più corretta percezione problematica di quanto il mondo sia diventato frazionato, denso e complesso, di quanto nuove siano per noi le dinamiche di feedback derivate dalla raggiunta finitezza dello spazio planetario,  dalla incombente finitezza di alcune risorse, dalle prime avvisaglie di una pronunciata sregolazione ambientale. Questa élite entusiasta del globale, ha quindi la più ampia percezione dello spazio ma con una risoluzione molto bassa e spesso, assai distorta. A partire dal non aver forse ancor ben compreso quali saranno i rapporti di massa, peso e forza tra l’Occidente precedentemente aristocrazia del mondo e questo Resto del Mondo che già lo sopravanza di quasi dieci volte demograficamente (erano solo tre volte, appena un secolo fa). Una distanza quantitativa molto più ampia che nel recente passato ed una distanza qualitativa in termini di performance di economia moderna che si è di molto ridotta, in alcuni casi annullata, in altri addirittura invertita.
A raggio più limitato abbiamo poi l’élite intermedia che verte sullo spazio nazionale/continentale ed essendo più politica dell’altra che è economica, rimane la più importante. Diversa è questa condizione intermedia per l’occidentale americano che è ambientato in uno stato molto grande e massivo che ha stabili rapporti di dominanza con il suo continente e nessun vicino competitivo e l’occidentale europeo. Questo è legato ad uno spazio storico di relativa omogeneità (la nazione è un concetto tipicamente europeo e che gli europei hanno imposto al tempo degli imperi e delle colonie al resto del mondo, con esiti assai problematici come in Africa, Asia e Medio Oriente), che già da tempo deve fare i conti con tre fatti.
Il primo è il tentativo di trovare una forma stabile di convivenza pacifica tra le nazioni europee storicamente dedite all’offesa/difesa reciproca. Questo primo fatto ha spinto gli europei a trovare un loro regolamento di relazione reciproca nel fatto economico -mercato comune- che ha poi portato al regolatore monetario -l’euro-. Tale soluzione apparve la migliore in tempi in cui l’Occidente sembrava aver davanti a sé un lungo periodo di egemonia mondiale e sostenute prospettive di crescita e buona salute economica, prospettiva che oggi non si dà più. Erano state provate altre vie inizialmente, come il progetto di difesa comune ma l’egoismo nazionale francese aveva fatto naufragare il tentativo come poi gli stessi francesi ed olandesi fecero nei referendum sulla ipotesi costituzionale comune. In pratica, nessuno mai si è sognato una vera evoluzione di fusione sovra-statale nel modello federale di cui si è più scritto che creduto, ognuno rimaneva nel suo spazio storico ma al contempo, faceva sistema economico comune con tutti gli altri. Se lo scambio economico tesse la trama interna al sistema nazional-europeista, il fattore geopolitico pone questioni diverse, ad esempio,  al fronte meridionale e orientale d’Europa. Il primo deve fare i conti di vicinato con gli afro-vicino asiatici,  il secondo con i russi un po’ euro-slavi ed un po’ asiatici. Il modello unionista era e rimane confederale con uno spazio politico nazionale per quanto attiene l’interno ed europeo per quanto attiene alle politiche confederali che sono solo politiche economiche, una moneta senza stato basata su un trattato (quindi a gestione rigida) ed una economia decisamente intrecciata. Tutti rimangono poi subalterni sul piano militare al capobranco occidentale americano nella NATO, la costruzione europea che ha esclusivo senso economico, è del tutto estranea ai problemi geopolitici. Ogni volta che si pongono questioni di politica estera, riemerge la natura nazionale di questo sistema indeciso a tutto che si spacca com’è ovvio che sia visto che non “un” soggetto, né sembra abbia seria intenzione ed anche possibilità di diventarlo.
Il secondo fatto discende da questa imperfetta costruzione in cui invero, le nazioni europee sembrano aver voluto superare von Clausewitz che leggeva la guerra come una continuazione in altre forme della politica, facendo dell’economia una sorta di guerra regolata che, dopo secoli, gli europei non possono o non vogliono più combattere in quanto tale. Questa postura tutta economicista e perdurantemente competitiva al suo interno porta le nazioni europee  ad orizzontarsi nel limitato raggio del sub-continente, laddove oggi il raggio  per tutti, su molte questioni, dovrebbe essere tendenzialmente il mondo. Così le nazioni europee, alcune nazioni europee con pedigree ex imperiale ed ex coloniale, nel Medio Oriente sono andate passivamente appresso al capobranco americano e in Africa hanno continuato a rubare e sfruttare salvo aprire interi corsi di studi che avrebbero dovuto analizzare la nuova condizione post-coloniale quando più che “post”, si era in una condizione “neo” coloniale. Com’è noto, se l’impero almeno obbliga il dominante a farsi carico dei problemi che tramano lo spazio che si domina, se la colonia obbliga almeno ad una presenza responsabile e partecipata dei problemi locali anche in ragione degli interessi locali dei propri coloni, l’atteggiamento neo-coloniale è puramente di caccia e raccolta, si va, si prende, ruba e sfrutta, si lascia la mancetta al corrotto guardiano locale e tanti saluti. Quindi, non solo non esiste una politica estera europea, non solo l’Europa rimane un sistema ibrido più a competizione interna regolata che cooperativo, ma le singole nazioni alimentano la propria forza continuando ad attingere con stile di rapina da un esterno che però non è più quello di un secolo fa.
Il terzo fatto, è più recente ed è relativo alla confusione che si sta ingenerando tra globale ed internazionale.  Dal momento che gli Stati Uniti sembrano voler dare il “rompete le fila” ovvero l’ognun per sé che tende a disintegrare il precedente sistema occidentale detto “atlantico”, i nani europei rimangono un po’ disorientati dal doversi prendere carico ognuno delle proprie responsabilità di relazione a cotanta complessità. Interessi, cultura e mentalità che son rimaste radicatamente nazionali per ogni stato europeo, mentalità che ha mosso ognuno a cercar di coltivare il proprio unilaterale interesse, pone i singoli stati di nuovo in competizione tra loro nel mentre scoprono le difficoltà della nuova competizione a spazio mondiale. Così gli euro-orientali sono tutti presi dai problemi di relazione duplice con i cugini occidentali tedeschi e con i russi, i tedeschi seguono la metrica mercantilista tanto in Europa che nel mondo curando il proprio “grande spazio” germano-scandinavo, i francesi curano le loro colonie africane, i britannici salutano la compagine per volgersi al loro ex Commonwealth, al Pacifico ed ovunque si possa piazzare il loro vantaggio comparato ormai ridotto alla banco-finanza e servizi annessi, gli scandinavi si preoccupano dei russi anche in visione del prossimo e già ampiamente annunciato conflitto dell’Artico, i mediterranei vanno in ordine sparso a fronteggiare i flussi migratori africani cercando si scaricare l’un sull’altro le incombenze. Qualcuno va a promuovere il proprio interesse nazionale a Mosca o a Pechino ma quasi di nascosto perché ufficialmente l’istituzione comune è ufficialmente allineata alla politica estera americana che vieta queste relazioni. Presi nella schizofrenica morsa bipolare della “sovranità liberista” (in cui l’un termine è politico e l’altro economico, da cui la natura contraddittoria della convivenza tra i due concetti), le nazioni europee navigano a vista osservando preoccupati la perdita del “benevolo” governatore americano, il ritorno dei loro mai sedati egoismi nazionali e la rottura della mai davvero creduta e praticata solidarietà europea, nonché la problematica torma di nuovi attori in esuberante crescita nel circostante mondo “grande e terribile”. In più, gli euro-occidentali invecchiano e presi singolarmente come stati, nessuno sembra aver sufficiente massa e quindi potenza per competere con l’ex amico americano, per non parlare dei giganti asiatici o con la pletora dei vivaci Paesi in via di emersione se non già sviluppati. Problemi sistemici come il collegamento est-ovest o sud-nord, rimangono fuori portata dello spazio trascendentale delle mentalità europee. Le élite nazionali dei vari paesi europei quindi, non solo vengono prese nella tenaglia tra un globale che il precedente sponsor americano sta ripudiando e il risorgente interno sovranismo nazionale, ma vedono anche la nuova problematica forma delle relazioni bilaterali alle quali non sanno come accedere partendo dalla base della loro eterogenea e litigiosa unione incompiuta (e non componibile) e la consistenza ormai poco più che relativa del loro singolo stato-nazione.
Se dunque i primi sono ancora convinti con entusiasta leggerezza che “tutto il Mondo è paese” ed i secondi si stanno rendendo conto che al di là dell’ubriacatura ideologica, ogni Paese è rimasto un mondo a sé, la maggioranza degli occidentali europei, i locali, è drammaticamente lontana da tutto ciò e rimane legata al proprio stretto specifico. Un locale sempre più strattonato dal continentale, dal geopolitico, dal geoeconomico e dal globale che non mostra più la faccia sorridente e ricca di doni della globalizzazione ingenua ma il volto rabbuiato ed a volte minaccioso della competizione planetaria, delle migrazioni indotte e naturali al contempo, delle ripercussioni del disordine ambientale ed ecologico, dell’erosione del lavoro e del potere d’acquisto, del problematico islam, della rottura dei quadri multilaterali, della pirateria banco-finanziaria, della imperscrutabile dinamica dei grandi player del gioco di tutti i giochi e della sostanziale impotenza della convenzione politica democratica. I locali hanno paura anche perché persi i vantaggi della posizione occidentale otto-novecentesca, in via di abbandono dalla tutorship americana, abbandonati a loro stessi dalle élite globaliste e da quelle nazionali ambiguamente poste un po’ di qui (per i necessari voti elettorali) ed un po’ di là (gli interessi del mercato europeo), si sentono soli là dove “la diritta via era smarrita”, il bosco si fa fitto e sta pure calando la notte.
Questi tre gruppi di occidentali hanno tre diverse visioni dello spazio, che accettano o rifiutano vicendevolmente e che abitano con divergenti visioni del mondo non sempre attinenti alle reali e concrete condizioni di possibilità. Il prematuro annuncio della fine delle ideologie, ha oscurato il fatto che ovviamente le ideologie come sistemi organizzati di pensiero (magari dette “visioni del mondo”) non possono morire perché sono consustanziali al funzionamento della mente umana. Ed hanno oscurato quanto siano forti quelle oggi presenti e quanto muovano da presupposti realistici o del tutto idealistici. Il conflitto quindi tra parti sociali (si sarebbero chiamate “classi” nel passato ancora recente), si riflette nel conflitto tra le loro ideologie e visioni del mondo di riferimento, ma è tutto da vedere quanto queste attengano alle reali condizioni del mondo o quanto si strutturino nel tentativo di prevalere le une sulle altre, conformandosi in opposizione negativa o critica a quelle avversarie. I richiami all’ineluttabilità della globalizzazione, l’idea degli utopici Stati Uniti d’Europa, il neo-sovranismo, il neo-nazionalismo, il vago cosmopolitismo, sembrano più conformarsi le une idee rispetto alle altre che rispetto a soggetti non precisati (individui? classi? nazioni? popoli? civiltà?) che debbono adattarsi ad un preciso spazio (regionale? nazionale? continentale? mondiale?), discendono tutti da presupposti che vengono discussi per i loro effetti non per la legittimità della loro fondazione.  In più non si capisce mai con chiarezza se stiamo parlando dell’economico, del politico o del culturale, se l’una dimensione che fa bene all’economico fa bene anche al politico o viceversa. Per l’occidentale, il concetto di spazio è fratturato, di una pluralità troppo eterogenea, legato a visioni del mondo costruite sull’interesse personale o di classe e non su quello di tipo sistemico sociale e comune, nonché difese le une contro le altre, più che basate su una realistica analisi della condizioni di possibilità e necessità adattiva.
L’elenco diagnostico quindi segna quattro punti: 1) stiamo perdendo lucidità sul concetto di sistema politico. Proveniamo dalla sequenza  poleis, comuni, città-stato, principati, regni, poi stati e poi stati-nazioni con qualche impero qui e là. Forse, come europei, dovremmo pensare a più grandi stati con più nazioni prima di saltare da 27 a 1, ma una nube confusiva fatta di vago cosmopolitismo, mondialismo, internazionalismo, europeismo fortemente idealistico ed assai poco pragmatico e realistico, idee che discendono da precise immagini di mondo (liberalismo mercatistico, internazionalismo comunista, universalismo cristiano che a volte convergono in un europeismo formale), sostituisce il cosa ci converrebbe e ci è possibile fare con il cosa è idealmente prescritto dalle stesse immagini di mondo; 2) tutti i passaggi storici precedentemente elencati si sono affermati in modo impersonale. A ritroso ci sembrano una sequenza ordinata, progressiva e logica ma nessuno invero ha deciso ex ante queste forme. Non abbiamo quindi tradizione di costruzione storica intenzionale, a partire dal fatto che pensiamo queste forme ignorando la relazione tra la demografia e lo stile di vita del sistema originario e le condizioni date da ambiente e vicini. Ora siamo a stato-nazione ma lo stato-nazione europeo ha senso adattivo oggi e domani visto che nasce cinque secoli fa in tutt’altro contesto? Non sapendo bene come la storia si è fatta, certo non sappiamo bene neanche come eventualmente farla ed inoltre siamo respinti da varie ideologia passivizzanti dall’idea di fare noi la storia; 3) il tutto prende la forma di una divaricazione irrisolvibile tra gli interessi economici delle singole parti che anelano al globale, gli interessi economici e politici sistemici che dovrebbero convergere nel sistema europeo post-nazionale che sembra impantanato in un irrisolvibile transizione tra la pletora degli stati nazionali e l’ipotesi federale che viene in aiuto logico ma che di per sé non ha sufficiente teorizzazione con destino pratico e l’interesse politico di tipo -debolmente- democratico che rimane ancorato alla dimensione nazionale stante che in linea teorica la democrazia presupporrebbe spazi ancora più ristretti; 4) dopo il doppio cataclisma novecentesco l’Europa sta per esser abbandonata dal tutor americano, ma se ciò richiederebbe di aver  maggiori responsabilità sul proprio destino, queste responsabilità -gli europei- non sono pronti a prendersele.
Il tutto può esser riassunto nella diagnosi stretta che sarebbe necessario ridiscutere che tipo di spazio ci servirebbe per adattarci al mondo che viene e che tipo di contratto sociale lo debba ordinare, una domanda che, per varie ragioni, tutti sembrano voler eludere.
Ma se la concezione dello spazio presenta problemi, cosa ne è dell’altra coordinata, il tempo?

