lunedì 6 ottobre 2008

Agenda di scrittore: romanzo

AGENDA DI SCRITTORE. Romanzo di Franco Romanò.

1 Gennaio. Mi sono alzato tardi.

3 Gennaio. Ho dato un'occhiata agli appunti... non ho ancora pensato al titolo; ma è poi necessario?

4 Gennaio. È tempo di fare i bagagli e salutare gli amici. Domani si parte. Ne rivedrò presto alcuni a Milano, altri ne rivedrò qui la prossima estate, altri ancora le prossime vacanze di Natale.

6 Gennaio. Mi sono alzato tardi e la giornata se ne è andata più velocemente dei miei propositi; a sera faceva molto freddo in casa.

7 Gennaio. Brecht o qualcun altro - non ricordo - diceva di tenere il forno della scrittura sempre acceso... non importa se poi non scrivi... lascialo lì in caldo, ma non pretendere di usarlo sempre. Sento l'urgenza di leggere alcuni documenti prima d'iniziare a scrivere; meglio accendere domani.

8 Gennaio. Continuo a leggere.

9 Gennaio. La lettura mi ha appassionato ma anche trasportato altrove. A volte bisogna seguire ciò che accade, ma questo mi rende inquieto; sento al tempo stesso l'urgenza di cominciare a scrivere e l'impossibilità di farlo. Covare è l'atto in assoluto più difficile.

11 Gennaio. I documenti da leggere sono molti, portano in direzioni svariate, ma anche il mio romanzo va in direzioni diverse e dunque questo momento di caos apparente va accettato. Per fortuna un punto di partenza c'è: il vecchio Braudel, la sua intelligenza certosina, il suo gusto per il dettaglio da inserire nella grande visione.

14 Gennaio. È a Braudel che devo l'idea del romanzo e gli devo essere grato: ma adesso devo arrangiarmi un po' da solo.

20 Gennaio. È subentrato uno stato di letargo che non mi piace, ma che non riesco ad allontanare da me.

24 Gennaio. La mia testa è disperatamente vuota; l'immagine stessa del forno acceso mi dà fastidio.

26 Gennaio. Ho letto tutta la giornata.

27 Gennaio. Frugando fra le videocassette mi ha incuriosito un documentario RAI sulla Rivoluzione Francese.

29 Gennaio. Ho guardato la terza parte del filmato. Robespierre è inquietante, gli altri non si sa bene chi siano. Solo Danton mi appassiona come figura storica.

30 Gennaio. Non ho resistito alla tentazione di vedere anche il finale; il forno però è sempre acceso e non mi dà più fastidio. Domani forse sarà il giorno buono...

31 Gennaio. Il pomeriggio ricevo una telefonata; un editore mi fissa un appuntamento per il giorno dopo.

1 Febbraio. Prendo la raccolta e la metto in borsa; mi sembra di trasportare un'anima morta. È un lavoro lontano, forse non mi assomiglia nemmeno più, ogni emozione si è spenta e non mi aspettavo che qualcuno mi telefonasse proprio per lei. È un appuntamento che un poco mi disturba perché interrompe un lavoro, ma devo andarci. Abbiamo una responsabilità verso noi stessi e le nostre opere che si manifesta tanto nel non essere petulanti e maneggioni quanto nel non essere spocchiosi. Avere cura delle proprie opere è necessario senza farle diventare delle reliquie da tenere in una teca. Andrò dall'editore.

2 Febbraio. Incontro deludente con l'editore, chissà perché mi ha telefonato. "I suoi testi sono bellissimi da recitare in pubblico!" Per essere uno che organizza serate di letture e non mi ha mai invitato una volta non c'è male! In compenso mi ha distolto da romanzo…

4 Febbraio. Ritorno faticosamente ai miei personaggi, al loro peregrinare, alle carte da selezionare. E mi ritorna la voglia di tornare ai filmati sulla Rivoluzione Francese. C'è una ragione lo so, il romanzo ha a che fare con la storia e il suo peso, con certi nodi cruciali o ritenuti tali; ma perché proprio quel momento? Non c'è una risposta, bisogna sapere aspettare che essa arrivi prima o poi. Mi rimetto a guardare i filmati.

8 Febbraio. Forse tutto sta nella forza dei personaggi, nella loro statura. Misurati con il metro del nostro presente sembrano giganti, ma anche questa è una distorsione ottica dovuta alla piccolezza della nostra attualità? Oppure è un inganno anche questo? Ma uno scrittore non deve porsi questi problemi… Sì, è ora di dedicarsi ai personaggi, metterli meglio a fuoco.

12 Febbraio. Fastidiose commissioni domestiche, inciampi quotidiani continui.

15 Febbraio. Nulla di importante.

18 Febbraio. Telefonate continue, ma ora una tranquilla disposizione a riprendere.

19 Febbraio. È inevitabile passare per questa scena madre, ma posso sempre rinviarne l'esecuzione. La mia casa di Milano, poi, in questi casi, diventa eccessivamente dispersiva, non c'è mai il silenzio giusto. Me ne andrò altrove.

20 Febbraio. Galileo ha smesso di tormentarmi; farò i conti con lui a suo tempo, seguire i due fratelli mi sembra più importante, sono loro che ci trascinano sulla loro barca, siamo noi alla deriva.

21 Febbraio. La scrittura procede fluida; stacco il telefono.

25 Febbraio. Il momento magico continua; il telefono è sempre staccato.

26 Febbraio. La scrittura sgorga in modo piano continuo e rassicurante; il forno è caldo e cuoce bene.

2 Marzo. Concludo questa parte; ho lavorato tutto il giorno e sono stanco; un grande senso di vuoto si è impadronito di me.

3 Marzo. Il vuoto continua, tento di leggere, ma inutilmente. Riesco ad appassionarmi solo alla lettura di un quotidiano; non mi accadeva da tempo.

4 Marzo. Questa metafora del libro come figlio del maschio ha percorso i secoli come fossero autostrade, giungendo fino a noi; ma è una metafora vuota che dovrebbe fra l'altro renderci più guardinghi verso una figura retorica che è assurta addirittura ad emblema del poetico. Eppure è stata tanto variamente ripetuta da diventare di massa. Le cose vengono prima delle parole e Platone avrebbe dovuto saperlo più di altri visto che ricordava il tempo in cui la cultura era orale e temeva addirittura che la scrittura avrebbe causato negli uomini una grave perdita della memoria. Della scrittura si è fatto a meno per millenni, non ovviamente della riproduzione della vita. Certo le cose sono poi diventate un po' più complesse e la mancanza del nome e del nominare e del certificare fu certo causa di molte tragedie fra cui quella di Narciso, per esempio.

9 Marzo. Il personaggio femminile più importante del romanzo si chiamerà Diotima.

10 Marzo. Sto uscendo dal letargo.

15 Marzo. La Toscana, a primavera, ha un aspetto contraddittorio; più ancora la Maremma. Il volto di queste terre è sempre estremo, forte, passionale. Ricordo il periodo natalizio di molti anni fa, quando una bufera di neve coprì tutto in poco tempo. Dopo tre ore un sole forte squarciò il cielo che divenne terso in pochi minuti mentre la massa di neve cominciò a friggere e fumare trasformandosi presto in rigagnolo; penso che ritornerò proprio lì, fuori stagione per la prima volta. A primavera è il vento il protagonista e poi i colori… Sì andrò a scrivere in Maremma.

18 Marzo. Arrivo a Massa Marittima il primo pomeriggio. C’è un sole splendido e poca gente in giro. Apro casa e il vento entra con furia spazzando in un minuto l'aria di chiuso. C’è poco da mangiare ma non ho voglia di uscire; intanto comincio a sgomberare la scrivania. Quando non scrivo al computer uso sempre un quadernone che assomiglia ad un libro mastro da vecchio bottegaio. La video scrittura si addice ai passaggi più piani e procede fra binari ben delineati e rassicuranti. Poi però si arriva agli snodi, si finisce nel mezzo di una selva di possibilità fra cui scegliere, alle prese con l'apparente libertà di andare in ogni direzione e la necessità di scegliere la direzione obbligata; o meglio, di far sì che il lettore, ma prima di tutto chi scrive, creda superstiziosamente che vi sia quell'unica via obbligata. Quello è il momento del quaderno, del libro dei conti, dove le parole pesano di più e diventano le sole a contare veramente; oltre i propositi, le intenzioni, le fulminazione del momento che svaniscono come stelle cadenti. Alla fine di tutto rimangono loro, le parole, nella sequenza ordinata che compone un mondo; chissà che non ci sia un nesso con le strutture matematiche in tutto questo, una misteriosa alchimia che è pure eleganza e ordine naturale non richiesto.

