mercoledì 28 marzo 2018

Musica, cultura e molto altro nell'intervista a Piero Pagliani

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"Note politiche. Musica e crisi in Wagner e Puccini"

Pierluigi Fagan intervista Piero Pagliani*

valkyrieD. Allora Piero, hai appena pubblicato un libro intitolato “Note politiche. Musica e crisi in Wagner e Puccini”. So che ami la musica, ma il tema sembrerebbe abbastanza singolare, visto che quando scrivi, scrivi di politica e di matematica. Cosa è successo?
R. Ho una passione per la musica. Da giovane l’ho studiata e da sempre amo Wagner. O meglio, amo la musica di Wagner perché Wagner non lo amo proprio per niente. Ad ogni modo, la lettura che do nei miei studi è politica.

D. Wagner è molto discusso da un punto di vista politico. Basti pensare al suo antisemitismo. Quale interesse politico trovi allora nella sua opera? Fu veramente un precursore del nazismo?
R. Sì e no. Nel libro sostengo che il nazionalismo di Wagner (1813-1883) non poteva essere quello che fu poi dei nazisti. I problemi, anche internazionali, del mondo tedesco all’epoca del compositore erano ben diversi da quelli della Germania unificata e sconfitta nella Prima Guerra Mondiale in un mondo che veniva drammaticamente trasformato dalla crisi dell’Impero Britannico che invece ai tempi di Wagner era ancora ben saldo. Tuttavia, il futuro nazismo condivise con Wagner un aspetto mitologico-politico: immaginarsi che i problemi erano causati da uno specifico e ristretto gruppo sociale. Wagner non pensava ancora ai complotti “demo-pluto-giudaici” ma era convinto che il mondo tedesco stava andando incontro al degrado per colpa degli effetti corruttori degli Ebrei, quasi come se fosse uno spiacevole fenomeno naturale. Una spiegazione mitologica, che in Wagner sopperiva all’incapacità o mancanza di volontà di analizzare in modo serio e scientifico i fenomeni. A tutti gli effetti il suo antisemitismo era un “socialismo degli imbecilli”, secondo la precisa definizione di August Bebel e Lenin.

D. Ma Wagner non aveva avuto anche delle idee socialiste che poi stravolse?
R. Wagner era nel comitato rivoluzionario di Dresda con Michail Bakunin durante la rivoluzione del 1849. Per questo venne condannato a morte in Sassonia. Poi terminò la sua carriera come compositore di Ludwig II di Baviera, che per altro non sopportava il suo antisemitismo, così come non lo sopportava Bismarck e non lo sopportava Nietzsche. Il Ring, cioè il ciclo dell’Anello del Nibelungo, segue parallelamente questa parabola. La segue così fedelmente che il disgustato Nietzsche accusò il compositore di aver tradito le “primitive intenzioni socialiste” del progetto Ring. Ma non poteva essere altrimenti: Wagner inizia il suo percorso sulle barricate di Dresda e finisce perorando una sorta di “socialismo” dall’alto, o di salvezza dall’alto (e perorando soldi e privilegi per sé). Non era nemmeno un percorso insolito. I sansimoniani iniziano socialisti e poi si rivolgono per la “giustizia” al potere statale (persino al pascià d’Egitto e al cancelliere Metternich). George Sand nel ’48 è socialista e rivoluzionaria e nel ’71 chiede apertamente che i Comunardi vengano fucilati, ammaliata dal “socialismo bonapartista” di cui parlava con disprezzo Marx.

