venerdì 16 dicembre 2011

Agenda di scrittore: romanzo.

25 Novembre. Il clima non è poi così freddo. Comincio a pensare che i meno venti gradi sotto zero a Berlino siano una leggenda metropolitana messa in giro dagli italiani che vivono qui. È vero che la notizia fu data lo scorso anno anche dai telegiornali, ma poi andando a leggere bene c'era scritto che si trattava della minima raggiunta un giorno solo alle... tre di notte.

1 Dicembre. Ci sono eventi che segnano un'epoca. Lo so che è una frase fatta, ma nei luoghi comuni c'è sempre una verità, è per quello che si chiamano così. In questo caso, inoltre, mi sento ancor più libero di usare tale espressione perché aggiungo subito che l'evento di cui scrivo segna un'epoca per me: un fatto personale, che può stare in un romanzo che è anche un diario o meglio un'agenda di scrittore.
Il suicidio di Lucio Magri mi ha provocato diverse e continuamente cangianti sensazioni, mettendo a dura prova la stessa volontà di scriverne: eppure anche l'urgenza a farlo, un sentimento istintivo che mi porta a dire che, a differenza di quello che forse si crede e cioè che di certi eventi è bene non scrivere a caldo, in questo caso mi sento portato in senso contrario. Frase contraddittoria certo, ma al fondo rimane la convinzione che sia il segno di una fine che non riguarda solo lui ma in qualche modo anche chi rimane ma è suo contemporaneo e ha condiviso con lui momenti significativi della propria vita, come è nel mio caso.
Sgomento? No, sgomento è troppo e poi la parola è talmente abusata... Sconcerto? Meglio ma non va bene neppure questa, abusata anche lei per fatti come questi. Alla fine rimane sorpresa, un termine certo un po´ dimesso, non particolarmente evocativo.
Lucio Magri è entrato per qualche anno nella mia vita di militante comunista: prima nel Manifesto poi nel Pdup dove lo seguii con molta riluttanza ed è certamente una delle scelte che preferirei non avere fatto, ma pazienza! Abbandonato il partito, mi è capitato ogni tanto e a distanze regolari di tempo, d'imbattermi nei suoi scritti e interventi. Era un tornarci intermittente perché forse anche la sua era una presenza intermittente. Intanto gli anni passavano inesorabili e ogni tot, ecco che ricompariva il suo nome. L'ultima volta, prima di questa definitiva, due anni fa. Un amico e compagno mi parla del suo libro, il Sarto di Ulm. Il titolo m'incuriosisce e mi scappa di pensare: toh eccolo qui ancora in pista, chissà quanti anni avrà ormai. Quando leggo l'introduzione, scritta da lui stesso, le aspettative crescono. Afferma che a raccontargli la vicenda era stato Ingrao.
Il sarto di Ulm è uno strano personaggio che nel 1600 o giù di lì si mette in testa che gli esseri umani possono volare, devono solo imparare a farlo. Finisce peggio di Icaro e Ingrao ironico sembra aver detto a Magri una frase del tipo: anche noi comunisti abbiamo pensato che si potesse volare e con noi l'umanità intera ma non abbiamo imparato e ci siamo sfracellati al suolo. Però, per rimanere al sarto, è pur vero che l'umanità dopo qualche secolo in qualche modo ha imparato a volare, almeno fisicamente. La conclusione della metafora è evidente: può essere che la fine della preistoria (per dirla con Marx), sia solo rinviata nel tempo e quindi è bene non smettere di pensarci.
Però!, mi dico, niente male e compero il libro che nelle intenzioni mi pare volesse cercare di capire e far capire al lettore perché non eravamo riusciti a volare. Mi bastano quaranta pagine per comprendere che no, le spiegazioni sono troppo semplici, interi capitoli sono un centone di cose ovvie e per di più mi colpisce la scrittura. Magri lo ricordavo brillante sia come oratore (fin troppo), sia nel modo di scrivere e invece è tutto un po' grigio, troppo dimesso e triste. C'è come una rassegnazione che tradisce l'intento del libro: è difficile leggerlo e continuare a pensare al volo, viene voglia di dire il contrario: non pensiamoci proprio più!
Mi metto allora a saltare fra le pagine e i capitoli: qui e là qualche lampo arriva, ma sono sprazzi. Lo abbandono del tutto, deluso e mi dimentico per l'ennesima volta di lui. Lo ritrovo in questi primi giorni di dicembre e non poter più dire, toh eccolo ancora in pista, mi ha lasciato per un attimo senza parole. Sì, sorpresa continua a essere la parola più appropriata: perché da lui un gesto così proprio non me lo sarei aspettato.
Quello che mi ha sempre un po' infastidito di Magri, anche nei momenti delle intuizioni migliori e delle imprese politiche più dignitose, era la difficoltà a rendersi davvero credibile fino in fondo. Il suo ultimo libro è in questo senso un ritratto abbastanza fedele: capace di intuizioni anche di largo respiro, mai del tutto all'altezza del compito che lui stesso si era dato. C'era alla fine qualcosa che gli impediva di andare fino in fondo: ecco la sorpresa di fronte allora a un gesto così assoluto e definitivo. È qui che si annidano molti interrogativi, senza la pretesa di capire cosa accade davvero nella mente di un suicida, cosa che è impossibile. Ma chi rimane non può sottrarsi dal porseli, anche perché Magri era un uomo pubblico. Fuga? Mancanza di coraggio di vivere? Ma no andiamo! Un vecchio non fugge più. Neppure la parola depressione, seppure grave e aggravata dalla scomparsa della moglie, mi convince. Le modalità scelte da Magri, poi, indicano piuttosto un atteggiamento che mi ha ricordato certe morti stoiche. Infine, non ho mai condiviso l'opinione che ci voglia più coraggio a vivere che a morire. Non lo credo. Ci vuole coraggio per entrambe le cose, ma sono di tipo diverso. E molto spesso chi pronuncia la prima sentenza lo fa dall'alto di un piedistallo di arroganti sicurezze: chi soffre davvero e continua a vivere non ne parla. Rimane allora sempre quel fondo: da lui non me lo aspettavo. E allora?
Mi viene la tentazione di prendere il suo gesto come una metafora di ciò che sono stati gli anni '60 e '70, con tutti i loro slanci, le impennate e le cadute. Una rivoluzione a metà per necessità storica e impossibilità di essere diversa da quello che è stata non può che produrre leader dimezzati? Siamo sempre figli del tempo e dunque, vissuti in un tempo di mezzo, non nel senso buddista del termine, ma della più prosaica mediocritas oraziana, tutti i nostri sforzi potevano essere solo mediani, non potevano spingersi oltre un certo limite e chi ha pensato di poterlo fare è volato incontro a un destino ancor più tragico. Magri, fratello maggiore della generazione del '68, come lo sono state sorelle maggiori Luciana Castellina, Rossana Rossanda, Lidia Menapace, Antonio Negri (per alcuni ma non per me), hanno incarnato insieme a più anziani padri e madri caduti in disgrazia o emarginati (Giuseppe Alberganti, Vittorio Foa, Pietro Ingrao stesso, Fortini, Edoarda Masi), un tentativo di saldatura fra generazioni diverse, in nome di una ripresa di iniziativa politica anti capitalista e potenzialmente, almeno nelle soggettività di quegli anni, rivoluzionaria. Il femminismo sarebbe venuto subito dopo ad arricchire ma anche a sconvolgere un po' il quadro. Alcuni di loro sono stati anche dei maestri in alcuni momenti, ma allora penso di più a Fortini e a Foa, che a Magri; certamente a Rossanda, sebbene abbia non poche cose da farsi perdonare, per esempio l'indecorosa intervista che lei e Carla Mosca fecero a Mario Moretti. Tuttavia, alla fine, tutto si è dissolto. Alcuni, e mi riferisco al militante medio del vecchio Pci, sembrava che non attendesse altro e, smaltito in fretta il funerale di Berlinguer, iniziò subito la corsa sfrenata ad accreditarsi come referente locale della politica imperiale statunitense; e intanto l'onda lunga e montante della rivincita capitalistica corrodeva radici, tagliava alberi secolari, preparava i tempi bui di cui stiamo assaggiando i prodromi. Alla fine Magri, con questo gesto calcolato e determinato e proprio lui, il più medio di tutti fra le figure che ho ricordato, è come se avesse detto con un improvviso battito di mani: “Compagni non avete sentito la campana? La ricreazione è finita!”

