venerdì 14 novembre 2008

Presentazione

Anni fa, molto prima che i blog nascessero, mi venne l'idea di un romanzo un po' particolare che prese spunto dalla lettura contemporanea, di una notizia giornalistica e del un brano di un libro scritto da uno storico che amo molto: Fernand Braudel. Quest'ultimo, parlando del 1500 nel secondo volume della trilogia I tempi del mondo affermava a un certo punto (cito a memoria), che "dopo la scoperta dell'America, un uomo avrebbe potuto trascorrere la sua intera vita in nave e in mare, spostandosi da un porto dove comperare merci a un altro dove venderle." Per ragioni del tutto casuali, nello stesso giorno mi corse l'occhio su una notizia giornalistica: un gruppo di scienziati, dando per scontato che il pianeta Terra forse ormai indirizzato verso la catastrofe, stava progettando una grande astronave su cui caricare quante più persone possibili per andare a cercare fortuna da qualche altra parte. La combinazione di queste due informazioni, di natura certo diversa fra loro quanto a consistenza scientifica, ma emblematiche del nostro tempo e dai rimandi mitici evidenti, mi colpirono molto. Da una mi sentivo ricacciato in un passato che poteva anche essere affascinante, ma noto; da quello sfondo poteva nascere un romanzo storico. La seconda mi proiettava in un futuro che avvertivo inquietante e anche un po' demenziale. Infine c'ero io alla mia scrivania che vivevo nel presente, come tutti noi che leggiamo notizie e libri. Un pensiero cominciò a lavorarmi dentro: come tenere unite queste tre dimensioni? L'idea del romanzo si fece strada pian piano come tentativo di risposta a questo interrogativo e così cominciai a scriverlo.
Un'ultima questione: perché non proporlo a un editore? La scelta iniziale di non farlo fu dettata dal buon senso: non ero sicuro io stesso che la cosa funzionasse e il progetto (se avrete la pazienza e la voglia di leggere capirete perché) lo avvertivo assai arrischiato. Poi, quando sono nati i blog, mi sono immediatamente reso conto che quello sarebbe stato lo strumento adatto per dare forma a una narrazione così particolare e ne sono convinto più che mai; se poi in un futuro tutto questo potrà avere anche una vita cartacea, è questione appunto da lasciare al futuro.
Franco Romanò

Agenda di scrittore: romanzo

1 Febbraio. Fino a pochi anni fa la pratica di scendere o salire dagli autobus o dai tram da tutte le porte era diffusa soltanto fra alcuni ragazzi e ragazze delle scuole medie superiori; poi furono i giovani immigrati a seguirli, specialmente se in gruppo. Ora é una pratica diffusissima alla quale si abbandonano anziane signore, giovani, vecchi e uomini di mezza età, in modo spesso aggressivo perché bisogna cogliere di sorpresa ed anticipare coloro che intendono usare le porte nel modo appropriato. Passato un po’ di tempo, comunque, tutti si sono adeguati alla situazione in modo flessibile: cioè secondo il rapporto di forza numerico fra chi sale e chi scende.

2 Febbraio. Un giovane uomo della provincia di Vicenza è stato rapito per ragioni misteriose. Le sue condizioni economiche non permettono di risalire ad un movente economico. Tuttavia il suo stato generale ben più terrorizzato di quello in cui si trova un ‘normale’ rapito, consapevole delle ragioni del sequestro, fanno escludere che si sia trattato di uno scambio di persona, ma piuttosto di una scelta casuale della vittima, finalizzata a scopi precisi. L’uomo ha infatti raccontato che sono stati compiuti sul suo corpo esami clinici di varia natura, naturalmente gestiti da personale specializzato e competente. L’ipotesi più probabile formulata è che fosse stato scelto per un eventuale uso di parti del suo corpo come pezzi di ricambio e che poi il progetto sia stato abbandonato poiché il soggetto non era un’offerta compatibile con la domanda.

16 Febbraio. La violazione di piccole regole non è mai disgiunta dalla violazione di grandi regole. In entrambi i casi avviene che la società civile si sta appropriando di pezzi di funzioni normalmente delegate allo stato, alle istituzioni locali, alle leggi, ai regolamenti al semplice buon senso consuetudinario in nome del quale non si attraversa il semaforo con il rosso e non si percorre un senso unico nella direzione opposta. Tutto questo, invece, oggi accade in una misura ampia, dilagante.
La diminuita autorità dello stato e di ogni forma di regola avviene impercettibilmente ogni giorno, sotto i nostri occhi. L’autogestione della società si pone come una possibilità reale governata dalla ferocia dei gruppi sociali o dalla dabbenaggine di altri. Il potere, ritirandosi dalla rappresentazione formale della legge nella sua impersonalità, la delega alle culture concrete che si agitano e si azzannano nella sterminata landa sociale: ad ognuno il suo diritto, ad ognuno il suo arbitrio, ad ognuno la sua legge.

17 Febbraio. Lo stato/nazione è in crisi un po' dappertutto, sottoposto a due assalti convergenti in un unico punto. Il primo viene dal 'mondo dell'economia' un eufemismo per indicare il processo di globalizzazione. L'internazionalizzazione del capitale finanziario travolge i vecchi vincoli statali che offrono minori o maggiori resistenze a seconda dei casi. Il secondo assalto viene dalla società civile e si manifesta in un impasto di barbarie spicciola, piccola e grande violazione di regole, autogestione criminale di pezzi di società, di città, di territorio: a Los Angeles come a Palermo, ad Algeri come a Milano. Talvolta questi comportamenti assumono forma politica, traducendosi in linguaggi etnico/tribali, localistici, di clan, di lega.

22 Febbraio. Ciò che ha inferto, dal punto di vista del diritto e della legittimità (parlo di legittimità in senso giuridico, etico e anche simbolico e non riprendo il discorso appena accennato sui fattori economici), il colpo decisivo alla credibilità dello stato nazione é la detenzione degli arsenali nucleari e delle altre armi di distruzione di massa. Il possesso di questi ordigni ha minato alla base la pietra angolare della legittimità del monopolio della violenza in quanto minor male poiché la quantità di violenza detenuta dagli stati era ed é sufficiente a minacciare la vita e l'esistenza dell'intera specie umana e non può esistere per definizione violenza più grande di quella che consente la distruzione della vita sulla terra.