D. A questo magari ritorniamo quando parleremo della Bohème di Puccini. Puoi adesso chiarire la parabola dell’Anello, del Ring? Mi sembra che in questo rivolgersi al Potere, Wagner per te abbia comunque visto qualcosa che i marxisti in generale non hanno visto. Un aspetto contraddittorio.
R. E’ contraddittorio sia l’oggetto, cioè il Potere, sia l’approccio di Wagner a questa contraddizione. Ma la contraddizione nell’oggetto è reale. Ovvero non esiste solo il potere economico e non è vero che tutto il resto gli è subordinato in modo monodirezionale. Come ha messo in evidenza Giovanni Arrighi sulla scorta degli studi storici di Fernand Braudel, esistono essenzialmente due poteri, quello economico e quello politico. Sono distinti (anzi, per Marx questa separazione è proprio il segno della fuoriuscita dal feudalesimo), ma devono allearsi e interagire. Hanno però logiche contraddittorie e finalità in linea di principio diverse. In sintesi il potere politico è territoriale, sociale, ha bisogno della società, mentre la società è un limite per il potere economico che è apolide, cosmopolita, antisociale. La contraddizione sta proprio nel fatto che i due poteri hanno però bisogno uno dell’altro. E’ in questa contraddizione che nascono gli spazi per il rovesciamento rivoluzionario. Ma gli spazi, non gli agenti né i moventi. Da qui infatti può nascere anche il rischio di aspettarsi una “rivoluzione dall’alto”, una dittatura illuminata – o nemmeno illuminata. E se non arriva, tanto vale puntare allora sulla fuoriuscita mistica, come alla fine fa il Wagner disilluso col Parsifal.

D. E quindi, l’Anello? Che potere è quello dell’Anello del Nibelungo che tutti vogliono?
R. Wagner lo dice esplicitamente nei suoi scritti: “L’Anello è un portafoglio di titoli borsistici”. Ma riesce a capire che un conto è il denaro e un conto è il potere di utilizzarlo per uno scopo, in particolare lo sfruttamento. Nel Ring il leitmotiv dell’Anello e quello del suo Potere sono distinti, ed entrambi in contrapposizione con quelli del Reno e della Terra.

D. Così i due Poteri e la Terra sono in contrapposizione?
R. E’ uno dei punti centrali del Ring. La Civiltà nasce con una serie di atti di divisione. Innanzitutto quella tra Uomo e Natura, con la mutilazione del Frassino del Mondo da parte di Wotan per fare la lancia (esercizio della forza) su cui scrive le rune, i “patti” che governano la società degli uomini (esercizio dell’ideologia). Poi la Civiltà richiede la divisione tra gli uomini, che è il passo successivo, la strutturazione in gerarchie-caste, prima funzionali e poi fine a se stesse. Le stesse rune divenendo fine a se stesse, finalizzate solo alla riproduzione del potere, saranno causa della corruzione della Civiltà. E non c’è nulla da fare, come ricorda Erda, la dea della Terra, a Wotan. Gli suggerisce però di cedere l’Anello ai Giganti che lo voglio – assieme a tutto l’oro rubato al Reno – come ricompensa per aver costruito il Valhalla, il palazzo del Potere.

D: Aspetta un momento, cos’è questa contrapposizione tra Valhalla e Reno. La costruzione del Valhalla è un capriccio degli dèi?
R: Il Potere politico ha bisogno di un luogo fisico, anche per rappresentarsi. E per difendersi. E’, come si diceva, il suo bisogno territoriale. Il Valhalla non è un capriccio, ma una necessità. Viene costruito con l’oro sottratto al suo stato primigenio nel Reno, cioè facendo violenza a uno stato di natura che però è paradossalmente “natural-nazionale”. In questa riduzione di problemi generali a problemi esclusivamente nazionali, c’è molto del succo del nazionalismo “rivoluzionario”, come quello dei fascismi, ma anche di scorciatoie che oggi vengono proposte non solo da destra.

D. Wotan cerca però di recuperare l’Anello dopo averlo ceduto ai Giganti. Perché?
R. Perché pensa di utilizzare il Potere – un potere unificato – per cambiare il corso rovinoso degli eventi. Per compiere una rivoluzione dall’alto, appunto. Un “socialismo dall’alto” in un certo senso, perché Wotan ha portato via l’oro del Reno e l’Anello al nibelungo Alberich coi quali il nano poteva sfruttare nelle sue fabbriche, descritte con tanto di suono di incudini persone che prima erano artigiani indipendenti E’ esattamente ciò che Marx chiamava la “sussunzione del lavoro al capitale”.