2. Il tempo
Detto della coordinata spazio, volgiamoci a quella tempo. Sul tempo si danno almeno tre famiglie di concetti. La prima è quella naturale che scompone il continuo del tempo nel tempo che è stato (passato), che è (presente) che sarà (futuro) e loro relazioni. La seconda è quella della metrica di scorrimento se cioè il tempo accelera e decelera come nostra impressione anche per via del fatto che ciò vi accade salta o si svolge in continuità. La terza è il rapporto che abbiamo col tempo, se cioè lo trascorriamo passivamente o decidiamo unendoci con qualcuno a forzarne lo svolgimento, se abbiamo un piano da costruire con una valutazione tattico-strategica di ciò che serve per raggiungere i nostri obiettivi declinati nella tripartizione “a breve-medio-lungo tempo” o nell’improbabile magica aspettativa del “non c’è-c’è”.
Il primo ambito, quello della naturale tripartizione, vede l’occidentale non importa se globalista, nazionale o locale, ristretto al presente. L’occidentale americano non ha neanche davvero un passato, è storicamente giovane e il suo tempo storico è una unica sequenza di espansione costante costellata di molte vittorie e qualche sconfitta non decisiva, che non fa piacere ricordare ed è meglio prontamente archiviare. Più in generale, è proprio della mentalità anglosassone svalutare la tradizione, non avere profondità temporale dal momento che prima del moderno erano nei bassifondi periferici del medioevo e prima ancora erano semplicemente “barbari”. In più, visto che si sono trovati a dominare la storia occidentale e poi mondiale, non hanno certo buoni motivi per volgersi ad altri tempi che non i contingenti di cui s’illudono di aver trovato la formula magica ed eterna del potere, del dominio, del benessere e del successo. Altresì, schiacciati nel presentismo, così come non hanno piacere ad osservare quello che di diverso è successo prima (se non rintracciandovi improbabili tracce dei presupposti che poi si sono inverati nel loro splendido “qui ed ora”), o altrove, non prevedono possa succedere dell’altro nel futuro. La loro scelta di affidarsi con fede fondamentalista al mercato ordinatore di tutto e tutti, non li spinge a notare altre forme che sono state così come altre forme che potrebbero essere. Nemici giurati del costruttivismo che non sia svolto nelle segrete stanze dalle loro élite dominanti (una lunga, questa sì, tradizione di club, circoli, società segrete, consorterie e massoneria proprio da loro rifondata tra fine XVII ed inizi XVIII secolo), il loro unico piano per il futuro è come prorogare un nuovo secolo anglosassone. La sopravalutazione del presunto oggettivismo scientifico a scapito del più ampio relativismo storico, atteggiamento che impatta anche sull’organizzazione dei nostri saperi, conoscenze ed insegnamenti, rinforza questa auto-reclusione nel presente.
Quanto a gli occidentali europei le cose sono ben diverse per quanto anche qui agisca un motore schizofrenogeno che in quanto sistema secondario del primario anglosassone tenta di condividere questo presentismo negazionista, mentre di sua natura, l’occidentale europeo non può certo far finta di non aver un passato. Altresì, conviene all’occidentale europeo non pensare al futuro se non come neutra ripetizione lineare del presente, non conviene per un ovvio motivo: nessuno dotato di buonsenso potrebbe profetare per gli europei un futuro altrettanto o più brillante dell’attuale o del recente passato. Infatti, il futuro diventa un rimossso che converge con la paura da smarrimento nei vari spazi di cui abbiamo parlato prima, accrescendo la paura e quindi cancellando proprio lo spazio mentale che dovrebbe occuparsi di questo problematico “come sarà?”. Se provate a parlare a gli europei dei prossimi trenta anni, cosa che stanno facendo più o meno tutti quei popoli del mondo in cui fioriscono “piani&strategie”, “vision”, “long view”[3] ed altri tentativi di pre-visione e relativa programmazione, vi guarderanno smarriti anche perché, popolazione sempre più anziana, è ovvio che del futuro abbiano una visione breve e non piacevole. Tra l’altro, ulteriore motore schizofrenogeno sul piano individuale, le società europee sempre più anziane, rimangono centrate sull’idolatria di una giovinezza che non c’è più, ma del resto la sofferenza dell’inadeguatezza è propedeutica e vendere jeans, creme, palestre e sedute di varie terapie riabilitanti chissà poi a cosa.
Ci sono poi altri motivi per non guardare indietro. Chi scrive è da tempo convinto che l’atteggiamento europeo nei confronti della nostra storia della prima metà del Novecento (i due conflitti mondiali e tutto ciò che li ha accompagnai nel loro svolgersi e negli effetti di lungo periodo) sarebbe da ri-analizzare ad ampio spettro. Quell’inglorioso pezzo di storia è stato fin troppo normalizzato, considerato pagina buia ma “naturale” della storia della nostra civiltà. Leggendo come altri popoli giudicano quello che è successo in Europa in quei cinquanta anni, senza entrare nel merito di questo o quella nazione, ideologia, dinamica ma come esito finale e mostruoso di secoli di feroce e mai risolta competizione interna, si può riacquisire una mente ingenua e pulita che rimane giustamente attonita nel constatare il tragico fallimento di una intera forma di civilizzazione, un vero e proprio collasso su cui noi abbiamo transitato con troppa fretta di mettercelo alle spalle.
Purtroppo, l’oscuramento della storia, permette anche di slegare l’attuale sistema del modo di stare al mondo occidentale, proprio dalla composizione delle cause e ragioni che l’hanno reso possibile. Se non ha tempo indietro, non avrà quindi neanche problemi col tempo in avanti e si potrà essenzializzare ad esempio la sua formula economica con acclusa teologia della mano invisibile, dimenticandosi velieri, cannoni, schiavi, furti, massacri, esproprio, feroce dominazione, imperialismi, colonialismi, egoismi, distruzione naturale e culturale e tutto il resto. Quando proprio non si può far a meno di prender atto di tutto ciò, la furba mossa è quella di ascrivere questi fatti al registro morale “sì certo c’è stato anche molto male, anche gratuito e da censurare”, dice lo storico europeo in un soprassalto etico sapendo quanto poco sia importante il giudizio etico nella propria cultura ed in fondo, nella storia stessa. Certa storiografia anglosassone, ultimamente ha presentato una interpretazione che si potrebbe chiamare “Impero per caso”. -L’impero per caso- è il tentativo di rendere accessorio tutto ciò che si racconta in storia, l’imperialismo ed il colonialismo sono censurabili epifenomeni, non voluti, non necessari, un “ci è scappato di mano”, potevamo evitarcelo.  Ascrivendo questi fatti storici al registro morale o a quello addirittura del casuale ed accessorio, si evita di comprendere il necessario ruolo funzionale che hanno altresì svolto. La Rivoluzione industriale s’è fatta col cotone ma il cotone non cresce in Gran Bretagna, il libero mercato non si è espanso per fascino ma si è fatto strada con le cannoniere, buona parte della nostra evoluzione tecno-scientifica è stata trainata del militare con assai spesso un ruolo diretto o indiretto decisivo dell’investimento statale. Quindi, si cerca di dimostra che il nostro modo di stare al mondo potrà continuare a prosperare anche ora che non è più possibile comportarsi come ci siamo comportati in passato.
L’occidentale globalista embedded nella cultura anglosassone quindi, è tutto fuso nel presente, rimuove il passato, presuppone che il futuro sarà un presente allungato. L’occidentale europeo sospeso tra nazione e mercato comune, inorridisce all’idea di precipitare indietro al suo pieno essere nazionale ma non ha più la pallida idea di come andare avanti nel sogno unionista. L’occidentale locale può ricordare nostalgicamente qualche decennio appena trascorso, l’ottimismo felice degli anni ’90, l’edonismo auto indulgente  degli anni ’80, l’impegno politico e culturale degli anni ’70, il keynesismo miracoloso degli anni ’60, ma è subito richiamato dal problematico “qui ed ora”, mentre e sul piano individuale e su quello pubblico e sociale, evita come la peste il farsi domande sul domani. Gli occidentali hanno diverse concezioni dello spazio ma una sola del tempo: il presente. Dovrebbe essere il contrario.
E veniamo alla metrica di scorrimento del e nel tempo. Tutti gli occidentali si trovano in una doppia percezione -per l’ennesima volta- schizofrenogena. Da una parte è evidente a tutti l’impressione che il tempo, ovvero i fenomeni che lo abitano, sta accelerando continuativamente. La semplice sequenza di fatti nuovi e soprattutto l’impressione siano inaspettati come rileviamo dalle fonti informative ormai permanentemente “stupite” dal 2001 in poi, conferma la condizione. Rovesci politici, geopolitici, della gobalizzazione, ambientali, di costume, migratori, della condizione sociale sono percepiti direttamente da tutti ed il fatto che l’informazione non li razionalizzi o li razionalizzi in forme sempre più surreali, crea anche maggior ansia inconscia. Solo recentissimamente, qualcuno ha cominciato a razionalizzare l’idea ci si trovi in tempi del tutto nuovi, “rivoluzionari”. Per lungo tempo recente, le élite hanno fatto finta di niente negando l’eccezionalità dei fenomeni per non allarmare il proprio ambiente sociale e politico, tutto procedeva più o meno come al solito e quando era meno e non più, era per caso o era colpa di qualcuno che non seguiva lo spartito. Questa doppia condizione che percepisce la inusuale velocità dei cambiamenti  da una parte e dall’altra la nega e ne rimuove le cause per non prendersi la briga di mettere in discussione i propri quadri di riferimento, smarrisce e va a sommarsi alle altre “fonti della paura”. La doppia posizione di coloro che pubblicamente esagerano la paura e di coloro che la negano, acuisce lo smarrimento e costoro, da una parte contribuiscono in vario modo ad aumentarla comunque (non c’è niente di più pauroso che avere paura e non sapere di cosa, evolutivamente -i centri mentali della paura- si sono affermati proprio per pre-allertare, ma se non compare subito l’oggetto lo stato diventa permanente, si trasforma in ansia ed avvelena il cervello, quindi la mente) e dall’altra ne danno sfogo nel reciproco insulto. Nessuno sembra volersi occupare delle fonti della paura, tutti sembrano semplicemente dediti a sfogare la tensione attaccando l’altro ed il come e se la percepisce o se la spiega. Naturalmente, essere sprofondati nel presentismo di cui abbiamo prima parlato come condizione occidentale generale e percepire che questo eterno presente non solo non sarà eterno ma è in moto accelerato continuo, verso dove e chissà per quanto, questa percezione senza spiegazione, smarrisce nel profondo.
