giovedì 19 febbraio 2009

Alessandro Carrera, scrittore e critico, sul caso Englaro

Alssandro Carrera, scrittore e critico, nonchè anglista e americanista, insegna da anni negli Usa all'Università di Huston.
Qusto intervento sul caso Englaro è per me uno dei più lucidi e appassionati che mi siano capitati di leggere in questi giorni. Perciò lo propongo.

Houston, 11 febbraio 2009

Un mio collega che segue le cose italiane mi ha chiesto di spiegargli che cosa significa per l’Italia la controversia intorno a Eluana Englaro (che in America ha fatto capolino anche su CNN). Senza pensarci, istintivamente, gli ho detto che per capire l’Italia di oggi deve pensare all’America coloniale, prima della dichiarazione d’indipendenza. Finché è durata la Prima Repubblica, la Democrazia Cristiana aveva un’importante funzione di mediazione tra il Vaticano e l’Italia. Venuta meno la DC la mediazione è saltata, e gli italiani si sono trovati esposti alla lotta che da allora, a Roma come nel resto d’Italia, si svolge tra due stati per il controllo dello stesso territorio. Il risultato è una situazione coloniale e una teocrazia imperfetta.
In una nota dello Zibaldone datata 1 dicembre 1825, Leopardi osserva che i romani e in generale gli italiani, per via del gran numero di papi non italiani che hanno avuto, sono l’unico popolo che non trova strano il fatto di essere comandato da un capo di stato straniero. Tale situazione di “pacifica e non cruenta schiavitù, e quasi conquista” (parole testuali) non solo è data per scontata, è anche obliata. Molti italiani non sanno affatto di vivere in una colonia e non in uno stato sovrano, che le curie vescovili agiscono sul loro territorio come agenzie coloniali, e che lo stato non è retto da governanti ma da governatori. Alcuni di questi governatori hanno mantenuto un certo grado di autonomia e infatti sono stati rimossi. Altri, come quello attualmente in carica, si vogliono distinguere per zelo e fanno di tutto per guadagnare crediti agli occhi del loro sovrano.
Che cosa vuole un potere coloniale? Riscuotere le tasse (l’otto per mille, pagato in anticipo dallo stato italiano, prima ancora di averlo incassato) e tener buoni i nativi. Non interviene a gestire la cosa pubblica. A tale scopo ha bisogno di una classe di colonizzatori collocati nei governi locali, nell’istruzione e nei media, e che avrebbero tutto da perdere se la popolazione locale alzasse la cresta e volesse prendere decisioni autonome. Non disponendo di un esercito, la potenza coloniale dalla quale l’Italia dipende fa di più e di meglio: sostenendo di essere l’unica istituzione in grado di interpretare il diritto naturale (ma se è naturale come può avere un solo interprete?) sottrae al popolo la possibilità di gestirsi come soggetto morale. Agli occhi di questo potere coloniale, la popolazione è fatta di indigeni senza autonomia decisionale e che devono essere guidati, premiati o castigati a seconda dei casi.
Vivo in America da ventun anni. Quando torno nel paese in cui sono nato, ogni volta che varco le porte di un’istituzione connessa alla gerarchia religiosa capisco di trovarmi di fronte all’unica classe dirigente che esista oggi in Italia. Sono svegli, colti, informati. Viaggiano, imparano, e hanno un’idea molto chiara dello scopo che perseguono. Tra loro vi sono serie differenze d’opinione, naturalmente, perché la Chiesa è una grande istituzione, tanto vasta al suo interno da poter essere reazionaria su alcuni punti e progressista su altri, nonché dotata, su alcune specifiche questioni, di maggiore buon senso dei governanti laici. Voglio solo far notare che questa classe dirigente, la sola attiva in Italia, non lavora per l’Italia ma per un altro stato, che i suoi rappresentanti sono agenti di una potenza straniera operante su un suolo colonizzato e che i funzionari indigeni, se in un momento di crisi devono scegliere tra la potenza coloniale e la colonia, sanno benissimo che la loro lealtà deve andare alla prima.
Le conseguenze di questa teocrazia imperfetta sono molteplici. Da un lato, la potenza coloniale costituita dal Vaticano, dalla CEI, dalla Compagnia delle Opere (stavo per dire la Compagnia delle Indie, ma del resto i gesuiti nel Settecento chiamavano le isole “le Indie d’Italia”) raccoglie tutti i benefici; dall’altro non si assume responsabilità spicciole. Non deve costruire ferrovie, risolvere crisi economiche o ripulire i cantieri dall’amianto. Questo è compito dei funzionari indigeni. Se falliscono, la colpa è interamente loro. La potenza coloniale aborrisce i dettagli, glielo impedisce la sua stessa superiorità morale. Molti studiosi della modernità, stranieri e non, osservano spesso che gli italiani non hanno ben chiaro che cosa sia la responsabilità individuale, e nemmeno di che natura sia il vincolo che lega il cittadino alla legge. Ma nessuno può crescere come soggetto morale e giuridico se ogni giorno constata che nemmeno i governanti da lui eletti sono padroni in casa propria, e che l’ultima autorità non risiede presso di loro, bensì presso i rappresentanti di uno stato straniero che lui non ha eletto e non avrebbe potere di eleggere.
La situazione di teocrazia imperfetta toglie agli italiani la dignità di decidere e quindi anche di sbagliare, affrontando da adulti le conseguenze delle proprie decisioni. Agli occhi della gerarchia coloniale gli italiani sono dei Renzo Tramaglino, tanto bravi e un poco sciocchi, e se non interviene Fra’ Cristoforo a dirgli che cosa devono fare non ne combinano una giusta.
Finché gli italiani non si renderanno conto di essere colonizzati non avranno nessuna speranza di diventare adulti. E nulla cambierà finché non verrà sottoscritta una Dichiarazione d’Indipendenza del Popolo Italiano. Che potrebbe cominciare ispirandosi a quella stesa da Thomas Jefferson: “Quando nel corso degli eventi umani diventa necessario per un popolo dissolvere i legami politici che l’hanno legato a un altro e assumere, tra le potenze della terra, lo statuto separato e uguale al quale le leggi della natura e divine gli danno diritto...”. Gli italiani potranno allora ascoltare quello che i loro funzionari ex-coloniali hanno da dire, e potranno loro rispondere: “Grazie, terremo conto del vostro parere, ma siamo indipendenti, siamo un’altra nazione”.
È difficile per due nazioni condividere lo stesso territorio, ma una nazione è formata dai suoi cittadini e dalle sue leggi, non dai suoi chilometri quadrati. E siccome la strada verso l’indipendenza sarà lunga e faticosa, intanto è bene che la Dichiarazione d’Indipendenza venga sottoscritta interiormente, cittadino per cittadino, che si faccia ricorso ad essa ogni volta che si tratta di prendere decisioni difficili, e che in ogni momento della giornata venga sempre tenuta in mente, stampata a caratteri d’oro, costi quello che costi.