2 Dicembre.
La morte di Christa Wolf sta passando in un silenzio piuttosto greve qui in Germania. La televisione le aveva dedicato un servizio tre settimane fa. Il mio tedesco non mi permette di capire se fosse un coccodrillo anticipato, la sensazione è che si trattasse di un reportage normale. Pochi i commenti alla notizia della morte e anche girando in rete fra quelli italiani prevale, tranne che in alcuni interventi (primo fra tutto quello di Rossana Rossanda sul Manifesto), una certa acidità. Tutti a ricordare la storia che è poi un falso: quella dei suoi rapporti con la Stasi. Christa Wolf ha ricostruito più volte come sono andate le cose. Non ha negato di essere stata contattata dal servizio ma a fronte della sua reticenza è stata oggetto lei stessa di attenzioni e spiata. Ci sono personaggi ben più imbarazzanti nella ex DDR, che hanno saputo abilmente riciclarsi, a cominciare dall'attuale cancelliera Angela Merkel, se vogliamo rimanere sul piano squisitamente politico. La 'colpa' di Christa Wolf è un'altra: non avere abiurato l'idea comunista pur prendendo tutte le distanze del caso (ma con le armi della critica e della riflessione e non con quelle della rimozione), dalla storia dei regimi orientali. Rossana Rossanda, sul Manifesto, aggiunge altre considerazioni assai acute. Sulla Wolf ha pesato anche il fatto di non essere amata dalle femministe, proprio perché s'era impicciata di 'cose' come il comunismo. La sua mancata abiura, invece e la sua tranquilla resistenza, permettono di scoprire molti altarini. È stato divertente in questi giorni leggere che proprio coloro che parlano a proposito e a sproposito di autonomia dell'arte e dell'artista da ogni pensiero, ideologia ecc., rivendicando che solo l'opera fa testo, parlando della Wolf si siano completamente dimenticati dell'opera e abbiano criticato le sue scelte politiche.
La Wolf scrittrice avrà tutto il tempo che vuole per tornare a imporsi. Ha saputo risalire alla grande mitologia greca in un modo originalissimo, lontana sia dai cliché della parodia sia della rivisitazione del mito in chiave postmoderna. Ha certamente attualizzato il mito, ma anche questa parola non le rende giustizia: può renderla a Durremmatt e a Borges, ma non del tutto a lei. Credo che la Wolf abbia cercato nel mito arcaico le radici di una possibile utopia e dunque lo ha proiettato nel futuro, facendone una fonte dinamica di ispirazione non soltanto letteraria. È questo che rende diverse le sue Cassandra e Medea da altre. Lei interroga questi miti nelle loro parti opache, a volte come in Medea li riscrive completamente presupponendo tutta un'altra storia che sottostà a quella conosciuta, ma non lo fa sempre, come se seguisse un programma di riscrittura dell'intera storia occidentale 'al femminile'. Altre volte li interroga in modo riflessivo, senza approdare a un'ipotesi necessariamente alternativa.
Bisognerà certo ritornare con altri e più affilati strumenti a ripercorrere la sua opera, ma non riesco a sottrarmi, anche in questo caso, dallo scriverne a caldo, in diretta con gli eventi e spettatore partecipe. Anche per il solo fatto di trovarmi qui a Berlino, la sua morte è un altro di quei segni che tirano la riga su un'epoca. Con lei muore una seconda volta la Germania Orientale e forse sono destinate finalmente a morire anche le polemiche, dopo questi brevi fuochi residuali. Il mondo del capitalismo reale nel quale viviamo ci trascinerà in nuove tragedie, ma il passato non ci serve a nulla in questo momento, anche perché a differenza di quello che ha fatto lei, molti altri hanno semplicemente abdicato e rimosso. La sua opera di grande scrittrice del secondo ´900 potrà invece vivere più liberamente.