19 Marzo. Sono entrato nel clima giusto, c’è il silenzio che voglio, la casa è
accogliente ma non complice più di tanto. Il problema consiste in questo: occorre trasferirsi là nel mezzo della scena, mettere in atto un procedimento di trasformazione e trasferimento in una realtà virtuale usando soltanto l’immedesimazione, nonché alcuni strumenti collaterali che possono far sorridere ma non sono poi più ridicoli dei buffi caschi e dei guanti che si mettono addosso i patiti della realtà virtuale. I miei strumenti sono delle sottili colonne di fumo prodotti da bastoncini di sandalo e tantra nonché il digiuno, non però eccessivo: la scrittura è un bisogno che si manifesta in uno stato di disagio medio.

28 Marzo. Sono stanchissimo, ma tutto procede bene. Improvvisamente capisco in
che modo tutto dovrà finire; la chiarezza della scena è tale da distogliere da ogni altro proposito di scrittura. Galileo e Diotima si incontrano nell'ufficio di Narlikar; parlando con lui hanno la certezza che quanto avevano intuito con spavento è tragicamente vero. Tuttavia da quel momento inizia la loro metamorfosi. Nel lunghissimo tunnell che li porterà fuori dalla struttura di comando e che decidono di percorrere a piedi, avviene la loro trasformazione completa e parallela.

29 Marzo. Scrivo il finale senza smettere neppure per mangiare.

5 Aprile. Il finale è concluso, la sua prima stesura finita.

8 Aprile. Sono stanco, fuori sta piovendo ma è solo un temporale. Scendo in piazza; è deserta per la pioggia. Si sente il rumore dell'acciottolato sotto le scarpe; è piacevole, sa d’antico, cavalli e armature. Ho esaurito gl’incensi, passo davanti all'erboristeria ma la guardo come se fosse una meta irraggiungibile. Incontro due amici milanesi trasferiti qui da tempo; mi invitano a cena. Non scriverò altro, l'incantesimo si è rotto.

10 Aprile. Ritorno a Milano.

12 Aprile. Fatico a riabituarmi ai ritmi milanesi; è passato un tempo lunghissimo da quando ero partito e ci vuole un po' prima che il tempo reale si ricongiunga a quello interiore. C'è un proverbio arabo per dire tutto questo…

20 Aprile. La fase di esaurimento sta finendo; il forno è sempre acceso e il tarlo della scrittura comincia a rodere di nuovo.

26 Aprile. Scribacchio qualcosa ma non è attinente al romanzo.

1 Maggio. Continuo a scrivere, comincia a delinearsi una nuova fase; la svolta è in quel sogno a occhi aperti di ieri pomeriggio che ha insinuato qualcosa nella scrittura. Torna la voglia di poesia, come se dal fiume romanzesco io avessi bisogno di ritagliare un'oasi di tranquillità. E torna la voglia di leggere.

12 Maggio. I tempi del mondo di Braudel sono un'opera fondamentale, preziosa per chiunque, non soltanto per uno storico!

20 Maggio. È iniziata una lunga mossa diversiva, che nasconde qualcosa di grosso. Apparentemente l'orizzonte del romanzo si è ritirato dentro di me, al di sotto di una linea di consapevolezza: la scena è tenuta da altri attori.

1 Giugno. La ricognizione dei capitoli già scritti mi ha riportato al romanzo, ma so che per il momento non scriverò niente altro; bisogna sapersi arrendere al silenzio interiore, al vuoto che sgomenta e impaurisce. Saper guardare immobili il baratro, come un vecchio santone indiano: è questo l'unico modo per difendersi. Chi scrive è sempre nel mezzo di una rivoluzione e l'urto contrastante di varie forze, spingono la corrente in una direzione e poi in un'altra. Che fare allora quando ci si trova nel mezzo? Quello che nella morale comune benpensante e stupida è ritenuto un grave sintomo di corruzione: assecondare gli eventi, stare un gradino al di sotto della cresta dell'onda, pronto a domarla ma senza resistere. Lasciarsi guidare per guidare, non agire per agire. A volte l'onda ci sbatte a riva violentemente e allora è l'esausto silenzio della morte apparente.

2 Giugno. Spinoza è una figura limpida e al tempo stesso inquietante. La sua statura è la stessa dei grandi illuministi che domineranno la scena quasi un secolo e mezzo dopo di lui. Egli capisce il limite di ogni rivoluzione politica e sfiora il moderno fino ad anticipare la dissoluzione della Verità come concetto pensabile. La sua opera è il primo specchio infranto della cultura occidentale, il primo che dividendosi in migliaia di frammenti ci offre il caleidoscopio moderno.

4 giugno. Comincio a leggere una bella introduzione a Spinoza, un libro consigliatomi da un'amica poeta e filosofa; s'intreccia fra noi e i libri un dialogo fitto, vertiginoso. Affianco a questa lettura quella di Erasmo e Tommaso.

6 Giugno. A volte ci sono informazioni che si situano in noi e vengono poi dimenticate; poi altre si aggiungono sullo stesso argomento e noi crediamo di sapere qualcosa. Ma quando conosciamo veramente? Quando quell'informazione che giaceva dimenticata diventa il pezzo mancante di un mosaico che altrimenti non avrebbe vita. È ciò che mi è accaduto oggi leggendo che fra Erasmo e Tommaso Moro vi fu un rapporto di amicizia e sodalizio intellettuale. Sicuramente possedevo già questa informazione, ma me ne ero dimenticato. Me ne sono ricordato oggi e mi è parso così ovvio e naturale che i due si conoscessero, tanto da sembrare che il loro incontro fosse la trama di un romanzo messo insieme da una regia raffinatissima, capace per questa via di comunicarci lo spirito del tempo. Erasmo e Tommaso non potevano non conoscersi. Dopo questa scoperta il '500 per me ha smesso di colpo di essere un manichino dai movimenti meccanici ma ha cominciato a muoversi come un giovanotto pieno di energie. Anche Spinoza, venuto dopo di loro ad afferrarne in parte il testimone diviene più limpido; ma lui aveva dovuto fare i conti con il sistema a tutto tondo di Cartesio e aveva sofferto di più di Erasmo e Tommaso, nonostante la fine tragica di quest'ultimo.

10 Giugno. Il '500 è un secolo chiave per molte ragioni, ma per una in particolare: è il tempo in cui il tipo di uomo moderno esce dal guscio e comincia a formarsi. Volendo schematizzare, nel secolo vi sono tre tipi diversi: il fanatico cristiano che trova nella conquista e nelle spedizioni navali la riedizione delle Crociate medioevali. La nuova epopea, tuttavia, è già prosciugata in partenza da ogni residuo idealista e dall'ambivalenza che ancora contrassegnava le Crociate. La conquista trova le sue ragioni nella corsa all'oro e nel massacro indiscriminato; le benedizioni, i battesimi successivi e le conversioni forzate sono soltanto un aspetto del dominio, la sua ideologia.
Il secondo tipo cinquecentesco è il riformatore religioso fanatico, il quale pensa di fondare finalmente un regno millenario che sia una sintesi di tutte le eresie cristiane. Ha in odio la doppia morale vaticana, rimprovera al papa di Roma la mancanza di rigore.
Infine, il terzo tipo: il borghese moderno tollerante, l'uomo che sarà modellato dagli illuministi per una società che al tempo di Erasmo non esisteva ancora. Un romanzo storico deve in qualche modo raccogliere questa tipologia. Poi ci sono le donne... già, le donne: come parlarne?

11 giugno. Il lavorio di questi giorni ha prodotto un ritorno alla scrittura; è ancora una sensazione indefinita, ma tutto quello che era in ebollizione, nutrito dalle conversazioni con l'amica filosofa e dalle letture, si sta ora sedimentando in un mare calmo, su cui piccole onde di parole cominciano ad incresparsi dentro di me.

16 Giugno. I due protagonisti incontrano Erasmo in un albergo sulle rive del Rodano, dopo una tempesta. Erasmo viaggia con un servitore e un cane. È l'oste a informare i protagonisti che nella locanda "alloggia un gran santo, un uomo del nord" che usa intrattenere gli avventori dopo cena. Così avviene anche quella sera. Il più giovane dei due fratelli rivolge all'uomo una quantità di domande e rimane affascinato dal modo in cui l'altro risponde. Mi sembra una buona idea; è plausibile l'incontro perché Erasmo si muoveva molto proprio in quegli anni. E poi non c'è bisogno di nominarlo direttamente. Il personaggio che ho in mente incarna un tipo umano che deve assomigliare a Erasmo, ma che comprende in sé anche qualche tratto di Spinoza e Tommaso; lo scrittore può fare questo senza pretendere di sostituirsi agli storici. Eppure, ricordando Braudel, quanto di romanzesco vi è in quello che scrive!