D. Però Wotan fa di tutto per suscitare e far intervenire l’eroe Sigfrido. Perché ne ha bisogno se lui è il signore degli dèi?
R. Wotan sa che è impelagato con le leggi, le rune. Sa che il suo potere deriva da esse, dai famosi “patti”. Glielo ricorda la moglie Fricka, glielo ricorda il gigante Fafner. Sa che il suo potere è limitato e ha bisogno di un eroe puro, non invischiato nella corruzione del Potere. Lui, invece, non è libero. La moglie l’ha costretto ad allontanare dal Valhalla l’adorata figlia Brunilde, la Valchiria, e renderla mortale, proprio perché ella ha seguito la legge del cuore e non quella scritta, parteggiando per il padre di Sigfrido nel suo duello mortale. Che era anche il desiderio di Wotan, ma proibito dalle norme politiche e sociali, che Fricka sbatte in faccia a Wotan. Ora il signore degli dèi ha quindi bisogno di “qualcuno più libero” di lui per fermare la catastrofe.

D. In realtà non si capisce molto bene cosa debba fare Sigfrido.
R. E’ vero! Sigfrido stesso non saprà mai bene cosa fare e perché. Quando uccide il gigante Fafner, tramutatosi in drago, per prendergli l’Anello, Fafner stesso si accorge che Sigfrido non lo ha fatto seguendo un suo piano e Sigfrido non saprà mai nulla del potere dell’Anello. Lui crede solo a ciò che appare, alle cose che vede e che sente. Gli altri protagonisti gli dicono cose a cui lui crede mentre i leitmotive ci avvertono che stanno pensando l’opposto e ci raccontano le trame del Potere che l’eroe puro non intende. L’unione con Brunilde avrebbe dovuto, almeno nelle intenzioni di Wotan, far capire qualcosa a Sigfrido. Ma Sigfrido deve ammettere di non aver compreso nulla di quello che lei ha cercato di spiegargli.

D. Tu a un certo punto parli del “marxista” Sigfrido.
R. Già. Mi riferisco a chi ha una visione, come dire, ideale e astratta del pensiero di Marx, a chi vuole il “ritorno a Marx” dimenticandosi che – piaccia o meno – solo Lenin ha fatto una rivoluzione comunista. E, come scriveva Gramsci, l’aveva fatta proprio “contro Il Capitale”, cioè ad onta delle letture ortodosse di Marx, ma anche ad onta dei begli ideali che su questo Marx “purissimo” si sono cuciti. Senza un pensiero politico e strategico raffinato il “marxista puro” non va da nessuna parte. E un pensiero politico e strategico raffinato non è compatibile con le bellezze ideali parallele alle bellezze logiche del pensiero di Marx che tanto esaltano i “puristi”. Marx scrisse che chi gli accreditava di aver scoperto le “leggi” dello sviluppo storico universale, gli faceva “troppo onore e troppo torto”. Troppo torto perché Marx sapeva bene che le cose sono molto più complesse di come si riescono a raccontare con rigore logico, come ben sapevano Gramsci e Lenin.

D. Detto da uno che si occupa di logica matematica sembra un paradosso.
R. Non più di tanto. Io i risultati li faccio nel dormiveglia e dopo esserci girato intorno menando il can per l’aia e pensando a cose che c’entrano e non c’entrano. La stesura logica di un risultato matematico ha molto poco a che fare col processo della sua scoperta. So che a te Hegel non piace. Beh, questo Hegel effettivamente non lo aveva capito. Nella Fenomenologiacritica la Matematica perché sostiene che l’oggetto della dimostrazione sia estraneo alla dimostrazione stessa. In realtà è spesso estraneo all’esposizione della dimostrazione, non al processo della sua dimostrazione.