In tutto ciò, agisce la nostra idea generale del fluire del tempo che storicamente si divide tra continuisti e saltazionisti.  I continuisti risalgono indietro nel tempo come tradizione concettuale, al “natura non facit saltus” che spazia dai latini ai medioevali fino al Leibniz, i saltazionisti sono cresciuti di numero prima nel XIX secolo a seguito della comparsa del concetto di “rivoluzione” e poi corroborati dalla natura appunto saltazionista dei quanti di Planck-Einstein. Particolarmente fuorviante risulta sia questa contrapposizione ed in effetti, la contrapposizione stessa è falsata dalla scarsa conoscenza sistemica della realtà. E’ certo che gli imput naturali tanto quanto sociali, fluiscono continuativamente a basso regime in modalità diciamo grossomodo continuata, è che però si vanno ad accumulare dentro sistemi che resistono al cambiamento fino a quando non possono più assorbire imput ed allora subiscono una riformulazione “rivoluzionaria”. E’ del resto proprio questo accumulo con salto finale che notò Planck per primo, per cui alla domanda “quanto accumulo porta al salto?” decise di rispondere un “tot” ovvero un “quantum”. La natura quantistica della fisica è saltazionista perché è sistemica, così funzionano anche i neuroni del cervello e tutte le cose che sono sistemi (praticamente tutto) quindi anche le società.
Non è che i francesi si sono svegliati nel 1789 e tutto ad un tratto “oplà!” hanno trovato opportuno e necessario fare la rivoluzione. La Francia è stata da sempre storicamente allacciata in un sistema che potremmo definire binario col suo competitore naturale inglese. Gli inglesi la “rivoluzione” che portava al vertice le nuove classi imprenditoriali a scapito del dominio aristocratico nobiliare ma soprattutto monarchico, con successiva entrata e sviluppo del moderno, l’avevano fatta esattamente un secolo prima ed anche prima visto che il primo salto con Cromwell era prematuro e non era perfettamente riuscito, ma in quella direzione andava. I francesi erano un secolo in ritardo su gli inglesi ed i russi quando decisero di cambiare diventando sovietici, più di due quanto a modernizzazione. Così il cumulo di innovazioni e modi produttivi, nonché accumulo di capitale e materie prime e potere coloniale prima ed imperiale poi, per la rivoluzione industriale. Oggi molti dilatano anche i tempi della rivoluzione scientifica del XVII secolo, retrocedendo ad un lungo accumulo di approcci proto-scientifici ben precedenti. Questa aspetto della “lunga durata” dei fenomeni è invisibile all’immagine di mondo occidentale, anche perché non ragiona per sistemi.
Altresì, non notando il lungo tempo dell’accumulo di energia che fa la maturazione dell’evento, ci si illude che il cambiamento sociale possa esser fatto intenzionalmente con un “oplà!”, un prima nero e poi bianco, un prima negativo poi positivo, una magia. Così c’è un sacco di gente, pure di buone intenzioni, che immagina possibile e desiderabile questo cambiamento magico, repentino, profondo tanto quanto istantaneo e quindi è lì da un secolo e passa che coltiva la sua speranza rivoluzionaria come altri coltivarono la religione del cargo. Oltre alla inutilità fideistica di questa speranza, c’è il più grave disimpegno all’impegno della modificazione continua che è l’unica che per accumulo può portare davvero ad un nuovo sistema. Inutile  fare guerriglia sociale e politica giorno per giorno ed anno per anno su tutto spettro delle strutture che configurano il sistema sociale, meglio aspettare il giorno in cui marceremo uniti e compatti con la pelle d’oca e canti a voce alta, alla presa del Palazzo d’Inverno! Inutile costruire mattone su mattone la nuova utopia concreta, meglio criticare il mondo reale, chissà che non decida di trasformarsi a chiacchiere. La storia si fa in continuo è la cinematografia ed il mito che cattura l’eroico momento discreto. Così, l’occidentale confuso ed allarmato, sta piano piano capendo che il mondo non è più quello di una volta, non capisce ancora bene il perché visto che non è uso rintracciare i percorsi di lunga durata e l’accumulo di fatti nuovi, non sa neanche dove cercarli se all’interno o all’esterno, non saprebbe neanche come leggerli visto che al massima coltiva una delle tante discipline che leggono la realtà complessa scomponendola in frammenti irrelati, “sente” di esser capitato in una “rivoluzione” e quindi eccolo invocare una rivoluzione adattativa che pensa alla portata di qualche formuletta come il trasformarsi in una belva darwiniana (per l’interpretazione distorta di darwinismo che alcuni pensatori anglosassoni hanno dato del concetto che -per chi scrive- è una teoria dell’adattamento) chiamata a lottare nel tutti contro tutti e vinca il migliore, cioè il più forte ed il più cattivo! Merito, è l’unico paradigma che ci può salvare! Poi magari qualcuno potrebbe notare che in natura sono pochissimi gli individui che si adattano da soli, è tutto un branchi, banchi, stormi, sciami, gruppi, foreste, ecologie, cioè sistemi ma che importa, l’immagine di mondo prescrive altro e tutto si deve rivoluzionare, meno i sistemi di pensiero, quelli hanno una eternità garantita. Peccato che tener fisso il sistema di pensiero in tempi di cambiamento profondo e rapido, sia esattamente la ricetta infallibile per fallire l’adattamento.
Siamo così impercettibilmente scivolati dalle concezioni del tempo a priori alla valutazione dell’utilizzo attivo del tempo per  modificare noi e il circostante onde ripristinare condizioni di adattamento, ossia di sopravvivenza se non di esistenza qualitativa. Il dramma dell’occidentale capitato in tempi di forte discontinuità è la somma del presentismo che nega al contempo il ruolo lentamente costruttivo del passato e l’interrogativo del futuro mai così problematico come quando ti accorgi che questa volta non è come sempre è stato e quindi sarà, con tutto il resto.
Il “resto” è la prima lunga fase negazionista stessero avvenendo fatti di eccezionale discontinuità, poi riduzione dei fatti ai loro portatori per cui l’11 settembre è colpa della spectre islamista, il crollo del 2008-2009 è eccesso famelico dei banco-finanziari, Brexit è ridotta a populismo, Trump a gli hacker russi, nuove destre europee ad ignoranza, nuovo governo italiano somma di populismo-hacker-ignoranti, infine la pur debole accettazione del fatto che i fatti eccezionali sono troppi e troppo fitti (ed oltretutto iniziati già quantomeno nel 2001) per negare l’eccezionalità del momento con conseguente affidamento fideistico chi da una parte alle promesse della nuova rivoluzione dell’informazione con destini finali di singolarità (?), chi a sospirare su qualche soluzione salvifica che sia la sovranità, l’uscita della gabbia d’acciaio euro-pea, la liberazione dal neo-ordo-liberismo, Putin ed un nuovo afflato euroasiatico, il ripristino del keynesismo che fu, “forse Trump non è così male come lo disegnano” ed altri generi di conforto.
Presentismo e questa matassa di reazioni compulsive, fanno la condizione occidentale che è poco definire “smarrita”. Smarrita forse sul piano intellettuale, su quello sociale e politico quando c’è pressione minacciosa ed eccessiva, c’è paura e dalla paura si esce in genere con una pronta reazione che tenta di sedarla non importa come. Sappiamo poi bene come va a finire questo “non importa come”. Le élite lungamente negazioniste per le quali questo era il migliore dei mondi possibili, oggi sono sfidate da nuove élite che si candidano a gestire il marasma con iniezioni di ordine e qualche soluzione semplice e prontamente ansiolitica oltreché ovviamente sbagliata. Per il resto il livello del dibattito pubblico è percorso da domande paurose con risposte sempre più impaurite. Demografia? Ma non sarai mica maltusiano? Geopolitica? Ma non sarai mica nazista? Ambiente? Ma non sarai mica pauperista? Stato che in Europa è concetto correlato (almeno fino ad oggi) a nazione? Ma non sarai  rossobruno o liberal-cosmopolita? Migranti? Ma non sarai mica razzista o buonista? Nuove tecnologie mangia lavoro? Ma non sarai mica in favore del reddito di sudditanza, non hai studiato Schumpeter, sarai mica luddista? Democrazia? Ancora con la democrazia, la democrazia è morta o popolo e leader o élite o restringere il voto ai competenti o socialismo (o barbarie), alto vs basso. Soprattutto, nessuno ha la benché minima voglia e possibilità, forse capacità, di fare una analisi integrata della situazione e delle prospettive anche perché ci siamo tranquillamente fatti carcerare nelle specializzazioni disciplinari e quindi chi mai è in grado di restituire l’intero di cui provar a predicare il vero? In più, senza profondità storica e capacità previsionale e convinti o che il mondo sarà come è sempre stato o salterà improvvisamente ad un nuovo livello chissà quale-come-e-perché, mancanti del tutto dei concetti di strategia, tattica, costruzione per tentativi ed errori con obiettivi di minima, media e massima dilazionati nel tempo, indisponibilità a seppellire i sistemi di pensiero del XIX secolo a cui siamo tutti ancora così legati, impossibilità a tenere assieme globale-nazionale-locale, una élite intellettuale non meno smarrita del suo popolo (ed impaurita di aver perso il proprio vantaggio di lucidità nella comprensione e nel giudizio, per cui un po’ isterica) ed un popolo che ha paura e s’incattivisce giorno dopo giorno, la condizione occidentale sembra disperata.