23 Febbraio. L'effetto più evidente e sotto gli occhi di tutti del venire meno autorità dello stato è l’assunzione da parte della società civile di prerogative statali e tale processo avviene in modo casuale, secondo la tecnica del saccheggio. I paesi d'oltre Elba, la Russia e le altre repubbliche un tempo appartenenti all'Unione Sovietica, sono il paradigma di questo tipo di appropriazione; ma lo sono soltanto come limite estremo, non perché da altre parti il fenomeno non sia lo stesso; la differenza é puramente quantitativa. La casistica é senza limiti: si passa dalla vendita di motociclette e vestiario dell'Armata Rossa sull'Unter den Linden alla svendita di apparecchiatura militare o civile (sistemi di puntamento, occhiali a raggi infrarossi per sparare al buio, carabine di precisione).
Si va dalla vendita di carri armati sotto costo ai missili smontati e impacchettati per pezzi e spediti ovunque. Infine non poteva mancare il pret a porter nucleare: valigette piene di plutonio che attraversano le frontiere, commercio di armi atomiche e batteriologiche. Nel passato recente della storia europea, una massiccia sostituzione della società civile allo stato e l’assunzione da parte di quest’ultima di prerogative statuali, avveniva soltanto nei momenti rivoluzionari, ma era in fondo sempre finalizzata all’instaurazione di un potere statale diverso. Fatto, questo, ben diverso dai fenomeni cui stiamo assistendo oggi.

25 Febbraio. La deriva degli stati e il gap di credibilità ormai accumulata da tempo, travolge il pensiero pacifista e le sue pratiche. Lo travolge perché il pacifismo è, nelle sue componenti più politiche, figlio di una certa concezione dello stato. Gandhi poté sconfiggere il colonialismo inglese perché lo stato inglese si riconosceva in un patto comune e nell’esistenza di regole inviolabili. Gli indiani in fondo se la cavarono con poche migliaia di morti perché lo stato inglese non poteva in quel tempo oltrepassare certi limiti. Questa la forza di Gandhi; una forza peraltro inutile e impotente di fronte al conflitto etnico che è uno dei tanti esempi di assunzione da parte della società civile di prerogative statuali. La morte di Gandhi era già allora una metafora del fallimento del pacifismo, ma lo è tanto più oggi quando manca a quel movimento un interlocutore degno di questo nome. Si può essere non violenti con Clement Attlee, ma come si può esserlo con la Mafia o il cartello di Medellin, cioè con settori della società che gestiscono direttamente interessi materiali, controllo del territorio, che assumono su di sé prerogative statuali, tanto che si parla comunemente di ministro degli esteri di Cosa Nostra e altro ancora? E come si può esserlo con le parti opposte di un conflitto etnico dove l’obiettivo è quello di distruggere l’identità dell’altro, secondo una modalità di conflitto che ripercorre all’indietro tutta la supposta scala evolutiva, fino a raggiungere il rito tribale. La domanda capitale, angosciosa, che sale dall’urlo silenzioso delle donne algerine, o da quelle jugoslave è proprio questo: come possiamo difenderci?
La risposta pacifista appare in questo contesto l’ennesima manifestazione di boria occidentale.
Anche il dibattito sulla pena di morte sta assumendo un livello nauseante. Ciò che irrita maggiormente non è la protervia di quegli stati che conservano questo residuo potere al quale si attaccano disperatamente per sottolineare le loro prerogative dopo che hanno perso le altre; è piuttosto il tono saccente ed al tempo stesso impotente degli oppositori ad irritare. Nessuno, ma proprio nessuno avverte la stridente contraddizione che esiste fra la mobilitazione sul caso O’Dell e più ancora su quello di Carla Tucker e l’imbarazzato silenzio di fronte ad una pratica quotidiana della condanna a morte esercitata un po’ ovunque nel mondo da gruppi, micro stati, micro gruppi criminali che la attuano in modi che non riconoscono alcuna regola se non quella del proprio clan di appartenenza? La pena di morte esiste, è un modo di organizzare il conflitto attraverso l’intimidazione di massa e non viene praticata solo dagli stati.
Proviamo un momento a pensare come possano vivere un brillante dibattito sulla pena di morte in televisione alcuni dei soggetti ricordati in precedenza, ma anche altri: l’immigrato delle grandi città che può essere bruciato vivo mentre dorme, non da un fantomatico stato, ma da una scheggia razzista impazzita della società civile; oppure l’abitante di certe zone ad alta concentrazione mafiosa o criminale in genere, dove la minaccia alla vita delle persone non viene solo da parte di un fantomatico stato che spesso non esiste, ma viene organizzata, gestita e praticata, da pezzi di società civile criminale cui lo stato, complice o meno ha di fatto delegato funzioni proprie? Sentire gli uni decantare le ragioni del mantenimento della pena di morte e gli oppositori rispondere con gli argomenti di Verri e Filangeri apparirà a questi poveretti semplicemente grottesco.
Ma anche il garantismo ne esce a pezzi nei paesi occidentali perché pensa di avere di fronte a sé il vecchio stato e non capisce che uno dei capolavori del capitale è quello di delegare direttamente a settori della società civile (aizzandoli come nel caso della Lega, oppure facendo patti con i poteri criminali al di fuori della mediazione politica e statale), la funzione di controllare e reprimere altri pezzi di società civile che non si omologano. In questo caso, a chi vanno chieste le garanzie? Di fronte a questa domanda radicale l’intelligenza di quello che si chiamava una volta movimento antagonista ne esce completamente obnubilata, i garantisti nostrani non sanno più distinguere fra capi mafiosi e detenuti politici.