17 giugno. Rileggo il capitolo, ritocco alcune parti: va bene.

18 Giugno. Ho raggiunto un punto critico; mi fermo e ripenso a tutta la costruzione.

19 Giugno. La giornata se ne va in quisquilie.

21 Giugno. La giornata se ne va in quisquilie, il clima di ieri si è rotto e questo mi innervosisce.

26 Giugno. Al principio, nel momento in cui si accende una scrittura, c’è sempre un'idea, non credo a quelli che dicono che ci sono dei materiali. Se mai un mondo poetico; ma chiunque ha un mondo che può diventare poetico, senza necessariamente approdare a una scrittura che cerchi una forma artistica. La parola materiali, tuttavia, è spia di un'altra metafora morta. Non si tratta di estrarre qualcosa da una miniera, ma piuttosto di partire per un viaggio di esplorazione e anche di ricostruzione paziente. Perciò si tratta di armare una nave, trovare l'equipaggio giusto, calibrare bene la meta con i mezzi che si hanno a disposizione. L'idea in quanto meta deve esistere sia prima della partenza sia dopo nella forma di opera realizzata; più spesso nella forma di un telos. Partire per le Indie, dunque… ma l'idea non basta. A volte, poi, le idee diventano stelle fisse in un firmamento aristotelico. Possono, altre volte, trasformarsi in perfette icone e non starò a dire quanto hanno pesato nella poesia del '900; gli aiku di Pound, il gusto del frammento, l'aforisma, certi pensieri fulminanti di Kraus.
Se non è un fuoco fatuo l'idea deve cominciare ad assumere una forma, produrre altro, articolarsi ed espandersi fino a delineare un vero e proprio campo magnetico dove le forze elementari e quelle deboli e quelle più forti agiscono condizionandosi a vicenda.

27 Giugno. Perché certe idee si articolano e altre no? E che significa più in dettaglio articolare un'idea? Alla prima domanda non si può rispondere senza una definizione di campo. Il campo è già una rete relazionale; vi sono idee che sono in sé reti relazionali, altre non lo sono. Nella relazione fra i tre personaggi della scena avviene un vero e proprio confronto fra tipi ma anche fra epoche; su questo forse la stesura del capitolo è ancora carente.

28 Giugno. L'articolazione di una raccolta poetica non è altro che la sua espansione iniziale, quasi inerziale, fino ad occupare tutto il campo possibile. Naturalmente, ciò che l'inerzia produce è un'articolazione meccanica, non dico spontanea, ma meccanica sì. È una specie di una marionetta. Cosa dà vita alla marionetta? Questo è il punto.

29 Giugno. La poesia è un colpo di fucile, la prosa... quando non sappiamo cosa dire inventiamo l'uso dell'aggettivo, oppure... il pensiero, ecco cosa manca. Non esiste
un'articolazione narrativa forte senza che un forte pensiero sostenga l'impalcatura; forse è per questo che si può essere grandi poeti anche a vent'anni ma difficilmente grandi romanzieri.

1 Luglio. L'idea è dunque una costrizione cui deve corrispondere un'altra costrizione legata al tempo e allo spazio; in altre parole quello che Alfieri indicava come la
necessità di legarsi al tavolo di lavoro, metodicamente, secondo una scansione monotona del tempo; per esempio, tutte le mattine dalle nove alla una. Prigione, sofferenza infantile e ricordi dolorosi sembrano essere una sorta di manna per lo scrittore. Hemingway disse una volta che se si è troppo felici di vivere non vi è alcuna necessità di scrivere. Quando lo disse tutti applaudirono, naturalmente. La frase cadeva - come si suole dire - sul bagnato impastando con una certa disinvoltura tipicamente americana un pizzico di Freud e un pizzico di romanticismo. Ciò non toglie che si tratti dell'ennesima banalità. Uomini completamente soddisfatti di sé esistono solo come metafore letterarie e sono caricature di Candide. La scrittura non ha a che fare con questo più di tanto; se mai altre sono le distinzioni… E quanto ad Alfieri oltre che legarsi al tavolo aveva una certa dimestichezza con il letto!
Vi sono esseri umani in grado di accedere alla scrittura e ad altri mezzi espressivi e ve ne sono altri che non possono nemmeno pensare di farlo essendo completamente immersi entro il cerchio della dura necessità vitale. Anche fra costoro ci sono naturalmente 'artisti spontanei', narratori prima di tutto, ma - dopo la scomparsa del racconto orale - a loro rimane il folklore. Nel cerchio di coloro che possono accedere il numero di quelli che realmente lo fanno cresce e continua a crescere; ma questo ha a che fare con la scolarità di massa; il che non è necessariamente un bene.

2 Luglio. Dunque non vi è rapporto fra scrittura e insoddisfazione? No, tuttavia l'equazione banalizza un problema vero ma che andrebbe posto rovesciando la questione e domandandosi invece se la scrittura e altre forme espressive non abbiano, fra l'altro, anche un valore terapeutico e se sia possibile distinguere l'espressione che sia solo terapeutica da quella che aspira a diventare arte. Se la scrittura è un prendersi cura di sé che vuole diventare un prendersi cura di tutti il suo valore terapeutico non può essere negato. Solo che questa terapia non cura una malattia, ma con il suo tramite si costruisce il sé positivo, in altre parole essa corrisponde nell'adulto (come bene ha intuito Winnicott) al gioco di fantasia del bambino. Il bambino mentre gioca non cura una malattia, cura se stesso e la possibilità di svilupparsi come essere pienamente umano. Tuttavia la cosa non finisce qui; perché la scrittura è anche una malattia, o un vizio, è stato detto. E poi per scrivere come per esprimersi o fare gli attori bisogna essere dei bei narcisi...

3 Luglio. La gabbia si è volatilizzata.

4 Luglio. È la leggerezza a dominare, mi sembra che qualcosa cominci a volare intorno.

6 Luglio. Sono frasi, a volta parole a volte pezzi di situazioni che riconosco, sono parti del romanzo, parti già scritte, parti ancora da scrivere.

8 Luglio. Ciò che è accaduto ieri 7 luglio determinerà sicuramente il modo di procedere d'ora in poi.

9 Luglio. Torna un mondo scomparso torna ad occupare i miei pensieri. La sensazione è molto piacevole, ma non intendo rimettermi subito a scrivere; ho bisogno di rientrare in quel mondo lentamente.

10 Luglio. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiata l’atmosfera; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno semplificate, rese più essenziali.

12 Luglio. Al finale, in effetti, mancava qualcosa.

19 Luglio. È cominciata l'estate, si capisce dal colore del cielo. Luglio è il mese più solare; l'estate, tuttavia, comincia davvero solo quando fra il clima di mare e quello di
mezza montagna non vi è più quella linea sottile di divisione che li separa e che corre esattamente a metà strada fra la città ed il mare, proprio dove si trova un grande leccio. In nessun'altra stagione la linea scompare come in estate. Prima che questo avvenga, capita spesso che, tornando dal mare, s’incontri la pioggia dopo quel leccio, oppure ci si accorga che è appena piovuto perché il cielo è limpido e lavato. Poi, un bel giorno la pioggia scompare ma il cielo è limpido come se vi fosse stata. L'estate comincia così; durerà fino alla fine di agosto, anche se si trasformerà giorno dopo giorno; ma quella linea di confine ritornerà solo con l'inizio dell'autunno.

20 Luglio. L'estate è tempo di scritture frammentarie, poco adatte al fiume della narrazione. La lettura sostituisce in parte la scrittura, per un altra parte sono le serate trascorse insieme agli amici, grandi avventure dello spirito in cui lo scambio avviene attraverso la parola che non lascia tracce ma costruisce eventi memorabili, cui non siamo più abituati. Non mi par vero sia tornata questa stagione, quella in cui la verità, per dirla con Stevens, è un giro sul lago.

21 Luglio. Il mio giro sul lago di questa sera è una cena sul mare con due amiche.

22 luglio. Nulla di importante.

