venerdì 4 dicembre 2009

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo diciannovesimo

Capitolo diciannovesimo.

Mentre sta aspettando, Galileo controlla che tutto sia a posto nella piccola borsa dove insieme al libro, custodisce un piccolo regalo per Diotima… ma non c’è tempo per altre divagazioni perché la vede arrivare con il buffo trabiccolo dei trasporti interni alle strutture di comando.
“Sembriamo degli adolescenti al luna park con queste macchinette.”
“Già… le tue osservazioni a volte mi sorprendono.”
“Perché?”
“La tua ironia, sembra che trovi sempre qualcosa di buffo in questa nostra missione…”
“Missione? Sai perché ho deciso di partire?”
“Non dirmelo… provo a indovinare. Perché ti piace spremere la vita fino in fondo…”
Galileo la guarda senza parlare e allora Diotima continua decisa “E sulla terra l’avevi spremuta tutta, o almeno così ti sembrava.”
“E perché sarei così capace di far questo?”
“Forse perché arrivi presto al nocciolo di un’esperienza senza costruirci intorno aloni che ne dilatano la durata senza dilatarne il senso.”
Intanto la porta del club si è fatta prossima, la porta girevole li allontana i secondi necessari a riordinare le idee; dentro l’atmosfera calda, un po’ salottiera e svagata, li distoglie momentaneamente dal loro dialogo…
“Buon giorno direttore… desiderano pranzare?”
“Sì ma non subito… se sta bene anche a te.”
Diotima gli sorride e accenna di sì con il capo.
“Beh!, diciamo fra un’ora.”
Il comodo divano e la musica di sottofondo stemperano ancora di più l’atmosfera e Galileo ne approfitta per aprire la sua borsa…
“Ho un regalo per te… ma non è il libro, quello lo lasciamo a dopo…”
Ci mette un po’ Diotima a riconoscere un piccolo orologio cosmico, poi sorride divertita: “Beh sto un po’ meglio… hai il potere di rassicurare, forse è per questo che ti hanno affidato la struttura più importante.”
“No, non credo proprio, diciamo che ci sono anche fattori più complessi.”
“Ma non è quello che si dice quando non si sa cosa dire o come spiegare qualcosa?”
“Oh sì, ma non in questo caso: diciamo che c’era bisogno di uno scettico per dirigere questa struttura e io ero perfetto per questo ruolo…”
“Eri?”
“Se ti riferisci al tempo verbale ero vale come sono, ma questo è un dettaglio…”
“Già, lo sanno tutti che non credi molto alla possibilità di entrare in contatto con altre civiltà, è la tua cifra questa; all’inizio pensavo fosse una leggenda metropolitana messa in giro per aumentare il tuo carisma, poi mi sono resa conto che sei proprio così, scettico…”
“Beh diciamo che sono prudente, ma che faccio tutto quello che occorre fare per arrivare a scoprirli, se ci sono questi nostri fratelli siamesi… E poi non sono scettico proprio su tutto.”
Diotima lo guarda in tralice, fingendo di leggere la lista dei drink che il cameriere ha appena porto loro.
“Un neuroni sbagliato” sbotta Galileo distratto.
“Un negroni sbagliato ripete il cameriere calcando la voce quel tanto che basta per sottolineare la bizzarria della dizione. Il riso di Diotima e il perfetto aplomb del cameriere sciolgono la goffa rigidità di Galileo in una risata, cui questa volta partecipano tutti…
“Un neuroni sbagliato anche a me… ma non lo dica a nessuno mi raccomando…”
“Non dubiti della mia discrezione dottoressa Anghelopoulos…” le fa eco il cameriere con un sorriso di complicità.
“Non mi hai ancora detto perché sei partito…”
“E tu? Perché?”
“Va bene, però la prima sono io…”
”Ma cosa ti aspetti di sentirti rispondere? Lo sai anche tu che in questi casi si dicono delle banalità, oppure…”
“Oppure si dice che le ragioni sono molte e poi si chiude il discorso…”
“Già, è il modo più facile… e non è che siamo dotati di molta fantasia noi umani poi, in fin dei conti… Sai perché sono scettico sulla possibilità d’incontrarne altri?”
“Per le stesse ragioni per cui un po’ tutti lo siamo, immagino; i calcoli probabilistici, il solito ragionamento dei tre stadi di civiltà possibili: se ne sanno meno di noi come fanno a trovarci, se sono come noi hanno le stesse pochissime probabilità di farlo, se sono molto superiori perché dovremmo interessare a loro ecc. ecc.”
“Si tutto questo è vero anche per me ovviamente, ma raddoppierei tutto questo andando dietro la crosta della scienza per arrivare alla psicologia. Perché dovrebbero avere più fantasia di noi? T’immagini la delusione se dovessimo scoprire che dopo avere gironzolato per l’universo come in una gita scolastica di liceali, ti ritrovi la classe corrispondente della città vicina che ha fatto il tuo stesso giro e ha visto le stesse cose? Io penso che sì forse siamo davvero in tanti ma abbiamo anche paura d’incontrarci… meglio continuare a immaginarli, a costruirci sopra avventure e personaggi alieni, piuttosto che incontrarli, potrebbe finire la magia.”
“Perché sei partito allora?”
“Fin da bambino, sono sempre stato affascinato dalle navi e non so davvero perché, dal momento che il mare lo incontrai per la prima volta a sedici anni. Vivevamo in montagna, ho imparato a sciare dall’età di cinque anni, ma da quando cominciai a leggere non feci altro che occuparmi di navi, di viaggi; più stavo fermo e più viaggiavo per nave e solo per nave.”
“È per questo che ti sei portato il libro! Parla proprio di un viaggio in mare!”
“Mi ci fai pensare per la prima volta in questi termini… vedi come siamo inconsapevoli a volte dei nostri gesti? Era così semplice comprenderlo in fondo…”
Galileo sorseggia il cocktail, i suoi occhi sembrano dispersi in lontananza, una distanza che sta tutta dentro di lui, poi sospira e rivolge di nuovo lo sguardo a Diotima e si scioglie in un sorriso, cui lei risponde. La mani si sfiorano appena, in un attimo d’intimità silenziosa.
“Ti ho interrotto, continua…”
“Sì, più stavo fermo e più viaggiavo, ne sapevo come un marinaio di navi e i primi romanzi che lessi furono quelli che più canonici.”
“Moby Dick…”
“Certo, ma anche Salgari, un autore certo minore, che scriveva romanzi pirateschi, roba d’intrattenimento o di appendice come si diceva allora, è un autore che fuori d’Italia non conosceva nessuno… e poi il grande Conrad.”
“Un classico?”
Entrambi ridono sottovoce, con una complicità che diviene sempre più palpabile.
“Già un classico, direi proprio di sì… ma non in tutto quello che ha scritto, quando cerca d’imitare Dostojevski fa ridere… quello che in definitiva mi attirava delle navi è che sono microcosmi, in piccolo hanno tutto dentro di sé, a portata di mano…”
“Questa è la ragione per cui sei partito…”
“Credo proprio di sì, tutto quello che faccio qui avrei potuto continuare a farlo giù in terra, beh!, con ancora più minore probabilità d’incontrare extraterrestri, se mi perdoni l’ossimoro sgrammaticato.”
“Che buffo, hai detto giù in terra! Mi fa sorridere…”
“Sì hai ragione! A volte penso che la scienza sia troppo per noi umani e infatti quando parliamo normalmente ci esprimiamo in modo fantastico… il tempo cosmico, il tempo cosmico è un’astrazione… pensiamo di poterci sintonizzare su quello solo perché abbiamo inventato questa palla più piccola dalla forma sghemba che se ne va a spasso per l’universo? Non ci appartiene… o meglio non ci apparteneva prima e non ci appartiene ora soltanto perché siamo arrivati fin qui…”
“Dunque soltanto una scocciatura, modificare tutti i protocolli per darci importanza…”
“Si più o meno questo che dici… perché? Al telefono sembravi preoccupata: pensi ci sia dell’altro?”
Diotima, sorseggia un po’ di negroni, poi deposita il bicchiere con lentezza:
“No, non è preoccupazione, ho avvertito un senso di disagio che andava oltre il fastidio per la scocciatura, come l’hai definita tu…”
“Dei flussi diversi e più complessi..”
“Sì, ma senza una determinazione precisa… forse avevo bisogno di parlarne con qualcuno…”
Intanto l’ora che si erano dati è trascorsa in fretta e il cameriere li sollecita discretamente al tavolo: è un giorno di festa e le prenotazioni sono parecchie.

Agenda scrittore: romanzo. Capitolo ventesimo

CAPITOLO VENTESIMO.

“Eravamo rimasti ai classici.”
“Già i classici” e come in un lampo a Galileo torna in mente che di quello stesso argomento avevano parlato lui e Luce proprio nel momento della partenza.
“A cosa pensi…”
“A nulla… al tempo che perdiamo…”
Diotima lo guarda aggrottando la fronte, senza capire.
“Anni fa proprio alla partenza, mi trovai a discutere dello stesso argomento con un’altra persona…”
“Una donna?”
Galileo la guarda sorpreso e Diotima ride divertita…
“Un pezzo grosso della spedizione, per di più.”
“Luce Passini?”
“Sì proprio lei, ma…”
“Avevo pensato che aveste una storia quando un giorno di qualche anno fa vi vidi litigare: non c’è niente di meglio di un litigio per capire cosa passa fra due persone… ma perché hai perso tempo con lei?”
“No, non con lei, non si perde mai tempo nelle relazioni anche quando finiscono, pensavo ai classici, ai tanti discorsi importanti lasciati a metà e poi mai ripresi perché ci distraiamo, corriamo dietro a sciocchezze.”
“Non sei troppo severo con te stesso?” Lo sguardo dolce di Diotima gli riporta il sorriso e stempera la malinconia: “Mi prendo troppo sul serio!”
“Forse un po’…” e lo guarda tenendo gli occhi a mezz’asta, da sotto in su. Intanto il cameriere ha provveduto a stappare la bottiglia di vino: si avvicinano per un brindisi e le due coppe si urtano goffamente come due ubriachi, poi nel depositarle sul tavolo le dita si sfiorano di nuovo e indugiano più di prima nel tenue tocco che precede appena il moto più deciso dei corpi, che tuttavia si vuole ancora rimandare, pregustando l’alone terso che si frappone fra desiderio e realtà.
“Non vuoi proprio parlarmi dei classici allora, va bene, ne prendo atto...”
Il tono scherzoso di Diotima, accentuata dal sorriso, riportano Galileo alla realtà della loro conversazione, facendo risuonare in lui anche una nota di auto rimprovero, per quell'irruzione indebita del suo passato in quella conversazione. Un nuovo brindisi viene a rompere quel momento d'impaccio e il filo si riannoda per il verso giusto.
“Ma a te cosa piace leggere?”
“Leggo più saggistica a dire il vero e i classici forse sono altrove...”
“Beh non sempre, tuttavia hai le tue ragioni... sei greca, nella vostra antichità non c'erano distinzioni, la poesia racchiudeva tutto in sé, nella modernità e successivamente nel postmoderno siamo passati attraverso l'esasperazione dei generi e ora siamo tornati dove eravate voi..., quando si parla di neo olismo nell’arete e in letteratura s’intende questo.”
“Ne sei sicuro?”
“Nelle maggiori opere contemporanee la distinzione di generi non funziona più tranne che per le teorie scientifiche più raffinate, le applicazioni estreme... Prendi un testo come Fisiologia dei buchi neri di Dollman; come lo definiresti: un romanzo? Un saggio divulgativo? Una fiction fisico-storica? È un po' tutto questo insieme no? Lo stesso quando si leggono certe ricerche sulla telepatia e l’intercettazione dei flussi: dove si trova la cesura fra scienza e narrazione?”
“Sì, è vero ma se leggo Tierra desesperada di Juan Lopez Tarantin, leggo pur sempre un poema, è poesia...”
“Appunto, poesia e poema, dici poco. Stiamo parlando di Omero.”
“Dunque Omero rimane un classico...”
“Ne dubitavi?”
“No, certo, ma tu me ne stai parlando come di qualcosa che appartiene anche al nostro mondo... per noi i classici erano e sono - direi - lo sfondo dell'oggi, la nostra storia arcaica, linguisticamente il greco antico non ha nulla a che fare con quello moderno e oggi parliamo tutti inglese...”
“Sono problemi diversi, quello linguistico è certo decisivo però, vedi, anche oggi se vogliamo leggere Omero lo leggiamo in greco oppure nelle vecchie traduzioni, diciamo nazionali, non esiste una traduzione di Omero nella neo lingua comunicativa, che è poi un inglese sui generis, lasciamelo dire; fra quello che parliamo o usiamo nei documenti ufficiali e quello codificato dalla grande narrativa del 1700 e dal giornalismo, c’è la stessa distanza che tu vedi fra il greco antico e il greco moderno.”
“Forse esageri; sulla Terra, ma anche qui, esistono pur sempre parlanti e scriventi di lingua e provenienza inglese o americana che sono nel solco di una continuità culturale e linguistica, nel caso di noi greci c’è stata una vera e propria cesura.”
“Sì forse esagero, il mio ragionamento può essere estremo, ma sei sicura che esista poi tutta quella distanza che dici tu? Infondo alla fermata dei bus c’era scritto stasis e mi ricordo ancora oggi la sorpresa, durante il mio primo viaggio in Grecia, quando vidi scritto su un camion methaforas, che era poi l’industria dei trasporti. Ricordo che mi misi sa ridere: la paludata metafora, il simbolo più puro della poesia, era una banale industria dei trasporti… “
“Che metaforicamente poteva diventare altro da sé…”
“Una sorta di industria dei trasporti al quadrato…”
“O all’infinito, come le oscurità della metafora a volte!”
Scoppiano a ridere entrambi, poi un nuovo goccio di vino riporta il silenzio e il sorriso complice sui loro volti.