29 Febbraio, ore 1. “ Ci siamo messi il passamontagna per renderci visibili....Spesso mi domandano: perché non vi togliere il passamontagna?...Volete vedere che volto c’è dietro il passamontagna? Mettetevi davanti ad uno specchio e guardatevi”.
Il subcomandante Marcos non perde occasione per ripetere questo concetto con parole sempre diverse ma dal contenuto analogo.
Come in Storia di Garabombo l’invisibile di Manuel Scorza, gli indigeni chiapanechi si sono accorti di essere invisibili a tutti; non soltanto al potere costituito che li ha sempre trattati come suppellettili vendibili insieme alle terre sulle quali vivevano, ma anche alle forze democratiche rivoluzionarie o riformiste che fossero, per le quali la popolazione indigena dell’America Latina è sempre stata un geroglifico sociale, fastidioso da interpretare. Mettendosi il passamontagna e occupando militarmente con le loro poche e per certi aspetti patetiche armi, parte del territorio su cui vivono, hanno rivendicato il diritto alla parola. Prendere le armi per parlare e non per prendere il potere, come recita uno dei punti centrali del loro programma politico. Dello zapatismo si possono dare molte definizioni. L’aspetto che vorrei mettere in luce coerentemente con quanto detto finora è il seguente: il movimento può essere visto anche come un pezzo consistente di società civile che si auto organizza ma che non intende fondare un nuovo stato. E’ un movimento, in altri termini che accetta una sfida che appare modernissima: la battaglia per un cammino diverso dell’umanità si combatte organizzando pezzi di società civile, per farne un baluardo non soltanto nei confronti dello stato e delle sue istituzioni, ma anche nei confronti di possibili derive della società civile stessa. E’ un’interpretazione originale di alcuni capisaldi della riflessione gramsciana (Gramsci gode di grande fortuna in tutto il mondo, ultimamente, tranne in Italia e Marcos pare si sia laureato con una tesi su Gramsci ed Althusser). E’ nella landa desolata di una società spappolata che si combatte la battaglia della ricostruzione di un tessuto sociale ed umano vivibili. Prendere le armi per poter parlare e per farlo a tutti, come hanno fatto, ha di colpo messo in luce come gli invisibili del mondo siano parecchi e siano un po’ ovunque. Ma non potevano parlare senza armi? No, non potevano ed in scala e proporzione diversa questo non è vero soltanto da loro. Nelle società occidentali di più antica appartenenza al modello di sviluppo capitalistico la violenza assume le forme paternalistiche della tolleranza repressiva o della lenta espulsione dal circuito basato su accesso al lavoro ed al consumo, cittadinanza, partecipazione democratica. L’ingegneria istituzionale ha sancito ormai da tempo che l’appartenenza al circuito della politica esclude il 30% della popolazione in tutti i paesi, un 30% senza rappresentanza: immigrati, disoccupati di lungo periodo, emarginati che crescono di numero, cittadini che si rifiutano di andare a votare perché preferiscono non giocare il gioco perverso di una politica priva ormai di ogni senso. Sono gli invisibili che popolano l’Europa. “Guardatevi allo specchio e vedrete il volto di chi c’è dietro il passamontagna.”



29 Febbraio, ore 2. La rivolta albanese, l’appropriazione delle armi (senza peraltro usarle molto) da parte della società civile ci ha posto di fronte a due fenomeni veramente moderni e singolari: da una parte uno stato che si estingue in poche settimane (che sia stato ricostruito grazie alle milizie italiane ed europee è un altro discorso), dall’altro una popolazione civile che dà l’assalto alle caserme, si appropria delle armi ma non per conquistare un fantomatico potere, ma semplicemente per toglierle dalle mani di uno stato di cui si sentiva ostaggio e da quelle di una polizia da cui si sentiva minacciata. Questo dato è ben più rilevante dell’altro su cui la vergognosa campagna della stampa occidentale si è soffermata e cioè la questione delle bande criminali e dei presunti contrasti etnici fra nord e sud. Tutti gli osservatori imparziali e minimamente informati sulla storia albanese sanno che il conflitto etnico non è mai stato una prerogativa di questa società, nonostante la sua appartenenza al mondo balcanico. Ciò che serviva era screditare una società intera che durante la Seconda Guerra Mondiale, fra l’altro, si distinse insieme per il rifiuto a consegnare gli ebrei cittadini albanesi ai nazisti.