Conclusione
Questa analisi non ha finalità altra che rintracciare gli apriori del nostro stato confusionale. L’indagine appena tratteggiata ci dice non che la nostra estetica trascendentale di tipo kantiano ha problemi, spazio e tempo sono apriori neutri riempiti poi a posteriori di forme, sono queste forme culturali che ereditiamo dal nostro percorso storico e culturale il problema.
Avendo perso la natura politica delle nostre forme di vita associata, ci siamo fatti disperdere in concezioni di diversa estensione dello spazio dovute al dominio dell’ordinatore economico (il mercato) e ciò ha e sta portando le nostre società a vivere simultaneamente diverse e non componibili concezioni dello spazio. La polis non è più e non più neanche solo la nazione, per alcuni è il sub continente, per altro addirittura l’universo-mondo. Il ricentraggio del pensiero non può che imporre in via prioritaria il definire daccapo che sistema siamo, quale sia il contratto sociale che non può esser più quello del XVI o del XIX secolo, in che spazio è ambientato, quali i suoi confini che per quanto permeabili, aperti e chiusi al contempo, ne segnano il profilo, quindi l’esistenza e sopratutto le condizioni di possibilità future. Questa ri-definizione si deve fare come sempre è stata fatta dalla storia stessa, mediando la consistenza interna della comunità e la condizione adattiva che deve cercare col suo circostante. Non è una opzione liberamente disponibile nel catalogo delle idee e delle forme a piacere e non può rispondere a sistemi ideologici ereditati dal passato, non si formula la domanda giusta se partiamo da “come funziona meglio il mercato?” o da “come è possibile l’irrinunciabile democrazia?”. La domanda giusta è una mediazione, il giusto mezzo tra i due punti del politico e dell’economico, dando il potere ordinatore al politico, ma sopratutto : quanti e quali dobbiamo essere, organizzati come, impegnati in cosa, per darci condizioni di possibilità adattative per i prossimi decenni? Questa la domanda spaziale.
Altresì, la coordinata tempo, se taglia verticalmente la risposta che dovremmo dare alla domanda spaziale fissandola sull’oggi, dovrà necessariamente sia rispondere alle ipotesi sul futuro che siamo giù in grado di fare (ad esempio, le previsioni demografiche almeno al 2050, sono chiare e abbastanza solide, così le proiezioni di crescita e peso economico), sia misurarsi con la geo-storia che rende possibile alcune cose ed altre no. Oltre naturalmente a tener conto che non siamo più in modalità caccia e raccolta, il pianeta è sempre più affollato e l’ambiente ci pone limitazioni insormontabili e rendimenti decrescenti. Se riuscissimo a darci una comune convenzione temporale, una presa d’atto diffusa che siamo capitati in tempi storici di grande e profondo cambiamento e che il cambiamento ha la doppia natura continuata e saltazionista, potremmo meglio condividere una stessa coordinata del tempo da incrociare con quella dello spazio.
Ma la discontinuità storica e culturale più profonda è l’ultima: dovremmo volgerci tutti ad una postura costruzionista e non farci vivere dagli eventi. Tale postura è inedita per noi e specificatamente vietata da Agostino d’Ippona a Friederich Hayek, dalla religione (ci pensa Dio) come dall’economia (ci pensa il Mercato), i due ordinatori storici  che hanno governato l’ultimo millennio, i due Dioscuri occidentali dietro i quali si son nascoste le élite che hanno dominato e dominano i tempi e gli spazi dell’Occidente, prima medioevale, poi moderno. Questa è ancora la condizione socialmente, politicamente e culturalmente passiva fotografata da Marx nell’XI Tesi su Feuerebach, tesi che invocava il necessario ed intenzionale ribaltamento copernicano a cui abbiamo dato scarso seguito. Prometeo venne condannato per l’ardire costruzionista, noi oggi non abbiamo altra scelta che liberarlo dall’incatenamento, ricordandoci l’etimologia del suo nome oltre che l’esempio del suo ardire: colui che riflette prima. C’è molto lavoro da fare per il pensiero occidentale a cominciare proprio dalla revisione degli apriori spazio-temporali e c’è molto mondo da cambiare se non vogliamo patire le pene del lento e doloroso disfacimento a cui son condannate le stirpi di cent’anni di solitudine: non avere una seconda opportunità sulla terra[4].