“A volte penso – e mi spaventa – che in questo microcosmo andremo incontro a un impoverimento linguistico disastroso… non avevamo pensato a questo, quando si parlava dei rischi della spedizione si pensava ad altro…”
“A cosa?”
“Beh, la preoccupazione maggiore erano i Commons, la possiblità di riprodurre una logica di guerra, sabotaggi…”
“L’impossibilità di pensarsi fuori dalle logiche terrestri…”
“Sì, se vuoi è proprio così… Cosa ti piace di Tierra desesperada?”
“Mi permette di portare come me le radici la nostra storia, è un’epopea lirico-epica sul nostro passato recente, la sua lingua maestosa mi restituisce tutta la grandezza della cesura che siamo stati costretti a compiere, il senso della fine…”
“È un classico allora…”
“Forse lo diventerà, è difficile dirlo nella contemporaneità, anche se nel caso di Tierra i presupposti ci sono.”
“Forse si tratta anche di capirsi: cosa fa di un classico un classico per te?”
“Un romanziere italiano del secondo ‘900, Calvino, diceva più o meno che un classico è un testo che è oltre il suo tempo ma che ti fa sentire il rumore di fondo dell’epoca storica che lo ha attraversato. Se si accetta questa definizione è difficile affermare con certezza in presa diretta che un libro diventerà un classico, perché il rumore di fondo ci sovrasta e possiamo solo scommettere che quell’autore e quel testo sono certamente capasci di oerare quella scissione ipotizata da Calvino...”
“Scissione?”
“Beh, sì! Nel senso che lo scrittore deve essere dentro e guardare da fuori.”
“È la stessa cosa per le scienze, seppure con qualche verifica sperimentale in più da poter fare, anche se ormai la pratica sperimentale copre solo una parte del nostro lavoro.”
Torniamo a Tierra, dicevi che ti permette di portarti dietro la nostra storia: ma non è vero!, non è più la nostra storia, è quella di chi è rimasto, in mezzo c’è il vuoto…”
Diotima è perplessa, vede lo sconforto negli occhi di Galileo, lo sguardo smarrito; la mano si muove lentamente verso la sua, la stringe, si guardano.
“Sei stanco, o forse anche tu hai qualche preoccupazione che tieni nascosta…”
L’improvviso cambio di registro ha lo stesso effetto di una rivelazione.
“Sì, è così, lo hai capito da subito vero?”
Diotima accenna di sì con il capo, le mani si cercano di nuovo, poi come se si ridestassero da un momento di torpore, si voltano entrambi in direzione del cameriere che attendeva paziente il loro cenno. Solo in quel momento si rendono conto che nella sala del ristorante sono rimasti soltanto loro.

Nel salottino accanto è di nuovo musica diffusa, in silenzio si siedono su un divanetto defilato, più vicini.
“Ho paura Galileo, cosa sta succedendo?”
Il silenzio e l’abbraccio sigillano in una parentesi la parola che diviene verità nel contatto fisico dei corpi e stabilisce fra loro la complicità che sa riconoscere la propria debolezza: l’amore fiorisce anche lì, nel mezzo della ruvida consapevolezza di un destino inquieto, di una dura realtà: come la vita dei barboni, che sbocciava negli spicchi verdi fra un’autostrada e una discarica, dove l’angoscia che regnava sovrana nel silenzio del decoro, trovava cibo e parola in mezzo ai rifiuti. Poi è soltanto la rapida corsa verso casa, il lento abbandonarsi dei corpi, il loro esultare, il ritrovarsi dopo nella gioia del dormire insieme.

martedì 17 novembre 2009

Agenda di scrittore: romanzo.

2 Novembre. Accade talvolta nello scrivere che una voce rifiutata nel testo ci prenda per mano nel vivere e ci guidi come un demone cieco portandosi dietro tutte le tragedie di un testo immaginario. Il pianto, allora, invece di liberarsi in parole, imprigiona i nostri gesti quotidiani trasformandoli in rabbia e le parole, invece di disporsi ordinatamente sulla carta, si trasformano e si dirigono come lame taglianti verso chi ci è più vicino. Accade talvolta che i gesti, le parole, i pianti, le brillanti trovate si dispongano ordinatamente in un testo e noi rimaniamo soli e soli rimangono coloro che sono con noi. Altre volte i gesti, le parole, i pianti si muovono da soli senza che noi sappiamo dove prima o poi andranno a depositarsi.

3 Novembre. Mi è parso di scorgere, oggi, verso mezzogiorno, il volto odierno del nazismo: televisione, guerra chirurgica, laisser faire sociale, violenza senza scopo e misura. Tutto cio´ sarebbe visibile se non fosse gestito da una finta parata democratica: basta poco per confondere le idee e obnubilare le coscienze.

6 Novembre. Vi sono domande che non chiedono risposte, ma che aspirano semplicemente a rimanere tali e che solo come tali possono dire qualcosa. Freud inseguì a lungo le risposte ai quesiti che l'arte gli poneva, la poesia in particolare, e nel tentativo di rispondere a tali quesiti inventò alcune straordinarie narrazioni (la Gradiva per esempio), ma cadde anche in alcuni tombini come il vecchio Talete (i saggi su Leonardo). Poi scrisse un saggio dal titolo Il poeta e la fantasia, un testo falsamente ingenuo nel quale Freud finalmente si arrendeva. Aveva capito che vi sono domande che sfidano qualsiasi risposta ma che, ciononostante, hanno valore in sé ed un valore grandissimo.

8 Novembre. Nulla d'importante.

10 Novembre. La violazione di piccole regole non é mai disgiunta dalla violazione di grandi regole. In entrambi i casi avviene che la società civile si sta appropriando di pezzi o pezzettini di funzioni normalmente delegate allo stato, alle istituzioni locali, alle leggi, ai regolamenti al semplice buon senso consuetudinario in nome del quale non si attraversa il semaforo con il rosso e non si percorre un senso unico nella direzione opposta. Tutto questo, invece, oggi accade in una misura ampia, dilagante.

12 Novembre. Il cielo è carico di neve repressa, livida; dalla finestra il grigio scende così a fondo che si mescola all'asfalto e il colore uniforme si spalma come un lago che lentamente tracima. In alto in alto, un sole strozzato manda flebili grida di luce… eppure il clima e´ mite a Berlino, mi sorprende con i miei abiti pesanti addosso. La festa e´finita, gli sponsor del ventennale della caduta del muro se ne sono andati, la citta´ continua a espandersi verso est, come per una sorta di tranquilla e ironica nemesi della storia.

14 Novembre. Mi sono alzato tardi e la giornata se ne è andata più velocemente dei miei propositi; a sera faceva molto freddo in casa.

15 Novembre. Brecht diceva 'beato quel popolo che non ha bisogno di eroi'…non so se ripeterebbe tale sentenza se fosse in mezzo a noi, qui nell'Europa di oggi e a Berlino che ne e´ la capitale di fatto. Quando lo disse il mondo era già in fiamme o lo sarebbe stato entro poco tempo; in molti sarebbero stati costretti a essere eroi e la sua frase parve un suggestivo contrappunto ai tempi. Oggi non lo sarebbe più; l'eroismo è la punta estrema di una tensione etica esistente, di un fuoco che può bruciare più o meno impetuoso ma che brucia; l'Europa odierna e la miserabile Italia dei nostri giorni muoiono di una gelida e livida assenza di qualsiasi tensione. Non ci sono più eroi, non c'è più eroismo perché è la nostra vita sociale vicina allo zero termico assoluto.

16 Novembre. La mattina ho letto; il pomeriggio meditato... ma non troppo; questa sera è prevista una cena con amici.

17 Novembre. Nonostante tutto vi sono ancora giovani che pensano in grande o cercano di farlo, con poche risorse ma con molte idee. Torno a casa piu´contento, guardo il futuro dipinto sul muro di un palazzo in stile davanti alla palazzina dove abito: la carena di una nave che fende il vuoto: un vascello fantasma? Pochi passant infreddoliti con i loro cani si incamminano verso la Spree.

domenica 8 novembre 2009

I funerali di Alda Merini

ALDA MERINI.

Mercoledì scorso ero ai funerali di Alda Merini, la cattedrale era già piena quando sono arrivato ed era difficile trovare posto. Naturalmente ha pesato su questo la mobilitazione leghista e cattolico-ciellina-Opus dei (Bossi-Gelmini) che cerca di appropriarsi indebitamente di tutto e di occupare tutti gli spazi occupabili, favoriti in questo anche dalla scelta istituzionale dei funerali di stato; ma c’era la gente comune che la conosceva, ragazzi e ragazze giovani che comunque tramite lei sono arrivati alla poesia, qualche barbone dei Navigli. A parte il finale, con la proposizione di un suo testo indecorasamente musicato e mal cantato (ma si sapeva purtroppo che la fragilità e la generosità della Merini la esponeva fatalmente a presenze interessate e mediocri accanto a lei), la cerimonia è stata commovente e intensa.
Alla fine ci siamo trovati fuori in tanti a commentare, volti amici che le sono stati vicini in momenti diversi e che hanno apprezzato la sua opera sinceramente e non per convenienza e le sono stati accanto in momenti difficili: Mariella De Santis, Gherardo Mastrullo, Alberto Casiraghy, Maria Pia Quintavalla, altri che non ho visto. Insieme a loro alcuni volti noti di artisti come Valentina Cortese, Milva, Cristicchi. Mancava quasi completamente l’establishment poetico milanese (mi scuso per la roboanza del termine), che non è ovviamente fatto soltanto di pochi nomi noti di prestigio e potere, ma anche di un entourage. Tale mancanza vistosa, a parte eccezioni che posso benissimo non avere visto ma che la cronaca dei funerali in Internet e non solo rende palpabile, fa pensare che sia girato un tam tam con l’indicazione di non andare, in altri casi avranno giocato pigrizia e disattenzione, impegni lavorativi e influenza suina a parte.
Anche per il mondo femminile impegnato in poesia la sua figura era diventata scomoda, dopo anni in cui invece era stata presentata quasi come un’icona. Qualche laico avrà storto il naso a fronte della svolta dichiaratamente mistica che la sua poesia aveva intrapreso, in molti si saranno chiesti perché a Raboni solo Sant’Ambrogio e a lei il Duomo; tutte considerazioni in sé anche ragionevoli se lasciate al dopo, se accompagnate dal bon ton, da un segno di pietà e di commiato. Le assenze vistose invece fanno pensare ad altro e cioè a ciò che le si rimproverava di più: di piacere e di essere letta. Merini in fondo ha sempre disturbato il coro che ripete in continuazione che la poesia non si legge, non si ascolta ecc. ecc. La sua era ascoltata, forse perché più diretta, anche troppo a causa di una generosità che a volte poteva apparire incontrollata. Ma questo, in definitiva, potrebbe essere detto anche per molti poeti laureati e celeberrimi del passato, di cui, infatti, non si legge tutto e a volte pochissimo. Lei almeno tre libri importanti li ha scritti: Testamento, Delirio amoroso, Diario di una diversa; altri potranno aggiungerne altri. Merini poi è stata una lirica pura, come Penna, come Bellezza, quindi un po’ troppo fuori dai canoni novecenteschi, specialmente quelli del secondo ‘900.
Tutto questo però continua a lasciarmi interdetto: possono bastare queste o altre considerazioni per astenersi da un semplice gesto di saluto? Credo che in queste come in altre assenze sia facile cogliere il segno di una grettezza e di un cinismo, per me niente affatto sorprendente, ma che molti a Milano si ostinano a non vedere o a non voler vedere.

lunedì 2 novembre 2009

Agenda di scrittore: romanzo

11 Ottobre. Morti ovunque, violenze ovunque; il tempo non passa, sembra essersi incistato in un campo magnetico della storia dove tutto viene ripetuto all'infinito. Un velo di tristezza s'impadronisce di ogni cosa, si attacca anche a quello che sto scrivendo. C'è una barriera insuperabile da parte della scrittura: il muro della realtà. Sappiamo bene che fra il nome e la cosa la distanza non è del tutto superabile e che se dovessimo dare una definizione di realtà non potremmo aspettarci di essere presi troppo sul serio. Eppure ciò che ci costringe al silenzio non è semplice impotenza; un pensiero del genere sottintenderebbe un delirio d’onnipotenza. La realtà non può essere nominata perché il linguaggio è un sistema parallelo rispetto ad essa; ma è un parallelismo stabilito da noi, anche per difenderci. In tempi normali la finzione regge ma poi accade che essa, la realtà, ogni tanto si faccia sentire, costringendoci a un felice silenzio, con buona pace di chi pensa che noi abitiamo il linguaggio. Oppure a volte ci soffoca quando le due rette parallele si avvicinano pericolosamente fino ad avvitarsi a noi e a strangolarci. Che me ne faccio della mia lettura, quando le vite volano via come foglie che ti cadono addosso sanguinanti senza una ragione, un perché plausibile? Oppure perché cndannate a morte dalla violenza anoninma di funzionari appartenenti a uno stato che si fregia di avere imposto all’Onu la moratoria della pena di morte stessa? Questo non è semplicemente il male e nemmeno la sua banaità, ma qualcosa di più che non conosciamo e che ci accompagnerà per anni.

15 Ottobre. La precarietà domina questi giorni. Vivere, in alcuni momenti, è l'esatto contrario di scrivere; eppure una soluzione che armonizzi queste due tensioni va cercata, non vi si può rinunciare. Nell'opera possono affollarsi tanti personaggi, un mondo intero; ma l'esercizio di chi dà vita a questo mondo è solitario e richiede distanza aristocratica, ripiegamento, fastidio per ogni rumore. Gli altri devono scomparire, non devono esserci più, non soltanto nella disponibilità e nello spazio che occupano nei nostri pensieri; devono proprio scomparire, essere lontani nel momento in cui si scrive, non essere presenti con i loro corpi oltre che con la loro immagine. Solo così possono rinascere in altre forme, popolare la pagina o travasarsi dentro di noi e trasformarsi. Perciò la scrittura non può essere, neppure nel giornalista più attento, restituzione in diretta di ciò che avviene; ma cosa avviene qui? Tutto si mescola in un'implosione che sembra risucchiare ogni scaglia di vita in un vortice che schiaccia tutto come una vecchia macina.

16 Ottobre. Quando la realtà entra dentro e squassa ogni cosa si ripropone il vecchio dilemma: fare finta di niente oppure smettere di scrivere e fare altro? Dire che non è possibile restituire il senso del presente in diretta, ha implicazioni serie. Qualsiasi scrittura serve sempre dopo, perché l'urto stesso degli eventi fa sì che quella parola non possa essere udita in quel momento. Il Diario di Anna Frank non servì allora ma successivamente; certo la scrittura avrà tenuto almeno in parte compagnia a lei, alla povera Anna, ma questo è un altro discorso. Non rimangono che due strade in apparenza: fare finta di nulla e perseguire fino in fondo e con rigore il proprio progetto di scrittura a dispetto di ogni cosa e di ogni accadimento, fino alla dimenticanza di sé in questo; oppure smettere e fare altro. Forse c'è una terza strada non mediana: vivere consapevolmente, finché se ne é capaci, una scissione, una contraddizione senza pretese di onnipotenza e dunque senza ridurre ciò che riducibile non è; senza eliminare nessuno dei due corni, ma rifiutando anche situazioni in cui l'oblio cade dall'una o dall'altra parte. Finché si può.