2 Agosto. Lirica in piazza, davanti alla cattedrale di San Cerbone, come sempre.

4 Agosto. Nulla di importante.

6 Agosto. Dopo una giornata memorabile c’è sempre bisogno di una sosta. Ieri sera a tavola, tutti insieme, le parole tessevano una tela invisibile e calda dentro cui ciascuno si sentiva a proprio agio. Sì questi eventi di parole sono quanto di meglio ci si possa augurare nella vita, lasciano i segni più duraturi ed autentici perché sono scritti sulla nostra pelle.

7 Agosto. Sono partiti in molti, altri ne arriveranno a giorni, l'estate si è adagiata nella sua molle e statica continuità, l'inerzia avvolge i pensieri e gli alberi; persino il mare. A sera una nebbia sottile vela i tramonti, insinua un dubbio.

8 Agosto. Le domeniche sono giorni a sé, anche d'estate; le spiagge si riempiono di turisti occasionali, le automobili occupano tutti gli spazi, i musei sono troppo frequentati; improvvisamente, come un segnale di guerra, la domenica scandisce il ricordo di ciò che ci attende domani, quando ritornando a casa...

9 Agosto. Ho letto tutto il giorno: Stevens, Walcott, D’Arrigo, alcuni manoscritti.

10 Agosto. Un nuovo capitolo comincia a delinearsi quando minuscoli segnali a sé stanti iniziano a muoversi in modo coordinato; prendono cioè una forma. Non importa quale, tanto le forme sono in numero assai minore di quello che siamo portati a credere. Una forma, per quanto sia diversa da un'altra, deve produrre comunque qualcosa che si regge in piedi per forza propria; perciò è inevitabile che alcune strutture portanti siano molto simili. L'isomorfismo è l'ovvia conseguenza di una sostanziale mancanza di fantasia del concreto, anche quando esso si manifesta nelle fogge più gratuite dell'espressione artistica. Anche per questo l’originalità è un bene raro cui non bisogna far caso, che non va ricercato più di tanto. Spesso chi pretende a tutti i costi l’originalità alla fine trova soltanto espedienti.

14 Agosto. Il sole cala già prima, la nebbiolina è diventata più fitta e dietro l'Elba c’è sempre una nube che taglia il sole a piccole fette, tanto da assimilarlo a Giove e talvolta a Saturno; infine gli anelli si sciolgono come un gelato lasciato troppo a lungo al caldo. È allora che ritornano i cavalli sulla spiaggia, inseguiti dallo sguardo attento e impaurito dei cani che vorrebbero muoversi, ma ne hanno paura. Il buio cala del tutto mentre iniziamo a mangiare e la musica si diffonde sulla spiaggia; soltanto allora è possibile vedere, in lontananza altri fuochi ed altre luci. Proprio allora, guardando come sempre la scia di un aereo che taglia la spiaggia nella sua rotta verso il nord una grande stella cadente è comparsa nel cielo, fuori tempo, oltre il limite che il mito ha assegnato alle stelle per cadere. Mi è sembrata lunghissima, portatrice di luce nella stagione che declina; l’originalità è sempre uno scarto minimo che sporge il proprio capo dal cuore della ripetizione.

15 Agosto. Il nuovo capitolo è un ragazzino robusto che scalpita!

18 Agosto. Nulla di importante.

19 Agosto. Ci vuole anche un giornalista, un altro dico. Uno non basta, bisogna che introduca un altro sguardo; in fondo il romanzo moderno non è altro che una moltiplicazione di sguardi. Non è lo specchio infranto la vera novità, ma l'infinità
di punti di vista, che corrisponde all'amplificazione delle culture e alla possibilità di traduzione reciproca. Soltanto Pessoa è stato capace di intravedere una possibilità diversa rispetto a quella della frammentazione. Il soggetto può moltiplicarsi invece che frammentarsi, dare vita a una proliferazione di punti di vista diversi che egli incarnò in modo così geniale nei suoi eteronimi e in se stesso ortonimo.

20 Agosto. Oltre a un giornalista bisogna che risolva meglio la questione degli animali; l'accenno iniziale era necessario per i suoi intenti allegorici, ma non ci si può fermare lì.

22 Agosto. Ho ripreso a leggere il libro di Graves sui miti; sicuramente qualche greco si sarà occupato di questa storia degli animali.

23 Agosto. Anche i virus sono un problema; vanno trattati come animali oppure no? Qui nemmeno i greci mi possono aiutare, bisogna che faccia tutto da solo… e se non sbaglio mi ero già posto questo problema, ma senza risolverlo.

25 Agosto. L'estate ormai volge e si avvita intorno ad una continua ripetizione, subentra la stanchezza, il copione diventa noioso; ma quel leccio che segnalava in cambio di stagione ora non c'è più...

1 Settembre. Il tram non passa più, questa è la prima sorpresa del rientro. Non me ne sono accorto subito, ma solo dopo un po' selezionando i rumori; poi, scendendo con Laika in mezzo alle rotaie, ho notato la ruggine che cresceva di giorno in giorno ad un ritmo costante; ho sempre pensato che la ruggine attacchi i metalli nel tempo, secondo un ritmo lentissimo; invece non è vero. È soltanto l'uso che li preserva dal decadimento rugginoso; di giorno in giorno, forse di ora in ora la crosta e le slabbrature aumentano. Il primo segno evidente che un oggetto è stato creato dall'uomo è dunque il suo ritorno allo stato naturale quando viene meno il suo uso; e ciò vale anche per il duro metallo. Laika è ancora diffidente; ogni tanto guarda verso l'orizzonte della strada ferrata, cerca di scrutare il tram in arrivo, non capisce ancora che è accaduto qualcosa e l'incertezza la spinge a fare più in fretta i suoi bisogni. Ogni tanto mi guarda, io le dico di restare tranquilla, ma lei ad ogni macchina che passa ha un sobbalzo, forse il suolo balla ancora come quando il tram arrivava e lei non si fida.

4 Settembre. Il forno è sempre acceso, il computer con la sua video scrittura incorporata è sempre lì al suo posto. Perdere la matita è possibile, ma perdere un computer è più difficile; è sempre presente, ci vuole una rimozione che rasenta la follia per perdere un computer. Il mezzo si impone e anche tornando alla penna oppure alla matita che si può persino cancellare è un'illusione grottesca. Scrivere è una necessità corporea, questo l'aveva capito benissimo anche Beckett; anche i suoi personaggi sono prigionieri di questa necessità, solo che i loro mezzi sono più tenui e meno ingombranti, possono perdersi ed in quella pausa creare il vuoto pneumatico dell'attesa. Per noi il troppo pieno coincide con la pienezza dei mezzi e non solo con la volontà che possiamo decidere di dominare; non è una differenza da poco.

5 Settembre. Nulla di importante.

7 Settembre. Sono così contento di aver potuto parlare di una giornata come quella di ieri... non capita spesso di poter mettere in scena un evento come quello, nemmeno per uno scrittore dotato della più sfrenata fantasia.

8 Settembre. È stata una giornata molto confusa contrassegnata da movimenti contraddittori che si elidevano l'un l'altro; sembrava quasi di assistere a una gag in cui ognuno degli attori si muove nelle direzioni più diverse ma poi tutti passavano più o meno negli stessi punti senza sospettare l'uno dell'altro. La comicità è una serie di equivoci concatenati e finiti; la complessità, probabilmente, altro non è se non una serie infinita di equivoci non concatenati.

9 Settembre. Nulla di importante.

10 Settembre. Nulla di importante.

11 Settembre. Una lettura pubblica è un evento da preparare con grande rigore. Un tempo pensavo che la poesia fosse soltanto per la lettura solitaria, poi il mio punto di vista è cambiato radicalmente e oggi so che lettura pubblica e libro sono due forze di uguale potenza che devono fronteggiarsi e declinarsi in ognuno di noi. La poesia nacque come oralità allo stato puro, musica prima della musica genere prima di altri generi; il racconto orale come diciamo noi è una definizione fuorviante perché quel racconto orale aveva una metro ed una misura poetiche, non era un racconto come noi lo intendiamo modernamente.

12 Settembre. Beckett pensa che lo sguardo debba essere unico; in fondo la sua
esplorazione estrema è grottesca - ma anche tragica - è un disperato attaccamento allo sguardo occidentale, l'incatenamento dei corpi e la loro impotenza non allude ad alcun destino post atomico come è stato detto; piuttosto alla intraducibilità di un'esperienza culturale. Al fondo vi è l'innominabile, non in senso assoluto, ma il nocciolo che mi distingue dall'altro, che appartiene soltanto e me e che non può giungere all'altro. Lui sembra dirci questo: cercate, cercate, ma è possibile uscire da voi stessi? La parabola di Beckett consiste in un disperato racchiudersi dentro la dimensione dell'uno, eliminando tutto ciò che non lo riguarda; in definitiva Beckett è il solitario teologo di un monoteismo senza dio.

