Scritto da Paolo Bartolini
Venerdì 28 Ottobre 2011 22:02
a cura di Paolo Bartolini -
Megachip.
1)
Lei, prof. Vero Tarca, ha elaborato un pensiero originale che propone di
superare il dominio del negativo e della negazione nel dibattito filosofico e
nel dialogo interpersonale, approdando al concetto di differenza come “puro
positivo”. Può spiegarci in cosa consiste questo passaggio sul versante del
pensiero e su quello dell’etica?
Userò un’immagine molto semplice.
Supponiamo che Lei voglia separare i bambini buoni da quelli cattivi per evitare
che questi corrompano quelli; sembra che nel fare ciò non vi sia alcun
particolare problema. Immagini però che proprio l’atto del separare un bambino
da altri bambini sia sufficiente a renderlo cattivo; in questo caso il suo
progetto fallirà necessariamente, anzi, in tal modo Lei farà diventare cattivi
tutti i bambini.
Supponiamo adesso che Lei voglia separare
il positivo dal negativo (chiamo “negativo” tutto ciò che è oggetto di
negazione); immagini poi che la separazione implichi una qualche negazione di
ciò che viene separato; ecco che il positivo, in quanto separato dal negativo,
viene ad essere qualcosa di negativo. Di nuovo, la separazione fallirà; e
addirittura tutto diventerà negativo, anche il positivo.
Il
bello è che questo pare inevitabile. Perché, se vale il principio per il
quale ogni differenza è una forma di negazione (“omnis determinatio est
negatio”), allora ogni differente è per ciò stesso qualcosa di negativo; ma
dunque anche il positivo, proprio in quanto si differenzia dal negativo, viene
ad essere a sua volta negativo (appunto perché, in quanto differente dal
negativo è non-negativo e cioè negativo nei confronti del negativo). Del resto
quel principio (ogni differenza/determinazione è una negazione) è sempre stato
assunto come indiscutibile, almeno nel senso che se x differisce da
y allora x non è y, quanto meno in quanto non è
identico ad esso.
Ci
troviamo in un’antinomia micidiale: se il positivo non differisce dal negativo
allora è negativo, e se invece differisce da esso allora da capo viene ad essere
negativo (rispetto al negativo); in ogni caso, insomma, il positivo viene ad
essere negativo. Io compendio tutto questo nel seguente ‘mantra’: “Il negativo
del negativo è negativo”.
Quello
che ora vorrei far capire è come questo ‘giochino’ costituisca il cuore del
pensiero filosofico, e forse del pensiero tout court; perché esso tocca
direttamente la questione della verità, come ora cercherò di
mostrare.
La mia
formula (“Il negativo del negativo è negativo”) dice che il negativo gode di una
proprietà peculiare: persino la sua negazione (il non-negativo) ne costituisce
un’affermazione. Possiamo allora dire che il negativo è innegabile: non vi è
qualcosa che ne costituisca propriamente la negazione (l’opposto-negativo),
perché persino questa (ovvero il non-negativo) ne costituirebbe
l’affermazione.
Abbiamo trovato una nozione (il negativo)
che è innegabile. Ma l’innegabilità è un tratto essenziale della verità.
Tocchiamo qui il cuore stesso della razionalità filosofica: essa, non essendo
dogmatica, è tenuta a giustificare tutto quello che afferma; dunque anche
i principi primi (per esempio e in particolare quello di non contraddizione).
Per giustificare questi, però, non può derivarli da altri principi (perché in
questo caso quelli non sarebbero più “primi”); deve dunque trovare un altro
metodo di giustificazione, un’altra ‘logica’. Questa è appunto la logica – alla
quale si dà tradizionalmente il nome di “élenchos” (prova, confutazione) – che
giustifica le proprie affermazioni mostrando che esse sono innegabili nel senso
che persino chi volesse negarle sarebbe costretto ad affermarle. E appunto il
negativo (la negazione) costituisce il cuore di questa logica; perché per
esempio la proposizione “Esiste il negativo” è innegabile, nel senso che persino
chi volesse negarla dovrebbe, proprio per far ciò, negare che essa sia
vera, ma quindi con ciò stesso confermare proprio quello che intendeva
negare.
