martedì 2 dicembre 2008

Agenda di scrittore: romanzo

20 Maggio. Fatico a riabituarmi ai ritmi milanesi; è passato un tempo lunghissimo da quando ero partito e ci vuole un po' prima che il tempo reale si ricongiunga a quello interiore.

21 Maggio. Il telefono mi riporta alla realtà.

22 Maggio. Mi sono trascinato per casa.

19 Maggio. Gare di atletica di mio figlio, alcuni problemi scolastici per l'altro figlio...

20 Maggio. La fase di esaurimento sta finendo; il forno è sempre acceso.

1 Giugno. Scribacchio qualcosa ma non è attinente al romanzo.

2 giugno. Il lavorio di questi giorni ha prodotto due poesie.

9 Giugno. La poesia è un colpo di fucile, la prosa mai. La poesia ti colpisce e ti lascia atterrato; è difficile fare altro dopo che un testo è nato davvero. Inutile cercare di scrivere, meglio farsi un aperitivo e cucinare un buon arrosto...

11 Giugno. È cominciata l'estate, si capisce dal colore del cielo. Giugno è il mese più solare; l'estate, tuttavia, comincia davvero solo quando fra il clima di mare e quello di mezza montagna non vi è più quella linea sottile di divisione che li separa e che corre esattamente a metà strada fra la città e il mare, proprio dove si trovava un grande leccio. In nessun'altra stagione la linea scompare come in estate. All'inizio, prima che questo avvenga, capitava spesso che, tornando dal mare, s'incontrasse la pioggia dopo quel leccio. Ora quel leccio non c'è più, ma è rimasta la pioggia, come oggi…

19 Giugno. L'estate è tempo di scritture frammentarie, poco adatte al fiume della narrazione. La lettura sostituisce in parte la scrittura, e poi le serate trascorse insieme agli amici, grandi avventure dello spirito in cui lo scambio avviene attraverso la parola che non lascia tracce ma costruisce eventi memorabili, cui non siamo più abituati. Non mi par vero sia tornata questa stagione, quella in cui la verità, per dirla con Stevens, è un giro intorno al lago.

20 Giugno. Il mio giro sul lago di questa sera è la preparazione di una zuppa di pesce, un piatto che richiede al tempo stesso rigore e fantasia, proporzioni esatte e scansioni regolari del tempo e apparati robusti; ma si consuma senza lasciare tracce, gustosa e digeribilissima in poco tempo tanto da lasciare dietro di sé un senso di vuoto e di rimpianto. Come un buon libro che si vuol finire in fretta, tanto ci attrae e poi si rimpiange di aver finito.

21 Giugno. Anche un'opera d'arte necessita degli stessi ingredienti e dosaggi.

24 Giugno. Letture e chiacchiere.

25 Giugno. Si ripete, come ogni anno, il rito sempre nuovo della grigliata sulla spiaggia, davanti al sole che tramonta e ai cavalli che passano ogni sera dopo che gli ultimi bagnanti si sono ritirati.

26 Nulla d'importante.

27 Giugno. La questione degli animali ha ripreso a tormentarmi; che farne in un viaggio simile? Come trattare questo eterno problema. Le parti del romanzo che mi hanno occupato fin qui avevano lasciato un po' ai margini la questione, che ora torna a farsi urgente; riprenderò in mano il polveroso Graves, dimenticato qui per un anno intero; come il mio vecchio costume da bagno, ritrovato ancora appeso a un ramo sporgente dove l'avevo messo ad asciugare.

29 Giugno. Dopo una giornata memorabile c’è sempre bisogno di una sosta. Ieri sera a tavola, tutti insieme, le parole tessevano una tela invisibile e calda dentro cui ciascuno si sentiva a proprio agio. Sì, questi eventi di parole sono quanto di meglio ci si possa augurare nella vita, lasciano i segni più duraturi e autentici.

2 Luglio. Sono partiti in molti, altri ne arriveranno a giorni, l'estate si è adagiata nella sua molle e statica continuità, l'inerzia avvolge i pensieri e gli alberi; persino il mare. A sera una nebbia sottile vela i tramonti, insinua un dubbio.

8 Luglio. L'idea non è sempre una costrizione cui deve corrispondere un'altra costrizione legata al tempo e allo spazio; in altre parole quello che Alfieri indicava come la necessità di legarsi al tavolo di lavoro, metodicamente, secondo una scansione monotona del tempo; per esempio, tutte le mattine dalle nove alla una. A volte è un'uscita dalla prigione… Hemigway aveva proprio torto; scrivere può rendere felici e dunque la sua famosa sentenza… che se si è troppo felici di vivere non vi è alcuna necessità di scrivere è superficiale e addirittura mediocre. Può essere vera per chi vede nella scrittura solo valenze terapeutiche, ma non vale per lo scrittore vero; tanto meno per il poeta.

9 Luglio. La scrittura è un prendersi cura di sé che vuole diventare un prendersi cura di tutti il suo e valore terapeutico non può essere negato. Solo che questa terapia non cura una malattia, è terapeutica nel senso che con il suo tramite si costruisce il sé positivo, in altre parole essa corrisponde nell'adulto (come bene ha intuito Winnicott) al gioco di fantasia del bambino. Il bambino mentre gioca non cura una malattia, cura se stesso e la possibilità di svilupparsi come essere pienamente umano. Tuttavia la cosa non finisce qui; perché la scrittura è anche una malattia, o un vizio, è stato detto. E poi per scrivere come per esprimersi o fare gli attori bisogna essere dei bei narcisi... Mah, ci si capisse qualcosa!

15 luglio. Mi sento di nuovo in gabbia.

16 luglio. Le domeniche sono giorni a sé, anche d'estate; le spiagge si riempiono di turisti occasionali, le automobili occupano tutti gli spazi, i musei non sono frequentabili; improvvisamente, come un segnale di guerra, la domenica scandisce il ricordo di ciò che ci attende domani, quando ritornando a casa...

18 luglio. Ho letto tutto il giorno: Canetti, Stevens, alcuni manoscritti.

19 luglio. Ho ripreso a leggere il ritrovato libro di Graves sui miti.

1 Agosto. Coltivare un orto è sempre stata una delle mie segrete passioni. Piantare qualcosa dopo aver rassodato la terra e stupirsi a ogni crescita, non crederci finché un giorno non vedi spuntare un esile stelo e poi, sollevando lo sguardo, accorgersi che uno spruzzo di verde si è insinuato nel marrone scuro delle zolle. Allora ci si crede e si ha la forza di continuare, una forza che deve però continuamente rinnovarsi, bisognosa di vigile dedizione; ma anche del distacco e del tempo. Così le piantine crescono entro il loro spazio definito, la loro libertà diretta verso l'alto, segnata da confini, entro i quali si dispiega la loro forza tranquilla e la differenza che li separa dalle piante vicine, dalla terra appena mossa, dal bosco, in uno sfocare dei confini.

Agenda di scrittore: Capitolo terzo

Capitolo terzo.

Sono le ore 7.45, c'è molta nebbia, è martedì e vi hanno telefonato in molti.”
“Mm, ciao Z40, vedo che sei in forma, molto più di me."
“Le ho chiuso io il libro questa notte, lei si era addormentato.”
“Hai detto che hanno telefonato in tanti.”
“Si, volete sentire la registrazione dei messaggi?”
“Si, ma prima preparami un buon caffè.”
“Già fatto signor Fanti.”
“Oh bene! Forza allora.”
Fanti sorseggia lentamente dalla grande tazza riempita fino a metà; ascolta i messaggi che Z 40 fa scorrere sul nastro, alternando sorrisi a nuovi sorsi; finché lo scatto della segreteria segnala che gli ascolti sono ultimati; ma non è tutto.
“Alle ore 16 ha telefonato vostra figlia Silvia, ma non ha lasciato messaggi, alle ore 16.30 ha telefonato vostro figlio Michael ma non ha lasciato messaggi.”
“Non dirmi che ha telefonato anche la mia ex moglie.”
“Proprio così ed anche lei non ha lasciato messaggi… poi ha chiamato la signorina Luce e ha lasciato questo messaggio che le ho scritto qui: Radjapur vuole vederti, appuntamento ristorante indiano questa sera, comunicazione importantissima, disdici tutti gli impegni.”
“Mm chiama subito la signorina Luce e dille che sta bene… ma non ti ha detto di che cosa si tratta?"
"No, signore, ma… aveva un'aria misteriosa…"
"D'accordo, vedremo di che cosa si tratta. Ora fai in modo che nessuno mi disturbi, ti prego. Sono gli ultimi giorni, voglio riposarmi e dormire; portami il libro, non so dove l’hai messo e se qualcuno telefona prendila tu la chiamata; avvisami soltanto se mi lascio scappare l’ora dell’appuntamento... a meno che non si tratti di telefonate di priorità uno o gravità quattro.”
"Non dubiti signor Fanti."

venerdì 14 novembre 2008

Presentazione

Anni fa, molto prima che i blog nascessero, mi venne l'idea di un romanzo un po' particolare che prese spunto dalla lettura contemporanea, di una notizia giornalistica e del un brano di un libro scritto da uno storico che amo molto: Fernand Braudel. Quest'ultimo, parlando del 1500 nel secondo volume della trilogia I tempi del mondo affermava a un certo punto (cito a memoria), che "dopo la scoperta dell'America, un uomo avrebbe potuto trascorrere la sua intera vita in nave e in mare, spostandosi da un porto dove comperare merci a un altro dove venderle." Per ragioni del tutto casuali, nello stesso giorno mi corse l'occhio su una notizia giornalistica: un gruppo di scienziati, dando per scontato che il pianeta Terra forse ormai indirizzato verso la catastrofe, stava progettando una grande astronave su cui caricare quante più persone possibili per andare a cercare fortuna da qualche altra parte. La combinazione di queste due informazioni, di natura certo diversa fra loro quanto a consistenza scientifica, ma emblematiche del nostro tempo e dai rimandi mitici evidenti, mi colpirono molto. Da una mi sentivo ricacciato in un passato che poteva anche essere affascinante, ma noto; da quello sfondo poteva nascere un romanzo storico. La seconda mi proiettava in un futuro che avvertivo inquietante e anche un po' demenziale. Infine c'ero io alla mia scrivania che vivevo nel presente, come tutti noi che leggiamo notizie e libri. Un pensiero cominciò a lavorarmi dentro: come tenere unite queste tre dimensioni? L'idea del romanzo si fece strada pian piano come tentativo di risposta a questo interrogativo e così cominciai a scriverlo.
Un'ultima questione: perché non proporlo a un editore? La scelta iniziale di non farlo fu dettata dal buon senso: non ero sicuro io stesso che la cosa funzionasse e il progetto (se avrete la pazienza e la voglia di leggere capirete perché) lo avvertivo assai arrischiato. Poi, quando sono nati i blog, mi sono immediatamente reso conto che quello sarebbe stato lo strumento adatto per dare forma a una narrazione così particolare e ne sono convinto più che mai; se poi in un futuro tutto questo potrà avere anche una vita cartacea, è questione appunto da lasciare al futuro.
Franco Romanò

Agenda di scrittore: romanzo

1 Febbraio. Fino a pochi anni fa la pratica di scendere o salire dagli autobus o dai tram da tutte le porte era diffusa soltanto fra alcuni ragazzi e ragazze delle scuole medie superiori; poi furono i giovani immigrati a seguirli, specialmente se in gruppo. Ora é una pratica diffusissima alla quale si abbandonano anziane signore, giovani, vecchi e uomini di mezza età, in modo spesso aggressivo perché bisogna cogliere di sorpresa ed anticipare coloro che intendono usare le porte nel modo appropriato. Passato un po’ di tempo, comunque, tutti si sono adeguati alla situazione in modo flessibile: cioè secondo il rapporto di forza numerico fra chi sale e chi scende.

2 Febbraio. Un giovane uomo della provincia di Vicenza è stato rapito per ragioni misteriose. Le sue condizioni economiche non permettono di risalire ad un movente economico. Tuttavia il suo stato generale ben più terrorizzato di quello in cui si trova un ‘normale’ rapito, consapevole delle ragioni del sequestro, fanno escludere che si sia trattato di uno scambio di persona, ma piuttosto di una scelta casuale della vittima, finalizzata a scopi precisi. L’uomo ha infatti raccontato che sono stati compiuti sul suo corpo esami clinici di varia natura, naturalmente gestiti da personale specializzato e competente. L’ipotesi più probabile formulata è che fosse stato scelto per un eventuale uso di parti del suo corpo come pezzi di ricambio e che poi il progetto sia stato abbandonato poiché il soggetto non era un’offerta compatibile con la domanda.

16 Febbraio. La violazione di piccole regole non è mai disgiunta dalla violazione di grandi regole. In entrambi i casi avviene che la società civile si sta appropriando di pezzi di funzioni normalmente delegate allo stato, alle istituzioni locali, alle leggi, ai regolamenti al semplice buon senso consuetudinario in nome del quale non si attraversa il semaforo con il rosso e non si percorre un senso unico nella direzione opposta. Tutto questo, invece, oggi accade in una misura ampia, dilagante.
La diminuita autorità dello stato e di ogni forma di regola avviene impercettibilmente ogni giorno, sotto i nostri occhi. L’autogestione della società si pone come una possibilità reale governata dalla ferocia dei gruppi sociali o dalla dabbenaggine di altri. Il potere, ritirandosi dalla rappresentazione formale della legge nella sua impersonalità, la delega alle culture concrete che si agitano e si azzannano nella sterminata landa sociale: ad ognuno il suo diritto, ad ognuno il suo arbitrio, ad ognuno la sua legge.