13 Settembre. La ruggine ha slabbrato un altro pezzo di rotaia ai bordi mentre la parte piana su cui poggia la ruota del tram assume via via il colore caratteristico rossiccio marrone; ma non si fora. Più avanti invece il colore del ferro riluce ancora e non mi so spiegare questo fenomeno: perché il metallo decade in modo diverso, in punti diversi? Sarà un effetto del sole che penetra fra gli alberi distribuendo le ombre in modo diversamente equo a seconda dei punti? Oppure sarà dovuto ad altro? Gli alberi stanno cambiando, la mancata presenza del tram li sta cambiando... Laika è più tranquilla, non mi guarda più con l'insistenza di prima, si aggira fra le rotaie con calma, fiuta i suoi odori con insistenza.

18 Settembre.

21 Settembre. Nulla di importante.

28 Settembre. L'estate se n'è andata, ma a Milano ce se ne accorge quando è già accaduto. Inutile cercare di cogliere il giorno, il momento. Eppure qualche segno rimane ancora, ma oscilla su un mobile confine. Gli uccelli migratori sugli alberi di corso Lodi, per esempio. A centinaia si radunano ogni sera prima di spiccare il volo verso sud. L'autostrada del sole è a pochi chilometri in linea d'aria e queste piante sono adatte al raduno. Poi sciamano insieme verso le loro mete, si sovrappongono alle nostre rotte, lasciando in ciascuno di noi il dubbio se anche nella costruzione dei nostri dedali stradali non sia rimasto un lembo di memoria animale, un ricordo di migrazioni ancestrali.

30 Settembre. Gli alberi a fianco della massicciata del tram numero 13 si stanno
piegando verso il basso, toccando i fili della luce. Forse era la presenza del tram a farli scattare sull'attenti. Oggi ripiegano su di sé, stanchi; il loro movimento si chiude sopra le rotaie proteggendole dal sole. Deve essere questo il motivo per cui tratti la ruggine è più estesa, in altri meno. Laika sembra soffermarsi con sempre maggiore sicurezza fra gli arbusti e le pianticelle che crescono; alcuni tratti di rotaia sono ora coperti dall'erba, anzi da una varietà grandissima di piante diverse, fra le quali riconosco qualche ortica e delle spighe selvagge. Qualche insetto ha fatto il suo nido al riparo, dove la vegetazione è più fitta e lambisce le transenne di ferro che separano la tramvia dalla strada. Da terra, una lumaca già non vedrebbe più ciò che accade al di là e se potesse dire dove si trova parlerebbe di un bosco. Sono soltanto tre mesi che il tram non passa più di qui… l'opera umana si deteriora in fretta.

1 Ottobre. Gli ultimi uccelli si sono dati appuntamento oggi sugli alberi davanti a casa. Ho aperto la finestra e li ho guardati a lungo finché non sono mossi tutti insieme ad un richiamo. Ho chiuso la finestra.

12 ottobre. Alcuni avvenimenti politici tendono desta la mia attenzione.

13 Ottobre. Nulla di importante.

14 ottobre. Bombe ovunque, ci risiamo. Un velo di tristezza s'impadronisce di tutto, si attacca anche a quello che sto scrivendo. C'è una barriera insuperabile da parte della scrittura; ed è il muro della realtà. Sappiamo bene che fra il nome è la cosa la distanza non è del tutto superabile e che se dovessimo dare una definizione di realtà non potremmo aspettarci di essere presi sul serio. Eppure ciò che ci costringe al silenzio non è semplice impotenza; un pensiero del genere sottintenderebbe una convinzione di onnipotenza, come se tutto fosse nelle nostre mani e dipendesse da noi. La realtà non può essere nominata perché il linguaggio è un sistema parallelo ma minore rispetto ad essa. Perciò essa ogni tanto si fa sentire e ci costringe a un felice silenzio, con buona pace di chi pensa che noi abitiamo il linguaggio.

15 Ottobre. La precarietà domina questi giorni, ma ci si scopre anche meno soli. Certi fili si riannodano, altri si consolidano, si moltiplicano i gesti di solidarietà, si avverte un bisogno di distinzione e riconoscimento; altri fili invece si allentano, altri si allenteranno, tutte le relazioni verranno passate al setaccio. Vivere è l'esatto contrario di scrivere. Nell'opera possono affollarsi tanti personaggi, un mondo intero; ma l'esercizio di chi dà vita a questo mondo è solitario e richiede distanza aristocratica, ripiegamento, fastidio per ogni rumore. Gli altri devono scomparire, non devono esserci più, ma non soltanto nella disponibilità e nello spazio che occupano nei nostri pensieri; devono proprio scomparire, essere lontani nel momento in cui si scrive, non essere presenti con i loro corpi oltre che con la loro immagine. Solo così possono rinascere in altre forme, popolare la pagina o travasarsi dentro di noi e trasformarsi. Perciò la scrittura non può essere, neppure nel giornalista più attento, restituzione in diretta di ciò che avviene.

16 Ottobre. Quando la realtà entra dentro e squassa ogni cosa si ripropone il vecchio dilemma: fare finta di niente oppure smettere di scrivere e fare altro? Dire che non è possibile restituire il senso del presente in diretta, ha implicazioni serie. Qualsiasi
scrittura serve sempre dopo perché l'urto stesso degli eventi fa sì che quella parola non possa essere udita in quel momento. Il Diario di Anna Frank non servì allora ma successivamente; certo la scrittura avrà tenuto almeno in parte compagnia a lei, alla povera Anna, ma questo è un altro discorso. Non rimangono che due strade in apparenza: fare finta di nulla e perseguire fino in fondo e con rigore il proprio progetto di scrittura a dispetto di ogni cosa e di ogni accadimento, fino alla dimenticanza di sé in questo; oppure smettere e fare altro. Forse c'è una terza strada non mediana: vivere consapevolmente finché se né capaci una scissione, una contraddizione senza pretese di onnipotenza e dunque senza ridurre ciò che riducibile non è; senza eliminare nessuno dei due corni, ma rifiutando anche situazioni in cui l'oblio cade dall'una o dall'altra parte. Finché si può.

19 Ottobre. Ieri funerali delle vittime.

21 Ottobre. La città è tetra, sembra tutto morto.

22 Ottobre. Questa notte è suonato un nuovo allarme.

23 Ottobre. Fra le vittime delle bombe vi è anche una signora che ogni tanto vedevo al supermercato. Si trovava in centro per caso proprio nel momento dell'esplosione; una fatalità che naturalmente occupa tutto lo spazio della chiacchiera di bottega. Che le bombe siano state poste con determinazione, secondo un disegno mirante ad uccidere, secondo una logica politica che sottintende una volontà precisa, non viene minimamente considerato; è la fatalità ad avere ucciso Ginetta Argonauti. A sera, davanti alla televisione o seduti in poltrona con il giornale sulle ginocchia, le considerazioni saranno altre, comincerà un altro gioco: a chi servirà? Chi saranno? Neri o servizi segreti? Americani o italiani? Gioveranno a qualcuno? Il fato cederà così il posto agli dei; se il primo domina gl'istinti e le sensazioni gli dei in forma televisiva dominano il pensiero. Gli dei sono il cemento della collettività grazie ad essi ci si sente appartenenti al gruppo; ma il fato è il residuo che lascia che ognuno di noi a volte sia staccato da tutto, preso e circoscritto entro la sua misera piccolezza, sottoposto a forze che possono schiantarlo in un attimo. Il fato, la fatalità il destino personale, l'ombra che non è dell'altro ma che siamo noi nell'ombra, inconsistenti come un'ombra.

25 Ottobre. Nulla di importante.

26 Ottobre. Gli alberi sono ormai ridotti a puro legno nudo, gli arbusti resistono sempre meno e si ritirano. L'erba però resiste ai lati più esterni in modo vigoroso e fa tenerezza; in certi punti Laika scompare in essa e mi tiene in apprensione perché potrebbe sbucare fuori sulla strada senza neppure accorgersene. Gli uccelli sono ormai migrati tutti, chi è rimasto sverna qui e cerca cibo.