20 Ottobre. L'arte è un mondo parallelo all'altro, dentro il quale valgono regole non molto diverse da quelle che presiedono l'altro mondo; e chi, nell'altro mondo, è poco sensibile a problemi concreti di libertà, lo sarà anche nei confronti di quel delicato problema che tocca i rapporti fra gli scrittori e la società; chi non è solidale con gli esseri umani non lo sarà neppure con i libri e i loro autori. Vi saranno sempre opere ritenute incompatibili con l'ordine esistente ed è sciocca la rimostranza degli scrittori che protestano affermando che si tratta di un equivoco; sono gli stessi che poi, in altre sedi, ci tengono a sottolineare che l'arte è sempre eversiva. Se é vero, perché il potere non dovrebbe occuparsene? Oppure non è vero e chi fa certe affermazioni le fa convinto di usare una metafora; ma si dimentica che il linguaggio del potere, di qualsiasi potere, anche del potere più democratico, non è mai metaforico. Oppure è semplicemente un gigione che usa frasi roboanti in tempi normali e le ritira non appena c’è davvero da rischiare qualcosa.

25 Ottobre. Tutto il giorno in telefonate.

1 Novembre. È illusorio pensare che vi sia uno spazio - quello della cosiddetta cultura letteraria - che sia di per sé risparmiato in nome di principi quali la Tolleranza, la Libertà di Pensiero e Cultura o Espressione. Questa pratica svilisce i principi che dice di voler difendere e li degrada a una sorta di elogio dell'indifferenza. Perciò li consuma ed essi puntualmente, come accade oggi, mostrano la corda. È un pezzo di quello che abbiamo ritenuto il moderno positivo che se ne va.

venerdì 30 ottobre 2009

Intervista su Milano per le strade

BARBARA SORRENTINI DI RADIOPOPOLARE INTERVISTA FRANCO ROMANÒ SUL LIBRO MILANO PER LE STRADE.

BS:
Parliamo di un libro intitolato Milano per le strade, che contiene racconti di autori diversi, da Dario Fo a Vincenzo Consolo, Matteo B Bianchi, Stefano Massaron; insomma sono tanti racconti sulla città e ognuno rappresenta una zona, Franco Romanò è uno degli autori, ciao innanzi tutto…

FR:
Ciao a te, grazie e un saluto agli ascoltatori e alle ascoltatrici di Radiopopolare.

BS:
Dunque ti chiederei come è nato questo progetto e poi parliamo anche del tuo racconto. Prima però ti chiedo come è partita questa idea.

FR:
Milano per le strade è parte di un progetto più ampio, Città per le strade: infatti sono già usciti 2 volumi di Roma per le strade, il Brasile per le strade, Napoli per le strade e Milano per le strade appunto. L’idea è che la città, le sue strade, i suoi quartieri siano di per sé luoghi della narrazione. Diciamo che è un tentativo di costruire uno stradario letterario, una specie di giro turistico per la città o nel caso del Brasile di una nazione intera, centrato sui luoghi. Il progetto è benefico, per cui detratte le spese, i diritti verranno d’autore verranno devoluti ad associazioni benefiche che nel caso di Milano è l’Airc, che si occupa tumori infantili.

BS:
Franco, naturalmente ne esce fuori una Milano molto personale e al tempo stesso popolare, tutti i racconti partono da una memoria personale, ma poi abbracciano una Milano che appartiene a tutti.

FR:
Certamente.

BS:
Abbiamo Vincenzo Consolo che dedica il suo racconto alla porta orientale, c’è chi racconta il Corvetto. Il tuo invece s’intitola Annali. Ce lo vuoi riassumere?

FR:
Il mio è un racconto di fiction futuribile nel senso che m’immagino una Milano fra cento anni, anche se l’innesco di questa storia è molto reale e attuale: una mattina mi sono svegliato con un cielo tutto giallo perché ogni tanto anche da noi arriva il vento di scirocco e ci porta le sabbie del deserto. Da lì è partito questo spunto per costruire una Milano futura capitale della Padania, ma parte di un impero indo-cinese.

BS:
Non svelare più di così… Il tuo racconto ha un sottotitolo Porta Garibaldi, ma come si muove?, facciamo lo stradario del tuo racconto.

FR:
Il mio stradario si muove da Via Meda che è il luogo della mia abitazione, poi l’incrocio con Viale Tibaldi dove è molto facile trovare crocchi di persone, in particolare extracomunitari, la mia è una zona molto multietnica, e poi finisce a Porta Faribaldi. Questa è la geografia del mio racconto ma se li consideriamo tutti la città viene davvero percorsa in lungo e in largo in tutto le sue dimensioni e dove il tema dell’immigrazione è molto presente.

BS:
Infatti, sto scorrendo un po’ il libro e vedo che Alessandro Carrera si muove fra viale dei Mille e viale Monza, Maria Caldei è in piazza del Duomo, Dario Fo, le mura spagnole, tu il Garibaldi e poi Giampiero Comolli Corso Vittorio Emanuele, per cui c’è il centro la periferia le strade tutto –

FR:
Assolutamente sì, Stefano Massaron si aggira per via delle Forze Armate, in un percorso duro, in una Milano dura, dove emerge il problema del lavoro precario, oppure, la via Ripamonti di Alessandra Paganardi che parte dalla chiusura delle case chiuse nel dopoguerra e costruisce una specie di mini storia di quarant’anni, e anche lei finisce con l’immigrazione. Mariella De Santis, racconta un’immigrazione precedente, il suo racconto ha come protagoniste due donne pugliesi. A Bargellini partendo da uno spunto in parte reale s’immagina un barbone indossatore che muore di freddo. Direi in sintesi che ne esce un ritratto abbastanza duro di Milano, come credo sia.

BS:
Dove si trova il libro?

FR:
In tutte le librerie. Azimut, pur essendo un editore con pochi anni di vita è distribuito da Pde.

martedì 13 ottobre 2009

Agenda di scrittore: romanzo

12 Settembre. Beckett pensa che lo sguardo debba essere unico; la sua esplorazione estrema è grottesca e tragica, un disperato attaccamento allo sguardo occidentale. L'incatenamento dei corpi e la loro impotenza non allude ad alcun destino post atomico come è stato detto; piuttosto all’impossibilità di tradurre un'esperienza culturale. Al fondo vi è l'innominabile; non in senso assoluto, ma il nocciolo che distingue dall'altro, che appartiene soltanto a me e che non può giungere all'altro. Lui sembra dirci questo: cercate, cercate, ma è possibile uscire da voi stessi? La parabola di Beckett consiste in un disperato rinchiudersi dentro la dimensione dell'uno, eliminando tutto ciò che non lo riguarda; in definitiva Beckett è il solitario teologo di un monoteismo senza dio. La sua posizione è opposta a quella di Pessoa, che invece di rinchiudersi dentro l'orizzonte nichilista (non a caso Beckett arriva all'afasia), prova a uscirne, inventando una realtà invece che scarnificare fino allo scheletro quella esistente o supposta tale.

18 Settembre.

21 Settembre. Nulla di importante.

28 Settembre. L'estate se n'è andata, ma a Milano ce se ne accorge quando è già accaduto. Inutile cercare di cogliere il giorno, il momento. Eppure qualche segno rimane ancora, ma oscilla su un mobile confine. Gli uccelli migratori sul tetto a terrazza di un edificio che si vede dalle mie finestre, per esempio, si radunano ogni sera prima di spiccare il volo verso sud. L'autostrada del sole è a pochi chilometri in linea d'aria e queste piante sono adatte al raduno. Poi sciameranno insieme verso le loro mete, sovrapposte alle nostre rotte, lasciando in ciascuno di noi il dubbio se anche nella costruzione dei nostri dedali stradali non sia rimasto un lembo di memoria animale, un ricordo di migrazioni ancestrali.

30 Settembre. Nulla di importante.

1 Ottobre. Gli ultimi uccelli che si sono dati appuntamento sono aumentati ancora di numero ma non partono. Ho aperto la finestra e li ho guardati a lungo finché non si sono mossi tutti insieme ad un richiamo. Ho chiuso la finestra, ma più tardi, guardando fuori, ho visto che erano ancora tutti lì.

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo diciottesimo

Capitolo diciottesimo.

Fu durante il secondo giorno di navigazione sul fiume che scoppiò una tempesta. La pioggia prese a cadere a scrosci sempre più violenti, seguita, negli attimi in cui la sua intensità diminuiva, da un vento altrettanto devastante, che scuoteva le cime degli alberi e preparava nuovi scrosci. I tronchi erano percorsi da brividi di terrore e dalla chiatta la terra pareva muoversi come il fiume; anzi, che il fiume fosse immobile nella sua nera e minacciosa furia, mentre tutto intorno il bosco oscillava cercando di soffocare quella striscia d’acqua che lo tagliava in due. Le acque turbinavano minacciosamente, i gorghi che si formavano qua e là evocavano naufragi e morte come in mare aperto. Non compresero subito il pericolo che stavano correndo; per un tempo che ad Antonio sembrò lunghissimo tutti sembravano ammirare inebetiti quanto stava accadendo come se non li riguardasse e la voce di Miguel e degli altri marinai e di quelle provenienti dalle altre chiatte sembravano lontane. Nessuno di loro avrebbe mai pensato che la furia di un fiume potesse raggiungere tale forza e se ne sentivano soggiogati. Antonio pensò agli occhi di suo padre, alla paura che ne anticipò la fine.
Il fiume non era sembrato ostile, ora ne vedevano la furia di animale in gabbia, le sue acque uscire fuori dagli argini per agguantare il bosco come una tigre ferita. Poi il pensiero del pericolo che incombeva su di loro e sulle merci si fece strada nella consapevolezza di ognuno; insieme cominciarono a urlare e a tirare delle funi. Le chiatte si erano avvicinate e formavano una specie di piattaforma galleggiante, tanto ampia da resistere agli urti. Il nuovo assetto e forse la diminuita intensità della tempesta fece sì che la navigazione riprendesse in modo più regolare. Gli sguardi di tutti erano tesi, pronti a cogliere il minimo particolare. Sapevano di non essere lontani da un punto d’approdo, ma la nebbia impediva di vedere bene. L’equilibrio durò poco, perché le chiatte presero di nuovo ad agitarsi e a oscillare. Alcune tendevano a scivolare verso il centro del fiume, altre si avvicinavano troppo velocemente a riva; le une erano sospinte dalla corrente verso l’alto, le altre verso il basso. Le corde sembravano non tenere più, tutto scricchiolava sinistramente. Alcuni degli uomini cominciarono a urlare frasi incomprensibili, poi qualcuno vide una luce, o così parve. Un ragazzo vicino ad Antonio piangeva sommessamente tutto rintanato in un angolo, incapace di fare alcunché, abbandonato da tutti e pronto ormai a subire la sorte più cattiva. Antonio lo scosse e quello lo guardò come se si risvegliasse in quel momento. Antonio allora lo trascinò con sé a tirare le funi e l'altro gli sorrise; il pericolo aveva fatto sorgere fra loro quell'amicizia improvvisa e imprevedibile che in altri momenti può scatenare invece la contesa più feroce. Chissà quale lingua parlava e di dove veniva, Antonio capì che l’abbandono da parte di tutti era ancor più spaventoso della tempesta per quel ragazzo che aveva qualche anno meno di lui e si sentì orgoglioso di un incoraggiamento che l’aveva fatto rivivere.
La luce comparve ancora e questa volta a nessuno sembrò un miraggio. Gridarono tutti, ciascuno nella propria lingua e anche gli altri cominciarono a credere che l’approdo fosse vicino. Moltiplicarono gli sforzi e la sorte li premiò, ma quando…

Il suono del telefono è una puntura di vespa che si deposita sull’orecchio di Galileo. Il libro gli vola via di mano, scompaginandosi al suolo. S’avvicina all’apparecchio con un moto di stizza, ma la voce di Diotima lo predispone a un immediato dietro front emotivo.
“Oh, buon giorno, non immaginavo di cominciare la giornata con una voce così bella…”
“A giudicare dalla rapidità di risposta la tua giornata è già iniziata da tempo…”
Non c’è scampo con le donne, pensa fra sé Galileo, mentre allunga la mano alla disperata ricerca della tazzina di caffè.
“Touchè, ma a volte si comincia presto soltanto perché ci tormenta l’insonnia…”
“Se è così mi dispiace davvero… ma non se la prenda direttore.”
“E dai smettila! Dimmi piuttosto come passerai questo giorno di festa.”
“Pigramente…”
“Non ci credo, altrimenti non mi avresti telefonato.”
“Già…”
“Pronto!…”
“Sì, sì ci sono, ma stavo pensando a come dirtelo…”
Galileo sorseggia il caffè oscillando fra diverse alternative, come quando si gioca a quelle macchinette mangia soldi dove combinazioni diverse di frutta, oppure animali promettono vincite favolose.
“Ci hai capito qualcosa in questa storia del tempo cosmico e tempo dei commons?”
La tazzina, sottoposta al movimento brusco delle dita, cade malamente rimbalzando sulla coperta del letto.
“Secondo te come si potrebbe definire un classico?”
“Come? È un modo di dirmi che non puoi o non vuoi rispondere?”
“No, quello che mi chiedi è più che ragionevole e ne dovremo discutere figurati… ma è un giorno di festa e pensavo… ad altro.”
“Il tuo libro! È quello che stavi leggendo scommetto. Non me ne sono dimenticata, anzi ne sono sempre più curiosa, ma… beh diciamo che si possono fare le due cose…”
“Dove?”
“Visto che siamo prigionieri qui dentro, direi che l’unica soluzione è il club, oppure la piscina.”
“Potremmo pranzare insieme…”
“Allora meglio il club. Lì fra un’ora?”
“Ricordati del libro.”
Galileo sorride fra sé e lo raccoglie, prima di rispondere.
“Tutto bene?”
“Sì, sì, mi era caduto nel risponderti e l’ho raccolto.”
“Accidenti, abbiamo rischiato grosso, non ti farò più sorprese direttore.”
Galileo richiude il libro, rimettendo pazientemente le pagine scompaginate al loro posto. È un vecchio libro, l’usura del tempo s’insinua fra i suoi bei fogli di carta preziosa. Infondo, la telefonata e la sorpresa sono state salutari, è grazie al piccolo incidente che ora può guardare quell’anziano parallelepipedo come a un lontano parente, un padre silenzioso che lo segue in quell’avventura senza ritorno, con l’amore sommesso di chi ha cura di lui e di tutto: non un Anchise da portare sulle spalle, ma un corpo fragile da custodire. Lo invade un improvviso sgomento che lo fa barcollare… chissà se con tutta la tecnologia che ci siamo portati ci sarà qualcosa che può salvare un libro dalla distruzione, un libro vero, non la sua copia in cento database, che già esistono. Il pensiero improvviso e inquietante lo spinge ad agire subito; si mette a cercare in un cassetto qualcosa, senza un disegno preciso, finché non s’imbatte in ciò che rimane di un foglio di carta da parati. Ne ritaglia uno scampolo sufficiente a coprire il volume e le mani si muovono con una precisione di movimenti che lascia stupito lui stesso.
Zeta 40 entra nella stanza proprio mentre l’ultima piegatura a regola d’arte è stata portata a termine.
“Oh sei qui… ma accidenti che ore sono!”
“Le dieci e cinque signor Galileo…”
“Devo fare in fretta altrimenti arrivo in ritardo.”
“Lavoro anche oggi?”
“Non proprio… un incontro con la signorina Diotima, la vice direttrice…” aggiunge quasi a volersi giustificare. Al robot scappano via due o tre schizzi di luce e Galileo lo guarda ridendo: “Niente illazioni eh…?”
Il robot ritorna serio serio. “Comunque non torno a pranzo, sei libero anche tu, è un giorno di festa no?”
“Bene, buona giornata allora.”