29 Febbraio, ore 3. Un gruppo di gorilla, cui una muta di cacciatori umani aveva sottratto un compagno imprigionandolo, ha assaltato il villaggio dove il loro fratello veniva detenuto e hanno metodicamente ed implacabilmente distrutto tutto ciò che si trovava sulla loro strada. La forza messa in atto, la violenza messa in atto era tremendamente distruttiva. Alla fine, una volta capita quale fosse la ragione di quell’assalto devastatore, gli umani decisero finalmente di liberare il prigioniero e gli assalitori abbandonarono il villaggio. Lo stupefacente di questa azione è che pur avendone la possibilità e la forza i gorilla non hanno fatto neppure un morto, neppure un ferito. Hanno demolito le cose ma si sono presi cura della vita. Evidentemente la vita è stata da loro considerata un bene così prezioso da non potere essere sprecata neppure quando si tratta di quella di un nemico mortale. Questo fatto ha una portata antropologica enorme e gli insegnamenti in esso contenuti sono molti. Il gruppo di gorilla ha agito con determinazione e messo in atto un comportamento collettivo capace di conseguire un obbiettivo usando la forza necessaria e sufficiente ad ottenerlo. Operando in questo modo ‘hanno forato il video’ per usare un’espressione cara agli esperti di strategie della comunicazione, hanno imposto la loro presenza si sono sottratti all'invisibilità, hanno parlato al mondo intero. Avrebbero potuto farlo senza usare la forza? No, non avrebbero potuto. L’ennesima campagna dei verdi, l’ennesimo sciopero della fame di uno dei tanti comitati di ecologisti, l’ennesima denuncia contro il pericolo della loro estinzione non avrebbe ottenuto alcun effetto. Ci voleva un gruppo animale, colpito nella sua possibilità si sopravvivenza (le mute non possono veder diminuire il numero di propri componenti al di sotto di una certa misura, pena la loro estinzione), per ricordarci che certe pratiche non fanno che sancire e accettare la violenza che c’è e che la liberazione dalla violenza che c’è è prima di tutto un affare di chi la subisce e che dagli altri esige prima di tutto rispetto per le scelte che fa: sia che si tratti di una muta di gorilla, sia che si tratti di una comunità indigena.
Altri però sono gli insegnamenti di questa storia. Colpire le cose, (cioè le merci), non la vita, esercitare una violenza distruttiva massima che ha messo nel caso specifico a repentaglio un valore d’uso prezioso come quello di possedere un tetto, un rifugio nel mezzo di una natura ancora largamente ostile. Risparmiare la vita in quel contesto voleva dire anche mettere quel gruppo di umani a contatto con la precarietà dell’esistere, con il venir meno di sicurezze acquisite: ha voluto dire educarli e chissà che nella rinuncia alla rappresaglia (almeno fino a prova contraria), non si possa leggere il barlume di una riflessione in atto. Risparmiare la vita e colpire le cose, infine, come risposta razionale alla bomba al neutrone, un ordigno che colpisce le vite ma lascia intatte le cose ( cioè le merci). In questi due estremi che si toccano è impossibile non leggere il segno di un’epoca e di un’umanità che si trova di fronte all’ennesimo bivio cruciale della sua lunga storia: è un bivio che sembra riguardare la specie. La vita, se non saranno gli umani a difenderla può prendere altre strade e la letteratura ci offre su questo, più argomenti di riflessione di molta sociologia. Gregor Samsa, il personaggio inventato da Kafka subisce come tutti sanno una metamorfosi; trasformandosi in insetto e per essere più precisi in uno scarafaggio, riesce a sopravvivere a condizioni di vita per lui invivibili. Per il protagonista del romanzo kafkiano si tratta di inquietudini e tragedie individuali che possono sembrarci assurde e che ai tempi del grande praghese apparivano addirittura comiche, tanto che i suoi racconti venivano letti nell’ilarità generale dei presenti. Il caso ha voluto che qualche decennio dopo si scoprisse che gli scarafaggi sarebbero fra le poche specie animali resistenti ad una catastrofe nucleare.

1 Marzo. Non capita forse a tutti di incontrare uomini e donne che racchiudono in sé, oltre ai tratti tipici della personalità e del carattere che loro appartengono, nonché quelli che l'epoca aggiunge e presta - anche altri segni che sembrano venire da un altro tempo o epoca? Dall'uso di certe parole, ai tratti aristocratici che fanno capolino nei gesti delle persone più comuni, oppure in un motto, in certi vezzi, addirittura nei nomi che portano? E non vi è mai capitato di giungere in un luogo dove mai eravate stati ed esclamare dentro di voi, quasi con sgomento : "Io qui sono già stato", tanto da sentirvi a casa vostra, meno estranei di quanto non vi sentiate in altri luoghi che sembrano appartenervi di più? Non sono, questi segni, strascichi di altre vite che ci portiamo addosso inconsapevolmente?
Il poeta preraffaellita Dante Gabriel Rossetti, ha espresso questo sentimento di sgomento e profonda meraviglia in alcuni versi memorabili, un vero e proprio cammeo lirico:

I have been here before,
But when or how I cannot tell:
I know the grass beyond the door,
The sweet keen smell,
The sighing sound, the lights around the shore.

You have been mine before,
How long ago I may not know:
But just when at that swallow’s soar
Your neck turn’d so,
Some veil did fall, - I knew it all of youre.

Has this been thus before?
And shall not thus time’s eddying flight
Still our lives our love restore
In death’s despite,
And day and night yield one delight once more?

Io qui sono già stato,
ma come e quando non so dire:
conosco il prato oltre la soglia
il profumo dolce e pungente
il suono struggente, le luci intorno al lido.

Sei stata mia un tempo
Quanto lontano io non posso dire
Ma quando a quel volo di rondine
Il tuo collo si è voltato,
caddero i veli, - di te seppi ogni cosa.

Così tutto questo è già stato?
E non porterà perciò di nuovo
Il volo del tempo turbinoso
Alle nostre vite ancora il nostro amore
A dispetto della morte,
E giorno e notte recarci diletto un’altra volta?

L'ipotesi della reincarnazione è, fra tutte le credenze popolari e colte che hanno come oggetto il destino degli umani post mortem, quella con cui mi piace - pur mantenendo una laica distanza - interloquire. E mi piace scoprire negli altri ed anche in me i segni di questi passaggi, andare a caccia dei loro mondi precedenti, coglierli nel momento in cui i diversi pezzi s'incastrano nel mosaico infinito delle loro vite, apportando a quella attuale il tocco imprevedibile dell'eleganza, oppure il segno di una contraddizione.
Chissà poi cosa stanno ad indicare questi strascichi: vite incomplete? Vite interrotte a metà strada? E se sia in questo caso alle vite più perfette cui si addice una morte definitiva... Oppure ritornano perché coloro che entrarono in quelle vite precedenti lo fecero con un’intensità talmente debordante che le loro imprese non potevano rimanere rinchiuse nello spazio ristretto di una sola vita? E se sia in questo caso evidente che solo alle vite chiuse entro angusti orizzonti è riservato il destino di una morte definitiva... Oppure ritornano solo coloro che ebbero troppo poco dalle loro vite precedenti? Non lo sapremo mai ed è bene che sia così. Perché di questi segni mi piace l'oblio, non la consapevolezza che ne ha l'Orlando di Virginia Wolf. Che la memoria non venga a ricostruire epoche passate diventando storia! Che rimangano tracce, solo tracce di altri passati possibili o di futuri che ci attendono. Ecco, in questi segni, mi sembra vivere un'ipotesi di immortalità con la quale poter scendere a patti. Infatti, non nel banale ritornare interi in un luogo ed in un tempo assoluti, concepiti come eterni ed immobili al fine di testimoniare una verità totale e arrogante, ma nell'illuminarsi solo in parte e nell'oscillare sopra e sotto la linea d'ombra vive la testimonianza che nulla è andato del tutto perso, che tutto ciò che era possibile conservare è stato conservato e si tramanda nel tempo e nello spazio, mescolandosi casualmente a quello che incontra; sempre esiliato, ma in un esilio felice, capace di nutrire altre esperienze e di esserne felicemente attraversato, mutevole e migrante in un continuum entro il quale ad ognuno tocchi, momento per momento l’avventura della luce e l'orrore degli abissi.