D. Ritorniamo a Sigfrido. Quali sono i piani di Wotan su di lui?
R. Quando Wotan suscita Sigfrido, è il vecchio Wagner che suscita il giovane Richard delle barricate di Dresda, il portatore degli ideali e delle intenzioni che devono essere fatti propri da chi possiede il potere. Il potere politico, però. Wagner capisce proprio questo: il potere politico può entrare in contraddizione con quello economico e in questa contraddizione occorre intervenire. Questa contraddizione fu ben descritta da Karl Polanyi quando parlò di “doppio movimento” (altro che Stato come semplice “comitato d’affari della borghesia”!). Ma opportunista qual è, Wagner diventa il miserabile e altisonante vate della rivoluzione dall’alto e l’analisi dei problemi economici e sociali viene ridotta all’esistenza di un particolare gruppo sociale, gli Ebrei: socialismo (dall’alto) degli imbecilli! In questo è indubbiamente un precursore del fascismo.

D. Come aveva affermato Theodor Adorno.
R. Si ma con ragionamenti che non condivido del tutto. In particolare non condivido l’approccio, cioè quello della “dialettica negativa”. In realtà è in generale il ragionamento accademico che non mi convince fino in fondo, nemmeno quello raffinatissimo di Adorno.

D. Per finire con Wagner: chi è Brunilde in tutto ciò?
R. Brunilde è l’unica figura positiva del Ring. E’ l’Eterno Femminino che riscatta (immolandosi). Lei capisce, e capisce fino in fondo, le schifezze del Potere, capisce che occorrono eroi puri ma sa che devono essere messi sull’avviso dei trucchi e delle perfidie del Potere. Lei stessa ne rimarrà vittima. Tra Sigfrido e Brunilde non c’è gara: lui è stupido, arrogante, ingenuo. Lei tutto il contrario.

D. Ma, per passare a Puccini, anche Mimì e l’Eterno Femminino?
R. In un modo tutto particolare, sì. E in un mondo tutto particolare, fatto di piccole cose: fiori finti, caminetti, cuffiette rosa, zimarre, manicotti, libri, trombe e cavallini. Persino la crema viene citata nel secondo quadro, quello al Caffè Momus. Qui non ci sono anelli, oro, elmi, draghi, palazzi, lance. Gli unici gioielli sono gli orecchini che Musetta porterà ai pegni per comprare il manicotto alla morente Mimì. Quel che c’è, anche in Bohème, è il Potere del Denaro. Anche se non si vede, ma rimane fuori scena, seppure abbia un ruolo chiave nella tragedia: è il Viscontino che fa ingelosire Rodolfo e che non si vede mai. Ed è giusto che sia così, perché il Potere del Denaro è in larga misura impersonale.

D. Nel tuo saggio c’è una polemica esplicita con un certo femminismo post-moderno che afferma che le grisettes come Mimì erano parte integrante della sottocultura bohémienne. Cos’è che non ti convince di questa affermazione?
R. Quello che non mi convince è la stessa cosa che non amo del modo di ragionare della sinistra oggi. E’ vero, c’è un femminismo che sostiene che Mimì sia una bohèmienne. Questo modo di ragionare è un riflesso di quello che poco prima ho chiamato “approccio accademico”. Secondo questo modo di affrontare le cose, tutto dev’essere riportato all’unico punto di vista che l’intellettuale che scrive ritiene ammissibile: quello culturale. E’ il classico gatto che si morde la coda descritto in modo mirabile da Gayatri Chakravorty Spivak nel suo famoso saggio “Can the Subaltern Speak?”. E’ un saggio di 35 anni fa, che molti citano, ma che in pochi hanno realmente, non dico capito, ma introiettato. E’ un problema politico-epistemologico: “Cosa succede quando un non subalterno pretende di essere la voce di un subalterno, che voce non ha?”. Spesso si pratica una sorta di paternalismo che stravolge la realtà del subalterno perché la descrive a immagine e somiglianza del descrivente e degli strumenti del descrivente. Così dato che il descrivente è un professionista delle costruzioni sintattiche e in queste costruzioni usa i concetti che gli consentono, appunto, di essere un professionista e non essere espulso dal club, tutto diventa un bla bla, i problemi diventano blabla e le soluzioni bla bla di bla bla. E’ molto post-moderno E’ molto post-moderno escludere dall’analisi la realtà e i suoi fenomeni profondi asserendo, di fatto, che tutto si risolve nel discorso. Lo denunciava già Noam Chomsky anni fa. L’intellettuale deve avere un rispetto filologico per ciò che descrive, direi persino un amore per esso. Altrimenti parla di sè.