Note
[1] I. Kant, Critica della Ragion Pura, Bompiani, Milano, 2004 (o varie altre edizioni)
[2] Specifichiamo l’”occidentale” perché è di esso che ci vogliamo occupare. L’orientale è un’altra generalizzazione con cui di solito s’intende il cinese (ma non l’indiano o il mongolo delle steppe o l’isolano nipponico). Brevemente, il cinese è convinto di essere lo spazio centrale del tutto e sul tempo coltiva tanto la profondità passata che l’ipotesi su un futuro che sente di dover prevedere e pianificare.
[3] La Cina ha varato un programma industriale 2025 ma anche quello delle vie della seta e più in generale le varie strategie di condivisione del “futuro moderatamente prospero, condiviso ed armonioso” in una visione che Xi Jinping chiama il sogno cinese ovvero “the great rejuvenation of the Chinese nation”. Ecco un programma di ringiovanimento per una civiltà che ha più di cinquemila anni, mi pare un segnale sintomatico.
[4] G.G.Marquez, Cent’anni di solitudine, Feltrinelli, Milano 1988

lunedì 16 luglio 2018

L'ultimo numero di doppiozero

doppiozero
 
la newsletter di doppiozero · 16 luglio 2018

Anna Toscano apre la newsletter di questa settimana: il concetto di confine in poesia in alcune autrici contemporanee; confine come limite interiore o esteriore, linguistico o culturale, fisico o mentale. Maria Laura Bergamaschi e Anna Stefi, a partire dallo spettacolo Otello Circus messo in scena a Olinda, riflettono sulle figure marginali, sulla nozione di identità culturale e sulla necessità di lavorare per moltiplicare le differenze, per fare esplodere le potenzialità di ogni corpo psichico singolare.
Marco Meotto ripensa l'eredità di Gramsci nel tentativo di Illuminare di una luce diversa alcune antinomie ben chiare a chi si trova a lavorare nel sistema nazionale dell’istruzione. Infine Giuseppe Mendicino scrive di Dino Buzzati, di quel mondo figurativo, parallelo alla scrittura, cui dava vita.