11 Dicembre.
Rifletto, mentre sto tornando a Milano, su un aspetto particolare di un libro bellissimo che ho appena finito di leggere e che consiglio a tutti: Penombra di Uwe Timm. È un testo assai complesso e non ne parlo qui per esteso, ma solo per quell'aspetto (peraltro importante nell'economia del romanzo), che ha a che fare con il volo in senso fisico. Una delle protagoniste principali dell'opera, infatti, è Marga von Etzdorf, una delle prime donne aviatrici a trasvolare da un continente all'altro. Ci sono molte riflessioni sul volo aereo, sulle nubi, che scopro aver caratteristiche diversissime le une dalle altre e di essere, per questa ragione, oggetto di speciale attenzione da parte dei piloti. Per me è stata anche una lezione nel senso che ho appreso un sacco di cose sul volo e gli aerei, oggetti a me assai lontani ed estranei, ai quali guardo sempre con diffidenza. Fra i molti particolari che non conoscevo mi ha colpito più di tutti il fatto che bisogna sempre atterrare contro vento, il contrario è considerato uno degli errori più imperdonabili che un pilota possa commettere. Mi sono chiesto subito come diavolo si possa sapere da che parte tira il vento stando per aria a quella velocità, anche perché stiamo parlando dell'aviazione dei primi trentanni del secolo scorso! Il libro cerca di spiegarlo tramite il dialogo fra lei e un altro pilota, ma non posso dire di avere capito bene. Si parla di una “manica”, dice proprio così, che si vedrebbe dal velivolo e che indica la direzione del vento: è sicuramente un termine tecnico che non conosco ma non posso dire che ciò mi abbia confortato più di tanto. Una cosa di certo credo di averla compresa e che mi rafforza nella mia totale diffidenza nel volo fisico e nella convinzione che esso non faccia per noi e sia una forzatura. Mi compiaccio mentre lo penso e mi sto godendo un paesaggio tedesco leggermente ondulato dal treno che mi riporterà a Milano in dodici ore. So bene che tutto questo è contro la statistica: i morti per incidenti automobilistici e anche ferroviari o marittimi (specialmente se si inseriscono le tragedie dei traghetti di migranti), sono molti di più dei morti per aerei che precipitano, eppure nonostante tutto questo, il volo fisico continua ad apparirmi una forzatura. Siamo animali di terra, e anche andar per acqua è un andare ancora per terra: non è tanto per la protesi in sé, perché lo sono ovviamente anche il treno e la bicicletta e persino le scarpe, ma è proprio il voler fare qualcosa che tutto nel nostro corpo suggerisce che si tratta di una forzatura. Fra i miti greci quello di Icaro non mi ha mai attratto anche se è entrato trasversalmente nei versi di una mia poesia, ma in modo obliquo. Prendere il volo alla lettera e non come metafora, come fece il povero sarto di Ulm, è un errore che ci costerà caro come altri e non è detto che non sia una parentesi destinata a finire. Vi è infatti nel volo fisico umano qualcosa di fragile: se il vento può condizionare un atterraggio, se un picchio che becchettava sulla fusoliera di uno shuttle (lo aveva bontà sua scambiato per un albero un po' particolare), impedì al mezzo di partire per una settimana, se una povera rondine che incappa nei motori di un aereo può farlo precipitare, beh, forse dovremmo capire che c'è qualcosa di intrinsecamente fragile nella pretesa di volare. La quantità di energia necessaria all'industria aerea è un altro indice della abnorme sproporzione fra costi e benefici. Lo scorso anno sono bastate le bizze di un vulcano islandese per mandare in tilt tutto il trasporto aereo europeo e a Berlino, quando per tre giorni di seguito soffia il vento siberiano gli aerei non partono perché il decollo è troppo pericoloso: mentre non c'è nessuna condizione estrema che impedisca di andare a piedi. Tutto ciò dovrebbe far riflettere e forse non è neppure detto che la scelta del trasporto aereo sia irreversibile. Icaro e anche il sarto di Ulm presero il volo alla lettera e non come possibile metafora di altro: forse c'era anche in loro una pretesa di poter raggiungere il cielo e dunque gli dei: più modesta la torre di Babele che era pur sempre piantata nella terra, ma anch'essa è finita come sappiamo. Forse Pegaso e l'immagine baudleriana dell'albatros sono le due immagini metaforiche del volo che pongono un limite alla hybris perché sottraggono il volo alla pretesa di colmare del tutto lo iato fra realtà e immaginazione.