29 Ottobre. Ieri è stata una giornata importante.

30 Ottobre. Sento che l'effetto continua, forse ricomincerò a scrivere; domani, lo sento, sarà una giornata importante.

1 Novembre. L'erba non abbraccia più le rotaie, ha compiuto - si direbbe - una ritirata strategica resistendo ai lati e mettendo in quello le residue energie. Le rotaie emergono così nitidamente ormai del tutto coperte dalla ruggine; sono bastati sei mesi di inutilizzo per trasformare quelle barre di ferro in rottame. La pioggia macera le foglie e intacca il legno delle traversine disposte a terra, fra rotaia e rotaia. L'unica a goderne è Laika che si aggira senza più ostacoli fra massicciata e piccoli arbusti evitando accuratamente in punti in cui l'erba è più alta. Altri cani gironzolano fra le rotaie, a tutte le ore e fra le due strade dove scorre il traffico è nato un piccolo mondo a sé cui nessuno fa caso. Anche gli uccelli l'hanno compreso e preferiscono fermarsi su questi alberi piuttosto che andare nel vicino parco, ormai poco frequentato; solo i merli insistono nel rimanere là, ma i passeri hanno fatto la loro scelta e volano fra i balconi e la strada, scrutando le briciole che ogni tanto cadono a terra o vengono gettate. Uno degli ultimi provvedimenti della giunta Pochini, fu quello di vietare la distribuzione di pane ai piccioni, al fine di impedire la loro eccessiva moltiplicazione, causa di malattie di varia natura per gli uomini e le cose. Il provvedimento in questione vietava semplicemente la posa di cibo ovunque, anche laddove piccioni non ce ne sono, come qui, dove il luogo è frequentato da uccelli migratori, merli e passeri. Naturalmente passato il momento di risate e denunce - perché qualche cretino che denuncia il vicino che dà il pane agli uccelli lo si trova sempre - tutti si sono dimenticati del provvedimento, vigili compresi, e tutto va avanti come prima. Tuttavia é bene ricordarsi delle stoltezza del potere in ogni momento.

4 Novembre. telefonate tutto il giorno.

8 Novembre.

11 Novembre. Ieri ho scritto tutto il giorno; brevi note, raccontini note a margine del romanzo.

13 Novembre. Ho trascorso tutta la giornata saltando da un tram all'altro, alla ricerca di spunti. I mezzi pubblici sono autentiche miniere nelle quali giacciono accatastate nell'abbandono scenografie e personaggi, sosia e controfigure, pezzi di trame. In fondo è un'ovvietà; Baudelaire scoprì per primo il valore dell'anonimato nella grande città, lo scorrere della massa umana e l'improvviso apparire di un volto che si distacca e colpisce l'occhio dell'osservatore. Il tram è un angolo di questa realtà, un microcosmo ricchissimo, inesauribile, un'ansa entro la quale si depositano sedimenti di epoche diverse e trasformazioni sociali, drammi individuali, la comicità di certe situazioni limite. Diversa ancora è la metropolitana, immagine del moderno immortalata in un famosissimo e sorprendente aiku di Ezra Pound. In essa la massa si coniuga alla velocità dello spostamento e all'immagine chapliniana del fluire del gregge.

14 Novembre. Nulla di importante.

15 Novembre. Altre bombe, attentati un po' ovunque, questa sera ne discuteremo a tavola.

30 Novembre. Cara Ginevra, nell'antichità lo spazio era cornice di ogni cosa ed il muoversi, il semplice muoversi, poteva divenire tutto e conoscenza di ogni cosa. Boccaccio e Chaucer sono forse stati gli ultimi scrittori della tradizione 'antica' a poter considerare lo spazio in questo modo, con tutta l'innocenza di questo sguardo.
Naturalmente altre strade si erano già dischiuse: quella del viaggio simbolico che ha anch'esso un rapporto con opere dell'antichità; quella del viaggio come metafora ed allegoria che attraverso il Don Chisciotte e il Lazarillo de Tormes ci porterà al viaggio allegorico moderno che ha nel romanzo di Swift il suo prototipo.
Boccaccio e Chaucer stanno ancora sul crinale ed è anche per questo, credo, che nonostante le occasioni che determinano il loro viaggio (la pestilenza e la penitenza) sia il Decameron sia i Racconti di Canterbury conservino una gioiosità ed un'innocenza così sorprendentemente poco moderne. È alla fine che ci rendiamo conto che con loro ha termine un tipo di viaggio; quando capiamo che nel Decameron il viaggio vero avviene nel racconto e non per le colline toscane in attesa che la peste finisca e nei Racconti di Canterbury perché la meta è l'inizio di un viaggio simbolico ma anche il superamento del viaggio mondano dopo il suo attraversamento. Da Ulisse ai protagonisti del Satyricon di Petronio Arbitro, passando attraverso le narrazioni di Erodoto, lo spazio è tutto e chi si muove in esso vede il mondo e la conoscenza venire incontro a lui e chi si muove ha la sensazione di andare incontro al mondo con gioia o terrore. Ora non abbiamo più spazio, tutto lo spazio è stato saturato e persino l'infinito ci lascia un dubbio che possa anche non esserlo. Il nostro mondo, invece, é dominato dal tempo. È nel tempo e nella durata che il mondo viene a noi incontro e noi possiamo nel tempo e nella durata andare incontro ad esso. Lo spazio è stato metabolizzato e la sua valenza di conoscenza è stata trasformata in istruzioni per l'uso, diretta televisiva, turismo di massa. Il tempo è diventato la cornice entro la quale è possibile esperire il mondo.

Con affetto.

P.S. Dimenticavo: nello spazio potevamo pensarci infiniti, ma non nel tempo. Nel tempo il mondo ci viene incontro e noi andiamo incontro ad esso come scoperta del limite. Nel tempo noi siamo limitati per definizione, ma anche il mondo che ci viene incontro lo è.

1 Gennaio. Mi sono alzato tardi.

3 Gennaio. Ho dato un'occhiata agli appunti... non ho ancora pensato al titolo; ma è poi necessario?

4 Gennaio. È tempo di fare i bagagli e salutare gli amici. Domani si parte. Ne rivedrò presto alcuni a Milano, altri ne rivedrò qui la prossima estate, altri ancora le prossime vacanze di Natale.

6 Gennaio. Mi sono alzato tardi e la giornata se ne è andata più velocemente dei miei propositi; a sera faceva molto freddo in casa.

7 Gennaio. Brecht o qualcun altro - non ricordo - diceva di tenere il forno della scrittura sempre acceso... non importa se poi non scrivi... lascialo lì in caldo, ma non pretendere di usarlo sempre. Sento l'urgenza di leggere alcuni documenti prima d'iniziare a scrivere; meglio accendere domani.

8 Gennaio. Continuo a leggere.

9 Gennaio. È nato tutto improvvisamente, il primo capitolo dico. Fino a ieri mi sembrava incompleto, poi è bastato un piccolo spostamento, un paio di correzioni e ho capito che era nato.

Capitolo primo

CAPITOLO PRIMO.