Buona lettura!
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Anna Toscano
l confine in poesia in alcune autrici contemporanee è un concetto dalle diverse accezioni. Il confine come limite interiore o esteriore, imposto da se stesse o dagli altri, dalla società o dalle guerre, è linguistico o culturale, fisico o mentale, una costrizione o uno stimolo, da starne attentamente all’interno o da valicare, in cui si è rinchiuse per scelta o che non si ha la forza di scardinare: qualsiasi sia la sua natura, esso affiora tra le righe, tra i versi, in un continuo bisogno di dire. »
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Maria Laura Bergamaschi, Anna Stefi
 
I manicomi sorgono abitualmente alla periferia delle città, scriveva Franco Basaglia in un testo del 1965, in zone isolate, circondate da mura che diano il senso preciso della separazione. La figura del malato di mente, espressione di una rottura della norma, è un’immagine da tenere a distanza perché non abbia a turbare il ritmo di una società che non si sente responsabile dei suoi frutti negativi e crede di risolverli allontanandoli da sé. »
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Marco Meotto
 
Può apparire paradossale, ma la monumentalizzazione è una delle strade più efficaci per depotenziare della loro carica eversiva le teorie di un pensatore. La discussione, il confronto e la critica rendono vive le idee e la loro possibilità di relazionarsi con le pratiche sociali che le hanno prodotte e che le idee stesse – a loro volta – influenzano e modificano. »
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Giuseppe Mendicino
Narrare era la più grande passione di Dino Buzzati, nei romanzi, nei racconti e negli articoli, nelle lettere e nei dipinti. Amava combinare l’espressività della parola con quella del tratto, fin da ragazzo, quando descriveva scalate ed emozioni nelle lettere al suo grande amico Arturo Brambilla. »

giovedì 12 luglio 2018

Nasce una nuova rivista cartacea: la presentazione

paroleecose

Ma è vero o è bello?