16 Dicembre.
C'è solo un uomo di fronte al quale i miei ragionamenti sul volo fin qui fatti, devono fare un passo indietro: Angelo D'Arrigo. Si tratta di un un uomo eccezionale, di cui non sapevo nulla fino al 2006. Catanese d'origine si laureò presso l'Università dello sport a Parigi. Pilota di deltaplano e due volte campione del mondo della specialità a motore, decide a un certo punto della sua vita di smetterla con la competizione e di dedicarsi a un progetto ambizioso e generoso, sostenuto però da etologi e da scienziati e naturalisti come Danilo Mainardi: reintrodurre nel loro habitat naturale i rapaci in via di estinzione e nati in cattività. Seguendo la sua storia affascinante vengo a sapere un'altra cosa per me sconvolgente e che mi conferma comunque che nel volo fisico c'è qualcosa di arduo per tutti: i condor nati in cattività non sanno più volare e bisogna insegnare loro a farlo. Il maestro è proprio lui Angelo d'Arrigo, che avvalendosi di una tecnologia sofisticatissima ma a impatto assai limitato sull'ambiente riesce a trasformarsi in uccello e a volare con loro. Il programma denominato Metamorphosis, prende il via nel 2000 e prevede il reinserimento di due rapaci (il maschio Inca e la femmina Maia) nell'ambiente della cordigliera andina. I due esemplari apprendono il volo da lui, che li aveva allevati secondo le metodologie di Konrad Lorenz. Insieme, i due uccelli e Angelo, compiono un'impresa che ha del prodigioso: sorvolano la cordigliera andina a 10.000 metri di altezza, una quota che si riteneva fino a quel momento inaccessibile all'uomo. L'ultima parte del programma e cioè la liberazione definitiva di Inca e Maia, è stata portata a termine dalla Fondazione Angelo D'Arrigo, istituita dalla moglie di Angelo, Laura Mancuso, scrittrice e documentarista a sua volta, dopo la morte di lui, avvenuta a Comiso nel luglio del 2006 per uno sciagurato incidente aereo, durante un viaggio in cui lui, una volta tanto, era un semplice passeggero, ma anche l'ospite d'onore. La Fondazione D'Arrigo si occupa di fra l'altro di “dare dignità e benessere ai bambini e alle persone meno fortunate”. Sì, davanti al suo volo mi arrendo commosso.

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