Don Jorge aggrottò la fronte mentre il dito massiccio della sua mano destra ballonzolava avanti e indietro lungo una fila di cifre allineate con perizia. Quando arrivò in fondo alla colonna la mano ricadde pesantemente sulla pagina. Dopo un sospiro richiuse il volume tenendovi sopra il braccio, quasi a volere impedire che si riaprisse da solo.
Dalla finestra in fondo alla stanza un raggio di sole penetrava fin quasi alla sedia dove era seduto; era piena estate. Afferrò il campanello e lo scosse; il servitore si presentò sollecitamente:
“Metti via Pedro, per oggi ho finito, ma non chiudere la finestra, voglio che entri aria.”
“Avete bisogno d’altro signore?”
“Mm, attendo mio nipote, ne avremo per un po’ immagino... fa molto caldo fuori?”
“Non molto... Se mi permettete signore; dopo quello che è successo non è bene che vi muoviate soli...”
Don Jorge lo interruppe con lo sguardo:
“Mm, portami dell’acqua fresca.”
“Si signore.”
Don Jorge era un uomo tarchiato, non molto alto e dall’espressione burbera; tuttavia riusciva a essere affabile con tutti, compresa la servitù che provava per lui sentimenti di vera e propria venerazione. Nonostante gli anni e le molte peregrinazioni era forte come una giovane quercia e comunicava un senso di sicurezza unito a una grande calma. Quando c’era un problema spinoso da risolvere il suo consiglio veniva sempre sollecitato: anche il viceré di Spagna non disdegnava d'ascoltarlo… E infine era un uomo ricco che aveva accumulato i suoi guadagni grazie a molti sacrifici; per questo l’agio, tanto apprezzato entro le mura domestiche, tanto poco era ostentato fuori di casa. Tuttavia, essendo un mercante particolare che aveva nel sangue più di una goccia di nobiltà, don Jorge non disdegnava il lusso, specialmente ora che la sua vita volgeva nella seconda metà del suo corso.
Nativo di Setubal, era approdato con suo padre in Sardegna. C’era qualcosa di oscuro sul perché dei portoghesi avessero seguito le migrazioni catalane; su quella vicenda aleggiava un mistero che don Jorge non sfatava. Comunque fossero andate le cose, tuttavia, il re di Spagna li trattava come sudditi stimati e le loro navi navigavano nel Mediterraneo cariche di sale. Fra un traffico e l’altro gli Almaveda Pinto y Balader si erano creati un loro spazio, la salina era cresciuta d’importanza; inoltre possedevano anche una piccola tenuta agricola con qualche pecora. Negli ultimi anni, però, qualcosa aveva cominciato ad andare male. Il sale restava a lungo nei magazzini, i traffici sembravano prendere altre strade...
“Sono qui Miguel”.
Il giovane accelerò il passo e fece il suo ingresso nella stanza; rimase immobile sulla soglia guardando lo zio.
“Su Miguel, non vorrai rimanere lì in adorazione... non sono una bella donna.”
“Non fatemi fretta e poi non abbiamo molte occasioni per vedervi...”
“I conti, i conti Miguel, quei maledetti conti...” e fece un cenno col braccio in direzione del tavolo dove prima si trovava il grande libro.
“Avete ragione di rimproverarmi”
“Ma io non volevo rimproverarvi signore.”
“E non chiamarmi signore, sono tuo zio, il fratello del tuo povero padre.” Gli si avvicinò e afferratolo per le spalle lo trasse a sé con un gesto pieno d’affetto.
“Pensavo proprio a lui quando sono entrato, gli assomigliate molto... Se vi angustiano i conti, parlatene anche con noi, con me... sono ancora giovane ma forse qualche consiglio potrei darlo; anch’io grazie a mio padre ho imparato molte cose per mare. Potreste vendere per esempio, impiegare i soldi in altre attività...”
“Oh basta Miguel, anche tu con questo ritornello, vi siete messi tutti d’accordo? Tua madre non fa che ripetermelo. Volete che io venda: e poi? Torniamo a Setubal da quegli imbecilli? No, io sto bene qui ormai e poi sono vecchio” Miguel non aveva saputo trattenere il riso e anche Don Jorge si era messo a ridere.
“Vuoi dell’acqua?” e gli porse la brocca. Bevvero entrambi in silenzio.
“Non voglio affatto che ve ne andiate” riprese Miguel con decisione.
“Potreste vendere qui, fare fruttare la terra, costruire un frantoio. Se la salina non rende come un tempo c’è la terra; ha soltanto bisogno d’acqua e di denaro e voi li avete. Durante uno degli ultimi viaggi con mio padre incontrammo in Sicilia proprietari di terre che invece di coltivarla direttamente o darla a mezzadria, assumevano lavoranti e li pagavano a giornata, in denaro, intendo, non in frutti. Mi sembra un buon sistema, si è tutti più liberi, ci sono meno furti e voi sareste il padrone. E se neppure questo vi piace avrete sempre le navi. I traffici per mare don Jorge, non stanno finendo ma prendono altre strade, il mondo è più grande di quel che si credeva e oggi si parla molto a Barcellona delle scoperte di quel tale... Còlon”
Don Jorge l’aveva ascoltato attento questa volta, seriamente, ma verso la fine aveva ripreso il suo sorriso sornione; seguiva il nipote con lo stesso interesse ma anche con un evidente distacco.
“Còlon? Mah, nemmeno sul suo nome siete d'accordo, stando ai genovesi!… Hai voglia di correre con il tuo ronzino? Bene, vieni allora, voglio farti vedere qualcosa...”
Agitò il campanello e Pedro arrivò subito.
“Io e questo giovanotto ce ne andiamo in giro per l’isola; dì a due uomini di seguirci, ma a distanza, mi raccomando...non voglio che si dica in giro che i Balader hanno paura...”

L’uomo posa il libro sul comodino e poi digita un numero telefonico.
“536821 bip bip bip biiip”
“Qui stazione di servizio X20, con chi parlo?”
“678934, qui parla Fanti.”
“Ricevuto, riconoscimento effettuato, mandate il vostro messaggio signor Fanti.”
“Volete controllare se il romanzo La Saga dei Balader si trova nel file di bordo?”
“Ok, potete ripetere il titolo per favore?”
“Mmm L a s a g a a d e i b a lader”
“Attendete, prego… mi dispiace Signor Fanti, ma il titolo non è nel file.”
“Controllate in inglese.”
“Saga non è una parola inglese signor Fanti!”
“Ok e accidenti a te... sai cosa ti dico Z40? Che questi della millesima generazione sono più stupidi di voi.“
“Lei dice?”
“Sì, sì lo dico e non capisco perché buttiamo via tutti questi soldi per rifarvi peggio.”
“Non potete lasciarci senza fratelli maggiori.”
“Ah ah ah… bene Z40 questa mattina ho molto da fare in laboratorio.”
“È tutto programmato signor Fanti, state tranquillo.”
“Bene ma devi farmi anche un favore oltre alla solita routine; chiama il signor Habib, è urgente; telefonagli subito e se non c’è lasciagli un messaggio e digli di richiamare al più presto.”
“E se arrivano altre telefonate?”
“Passale solo se sono di gravità tre, altrimenti prendi nota.”

L’auto esce fuori dal cortile, svolta, la luce e la visibilità calano di colpo: il quadrante segna nebbia intensità cinque. Fanti innesta la protezione magnetica.
La massa lattiginosa sembra a volte squarciarsi, poi tornare a infittirsi; dove è più spessa, filamenti giallastri scivolano sui finestrini come piccoli serpenti o ballano nell’aria come fiocchi di neve.
L’auto si muove zigzagando. La silhouette del parcheggio appare sul quadrante e Fanti rallenta per imboccare il tunnel sotterraneo che porta al garage della ferrovia. Scende e indossa la maschera, avviandosi con altri già in fila per risalire fino ai convogli già pronti alla partenza.
Il veicolo su monorotaia sopraelevata compie un lungo giro prima di abbandonare il quartiere periferico. Dopo qualche chilometro di corsa il velo lattiginoso comincia a squarciarsi davvero finché il cielo diviene opaco e sgombro di nubi: è una giornata di sole pieno.
Dal treno si vedono le grandi piazze, le arene, i palazzi dello sport, il centro di osservazione e gli altri quartieri residenziali.
Le discariche sono vigilate da guardie armate; intorno agli accampamenti si alzano fumi densi e scoppiano qui e là piccoli incendi. I pickers sono intenti a raccogliere rifiuti mentre le guardie osservano discrete, intervenendo solo in caso di risse.
Dopo un lungo viaggio sopra la spaghetti junction il convoglio si avvicina al primo dei tre anelli che circondano la fascia periferica, prima di entrare nel grande centro e successivamente nel piccolo centro.
Nel primo anello vivono gli aidsbeings: sono sei milioni fra uomini e donne e bambini di tutte le razze e le etnie. Sono divisi in tre categorie: i deathbeings che vivono nei cronicari assistiti dai medici volontari e da altri ammalati e sono condannati a una rapida morte; i survived , la maggioranza, formata da malati cronici che non guariranno a riusciranno sopravvivere in qualche modo; infine i gods, usciti dalla malattia e che presto torneranno a vivere fuori dai cronicari.
“Che fai?’
“Ho molto tempo di naturale oggi, tu no?”
“ Si due ore.”
Gli abitanti di Mito dispongono di due ore d’aria al giorno senza maschera: si tratta di un limite massimo consigliato dalle autorità sanitarie. Chi fa certi lavori, però, non può limitarsi a questo tempo e l’utilizzo esagerato di atmosfera normale può causare gravi disturbi e persino morti improvvise. Vi sono anche gare e scommesse fra chi riesce a sopportare di più l’atmosfera terrestre.
“Che ci devi fare al centro?”
“Voglio controllare se hanno un libro in archivio.”
“Tutto qui? Non potevi telefonare?”
“L’ho fatto ma il computer mi ha risposto che non l’hanno, ma mi sembra strano...”
“Che libro è?”
“La saga dei Balader.”
“E vuoi che non abbiano un libro così chiacchierato?… Andiamo...”