martedì 22 settembre 2009

Editoriale del quarto numero della rivista Il cavallo di Cavalcanti

Il quarto numero de Il cavallo di Cavalcanti sarà presto disponibile (forse addirittura negli ultimi giorni di settembre e in ogni caso entro i primi quindici di ottobre). E' un numero assai ampio, che abbiamo voluto mantenere così, nonostante lo sforzo finanziario che questo ci costerà, perchè volevamo da un lato ringraziare i nostri abbonati della pazienza, visto che il numero doveva uscire a giugno, ma a causa di incidenti vari di computer, fummo costretti a rinviare. Ritenemmo poi a luglio che non fosse più possibile, a ridosso della vacanze estive, editare la rivista con il riscio di non poter fare presentazioni e sostenerla adeguatamente. Pensammo allroa che non tutto il male veniva per nuocere e che fosse possibile, approfittare di questa circostanza sfavorevole per cmabiare le periodizzazione di uscita della rivista. Le nuove date saranno ottobre e aprile o inizi maggio per il seocndo semestre, in modo da evitare la coinmcidenza di festività.
Speriamo che questa nuova periodizzazione ci aiuti a gestire meglio la rivista e incontri il favore di tutti.

Di seguito trovare l'editoriale del numero in uscita.

EDITORIALE.

Due sono i temi forti e unificanti di questo quarto numero della rivista. Il primo è un’inchiesta sulla letteratura dei paesi dell’est europeo. A vent’anni dalla caduta del Muro di Belino, ci sembrava il momento d’esplorare come quell’evento storico ha modificato il modo di scrivere e i gusti del pubblico. Si comincia dalla Cechia, con la Foto d’Autore riservata a Jàkim Topol, un giovane romanziere ancora poco noto in Italia; l’intervista è a cura di Laura Angeloni. Continuando su questa strada, la vivace testimonianza di Riccardo Valsecchi ci porta prima nel cuore di Berlino, dove quattro diversi personaggi ritornano con la memoria ai giorni memorabili dell’89 e successivamente in un’altra città di confine: Riga. Infine l’ampio e documentato saggio di Filadelfo Giuliano ci riporta nella Repubblica ceca, con una panoramica sulla narrativa di quel paese, dove, accanto ai mostri sacri Hrabal e Kundera, è nata una nuova generazione di scrittori e scrittrici.
Il secondo tema forte è la continuazione di un percorso che ci sta a cuore da sempre: rinvenire, nella seconda metà dell’800, quelle voci appartate ma fortemente anticipatrici di molta narrativa successiva: dopo Schwob, è la volta di Rodenbach, con Bruges la morta, oggetto di un saggio di Mariella De Santis, che ricostruisce la genesi del romanzo collocandolo in un ambiente culturale e letterario su cui da tempo la critica italiana non ritornava. Per i personaggi da non dimenticare è di scena Grenouille, protagonista de Il profumo di Patrik Suskind. Il saggio di Adriana Marchetti ricostruisce puntualmente le gesta di questo imbarazzante serial killer e artista, protagonista di un romanzo che continua a fare scandalo. Con il giro del mondo torniamo in Giappone con un saggio di Ilaria Dazzi dedicato a Jukio Mishima, sempre attuale, ben oltre il suo mito, tanto più che l’autrice ne inquadra l’opera nel contesto della letteratura giapponese di quegli anni focalizzando un aspetto meno noto in Occidente, del grande scrittore: il suo teatro.
Come sempre, la nostra rivista non vive soltanto intorno ai due temi indicati, ma ne propone altri: a cominciare dall’ampia analisi del primo Vassalli compiuta da Beppe Mariano, in Finestra sull’Italia. Per la rubrica dei teatro e cinema, ancora una volta abbiamo scelto di pubblicare un testo piuttosto che una critica. L’autore è Giuseppe Manfridi, introdotto da una nota di Fabio Pierangeli. L’autore di Giacomo il prepotente ci propone un dialogo a due voci femminili, teso e inquietante, mistico, ma anche sottilmente percorso di erotismo. Per quanto riguarda Sherazade proponiamo un testo inedito di Maria Caldei, che abbiamo voluto ricordare ancora a due e più anni dalla scomparsa e un racconto di Giorgio Buridan. La scelte della redazione si rivolgono a due libri, oggetto di altrettanti saggi da parte di Franco Romanò. Il primo è una raccolta di racconti di Vincenzo Pardini, il secondo l’ultima fatica narrativa di Dante Maffia. Per Techne pubblichiamo un’ampia riflessione filosofica sul libro e sulla lettura, di Gianni Marilotti. Infine le due rubriche d’esordio: nella prima pubblichiamo due racconti, rispettivamente di Alberto Gorrani e di Lucia Saetta. Infine Incipit, come sempre, curato da Fabio Pierangeli.

La redazione

martedì 15 settembre 2009

Agenda di scrittore: Romanzo

18 Agosto. Nulla di importante.

19 Agosto. Ci vuole anche un giornalista, un altro dico. Uno non basta, bisogna che introduca un altro sguardo; in fondo il romanzo moderno non è altro che una moltiplicazione di sguardi. Non è lo specchio infranto la vera novità, ma l'infinità di punti di vista, che corrisponde all'amplificazione delle culture e alla possibilità di traduzione reciproca. Soltanto Pessoa è stato capace d’intravedere una possibilità diversa dalla frammentazione del soggetto: esso può moltiplicarsi invece che frammentarsi, dare vita a una proliferazione di punti di vista diversi che egli incarnò in modo così geniale nei suoi eteronimi e in se stesso ortonimo.

20 Agosto. Beckett pensa che lo sguardo debba essere unico; la sua esplorazione estrema è grottesca e tragica, un disperato attaccamento allo sguardo occidentale. L'incatenamento dei corpi e la loro impotenza non allude ad alcun destino post atomico come è stato detto; piuttosto all’impossibilità di tradurre un'esperienza culturale. Al fondo vi è l'innominabile; non in senso assoluto, ma il nocciolo che distingue dall'altro, che appartiene soltanto a me e che non può giungere all'altro. Lui sembra dirci questo: cercate, cercate, ma è possibile uscire da voi stessi? La parabola di Beckett consiste in un disperato rinchiudersi dentro la dimensione dell'uno, eliminando tutto ciò che non lo riguarda; in definitiva Beckett è il solitario teologo di un monoteismo senza dio. La sua posizione è opposta a quella di Pessoa, che invece di rinchiudersi dentro l'afasia, prova a uscirne, inventando una realtà invece che scarnificare fino allo scheletro quella esistente o supposta tale.

21 Agosto. Oltre a un giornalista bisogna che risolva meglio la questione degli animali; l'accenno iniziale era necessario per i suoi intenti allegorici, ma non ci si può fermare lì.

22 Agosto. Ho ripreso a leggere il libro di Graves sui miti; sicuramente qualche greco si sarà occupato di questa storia degli animali.

23 Agosto. Anche i virus sono un problema; vano trattati come animali oppure no? Qui nemmeno i greci mi possono aiutare, bisogna che faccia tutto da solo… e se non sbaglio mi ero già posto questo problema, ma senza risolverlo.

24 Agosto. Portare soltanto le specie in via di estinzione? Troppo tardi ormai, ma la soluzione era forse davvero questa.

1 Settembre. Il tram è uno solo: non più due come all'inizio dell'estate, perché il 15 non passa più di qui. Non me ne sono accorto subito, ma solo dopo un po', selezionando i rumori. La città cambia sempre, è questo che attrae e respinge di Milano, il suo incessante lavorio interno, che tuttavia non è metamorfosi. Quest'ultima si compie lentamente e si sviluppa da premesse visibili. Il lavorio continuo che non abbandona mai questa città sembra dettato da una condizione ambientale impervia e mai superata. Milano, pur essendo terra di acque e di fiumi all'imbocco di una grande pianura, si trova in realtà in una conca malsana e inospitale; forse i suoi abitanti, da sempre, hanno scelto il lavoro e un ritmo di vita frenetico come risposta culturale a un ambiente così poco accattivante. E se il degrado civile sempre più inarrestabile della città fosse dovuto proprio al venir meno di una condizione lavorativa dotata di senso e prospettiva? Espulse le industrie tutto si è trasformato in un'economia impalpabile, si vive di notte perché non si può più vivere di giorno. La frenesia è la stessa di sempre ma è quella di un motore che gira a vuoto, aumentando il rumore fino al parossismo, mentre tutto è fermo.

8 Settembre. È stata una giornata molto confusa contrassegnata da movimenti contraddittori che si elidevano l'un l'altro; sembrava quasi di assistere a una gag in cui ognuno degli attori si muove nelle direzioni più diverse ma poi tutti passavano più o meno negli stessi punti senza sospettare l'uno dell'altro. La comicità è una serie di equivoci concatenati e finiti; la complessità, probabilmente, altro non è se non una serie infinita di equivoci non concatenati.

9 Settembre. Nulla di importante.

10 Settembre. Nulla di importante.

11 Settembre. La riproposta di film, fiction, dibattiti sull’11 settembre ci accompagnerà per molti decenni, è inevitabile. Non tutto è da scartare e la retorica non può cancellare la portata epocale dell’evento. La retorica è uno dei frutti della cultura di massa, dell’esposizione mediatica. Vale per qualsiasi cosa, dalle più frivole alle più serie; lamentarsene e rimanere solo fermi a questo non porta da nessuna parte. Anche quest’anno il ventaglio dei ricordi, delle ricostruzioni dei film non era tutto negativo. Anzi, a ben guardare tutto è importante e fa riflettere, anche le fiction più lacrimevoli, le ipotesi sempre più ragionevoli sul complotto, ipotesi costate il posto di Ministro a un giovane e brillante collaboratore di Obama; ma anche le risposte ragionevoli o almeno dialoganti e non becere all’ipotesi sempre più evidente di complotto. C’è un solo aspetto che continua a rimanere inquietante in tutti i servizi: le immagini dell’impatto. Così perfette nell’inquadrare gli aerei che centrano le torri gemelle, il primo specialmente, con le inquadrature così perfette, il fuoco giusto, le macchine da presa posizionate dove meglio non avrebbero potuto essere. Ho sempre pensato, fin dai primi momenti, che quella perfezione di riprese, oltre che costituire un elemento di sadismo di chi le propone in continuazione, siano la prova più consistente – seppure non dimostrabile – che delle verità ufficiali non è vero nulla o quasi.

15 Settembre. Nulla di importante.

lunedì 14 settembre 2009

Agenda di scrittore: capitolo sedicesmo.

Capitolo sedicesimo.

"Di già? Peggio di quel che pensavo."
"Signora Passini, la sta chiamando il responsabile della Terza Struttura…"
"Mi dica direttore." Galileo respira profondamente, allungandosi sulla scrivania per raggiungere il pacchetto di sigarette cocktail.
"Sei ancora lì?… Oh mi scusi: è ancora lì dottor Fanti?"
"Sì, sono ancora qui e vorrei ricondurre la nostra conversazione alla sostanza delle cose."
"È che non so quale sia la sostanza delle cose…"
Galileo tace, si muove sulla sedia con uno scatto brusco della schiena, che spinge la poltrona su cui è seduto in avanti.
"Siete stati voi a controllare il dottor Chang?"
Questa volta è Luce a muoversi bruscamente sulla comoda sedia ergonomica che sta davanti al suo computer…
"Chang?… Sì l'abbiamo controllato noi e ve lo abbiamo mandato perché c'era una richiesta da parte vostra… formulata molto tempo fa - se non ricordo male - e mai ritirata."
"Perché non mi hai avvertito… le regole non sono così rigide, infondo si trattava di un'informazione innocente…"
"Appunto! Innocente… C'era una richiesta normale da parte vostra… perché mai avrei dovuto parlartene?"
"Perché il curriculum di Chang è anomalo."
Luce tace, pensierosa e si batte due dita sulle labbra, prendendo tempo e accendendo a propria volta il cocktail cilindrico di tabacco e marjuana imbevute di trielina con cui ha riempito un paio di sigarette.
"Non posso credere che non vi siate accorti che aveva fatto domanda di partire soltanto da un anno…"
"Come?" Luce sprofonda nella sedia, lanciando verso l'alto una voce più alta e studiata. Galileo, dall'altra parte del filo, aggrotta la fronte e mantiene un silenzio teso, rotto da un colpo di tosse di lei.
"Cosa vuoi dire…"
"Andrò a controllare per essere sicura… ma a noi risultava che Chang avesse fatto domanda da almeno tre anni e dunque nei tempi consentiti…"
"Nel curriculum in nostro possesso c'è scritto altro…"
"Come altro!”
“Altro… quello che ho detto prima e cioè che aveva fatto domanda solo da un anno…”
Luce tira una boccata lunga, allunga le gambe e si concede un sorriso compiaciuto.
“Sei ancora lì?”
“Sì… tranquillo, dove vuoi che sia?”
Galileo, aggrotta la fronte, colpito da un pensiero improvviso. Muovendosi piano, per non farsi sentire, aziona il dispositivo che capta i flussi telepatici e attende…
“Sono qui!” ripete Luce alzando il tono della voce.
“Ho capito… stavo pensando…”
“Non pensare troppo, controllerò e vedremo se c’è davvero qualcosa di anomalo… come stai?”
“Bene… e tu?”
“Bene.”
“Sei molto loquace.”
“È una telefonata di lavoro no?… C’è dell’altro?”
“Per il momento mi sembra di no, ma eri stata tu a chiedermi come stavo.”
“Sono cose che si dicono nelle conversazioni di lavoro.”
“Buona serata allora.”
“Anche a te.”
Il clic del vecchio telefono a tavolo si sovrappone a quello del dispositivo che segnala un’attività emotiva anomala da parte di Luce. Galileo se la ride mentre il livello del vino nel bicchiere scende lentamente; arrivato all’ultimo sorso, però, come in una clessidra, i tratti del suo volto ridente si rovesciano in uno sguardo pensieroso e preoccupato: Luce ha mentito - pensa - mentre il fondo di bottiglia gorgoglia nel bicchiere alzando una piccola onda di bollicine.

