venerdì 2 dicembre 2011

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo trentottesimo.

CAPITOLO TRENTOTTESIMO.

E´ passata una settimana dall'increscioso incidente di bordo, le civiltà extraterrestri, apparse improvvise e sembrate a portata di mano per un tempo di sei mesi che si era allungato assai nell'immaginazione di tutti, erano di nuovo scomparse dall'orizzonte, dissolte. Ridotte di nuovo a numeri di una statistica che classificava la probabilità d'incontrarle in una percentuale infinitesima, erano ritornate ad essere un arido segno piuttosto che un'aspettativa che nutriva narrazioni e miti prima ancora che l'evento fosse certo.
A Gunther, intanto, è bastato molto meno per avere ragione sulle sue previsioni: i giornalisti, più lontani se ne stavnao dalla Terza Struttura e meglio sarebbe stato. La sua richiesta di permesso d'uscita era stata accolta senza fiatare e tornando nell'appartamento che condivideva con Chang per prepararsi a sloggiare, lo aveva visto intento ad armeggiare pure lui intorno al bagaglio.
“Come, anche tu?” , poi, riprendendosi in fretta dalla sorpresa: “Bravo! Che ci stiamo a fare qui dentro?”
“Aveva ragione lei... le altre civiltà: io ci credevo sa e un po' ci credo ancora... lei invece non ci hai mai creduto.”
“No, ti sbagli Chang, ci credo anch'io ma che esistano!, non che noi le possiamo incontrare solo perché abbiamo fatto questo giro fuori porta su questo trabiccolo che ci ospita!”
A quelle parole Chan si era messo a ridere nel suo modo, ma più furiosamente e incontrollato; modo che appariva ancor più impressionante del solito perché al suono flebile che usciva dalle labbra, corrispondeva un corpo sussultante e - si sarebbe detto - addirittura in preda a convulsioni.
“Calmati, calmati....” Finalmente il riso era calato e il corpo aveva smesso di oscillare come un birillo e Chan era ritornato alle sue valigie, proprio mentre Gunther disponeva la sua sul divano.
“A volte mi domando perché sia partito...”
“Ancora del lei mi dai e via, andiamo!”
“Tu per me sei sempre il decano qui, un po' un maestro...”
Gunther fa un gesto con la mano come per minimizzare.
“A volte me lo domando anche io ma poi la risposta che mi do è sempre la stessa. Mi piacevano le inchieste rischiose e pensavo che questo viaggio mi desse modo di farne tante, che ci sarebbero state molte cose da raccontare...”
“Lo dice come se non ne fosse più convinto.”
“Non proprio, è che improvvsamente ho capito che non avremmo più potuto farlo a quelli rimasti là. Può sembrare assurdo quello che dico, ma io continuavo a pensare a loro e non a noi.... Noi giornalisti raccontiamo in diretta quello che romanzieri e storici poi comprenderanno meglio di noi. Ma a chi lo stiamo dicendo?” A noi stessi, tutto mi sembra racchiuso in un cerchio troppo ristretto....Poi mi dico, va beh sei partito per un'inchiesta sul campo che non finirà mai ma dato che tu finirai prima come sempre, infondo che differenza c'è fra  raccontarlo a quelli rimasti sulla terra piuttosto che a noi... siamo tutti dispersi in un oceano senza scampo per dirla con i versi di un poeta che continuo ad amare...”
Chan si era bloccato a quelle parole, e lo guardava con un'espressione ancor più difficile da decifrare per un europeo che osserva il volto di un cinese.
“Allora lei non è partito perché pensava che la vita là fosse ormai compromessa da tutti gli scempi che l'umanità aveva compiuto...”
“Ma no certo che no! Non l'ho mai pensato. Mi sono sempre detto che quella era la propaganda, sentivo quei discorsi con distacco. Quelli se la cavano come sempre! Non ha visto? Giocano a calcio, organizzano i loro giochi e campionati di sempre, lo hai visto anche tu quel filmato maledetto e ridicolo. Magari saranno tutti malati, i corpi pieni di protesi e plastica e altre diavolerie ma sono sempre lì in mezzo ai loro soliti riti. Se è così vertiginosa distanza e lo spaccato di vita che ci ha raggiunto fin qui è quello, tutto il resto lo possiamo immaginare.”

Chan aveva ripreso a mettere i panni nella valigia, ma in modo meccanico e disattento, tanto da riempirla in modo esorbitante o meglio tracimante, che presto lo avrebbe convinto di non poterla proprio chiudere. Mutande e calze prendono allora la via del ritorno in guardaroba, mentre simmetricamente Gunther chiude la sua di valigia, con poche cose, smilza come sempre.
“Usciamo insieme?”
“Perché no; anzi, se non ha di meglio da fare questa sera, vieni a cena da noi! Ne sarei davvero onorato e anche mia moglie, che me lo chiede sempre.”
“D'accordo, sì dammi il tempo di una doccia e di un po' di riposo a casa. Verso le ventuno va bene?”