Dal piccolo centro all’ultimo anello il percorso da compiere verso sud è più breve; gli anelli, in quel punto, si restringono e la conglomerazione finisce nella terra di nessuno, lunga venti chilometri. Si tratta di un’ampia distesa di territorio piena di capannoni dismessi, fabbriche diroccate, cumuli di rifiuti sorvegliati da guardie armate. Solo vicino alla riserva il paesaggio diviene più spoglio e qui e là emergono persino arbusti e qualche vecchia pianta. Il grande parcheggio si trova alla fine di un lungo rettilineo fiancheggiato da due filari di piante di alto fusto, dei faggi; alcuni verdissimi, altri attaccati da un male che ne corrode prima le foglie poi l’intero fusto dall’interno e risparmia lo scheletro esterno. Il piazzale è anonimo. Appena scesi dall’auto i due uomini si schermano gli occhi per alleviare il bruciore che l’aria troppo pulita e fresca provoca a chi per lungo tempo vive lontano dalla campagna. Tossiscono più volte prima di ritrovare l’equilibrio di una respirazione normale.
I controlli per chi entra nella Riserva provenendo da Mito sono molto accurati. Dopo essere entrati nelle camere di decontaminazione Habib e Fanti depositano i loro abiti in un’apposita stanza, dove vengono dati loro i vestiti che indosseranno. Dopo avere compiuto queste operazioni oltrepassano il cancello e fatte poche centinaia di metri si trovano nel primo agglomerato. Come un vento primaverile che colpisce a tratti e sembra forte ed accarezza e poi fugge dopo aver sferzato, così i rumori di una vita senza macchine vanno e vengono, ondivaghi e malandrini. In piazza un gruppo di uomini e donne di età diverse è immerso in una seduta di Tai Chi e mentre i due uomini guardano curiosi la scena un grido proveniente dal viale attira la loro attenzione. Sembra un canto che si trasforma poi in un dialogo concitato, poi in un comando imperioso: è la voce del muezzin che invita i fedeli alla preghiera. Alcuni si fermano ai bordi della strada, davanti alla stazione; due uomini e una giovane donna in jeans e camicetta attillata si inginocchiano sulla stuoia in direzione de La Mecca.
Finita la preghiera l’altoparlante della stazione annuncia la partenza dei treni in tre diverse lingue: arabo, italiano, inglese e castigliano. Habibi e Fanti decidono per una località collinare vicino a Piacenza.
La ferrovia corre ai margini della riserva e sullo sfondo si intravede la palla lattiginosa dentro la quale Mito si nasconde, come un gigante minaccioso dentro un castello fatto di nubi e di miasmi. Il tratto iniziale della ferrovia risucchia il convoglio verso la terra di nessuno, lungo quel tratto di territorio dove i tecnici della riserva controllano le infiltrazioni inquinanti, provenienti dal canale di scarico. Il treno, infine, passa sopra il ponte sotto il quale scorre uno dei bracci di quello che un tempo era il fiume Po. Il colore dell’acqua è grigiastro e denso, una poltiglia organica d’intensità innaturale, contratta e fredda come una lava senza fuoco. Il convoglio procede lentamente come una pattuglia in territorio nemico sotto lo sguardo dei pochi che rovistano fra i rifiuti e alzano i loro musi d’elefante verso i finestrini blindati. Superato il ponte il treno penetra finalmente nella riserva, l’altoparlante annuncia che si possono aprire i finestrini.
La località scelta da Habibi e Fanti è un ampio anfiteatro collinare.
“C’è una passeggiata molto bella, si arriva alla collina più alta e non è lontano, ce la faremo anche senza essere allenati.”
“Pensavo di lasciarti la casa Omar... è vicina al centro ed è abbastanza grande da viverci in quattro; compreso il laboratorio naturalmente.”
Galileo, sei sicuro di quello che dici?...”
“E perché non dovrei È stato tutto discusso....”
“Anche con Joan?”
“Si, anche con lei, sebbene non fosse il caso; ci siamo lasciati da tempo ormai, la casa è mia e lei non ha alcuna intenzione di ritornare; sta bene in California.”
“E i tuoi figli?”
“Silvia ha scelto la Riserva, andrà in Sudafrica, come ti ho detto e…”
“Potrebbe pentirsene"
“No, non credo proprio; fu lei la più entusiasta quando ne parlammo la prima volta; se mai avrà bisogno di qualche soldo, la vita in Riserva è dura; ma per questo potremo metterci d’accordo. Michael ha una casa sua e se vorrà passare qualche giorno nella vecchia villa di famiglia non credo gli dirai di no... E poi per tutti noi lasciartela vuol dire sentirla ancora un poco nostra, venderla è difficile, troppo grande...”
“Dovrei cambiare qualcosa, potenziare il laboratorio di fisica che tu hai un poco trascurato."
“Vedi, la senti già tua...”
La salita è finita, i due amici si fermano ad ammirare il vecchio obelisco, di fianco al quale è stato costruito un tempio indiano.
I tramonti nel territorio della riserva sembrano irreali a chi proviene da Mito. Il sole scende dietro le colline e subito dopo si accendono le luci qui e là nella campagna. La sera, però, inizia veramente quando si alza il vento fresco; solo le orecchie più fini e preparate sanno distinguere quello artificiale da quello naturale. La Riserva, infatti, si regge su un sottile equilibrio fra natura e tecnologia. Quando le masse d’aria provenienti da Mito premono sui suoi confini durante i fucking days, allora vengono poste in azione le turbine che immettono aria fresca e pulita nella riserva tenendo ai confini il muro minaccioso di miasmi; nelle giornate più tranquille, lo stesso effetto viene ottenuto scoperchiando con un sistema di argani la cima della montagna che divideva un tempo la Lombardia dalla Liguria: Il Turchino. In questo modo l’aria del mare, non incontra più ostacoli, penetra nella riserva e tiene lontano come uno schermo invisibile le masse di miasmi provenienti da Mito.
“Mi aspettavo di sentire i grilli.”
“Gli abitanti della Riserva li sentono; è il nostro apparato uditivo che non è più in grado di farlo, almeno così dicono. Silvia mi raccontò una volta di come lei li avesse uditi improvvisamente un giorno, ma dopo qualche tempo che viveva qui.“
“E quando loro vengono a Mito il rumore delle automobili lo sentono?”
“Ah Ah, ma pare che nessuno di loro ci venga più dopo un po’ di tempo.”
Una fila di uomini in tunica bianca cammina per il sentiero: sono sacerdoti di una religione indiana che vengono a inginocchiarsi al tempio.
Quando il buio comincia a calare si accendono le luci sulle colline circostanti. È l’ora in cui aprono i piccoli ristoranti all’aperto e si sente il profumo della legna che arde sotto i bracieri delle griglie a legna. Seduti al tavolo di uno di questi locali Habibi e Galileo osservano divertiti un gruppo di pickers appena trasferiti nella Riserva, che si guardano intorno smarriti.
“Mi sembra di essere tornato in Africa.”
“Davvero?”
“Si, sì.”
“Beh non mi stupisce più di tanto; pezzi di vecchio pianeta da voi esistono ancora oggi, immagino,”
“Non so, è da tanto tempo che manco, ma quel che ti dicevo adesso si riferisce ad un ricordo preciso... il Rif, un villaggio in mezzo al Rif in Marocco. Mi aveva colpito il buio che scendeva all’improvviso; giuravo sempre a me stesso che la sera dopo avrei cercato di cogliere il momento in cui la notte copre tutto e…”
“Quanti anni avevi?”
“Ero un ragazzetto non saprei, dieci dodici forse. Ebbene, non ci crederai ma non ci riuscivo...Una sera il buio era ormai scese e d’improvviso sentimmo una musica.”
“Una musica?”
“Si, una musica, strana ripetitiva; certo, è la musica nostra, molto monocorde, quasi ipnotica ma quello che mi aveva colpito era che non si riusciva a capire di dove venisse, chi suonasse, un’orchestra, un grammofono, un televisore...le case intorno
sembravano disabitate, era un suono lamentoso, intenso e io me ne uscii con una frase che fece ridere tutti...”
“E cioè?”
“Guardai mio padre e dissi, ma non sarà la notte a suonare?”
“Ah ah ah mi immagino la sorpresa.”
“Si, si guardarono tutti un po’ perplessi, poi cominciarono a ridere anche loro.”

È notte tarda quando i due amici si alzano finalmente dal tavolo; c’è un silenzio innaturale intorno a loro, mentre si avviano al bungalow dove dormiranno. Per tornare a Mito c’è tempo.