17 Febbraio. Lo stato/nazione è in crisi un po' dappertutto, sottoposto a due assalti convergenti in un unico punto. Il primo viene dal 'mondo dell'economia' un eufemismo per indicare il processo di globalizzazione. L'internazionalizzazione del capitale finanziario travolge i vecchi vincoli statali che offrono minori o maggiori resistenze a seconda dei casi. Il secondo assalto viene dalla società civile e si manifesta in un impasto di barbarie spicciola, piccola e grande violazione di regole, autogestione criminale di pezzi di società, di città, di territorio: a Los Angeles come a Palermo, ad Algeri come a Milano. Talvolta questi comportamenti assumono forma politica, traducendosi in linguaggi etnico/tribali, localistici, di clan, di lega.

22 Febbraio. Ciò che ha inferto, dal punto di vista del diritto e della legittimità (parlo di legittimità in senso giuridico, etico e anche simbolico e non riprendo il discorso appena accennato sui fattori economici), il colpo decisivo alla credibilità dello stato nazione é la detenzione degli arsenali nucleari e delle altre armi di distruzione di massa. Il possesso di questi ordigni ha minato alla base la pietra angolare della legittimità del monopolio della violenza in quanto minor male poiché la quantità di violenza detenuta dagli stati era ed é sufficiente a minacciare la vita e l'esistenza dell'intera specie umana e non può esistere per definizione violenza più grande di quella che consente la distruzione della vita sulla terra.

23 Febbraio. L'effetto più evidente e sotto gli occhi di tutti del venire meno autorità dello stato è l’assunzione da parte della società civile di prerogative statali e tale processo avviene in modo casuale, secondo la tecnica del saccheggio. I paesi d'oltre Elba, la Russia e le altre repubbliche un tempo appartenenti all'Unione Sovietica, sono il paradigma di questo tipo di appropriazione; ma lo sono soltanto come limite estremo, non perché da altre parti il fenomeno non sia lo stesso; la differenza é puramente quantitativa. La casistica é senza limiti: si passa dalla vendita di motociclette e vestiario dell'Armata Rossa sull'Unter den Linden alla svendita di apparecchiatura militare o civile (sistemi di puntamento, occhiali a raggi infrarossi per sparare al buio, carabine di precisione).
Si va dalla vendita di carri armati sotto costo ai missili smontati e impacchettati per pezzi e spediti ovunque. Infine non poteva mancare il pret a porter nucleare: valigette piene di plutonio che attraversano le frontiere, commercio di armi atomiche e batteriologiche. Nel passato recente della storia europea, una massiccia sostituzione della società civile allo stato e l’assunzione da parte di quest’ultima di prerogative statuali, avveniva soltanto nei momenti rivoluzionari, ma era in fondo sempre finalizzata all’instaurazione di un potere statale diverso. Fatto, questo, ben diverso dai fenomeni cui stiamo assistendo oggi.

25 Febbraio. La deriva degli stati e il gap di credibilità ormai accumulata da tempo, travolge il pensiero pacifista e le sue pratiche. Lo travolge perché il pacifismo è, nelle sue componenti più politiche, figlio di una certa concezione dello stato. Gandhi poté sconfiggere il colonialismo inglese perché lo stato inglese si riconosceva in un patto comune e nell’esistenza di regole inviolabili. Gli indiani in fondo se la cavarono con poche migliaia di morti perché lo stato inglese non poteva in quel tempo oltrepassare certi limiti. Questa la forza di Gandhi; una forza peraltro inutile e impotente di fronte al conflitto etnico che è uno dei tanti esempi di assunzione da parte della società civile di prerogative statuali. La morte di Gandhi era già allora una metafora del fallimento del pacifismo, ma lo è tanto più oggi quando manca a quel movimento un interlocutore degno di questo nome. Si può essere non violenti con Clement Attlee, ma come si può esserlo con la Mafia o il cartello di Medellin, cioè con settori della società che gestiscono direttamente interessi materiali, controllo del territorio, che assumono su di sé prerogative statuali, tanto che si parla comunemente di ministro degli esteri di Cosa Nostra e altro ancora? E come si può esserlo con le parti opposte di un conflitto etnico dove l’obiettivo è quello di distruggere l’identità dell’altro, secondo una modalità di conflitto che ripercorre all’indietro tutta la supposta scala evolutiva, fino a raggiungere il rito tribale. La domanda capitale, angosciosa, che sale dall’urlo silenzioso delle donne algerine, o da quelle jugoslave è proprio questo: come possiamo difenderci?
La risposta pacifista appare in questo contesto l’ennesima manifestazione di boria occidentale.
Anche il dibattito sulla pena di morte sta assumendo un livello nauseante. Ciò che irrita maggiormente non è la protervia di quegli stati che conservano questo residuo potere al quale si attaccano disperatamente per sottolineare le loro prerogative dopo che hanno perso le altre; è piuttosto il tono saccente ed al tempo stesso impotente degli oppositori ad irritare. Nessuno, ma proprio nessuno avverte la stridente contraddizione che esiste fra la mobilitazione sul caso O’Dell e più ancora su quello di Carla Tucker e l’imbarazzato silenzio di fronte ad una pratica quotidiana della condanna a morte esercitata un po’ ovunque nel mondo da gruppi, micro stati, micro gruppi criminali che la attuano in modi che non riconoscono alcuna regola se non quella del proprio clan di appartenenza? La pena di morte esiste, è un modo di organizzare il conflitto attraverso l’intimidazione di massa e non viene praticata solo dagli stati.
Proviamo un momento a pensare come possano vivere un brillante dibattito sulla pena di morte in televisione alcuni dei soggetti ricordati in precedenza, ma anche altri: l’immigrato delle grandi città che può essere bruciato vivo mentre dorme, non da un fantomatico stato, ma da una scheggia razzista impazzita della società civile; oppure l’abitante di certe zone ad alta concentrazione mafiosa o criminale in genere, dove la minaccia alla vita delle persone non viene solo da parte di un fantomatico stato che spesso non esiste, ma viene organizzata, gestita e praticata, da pezzi di società civile criminale cui lo stato, complice o meno ha di fatto delegato funzioni proprie? Sentire gli uni decantare le ragioni del mantenimento della pena di morte e gli oppositori rispondere con gli argomenti di Verri e Filangeri apparirà a questi poveretti semplicemente grottesco.
Ma anche il garantismo ne esce a pezzi nei paesi occidentali perché pensa di avere di fronte a sé il vecchio stato e non capisce che uno dei capolavori del capitale è quello di delegare direttamente a settori della società civile (aizzandoli come nel caso della Lega, oppure facendo patti con i poteri criminali al di fuori della mediazione politica e statale), la funzione di controllare e reprimere altri pezzi di società civile che non si omologano. In questo caso, a chi vanno chieste le garanzie? Di fronte a questa domanda radicale l’intelligenza di quello che si chiamava una volta movimento antagonista ne esce completamente obnubilata, i garantisti nostrani non sanno più distinguere fra capi mafiosi e detenuti politici.

29 Febbraio, ore 1. “ Ci siamo messi il passamontagna per renderci visibili....Spesso mi domandano: perché non vi togliere il passamontagna?...Volete vedere che volto c’è dietro il passamontagna? Mettetevi davanti ad uno specchio e guardatevi”.
Il subcomandante Marcos non perde occasione per ripetere questo concetto con parole sempre diverse ma dal contenuto analogo.
Come in Storia di Garabombo l’invisibile di Manuel Scorza, gli indigeni chiapanechi si sono accorti di essere invisibili a tutti; non soltanto al potere costituito che li ha sempre trattati come suppellettili vendibili insieme alle terre sulle quali vivevano, ma anche alle forze democratiche rivoluzionarie o riformiste che fossero, per le quali la popolazione indigena dell’America Latina è sempre stata un geroglifico sociale, fastidioso da interpretare. Mettendosi il passamontagna e occupando militarmente con le loro poche e per certi aspetti patetiche armi, parte del territorio su cui vivono, hanno rivendicato il diritto alla parola. Prendere le armi per parlare e non per prendere il potere, come recita uno dei punti centrali del loro programma politico. Dello zapatismo si possono dare molte definizioni. L’aspetto che vorrei mettere in luce coerentemente con quanto detto finora è il seguente: il movimento può essere visto anche come un pezzo consistente di società civile che si auto organizza ma che non intende fondare un nuovo stato. E’ un movimento, in altri termini che accetta una sfida che appare modernissima: la battaglia per un cammino diverso dell’umanità si combatte organizzando pezzi di società civile, per farne un baluardo non soltanto nei confronti dello stato e delle sue istituzioni, ma anche nei confronti di possibili derive della società civile stessa. E’ un’interpretazione originale di alcuni capisaldi della riflessione gramsciana (Gramsci gode di grande fortuna in tutto il mondo, ultimamente, tranne in Italia e Marcos pare si sia laureato con una tesi su Gramsci ed Althusser). E’ nella landa desolata di una società spappolata che si combatte la battaglia della ricostruzione di un tessuto sociale ed umano vivibili. Prendere le armi per poter parlare e per farlo a tutti, come hanno fatto, ha di colpo messo in luce come gli invisibili del mondo siano parecchi e siano un po’ ovunque. Ma non potevano parlare senza armi? No, non potevano ed in scala e proporzione diversa questo non è vero soltanto da loro. Nelle società occidentali di più antica appartenenza al modello di sviluppo capitalistico la violenza assume le forme paternalistiche della tolleranza repressiva o della lenta espulsione dal circuito basato su accesso al lavoro ed al consumo, cittadinanza, partecipazione democratica. L’ingegneria istituzionale ha sancito ormai da tempo che l’appartenenza al circuito della politica esclude il 30% della popolazione in tutti i paesi, un 30% senza rappresentanza: immigrati, disoccupati di lungo periodo, emarginati che crescono di numero, cittadini che si rifiutano di andare a votare perché preferiscono non giocare il gioco perverso di una politica priva ormai di ogni senso. Sono gli invisibili che popolano l’Europa. “Guardatevi allo specchio e vedrete il volto di chi c’è dietro il passamontagna.”



29 Febbraio, ore 2. La rivolta albanese, l’appropriazione delle armi (senza peraltro usarle molto) da parte della società civile ci ha posto di fronte a due fenomeni veramente moderni e singolari: da una parte uno stato che si estingue in poche settimane (che sia stato ricostruito grazie alle milizie italiane ed europee è un altro discorso), dall’altro una popolazione civile che dà l’assalto alle caserme, si appropria delle armi ma non per conquistare un fantomatico potere, ma semplicemente per toglierle dalle mani di uno stato di cui si sentiva ostaggio e da quelle di una polizia da cui si sentiva minacciata. Questo dato è ben più rilevante dell’altro su cui la vergognosa campagna della stampa occidentale si è soffermata e cioè la questione delle bande criminali e dei presunti contrasti etnici fra nord e sud. Tutti gli osservatori imparziali e minimamente informati sulla storia albanese sanno che il conflitto etnico non è mai stato una prerogativa di questa società, nonostante la sua appartenenza al mondo balcanico. Ciò che serviva era screditare una società intera che durante la Seconda Guerra Mondiale, fra l’altro, si distinse insieme per il rifiuto a consegnare gli ebrei cittadini albanesi ai nazisti.