di Walter Siti

[Nasce L’età del ferro, una nuova rivista (cartacea) diretta da Alfonso Berardinelli, Giorgio Manacorda e Walter Siti, pubblicata da Castelvecchi e disponibile da luglio in libreria. La presentiamo pubblicando il saggio di Siti, Ma è vero o è bello?, sugli attuali rapporti tra giornalismo e letteratura]
2017.09.26 SAYPE 1180x650L’afro-americana Janet Cooke era una giovane di belle speranze nel 1980, quando sentì parlare di un ragazzino, Jimmy, dipendente dall’eroina a otto anni; colpita, ne accennò alla redazione del «Washington Post» dove lavorava, e il capo entusiasta le ordinò di farci sopra un articolo. Un’occasione ottima per mettersi in luce e fare carriera, ma per quanto setacciasse i quartieri degradati della città non riuscì a trovare il ragazzino; quando il capo le confermò che poteva tenere segrete le sue fonti, decise di inventarsi il caso – scrisse un pezzo intitolato Jimmy’s World, così efficace che nel 1981 le fu assegnato il premio Pulitzer per il giornalismo. Senonché nacquero dubbi, ci furono una denuncia e un’inchiesta, si scoprì che la Cooke aveva anche mentito sul proprio curriculum al momento dell’assunzione, alla fine la poveretta ammise che il suo Jimmy era un bambino immaginario. Restituì il Pulitzer, perse il posto al giornale, l’episodio ebbe grande risonanza e fu definito “il Vietnam del giornalismo”; García Márquez, nel leggere la notizia, commentò scherzosamente che certo era ingiusto che Janet avesse vinto il Pultizer per il giornalismo, ma sarebbe stato giusto che le fosse attribuito il Nobel per la letteratura (letteratura non buonissima, a essere sinceri, l’articolo gronda di stereotipi dickensiani sull’infanzia offesa).
La letteratura è una fake news? Secolare problema, il rapporto della letteratura con la verità, fissato in Occidente dalla distinzione aristotelica tra storico e poeta: lo storico racconta ciò che è accaduto, il poeta racconta ciò che potrebbe accadere. Il nostro Manzoni, nel suo bel saggio sul romanzo storico, resta su questo binario parlando di “vero positivo” e “vero poetico”. Nel Settecento, il secolo del giornalismo, alla storia si sostituisce la cronaca; Charles Gildon accusa Robinson Crusoe di essere una fake news, elencando le incongruenze che lo rendono poco attendibile come vero diario di un naufrago; e Defoe, da parte sua, lamenta che l’eccesso di romanzi avventurosi, confondendo le acque, impedisca di leggere Moll Flanders come “una storia vera”.
Il romanzo moderno (novel e non più romance) nasce insieme al trionfo delle news – da allora sono stati e sono moltissimi gli scrittori che hanno esordito come giornalisti e hanno fatto quello di mestiere: da Defoe appunto a Swift, da Prévost a Marivaux, per non parlare di Balzac e Dickens; Zola collaborava coi giornali molto prima dell’affare Dreyfus; e nel Novecento c’è Hemingway, naturalmente, ma ci sono anche Orwell e Camus, e Malraux e Dos Passos e infiniti altri (da noi, si va dalla Serao e Di Giacomo fino a Buzzati e Parise).
Le interazioni benefiche sono state (e sono) certe e innegabili: la letteratura impara dal giornalismo la velocità e la sobrietà del ritmo e del lessico, oltre che il gusto della documentazione; il giornalismo impara dalla letteratura a strutturare il racconto, a non accontentarsi della prima frase che capita, a delineare i personaggi. Altrettanto ovvio è, da sempre, il malanimo reciproco: il giornalismo accusa la letteratura di vacuità, di retorica paludata, di guardarsi l’ombelico in una torre d’avorio (o d’altro meno nobile materiale), mentre la letteratura accusa i giornalisti di essere degli scrittori mancati, o peggio dei lestofanti e arrampicatori che usano la cronaca come una clava a scopo di lusinga e ricatto (bastino, per tutti, Le illusioni perdute Bel Ami). In margine a un tema così imponente, qui vorrei soltanto azzardare qualche riflessione sullo stato attuale dei rapporti, nell’orizzonte dei mutamenti registrati in entrambi i campi con l’affermazione del giornalismo online e con la “romanzizzazione” di ogni ambito d’esperienza culturale (l’alluvione pervasiva dello storytelling, concepito ormai come parte integrante della realtà e quindi sganciato in teoria dalla narrativa in senso letterario, ma ad essa di fatto associato sotto il proditorio ed euforico comun denominatore del “raccontare storie”). Nei sottopancia dei talk televisivi, ormai, la qualifica di “giornalista e scrittore” non si nega a nessuno. Fin dagli anni Sessanta del secolo scorso il new journalism da un lato e il non-fiction novel dall’altro avevano avvicinato i lembi delle due sponde opposte – A sangue freddo Il duca nel suo dominio (l’intervista di Capote a Marlon Brando) vengono con evidenza dalla stessa mano. Il “gonzo journalism” di Thompson e compagnia aveva fatto saltare il dogma del giornalista oggettivo ed era arrivato all’estremo di raccontare un evento senza sostanzialmente avervi partecipato; la “microstoria” aveva sgretolato il discrimine (a cui ancora si appoggiava il vecchio Manzoni) tra “carta geografica” propria dello storico e “carta topografica” adatta al romanziere. Insomma, tutto congiurava negli anni Zero di questo secolo perché la barriera saltasse definitivamente, e tutti riconoscessero per esempio in Kapuscinski un grande scrittore, nella Aleksievic una degna vincitrice del Nobel per la letteratura e nel Carrère di Limonov uno straordinario giornalista e biografo. Il romanzo si aggrappa ai fatti veri per riscattare l’inoffensività che ormai si è incollata al genere, mentre i giornalisti liberati dai complessi d’inferiorità si sentono quasi in dovere di “lanciarsi” nel romanzo. Se ciò che importa è “raccontare una storia interessante nel miglior modo possibile”, perché non relegare nel ripostiglio del robivecchi (o negli anfratti burocratici del sindacato e della Siae) una distinzione diventata ormai obsoleta? La tesi che vorrei proporre qui è invece che la distinzione sia più che mai utile oggi; la confusione imperante rischia di danneggiare e impoverire sia il giornalismo che la letteratura, a causa di una mancanza di riflessione teorica. A forza di trascurarla, la teoria della letteratura ci ripiomba addosso come caos.
Trasferiamoci nella redazione di un quotidiano online, o nel sito online di qualche noto quotidiano cartaceo (i quali per altro, i giornali cartacei, tendono sempre più a mimare i loro parenti digitali). Partecipiamo a una di quelle news room a cui sono presenti tutte le componenti del giornale, comprese quelle che si occupano degli aspetti economici, e dove si discutono i trending topics, cioè gli argomenti che assicurano al sito il massimo di visualizzazioni; molti contenuti, e non dei meno cliccati, non sono scritti-filmati da redattori incardinati da un contratto ma sono user generated contents, cioè prodotti da giornalisti improvvisati e free-lance: collaboratori da una botta e via o giovani in cerca di collocamento più stabile. Mettiamo che uno di questi autopromossi giornalisti sia uno studente, e che a scuola uno dei suoi professori abbia un attacco di cuore e si accasci al suolo mentre spiega alla lavagna; nella news room arriva, in tempo reale, il video del professore che si preme il petto e fatica a respirare – questo video certo avrà molte più visualizzazioni (e dunque produrrà molti più introiti pubblicitari) del semplice video di qualcuno che soccorre il professore e chiama un’ambulanza; in redazione si sarà tentati di indurre lo studente a prolungare il video invece di lasciare subito il telefonino per soccorrere il professore. Già è accaduto che il «National Geographic» sia stato accusato di attardarsi a filmare un orso bianco moribondo per fame invece che affrettarsi a sfamare l’orso – la difesa è stata che si preferiva il potenziale collettivo (cioè una vasta presa di coscienza dei mutamenti climatici) al concreto singolo; la comunicazione prevale sul fatto, il possibile diventa più importante di ciò che ci accade sotto gli occhi.
Spesso nella news room arrivano notizie dall’attendibilità sospetta, ma molto attrattive; sui social, si sa, funziona il meccanismo delle echo chambers – si creano cioè delle casse di risonanza in cui chi vede o legge preferisce le notizie che lo rafforzano in ciò che crede già di sapere (a dirla rozza, lo conferma nei propri pregiudizi). Così una fake news ha tante più possibilità di diffondersi quanto più va incontro alle aspettative di un certo ambiente; stando così le cose, la redazione avrà un vantaggio economico nel lasciar parcheggiata sul sito la notizia sospetta ma gradita agli orientamenti del suo pubblico (il feedback si può controllare minuto per minuto), salvo poi smentirla con tutto comodo. E in ogni caso, una menzogna che diventi virale si trasforma essa stessa in un fatto; e ci sono mille sfumature dietro cui giustificarsi – tra la satira, per esempio, che spara la bufala per demistificare e irridere (“Il Male” che proclama Ugo Tognazzi capo delle Brigate Rosse) e la notizia falsa che titilla la pancia dell’odio politico (la Boldrini ai funerali di Totò Riina) molte sono le posizioni intermedie; se sparo lo scoop che Mariastella Gelmini aspetta un figlio da un migrante clandestino, sarà satira o fake news? Insomma ci si barcamena, si fa i pesci in barile, e intanto i fatti si polverizzano, si consumano vorticosamente e tutto si riduce a comunicazione1. Le parole sono rafforzate da immagini che spesso provengono dall’aver illustrato altri fatti, i testi multimediali non hanno un autore ma molti, ogni articolo può essere aggiornato da chiunque senza fare il refresh, cioè senza doverlo riscrivere per intero; in quella redazione si è perso completamente il senso dell’unità e della coerenza (per non dire della verità) di qualunque testo, l’unico aspetto apprezzato è l’efficacia.
Sbaglierò, ma una redazione del genere mi pare che assomigli terribilmente a quei luoghi delle case editrici letterarie in cui si “cucinano” i romanzi, soprattutto dei giovani alle prime armi: stessa attenzione ai trending topics e all’esito commerciale, stessa indifferenza all’unità indivisibile dello stile, stessi affanno e confusione nei rapporti tra vero e verosimile. L’aria che si respira dove si fabbrica la letteratura è la stessa che frastorna Leopold Bloom quando entra nella redazione del «Freeman’s Journal», nel capitolo dell’Ulisse dedicato a Eolo re dei venti. Ambienti analoghi danno analoghi risultati; quando la letteratura si “giornalistizza” perde la fiducia in se stessa e nella propria autonomia, ha l’impressione di dover essere integrata da altro, si vuole interattiva ed efficace subito, minuto per minuto – invidia le serie televisive, si abbandona al mostro della comunicazione e del-l’infotainment. Invoca per sé non il giudizio esperto del critico o l’amore del lettore appassionato, ma il clamore contenutistico delle gazzette o l’ombrellone da spiaggia.
Non si tratta, ovviamente, di negare valore letterario a testi che si appoggiano sul nudo e verificabile tessuto dei fatti, riducendo al minimo l’apporto di invenzione. Molti dei libri che ho amato di più negli ultimi vent’anni, e proprio da un punto di vista letterario, appartengono a questa categoria: da Compulsion di Meyer Levin a Limonov, da Ragazzi di zinco della Alecsievic ad Africo di Stajano e Point Lenana dei Wu Ming, dall’Abusivo di Franchini all’Impostore di Javier Cercas, da Mistero napoletano di Ermanno Rea a La figlia di Clara Usón. E anzi, penso che il valore letterario di molti giornalisti stia più negli articoli che di volta in volta hanno scritto sui giornali (secchi, acuti, coraggiosi o ironici) che nei loro “romanzi d’invenzione”. Come penso che Saviano sia più romanziere in Gomorra che nel più classicamente “inventato” Bacio feroce. Cosa dunque rende “letterari” questi libri?