5 Marzo Questa metafora del libro come figlio del maschio ha percorso i secoli come fossero autostrade, giungendo fino a noi; ma è una metafora vuota che dovrebbe fra l'altro renderci più guardinghi verso una figura retorica che è assurta addirittura ad emblema del poetico. Eppure è stata tanto variamente ripetuta da diventare di massa. Le cose vengono prima delle parole e Platone avrebbe dovuto saperlo più di altri visto che ricordava il tempo in cui la cultura era orale e temeva addirittura che la scrittura avrebbe causato negli uomini una grave perdita della memoria. Della scrittura si è fatto a meno per millenni, non ovviamente della riproduzione della vita. Certo le cose sono poi diventate un po' più complesse e la mancanza del nome e del nominare e del certificare fu certo causa di molte tragedie fra cui quella di Narciso, per esempio.

8 Marzo. I rapporti fra Alice e Lewis Carroll hanno sempre suscitato grande interesse in me, avvolti come sono in un alone di mistero, nonostante sia tutto apparentemente così semplice e alla luce del sole. Da un lato è evidente che Charles Dodgson nutrisse per la giovanissima Alice qualcosa di più di un semplice sentimento di ammirazione e tuttavia non esistono prove certe che il reverendo abbia avanzato proposte matrimoniali o altro, sebbene la brusca interruzione dei rapporti con la famiglia Liddell suggerisce che qualcosa del genere sia accaduto. Dodgson, dunque, sembra gettarsi in un’impresa disperata, destinata, (come avvenne), a finire con l’interruzione dei rapporti dal momento che all’epoca del suo allontanamento dalla casa di Alice lei aveva solo 11 anni. Ma dalla parte della bambina, le cose erano così semplici e lo sarebbero state in futuro? La vita successiva della signora Liddell Heargraves sembra essere quanto di più normale si possa immaginare: un matrimonio regolare da buona famiglia inglese, dei figli (non ricordo quanti), una tranquilla vita borghese che traspare senza fremiti dalle poche lettere che anche in età adulta continuò a scambiare con il suo antico precettore. In quegli scritti sembra esservi proprio un’accurata rimozione di quel periodo, tanto da far pensare che anche su di lei abbia pesato un silenzio non voluto e che in qualche modo anche a lei sia stata tolta la parola.
La storia della loro relazione, tuttavia, è ancora più complessa: se fosse accaduta dopo Freud l’avremmo tutti interpretata in modo diverso, non perché dopo di lui non si possono più avere come oggetto di desiderio i bambini - come ben sappiamo dal troppo che accade in proposito - ma perché dopo Freud a nessuno sarebbe consentito di dire ciò che Dodgson/Carroll dice con quel candore e quella mancanza di autocontrollo verbale così disarmanti. Il fascino e il mistero di questa storia sta nella sua collocazione temporale a cavallo di un cambiamento epocale; Alice e Charles appartengono ancora ad un mondo premoderno, sono vicini a noi ma ancora tanto lontani da fare apparire le ‘spiegazioni’ del caso dettate dal senno di poi. Così è anche per la lucida ed intelligente interpretazione di Deleuze, peraltro talmente canonica da potere essere formulata da chiunque possieda una cultura psicanalitica appena discreta.
Nei passaggi d'epoca alcune storie emblematiche sembrano fatte apposta per lasciare nello sconcerto i contemporanei; fu così con Eloisa e Abelardo, visto il tempo che i dottori della Chiesa ci misero per formulare una sentenza di condanna. E si capisce il motivo. Per l’ultima volta i dottori della Chiesa Cattolica si trovarono di fronte il problema di scegliere fra due modelli culturali: quello greco classico che vedeva il percorso di iniziazione in modo globale, non escludente la relazione intima e quello che sarebbe diventato il modello dominante che oggi definiamo cristiano. Allo stesso modo, il candore dell’uomo Dodgson alla vigilia del suo smascheramento da parte della psicanalisi e successivamente dal femminismo ed il silenzio di Alice alla vigilia di un’epoca in cui le donne questo silenzio avrebbero rotto massicciamente, mi sono sempre apparsi enigmatici e spiazzanti. Parole d’amore perdute, forse sciupate, destinate a svolazzare leggere ed imbarazzanti e a nutrire narrazioni infinite.

9 Marzo. Diotima mi perseguita; la sua presenza è così ingombrante da trascinare la narrazione dove vuole lei; non è più il mio romanzo che sto scrivendo, ma il suo.

14 Marzo. Nulla di importante.

15 Marzo. Non succede nulla.

16 Marzo. Sto uscendo dal letargo.

16 Marzo. Diotima e Galileo alla fine del romanzo, dovranno incontrarsi, ma in che
modo? Mi attende un'altra scena madre e la cosa mi getta nel panico; sono di nuovo bloccato.

20 Marzo. Nulla di importante.

26 Marzo Altre bombe, attentati un po' ovunque, questa sera ne discuteremo a tavola. Sono preoccupato, che sta succedendo?

20 Aprile. La Toscana, a Pasqua, ha un aspetto contraddittorio; più ancora la Maremma. Il volto di queste terre è sempre un volto estremo, forte, passionale. Ricordo un Natale di molti anni fa, quando una bufera di neve coprì tutto in poco tempo. Dopo tre ore, tuttavia, un sole forte squarciò il cielo che divenne terso in pochi minuti mentre la massa di neve cominciò a friggere e fumare trasformandosi presto in rigagnolo.

1 Maggio. Arrivo a Massa Marittima il primo pomeriggio. C’è un sole splendido e poca gente in giro; molti hanno fatto la notte a "cantar maggio". Apro casa e il vento entra con furia spazzando in un minuto l'aria di chiuso.