29 Febbraio, ore 3. Un gruppo di gorilla, cui una muta di cacciatori umani aveva sottratto un compagno imprigionandolo, ha assaltato il villaggio dove il loro fratello veniva detenuto e hanno metodicamente ed implacabilmente distrutto tutto ciò che si trovava sulla loro strada. La forza messa in atto, la violenza messa in atto era tremendamente distruttiva. Alla fine, una volta capita quale fosse la ragione di quell’assalto devastatore, gli umani decisero finalmente di liberare il prigioniero e gli assalitori abbandonarono il villaggio. Lo stupefacente di questa azione è che pur avendone la possibilità e la forza i gorilla non hanno fatto neppure un morto, neppure un ferito. Hanno demolito le cose ma si sono presi cura della vita. Evidentemente la vita è stata da loro considerata un bene così prezioso da non potere essere sprecata neppure quando si tratta di quella di un nemico mortale. Questo fatto ha una portata antropologica enorme e gli insegnamenti in esso contenuti sono molti. Il gruppo di gorilla ha agito con determinazione e messo in atto un comportamento collettivo capace di conseguire un obbiettivo usando la forza necessaria e sufficiente ad ottenerlo. Operando in questo modo ‘hanno forato il video’ per usare un’espressione cara agli esperti di strategie della comunicazione, hanno imposto la loro presenza si sono sottratti all'invisibilità, hanno parlato al mondo intero. Avrebbero potuto farlo senza usare la forza? No, non avrebbero potuto. L’ennesima campagna dei verdi, l’ennesimo sciopero della fame di uno dei tanti comitati di ecologisti, l’ennesima denuncia contro il pericolo della loro estinzione non avrebbe ottenuto alcun effetto. Ci voleva un gruppo animale, colpito nella sua possibilità si sopravvivenza (le mute non possono veder diminuire il numero di propri componenti al di sotto di una certa misura, pena la loro estinzione), per ricordarci che certe pratiche non fanno che sancire e accettare la violenza che c’è e che la liberazione dalla violenza che c’è è prima di tutto un affare di chi la subisce e che dagli altri esige prima di tutto rispetto per le scelte che fa: sia che si tratti di una muta di gorilla, sia che si tratti di una comunità indigena.
Altri però sono gli insegnamenti di questa storia. Colpire le cose, (cioè le merci), non la vita, esercitare una violenza distruttiva massima che ha messo nel caso specifico a repentaglio un valore d’uso prezioso come quello di possedere un tetto, un rifugio nel mezzo di una natura ancora largamente ostile. Risparmiare la vita in quel contesto voleva dire anche mettere quel gruppo di umani a contatto con la precarietà dell’esistere, con il venir meno di sicurezze acquisite: ha voluto dire educarli e chissà che nella rinuncia alla rappresaglia (almeno fino a prova contraria), non si possa leggere il barlume di una riflessione in atto. Risparmiare la vita e colpire le cose, infine, come risposta razionale alla bomba al neutrone, un ordigno che colpisce le vite ma lascia intatte le cose ( cioè le merci). In questi due estremi che si toccano è impossibile non leggere il segno di un’epoca e di un’umanità che si trova di fronte all’ennesimo bivio cruciale della sua lunga storia: è un bivio che sembra riguardare la specie. La vita, se non saranno gli umani a difenderla può prendere altre strade e la letteratura ci offre su questo, più argomenti di riflessione di molta sociologia. Gregor Samsa, il personaggio inventato da Kafka subisce come tutti sanno una metamorfosi; trasformandosi in insetto e per essere più precisi in uno scarafaggio, riesce a sopravvivere a condizioni di vita per lui invivibili. Per il protagonista del romanzo kafkiano si tratta di inquietudini e tragedie individuali che possono sembrarci assurde e che ai tempi del grande praghese apparivano addirittura comiche, tanto che i suoi racconti venivano letti nell’ilarità generale dei presenti. Il caso ha voluto che qualche decennio dopo si scoprisse che gli scarafaggi sarebbero fra le poche specie animali resistenti ad una catastrofe nucleare.

1 Marzo. Non capita forse a tutti di incontrare uomini e donne che racchiudono in sé, oltre ai tratti tipici della personalità e del carattere che loro appartengono, nonché quelli che l'epoca aggiunge e presta - anche altri segni che sembrano venire da un altro tempo o epoca? Dall'uso di certe parole, ai tratti aristocratici che fanno capolino nei gesti delle persone più comuni, oppure in un motto, in certi vezzi, addirittura nei nomi che portano? E non vi è mai capitato di giungere in un luogo dove mai eravate stati ed esclamare dentro di voi, quasi con sgomento : "Io qui sono già stato", tanto da sentirvi a casa vostra, meno estranei di quanto non vi sentiate in altri luoghi che sembrano appartenervi di più? Non sono, questi segni, strascichi di altre vite che ci portiamo addosso inconsapevolmente?
Il poeta preraffaellita Dante Gabriel Rossetti, ha espresso questo sentimento di sgomento e profonda meraviglia in alcuni versi memorabili, un vero e proprio cammeo lirico:

I have been here before,
But when or how I cannot tell:
I know the grass beyond the door,
The sweet keen smell,
The sighing sound, the lights around the shore.

You have been mine before,
How long ago I may not know:
But just when at that swallow’s soar
Your neck turn’d so,
Some veil did fall, - I knew it all of youre.

Has this been thus before?
And shall not thus time’s eddying flight
Still our lives our love restore
In death’s despite,
And day and night yield one delight once more?

Io qui sono già stato,
ma come e quando non so dire:
conosco il prato oltre la soglia
il profumo dolce e pungente
il suono struggente, le luci intorno al lido.

Sei stata mia un tempo
Quanto lontano io non posso dire
Ma quando a quel volo di rondine
Il tuo collo si è voltato,
caddero i veli, - di te seppi ogni cosa.

Così tutto questo è già stato?
E non porterà perciò di nuovo
Il volo del tempo turbinoso
Alle nostre vite ancora il nostro amore
A dispetto della morte,
E giorno e notte recarci diletto un’altra volta?

L'ipotesi della reincarnazione è, fra tutte le credenze popolari e colte che hanno come oggetto il destino degli umani post mortem, quella con cui mi piace - pur mantenendo una laica distanza - interloquire. E mi piace scoprire negli altri ed anche in me i segni di questi passaggi, andare a caccia dei loro mondi precedenti, coglierli nel momento in cui i diversi pezzi s'incastrano nel mosaico infinito delle loro vite, apportando a quella attuale il tocco imprevedibile dell'eleganza, oppure il segno di una contraddizione.
Chissà poi cosa stanno ad indicare questi strascichi: vite incomplete? Vite interrotte a metà strada? E se sia in questo caso alle vite più perfette cui si addice una morte definitiva... Oppure ritornano perché coloro che entrarono in quelle vite precedenti lo fecero con un’intensità talmente debordante che le loro imprese non potevano rimanere rinchiuse nello spazio ristretto di una sola vita? E se sia in questo caso evidente che solo alle vite chiuse entro angusti orizzonti è riservato il destino di una morte definitiva... Oppure ritornano solo coloro che ebbero troppo poco dalle loro vite precedenti? Non lo sapremo mai ed è bene che sia così. Perché di questi segni mi piace l'oblio, non la consapevolezza che ne ha l'Orlando di Virginia Wolf. Che la memoria non venga a ricostruire epoche passate diventando storia! Che rimangano tracce, solo tracce di altri passati possibili o di futuri che ci attendono. Ecco, in questi segni, mi sembra vivere un'ipotesi di immortalità con la quale poter scendere a patti. Infatti, non nel banale ritornare interi in un luogo ed in un tempo assoluti, concepiti come eterni ed immobili al fine di testimoniare una verità totale e arrogante, ma nell'illuminarsi solo in parte e nell'oscillare sopra e sotto la linea d'ombra vive la testimonianza che nulla è andato del tutto perso, che tutto ciò che era possibile conservare è stato conservato e si tramanda nel tempo e nello spazio, mescolandosi casualmente a quello che incontra; sempre esiliato, ma in un esilio felice, capace di nutrire altre esperienze e di esserne felicemente attraversato, mutevole e migrante in un continuum entro il quale ad ognuno tocchi, momento per momento l’avventura della luce e l'orrore degli abissi.

5 Marzo Questa metafora del libro come figlio del maschio ha percorso i secoli come fossero autostrade, giungendo fino a noi; ma è una metafora vuota che dovrebbe fra l'altro renderci più guardinghi verso una figura retorica che è assurta addirittura ad emblema del poetico. Eppure è stata tanto variamente ripetuta da diventare di massa. Le cose vengono prima delle parole e Platone avrebbe dovuto saperlo più di altri visto che ricordava il tempo in cui la cultura era orale e temeva addirittura che la scrittura avrebbe causato negli uomini una grave perdita della memoria. Della scrittura si è fatto a meno per millenni, non ovviamente della riproduzione della vita. Certo le cose sono poi diventate un po' più complesse e la mancanza del nome e del nominare e del certificare fu certo causa di molte tragedie fra cui quella di Narciso, per esempio.

8 Marzo. I rapporti fra Alice e Lewis Carroll hanno sempre suscitato grande interesse in me, avvolti come sono in un alone di mistero, nonostante sia tutto apparentemente così semplice e alla luce del sole. Da un lato è evidente che Charles Dodgson nutrisse per la giovanissima Alice qualcosa di più di un semplice sentimento di ammirazione e tuttavia non esistono prove certe che il reverendo abbia avanzato proposte matrimoniali o altro, sebbene la brusca interruzione dei rapporti con la famiglia Liddell suggerisce che qualcosa del genere sia accaduto. Dodgson, dunque, sembra gettarsi in un’impresa disperata, destinata, (come avvenne), a finire con l’interruzione dei rapporti dal momento che all’epoca del suo allontanamento dalla casa di Alice lei aveva solo 11 anni. Ma dalla parte della bambina, le cose erano così semplici e lo sarebbero state in futuro? La vita successiva della signora Liddell Heargraves sembra essere quanto di più normale si possa immaginare: un matrimonio regolare da buona famiglia inglese, dei figli (non ricordo quanti), una tranquilla vita borghese che traspare senza fremiti dalle poche lettere che anche in età adulta continuò a scambiare con il suo antico precettore. In quegli scritti sembra esservi proprio un’accurata rimozione di quel periodo, tanto da far pensare che anche su di lei abbia pesato un silenzio non voluto e che in qualche modo anche a lei sia stata tolta la parola.
La storia della loro relazione, tuttavia, è ancora più complessa: se fosse accaduta dopo Freud l’avremmo tutti interpretata in modo diverso, non perché dopo di lui non si possono più avere come oggetto di desiderio i bambini - come ben sappiamo dal troppo che accade in proposito - ma perché dopo Freud a nessuno sarebbe consentito di dire ciò che Dodgson/Carroll dice con quel candore e quella mancanza di autocontrollo verbale così disarmanti. Il fascino e il mistero di questa storia sta nella sua collocazione temporale a cavallo di un cambiamento epocale; Alice e Charles appartengono ancora ad un mondo premoderno, sono vicini a noi ma ancora tanto lontani da fare apparire le ‘spiegazioni’ del caso dettate dal senno di poi. Così è anche per la lucida ed intelligente interpretazione di Deleuze, peraltro talmente canonica da potere essere formulata da chiunque possieda una cultura psicanalitica appena discreta.
Nei passaggi d'epoca alcune storie emblematiche sembrano fatte apposta per lasciare nello sconcerto i contemporanei; fu così con Eloisa e Abelardo, visto il tempo che i dottori della Chiesa ci misero per formulare una sentenza di condanna. E si capisce il motivo. Per l’ultima volta i dottori della Chiesa Cattolica si trovarono di fronte il problema di scegliere fra due modelli culturali: quello greco classico che vedeva il percorso di iniziazione in modo globale, non escludente la relazione intima e quello che sarebbe diventato il modello dominante che oggi definiamo cristiano. Allo stesso modo, il candore dell’uomo Dodgson alla vigilia del suo smascheramento da parte della psicanalisi e successivamente dal femminismo ed il silenzio di Alice alla vigilia di un’epoca in cui le donne questo silenzio avrebbero rotto massicciamente, mi sono sempre apparsi enigmatici e spiazzanti. Parole d’amore perdute, forse sciupate, destinate a svolazzare leggere ed imbarazzanti e a nutrire narrazioni infinite.

9 Marzo. Diotima mi perseguita; la sua presenza è così ingombrante da trascinare la narrazione dove vuole lei; non è più il mio romanzo che sto scrivendo, ma il suo.

14 Marzo. Nulla di importante.

15 Marzo. Non succede nulla.

16 Marzo. Sto uscendo dal letargo.

16 Marzo. Diotima e Galileo alla fine del romanzo, dovranno incontrarsi, ma in che
modo? Mi attende un'altra scena madre e la cosa mi getta nel panico; sono di nuovo bloccato.

20 Marzo. Nulla di importante.

26 Marzo Altre bombe, attentati un po' ovunque, questa sera ne discuteremo a tavola. Sono preoccupato, che sta succedendo?

20 Aprile. La Toscana, a Pasqua, ha un aspetto contraddittorio; più ancora la Maremma. Il volto di queste terre è sempre un volto estremo, forte, passionale. Ricordo un Natale di molti anni fa, quando una bufera di neve coprì tutto in poco tempo. Dopo tre ore, tuttavia, un sole forte squarciò il cielo che divenne terso in pochi minuti mentre la massa di neve cominciò a friggere e fumare trasformandosi presto in rigagnolo.

1 Maggio. Arrivo a Massa Marittima il primo pomeriggio. C’è un sole splendido e poca gente in giro; molti hanno fatto la notte a "cantar maggio". Apro casa e il vento entra con furia spazzando in un minuto l'aria di chiuso.

5 Maggio. Sono frasi, a volta parole a volte pezzi di situazioni che riconosco, sono parti del romanzo, parti già scritte, parti ancora da scrivere.

9 Maggio. Torna un mondo scomparso torna ad occupare i miei pensieri. La sensazione è molto piacevole, ma non intendo rimettermi subito a scrivere; ho bisogno di rientrare in quel mondo lentamente.

10 Maggio. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiato; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno semplificate, rese più essenziali.

14 Maggio. Il romanzo ha scacciato la gabbia; oppure è diventato lui stesso la gabbia entro la quale mi trovo così a mio agio? I contorni delle scene, tuttavia, sono ora più netti; come se l'armatura della gabbia avesse fornito al romanzo dei confini e delle scansioni più rigorose. Finalmente sta prendendo forma.

15 Maggio. È questo che i greci intendevano quando attribuivano alla tragedia una doppia funzione catartica: verso colui che la scrive e verso chi vi assiste? Ora lo so: è nato un altro capitolo.