Agenda di scrittore: capitolo diciassettesimo

Capitolo diciassettesimo.

Galileo continua a ondeggiare sulla sedia e guarda sconsolatamente la bottiglia vuota. Il frigo non è lontano ma la culla in cui è adagiato e il piccolo alone di mistero intorno al telefono appena posato, lo tengono inchiodato lì, incerto fra il desiderio di affondare di nuovo le labbra dentro la coppa e quello di dormire, forse sognare… ma quel che più conta rimandare a domani ogni pensiero. Si telefona e si pensa sempre la sera, all’ora di cena, oppure nelle intercapedini fra il tempo della sosta e l’illusoria ripresa notturna. È quando i pensieri, nutriti dal cibo e corroborati dalla prospettiva del riposo, sembrano farsi robusti, rigogliosi e saggi, prima di dissolversi nel labirinto del sonno; fino al mattino, tempo dell’oblio. Eh dio! dio! Se tu esistessi ci daresti la saggezza dei mattini, non la greve e barocca saggezza della sera, fondata sulla ridondanza d’echi molteplici che s'inseguono e ci ammaliano. Li seguiamo e ci sembra improvvisamente che il disegno diventi nitido; ma il sonno l’anticipa perché, come in un frammento di nirvana, fa balenare il culmine della saggezza, fermandola un attimo prima che essa diventi luce. Il mattino successivo ci saranno soltanto pensieri sparsi, lacerti, strappi, lembi rovesciati; come un letto dopo un sonno convulso o una notte d’amore. Chi ha detto che la notte porta consiglio diceva meno di una mezza verità…

I pensieri si accavallano come onde impazzite e poi si ritirano in una bonaccia che rifiuta testardamente la resa; il libro lo soccorre per un attimo, dentro il quale si materializza, come in una goccia di consapevolezza, il volto di Diotima, a strappargli un sorriso più sereno. Domani la chiamo e questo benedetto testo lo sfogliamo insieme e chissà poi perché l’ho portato con me.
Un ultimo sforzo per resistere alla tentazione di continuare nelle sue oscillazioni, finché gli occhi si chiudono pigramente nonostante la luce accesa, il rumore del condizionatore, la girandola di pensieri che come in un circuito virtuale continuano a inseguirsi e a superare traguardi inutili; come i ciclisti che, da ragazzo, amava vedere correre nei velodromi, pianeti di un sistema solare in miniatura.

Biiip, Biiip Biip

“Ah sei tu Zeta 40, mio fedele amico… ma che ore sono?”
“In spazio tempo signore? Quello dei Commons o quello cosmico?”
“E dai, mi freghi sempre con questa domanda…”
Il robot sprizza piccoli raggi di luce da tutte le parti… è il suo modo di ridere.”
“Secondo te per andare in ufficio qual è il tempo che mi serve?”
“Quello dei Commons… ma ancora per poco.”
Galileo si alza pigramente dalla poltrona dove è stato la notte intera e guarda un po’ perplesso Zeta 40.
“Come ancora per poco…”
Il robot non risponde ma si porta vicino al comando del grande schermo che si trova nella stanza di Galileo, proprio davanti alla poltrona; aziona il sensore e appare sul video un laconico messaggio firmato dal comandante Jayant Narlikar:

il comando della spedizione sta provvedendo alla regolazione degli orologi in base al tempo cosmico e non più a quello terrestre. Si era pensato di operare il cambiamento una volta usciti dal sistema solare, ma l'esistenza di un numero superiore al previsto di pianeti e pianetini, nonché il dibattito ancora aperto sulla loro catalogazione mi hanno indotto ad anticipare. È prevista una riunione delle strutture di comando entro breve: sarete avvisati con un messaggio sui vostri telefoni personali.

Ps. L'ora di convocazione della riunione sarà dato secondo il tempo terrestre.

Galileo afferra il bicchiere con la spremuta d'arancio che Zeta 40 gli porge e beve lentamente rimanendo in silenzio.
"A cosa pensa dottor Fanti?"
"A niente Zeta 40, a niente."

venerdì 11 settembre 2009

Paolo Rabissi Su Taranta e Salento

Caro Franco, a Melpignano non sono mai riuscito ad andare. Ho vissuto per... Visualizza altroò alcune serate di pizzica appunto nel Salento. Il dionisiaco certo, con una carica vitalistica entusiasmante: la capacità di 'quella' musica di coinvolgere. Nella piazza di un paesino nel leccese giostravano e danzavano tutti; donne giovani e anziane, uomini giovani e anziani, bambine e bambini. Chi non sapeva i passi o non ce la faceva s'era portato dalla casa vicina la sedia e se la godeva lo stesso. Nulla di mediatico. Nessun rave. 'Questa' musica popolare dunque è già 'di massa' per conto suo e quando viene esportata nulla di male ma diventa già un'altra cosa (magari anche più ricca). In Valsassina, territorio sacro alla Lega, ad agosto stesse scene: qui ci sono però capannoni con tavoli di legno e boccali di birra (che ricordano la Baviera) ma il contesto musicale e l'abbigliamento rimandano al country americano: anche qui qualcosa di 'popolare' dagli USA si è allargato all'Europa ma è appunto un'altra cosa!

lunedì 7 settembre 2009

La morte di Beno Fignon

E' proprio una ripresa triste quest'anno. Dopo Assunta Finiguerra e Teresa Sarti ci ha lasciato Beno Fignon, amico, poeta, sindacalista, uomo impegnato nella vita sociale e nella solidarietà attiva con il mondo del lavoro, che sapeva coniugare con una forte tensione spirituale orientata a una cristianesimo critico, curioso del mondo e delle idee altrui. Ci sarebbero molte cose da dire naturalmente, ma è difficile farlo a caldo, impossibile per chi ha come me, condiviso con lui molte esperienze, molti incontri, nel nome della poesia o dell'imepgno politico e sociale.

sabato 5 settembre 2009

Agenda di scrittore: capitolo quindicesimo

Capitolo quindicesimo.

"Più a destra dottor Fanti!" La voce imperiosa e ironica di Gunther risuona nella sala ancora piena di gente e lui, Fanti, si schernisce un poco e poi si consegna alla foto ricordo con un sorriso minimizzante. Appena irrigidito nella posa, cerca con gli occhi la presenza di Diotima, che si è defilata in sala. Poi finalmente tutto si placa, i giornalisti e gli invitati alla cerimonia si disperdono sciamando verso l'uscita, setacciati dalla stretta porta d'ingresso. Il corridoio è pieno di crocchi e Fanti deve rispondere a numerosi saluti, stringere mani, fare inchini che gli riescono sempre male. Finirà questa manfrina - pensa fra sé - ma ecco la nuova mano che si tende, una mano fin troppo conosciuta…
"Te la sei cavata bene… sobrio, ironico, convincente!" e sull'ultimo aggettivo la voce di Luce calca in modo troppo compiaciuto.
"A cosa ti riferisci?"
"Al tuo discorsetto sulla scoperta di altre vite nell'universo; lo sanno tutti che non ci credi molto."
"É per questo che mi hanno affidato il comando! Sai, la possibilità di scambiare lucciole per lanterne è molto forte e aumenta se sei convinto in partenza che le troverai!"
"E tu pensi proprio che non ne troveremo di vite…"
"Oh, nemmeno di lucciole se è per questo; il buio ci accompagnerà per sempre… almeno per noi che guardiamo di fuori."
"Già, lo scettico onesto intellettualmente, che sa vagliare tutte le prove senza farsi prendere dai sentimenti… Sì, sei il comandante perfetto."
"Lo dici come se pensassi il contrario; ma perché non hai voluto lavorare nella mia struttura?"
Luce lo guarda con una frecciata che dal movimento brusco della testa verso di lui lo va a colpire diritto negli occhi.
"Ho detto mia per modo di dire…"
"Oh sì, naturalmente… ma questa è la risposta. Non mi ci vedo a lavorare con te… non ami le collaborazioni troppo strette sul lavoro. Meglio tenere separate le due cose; se sono ancora due naturalmente!"
"Ti sbagli! Saresti stata una collaboratrice di prim'ordine… come altri e altre che ho scelto del resto. Pensi davvero che mi sia circondato di mezze calzette per avere io e solo io lo scettro del comando? Ma andiamo, dai!"
"Veramente stavo parlando d'altro…"
Galileo si passa una mano sul mento prima di rivolgerle uno sguardo che assomiglia a una testa ammanettata.
"Non dire nulla! Ho già capito."
Di solito, in questi casi l'altro o l'altra di turno rispondono in modo da rilanciare un discorso il cui unico scopo è quello di avvitarlo su se stesso piuttosto che raggiungere una qualche verità condivisa. Galileo invece tace un secondo di troppo, più per pigrizia e sorpresa che per calcolo; poi è già troppo tardi e così il copione, che alla fine di un lungo avvitamento sarebbe stato stracciato in malo modo dai due che se lo contendono, questa volta si volatilizza prima ancora che cresca l'acredine.
"Beh, credo sia meglio fermarsi qui… che ne dici?"
Galileo fa per aprire bocca, poi ci ripensa, ma Luce rimane lì, ferma nella posa statuaria della decisione. E allora lui la riapre davvero.
"Sì è meglio così, fermiamoci qui, anche se non saprei dire perché… tu lo sai?"
"No, non lo so… Buona fortuna allora… e non cercarmi almeno per un po'!"
Luce s’allontana con passo lento ma deciso e Galileo rimane fermo a guardarla, la fronte leggermente aggrottata…
"Dottor Fanti, sono Chiang."
L'uomo che gli sta di fronte è un cinese dall'età indefinibile… Dopo un inchino maldestro gli sorride di nuovo.
"Oh mi scusi Chang… mi scusi davvero! Ero perso nei miei pensieri e non mi ero accorto di lei."
L'altro sorride senza battere ciglio poi torna serio serio:
"Quando cominciamo?"
"Oggi stesso!"
Chang s’irrigidisce fulmineamente: "Avrà il primo rapporto questa sera."
"La ringrazio."
Intanto l'ufficio, fra una chiacchiera e l'altra, si materializza all'improvviso. Galileo entra con decisione, tutti sono al loro posto: "Signorina Stephanie, mi segue un momento?"
La donna lo guarda un po' divertita più che sorpresa. Fanti raggiunge la sua scrivania.
"Ma da dove arriva questo Chang… sono io il distratto di sempre o questo è sbucato dal nulla…"
Stephanie lo guarda molto seriamente… in altre occasioni forse avrebbe sorriso di complicità con lui…
"Lo hanno accreditato recentemente… è un tecnico della decodificazione dei messaggi, molto esperto in telepatia."
"Accreditato da chi…"
"Aveva fatto domanda per la Prima Struttura, ma ne avevano troppi della sua specialità e lo hanno dirottato da noi."
"Sì, questa è la prassi, noi ne avevamo fatto richiesta a dire il vero, ma tempo fa; quando ce l'hanno comunicato?"
"Il telemessaggio è arrivato ieri… l'ho chiamata ma lei… non ha risposto…"
"Mi stavo godendo l'ultima notte di vacanza."
Stephanie si mette e ridacchiare sottovoce; fra loro c'è una sincera amicizia e una complicità che in alcuni momenti va oltre il rapporto formale.
"La capisco dottore!"
"Oh no, non sono così sicuro che lei capisca questa volta signorina Stephanie!"
"Oh pardon, sono stata indiscreta…"
"Lasci perdere, lasci perdere… ero intento nella lettura del mio libro! Ma torniamo a Chang: con l'accredito sarà arrivato anche il suo curriculum…"
"Le faccio avere tutto in un minuto."
Galileo si siede e, sollecita come sempre, Stephanie riappare poco dopo con una smilza cartelletta.
Il dossier non contiene nulla di particolare: carriera militare, accademia e poi incarichi speciali non meglio precisati; la decisione di partire per la spedizione l'aveva presa più o meno un anno prima, i colloqui e gli esami finali li aveva gestiti un'équipe della Prima Struttura coordinata da uno psicanalista argentino: Manuel Cardonil Otoño. Era forse l'unico dato un po' anomalo rispetto alla media: raramente le decisioni di partire erano state prese in un tempo così rapido. Poi un altro pensiero coglie Galileo improvviso e la mano scivola sul pulsante di chiamata e Stephanie non si fa attendere.
"Guardi qua, sono quelli di Otono ad avere esaminato il nostro Chang… la Passini è con loro…" aggiunge Galileo inseguendo un pensiero tutto suo. La segretaria mantiene un discreto silenzio, finché Galileo non la guarda interrogativamente.
"Non gliene ha mai parlato?" azzarda lei con cautela.
"Non era tenuta, se è per questo, ma poteva farlo, anche perché è sempre un problema dovere accogliere adeguatamente un ultimo arrivato, anche se la prassi prevede questi cambi improvvisi dovuti a sovrabbondanza. Ci sono casi in cui il rapporto personale dovrebbe permettere di risolvere meglio un problema senza per questo travalicare le regole…ma vai a farle capire a Luce… alla Passini queste cose!"
Stephanie se la ride di sottecchi e Galileo finge di non accorgersene.
"Beh da noi ce n'è di lavoro da fare in materia di decodificazione dei messaggi…"
"Sì, ma per trovargli posto dovrò comunque rivedere un po' l'organigramma e lei sa bene quanto sia complicato! Intanto scriviamo due parole di accoglienza da cui si evinca, in modo garbato, che ce lo siamo trovati addosso; mi prepara una bozza?"
"Lo faccio subito."
"Che impressione le ha fatto Stephanie…"
"Chang?… Mah, ligio al dovere, cerimonioso, riservato…"
"Mmm ho capito… mi sta dicendo che è un cinese…"
"Se vuole può dirla anche così dottor Fanti."
"Va beh va beh, mi scriva questa bozza… e diamogli l'appartamento più grande; cominciamo almeno a trattarlo bene e nessuno avrà da ridire visto che lì ci sarei dovuto abitare io!"