5 Maggio. Sono frasi, a volta parole a volte pezzi di situazioni che riconosco, sono parti del romanzo, parti già scritte, parti ancora da scrivere.

9 Maggio. Torna un mondo scomparso torna ad occupare i miei pensieri. La sensazione è molto piacevole, ma non intendo rimettermi subito a scrivere; ho bisogno di rientrare in quel mondo lentamente.

10 Maggio. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiato; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno semplificate, rese più essenziali.

14 Maggio. Il romanzo ha scacciato la gabbia; oppure è diventato lui stesso la gabbia entro la quale mi trovo così a mio agio? I contorni delle scene, tuttavia, sono ora più netti; come se l'armatura della gabbia avesse fornito al romanzo dei confini e delle scansioni più rigorose. Finalmente sta prendendo forma.

15 Maggio. È questo che i greci intendevano quando attribuivano alla tragedia una doppia funzione catartica: verso colui che la scrive e verso chi vi assiste? Ora lo so: è nato un altro capitolo.

Agenda di scrittore: capitolo secondo

CAPITOLO SECONDO.

I cavalli corsero un bel po’ sulla pietraia e i bassi cespugli roventi, poi una spianata ancor più brulla si aprì davanti a loro; poi dei campi più regolari, che il rallentamento del galoppo lasciava meglio inquadrare. Don Jorge indicava qualcosa al nipote e Miguel cercava di seguire la mano senza capire bene:
“Andremo per di là, evitando la collina; vedi quella specie di fenditura?... È un sentiero.”
“Sbaglio o stiamo andando verso i poderi di Don Isidro?”
“È proprio là che voglio portarti.”
Miguel non ebbe il tempo di rispondere perché lo zio aveva già spronato il cavallo, lasciandolo indietro fra la polvere.
Superate le colline, che il sentiero tagliava a metà, la vista spaziava su una piana vasta e assolata; a sinistra, all’orizzonte, si vedeva la linea bassa del mare. La giornata era luminosa ma il cielo era percorso da sottili colonne di fumo che salivano dalla spianata. Don Jorge frenò il cavallo e quanto più si avvicinava alla pietraia, tanto più il suo passo diveniva lento e studiato. Ora che non galoppavano più Miguel cominciò a sentire distintamente l’odore del fumo e delle stoppie bruciate. La fattoria di Don Isidro era in fondo, verso l’interno, ma ciò che attirò l’attenzione del giovane furono i campi bruciati, la capanna fumante, gli animali morti che già mandavano un pungente fetore...
“Mio Dio, ma che è successo... è tutto distrutto, il raccolto, la pecora... Anche la fattoria ha subito dei danni?”
“No, la fattoria e i recinti più interni sono stati risparmiati.”
“E quello cos’era?”
“Un frantoio, caro nipote, un frantoio, vedo che ne parli ma che non lo sai riconoscere.”
“Il caldo e il sole non sono sempre dispensatori di vita e ricchezze... ”
“Mm… ”
“Non ne sembrate convinto.”
I due uomini avevano proseguito in silenzio in mezzo alla pietraia infuocata dal sole e dall’incendio, attenti a evitare i punti più caldi e a tenere i cavalli ben lontani dai bracieri. Non vi era traccia degli uomini di Don Isidro e solo qualche pezzo di stoffa, appeso a una finestra bruciacchiata e fumante, lasciava presagire la tragedia.
“Mi avevano sempre detto che in Sardegna gli incendi sono frequenti… quando è scoppiato?”
“La scorsa notte.”
“Notte?” ripeté Miguel incredulo.
“Tu pensi sempre al sole.“
“Cosa volete dire?“
Lentamente Don Jorge aveva diretto il suo cavallo a fianco di quello del nipote
“Guarda là, in quel punto dove vedi salire quella colonna di fumo; ora segui con lo sguardo, tutte le colonne che riesci a osservare a partire da quel punto; sembrano andare in linea retta all’inizio, ma poi...vedi, piegano verso sinistra e poi ancora, tanto che sembrano venirci incontro”
“È un cerchio…”
“Bravo! E là un altro, al frantoio.”
Don Jorge era sceso da cavallo e il nipote lo aveva imitato tenendo bene le briglie fra le mani; procedettero nella direzione che Don Jorge indicava. “Forse il fuoco non ha trovato il modo di oltrepassare quel perimetro per mancanza di materiale.”
“Guarda là allora! Vi sono alberi e cespugli bassi molto secchi, eppure ti ricorderai che quando passammo vicini la terra non bruciava…”
“Certamente, ma occorre conoscere bene come spira e non ti sembra troppo intelligente questo fuoco che fa molto danno dove vi sono pochi uomini colti di sorpresa, ma non tocca la fattoria, vicinissima per altro ed esposta allo stesso vento, ma dove forse in molti avrebbero potuto dare l’allarme?”
Il volto di Miguel si era rabbuiato e lo sguardo ripercorreva lo scenario dell’incendio cercando di afferrare il senso di tutta quella distruzione. Erano giunti vicini a una grande pietra, quasi un masso; si fermarono e dopo che ebbero impastoiato i cavalli, si sedettero con la schiena appoggiata alla parte in ombra…
“Uomini allora.”
“Eh sì caro nipote, uomini in carne e ossa” e dicendo questo aveva appoggiato il braccio intorno al collo di Miguel.
“Se conoscessi Don Isidro ti sentiresti a tuo agio con lui, vi capireste a volo. Sentendoti parlare oggi mi sembrava di udire certi suoi discorsi: il frantoio, le pecore, l’acqua, sempre l’acqua… poveretto, gli hanno distrutto ogni cosa.”
“Ma non è giusto, certo che lo vorrei conoscere, è un uomo che ha coraggio e il re aragonese dovrebbe proteggere meglio i suoi sudditi!”