Attorno a questo cardine ruota di fatto
l’intero pensiero occidentale, a partire da Parmenide – attraverso Socrate,
Platone e Aristotele, poi Anselmo e Descartes – fino a Hegel e a contemporanei
quali Wittgenstein e in particolare Emanuele Severino, dal quale ho imparato
questa ‘logica’, della quale peraltro io propongo una ‘trasfigurazione’
puramente positiva per evitare che essa si rovesci in un meccanismo
onnidistruttivo.
Il
negativo, dunque, è innegabile e perciò intrascendibile: tutto è negativo,
perché se vi fosse un ambito oltre quello negativo tale ambito sarebbe
non-negativo, ma per ciò stesso sarebbe anch’esso negativo. Si capisce allora
come la verità (innegabile) conduca al nichilismo estremo; che è la
contraddizione assoluta, l’assurdo completo. Perché, se tutto è negativo (cioè
di tutto vi è il negativo), allora anche del negativo vi è il negativo (il
non-negativo). Del resto non solo il non-negativo vi è, ma è il negativo stesso
che, in quanto in-negabile, è non-negativo; perché ciò che è non-negabile a
fortiori è non-negato (ciò che è infrangibile a fortiori non è rotto)
e quindi è non-negativo. Insomma: il non-negativo è negativo, e il negativo è
non-negativo.
La
verità – in quanto innegabile – conduce alla contraddizione più assoluta, che io
chiamo “la trappola del negativo” e alla quale a mio giudizio si può sfuggire
solo distinguendo la differenza (e quindi la determinazione) dalla negazione.
Solo in questo modo, infatti, risulta possibile distinguere il positivo (in
quanto differente dal negativo) dal suo essere non negativo (e per
ciò a sua volta negativo). Ebbene, io chiamo “pura differenza” la differenza in
quanto si distingue dalla negazione, e “puro positivo” il positivo in quanto si
distingue dalla negazione del negativo (dal non-negativo).
Comprendere davvero la nozione (ma dovrei
dire l’esperienza) della pura differenza, con tutte le sue implicazioni,
costituisce un formidabile esercizio spirituale, che dura tutta la
vita.
2)
Che importanza ricopre la comunità nello sviluppo di una vita
filosofica?
Per comprendere la connessione tra
la verità filosofica e la comunità bisogna prestare attenzione al fatto che
l’innegabile è ciò che vale universalmente, cioè vale a priori
per tutti. Ebbene, questi tratti
(valore / universale) sono proprio quelli che definiscono la giustizia: giusto è ciò che vale (ha valore) per tutti.
Voglio
dire che la ricerca della verità innegabile, che caratterizza la filosofia,
affonda le proprie radici nella convinzione ‘etica’, tipica dei primi filosofi,
che la conoscenza vera garantisca il libero accordo universale tra gli
umani: su un teorema di geometria tutti gli esseri razionali sono d’accordo per
una libera adesione e non in forza di una costrizione esterna. Così la scienza
(epistéme), essendo caratterizzata dalla necessità (innegabilità), è
stata vista come ciò che garantiva a priori una conoscenza giusta in
quanto dotata di
valore universale. Ed è per
questo che il sapere scientifico (oggi tecnologico) è stato assunto
dall’occidente come suprema forma di sapienza (sophía) alla quale è stata
sostanzialmente affidata anche la costruzione della società buona,
giusta.
valore universale. Ed è per
questo che il sapere scientifico (oggi tecnologico) è stato assunto
dall’occidente come suprema forma di sapienza (sophía) alla quale è stata
sostanzialmente affidata anche la costruzione della società buona,
giusta.