Agenda di scrittore: capitolo secondo

CAPITOLO SECONDO.

I cavalli corsero un bel po’ sulla pietraia e i bassi cespugli roventi, poi una spianata ancor più brulla si aprì davanti a loro; poi dei campi più regolari, che il rallentamento del galoppo lasciava meglio inquadrare. Don Jorge indicava qualcosa al nipote e Miguel cercava di seguire la mano senza capire bene:
“Andremo per di là, evitando la collina; vedi quella specie di fenditura?... È un sentiero.”
“Sbaglio o stiamo andando verso i poderi di Don Isidro?”
“È proprio là che voglio portarti.”
Miguel non ebbe il tempo di rispondere perché lo zio aveva già spronato il cavallo, lasciandolo indietro fra la polvere.
Superate le colline, che il sentiero tagliava a metà, la vista spaziava su una piana vasta e assolata; a sinistra, all’orizzonte, si vedeva la linea bassa del mare. La giornata era luminosa ma il cielo era percorso da sottili colonne di fumo che salivano dalla spianata. Don Jorge frenò il cavallo e quanto più si avvicinava alla pietraia, tanto più il suo passo diveniva lento e studiato. Ora che non galoppavano più Miguel cominciò a sentire distintamente l’odore del fumo e delle stoppie bruciate. La fattoria di Don Isidro era in fondo, verso l’interno, ma ciò che attirò l’attenzione del giovane furono i campi bruciati, la capanna fumante, gli animali morti che già mandavano un pungente fetore...
“Mio Dio, ma che è successo... è tutto distrutto, il raccolto, la pecora... Anche la fattoria ha subito dei danni?”
“No, la fattoria e i recinti più interni sono stati risparmiati.”
“E quello cos’era?”
“Un frantoio, caro nipote, un frantoio, vedo che ne parli ma che non lo sai riconoscere.”
“Il caldo e il sole non sono sempre dispensatori di vita e ricchezze... ”
“Mm… ”
“Non ne sembrate convinto.”
I due uomini avevano proseguito in silenzio in mezzo alla pietraia infuocata dal sole e dall’incendio, attenti a evitare i punti più caldi e a tenere i cavalli ben lontani dai bracieri. Non vi era traccia degli uomini di Don Isidro e solo qualche pezzo di stoffa, appeso a una finestra bruciacchiata e fumante, lasciava presagire la tragedia.
“Mi avevano sempre detto che in Sardegna gli incendi sono frequenti… quando è scoppiato?”
“La scorsa notte.”
“Notte?” ripeté Miguel incredulo.
“Tu pensi sempre al sole.“
“Cosa volete dire?“
Lentamente Don Jorge aveva diretto il suo cavallo a fianco di quello del nipote
“Guarda là, in quel punto dove vedi salire quella colonna di fumo; ora segui con lo sguardo, tutte le colonne che riesci a osservare a partire da quel punto; sembrano andare in linea retta all’inizio, ma poi...vedi, piegano verso sinistra e poi ancora, tanto che sembrano venirci incontro”
“È un cerchio…”
“Bravo! E là un altro, al frantoio.”
Don Jorge era sceso da cavallo e il nipote lo aveva imitato tenendo bene le briglie fra le mani; procedettero nella direzione che Don Jorge indicava. “Forse il fuoco non ha trovato il modo di oltrepassare quel perimetro per mancanza di materiale.”
“Guarda là allora! Vi sono alberi e cespugli bassi molto secchi, eppure ti ricorderai che quando passammo vicini la terra non bruciava…”
“Certamente, ma occorre conoscere bene come spira e non ti sembra troppo intelligente questo fuoco che fa molto danno dove vi sono pochi uomini colti di sorpresa, ma non tocca la fattoria, vicinissima per altro ed esposta allo stesso vento, ma dove forse in molti avrebbero potuto dare l’allarme?”
Il volto di Miguel si era rabbuiato e lo sguardo ripercorreva lo scenario dell’incendio cercando di afferrare il senso di tutta quella distruzione. Erano giunti vicini a una grande pietra, quasi un masso; si fermarono e dopo che ebbero impastoiato i cavalli, si sedettero con la schiena appoggiata alla parte in ombra…
“Uomini allora.”
“Eh sì caro nipote, uomini in carne e ossa” e dicendo questo aveva appoggiato il braccio intorno al collo di Miguel.
“Se conoscessi Don Isidro ti sentiresti a tuo agio con lui, vi capireste a volo. Sentendoti parlare oggi mi sembrava di udire certi suoi discorsi: il frantoio, le pecore, l’acqua, sempre l’acqua… poveretto, gli hanno distrutto ogni cosa.”
“Ma non è giusto, certo che lo vorrei conoscere, è un uomo che ha coraggio e il re aragonese dovrebbe proteggere meglio i suoi sudditi!”
“Calmati, calmati Miguel; il re non saprà mai cosa è successo qui; lo saprà il viceré fra qualche giorno, quando i messi di Don Isidro gli avranno comunicato la notizia. Allora il viceré manderà i soldati, farà la voce grossa con le deputazioni sarde, le deputazioni si riuniranno, parleranno, parleranno e infine cosa credi che faranno?... Niente, Miguel, assolutamente niente. Alle riunioni i sardi arrivano in costume e non parlano; ascoltano. Non sai mai se sono d’accordo, però stai certo che ci sono cose che non possono essere da loro tollerate; in questi venti anni ho capito che i sardi non vanno ascoltati, vanno osservati... ci sono abitudini che neppure il viceré può scalfire.”
“Ma perché bruciare un frantoio, uccidere pecore e uomini non credo che Don Isidro abbia offeso le loro tradizioni, il Dio che onoriamo è lo stesso e anch’essi dovrebbero essere grati alle navi spagnole e ai re cristiani che combattono i miscredenti. I sardi sono fieri e apprezzano il valore delle armi, hanno sofferto le incursioni dei pirati barbareschi e se le loro navi corrono per il Mediterraneo lo devono anche al re spagnolo e poi…”
“Lascia perdere, lascia perdere Miguel queste sono parole sacrosante ma cosa c’entra con quello che stiamo vedendo; le tradizioni non sono soltanto la fede nel Dio che anche noi onoriamo, ci sono cose più impalpabili, abitudini consolidate. Quando prima ti dissi che i sardi vanno osservati forse non hai capito bene cosa volevo dirti.”
Don Jorge aveva atteso un poco prima di riprendere a parlare, cercando di raccogliere bene le idee...” Don Isidro vuole introdurre troppe novità.”
“Ma non credo che egli abbia introdotto quelle che voi chiamate novità senza parlarne con le deputazioni...”
“E tu credi che basti dopo tutto quel che ti ho detto? Non sentirai mai un sardo dire di no al viceré ma il popolo non vuole i cambiamenti.”
“Ma quali sono poi queste novità? Allevare pecore? Lo fanno anche i sardi non vi é famiglia che non ne abbia una, tutti si coltivano le olive per fare l’olio...”
“Certo Miguel, questo è vero, ma don Isidro non è un pastore, è qui per la salina, per la miniera, come tutti noi e non si è limitato a volere poche pecore per sé; ne voleva tante, voleva comprare anche le pecore degli altri, fare un grande gregge e poi assoldare dei pastori, con quel sistema di cui anche tu mi hai parlato, poi voleva mandare le greggi qui e là e poi e poi... una cosa dietro l’altra, un’idea dietro l’altra per esempio quella di coltivare i campi un anno a orzo, un altro a grano, una diavoleria che non sono riuscito a comprendere.”
“Non è un sistema così nuovo come credete, l’ho visto usare in molti luoghi, seppure con nomi diversi; la terra, don Jorge, non dà frutti se riceve sempre gli stessi semi, ma se si cambiano i semi aumenta il raccolto per ciascun seme.”
“Vedo che te ne intendi; ebbene, qui caro Miguel, sono abituati diversamente; hanno tutti la loro poca terra da coltivare, le loro poche pecore, le loro piante d’ulivo...”
“E muoiono di fame; un grande frantoio, invece, aumenterebbe la quantità dell’olio che si potrebbe poi vendere e...”
“E andare al mercato comprarlo a un prezzo più alto; e tu credi che un sardo possa comprare qualcosa che può fare con le proprie mani? Non li conosci Miguel, non li conosci... Anch’io credo che tu abbia una parte di ragione, ma non è me che devi convincere… questa gente non si convince e voi pretendete di cambiare tutto, degli stranieri poi! A modo loro permettono delle novità, rispettano la salina, per esempio e accettano la miniera; e anche che noi, stranieri!, sfruttiamo il sale, ci lasciano avere qualche pecora, poco olio, come fanno loro ma c’è un confine, Miguel, un confine che nessuno ha mai tracciato, ma che non può essere valicato.”
Il nipote, assorto, guardava lo zio e poi rivolgeva lo sguardo verso il bel frantoio ancora fumante.
“Queste vostre idee, Miguel, sono troppo audaci, a volte anch’io stento a capirvi.”
I due uomini si guardarono in silenzio, poi il giovane si alzò e cominciò a passeggiare lì intorno. Il suo sguardo sembrava oscillare fra due poli; da un lato il frantoio e dall’altro il mare che si vedeva più nitidamente ora che la luce del sole era meno abbagliante di prima. Infine aveva chinato il volto verso il basso e il suo piede aveva cominciato a spostare i sassi.
“Voglio andarmene don Jorge, voglio partire per questo volevo parlarvi.”
L’anziano zio, appoggiato comodamente al masso, aveva disteso le gambe e portato le braccia intrecciate dietro la testa. Quando, alzando lo sguardo timoroso verso di lui, Miguel vide su quel volto un ironico sorriso piuttosto che il rimprovero che si era aspettato, si era scosso e sciolto un poco dalla sua rigidezza.
“Che sciocco sono stato, ve lo aspettavate.”
“Ah ah ah siediti Miguel siediti farò finta di non aver capito non si lascia partire un
ragazzo in giro per il mondo vero? “
“No di certo, no, no...”
“E allora dimostrami di essere un uomo. Vuoi andartene, dici, perché e dove… “
“Nostro padre ci portò in mare è lì che siamo vissuti e cresciuti, conosciamo più cose sull’Africa che non sulla Sardegna e quest’isola è stretta per me il mondo è grande Don Jorge, ben più grande di quanto pensiamo. Dovreste udire anche voi i racconti dei marinai portoghesi... noi abbiamo questo nel sangue. Nostro padre ci insegnò a commerciare; questo abbiamo imparato, io non saprei come fare a mandare avanti un frantoio e la salina poi, io so bene come e dove vendere il sale e...”
“E perché non continui a farlo per noi allora...”
“No, Don Jorge, non il sale soltanto; siete troppo legati al sale. Voi stesso lo avete detto che i conti vanno male. Voi dite: io ho il sale e devo avere le navi per venderlo e se il sale non si vende più diminuirò il numero delle navi. È sbagliato Don Jorge. Dovreste dire invece: io ho le navi e posso vendere tutto ciò che voglio, basta sapere dove andarlo a comprare. La campagna è ferma e anche la salina è ferma; invece le cose si muovono, tutto si muove. Il mondo cambia e si muove con le cose e se non credete a me che sono ancora giovane, credete almeno al vostro povero fratello, a nostro padre.”
Don Jorge si era alzato in piedi e aveva posato le sue braccia sulle spalle di Miguel guardandolo fisso negli occhi…
”Non sei un ragazzo, non sei un ragazzo, sento nel tuo modo di parlare un uomo, un Balader e anche se il tuo vecchio zio non può dire di capirti o di volerti seguire, lo potrei sai non credere non sono così vecchio, ma a me sta bene così… Voglio aiutarti, lo so, lo so che il mondo sta cambiando. Per me siete tutti un poco matti, anche il mio povero fratello, che Dio mi perdoni; ma mi ero già rassegnato... nessuno mi ascolta e quanto ai conti non credere che sia così sciocco; vanno male per le grandi cose, ma non così male per le piccole e quel che vostro padre ha lasciato, non temere, sarà vostro.”
“Ma che dite io non volevo…”
“Oh lascia perdere le cerimonie, se vuoi partire vorrai pure la tua parte.”
Dicendo questo si era alzato compiendo movimenti lenti e studiati che lasciavano trasparire una certa fatica; poi come parlando tra sé riprese: “E poi in una grande famiglia bisogna che alcuni rami grandi cadano per far posto a quelli nuovi; io mi devo fermare, la mia vita volge verso il tramonto e la fortuna che possiedo sebbene non cresca più molto come in passato, sarà sufficiente a garantirmi una vita piena di tranquillità per un tempo ben superiore a quello che il Signore concede agli uomini della mia età. E a me piace così... Lo vedi quel fico?” E aveva tirato a sé Miguel. “Quando vengo da queste parti la sua vista mi dà sempre un enorme piacere. Ora lo vedi rinsecchito, ma un tempo era grande e frondoso, mandava ombra e faceva frutti grandi e gustosi e a notte le sue foglie riflettevano la luce della luna e ti indicavano il sentiero. Morirà ma è stato tanto intelligente da mettersi dove non dà fastidio a nessuno e vedrai che nessuno lo taglierà; resterà lì con tutta la spianata davanti e guarderà le vostre navi che vanno ovunque. Tutto si muoverà e lui sarà sempre lì. Io sono come quel fico Miguel, mi basta vedere le vostre navi, potervi guardare da lontano, perché tutto passerà di qui, tutto.”
“Avremo allora il vostro consenso e aiuto?”
“Tuo padre ti ha educato a essere un uomo libero e a noi Balader nessuno ha mai detto cosa bisogna fare e cosa no; rispetterò questa regola di famiglia anche se averti vicino nella vecchiaia mi avrebbe fatto piacere."
“Perdonatemi Don Jorge, ma non vorrei partire solo.“
Il vecchio questa volta aveva sospirato, poi sbuffato, dato qualche calcio alle pietre “Vedi quel nido?” e dicendo questo aveva afferrato Miguel per un braccio con una certa ruvidezza.
“Cosa vedi esattamente?”
“Vedo due uccelli, uno più grande e uno più piccolo, entrambi stanno per volare ed ecco, no il più piccolo si è fermato sul ramo di sotto.”
“Anche fra gli uccelli i figli non volano tutti allo stesso tempo e se lo facessero i più piccoli morirebbero.”
“Ma noi siamo uomini e non uccelli “
“Oh molto peggio degli uccelli se è per questo; a loro nessuno insegna nulla eppure sanno che non si può volare allo stesso tempo e noi neppure dopo venti o trenta anni riusciamo a capire questo. Antonio non può ancora volare con te e poi avete pensato a vostra madre?
“Se permettete, Don Giorge, nostra madre ha bisogno più di voi che di noi...”
“Oh senti ragazzo, potrai disporre della tua vita ma non della mia... Bisogno, bisogno... oh sembri anche tu il prete, la Bibbia, non fa altro che parlarmi della Bibbia e delle regole, il fratello sposerà la vedova del fratello... Conosco le regole ma noi siamo portoghesi, non siamo spagnoli.”
Miguel seguiva con evidente spasso quello sfogo; nonostante l’aria severa del discorso, aveva l’impressione che al vecchio zio la frase non fosse dispiaciuta del tutto e che nella sua testa si stesse facendo largo un pensiero più definito e preciso di quanto poteva accadere...
”Ci sono le regole certo, ma vostra madre ha una sua volontà, noi Balader, lo sai, siamo abituati a rispettare la volontà di ciascuno, le donne non sono cavalli, non le trattiamo nemmeno da regine se è per questo ma... oh insomma sposerò vostra madre se lei lo vorrà... non nego che mi farebbe piacere la sua compagnia visto che tutti ve ne volete andare... ma non avrai questa riposta da me questa sera.”
Si era interrotto e guardò a lungo Miguel per studiare l’effetto delle sue parole, poi gli si avvicinò e lo guardò con severità: “E ora dimmi sinceramente una cosa: parli davvero anche per tuo fratello Antonio?
“Ve lo giuro don Jorge, ve lo giuro; Antonio vuole partire quanto me, pur essendo giovane, anche lui ha conosciuto il mare; se lo chiederete direttamente a lui capirete che non vi ho mentito.”
“Uhm accidenti a mio fratello, non voglio offenderlo, tuttavia non doveva portare quel ragazzo con sé; bene, prendo atto di quello che dici, ma non avrai la mia risposta questa sera... e non voglio che mi facciate fretta su questo.“
Dopo aver pronunciato queste parole, si voltò si avviò deciso verso il cavallo. L’ombra scendeva rapidamente sulla spianata; risalirono in sella e si avviarono silenziosamente al trotto verso casa; in lontananza due cavalli li seguivano discretamente, vigilando su di loro. In cielo la luna piena illuminava il sentiero del ritorno in mezzo alle colline.