“Calmati, calmati Miguel; il re non saprà mai cosa è successo qui; lo saprà il viceré fra qualche giorno, quando i messi di Don Isidro gli avranno comunicato la notizia. Allora il viceré manderà i soldati, farà la voce grossa con le deputazioni sarde, le deputazioni si riuniranno, parleranno, parleranno e infine cosa credi che faranno?... Niente, Miguel, assolutamente niente. Alle riunioni i sardi arrivano in costume e non parlano; ascoltano. Non sai mai se sono d’accordo, però stai certo che ci sono cose che non possono essere da loro tollerate; in questi venti anni ho capito che i sardi non vanno ascoltati, vanno osservati... ci sono abitudini che neppure il viceré può scalfire.”
“Ma perché bruciare un frantoio, uccidere pecore e uomini non credo che Don Isidro abbia offeso le loro tradizioni, il Dio che onoriamo è lo stesso e anch’essi dovrebbero essere grati alle navi spagnole e ai re cristiani che combattono i miscredenti. I sardi sono fieri e apprezzano il valore delle armi, hanno sofferto le incursioni dei pirati barbareschi e se le loro navi corrono per il Mediterraneo lo devono anche al re spagnolo e poi…”
“Lascia perdere, lascia perdere Miguel queste sono parole sacrosante ma cosa c’entra con quello che stiamo vedendo; le tradizioni non sono soltanto la fede nel Dio che anche noi onoriamo, ci sono cose più impalpabili, abitudini consolidate. Quando prima ti dissi che i sardi vanno osservati forse non hai capito bene cosa volevo dirti.”
Don Jorge aveva atteso un poco prima di riprendere a parlare, cercando di raccogliere bene le idee...” Don Isidro vuole introdurre troppe novità.”
“Ma non credo che egli abbia introdotto quelle che voi chiamate novità senza parlarne con le deputazioni...”
“E tu credi che basti dopo tutto quel che ti ho detto? Non sentirai mai un sardo dire di no al viceré ma il popolo non vuole i cambiamenti.”
“Ma quali sono poi queste novità? Allevare pecore? Lo fanno anche i sardi non vi é famiglia che non ne abbia una, tutti si coltivano le olive per fare l’olio...”
“Certo Miguel, questo è vero, ma don Isidro non è un pastore, è qui per la salina, per la miniera, come tutti noi e non si è limitato a volere poche pecore per sé; ne voleva tante, voleva comprare anche le pecore degli altri, fare un grande gregge e poi assoldare dei pastori, con quel sistema di cui anche tu mi hai parlato, poi voleva mandare le greggi qui e là e poi e poi... una cosa dietro l’altra, un’idea dietro l’altra per esempio quella di coltivare i campi un anno a orzo, un altro a grano, una diavoleria che non sono riuscito a comprendere.”
“Non è un sistema così nuovo come credete, l’ho visto usare in molti luoghi, seppure con nomi diversi; la terra, don Jorge, non dà frutti se riceve sempre gli stessi semi, ma se si cambiano i semi aumenta il raccolto per ciascun seme.”
“Vedo che te ne intendi; ebbene, qui caro Miguel, sono abituati diversamente; hanno tutti la loro poca terra da coltivare, le loro poche pecore, le loro piante d’ulivo...”
“E muoiono di fame; un grande frantoio, invece, aumenterebbe la quantità dell’olio che si potrebbe poi vendere e...”
“E andare al mercato comprarlo a un prezzo più alto; e tu credi che un sardo possa comprare qualcosa che può fare con le proprie mani? Non li conosci Miguel, non li conosci... Anch’io credo che tu abbia una parte di ragione, ma non è me che devi convincere… questa gente non si convince e voi pretendete di cambiare tutto, degli stranieri poi! A modo loro permettono delle novità, rispettano la salina, per esempio e accettano la miniera; e anche che noi, stranieri!, sfruttiamo il sale, ci lasciano avere qualche pecora, poco olio, come fanno loro ma c’è un confine, Miguel, un confine che nessuno ha mai tracciato, ma che non può essere valicato.”
Il nipote, assorto, guardava lo zio e poi rivolgeva lo sguardo verso il bel frantoio ancora fumante.
“Queste vostre idee, Miguel, sono troppo audaci, a volte anch’io stento a capirvi.”
I due uomini si guardarono in silenzio, poi il giovane si alzò e cominciò a passeggiare lì intorno. Il suo sguardo sembrava oscillare fra due poli; da un lato il frantoio e dall’altro il mare che si vedeva più nitidamente ora che la luce del sole era meno abbagliante di prima. Infine aveva chinato il volto verso il basso e il suo piede aveva cominciato a spostare i sassi.
“Voglio andarmene don Jorge, voglio partire per questo volevo parlarvi.”
L’anziano zio, appoggiato comodamente al masso, aveva disteso le gambe e portato le braccia intrecciate dietro la testa. Quando, alzando lo sguardo timoroso verso di lui, Miguel vide su quel volto un ironico sorriso piuttosto che il rimprovero che si era aspettato, si era scosso e sciolto un poco dalla sua rigidezza.
“Che sciocco sono stato, ve lo aspettavate.”
“Ah ah ah siediti Miguel siediti farò finta di non aver capito non si lascia partire un
ragazzo in giro per il mondo vero? “
“No di certo, no, no...”
“E allora dimostrami di essere un uomo. Vuoi andartene, dici, perché e dove… “
“Nostro padre ci portò in mare è lì che siamo vissuti e cresciuti, conosciamo più cose sull’Africa che non sulla Sardegna e quest’isola è stretta per me il mondo è grande Don Jorge, ben più grande di quanto pensiamo. Dovreste udire anche voi i racconti dei marinai portoghesi... noi abbiamo questo nel sangue. Nostro padre ci insegnò a commerciare; questo abbiamo imparato, io non saprei come fare a mandare avanti un frantoio e la salina poi, io so bene come e dove vendere il sale e...”
“E perché non continui a farlo per noi allora...”
“No, Don Jorge, non il sale soltanto; siete troppo legati al sale. Voi stesso lo avete detto che i conti vanno male. Voi dite: io ho il sale e devo avere le navi per venderlo e se il sale non si vende più diminuirò il numero delle navi. È sbagliato Don Jorge. Dovreste dire invece: io ho le navi e posso vendere tutto ciò che voglio, basta sapere dove andarlo a comprare. La campagna è ferma e anche la salina è ferma; invece le cose si muovono, tutto si muove. Il mondo cambia e si muove con le cose e se non credete a me che sono ancora giovane, credete almeno al vostro povero fratello, a nostro padre.”