Agenda di scrittore: romanzo

9 Luglio. Torna un mondo scomparso torna ad occupare i miei pensieri.
17giugno. Rileggo il capitolo, ritocco alcune parti: va bene.
18 Giugno. Ho raggiunto un punto critico; mi fermo e ripenso a tutta la costruzione.
19 Giugno. La giornata se ne va in quisquilie.
21 Giugno. La giornata se ne va in quisquilie, il clima di ieri si è rotto e questo mi innervosisce.
26 Giugno. Al principio, nel momento in cui si accende una scrittura, c’è sempre un'idea, non credo a quelli che dicono che ci sono dei materiali. Se mai un mondo poetico; ma chiunque ha un mondo che può diventare poetico, senza necessariamente approdare a una scrittura che cerchi una forma artistica. La parola materiali, tuttavia, è spia di un'altra metafora morta. Non si tratta di estrarre qualcosa da una miniera, ma piuttosto di partire per un viaggio d’esplorazione e anche di ricostruzione paziente. Perciò si tratta di armare una nave, trovare l'equipaggio giusto, calibrare bene la meta con i mezzi che si hanno a disposizione. L'idea in quanto meta deve esistere sia prima della partenza sia dopo nella forma di opera realizzata; più spesso nella forma di un telos. Partire per le Indie, dunque, ma l'idea non basta. A volte, poi, le idee diventano stelle fisse in un firmamento aristotelico. Possono, altre volte, trasformarsi in perfette icone e non starò a dire quanto ha pesato questo nella poesia del '900; gli aiku di Pound, il gusto del frammento, l'aforisma, certi pensieri fulminanti di Kraus.
Se non è un fuoco fatuo l'idea deve cominciare ad assumere una forma, produrre altro, articolarsi ed espandersi fino a delineare un vero e proprio campo magnetico dove le forze elementari e quelle deboli e quelle più forti agiscono condizionandosi a vicenda.

27 Giugno. Perché certe idee si articolano e altre no? E che significa più in dettaglio articolare un'idea? Alla prima domanda non si può rispondere senza una definizione di campo. Il campo è già una rete relazionale; vi sono idee che sono in sé reti relazionali, mentre altre non lo sono. Un romanzo storico è una rete relazionale in sé, poiché non può fare a meno di un background che esiste a priori, indipendentemente dal racconto. Naturalmente un'opera d'arte troverà sempre in un elemento immaginifico la propria ragion d'essere, ma anche il più sfrenato degli arbitrii letterari non può ignorare la materia da cui parte, se essa è materia storica. Philip Dick ipotizza, nel romanzo La svastica sul sole, che la seconda Guerra Mondiale non sia stata vinta da chi sappiamo, ma abbia un vincitore sotterraneo e cioè una strana alleanza fra nazisti, giapponesi e statunitensi, dove un ruolo di primo piano viene svolto da un personaggio di probabile origine svedese. Per costruire la sua fiction, tuttavia, Dick non può ignorare il background storico; semplicemente guarda al mondo di oggi e ricostruisce il passato secondo una visione che parte da quello che lui era convinto di vedere nella sua contemporaneità (il romanzo fu scritto negli anni '60). Lui osservava, probabilmente, che gli stati sconfitti (Giappone Germania), erano economicamente e anche politicamente più stabili, floridi e avevano meno problemi di molti stati vincitori: da questo prese le mosse la sua strampalata ma efficace fantasia. In questo modo egli ci ha consegnato prima di tutto un romanzo, ma anche un punto di vista suggestivo e non del tutto inverosimile.
Nella relazione fra i tre personaggi della scena avviene un vero e proprio confronto fra tipi ma anche fra epoche; su questo forse la stesura del capitolo è ancora carente…

28 Giugno. Ben diversa l'articolazione di una raccolta poetica; essa non è altro che la sua espansione, fino a occupare tutto il campo possibile. L'ampiezza è determinata da tale spinta iniziale, che lotta contro l'inerzia e il lento distillato dei versi.

1 Luglio. L'idea è dunque una costrizione cui deve corrispondere un'altra costrizione legata al tempo e allo spazio; in altre parole quello che Alfieri indicava come la
necessità di legarsi al tavolo di lavoro, metodicamente, secondo una scansione monotona del tempo: per esempio, tutte le mattine dalle nove all'una. Prigione, costrizione, sofferenza infantile e ricordi dolorosi sembrano essere una sorta di manna anche per Hemingway, che disse una volta che se si è troppo felici di vivere non vi è alcuna necessità di scrivere. La frase cadeva - come si suole dire - sul bagnato, impastando con una certa disinvoltura tipicamente americana un pizzico di Freud e un pizzico di romanticismo naif.
Uomini completamente soddisfatti di sé esistono solo come metafore letterarie e sono caricature di Candide. La scrittura non ha a che fare con questo più di tanto; se mai altre sono le distinzioni… E quanto ad Alfieri oltre che legarsi al tavolo aveva una certa dimestichezza anche con il letto, che raramente frequentava in solitudine! Ma la questione vera è forse ancora un'altra; la prosa può essere di tutti i giorni e anche la saggistica, ma non la poesia, che non siamo mai noi a visitare, ma piuttosto il contrario!

2 luglio. Vi sono esseri umani in grado di accedere alla scrittura e ad altri mezzi espressivi e ve ne sono altri che non possono nemmeno pensare di farlo essendo completamente immersi entro il cerchio della dura necessità vitale. Anche fra costoro ci sono naturalmente artisti spontanei, narratori prima di tutto, ma anche poeti di strada nel senso migliore del termine e cioè legati all'oralità, alla festa, come avveniva (e talvolta avviene ancora) in Italia con gli stornellatori toscani e romani. Dopo la scomparsa del racconto orale a loro rimane il folklore, poi è giunta la cultura di massa che di nuovo modificato le cose. L'accesso alla scrittura è cresciuto in modo esponenziale per cause che sono sociologiche e auto terapeutiche e che hanno poco a che fare con la necessità, intesa come fattore artistico. La distinzione naturalmente non è semplice… e poi forse i fenomeni inflattivi sono connaturati a una civiltà che corre a velocità vertiginosa verso il caos entropico e la propria dissoluzione.

5 Luglio. Dunque non vi è rapporto fra scrittura e insoddisfazione? No, tuttavia
l'equazione banalizza un problema vero ma che andrebbe posto rovesciando la questione e domandandosi invece se la scrittura, in quanto è un prendersi cura di sé che vuole diventare un prendersi cura di tutti, non abbia proprio quel valore di coscienza collettiva del limite e del mistero, senza i quali la vita di tutti cade nell'abisso del vuoto. È il simbolico a mediare fra la bruta realtà (il peso del mondo) e la reazione pavloviana che si manifesta come altra faccia della medaglia, in una serie di agiti - secondo la definizione psicanalitica del termine e cioè di acting out - che impediscono l'accesso psichico alla trasformazione. Il simbolico non cura una malattia; è terapeutico nel senso che con il suo tramite si costruisce il sé positivo di una comunità. Esso corrisponde, nell'adulto in quanto persona che si è individuata e collettivamente in quanto organismo sociale, alla costruzione che il bambino produce grazie al gioco di fantasia. Infatti, come ha intuito Winnicott, il bambino mentre gioca non cura una malattia, ma costruisce la possibilità di svilupparsi come essere pienamente umano.
Tuttavia, per uno scrittore, la cosa non finisce qui; perché la scrittura è anche una malattia, o un vizio, è stato detto. E poi per scrivere come per esprimersi o fare gli attori bisogna essere dei bei narcisi... E allora chi ha ragione? Oltretutto nel '900, specialmente negli ultimi venti anni, le commistioni fra arte terapia e altro sono state praticate anche da autori di rango: lo pseudo teatro di Grotowsky, per esempio, ma gli esempi potrebbero essere molti di più.

8 Luglio. Ciò che è accaduto ieri 7 luglio determinerà sicuramente il modo di procedere del romanzo. Sensazione è molto piacevole, ma non intendo rimettermi subito a scrivere; ho bisogno di rientrare in quel mondo lentamente.

10 Luglio. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiata l’atmosfera; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno semplificate, rese più essenziali.

12 Luglio. Al finale, in effetti, mancava qualcosa.

20 Luglio. L'estate è tempo di scritture frammentarie, poco adatte al fiume della narrazione. La lettura sostituisce in parte la scrittura, per un altra parte sono le serate trascorse insieme agli amici, grandi avventure dello spirito in cui lo scambio avviene attraverso la parola che non lascia tracce ma costruisce eventi memorabili, cui non siamo più abituati. Non mi par vero sia tornata questa stagione, quella in cui la verità, per dirla con Stevens, è un giro sul lago.

21 Luglio. Il mio giro sul lago di questa sera è una cena sul mare con due amiche.
22 Luglio. Nulla di importante.
2 Agosto. Lirica in piazza, davanti alla cattedrale di San Cerbone, come sempre.
4 Agosto. Nulla di importante.
5 Agosto. Dopo una giornata memorabile c’è sempre bisogno di una sosta. Ieri sera a tavola, tutti insieme, le parole tessevano una tela invisibile e calda dentro cui ciascuno si sentiva a proprio agio. Sì, questi eventi di parole sono quanto di meglio ci si possa augurare nella vita, lasciano i segni più duraturi ed autentici perché sono scritti sulla nostra pelle.

6 Agosto. Sono partiti in molti, altri ne arriveranno a giorni, l'estate si è adagiata nella sua molle e statica continuità, l'inerzia avvolge i pensieri e gli alberi; persino il mare. A sera una nebbia sottile vela i tramonti, insinua un dubbio.

8 Agosto. Le domeniche sono giorni a sé, anche d'estate; le spiagge si riempiono di turisti occasionali, le automobili occupano tutti gli spazi, i musei sono troppo frequentati; improvvisamente, come un segnale di guerra, la domenica scandisce il ricordo di ciò che ci attende domani, quando ritornando a casa...

9 Agosto. Ho letto tutto il giorno: Stevens, Walcott, D’Arrigo, alcuni manoscritti.

10 Agosto. Un nuovo capitolo comincia a delinearsi quando minuscoli segnali a sé stanti iniziano a muoversi in modo coordinato; prendono cioè una forma. Non importa quale, tanto le forme sono in numero assai minore di quello che siamo portati a credere. Una forma, per quanto sia diversa da un'altra, deve produrre comunque qualcosa che si regge in piedi per forza propria; perciò è inevitabile che alcune strutture portanti siano molto simili. L'isomorfismo è l'ovvia conseguenza di una sostanziale mancanza di fantasia del concreto, anche quando esso si manifesta nelle fogge più gratuite dell'espressione artistica. Anche per questo l’originalità è un bene raro cui non bisogna far caso, che non va ricercato più di tanto. Spesso chi pretende a tutti i costi l’originalità alla fine trova soltanto espedienti.

11 Agosto.

14 Agosto. Il sole cala già prima, la nebbiolina è diventata più fitta e dietro l'Elba c’è sempre una nube che taglia il sole a piccole fette, tanto da assimilarlo a Giove e talvolta a Saturno; infine gli anelli si sciolgono come un gelato lasciato troppo a lungo al caldo. È allora che ritornano i cavalli sulla spiaggia, inseguiti dallo sguardo attento e impaurito dei cani che vorrebbero muoversi, ma ne hanno paura. Il buio cala del tutto mentre iniziamo a mangiare e la musica si diffonde sulla spiaggia; soltanto allora è possibile vedere, in lontananza altri fuochi ed altre luci. Proprio allora, guardando come sempre la scia di un aereo che taglia la spiaggia nella sua rotta verso il nord una grande stella cadente è comparsa nel cielo, fuori tempo, oltre il limite che il mito ha assegnato alle stelle per cadere. Mi è sembrata lunghissima, portatrice di luce nella stagione che declina; l’originalità è sempre uno scarto minimo che sporge il proprio capo dal cuore della ripetizione.

mercoledì 2 settembre 2009

Assunta Finiguerra e Teresa Sarti

Ero oggi a pranzo con il poeta e amico Guido Oldani quando è arrivata la notizia della morte di Assunta Finiguerra, poeta lucana dialettale di grande forza. Ho avuto il piacere di conoscerla e di apprezzarne anche la forza e la determinazione come donna, che si rifletteva nella sua scrittura sanguigna, a volte aspra e irriverente nel senso migliore del termine.

E' il secondo lutto in pochi giorni dopo quella di Teresa Sarti. Donne certamente diverse ma ci voleva poco a capire che Teresa è stata e continuerà ad essere insieme a suo marito Gino Strada, una poeta della vita, un esempio di grande forza morale, uno dei pochi esempi virtuosi nell'Italia squallida di oggi, delle doppie morali, dei pescecani, dei sacerdoti falsi e bugiardi, degli onnipotenti senza potenza e autorevolezza, degli aggressori di tutto ciò che è diverso e disturba per il solo fatto di esistere.

Le loro opere hanno cetamente un peso diverso e una proiezione futura diversa, ma le accomunva di certo il gusto dei gesti semplici e ineari, la capacità di costruire e non di distruggere.

lunedì 24 agosto 2009

Salento

Sono stato una settimana in Salento, a seguire le diverse Notti della Taranta, fino all'ultima - bellissima - di Melpignano; naturalmente in mezzo alle polemiche che ovviamente non mancano mai. Il fenomeno pizzica e' diventato di massa e questo spiega anceh le polemiche perche' tutto quello che diviene di massa diviene di moda e la moda si lascia sempre dietro uno strascico di polemiche a volte giustificate a volte no. La cultura di massa e' un tratto imprescindibile delel nostre societa' e rimpiangere i fenomeni di elite, salvo poi lamentarsi che sono poco seguiti anche se eccellenti, mi sembra una delle caratteristiche del corto circuito attuale. Che l a pizzica diventi un fenomeno mediatico come i funerali di Michael Jackson mi sembra ovvio e a volte mi chiedo cosa ci sai di male. Nel caso specifico che la musica popolare e la musica popolare tornino ad essere di moda fra i giovani a me sembra un buon segno; poi franco Cassano avra' le sue ragion ne dep0lorare un calo di tensione della ricerca a favore di un'esposizione mediatica troppo accentuata. Tuttavia mesi fa, al funerale del copmpianto Ivan Della Mea mi sembrava di stare assistendo non solo al suo funerale ma a quello di un'intera cultura. Nel salento in questa settimana ho avuto una sensazione diversa. Mi chiedo quale delle due sia migliore. La cultuira popolare non e' morta, sta cambiando, forse i giovani che erano lì non si rendonevano conto dello spessore storicoe antropologico di certi fenomeni ma erano pur semnpre lì e nemmeno in discoteca e nemmeno a un rave perche' questo feste non ernapo affato dei rave, checche' ne dica la stampa. La mia naturalm,ente e' una rifelssione molto estemporanea che tuttavia spero raccolga altri interventi.

mercoledì 29 luglio 2009

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo undicesimo, dodicesimo, tredicesimo e quattrodicesimo.