D. Quindi quale “tradimento” compiono queste femministe, oltre a quello di essere – ed è paradossale – “paternaliste”?
R. Semplice: Mimì e le grisettes come lei non sono bohémienne donne, sono lavoratrici. Il termine stesso, grisette, viene dal colore della stoffa di poco conto dei loro vestiti lavorativi. Il bohémien (maschio) è invece un aspirante professionista intellettuale che abolite con la rivoluzione borghese le corti che sponsorizzavano artisti, scrittori e pensatori, deve trovare uno spazio nel mercato (capitalistico) delle merci, deve vendere i suoi prodotti e il suo talento. Mimì è una cosa totalmente differente: è una semi-proletaria di recente inurbamento e solo contigua alla bohème.
La differenza è lampante proprio nella reciproca presentazione di Rodolfo e Mimì, quella che si apre col celeberrimo “Che gelida manina”. I due usano linguaggi e dicono cose che più differenti non potrebbero essere. Si pensi a Rodolfo: “Chi son? Sono un poeta. E cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo!”. Come risponde Mimì? “A tela o a seta ricamo, in casa e fuori.”. Che semplicemente vuol dire: io per vivere, invece, lavoro, ricamo a domicilio o in laboratorio. Le grisettes spesso erano anche commesse nei nascenti grands magasins. Cioè facevano parte del ciclo dell’industria tessile urbana della prima metà dell’Ottocento.

D. Però le grisettes e i bohémiens se la fanno tra loro.
R. Certo, abitano tutti nello stesso posto, al Quartiere Latino, perché lì gli affitti sono più abbordabili. Fanno parte dello stesso tessuto urbano ma non dello stesso tessuto sociale e culturale. Certo la contiguità e la curiosità e fascinazione delle grisettes, le porta a interessarsi di ciò che bolle in pentola nella bohème. Ma ciò non vuol dire farne parte. Si portano esempi che non reggono. Fare la modella, ad esempio, sarebbe una prova del loro inserimento. A parte il fatto che le modelle erano solitamente professioniste e organizzate in agenzie, Mimì, nel romanzo-verità scritto da Henri Murger da cui è tratta l’opera, non fa la modella perché è una musa ispiratrice, ma per poter sopravvivere, quando i suoi rapporti con gli amici bohémiens si sono già affievoliti.