Ma
questo sogno oggi è finito, nel senso che il sapere scientifico-innegabile si è
dimostrato (non solo di fatto, ma in linea di principio: pensiamo a Gödel)
incapace di valere in maniera davvero universale, totale; esso infatti si rivela
essere totalmente ipotetico piuttosto che innegabile, sicché da forma suprema di
sapienza la tecno-scienza rischia di rovesciarsi in una estrema forma di
barbarie.
È
dunque corretto e doveroso, oggi, mettere in questione le pretese di guidare la
società umana da parte del sapere scientifico e tecnologico. Ma nel fare questo
bisogna tenere presente che il privilegio concesso a tale sapere era motivato
dal desiderio di costruire una società giusta, cioè una società di uomini capaci
di condividere liberamente una convivenza ‘armonica’. Bisogna cioè evitare che
la presa di distanza dalla verità innegabile si trasformarsi in un rifiuto che,
insieme alle prepotenze della verità, ne butti via anche il senso di fondo, cioè
l’ideale di una società giusta.
La
radice dell’impossibilità di costruire una società positiva per mezzo del
sapere tecnico-scientifico dipende in ultima istanza dalla contraddizione che,
come abbiamo visto, investe la conoscenza stessa in quanto innegabile,
necessaria. Pertanto oggi può generare una società giusta solo una umanità
basata su un principio diverso da quello della necessità, e precisamente – in
base a quanto abbiamo visto – un principio puramente differente rispetto
a quello della necessità; per esempio il principio per cui vale per tutti
ciò che da ciascuno è liberamente riconosciuto come valido.
In
concreto questo vuol dire – per esempio – che ciò che vale a priori per tutti
(il vero, il giusto) deve essere diverso da una verità dogmatica o da una legge
coercitiva, deve essere qualcosa che si manifesta, per così dire, a posteriori;
deve cioè essere l’espressione di un libero accordo nel quale in ogni momento a
essere messi ‘in gioco’ sono l’intero sistema della comunità e il suo stesso
senso ultimo. La comunità giusta è tale solo nella misura in cui di
fatto riesce a essere giusta, cioè ad avere davvero valore per
tutti.
Questa
è appunto quello che cerco di realizzare mediante le pratiche filosofiche e le
esperienze comunitarie volte alla costruzione di comunità ‘filosofiche’.
L’invenzione della legge giusta è il DNA della comunità che si ispira
alla filosofia; la sua apertura universalmente positiva ne costituisce il
tratto fondamentale, e il continuo rinnovamento della legge giusta ne
rappresenta il compito principale.
3)
Lei ha ribadito, in alcuni suoi scritti, che l’obiettivo più importante della
filosofia è quello di contribuire alla costruzione di una società pacifica ed
armonica in cui ciascuno di noi possa vivere con pienezza e interezza la propria
esistenza. Come si traduce, politicamente, questo anelito della
filosofia?
Se,
come ho appena detto, la natura profonda della verità filosofica è la
realizzazione della convivenza giusta, allora la pratica filosofica è
immediatamente politica, e come tale deve fare i conti con il problema del
potere.
La
prima cosa da fare è cogliere il carattere essenzialmente negativo del
potere, che è definito dai tratti del conflitto e del comando
(costrizione, imposizione). Potremmo dire che il potere è il volto concreto,
materiale, di ciò cui abbiamo dato il nome di “negativo”; sicché esso presenterà
tutti i tratti che abbiamo visto caratterizzare tale figura.
Come
il negativo è in-negabile e in quanto tale è verità che vale universalmente e
quindi unifica tutti gli esseri umani, così il potere è in-contrastabile e in
quanto tale è ciò che si afferma universalmente imponendo l’unità di
tutti gli uomini.
Ma dal momento che tale verità è la verità del negativo (cioè l’in-negabile verità dell’in-contrastabile potere) essa è contraddittoria, come Orwell insegna: ogni gesto di unificazione operato mediante il potere nel momento in cui unifica anche lacera e contrappone; nel momento in cui elimina un elemento negativo ne riproduce un altro parimenti negativo. Come il negativo è intrascendibile, così il potere è ineludibile; insomma entrambi – in quanto verità – realizzano ciò che vale per tutti gli uomini.