Il libro gli cade di mano e scivola lentamente sul bordo del letto… un sospiro, un lieve sobbalzo, poi la mano di Galileo compie il gesto automatico di spegnere la luce, poi è il riposo il silenzio, forse il sogno.

lunedì 6 ottobre 2008

Agenda di scrittore: romanzo

AGENDA DI SCRITTORE. Romanzo di Franco Romanò.

1 Gennaio. Mi sono alzato tardi.

3 Gennaio. Ho dato un'occhiata agli appunti... non ho ancora pensato al titolo; ma è poi necessario?

4 Gennaio. È tempo di fare i bagagli e salutare gli amici. Domani si parte. Ne rivedrò presto alcuni a Milano, altri ne rivedrò qui la prossima estate, altri ancora le prossime vacanze di Natale.

6 Gennaio. Mi sono alzato tardi e la giornata se ne è andata più velocemente dei miei propositi; a sera faceva molto freddo in casa.

7 Gennaio. Brecht o qualcun altro - non ricordo - diceva di tenere il forno della scrittura sempre acceso... non importa se poi non scrivi... lascialo lì in caldo, ma non pretendere di usarlo sempre. Sento l'urgenza di leggere alcuni documenti prima d'iniziare a scrivere; meglio accendere domani.

8 Gennaio. Continuo a leggere.

9 Gennaio. La lettura mi ha appassionato ma anche trasportato altrove. A volte bisogna seguire ciò che accade, ma questo mi rende inquieto; sento al tempo stesso l'urgenza di cominciare a scrivere e l'impossibilità di farlo. Covare è l'atto in assoluto più difficile.

11 Gennaio. I documenti da leggere sono molti, portano in direzioni svariate, ma anche il mio romanzo va in direzioni diverse e dunque questo momento di caos apparente va accettato. Per fortuna un punto di partenza c'è: il vecchio Braudel, la sua intelligenza certosina, il suo gusto per il dettaglio da inserire nella grande visione.

14 Gennaio. È a Braudel che devo l'idea del romanzo e gli devo essere grato: ma adesso devo arrangiarmi un po' da solo.

20 Gennaio. È subentrato uno stato di letargo che non mi piace, ma che non riesco ad allontanare da me.

24 Gennaio. La mia testa è disperatamente vuota; l'immagine stessa del forno acceso mi dà fastidio.

26 Gennaio. Ho letto tutta la giornata.

27 Gennaio. Frugando fra le videocassette mi ha incuriosito un documentario RAI sulla Rivoluzione Francese.

29 Gennaio. Ho guardato la terza parte del filmato. Robespierre è inquietante, gli altri non si sa bene chi siano. Solo Danton mi appassiona come figura storica.

30 Gennaio. Non ho resistito alla tentazione di vedere anche il finale; il forno però è sempre acceso e non mi dà più fastidio. Domani forse sarà il giorno buono...

31 Gennaio. Il pomeriggio ricevo una telefonata; un editore mi fissa un appuntamento per il giorno dopo.

1 Febbraio. Prendo la raccolta e la metto in borsa; mi sembra di trasportare un'anima morta. È un lavoro lontano, forse non mi assomiglia nemmeno più, ogni emozione si è spenta e non mi aspettavo che qualcuno mi telefonasse proprio per lei. È un appuntamento che un poco mi disturba perché interrompe un lavoro, ma devo andarci. Abbiamo una responsabilità verso noi stessi e le nostre opere che si manifesta tanto nel non essere petulanti e maneggioni quanto nel non essere spocchiosi. Avere cura delle proprie opere è necessario senza farle diventare delle reliquie da tenere in una teca. Andrò dall'editore.

2 Febbraio. Incontro deludente con l'editore, chissà perché mi ha telefonato. "I suoi testi sono bellissimi da recitare in pubblico!" Per essere uno che organizza serate di letture e non mi ha mai invitato una volta non c'è male! In compenso mi ha distolto da romanzo…

4 Febbraio. Ritorno faticosamente ai miei personaggi, al loro peregrinare, alle carte da selezionare. E mi ritorna la voglia di tornare ai filmati sulla Rivoluzione Francese. C'è una ragione lo so, il romanzo ha a che fare con la storia e il suo peso, con certi nodi cruciali o ritenuti tali; ma perché proprio quel momento? Non c'è una risposta, bisogna sapere aspettare che essa arrivi prima o poi. Mi rimetto a guardare i filmati.

8 Febbraio. Forse tutto sta nella forza dei personaggi, nella loro statura. Misurati con il metro del nostro presente sembrano giganti, ma anche questa è una distorsione ottica dovuta alla piccolezza della nostra attualità? Oppure è un inganno anche questo? Ma uno scrittore non deve porsi questi problemi… Sì, è ora di dedicarsi ai personaggi, metterli meglio a fuoco.

12 Febbraio. Fastidiose commissioni domestiche, inciampi quotidiani continui.

15 Febbraio. Nulla di importante.

18 Febbraio. Telefonate continue, ma ora una tranquilla disposizione a riprendere.

19 Febbraio. È inevitabile passare per questa scena madre, ma posso sempre rinviarne l'esecuzione. La mia casa di Milano, poi, in questi casi, diventa eccessivamente dispersiva, non c'è mai il silenzio giusto. Me ne andrò altrove.

20 Febbraio. Galileo ha smesso di tormentarmi; farò i conti con lui a suo tempo, seguire i due fratelli mi sembra più importante, sono loro che ci trascinano sulla loro barca, siamo noi alla deriva.

21 Febbraio. La scrittura procede fluida; stacco il telefono.

25 Febbraio. Il momento magico continua; il telefono è sempre staccato.

26 Febbraio. La scrittura sgorga in modo piano continuo e rassicurante; il forno è caldo e cuoce bene.

2 Marzo. Concludo questa parte; ho lavorato tutto il giorno e sono stanco; un grande senso di vuoto si è impadronito di me.

3 Marzo. Il vuoto continua, tento di leggere, ma inutilmente. Riesco ad appassionarmi solo alla lettura di un quotidiano; non mi accadeva da tempo.

4 Marzo. Questa metafora del libro come figlio del maschio ha percorso i secoli come fossero autostrade, giungendo fino a noi; ma è una metafora vuota che dovrebbe fra l'altro renderci più guardinghi verso una figura retorica che è assurta addirittura ad emblema del poetico. Eppure è stata tanto variamente ripetuta da diventare di massa. Le cose vengono prima delle parole e Platone avrebbe dovuto saperlo più di altri visto che ricordava il tempo in cui la cultura era orale e temeva addirittura che la scrittura avrebbe causato negli uomini una grave perdita della memoria. Della scrittura si è fatto a meno per millenni, non ovviamente della riproduzione della vita. Certo le cose sono poi diventate un po' più complesse e la mancanza del nome e del nominare e del certificare fu certo causa di molte tragedie fra cui quella di Narciso, per esempio.

9 Marzo. Il personaggio femminile più importante del romanzo si chiamerà Diotima.

10 Marzo. Sto uscendo dal letargo.

15 Marzo. La Toscana, a primavera, ha un aspetto contraddittorio; più ancora la Maremma. Il volto di queste terre è sempre estremo, forte, passionale. Ricordo il periodo natalizio di molti anni fa, quando una bufera di neve coprì tutto in poco tempo. Dopo tre ore un sole forte squarciò il cielo che divenne terso in pochi minuti mentre la massa di neve cominciò a friggere e fumare trasformandosi presto in rigagnolo; penso che ritornerò proprio lì, fuori stagione per la prima volta. A primavera è il vento il protagonista e poi i colori… Sì andrò a scrivere in Maremma.

18 Marzo. Arrivo a Massa Marittima il primo pomeriggio. C’è un sole splendido e poca gente in giro. Apro casa e il vento entra con furia spazzando in un minuto l'aria di chiuso. C’è poco da mangiare ma non ho voglia di uscire; intanto comincio a sgomberare la scrivania. Quando non scrivo al computer uso sempre un quadernone che assomiglia ad un libro mastro da vecchio bottegaio. La video scrittura si addice ai passaggi più piani e procede fra binari ben delineati e rassicuranti. Poi però si arriva agli snodi, si finisce nel mezzo di una selva di possibilità fra cui scegliere, alle prese con l'apparente libertà di andare in ogni direzione e la necessità di scegliere la direzione obbligata; o meglio, di far sì che il lettore, ma prima di tutto chi scrive, creda superstiziosamente che vi sia quell'unica via obbligata. Quello è il momento del quaderno, del libro dei conti, dove le parole pesano di più e diventano le sole a contare veramente; oltre i propositi, le intenzioni, le fulminazione del momento che svaniscono come stelle cadenti. Alla fine di tutto rimangono loro, le parole, nella sequenza ordinata che compone un mondo; chissà che non ci sia un nesso con le strutture matematiche in tutto questo, una misteriosa alchimia che è pure eleganza e ordine naturale non richiesto.

19 Marzo. Sono entrato nel clima giusto, c’è il silenzio che voglio, la casa è
accogliente ma non complice più di tanto. Il problema consiste in questo: occorre trasferirsi là nel mezzo della scena, mettere in atto un procedimento di trasformazione e trasferimento in una realtà virtuale usando soltanto l’immedesimazione, nonché alcuni strumenti collaterali che possono far sorridere ma non sono poi più ridicoli dei buffi caschi e dei guanti che si mettono addosso i patiti della realtà virtuale. I miei strumenti sono delle sottili colonne di fumo prodotti da bastoncini di sandalo e tantra nonché il digiuno, non però eccessivo: la scrittura è un bisogno che si manifesta in uno stato di disagio medio.