Prendiamone uno che parrebbe estremo: Interrogatorio all’Avana di Enzensberger. Non una parola del testo (a parte la breve premessa, di poche pagine, e qualche scarna didascalia) è stata inventata dall’autore: che si è limitato a trascrivere i dialoghi effettivamente pronunciati (e registrati) durante il processo-lampo che si tenne nell’aprile 1961 allo stadio dell’Avana, dopo la fallita spedizione anticastrista della Baia dei Porci; a pochi giorni dal fallimento dell’impresa, di fronte a una folla partecipe e trasmesso per radio. Dalla grande massa delle trascrizioni Enzensberger taglia e trasceglie, dunque agisce da autore; dispone gli interrogatori nell’ordine che più gli piace e con formidabile intuito drammaturgico colloca alla fine il personaggio più odioso, un noto torturatore già distintosi al servizio di Batista; Maria Elena, la vittima che mostra al boia il proprio pigiama a brandelli, diventa il simbolo di Cuba ferita e insorgente, vittoriosa ma non vendicativa. Soprattutto, emerge dalla lettura un “autoritratto del capitalismo”, o il suo “inconscio collettivo” che va oltre Cuba e quell’occasione specifica; vi si respira l’aria del tempo (il libro è del 1970), la speranza riposta nelle “armi della critica” solo quando siano sostenute dalla “critica delle armi”; l’entusiasmo rivoluzionario è largamente condiviso dall’autore, che pure non ne nasconde debolezze e ingenuità (non sempre il “tribunale del popolo” interrogante ha ragione sui controrivoluzionari interrogati).
Esempio meno riuscito ma interessante, Ghiaccio blu di Pino Corrias: inchiesta on the road sulle tracce di un assassino condannato alla sedia elettrica, il cui cadavere (consapevolmente donato alla scienza) è stato tagliato in fette sottilissime e poi scannerizzato per ottenere il più dettagliato atlante anatomico digitale del corpo umano. I flashback in cui si ripercorre la vita dell’assassino sono i meno convincenti, inquinati da stereotipi “americani” e da uno stile hard boiled; ma l’inchiesta in se stessa, con la ricerca dei testimoni, è avvincente: la madre, che se vuole pregare sul corpo del figlio deve aprire un computer, è un archetipo eterno, Antigone o Niobe al tempo della tecnologia, e tutto il libro vale come intensa commovente requisitoria contro la pena di morte, condotta sul filo metaforico del “ghiaccio” (il gelo dell’inverno in cui si svolge l’inchiesta, la freddezza della giustizia e il ghiaccio reale che protegge il cadavere ibernato prima della “piallatura”).
Testi di valore letterario variabile, o testi che al loro interno possono essere più o meno letterariamente riusciti; nelle Armate della notte di Norman Mailer, per esempio (diario minuzioso della marcia pacifista su Washington per contrastare la guerra in Vietnam nel 1967), la prima parte cronachistica, molto sfacciata e “gonzo”, è decisamente migliore della seconda parte più volutamente storica e “seria”. Né si vuol dire che la scrittura letteraria sia geneticamente superiore o inferiore a quella giornalistica: ha semplicemente uno statuto diverso. Un episodio divertente è accaduto in occasione della pubblicazione in Francia di Merci pour ce moment, il libro scandalistico su Hollande scritto dall’ex compagna Valérie Trierweiler; un libraio di provincia affisse un cartello in vetrina, “non abbiamo il libro della Trierweiler”, e subito se ne fece un emblema dei sani librai di una volta, fedeli al valore e non allo scandalo; poi un giornalista più scrupoloso andò a intervistarlo, e il libraio confessò candidamente che le copie del libro non gli erano arrivate, e che il cartello era nato dal fastidio di dover rispondere negativamente a troppe richieste; se gli fossero arrivate, certo che le avrebbe vendute volentieri. A me pare che la prima fase della vicenda, quella idealizzante, abbia uno statuto letterario, e la seconda (quella della verifica) uno statuto giornalistico: ridiventato letterario nel bel racconto che ho ascoltato in tivù da Alessandro Baricco (anche lui generalizzando, e facendone una comica dimostrazione che lo storytelling spira dove vuole). Proverò a chiarire la spinosa faccenda degli “statuti” nel quarto e ultimo paragrafo, cercherò di spiegare che significa ridurre i fatti a pretesto; per ora do solo un indizio, ricordando che Ermanno Rea, nell’indagare in Mistero napoletano sul suicidio di Francesca Spada, redattrice culturale dell’«Unità», resta folgorato dall’apprendere che, nell’ultima lettera al suo amato Renzo, Francesca aveva riportato una famosa poesia di Rilke su Alcesti.
Torniamo al vecchio Manzoni, e al suo saggio sui componimenti misti di storia e d’invenzione – trattando del “vero poetico” distinto dal “vero positivo”, ne parla come di una “incorruttibile entità”, di una visione interna e “irrevocabile”: una verità coeterna alla mente e che la mente non può scrollarsi di dosso. Ancorato a un’estetica fondamentalmente platonica, questo “vero ideale” entra in una contraddizione insanabile con le brutture della storia (platonico sì don Alessandro, ma pur sempre giansenista), al punto da fargli dichiarare impossibile in punta di principio lo stesso romanzo storico e tutte le mescolanze di realtà e fiction. L’autore del più grande romanzo storico italiano rinnega la propria opera (e già negli stessi Promessi sposi l’appendice sulla Colonna infame strideva non poco).
Ma forse c’è un altro modo, meno distruttivo, di affrontare la questione; forse si può ipotizzare che la verità fattuale (storica o giornalistica) e la verità letteraria funzionino secondo due logiche differenti. Qui si entrerebbe in un ginepraio filosofico e neurofisiologico, ma per il nostro scopo basta farla più semplice: la scrittura storica (e giornalistica) usa la logica comune di tutti i giorni, deve verificare quello che dice e correggersi ogni volta che le si fa notare un’imprecisione o un errore di fatto; deve diffidare delle generalizzazioni e usare frasi chiare, il meno ambigue possibile per non essere travisata; deve accusare i colpevoli e difendere gli innocenti, e sentirsi responsabile di un buon funzionamento della vita associata. Per la scrittura letteraria l’ambiguità è fondativa e ineliminabile, il testo letterario è un insieme dove tutto può combinarsi con tutto, ogni parallelismo e suggestione sono leciti; in letteratura i colpevoli sono anche innocenti e gli in-nocenti anche colpevoli, non c’è particolare che non possa essere infinitizzato e generalizzato, diventare metaforico, simbolico, emblematico o mitico. Si confronti, per esempio, la descrizione delle isole Galapagos fatta da Darwin nel Voyage of the Beagle con quella che ne fa Melville nelle Encantadas; o gli articoli impegnati e polemici di Camus contro le disfunzioni del sistema giudiziario algerino con lo Straniero.
Horacio Verbitski, il grande giornalista argentino accusatore del regime di Videla e autore delle più scioccanti rivelazioni sul destino dei desaparecidos, ha dato del giornalismo una definizione radicale: «Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda». Si potrebbe sostenere, con un po’ di impudenza, che ciò che il giornalismo militante fa contro la repressione, la letteratura lo fa contro la rimozione inconscia («letteratura è esprimere ciò che l’io non vuole che si sappia…») – intendendo per “io”, naturalmente, anche l’io sociale e collettivo. La verità letteraria è la verità del desiderio, cioè non è verità logica né ideologica: è un campo di tensioni in cui ogni asserzione può essere rovesciata, ogni no può valere come un sì, dietro ogni oggetto può apparire la sua derisione, il mito più sanguinario può essere salvifico o viceversa, ogni minima procedura può trasformarsi in un rito, il tempo può ristagnare o cessare di esistere. Tutto questo si ottiene con la Forma, ovverossia con la Bellezza – che non è estetismo ma quasi il suo contrario, attacco a qualunque Bellezza precedente, ricerca di una parola (o di una struttura, o di una figura) profonda, plurivalente, muscolare; una lingua che non può ospitare nessun luogo comune, se non “mettendolo in situazione” e sfruttandolo narrativamente. Nonostante l’equazione ipnotica di Keats, e la disperata opposizione di Leopardi, forse bisogna ragionevolmente concludere che Vero e Bello né coincidono né si oppongono: stanno su piani logici inconfrontabili, hanno due “statuti” diversi. Il Bello non ha a che fare col Vero, e nemmeno col Bene – la letteratura può dare cittadinanza a Satana, mentre il giornalismo non può permetterselo.
Anche il giornalismo, è ovvio, deve utilizzare una logica emotiva per attuare quella che di solito si chiama la “mozione degli affetti” – ma deve controllare bene questa possibilità retorica, per evitare contraccolpi indesiderati. La suggestione è pericolosa sui giornali: se scrivo che Carminati ha telefonato al compagno di Ornella Muti, avvocato, per chiedergli una consulenza che quello per altro ha rifiutato, devo stare attento che una lettura frettolosa, o il passaggio in un sito distratto, non faccia giungere alla conclusione che la Muti è coinvolta in Mafia Capitale. E devo calibrare le parole trattando di cronaca nera, per non incoraggiare fenomeni imitativi e non creare fake characters, surrogati parodici del mito che durano lo spazio di dieci o venti talk show (Bossetti mostro, Brizzi maiale, Stacchio eroe). Altro che eternità e archetipi, stereotipi con la miccia corta; il giornalismo talvolta ha addirittura bisogno dei luoghi comuni linguistici, perché sono il ponte comunicativo più veloce d’intesa coi lettori; ma ai lettori deve dar conto momento per momento, rinnovare i clichés appena quelli vecchi passano di moda; mentre il narratore o il poeta creano personaggi “accompagnati dall’infinito”. Frammenti di giornalismo e frammenti di letteratura possono assomigliarsi, ma la letteratura ha senso solo se la si prende intera. Fermo restando che tra i due campi ci saranno sempre interazioni e scambi anche fruttuosi, aver chiara la differenza di origine e di obiettivo servirà a non cadere nella poltiglia, dove a rimetterci è sempre la scrittura letteraria. Nel “lettero-giornalismo” o nella “giornal-letteratura” siamo di fronte a una parola sgonfia, corriva, accesa da fregole improvvise ma senza sicura direzione, che spara nel mucchio per fare rumore; una parola che non ambisce a durare, imprecisa perché abbagliata da troppe lucette, che slitta sul desiderio (quello sì, estetizzante) di compiacere il pubblico con vicende “troppo belle per es-sere vere”, legate in trame da piano quinquennale dell’ottimismo. Personaggi unidimensionali e scoop spettacolari si incontrano e si mescolano da una parte e dall’altra. «Alla realtà», scrive Thomas Mann nell’illuminante saggetto Bilse e io, «piace che le si parli con frasi sciatte»; e il delirio comunicativo dei nuovi social network non sta riducendosi forse a un ininterrotto chiacchiericcio della realtà con se stessa? Gli ibridi e gli incroci sono interessanti, ma il giornalismo deve e può provare l’orgoglio di non usare i meccanismi della letteratura e di agire iuxta propria principia, così come la letteratura può e deve fare il possibile per salvare la Forma dalle brodaglie verbali che ci minacciano dal web. Sta prendendo piede una forma di illusione che tende a far passare la frammentazione, la polverizzazione del sapere (e dell’espressione) come espandersi della democrazia. In una trasmissione di Santoro su RaiTre, Saviano ha sostenuto l’inquietante metafora dei libri bruciati, che una volta trasformati in cenere «si diffondono su tutti», scavalcando «l’elitarismo culturale»; sarebbe bello se qualcuno con la verve oratoria e l’impegno di Saviano provasse a difendere la parola densa, multistrato, capace di resistere alle fiamme che la attorniano da ogni lato. «In un Paese dove tutti sanno un poco», rifletteva desolato Leopardi, «e si sa poco».