Il
principio della politica giusta è dunque quello che, scaturendo dalla
consapevolezza del carattere intrinsecamente contraddittorio
dell’in-contrastabile potere, genera un’azione definita dalla differenza
rispetto alle relazioni di potere, ma un’azione che è davvero giusto solo se
tale differenza è pura differenza, cioè se nasce dalla consapevolezza che
– come “il negativo del negativo è negativo” – allo stesso modo “essere ingiusti
con gli ingiusti significa essere ingiusti”; dalla quale circostanza segue che:
“Il contro-potere è potere”, “La guerra contro chi fa la guerra è guerra”, “La
violenza contro i violenti è violenza”, e così via.
Ciò
vuol dire che il nostro comportamento politico è davvero (cioè filosoficamente)
giusto solo nella misura in cui siamo in grado di rispondere in maniera giusta
non solo alle azioni dei giusti ma anche a quelle degli ingiusti. Si badi: noi
dobbiamo differenziare il comportamento nei confronti del giusto da
quello nei confronti dell’ingiusto, ma deve trattarsi di due modi diversi di un
comportamento che in entrambi i casi deve essere giusto. Perché se noi
crediamo che il fatto di subire una ingiustizia ci autorizzi a rispondere in
maniera in-giusta allora sprofondiamo nella “trappola del potere”. I gesti
politici giusti sono quelli che esprimono e generano una società consapevole e
capace di comportarsi in maniera giusta nei confronti delle ingiustizie
sistematicamente perpetrate dalle varie forme del potere.
4)
Che ruolo può giocare la Logica nella comprensione reciproca fra culture che
hanno storie comunque diverse? Qual è il contributo che essa può dare al dialogo
inter-religioso e inter-culturale, senza cadere in pretese razionaliste ed
eurocentriche?
Credo che la risposta giusta
sia quella indicata da Raimon Panikkar, un mio grande maestro-amico. Egli
diceva: Io sono al 100% cristiano e al 100% hinduista. Questo è un paradosso; in
una logica ‘normale’ è una contraddizione: se sei tutto bianco non puoi essere anche
nero. Eppure credo che quella di Raimon sia l’unica soluzione davvero corretta
per il problema del rapporto tra culture diverse, tra civiltà diverse, tra
soggetti diversi. Perché si tratta di situazioni nelle quali ad essere in gioco
è il senso complessivo, totale, di un soggetto (cristiano, hinduista etc.); il
confronto, insomma, è tra
interi, come a me piace dire. Ciò che risulta da questo confronto tra interi
è qualcosa di diverso da un nuovo intero che è la giustapposizione di singole
parti dei precedenti soggetti, esso è piuttosto la situazione nella quale
entrambi gli ‘interi’ realizzano appieno la propria verità passando attraverso
la “mutua fecondazione” con l’altro (l’espressione è sempre di Panikkar). Tutto
questo richiede una logica nuova, diversa da quella ‘negativa’ che mira
semplicemente al compromesso e alla ricerca del minimo elemento comune
indispensabile alla convivenza. Ma, si badi, si tratta – dal mio punto di vista
– di una logica in senso rigoroso; anzi, essa porta a compimento la logica
filosofica tradizionale e ne risolve le difficoltà, a cominciare da quella del
negativo. Appunto alla costruzione di tale ‘logica’ – che io chiamo logica
libera rispetto alle conseguenze – ho dedicato gran parte della mia ricerca
filosofica; qui purtroppo non ne posso parlare, essa comunque scaturisce dai
principi che ho esposto in precedenza.
Un po’
più concretamente, questo vuol dire che il confronto giusto (positivo)
tra diversi soggetti (religioni, civiltà etc.) è quello che sa essere
positivo proprio e soprattutto in relazione alle situazioni negative;
cosa che – si badi – richiede la capacità di rendere giustizia, oltre
alle ragioni dell’altro, anche alle proprie ragioni.