Don Jorge si era alzato in piedi e aveva posato le sue braccia sulle spalle di Miguel guardandolo fisso negli occhi…
”Non sei un ragazzo, non sei un ragazzo, sento nel tuo modo di parlare un uomo, un Balader e anche se il tuo vecchio zio non può dire di capirti o di volerti seguire, lo potrei sai non credere non sono così vecchio, ma a me sta bene così… Voglio aiutarti, lo so, lo so che il mondo sta cambiando. Per me siete tutti un poco matti, anche il mio povero fratello, che Dio mi perdoni; ma mi ero già rassegnato... nessuno mi ascolta e quanto ai conti non credere che sia così sciocco; vanno male per le grandi cose, ma non così male per le piccole e quel che vostro padre ha lasciato, non temere, sarà vostro.”
“Ma che dite io non volevo…”
“Oh lascia perdere le cerimonie, se vuoi partire vorrai pure la tua parte.”
Dicendo questo si era alzato compiendo movimenti lenti e studiati che lasciavano trasparire una certa fatica; poi come parlando tra sé riprese: “E poi in una grande famiglia bisogna che alcuni rami grandi cadano per far posto a quelli nuovi; io mi devo fermare, la mia vita volge verso il tramonto e la fortuna che possiedo sebbene non cresca più molto come in passato, sarà sufficiente a garantirmi una vita piena di tranquillità per un tempo ben superiore a quello che il Signore concede agli uomini della mia età. E a me piace così... Lo vedi quel fico?” E aveva tirato a sé Miguel. “Quando vengo da queste parti la sua vista mi dà sempre un enorme piacere. Ora lo vedi rinsecchito, ma un tempo era grande e frondoso, mandava ombra e faceva frutti grandi e gustosi e a notte le sue foglie riflettevano la luce della luna e ti indicavano il sentiero. Morirà ma è stato tanto intelligente da mettersi dove non dà fastidio a nessuno e vedrai che nessuno lo taglierà; resterà lì con tutta la spianata davanti e guarderà le vostre navi che vanno ovunque. Tutto si muoverà e lui sarà sempre lì. Io sono come quel fico Miguel, mi basta vedere le vostre navi, potervi guardare da lontano, perché tutto passerà di qui, tutto.”
“Avremo allora il vostro consenso e aiuto?”
“Tuo padre ti ha educato a essere un uomo libero e a noi Balader nessuno ha mai detto cosa bisogna fare e cosa no; rispetterò questa regola di famiglia anche se averti vicino nella vecchiaia mi avrebbe fatto piacere."
“Perdonatemi Don Jorge, ma non vorrei partire solo.“
Il vecchio questa volta aveva sospirato, poi sbuffato, dato qualche calcio alle pietre “Vedi quel nido?” e dicendo questo aveva afferrato Miguel per un braccio con una certa ruvidezza.
“Cosa vedi esattamente?”
“Vedo due uccelli, uno più grande e uno più piccolo, entrambi stanno per volare ed ecco, no il più piccolo si è fermato sul ramo di sotto.”
“Anche fra gli uccelli i figli non volano tutti allo stesso tempo e se lo facessero i più piccoli morirebbero.”
“Ma noi siamo uomini e non uccelli “
“Oh molto peggio degli uccelli se è per questo; a loro nessuno insegna nulla eppure sanno che non si può volare allo stesso tempo e noi neppure dopo venti o trenta anni riusciamo a capire questo. Antonio non può ancora volare con te e poi avete pensato a vostra madre?
“Se permettete, Don Giorge, nostra madre ha bisogno più di voi che di noi...”
“Oh senti ragazzo, potrai disporre della tua vita ma non della mia... Bisogno, bisogno... oh sembri anche tu il prete, la Bibbia, non fa altro che parlarmi della Bibbia e delle regole, il fratello sposerà la vedova del fratello... Conosco le regole ma noi siamo portoghesi, non siamo spagnoli.”
Miguel seguiva con evidente spasso quello sfogo; nonostante l’aria severa del discorso, aveva l’impressione che al vecchio zio la frase non fosse dispiaciuta del tutto e che nella sua testa si stesse facendo largo un pensiero più definito e preciso di quanto poteva accadere...
”Ci sono le regole certo, ma vostra madre ha una sua volontà, noi Balader, lo sai, siamo abituati a rispettare la volontà di ciascuno, le donne non sono cavalli, non le trattiamo nemmeno da regine se è per questo ma... oh insomma sposerò vostra madre se lei lo vorrà... non nego che mi farebbe piacere la sua compagnia visto che tutti ve ne volete andare... ma non avrai questa riposta da me questa sera.”
Si era interrotto e guardò a lungo Miguel per studiare l’effetto delle sue parole, poi gli si avvicinò e lo guardò con severità: “E ora dimmi sinceramente una cosa: parli davvero anche per tuo fratello Antonio?
“Ve lo giuro don Jorge, ve lo giuro; Antonio vuole partire quanto me, pur essendo giovane, anche lui ha conosciuto il mare; se lo chiederete direttamente a lui capirete che non vi ho mentito.”
“Uhm accidenti a mio fratello, non voglio offenderlo, tuttavia non doveva portare quel ragazzo con sé; bene, prendo atto di quello che dici, ma non avrai la mia risposta questa sera... e non voglio che mi facciate fretta su questo.“
Dopo aver pronunciato queste parole, si voltò si avviò deciso verso il cavallo. L’ombra scendeva rapidamente sulla spianata; risalirono in sella e si avviarono silenziosamente al trotto verso casa; in lontananza due cavalli li seguivano discretamente, vigilando su di loro. In cielo la luna piena illuminava il sentiero del ritorno in mezzo alle colline.

Il libro gli cade di mano e scivola lentamente sul bordo del letto… un sospiro, un lieve sobbalzo, poi la mano di Galileo compie il gesto automatico di spegnere la luce, poi è il riposo il silenzio, forse il sogno.