28 Marzo. Sono stanchissimo, ma tutto procede bene. Improvvisamente capisco in
che modo tutto dovrà finire; la chiarezza della scena è tale da distogliere da ogni altro proposito di scrittura. Galileo e Diotima si incontrano nell'ufficio di Narlikar; parlando con lui hanno la certezza che quanto avevano intuito con spavento è tragicamente vero. Tuttavia da quel momento inizia la loro metamorfosi. Nel lunghissimo tunnell che li porterà fuori dalla struttura di comando e che decidono di percorrere a piedi, avviene la loro trasformazione completa e parallela.

29 Marzo. Scrivo il finale senza smettere neppure per mangiare.

5 Aprile. Il finale è concluso, la sua prima stesura finita.

8 Aprile. Sono stanco, fuori sta piovendo ma è solo un temporale. Scendo in piazza; è deserta per la pioggia. Si sente il rumore dell'acciottolato sotto le scarpe; è piacevole, sa d’antico, cavalli e armature. Ho esaurito gl’incensi, passo davanti all'erboristeria ma la guardo come se fosse una meta irraggiungibile. Incontro due amici milanesi trasferiti qui da tempo; mi invitano a cena. Non scriverò altro, l'incantesimo si è rotto.

10 Aprile. Ritorno a Milano.

12 Aprile. Fatico a riabituarmi ai ritmi milanesi; è passato un tempo lunghissimo da quando ero partito e ci vuole un po' prima che il tempo reale si ricongiunga a quello interiore. C'è un proverbio arabo per dire tutto questo…

20 Aprile. La fase di esaurimento sta finendo; il forno è sempre acceso e il tarlo della scrittura comincia a rodere di nuovo.

26 Aprile. Scribacchio qualcosa ma non è attinente al romanzo.

1 Maggio. Continuo a scrivere, comincia a delinearsi una nuova fase; la svolta è in quel sogno a occhi aperti di ieri pomeriggio che ha insinuato qualcosa nella scrittura. Torna la voglia di poesia, come se dal fiume romanzesco io avessi bisogno di ritagliare un'oasi di tranquillità. E torna la voglia di leggere.

12 Maggio. I tempi del mondo di Braudel sono un'opera fondamentale, preziosa per chiunque, non soltanto per uno storico!

20 Maggio. È iniziata una lunga mossa diversiva, che nasconde qualcosa di grosso. Apparentemente l'orizzonte del romanzo si è ritirato dentro di me, al di sotto di una linea di consapevolezza: la scena è tenuta da altri attori.

1 Giugno. La ricognizione dei capitoli già scritti mi ha riportato al romanzo, ma so che per il momento non scriverò niente altro; bisogna sapersi arrendere al silenzio interiore, al vuoto che sgomenta e impaurisce. Saper guardare immobili il baratro, come un vecchio santone indiano: è questo l'unico modo per difendersi. Chi scrive è sempre nel mezzo di una rivoluzione e l'urto contrastante di varie forze, spingono la corrente in una direzione e poi in un'altra. Che fare allora quando ci si trova nel mezzo? Quello che nella morale comune benpensante e stupida è ritenuto un grave sintomo di corruzione: assecondare gli eventi, stare un gradino al di sotto della cresta dell'onda, pronto a domarla ma senza resistere. Lasciarsi guidare per guidare, non agire per agire. A volte l'onda ci sbatte a riva violentemente e allora è l'esausto silenzio della morte apparente.

2 Giugno. Spinoza è una figura limpida e al tempo stesso inquietante. La sua statura è la stessa dei grandi illuministi che domineranno la scena quasi un secolo e mezzo dopo di lui. Egli capisce il limite di ogni rivoluzione politica e sfiora il moderno fino ad anticipare la dissoluzione della Verità come concetto pensabile. La sua opera è il primo specchio infranto della cultura occidentale, il primo che dividendosi in migliaia di frammenti ci offre il caleidoscopio moderno.

4 giugno. Comincio a leggere una bella introduzione a Spinoza, un libro consigliatomi da un'amica poeta e filosofa; s'intreccia fra noi e i libri un dialogo fitto, vertiginoso. Affianco a questa lettura quella di Erasmo e Tommaso.

6 Giugno. A volte ci sono informazioni che si situano in noi e vengono poi dimenticate; poi altre si aggiungono sullo stesso argomento e noi crediamo di sapere qualcosa. Ma quando conosciamo veramente? Quando quell'informazione che giaceva dimenticata diventa il pezzo mancante di un mosaico che altrimenti non avrebbe vita. È ciò che mi è accaduto oggi leggendo che fra Erasmo e Tommaso Moro vi fu un rapporto di amicizia e sodalizio intellettuale. Sicuramente possedevo già questa informazione, ma me ne ero dimenticato. Me ne sono ricordato oggi e mi è parso così ovvio e naturale che i due si conoscessero, tanto da sembrare che il loro incontro fosse la trama di un romanzo messo insieme da una regia raffinatissima, capace per questa via di comunicarci lo spirito del tempo. Erasmo e Tommaso non potevano non conoscersi. Dopo questa scoperta il '500 per me ha smesso di colpo di essere un manichino dai movimenti meccanici ma ha cominciato a muoversi come un giovanotto pieno di energie. Anche Spinoza, venuto dopo di loro ad afferrarne in parte il testimone diviene più limpido; ma lui aveva dovuto fare i conti con il sistema a tutto tondo di Cartesio e aveva sofferto di più di Erasmo e Tommaso, nonostante la fine tragica di quest'ultimo.

10 Giugno. Il '500 è un secolo chiave per molte ragioni, ma per una in particolare: è il tempo in cui il tipo di uomo moderno esce dal guscio e comincia a formarsi. Volendo schematizzare, nel secolo vi sono tre tipi diversi: il fanatico cristiano che trova nella conquista e nelle spedizioni navali la riedizione delle Crociate medioevali. La nuova epopea, tuttavia, è già prosciugata in partenza da ogni residuo idealista e dall'ambivalenza che ancora contrassegnava le Crociate. La conquista trova le sue ragioni nella corsa all'oro e nel massacro indiscriminato; le benedizioni, i battesimi successivi e le conversioni forzate sono soltanto un aspetto del dominio, la sua ideologia.
Il secondo tipo cinquecentesco è il riformatore religioso fanatico, il quale pensa di fondare finalmente un regno millenario che sia una sintesi di tutte le eresie cristiane. Ha in odio la doppia morale vaticana, rimprovera al papa di Roma la mancanza di rigore.
Infine, il terzo tipo: il borghese moderno tollerante, l'uomo che sarà modellato dagli illuministi per una società che al tempo di Erasmo non esisteva ancora. Un romanzo storico deve in qualche modo raccogliere questa tipologia. Poi ci sono le donne... già, le donne: come parlarne?

11 giugno. Il lavorio di questi giorni ha prodotto un ritorno alla scrittura; è ancora una sensazione indefinita, ma tutto quello che era in ebollizione, nutrito dalle conversazioni con l'amica filosofa e dalle letture, si sta ora sedimentando in un mare calmo, su cui piccole onde di parole cominciano ad incresparsi dentro di me.

16 Giugno. I due protagonisti incontrano Erasmo in un albergo sulle rive del Rodano, dopo una tempesta. Erasmo viaggia con un servitore e un cane. È l'oste a informare i protagonisti che nella locanda "alloggia un gran santo, un uomo del nord" che usa intrattenere gli avventori dopo cena. Così avviene anche quella sera. Il più giovane dei due fratelli rivolge all'uomo una quantità di domande e rimane affascinato dal modo in cui l'altro risponde. Mi sembra una buona idea; è plausibile l'incontro perché Erasmo si muoveva molto proprio in quegli anni. E poi non c'è bisogno di nominarlo direttamente. Il personaggio che ho in mente incarna un tipo umano che deve assomigliare a Erasmo, ma che comprende in sé anche qualche tratto di Spinoza e Tommaso; lo scrittore può fare questo senza pretendere di sostituirsi agli storici. Eppure, ricordando Braudel, quanto di romanzesco vi è in quello che scrive!

17 giugno. Rileggo il capitolo, ritocco alcune parti: va bene.

18 Giugno. Ho raggiunto un punto critico; mi fermo e ripenso a tutta la costruzione.

19 Giugno. La giornata se ne va in quisquilie.

21 Giugno. La giornata se ne va in quisquilie, il clima di ieri si è rotto e questo mi innervosisce.

26 Giugno. Al principio, nel momento in cui si accende una scrittura, c’è sempre un'idea, non credo a quelli che dicono che ci sono dei materiali. Se mai un mondo poetico; ma chiunque ha un mondo che può diventare poetico, senza necessariamente approdare a una scrittura che cerchi una forma artistica. La parola materiali, tuttavia, è spia di un'altra metafora morta. Non si tratta di estrarre qualcosa da una miniera, ma piuttosto di partire per un viaggio di esplorazione e anche di ricostruzione paziente. Perciò si tratta di armare una nave, trovare l'equipaggio giusto, calibrare bene la meta con i mezzi che si hanno a disposizione. L'idea in quanto meta deve esistere sia prima della partenza sia dopo nella forma di opera realizzata; più spesso nella forma di un telos. Partire per le Indie, dunque… ma l'idea non basta. A volte, poi, le idee diventano stelle fisse in un firmamento aristotelico. Possono, altre volte, trasformarsi in perfette icone e non starò a dire quanto hanno pesato nella poesia del '900; gli aiku di Pound, il gusto del frammento, l'aforisma, certi pensieri fulminanti di Kraus.
Se non è un fuoco fatuo l'idea deve cominciare ad assumere una forma, produrre altro, articolarsi ed espandersi fino a delineare un vero e proprio campo magnetico dove le forze elementari e quelle deboli e quelle più forti agiscono condizionandosi a vicenda.

27 Giugno. Perché certe idee si articolano e altre no? E che significa più in dettaglio articolare un'idea? Alla prima domanda non si può rispondere senza una definizione di campo. Il campo è già una rete relazionale; vi sono idee che sono in sé reti relazionali, altre non lo sono. Nella relazione fra i tre personaggi della scena avviene un vero e proprio confronto fra tipi ma anche fra epoche; su questo forse la stesura del capitolo è ancora carente.

28 Giugno. L'articolazione di una raccolta poetica non è altro che la sua espansione iniziale, quasi inerziale, fino ad occupare tutto il campo possibile. Naturalmente, ciò che l'inerzia produce è un'articolazione meccanica, non dico spontanea, ma meccanica sì. È una specie di una marionetta. Cosa dà vita alla marionetta? Questo è il punto.

29 Giugno. La poesia è un colpo di fucile, la prosa... quando non sappiamo cosa dire inventiamo l'uso dell'aggettivo, oppure... il pensiero, ecco cosa manca. Non esiste
un'articolazione narrativa forte senza che un forte pensiero sostenga l'impalcatura; forse è per questo che si può essere grandi poeti anche a vent'anni ma difficilmente grandi romanzieri.

1 Luglio. L'idea è dunque una costrizione cui deve corrispondere un'altra costrizione legata al tempo e allo spazio; in altre parole quello che Alfieri indicava come la
necessità di legarsi al tavolo di lavoro, metodicamente, secondo una scansione monotona del tempo; per esempio, tutte le mattine dalle nove alla una. Prigione, sofferenza infantile e ricordi dolorosi sembrano essere una sorta di manna per lo scrittore. Hemingway disse una volta che se si è troppo felici di vivere non vi è alcuna necessità di scrivere. Quando lo disse tutti applaudirono, naturalmente. La frase cadeva - come si suole dire - sul bagnato impastando con una certa disinvoltura tipicamente americana un pizzico di Freud e un pizzico di romanticismo. Ciò non toglie che si tratti dell'ennesima banalità. Uomini completamente soddisfatti di sé esistono solo come metafore letterarie e sono caricature di Candide. La scrittura non ha a che fare con questo più di tanto; se mai altre sono le distinzioni… E quanto ad Alfieri oltre che legarsi al tavolo aveva una certa dimestichezza con il letto!
Vi sono esseri umani in grado di accedere alla scrittura e ad altri mezzi espressivi e ve ne sono altri che non possono nemmeno pensare di farlo essendo completamente immersi entro il cerchio della dura necessità vitale. Anche fra costoro ci sono naturalmente 'artisti spontanei', narratori prima di tutto, ma - dopo la scomparsa del racconto orale - a loro rimane il folklore. Nel cerchio di coloro che possono accedere il numero di quelli che realmente lo fanno cresce e continua a crescere; ma questo ha a che fare con la scolarità di massa; il che non è necessariamente un bene.

2 Luglio. Dunque non vi è rapporto fra scrittura e insoddisfazione? No, tuttavia l'equazione banalizza un problema vero ma che andrebbe posto rovesciando la questione e domandandosi invece se la scrittura e altre forme espressive non abbiano, fra l'altro, anche un valore terapeutico e se sia possibile distinguere l'espressione che sia solo terapeutica da quella che aspira a diventare arte. Se la scrittura è un prendersi cura di sé che vuole diventare un prendersi cura di tutti il suo valore terapeutico non può essere negato. Solo che questa terapia non cura una malattia, ma con il suo tramite si costruisce il sé positivo, in altre parole essa corrisponde nell'adulto (come bene ha intuito Winnicott) al gioco di fantasia del bambino. Il bambino mentre gioca non cura una malattia, cura se stesso e la possibilità di svilupparsi come essere pienamente umano. Tuttavia la cosa non finisce qui; perché la scrittura è anche una malattia, o un vizio, è stato detto. E poi per scrivere come per esprimersi o fare gli attori bisogna essere dei bei narcisi...