5)
Infine un’ultima domanda molto diretta: se il male va integrato e non negato, se
da esso dobbiamo differenziarci senza volerlo eliminare, in che modo si può
sviluppare un antagonismo “positivo” che si distingua nettamente dal capitalismo
assoluto che ci sta portando nel vortice della guerra e del disastro ambientale?
Insomma: come fare opposizione al sistema senza cadere nella trappola del
negativo?
Intanto una precisazione. Dire che il male
va “non negato” significa assumere una prospettiva negativa, negativa
precisamente nei confronti della negazione del male. Può sembrare una
pignoleria, ma è la questione decisiva all’interno della mia filosofia. È vero
che l’azione giusta differisce
dall’azione che nega il male (nella misura in cui tale negazione è una forma di
ingiustizia); ma esattamente per la stessa ragione essa differisce anche
dall’azione che nega la negazione del male (quella per esempio per la quale il
male deve essere “non negato”).
Sto
forse, con questo, ‘confutando’ quello che Lei ha detto? Ma se facessi ciò
questo mio stesso dire costituirebbe una negazione e quindi (stante le
assunzioni precedenti) un atto ingiusto! E allora che cosa sto dicendo? Qui
sembra che la mente vada in tilt (“Ma che cos’è, allora, l’azione giusta?”, si
chiederà Lei). Ebbene, se è disposto a riflettere con calma e serenità troverà
Lei stesso la risposta giusta a questa domanda; anche perché essa è tale solo se
viene trovata personalmente, da ciascuno di noi, in ogni istante.
Posso però provare ugualmente a fornire qualche indicazione che
potrebbe risultare utile. Come abbiamo visto, l’atteggiamento pienamente
positivo è quello che si astiene dal fare il male anche nei confronti di chi
compie il male. Bisogna però essere consapevoli, a questo proposito, che è
praticamente impossibile a una persona non solo agire sempre in maniera
giusta, ma anche solo fare una singola azione che sia totalmente giusta
e non anche ingiusta. Questo, però, invece che scoraggiarci deve portarci
a riflettere sul fatto che la distinzione tra l’agire giusto e l’agire ingiusto
(si ricordi l’immagine con la quale ho iniziato questa conversazione) è qualcosa
di diverso dal gesto che afferma la giustizia di alcune azioni e nega la
giustizia di certe altre azioni.
Certo
questo è difficile da capire; proverò a dirlo in termini un po’ diversi: si
tratta di distinguere ogni azione in quanto giusta dalla stessa azione
in quanto ingiusta; ma soprattutto si tratta di tenere ben presente che,
se ogni negazione comporta una dose di ingiustizia, allora quella stessa
distinzione è davvero giusta nella misura in cui si presenta come puramente
differente rispetto alla negazione.
Capisco che qui uno si possa sentire
confuso; ma da capo non posso fare altro che invitare chi davvero abbia a cuore
tali questioni a riflettere con calma su tutta la faccenda e a venirne a capo
personalmente.
Vorrei
però concludere toccando un altro importante aspetto della sua domanda, quello
che mi chiede in che modo la ‘soluzione’ (doverosamente tra virgolette) che io
propongo delle questioni filosofiche costituisca anche una risposta al problema
della catastrofe umanitaria (“vortice della guerra”, “disastro ambientale”) che
si annuncia chiaramente.
E in
un certo senso una risposta ci deve essere. Il problema è che di solito, quando
si chiede una soluzione positiva, ci si immagina già una situazione che è
sostanzialmente molto simile alla presente, solo che di questa non
possiede alcuni caratteri: l’umanità, grosso modo come è adesso (comprese le
sue possibilità di progresso), ma che non ha la guerra, non ha le
ingiustizie, non ha le menzogne etc.