Capitolo undicesimo.

Arrivarono nei pressi di Beaucaire tre giorni prima che la fiera iniziasse. Non potevano ancora abbandonarsi al riposo, purtroppo! Invece di recarsi in città, Francesco, pratico di quei luoghi, suggerì di recarsi vicino al fiume, dove vi erano molte locande; una volta finita la fiera, poi, si era già sulla via di Lione. Quando arrivarono sul luogo, però, li attendeva una cattiva sorpresa. La fiera aveva richiamato così tanti mercanti che tutte le locande erano piene. Fu Antonio a cavarli dagli impicci; aveva ascoltato casualmente una conversazione fra due altri mercanti e così aveva saputo che, lì intorno, vi erano possidenti che davano ospitalità. In men che non si dica bussarono alla porta di una fattoria. Il podere che vedevano intorno era molto ampio e recintato da un lato; in mezzo si trovava un pozzo e più a destra, lontano dalla casa, un recinto nel quale stavano impastoiati tre bei cavalli.
Aprì la porta un uomo buffo, dal volto rosso per il troppo vino... Fu Francesco a parlare; conosceva in modo approssimativo la lingua del luogo ed era abituato a farsi capire con poche parole e qualche gesto. L'uomo non ci mise molto a comprendere cosa volevano. Guardò i carri e indicò loro dove potevamo sistemarli, poi li invitò a entrare in casa. Mentre Antonio si occupava delle merci Francesco e Miguel lo seguirono.
Non conoscendo le usanze i tre erano guardinghi e lasciavano al padrone di casa l'incombenza di dire cosa si aspettasse da loro. Furono sistemati nel fienile e mentre l’uomo mostrava loro i giacigli, si mise a fare strani gesti. Indicava i pagliericci e poi il sole che tramontava; ripeté il tutto per tre volte e allora capirono il significato di quello strano modo di comunicare. La tensione si sciolse in una grande risata generale. Le usanze erano molto simili a quelle genovesi: l'ospitalità era garantita per tre giorni e poi si doveva provvedere in altro modo. L'uomo era stato generoso perché, in ogni caso, una volta iniziata la fiera, tutti avrebbero dormito sui carri.
La fortuna non li aveva dunque abbandonati e quel possidente era davvero una benedizione. Dopo che ebbe chiamato anche la moglie e i due figli maschi, li invitò a una specie di cerimonia di accoglienza; cenarono con la famiglia e furono invitati a fare lo stesso anche i giorni successivi. I tre si guardarono un po' perplessi perché questo andava ben oltre le usanze e quando si è lontani da casa, seppure in luoghi conosciuti, tutto ciò che si allontana dalle consuetudini un poco spaventa; tanto più che a fine cena il padrone di casa si chiuse in un cupo mutismo.
Il giorno successivo si levarono con il sole e andarono in città. La Chiesa era parata a festa e alcuni uomini stavano lavorando alacremente intorno al campanile. Francesco spiegò che l’apertura della Fiera veniva salutata da un lungo scampanio che poteva essere udito molto lontano dalla città. Antonio e Miguel erano piuttosto increduli, ma subito dopo dovettero ricredersi poiché le campane presero a suonare a distesa ed in modo così possente da costringerli a proteggersi le orecchie con le mani.
Trascorsero una giornata piacevole ed allegra, presentarono le loro carte e pagarono la gabella che occorreva versare per poter esporre le merci in fiera; infine, ultimate le incombenze e dopo avere lasciato un'offerta in chiesa, non disdegnarono le piacevoli taverne del borgo nonché la compagnia di alcune donne di strada.

Tornarono a sera contenti e notarono subito che l'umore del padrone di casa, se mai ciò fosse possibile, era ancora più tetro della sera precedente. Francesco e Antonio si guardarono perplessi e un po' preoccupati; informarono Miguel dei loro cattivi presentimenti, quando egli rientrò dopo avere sistemato il carro. L'indomani, tuttavia, sarebbe stato l'ultimo giorno di permanenza e questo pensiero li consolò. Andarono nel fienile a sistemare le merci in attesa della cena ma poiché era ancora presto Miguel decise di uscire e di aggirarsi per il podere. Non vi era più nessuno sull’aia e passando accanto ai carri del loro ospite, vide che l’uno era pieno, mentre l’altro era ancora vuoto. Dalla casa si udivano distintamente rumori di stoviglie, segno che la moglie era intenta a preparare la cena. Continuando ad aggirarsi per l'aia Miguel raggiunse il recinto dei cavalli e ammirò le superbe bestie che vi correvano; infine se ne tornò dalla parte delle stalle. Fu proprio vicino a una di esse che gli parve di udire un lamento provenire dall’interno e si fermò ad ascoltare. Era un pianto sommesso, frammisto a parole nella lingua del luogo. Si avvicinò senza farsi sentire e fu fortunato poiché, nel punto in cui si trovava, le assi di legno del capanno erano malconce e lasciavano un’intercapedine piuttosto larga fra l’una e l’altra, tanto che si poteva facilmente guardare all’interno. Non credette ai suoi occhi. Il padrone di casa era seduto a un tavolaccio; davanti a sé aveva dei fogli gualciti, teneva la testa fra le mani e si lamentava. Ogni tanto alzava gli occhi al cielo allargando le braccia e pronunciando parole incomprensibili. Miguel si ritrasse, timoroso e incerto sul da farsi. Da un lato non voleva spiare quell’uomo che era stato così gentile con loro; d’altro canto, però, il suo pianto era così disperato che sentiva spontaneo nascere dentro di lui il desiderio di aiutarlo in qualche modo. Ma come? Se neppure capiva cosa stesse succedendo come poteva aiutarlo? E allora decise di continuare a osservarlo non visto. Si avvicinò di nuovo. L’uomo piangeva in modo ancor più sommesso. Nel contempo, aveva rimesso ordine nei fogli e continuava a guardarli; dunque erano quelli la causa del suo lamento, ma… cosa nascondevano? Miguel si sforzò di guardarli come poteva, così da lontano, ma non vi riusciva, anche perché l’uomo era riverso su di essi. Poi di colpo si buttò all’indietro e tenendo la testa fra le mani riprese a lamentarsi ancor più rumorosamente, disperato, lasciando però a Miguel una visuale più ampia di prima. Il foglio che riuscì a scorgere, lo colpì perché in esso riconosceva qualcosa con cui lui stesso aveva dimestichezza. Si trattava infatti di un brogliaccio sul quale, bene allineati, erano disposti dei numeri su due colonne alla fine delle quali un rigo separava un numero più grande dagli altri. Non capiva le parole scritte a fianco, tuttavia il foglio era del tutto simile a quelli che ogni mercante usa per tenere i suoi conti; eppure vi era qualcosa di strano perché in alto scritto più in grande vide tre parole, due delle quali riconoscibili almeno in parte perché molto simili alla loro lingua. CONTABILITÉ SEIGNEUR: questo c'era scritto e non appena ne fu certo si allontanò di corsa e ritornò nel fenile dove raccontò tutto concitatamente agli altri due!
Francesco disse che più o meno quelle parole significavano ‘contabilità di nostro Signore.’ Antonio scoppiò a ridere e Francesco e Miguel, dopo un attimo di sorpresa, fecero altrettanto; eppure se quell’uomo era così angosciato la questione doveva essere seria, ma cosa avesse a che fare nostro Signore con i conti nessuno di loro riusciva a comprenderlo.
Andarono a cena soffocando il riso e, manco a dirlo, l’umore dell’uomo era quello solito. Soltanto la preghiera di ringraziamento sembrò distrarlo; la disse con una partecipazione e un accoramento che li colpirono. Sbagliavano a prendersi gioco di lui perché quell’uomo era pio e onesto; evidentemente aveva le sue ragioni per comportarsi in quel modo. Cercarono di mantenere un atteggiamento compunto e rispettoso, invitando con gli sguardi Antonio a fare altrettanto. Francesco cercò di scambiare qualche parola in più e la cena si concluse presto senza incidenti, ma il padrone di casa continuava a rimanere estraneo, assente, guardato ogni tanto con preoccupazione anche dalla moglie. Si ritirò presto e anche loro ne approfittammo per allontanarsi. Il mattino dopo si alzarono contenti che quello fosse l’ultimo giorno di ozio, ma ciò che era sul punto di avvenire avrebbe di nuovo sconvolto il giorno appena iniziato.
Capitolo dodicesimo.

Quando il sole era già alto anche il padrone di casa e i suoi due figli fecero uscire i carri dalle stalle. I due giovani si occupavano dei sacchi che erano stivati nel magazzino e i tre nostri amici genovesi diedero un'occhiata… notarono del grano e della segale... Vendevano prodotti agricoli alla fiera e furono tutti soddisfatti che le loro merci fossero molto diverse; non erano concorrenti e questo era bene.
Continuarono a lavorare per molte ore, senza parlare, ma scambiando ogni tanto un sorriso o un segno d'intesa; si era nella stessa barca e si respirava l'aria di quella solidarietà naturale che sorge spontanea fra gente che fa lo stesso lavoro. Il caldo era intenso e uno dei due fratelli indicò loro il pozzo, invitandoli a servirsi dell’acqua; cosa che fecero subito ringraziandoli. Verso mezzogiorno si sedettero all’ombra, esausti!
Una calma irreale era scesa sul luogo, quel tempo sospeso avvolto nel caldo ipnotico di un mezzogiorno torrido. Seduti in attesa di mangiare qualcosa videro in lontananza un turbine di polvere alzarsi dalla campagna in direzione del fiume. Si guardarono intorno, ma gli alberi erano immobili, segno che non vi era vento. Nel frattempo il turbine era diventato più grande e sebbene ancora lontano, sembrava proprio venire nella loro direzione. Fu Francesco il primo a preoccuparsi e ad attirare l'attenzione degli altri, ma un suono martellante di campane, talmente forte da ricordare quello del giorno precedente, parlò per lui. Uno dei figli del loro ospite si alzò in piedi di scatto, subito imitato dal padre, il quale sembrava essersi scrollato di dosso il triste letargo che lo attanagliava da tre giorni. Anche l’altro figlio si alzò in piedi ed i tre cominciarono a scrutare la campagna in lontananza; allora Francesco mostrò loro il punto preciso dove si scorgeva il turbine e la loro agitazione divenne subito frenesia.
Tutti e tre si misero a urlare precipitandosi chi in casa, chi verso i carri. I tre genovesi non capivano cosa stesse accadendo, ma il pericolo doveva essere ben grave. Si precipitarono ai carri anche loro e li trascinarono di nuovo nelle stalle. Miguel fu il primo a uscire di nuovo e a guardare nelle direzione del turbine che avanzava, ma non riusciva a capire di che cosa si trattasse. Quando l’ultimo carro dei loro ospiti fu rinchiuso e messo in salvo il loro ospite si avvicinò indicando loro di entrare in casa. Si guardarono incerti se ubbidire, ma quando videro i due figli uscire dalla stalla con le spade ed i pugnali, i tre protestarono energicamente lasciando intendere che se c'era un pericolo così grande l'avrebbero affrontato tutti insieme. Anche loro avevano le armi necessarie a difendersi; le mostrarono e chiesero di poterle usare perché non era nella consuetudini farsi trovare armati in casa di un ospite.
I tre confabularono e Francesco cercò di parlare; alla fine si intesero e i tre accettarono di buon grado, e anche con un certo sollievo, il loro aiuto.
"Ma che diavolo succede?"
Antonio non ebbe risposta da nessuno, ma il tono perentorio con cui aveva pronunciato la frase, proprio lui, il più giovane! strappò quasi un sorriso a tutti, nonostante la tensione.
“Mandrie” disse Francesco semplicemente e poi tutti uscirono fuori e cominciarono a disporsi in punti diversi dell'aia.
"Mandrie?" ripeté Antonio come se stesse parlando a se stesso e scrollò la testa.
La nube intanto si avvicinava e puntava proprio in direzione degli orti e del recinto dei cavalli. Uno dei figli cominciò a fare grandi gesti con le mani: occorreva mettere degli argini, stabilire delle difese.
Portarono i cavalli fuori dal recinto, ma erano decisi a difenderlo ad ogni costo. Miguel si piazzò vicino allo steccato, mentre Francesco e il padrone di casa si spostarono vicino al pozzo. Posero degli sbarramenti a fianco degli orti più grandi ma rinunciarono a raggiungere quelli più lontani poiché la nube era ormai così vicina da sconsigliare di muoversi. Le campane continuavano a suonare a distesa. Il suolo cominciò a tremare.
Presto i primi animali furono loro addosso. Tentarono di deviarli ma un uomo a cavallo si avvicinò minacciosamente; quando si accorse che erano in molti si limitò a tenere a bada la situazione lanciando improperi. Non osò avvicinarsi e un suo compare che cercò di farlo si ritirò subito quando colpirono il suo cavallo con una grossa pietra.
In mezzo ai buoi e ai cavalli vi erano le pecore, il cui pelo sporco e unto ammorbava l’aria; si ammassavano al centro camminando e trotterellando lentamente ma inesorabilmente come un fiume lento ma in piena. Si allargavano come una macchia d’olio e tenerle a bada era molto difficile anche perché i cani le spingevano. Cominciarono a menare colpi di spada per cercare di smuoverle e a spingerle nella direzione voluta, ma i cani si avvicinarono minacciosi; due furono abbattuti a colpi di pietra e allora due uomini si fecero avanti decisi. I figli del fattore urlarono qualcosa e quelli risposero in malo modo; tuttavia nessuno voleva veramente combattere, ma soltanto limitare i danni. Le pecore, tuttavia, premevano; dietro di loro altri buoi mucche e ancora cavalli, correvano spaventandole e spingendole ancor più a disperdersi. Alcune, impaurite, passarono al di qua del pozzo verso la casa, presto seguite da altre. Era ciò che volevano a tutti i costi impedire poiché se la mandria avesse seguito una pista al di qua del pozzo sarebbe finita sugli orti centrali.
Due uomini a cavallo e uno a piedi cercarono di dividere il gregge, spingendone una parte al di qua del pozzo. Decisero di affrontarli. Si buttarono tutti insieme su di loro menando fendenti con la spada; colpirono alle gambe il cavallo che si abbatté al suolo nitrendo di dolore; fra urla e bestemmie fu la volta degli uomini. Quello caduto a terra fu affrontato da uno dei figli del padrone di casa, il quale si rivelò essere un grande lottatore, mentre i tre genovesi e il fattore affrontarono quello a piedi, ferendolo. Francesco, dal canto suo, colpiva le pecore e i cani, in modo da convincerli a cambiare strada. Vista la mala parata i tre si ritirarono e allora tutti colpirono gli animali, le pecore prima di tutto e poi anche i buoi.
I mandriani si erano resi conto che la decisione dei padroni di casa non lasciava loro scampo e si diedero da fare per ricondurre la mandria al di là del pozzo. Era quello che volevano e soltanto poche pecore rimasero al di qua trotterellando; alcune invasero gli orti centrali ma si ricongiunsero presto alle altre, spinte anche dai cani. Naturalmente non potevano evitare che il grosso della mandria invadesse gli orti periferici, ma quelli centrali e l’aia erano salvi.
Seguì un momento di calma improvvisa, che quasi li sgomentò. Gli animali si stavano allontanando e con loro i mandriani e i cani e tutto. Tutti si guardarono tirando un sospiro di sollievo. Non ebbero però il tempo di riprendersi perché una nuova e terribile scena si parò innanzi ai loro occhi. Si voltarono di scatto, attirati dai nitriti del cavallo agonizzante e di un cane che ancora si muoveva e sbavava; il cavallo aveva due gambe spezzate e cercava di alzarsi ricadendo pesantemente al suolo. Uno dei figli del fattore stava per infliggergli il colpo di grazia quando l’altro urlò indicando un punto poco lontano. Fu allora che videro un gruppo di cinque o sei pecore che era rimasto indietro e si aggirava intorno al cane morto e all’altro agonizzante, poco lontano dal cavallo. Dietro di loro una turba di individui laceri, dagli occhi sbarrati e dallo sguardo che sembrava più animalesco che umano; emettevano grida più che parole, suoni incomprensibili come squittii di topo. Si gettarono sugli animali vivi e su quelli morti, poi altri se ne vennero urlando e si buttarono nel mucchio addosso alle pecore e sul cavallo. A mani nude e con pietre e qualche coltello sgozzarono le bestie, afferrando pezzi di carne; il loro numero aumentava in continuazione e allora i sei uomini si rifugiarono in casa sbarrando le porte. Ma quelli non sembravano interessarsi a loro; in men che non si dica nulla rimase vivo su quell’aia e nonostante la magrezza impressionante di quei corpi la disperazione aveva moltiplicato le loro energie. Alcuni si accucciarono come cani addentando la carne cruda, sporchi di sangue, voltando la testa e tenendo la bocca attaccata al bottino. Ne arrivarono altri e si buttarono con disperazione ancora maggiore sul poco che restava, irosi per aver perso anche quella occasione. Altri preferivano fuggire portandosi via pezzi di animali, altri ancora li inseguivano, buttandoli a terra e afferrando il loro cibo; altri approfittavano della confusione per mettersi in un angolo e mangiare rapidamente quel che erano riusciti a predare.
Infine si ritirarono tutti, fuggendo come un branco di lupi affamati e lasciando sull’aia le carogne ancora fumanti e la sola testa del cavallo, ancora attaccata allo scheletro; mentre una pecora, non si capiva se per il vento o per un ultimo spasimo prima di morire, sussultava alzando la testa, in mezzo a una macchia di sangue e viscere. Nessuno osava uscire, chiusi ciascuno in un silenzio teso; poi quando si resero conto che non sarebbero tornati, la rigidezza dei loro corpi si sciolse di colpo; tranne Antonio, che se ne stava rintanato in un angolo, tremante; poi cominciò a vomitare e a piangere, imitato presto da uno dei figli del contadino.
Si preoccuparono tutti di loro e con grande amorevolezza la moglie mise dell’acqua sul fuoco e cominciò a lavare la fronte dei due e a pulire per terra.
Capitolo tredicesimo.