D. Sembra di capire che tu non ami molto gli amici bohémiens di Mimì. Ha a che fare con la tua critica alla sinistra odierna?
R. Lo dico apertamente: amo di più la lavoratrice Mimì che i suoi amici bohémiens.
La cosa che mi infastidisce molto di questo pensiero postmoderno è il disprezzo per la lavoratrice Mimì e il tentativo del tutto artificiale di catalogarla in un ambiente diverso, quello di studenti, artisti, artistoidi e letterati che cercavano un loro posto al sole nel mercato culturale – anche attraversando disagi, ovviamente – dove le contraddizioni erano tutte interne al mondo borghese.
E non si accorgono di una cosa che a una femminista della generazione precedente non sarebbe sicuramente sfuggita: tra grisettes e bohémiens – al maschile perché la bohème era un ambiente maschile – c’era una differenza di classe che faceva tutt’uno con la differenza di genere.
Mimì viene invece arruolata d’ufficio in un gruppo sociale nel quale in realtà non è inserita e non può esserlo. Il dato sconvolgente, reale, materiale e storico del processo di emancipazione femminile attraverso il lavoro offerto dalla nuova metropoli capitalistica, un’emancipazione che passa sotto forche caudine materiali, valoriali, antropologiche, questo processo viene di fatto disprezzato perché si apprezza solo la sottocultura bohémienne che si pretende che sia alternativa a quella borghese.  Ma non è così. Non è un caso che a morire sarà Mimì, la cellula debole del gruppo. Nel romanzo di Murger, dopo la morte di Mimì (che avviene solitaria in ospedale) tutti i bohémiens invece si sistemeranno.

D. Quindi la bohème non viene salvata sotto nessun punto di vista?
R. La bohème ha i suoi lati positivi come tutte le contraddizioni. Ma era proprio uno dei problemi che si ponevano Gramsci e Lenin quello di far collaborare la “critica artistica al capitalismo” con la “critica sociale”, per usare i due concetti che Luc Boltanski ed Eve Chiapello hanno introdotto nel loro “Il nuovo spirito del capitalismo“. Per un po’ Lenin ci riuscì, visto che fu il bohémien Vladimir Antonov-Ovseyenko a guidare l’assalto al Palazzo d’Inverno.

D: E’ passato un secolo da allora.
R: Molto di più: è passata un’epoca geologica. Per molta sinistra vociferante e à la pagesembra che essere lavoratrici e lavoratori sia una cosa vergognosa, da nascondere. La cosa cool è invece essere parte della “Cultura”, che poi è in definitiva quella “Certa Kual Kultura” di Stefano Benni, quella con la “K”, quella che strepita, che magari dà scandalo, ma non fa danni seri. Fa così pochi danni che alla prima rappresentazione della piece teatrale collegata al romanzo di Murger presenziò niente meno che Luigi Bonaparte.
La Storia non si ripete mai due volte allo stesso modo, ma certi schemi ricorrono. Noi stiamo rivivendo una sorta di tramonto del Secondo Impero dove una sorta di neo “socialismo bonapartista”, come lo chiamava Marx, (leggi: il buonismo, il politicamente corretto, i “diritti umani”, il sinistrismo filo-imperiale) diventa copertura e scusa per gli affari più loschi e per operazioni senza scrupoli. Anche oggi, come dopo il massacro della Comune, a “ingombrare” gli spazi pubblici “con i suoi lacchè, i suoi ladri in guanti gialli, con la sua bohème di letterati e con le sue cocottes” c’è la razza dei vincitori dello scontro di classe “ricca, capitalista, coperta di soldi, infingarda”. Fa impressione rileggere questa descrizione di Marx della Parigi post Commune, perché sembra una descrizione di oggi di New York, di Londra, di Milano.

[Il libro si può trovare qui: https://www.amazon.it/Note-politiche-Musica-Wagner-Puccini-ebook/dp/B075TT92M9 ]

Piero Pagliani dopo essersi laureato in filosofia con una tesi in Logica ha lavorato come consulente di intelligenza artificiale, sistemi esperti e gestione della conoscenza. E’ stato professore a contratto di Teoria dei Modelli e visiting professor di varie università indiane nell’ambito della logica matematica e del soft computing, campi nei quali ha pubblicato libri e articoli scientifici e tenuto lezioni e conferenze in diversi Paesi. Piero Pagliani è fellow dell’International Rough Set Society e membro del Calcutta Logic Circle.
E’ autore di libri e di articoli di carattere politico con un fuoco particolare sulla situazione internazionale.
Appassionato di musica, ha studiato chitarra classica e segue l’opera lirica da sempre. Attualmente è immerso nello studio della produzione operistica e strumentale del compositore moravo Leóš Janácek.

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