3 Luglio. La gabbia si è volatilizzata.

4 Luglio. È la leggerezza a dominare, mi sembra che qualcosa cominci a volare intorno.

6 Luglio. Sono frasi, a volta parole a volte pezzi di situazioni che riconosco, sono parti del romanzo, parti già scritte, parti ancora da scrivere.

8 Luglio. Ciò che è accaduto ieri 7 luglio determinerà sicuramente il modo di procedere d'ora in poi.

9 Luglio. Torna un mondo scomparso torna ad occupare i miei pensieri. La sensazione è molto piacevole, ma non intendo rimettermi subito a scrivere; ho bisogno di rientrare in quel mondo lentamente.

10 Luglio. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiata l’atmosfera; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno semplificate, rese più essenziali.

12 Luglio. Al finale, in effetti, mancava qualcosa.

19 Luglio. È cominciata l'estate, si capisce dal colore del cielo. Luglio è il mese più solare; l'estate, tuttavia, comincia davvero solo quando fra il clima di mare e quello di
mezza montagna non vi è più quella linea sottile di divisione che li separa e che corre esattamente a metà strada fra la città ed il mare, proprio dove si trova un grande leccio. In nessun'altra stagione la linea scompare come in estate. Prima che questo avvenga, capita spesso che, tornando dal mare, s’incontri la pioggia dopo quel leccio, oppure ci si accorga che è appena piovuto perché il cielo è limpido e lavato. Poi, un bel giorno la pioggia scompare ma il cielo è limpido come se vi fosse stata. L'estate comincia così; durerà fino alla fine di agosto, anche se si trasformerà giorno dopo giorno; ma quella linea di confine ritornerà solo con l'inizio dell'autunno.

20 Luglio. L'estate è tempo di scritture frammentarie, poco adatte al fiume della narrazione. La lettura sostituisce in parte la scrittura, per un altra parte sono le serate trascorse insieme agli amici, grandi avventure dello spirito in cui lo scambio avviene attraverso la parola che non lascia tracce ma costruisce eventi memorabili, cui non siamo più abituati. Non mi par vero sia tornata questa stagione, quella in cui la verità, per dirla con Stevens, è un giro sul lago.

21 Luglio. Il mio giro sul lago di questa sera è una cena sul mare con due amiche.

22 luglio. Nulla di importante.

2 Agosto. Lirica in piazza, davanti alla cattedrale di San Cerbone, come sempre.

4 Agosto. Nulla di importante.

6 Agosto. Dopo una giornata memorabile c’è sempre bisogno di una sosta. Ieri sera a tavola, tutti insieme, le parole tessevano una tela invisibile e calda dentro cui ciascuno si sentiva a proprio agio. Sì questi eventi di parole sono quanto di meglio ci si possa augurare nella vita, lasciano i segni più duraturi ed autentici perché sono scritti sulla nostra pelle.

7 Agosto. Sono partiti in molti, altri ne arriveranno a giorni, l'estate si è adagiata nella sua molle e statica continuità, l'inerzia avvolge i pensieri e gli alberi; persino il mare. A sera una nebbia sottile vela i tramonti, insinua un dubbio.

8 Agosto. Le domeniche sono giorni a sé, anche d'estate; le spiagge si riempiono di turisti occasionali, le automobili occupano tutti gli spazi, i musei sono troppo frequentati; improvvisamente, come un segnale di guerra, la domenica scandisce il ricordo di ciò che ci attende domani, quando ritornando a casa...

9 Agosto. Ho letto tutto il giorno: Stevens, Walcott, D’Arrigo, alcuni manoscritti.

10 Agosto. Un nuovo capitolo comincia a delinearsi quando minuscoli segnali a sé stanti iniziano a muoversi in modo coordinato; prendono cioè una forma. Non importa quale, tanto le forme sono in numero assai minore di quello che siamo portati a credere. Una forma, per quanto sia diversa da un'altra, deve produrre comunque qualcosa che si regge in piedi per forza propria; perciò è inevitabile che alcune strutture portanti siano molto simili. L'isomorfismo è l'ovvia conseguenza di una sostanziale mancanza di fantasia del concreto, anche quando esso si manifesta nelle fogge più gratuite dell'espressione artistica. Anche per questo l’originalità è un bene raro cui non bisogna far caso, che non va ricercato più di tanto. Spesso chi pretende a tutti i costi l’originalità alla fine trova soltanto espedienti.

14 Agosto. Il sole cala già prima, la nebbiolina è diventata più fitta e dietro l'Elba c’è sempre una nube che taglia il sole a piccole fette, tanto da assimilarlo a Giove e talvolta a Saturno; infine gli anelli si sciolgono come un gelato lasciato troppo a lungo al caldo. È allora che ritornano i cavalli sulla spiaggia, inseguiti dallo sguardo attento e impaurito dei cani che vorrebbero muoversi, ma ne hanno paura. Il buio cala del tutto mentre iniziamo a mangiare e la musica si diffonde sulla spiaggia; soltanto allora è possibile vedere, in lontananza altri fuochi ed altre luci. Proprio allora, guardando come sempre la scia di un aereo che taglia la spiaggia nella sua rotta verso il nord una grande stella cadente è comparsa nel cielo, fuori tempo, oltre il limite che il mito ha assegnato alle stelle per cadere. Mi è sembrata lunghissima, portatrice di luce nella stagione che declina; l’originalità è sempre uno scarto minimo che sporge il proprio capo dal cuore della ripetizione.

15 Agosto. Il nuovo capitolo è un ragazzino robusto che scalpita!

18 Agosto. Nulla di importante.

19 Agosto. Ci vuole anche un giornalista, un altro dico. Uno non basta, bisogna che introduca un altro sguardo; in fondo il romanzo moderno non è altro che una moltiplicazione di sguardi. Non è lo specchio infranto la vera novità, ma l'infinità
di punti di vista, che corrisponde all'amplificazione delle culture e alla possibilità di traduzione reciproca. Soltanto Pessoa è stato capace di intravedere una possibilità diversa rispetto a quella della frammentazione. Il soggetto può moltiplicarsi invece che frammentarsi, dare vita a una proliferazione di punti di vista diversi che egli incarnò in modo così geniale nei suoi eteronimi e in se stesso ortonimo.

20 Agosto. Oltre a un giornalista bisogna che risolva meglio la questione degli animali; l'accenno iniziale era necessario per i suoi intenti allegorici, ma non ci si può fermare lì.

22 Agosto. Ho ripreso a leggere il libro di Graves sui miti; sicuramente qualche greco si sarà occupato di questa storia degli animali.

23 Agosto. Anche i virus sono un problema; vanno trattati come animali oppure no? Qui nemmeno i greci mi possono aiutare, bisogna che faccia tutto da solo… e se non sbaglio mi ero già posto questo problema, ma senza risolverlo.

25 Agosto. L'estate ormai volge e si avvita intorno ad una continua ripetizione, subentra la stanchezza, il copione diventa noioso; ma quel leccio che segnalava in cambio di stagione ora non c'è più...

1 Settembre. Il tram non passa più, questa è la prima sorpresa del rientro. Non me ne sono accorto subito, ma solo dopo un po' selezionando i rumori; poi, scendendo con Laika in mezzo alle rotaie, ho notato la ruggine che cresceva di giorno in giorno ad un ritmo costante; ho sempre pensato che la ruggine attacchi i metalli nel tempo, secondo un ritmo lentissimo; invece non è vero. È soltanto l'uso che li preserva dal decadimento rugginoso; di giorno in giorno, forse di ora in ora la crosta e le slabbrature aumentano. Il primo segno evidente che un oggetto è stato creato dall'uomo è dunque il suo ritorno allo stato naturale quando viene meno il suo uso; e ciò vale anche per il duro metallo. Laika è ancora diffidente; ogni tanto guarda verso l'orizzonte della strada ferrata, cerca di scrutare il tram in arrivo, non capisce ancora che è accaduto qualcosa e l'incertezza la spinge a fare più in fretta i suoi bisogni. Ogni tanto mi guarda, io le dico di restare tranquilla, ma lei ad ogni macchina che passa ha un sobbalzo, forse il suolo balla ancora come quando il tram arrivava e lei non si fida.

4 Settembre. Il forno è sempre acceso, il computer con la sua video scrittura incorporata è sempre lì al suo posto. Perdere la matita è possibile, ma perdere un computer è più difficile; è sempre presente, ci vuole una rimozione che rasenta la follia per perdere un computer. Il mezzo si impone e anche tornando alla penna oppure alla matita che si può persino cancellare è un'illusione grottesca. Scrivere è una necessità corporea, questo l'aveva capito benissimo anche Beckett; anche i suoi personaggi sono prigionieri di questa necessità, solo che i loro mezzi sono più tenui e meno ingombranti, possono perdersi ed in quella pausa creare il vuoto pneumatico dell'attesa. Per noi il troppo pieno coincide con la pienezza dei mezzi e non solo con la volontà che possiamo decidere di dominare; non è una differenza da poco.

5 Settembre. Nulla di importante.

7 Settembre. Sono così contento di aver potuto parlare di una giornata come quella di ieri... non capita spesso di poter mettere in scena un evento come quello, nemmeno per uno scrittore dotato della più sfrenata fantasia.

8 Settembre. È stata una giornata molto confusa contrassegnata da movimenti contraddittori che si elidevano l'un l'altro; sembrava quasi di assistere a una gag in cui ognuno degli attori si muove nelle direzioni più diverse ma poi tutti passavano più o meno negli stessi punti senza sospettare l'uno dell'altro. La comicità è una serie di equivoci concatenati e finiti; la complessità, probabilmente, altro non è se non una serie infinita di equivoci non concatenati.

9 Settembre. Nulla di importante.

10 Settembre. Nulla di importante.

11 Settembre. Una lettura pubblica è un evento da preparare con grande rigore. Un tempo pensavo che la poesia fosse soltanto per la lettura solitaria, poi il mio punto di vista è cambiato radicalmente e oggi so che lettura pubblica e libro sono due forze di uguale potenza che devono fronteggiarsi e declinarsi in ognuno di noi. La poesia nacque come oralità allo stato puro, musica prima della musica genere prima di altri generi; il racconto orale come diciamo noi è una definizione fuorviante perché quel racconto orale aveva una metro ed una misura poetiche, non era un racconto come noi lo intendiamo modernamente.

12 Settembre. Beckett pensa che lo sguardo debba essere unico; in fondo la sua
esplorazione estrema è grottesca - ma anche tragica - è un disperato attaccamento allo sguardo occidentale, l'incatenamento dei corpi e la loro impotenza non allude ad alcun destino post atomico come è stato detto; piuttosto alla intraducibilità di un'esperienza culturale. Al fondo vi è l'innominabile, non in senso assoluto, ma il nocciolo che mi distingue dall'altro, che appartiene soltanto e me e che non può giungere all'altro. Lui sembra dirci questo: cercate, cercate, ma è possibile uscire da voi stessi? La parabola di Beckett consiste in un disperato racchiudersi dentro la dimensione dell'uno, eliminando tutto ciò che non lo riguarda; in definitiva Beckett è il solitario teologo di un monoteismo senza dio.

13 Settembre. La ruggine ha slabbrato un altro pezzo di rotaia ai bordi mentre la parte piana su cui poggia la ruota del tram assume via via il colore caratteristico rossiccio marrone; ma non si fora. Più avanti invece il colore del ferro riluce ancora e non mi so spiegare questo fenomeno: perché il metallo decade in modo diverso, in punti diversi? Sarà un effetto del sole che penetra fra gli alberi distribuendo le ombre in modo diversamente equo a seconda dei punti? Oppure sarà dovuto ad altro? Gli alberi stanno cambiando, la mancata presenza del tram li sta cambiando... Laika è più tranquilla, non mi guarda più con l'insistenza di prima, si aggira fra le rotaie con calma, fiuta i suoi odori con insistenza.

18 Settembre.

21 Settembre. Nulla di importante.

28 Settembre. L'estate se n'è andata, ma a Milano ce se ne accorge quando è già accaduto. Inutile cercare di cogliere il giorno, il momento. Eppure qualche segno rimane ancora, ma oscilla su un mobile confine. Gli uccelli migratori sugli alberi di corso Lodi, per esempio. A centinaia si radunano ogni sera prima di spiccare il volo verso sud. L'autostrada del sole è a pochi chilometri in linea d'aria e queste piante sono adatte al raduno. Poi sciamano insieme verso le loro mete, si sovrappongono alle nostre rotte, lasciando in ciascuno di noi il dubbio se anche nella costruzione dei nostri dedali stradali non sia rimasto un lembo di memoria animale, un ricordo di migrazioni ancestrali.