Si ripresero soltanto nel pomeriggio e lo scampato pericolo, nonché l’aver vissuto insieme quell’avventura, avevano rinsaldato l’amicizia fra loro. Fecero di nuovo uscire i carri dalle stalle, ma l’odore di sterco, di sangue, di viscere, era talmente forte da impedire il lavoro. Quegli uomini, pur essendosi allontanati, avevano lasciato sull’aia una nube di morte ed erano ancora lì intorno; non potevano aver fatto molta strada e un pezzo della loro vita miseranda si era attaccata come una colla a tutto ciò che circondava la fattoria. Erano la vendetta della fame, una maledizione ancor più sinistra della loro presenza.
Presero dei secchi e gettarono acqua dappertutto: a caso, prima, poi con più metodo nei punti dove l’odore si diffondeva più forte. Con i badili raccolsero i resti degli animali, tranne quello del cavallo, la cui testa stava ancora diritta, proiettata verso l’alto, con la criniera a posto e la pelle ancora lucida; gli occhi erano ancora aperti e sbarrati, la bocca spalancata con l’ultimo nitrito che se ne era volato giù dal collo squarciato. Nessuno osava spostarne la carcassa. Fu la donna a decidersi a farlo; l’afferrò tenendola alta in mano senza guardarla e la buttò in mezzo al letame. Dopo quel gesto di coraggio e di pietà tutti si sentirono liberati e in poco tempo portarono a termine l’opera di pulizia.

Due orti erano completamente distrutti ma gli altri erano salvi ed erano proprio quelli più rigogliosi; solo una parte del prato era mal messa e la staccionata aveva subito pochi danni. Il pozzo era intatto e il recinto dei cavalli era stato solo sfiorato dalle mandrie. Anche lo sguardo dei figli e del padrone di casa era confortante; anzi, mano, mano che quell’ispezione continuava, ebbero tutti l'impressione che l’umore dell’uomo continuasse a migliorare. Non credevano ai loro occhi e non riuscivano a trattenere il riso perché non si capacitavano di questo cambiamento; nonostante l’esiguità dei danni si trattava pur sempre di due orti distrutti e di una parte del prato! E di orti ben coltivati, per giunta, e che ora, dopo il passaggio delle mandrie, non avrebbero dato frutti per un po’ di tempo! A dire il vero i figli sembravano più amareggiati; infatti raccoglievano le piante abbattute sospirando e scuotendo la testa.
I tre genovesi si sentivamo più vicini a loro, ne comprendevamo lo sconforto, ma non volevamo neppure urtare la suscettibilità del padre, che diventava sempre più allegro. Pensarono di trovarsi in mezzo a gente ben strana e che gli esseri umani riservano sempre sorprese. Finirono di caricare i carri al tramonto e stanchi, dopo essersi lavati al pozzo, rientrarono in casa. Avevano quasi dimenticato l’uomo e il suo strano umore, ma quando entrarono videro che i fogli che Miguel aveva intravisto furtivamente il giorno prima, stavano invece sul tavolo accanto all’uomo che, per altro, manifestava, un umore allegro, addirittura gioioso; e anche i figli, pur non sprizzando di gioia, si erano rassegnati ad una serena accettazione dell’accaduto. Si rivolsero a Francesco che se la rideva sotto i baffi; forse aveva capito qualcosa che agli altri sfuggiva.
Miguel, in particolare, manifestava un certo disappunto; lui che voleva più di tutti capire quel mistero, ora ne sembrava escluso!
A un cenno della donna si alzarono in piedi e recitarono con fervore la preghiera; fu più lunga del solito e anche se non potevano capire quanto veniva detto, avvertivano che la solennità delle voci era una forma di ringraziamento più devoto per essere scampati all’avventura vissuta nel pomeriggio. Si sedettero di nuovo e subito si diffuse per la tavola una contagiosa allegria; il fattore continuava a guardare i suoi fogli e a fare grandi cenni di assenso con il capo finché tutti cominciarono a ridere e alla fine, un po’ per mezze frasi dette e capite un po’ perché a Francesco venivano in mente altri racconti su episodi del genere, giunsero a comprendere il perché del comportamento dell’uomo.
Era usanza presso alcuni, tenere i conti dei propri debiti con Nostro Signore, accanto a quelli delle nostre cure terrene e degli affari. Ora quel buon uomo, cui le cose negli ultimi tempi dovevano essere andate particolarmente bene, temeva assai per la propria anima poiché i conti presentavano un eccessivo vantaggio che non era compensato dalle opere di carità e dalle buone azioni. Naturalmente ci si poteva chiedere come mai non indulgesse in quelle; ma si sa, gli uomini non sempre sono lineari nei comportamenti o forse semplicemente, erano loro a non capire bene l’intera faccenda, anche se qualche accenno da parte dei figli loro coetanei, fece loro comprendere che la fiducia nel buon Dio non era pari a quella che l’uomo poneva nell’azione dei suoi ministri terreni.
Vicino a dove abitavano, non vi erano monaci, gli unici a detta dell’uomo, degni di fiducia; fare troppa carità senza alcuna riservatezza o per i canali dovuti, poteva poi far sorgere sospetti sull’entità delle ricchezze… Il fattore spiegò che ogni tanto non disdegnava di intervenire in soccorso di quelli che venivano abbandonati davanti alla Chiesa, ma che, per ragioni non del tutto chiare, l’uomo riteneva che l’eccessiva fortuna degli ultimi tempi mettesse in pericolo la sua vita spirituale. Inoltre, la Fiera prossima e la prospettiva di buoni affari rischiava di peggiorare la faccenda. Per farla breve, l’uomo pensava che il danneggiamento degli orti e gli altri danni subiti fossero un giusto prezzo da pagare alla sorte e riteneva con quelli di essersi messo in pareggio nei suoi conti celesti.
Quel che capirono, semmai fosse tutto quel che c'era da capire, li fece dapprima sorridere e poi meditare; quel buon uomo, nei suoi modi un po’ buffi, aveva impartito loro un grande insegnamento. Spesso, presi come siamo dalle nostre vicende umane, dimentichiamo il debito di riconoscenza più grande. I mercanti, inoltre, avevano più occasioni degli altri di peccare.

Si ritirarono tutti presto perché l'indomani la fiera sarebbe davvero iniziata anche per loro; ma nei giacigli non si distesero subito i tre genovesi e decisero, dopo averne discusso, che, qualora la buona sorte li avesse aiutati durante la Fiera, avrebbero lasciato un compenso alle opere religiose della città che li ospitava e lo stesso avrebbero fatto a Lione.
Soltanto Miguel, pur approvando tutto, conservava nel proprio intimo una preoccupazione che tuttavia non esternò neppure al fratello: che quell'uomo fosse in realtà un eretico e che quella mania di tenere i conti in quel modo non fosse figlia della devozione ma del demonio. In ogni caso, il sonno ebbe, almeno momentaneamente, partita vinta anche sui suoi dubbi…

Con quello spirito il mattino successivo si recarono a Beaucaire, liberati da molti pesi e contenti. Le campane salutarono festosamente l’inizio della Fiera e una settimana dopo, i nostri tre eroi lasciavamo quella città commossi, salutando chi li aveva ospitati e scambiando con essi il segno della perenne amicizia; persino Miguel sembrava avere accantonato ogni residua angustia. Imbarcarono le merci sulle chiatte che navigavano sul grande Rodano in direzione di Lione e insieme ad altri mercanti iniziarono il lungo viaggio verso la città.
Capitolo quattordicesimo.

Il suono della sveglia sorprende Galileo nel sonno più profondo e gli scaraventa addosso la sensazione sgradevole di una nascita prematura. Neppure l'idea del caffè lo salva dal disagio che serpeggia nella stanza e si trasmette agli oggetti che pure maneggia ogni giorno: la piccola caffettiera per uno e mezzo, il piezo a distanza della cucina elettronica, il pacchetto di sigarette abbandonato sul tavolo con una decina di accendini semi consumati. Solo il sussurro della caffettiera in ebollizione e l'aroma sincero che si espande come una pennellata di verde lo rimettono in sesto. Si rifugia di nuovo nel letto e richiude il libro posandolo sul comodino. Dopo il primo sorso il mondo comincia a tinteggiarsi di nuovo… quello strano mondo nuovo così simile a quello appena lasciato poche ore prima.
Accende il monitor panoramico di fronte al letto… i dati scorrono lentamente. Decollo perfetto, nessuna crisi di panico fra gli abitanti, anzi festeggiamenti e vino a fiumi, Narlikar euforico, messaggi di saluto, molta retorica, un po' di commozione; tutto questo mentre lui era immerso nella lettura e poi nel sonno.
Il trillo del telefono lo richiama alla realtà della giornata che lo attende:
"Dottor Fanti, le ricordo che l'assemblea è alle dieci in punto."
"Sarò puntualissimo, non si preoccupi signorina Stephanie."
Già l'assemblea, la prima riunione del cervello pensante della sua struttura, i compiti esaltanti che lo attendono, il fiore all'occhiello della spedizione. Galileo sorride fra sé, un po' compiaciuto, un po' ironico - come sempre.
La scelta dell'abito lo tiene davanti all'armadio in meditazione, ma il telefono squilla di nuovo:
"Auguri."
Galileo resta in silenzio quell'impercettibile frazione di secondo in più che rivela a chi ha chiamato di essere inaspettato e non riconosciuto e a chi riceve… quanto poco basti per sorprendersi distratto nell'ascoltare una voce che solo pochi mesi prima l'avrebbe fatto sussultare di gioia.
"Pensavo ti facesse piacere."
Il tono usato da Luce, nella sua replica al nano secondo di silenzio di troppo, accentua la frattura.
"A volte sei troppo tempestiva… mi stavo scegliendo l'abito."
"Buona fortuna allora e quando puoi chiamami."
L'armadio è ancora aperto davanti a lui e la scelta sembra quanto mai lontana… come le parole di Luce, che vanno a conficcarsi ovunque, come tanti piccoli dardi sparati a casaccio. É subentrato qualcosa di tagliente fra di loro, una metamorfosi del loro gioco di punzecchiarsi che di colpo diventa vero; non più gioco, dunque, ma muro e distanza, colori severi… come il completo blu scuro che gli cade addosso dall'armadio, come una premonizione. Galileo lo squadra e scuote il capo in segno di assenso.
La vestizione rapida riporta tutti i movimenti allineati sul regolo di una fretta tenuta sotto controllo.
Fuori ci sono già i giornalisti ad attenderlo; scattano i flash, i corridoi sono pieni di gente. Galileo, accompagnato dalla piccola folla, entra trionfalmente nella sala della conferenza quando tutti i suoi più stretti collaboratori sono già seduti al grande tavolo ovale; il suo sguardo professionale vola come un ampio ventaglio sulla scena, ma un segmento si ferma in un punto più del necessario… Diotima, peraltro, finge di leggere dei fogli. Un'occhiata all'orologio, le dieci meno cinque; ancora il tempo di un gesto con la mano, qualche flash e poi Galileo si accomoda sullo scranno dalle spalliere più alte, non proprio nel mezzo dell'ampio tavolo, ma un poco spostato e destra.
Signori e signore…