Non poteva rifiutare l'ennesimo invito a cena di Chang, sebbene gli bruciasse assai di non incontrare subito Johann. Erano passati sei mesi dalla brusca interruzione del loro colloquio, proprio il giorno in cui tutta questa follia dei contatti con civiltà extraterrestri era cominciata. Ricorda come in un lampo i loro sguardi di allora che esprimevano la stessa sensazione: che fosse un piano preordinato, che non ci fosse nulla di vero anche in quel contatto iniziale e che esso fosse stato montato abilmente da una regia occulta. Questo lo aveva meditato e meglio e ancor più convinto non appena arrivato dentro, anche a causa dell'incontro strano con la Passini, ma poi se ne era via via dimenticato. Anche lui era stato preso nel vortice di quei contatti assurdi, un po' per fatalismo, un po' per pigrizia e piano piano si era persino dimenticato della morte di Alice e delle loro congetture. Ricordando ora la telefonata recente con Johann gli sembrava che anche loro fuori fossero stati catturati dalla possibilità di un incontro. Possibile che fossero tutti vittima di un complotto, anche coloro che non avevano incarichi nelle Strutture?
Il pensiero lo inquietava, ma d'altro canto l'esito del contatto e la modalità grottesca del suo fallimento avevano già fatto una vittima certa: non soltanto Galileo (cosa ovvia), ma l'intera Terza Struttura rischiava di collassare sotto il peso di un insuccesso così grave. Era proprio quello l'obiettivo? E allora bisognava forse saperne di più su cosa diavolo stessero cercando, oppure ricercando in quel momento.
L'unica ipotesi alternativa era il caso, la disdetta... ma come fare a crederci?
Tutto questo gli faceva avvertire con un senso di fastidio l'appuntamento serale, cui lui stesso peraltro aveva dato il là con quella proposta di uscire insieme dalla struttura, forse sperando che l'urgenza di incontrare la moglie avesso distolto Chang, dall'invitarlo proprio quella sera stessa.
Ma ormai... meglio avvisare Johann a prendere appuntamento con lui il giorno dopo, pensa mentre cerca di girare la chiave nella toppa del suo appartamento; ma dall'altra parte la serratura fa resistenza, segno che qualcuno è in casa. Infatti sente dei passi rapidi. E´ Sigfried ad aprire e ad abbracciarlo subito.
“Finalmente! Vieni vieni che ti stavamo aspettando.”
Il noi insospettisce piacevolemente Gunther e non si sbaglia: Johann è proprio lì
“Lo hai avvertito tu!”
“No.. no.” Risponde Johann mentre i due si abbracciano.
“Anche se questo signore ed io ci siamo visti spesso durante questi sei mesi, del tuo ritorno ho avuto notizia dal grande capo.”
“Narlikar?” grida quasi Gunther, sopreso da quella dichiarazione.
“No, non così grande... Galileo anche se un po' ce lo avevi anticipato tu con la previsione che vi avrebbero allontanato in fretta.”
“Ma perché lo avete chiesto proprio a lui... capisco che un gesto del genere ci può stare...”
Johan e Sigfired si guardano sorridendo poi è il figlio a parlare.
“No, guarda che ha chiamato lui Johann.”
“Cosa?”
“Già, proprio così.”
Gunther si siede di colpo, e si porta le mani al capo.
“Di procedure prese sotto gamba ne ho visto tante in questi mesi ma questa poi!"
“Già, una violazione macroscopica delle regole e proprio del divieto di un componente della Struttura di comunicare direttamente con un common quando ha incarichi delicati e si trova dentro la Struttura... è un passo gravissimo il suo.”
“Che avrà per forza conseguenze.”
“Aggiungi pure il fatto che io e lui ci conosciamo poco in fondo mi avrà visto un paio di volte a casa tua.” aggiunge Johann.
 “Un segnale dunque, anzi una vera e propria dichiarazione di guerra... eppure qualcosa non mi torna. Perché coinvolgerci in questo modo?”
“Come può immaginare dei nostri sospetti e perché fidarsi di noi... 
“Mi conosce Galileo, mi conosce bene. Deve avere intuito qualcosa.” Aggiunge Gunther.
“Si quello che dici è convincente e possibile Johann” aggiunge Sigfried che intanto ha preso tre birre dal frigorifero; poi prosegue il suo ragionamento.
“Però ha ragione anche papà, così ci ha bruciati, mentre poteva aspettare e vederci di persona fuori.”
“Non sa quando potrà uscire....”
“Già vero anche questo, l'inchiesta potrebbe durare a lungo.”
“Adesso però devo dirvi che questa sera ho un impegno... vado fuori a cena.”
“Una donna?” ammicca Johann.
“Macché donna... da Chang, mi scoccia ma ormai è fatta.”
“Ogni volta che ne parli non fai altro che comunicare il tuo fastidio e poi ci vai a cena ma perché?”
“Ma no fastidio, ma è come se tutto quello che fa capitasse sempre nel momento sbagliato...”
“Oppure in quello giusto!”
A quelle parole Gunther scuote il cpao.
“O ragazzi piano, altrimenti qui cadiamo tutti in una sindorme paranoica senza accorgercene. Chang è un buon tipo, pedante, con una moglie un figlio: uno regolare, prosaico se volete, se mai mi domando come sia finito nelle strutture , è un uomo modesto, persino troppo per pensare che sia implicato in qualcosa. No,..”
Gli altri due non ribattono e allora Gunther prosegue.
“E Alice? Ci sono novità sulla sua morte?”
“Qui ti volevamo!”
A quelle parole Gunther si risiede e sospira.
“Ho capito che non mi perdonerete questo invito a cena!"
”Ma no, figurati!”  
“Ti perdoniamo questo e altro ma domani... domani ci si vede tutto il giorno da me!”
“Con tua moglie che ci gira intorno e che prende in giro i nostri discorsi?”
“No, non li prende più in giro.”
Questa sì che è una notizia!”




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