30 Settembre. Gli alberi a fianco della massicciata del tram numero 13 si stanno
piegando verso il basso, toccando i fili della luce. Forse era la presenza del tram a farli scattare sull'attenti. Oggi ripiegano su di sé, stanchi; il loro movimento si chiude sopra le rotaie proteggendole dal sole. Deve essere questo il motivo per cui tratti la ruggine è più estesa, in altri meno. Laika sembra soffermarsi con sempre maggiore sicurezza fra gli arbusti e le pianticelle che crescono; alcuni tratti di rotaia sono ora coperti dall'erba, anzi da una varietà grandissima di piante diverse, fra le quali riconosco qualche ortica e delle spighe selvagge. Qualche insetto ha fatto il suo nido al riparo, dove la vegetazione è più fitta e lambisce le transenne di ferro che separano la tramvia dalla strada. Da terra, una lumaca già non vedrebbe più ciò che accade al di là e se potesse dire dove si trova parlerebbe di un bosco. Sono soltanto tre mesi che il tram non passa più di qui… l'opera umana si deteriora in fretta.

1 Ottobre. Gli ultimi uccelli si sono dati appuntamento oggi sugli alberi davanti a casa. Ho aperto la finestra e li ho guardati a lungo finché non sono mossi tutti insieme ad un richiamo. Ho chiuso la finestra.

12 ottobre. Alcuni avvenimenti politici tendono desta la mia attenzione.

13 Ottobre. Nulla di importante.

14 ottobre. Bombe ovunque, ci risiamo. Un velo di tristezza s'impadronisce di tutto, si attacca anche a quello che sto scrivendo. C'è una barriera insuperabile da parte della scrittura; ed è il muro della realtà. Sappiamo bene che fra il nome è la cosa la distanza non è del tutto superabile e che se dovessimo dare una definizione di realtà non potremmo aspettarci di essere presi sul serio. Eppure ciò che ci costringe al silenzio non è semplice impotenza; un pensiero del genere sottintenderebbe una convinzione di onnipotenza, come se tutto fosse nelle nostre mani e dipendesse da noi. La realtà non può essere nominata perché il linguaggio è un sistema parallelo ma minore rispetto ad essa. Perciò essa ogni tanto si fa sentire e ci costringe a un felice silenzio, con buona pace di chi pensa che noi abitiamo il linguaggio.

15 Ottobre. La precarietà domina questi giorni, ma ci si scopre anche meno soli. Certi fili si riannodano, altri si consolidano, si moltiplicano i gesti di solidarietà, si avverte un bisogno di distinzione e riconoscimento; altri fili invece si allentano, altri si allenteranno, tutte le relazioni verranno passate al setaccio. Vivere è l'esatto contrario di scrivere. Nell'opera possono affollarsi tanti personaggi, un mondo intero; ma l'esercizio di chi dà vita a questo mondo è solitario e richiede distanza aristocratica, ripiegamento, fastidio per ogni rumore. Gli altri devono scomparire, non devono esserci più, ma non soltanto nella disponibilità e nello spazio che occupano nei nostri pensieri; devono proprio scomparire, essere lontani nel momento in cui si scrive, non essere presenti con i loro corpi oltre che con la loro immagine. Solo così possono rinascere in altre forme, popolare la pagina o travasarsi dentro di noi e trasformarsi. Perciò la scrittura non può essere, neppure nel giornalista più attento, restituzione in diretta di ciò che avviene.

16 Ottobre. Quando la realtà entra dentro e squassa ogni cosa si ripropone il vecchio dilemma: fare finta di niente oppure smettere di scrivere e fare altro? Dire che non è possibile restituire il senso del presente in diretta, ha implicazioni serie. Qualsiasi
scrittura serve sempre dopo perché l'urto stesso degli eventi fa sì che quella parola non possa essere udita in quel momento. Il Diario di Anna Frank non servì allora ma successivamente; certo la scrittura avrà tenuto almeno in parte compagnia a lei, alla povera Anna, ma questo è un altro discorso. Non rimangono che due strade in apparenza: fare finta di nulla e perseguire fino in fondo e con rigore il proprio progetto di scrittura a dispetto di ogni cosa e di ogni accadimento, fino alla dimenticanza di sé in questo; oppure smettere e fare altro. Forse c'è una terza strada non mediana: vivere consapevolmente finché se né capaci una scissione, una contraddizione senza pretese di onnipotenza e dunque senza ridurre ciò che riducibile non è; senza eliminare nessuno dei due corni, ma rifiutando anche situazioni in cui l'oblio cade dall'una o dall'altra parte. Finché si può.

19 Ottobre. Ieri funerali delle vittime.

21 Ottobre. La città è tetra, sembra tutto morto.

22 Ottobre. Questa notte è suonato un nuovo allarme.

23 Ottobre. Fra le vittime delle bombe vi è anche una signora che ogni tanto vedevo al supermercato. Si trovava in centro per caso proprio nel momento dell'esplosione; una fatalità che naturalmente occupa tutto lo spazio della chiacchiera di bottega. Che le bombe siano state poste con determinazione, secondo un disegno mirante ad uccidere, secondo una logica politica che sottintende una volontà precisa, non viene minimamente considerato; è la fatalità ad avere ucciso Ginetta Argonauti. A sera, davanti alla televisione o seduti in poltrona con il giornale sulle ginocchia, le considerazioni saranno altre, comincerà un altro gioco: a chi servirà? Chi saranno? Neri o servizi segreti? Americani o italiani? Gioveranno a qualcuno? Il fato cederà così il posto agli dei; se il primo domina gl'istinti e le sensazioni gli dei in forma televisiva dominano il pensiero. Gli dei sono il cemento della collettività grazie ad essi ci si sente appartenenti al gruppo; ma il fato è il residuo che lascia che ognuno di noi a volte sia staccato da tutto, preso e circoscritto entro la sua misera piccolezza, sottoposto a forze che possono schiantarlo in un attimo. Il fato, la fatalità il destino personale, l'ombra che non è dell'altro ma che siamo noi nell'ombra, inconsistenti come un'ombra.

25 Ottobre. Nulla di importante.

26 Ottobre. Gli alberi sono ormai ridotti a puro legno nudo, gli arbusti resistono sempre meno e si ritirano. L'erba però resiste ai lati più esterni in modo vigoroso e fa tenerezza; in certi punti Laika scompare in essa e mi tiene in apprensione perché potrebbe sbucare fuori sulla strada senza neppure accorgersene. Gli uccelli sono ormai migrati tutti, chi è rimasto sverna qui e cerca cibo.

29 Ottobre. Ieri è stata una giornata importante.

30 Ottobre. Sento che l'effetto continua, forse ricomincerò a scrivere; domani, lo sento, sarà una giornata importante.

1 Novembre. L'erba non abbraccia più le rotaie, ha compiuto - si direbbe - una ritirata strategica resistendo ai lati e mettendo in quello le residue energie. Le rotaie emergono così nitidamente ormai del tutto coperte dalla ruggine; sono bastati sei mesi di inutilizzo per trasformare quelle barre di ferro in rottame. La pioggia macera le foglie e intacca il legno delle traversine disposte a terra, fra rotaia e rotaia. L'unica a goderne è Laika che si aggira senza più ostacoli fra massicciata e piccoli arbusti evitando accuratamente in punti in cui l'erba è più alta. Altri cani gironzolano fra le rotaie, a tutte le ore e fra le due strade dove scorre il traffico è nato un piccolo mondo a sé cui nessuno fa caso. Anche gli uccelli l'hanno compreso e preferiscono fermarsi su questi alberi piuttosto che andare nel vicino parco, ormai poco frequentato; solo i merli insistono nel rimanere là, ma i passeri hanno fatto la loro scelta e volano fra i balconi e la strada, scrutando le briciole che ogni tanto cadono a terra o vengono gettate. Uno degli ultimi provvedimenti della giunta Pochini, fu quello di vietare la distribuzione di pane ai piccioni, al fine di impedire la loro eccessiva moltiplicazione, causa di malattie di varia natura per gli uomini e le cose. Il provvedimento in questione vietava semplicemente la posa di cibo ovunque, anche laddove piccioni non ce ne sono, come qui, dove il luogo è frequentato da uccelli migratori, merli e passeri. Naturalmente passato il momento di risate e denunce - perché qualche cretino che denuncia il vicino che dà il pane agli uccelli lo si trova sempre - tutti si sono dimenticati del provvedimento, vigili compresi, e tutto va avanti come prima. Tuttavia é bene ricordarsi delle stoltezza del potere in ogni momento.

4 Novembre. telefonate tutto il giorno.

8 Novembre.

11 Novembre. Ieri ho scritto tutto il giorno; brevi note, raccontini note a margine del romanzo.

13 Novembre. Ho trascorso tutta la giornata saltando da un tram all'altro, alla ricerca di spunti. I mezzi pubblici sono autentiche miniere nelle quali giacciono accatastate nell'abbandono scenografie e personaggi, sosia e controfigure, pezzi di trame. In fondo è un'ovvietà; Baudelaire scoprì per primo il valore dell'anonimato nella grande città, lo scorrere della massa umana e l'improvviso apparire di un volto che si distacca e colpisce l'occhio dell'osservatore. Il tram è un angolo di questa realtà, un microcosmo ricchissimo, inesauribile, un'ansa entro la quale si depositano sedimenti di epoche diverse e trasformazioni sociali, drammi individuali, la comicità di certe situazioni limite. Diversa ancora è la metropolitana, immagine del moderno immortalata in un famosissimo e sorprendente aiku di Ezra Pound. In essa la massa si coniuga alla velocità dello spostamento e all'immagine chapliniana del fluire del gregge.

14 Novembre. Nulla di importante.

15 Novembre. Altre bombe, attentati un po' ovunque, questa sera ne discuteremo a tavola.

30 Novembre. Cara Ginevra, nell'antichità lo spazio era cornice di ogni cosa ed il muoversi, il semplice muoversi, poteva divenire tutto e conoscenza di ogni cosa. Boccaccio e Chaucer sono forse stati gli ultimi scrittori della tradizione 'antica' a poter considerare lo spazio in questo modo, con tutta l'innocenza di questo sguardo.
Naturalmente altre strade si erano già dischiuse: quella del viaggio simbolico che ha anch'esso un rapporto con opere dell'antichità; quella del viaggio come metafora ed allegoria che attraverso il Don Chisciotte e il Lazarillo de Tormes ci porterà al viaggio allegorico moderno che ha nel romanzo di Swift il suo prototipo.
Boccaccio e Chaucer stanno ancora sul crinale ed è anche per questo, credo, che nonostante le occasioni che determinano il loro viaggio (la pestilenza e la penitenza) sia il Decameron sia i Racconti di Canterbury conservino una gioiosità ed un'innocenza così sorprendentemente poco moderne. È alla fine che ci rendiamo conto che con loro ha termine un tipo di viaggio; quando capiamo che nel Decameron il viaggio vero avviene nel racconto e non per le colline toscane in attesa che la peste finisca e nei Racconti di Canterbury perché la meta è l'inizio di un viaggio simbolico ma anche il superamento del viaggio mondano dopo il suo attraversamento. Da Ulisse ai protagonisti del Satyricon di Petronio Arbitro, passando attraverso le narrazioni di Erodoto, lo spazio è tutto e chi si muove in esso vede il mondo e la conoscenza venire incontro a lui e chi si muove ha la sensazione di andare incontro al mondo con gioia o terrore. Ora non abbiamo più spazio, tutto lo spazio è stato saturato e persino l'infinito ci lascia un dubbio che possa anche non esserlo. Il nostro mondo, invece, é dominato dal tempo. È nel tempo e nella durata che il mondo viene a noi incontro e noi possiamo nel tempo e nella durata andare incontro ad esso. Lo spazio è stato metabolizzato e la sua valenza di conoscenza è stata trasformata in istruzioni per l'uso, diretta televisiva, turismo di massa. Il tempo è diventato la cornice entro la quale è possibile esperire il mondo.

Con affetto.

P.S. Dimenticavo: nello spazio potevamo pensarci infiniti, ma non nel tempo. Nel tempo il mondo ci viene incontro e noi andiamo incontro ad esso come scoperta del limite. Nel tempo noi siamo limitati per definizione, ma anche il mondo che ci viene incontro lo è.

1 Gennaio. Mi sono alzato tardi.

3 Gennaio. Ho dato un'occhiata agli appunti... non ho ancora pensato al titolo; ma è poi necessario?

4 Gennaio. È tempo di fare i bagagli e salutare gli amici. Domani si parte. Ne rivedrò presto alcuni a Milano, altri ne rivedrò qui la prossima estate, altri ancora le prossime vacanze di Natale.

6 Gennaio. Mi sono alzato tardi e la giornata se ne è andata più velocemente dei miei propositi; a sera faceva molto freddo in casa.

7 Gennaio. Brecht o qualcun altro - non ricordo - diceva di tenere il forno della scrittura sempre acceso... non importa se poi non scrivi... lascialo lì in caldo, ma non pretendere di usarlo sempre. Sento l'urgenza di leggere alcuni documenti prima d'iniziare a scrivere; meglio accendere domani.

8 Gennaio. Continuo a leggere.

9 Gennaio. È nato tutto improvvisamente, il primo capitolo dico. Fino a ieri mi sembrava incompleto, poi è bastato un piccolo spostamento, un paio di correzioni e ho capito che era nato.