Ora,
la sincerità – che è l’altra faccia della verità – impone di riconoscere che è
del tutto improbabile che una cosa del genere possa accadere. Questo vuol dire
che un esito positivo della vicenda dell’umanità, se può esservi, deve
essere anche molto, molto, molto diverso da come normalmente ce lo
raffiguriamo.
Provi
a guardare con occhio distaccato quello che sta accadendo. Potremmo dire che la
vicenda dell’umanità sta ormai giungendo a generare quello che io chiamo
l’onnipotere (come Orwell aveva intuito: God is power). È per
questo che mi pare che il problema fondamentale, oggi, più che il capitalismo,
sia il potere, e precisamente il potere che diventa onnipotere: un potere del
quale l’intera umanità è ormai in totale balìa da tutti i punti di vista. Perché
l’incredibile sviluppo tecnologico offre oggi – ai ‘soggetti’ che sono in grado
di afferrarla – la possibilità (e quindi poi la necessità) di un
dominio-controllo totale sul materiale umano costituito dai singoli individui
umani. Chi ha il possesso degli armamenti può annientare e quindi ricattare
tutti gli uomini; chi domina i mass media può ingannare e condizionare l’intera
umanità; chi ha la signoria sul denaro può ridurre in schiavitù tutti gli esseri
umani; chi ha il controllo della ‘tecnica’ può progettare creare a suo piacere
la vita umana e tutte le forme di vita sulla terra.
L’onnipotere – essendo la coercizione
(necessità) in-vincibile e in-contrastabile – è il volto concreto
dell’in-negabile, cioè della necessità. Se mai all’umanità sarà riservato un
destino positivo, questo dovrà avere qualcosa a che fare con l’onnipotere, dovrà
cioè essere l’aspetto positivo della situazione in cui si dà
l’onnipotere.
Per
questo le domande filosofiche fondamentali oggi sono del tipo: quali
progetti vi sono sul materiale umano? Quali sono gli sguardi che
osservano l’umanità nel suo insieme allo stesso modo in cui noi osserviamo i
nostri animali domestici e gli altri animali? E quindi: quali sono i
soggetti che stanno progettando la vita sulla terra nel suo complesso?
Insomma: quali differenti forme concrete può assumere l’onnipotere?
Forse
la fedeltà alla verità ci dovrebbe indurre a dire che la vicenda della vita
sulla terra non sta affatto evolvendo in direzione di una ‘soddisfazione’ dei
desideri degli esseri umani quali noi li abbiamo conosciuti. A volte si
sarebbe spinti a credere che il problema dell’«onnipotente» diventerà, più che
quello di ‘governare’ l’umanità, quello di sbarazzarsene (o magari di
abbandonarla al suo destino limitandosi a controllarla dall’alto) per poter
riservare, almeno a una manciata di ‘eletti’, un futuro ‘divino’.
La
domanda filosofica – in considerazione di quanto detto sopra – potrebbe allora
suonare: che cosa significa interpretare in maniera ‘puramente positiva’ quello
che sta accadendo? Qual potrebbe essere il volto positivo della possibile
‘rottamazione’ dell’umanità?
Tutto
quello che mi sento di dire, qui, è che l’eventuale volto positivo deve comunque
contenere, come proprio momento essenziale, la verità. La prima cosa
giusta da fare è dunque dire la verità. Ma poi, in realtà, il
problema vero è come dire la verità. Non solo o non tanto perché dire la
verità è sempre pericoloso, ma soprattutto perché la ‘mistificazione’, o
l’inconsapevolezza, che permea le convinzioni degli umani (comprese dunque le
mie) è ormai così radicale e totale che chi coglie e dice la verità viene
inesorabilmente preso per pazzo.
A
questo proposito concluderò – così come avevo incominciato – con un’immagine.
Supponga che agli uomini sia stata mostrato, tutti i giorni dell’anno per 100
anni consecutivi, un fotomontaggio con l’immagine di un orso polare dotato di
grandi corna. Immagini poi che a un certo punto qualcuno riesca a recarsi
nell’Artide e a vedere con i suoi occhi che l’orso polare non ha le corna, e
riesca a scattarne anche la foto. Ebbene, nessuno gli crederebbe, e appena
cercasse di esibire la prova (la foto) di quello che afferma costui verrebbe
immediatamente internato dalla psicopolizia tra il plauso delle masse plaudenti.
In sostanza accadrebbe quello che Platone aveva descritto nel mito della
caverna. La domanda filosofica allora è: (come) è possibile che a chi dice la
verità sia oggi riservato un destino diverso da quello descritto da Platone più
di duemila anni fa e da Orwell nel secolo scorso?
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Luigi Vero Tarca è
professore di Filosofia teoretica presso l'Università Ca' Foscari di Venezia.
Precedentemente ha insegnato Logica, Ermeneutica filosofica e Filosofia della
conoscenza sempre all'Università di Venezia, Filosofia teoretica all'Università
di Salerno, e Logica e filosofia della scienza presso la Scuola di
specializzazione per gli insegnanti della scuola secondaria.
Allievo di Emanuele
Severino, ha elaborato una originale prospettiva filosofica basata sulla
distinzione tra la differenza e la negazione e quindi sulle nozioni di pura
differenza e di puro positivo, prospettiva presentata soprattutto nel libro
Differenza e negazione. Per
una filosofia positiva (La Città del Sole, Napoli 2001).
In campo scientifico Tarca ha studiato in particolare Wittgenstein, la logica
(materia nella quale ha scritto anche dei manuali) e l'epistemologia
contemporanea.
Accanto agli studi
logico-teoretici, ma strettamente collegati ad essi, Tarca promuove da anni
esperienze di pratiche filosofiche insieme a vari gruppi di amici, tra i quali
Romano Màdera, con il quale ha scritto, nel 2003, il volume La
filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche
filosofiche (Bruno Mondadori, Milano),
dove viene esplicitato l'orizzonte teorico che funge da punto di riferimento di
tali attività. Dal 2005 Tarca, che è stato Presidente del Corso di Laurea in
Filosofia dell'Università di Venezia, è titolare dell’insegnamento di Filosofia
del dialogo nel Master in Consulenza filosofica attivo presso suddetta
Università.
La sua attività di pratiche filosofiche si è realizzata
prevalentemente all'interno del Seminario Aperto di Pratiche Filosofiche attivo
presso l'Università di Venezia, ma questa esperienza sta ormai assumendo forme e
significati nuovi, che vanno coinvolgendo in maniera sempre più integrale la
vita extrauniversitaria.



2 commenti:
Caro Franco
non conoscevo il filosofo Tarca (certo che per un filosofo chiamarsi Vero...). Mi ha sopreso l'affinità del suo discorso con quello che fa Leopardi, di cui sai per il mio saggio che sta per comparire ora in Overleft (ma che ho già messo nel mio blog righeeversi). Infatti la mia lettura della Ginestra è avvenuta qualche mese dopo aver letto il saggio di Severino su Leopardi. Comunque per molti aspetti il discorso di Tarca mi sembra che abbia già una certa accoglienza in certe pratiche politiche. E questo è beneaugurante anche se si tratta di sfide vere e proprie contro la cultura patriarcale-capitalistica dell'oggi.
Mah, Franco, a me tutto il discorso appare pre-foucaultiano, non certo nel senso che Foucault sia il Verbo, ma nel senso che nasconde la compartecipazione soggettiva -certo in gradi e a livelli ben differenti tra loro- alla creazione, gestione e permanenza di un potere storicamente conformato.
Il discorso quindi secondo me risulta astratto, non nel senso di cose non vere, ma separato dalle vite, esperienze, pensiero di donne e uomini, e potrebbe indurre una sorta di sentimento di impotenza davanti a un Moloch così sovrastante, ma tutto costruito nel discorso.
Ma come ben sai non mi intendo di filosofia
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