Alessandro Carrera
University of Houston

venerdì 6 febbraio 2009

Agenda di scrittore: romanzo

4 Agosto. Nulla di importante.

5 Agosto. Dopo una giornata memorabile c’è sempre bisogno di una sosta. Ieri sera a tavola, tutti insieme, le parole tessevano una tela invisibile e calda dentro cui ciascuno si sentiva a proprio agio. Sì!, questi eventi di parole sono quanto di meglio ci si possa augurare nella vita, lasciano i segni più duraturi e autentici perché sono scritti sulla nostra pelle.

6 Agosto. Sono partiti in molti, altri ne arriveranno a giorni, l'estate si è adagiata nella sua molle e statica continuità, l'inerzia avvolge i pensieri e gli alberi; persino il mare. A sera una nebbia sottile vela i tramonti, insinua un dubbio.

8 Agosto. Le domeniche sono giorni a sé, anche d'estate; le spiagge si riempiono di turisti occasionali, le automobili aumentano, i musei sono troppo frequentati; improvvisamente, come un segnale di guerra, la domenica scandisce il ricordo di ciò che ci attende domani, quando ritornando a casa...

9 Agosto. Ho letto tutto il giorno: Stevens, Walcott, D’Arrigo, alcuni manoscritti.

10 Agosto. Un nuovo capitolo comincia a delinearsi quando minuscoli segnali a sé stanti iniziano a muoversi in modo coordinato; prendono cioè una forma. Non importa quale, tanto le forme sono in numero assai minore di quello che siamo portati a credere. Una forma, per quanto sia diversa da un'altra, deve produrre comunque qualcosa che si regge in piedi per forza propria; perciò è inevitabile che alcune strutture portanti siano molto simili. L'isomorfismo è l'ovvia conseguenza di una sostanziale mancanza di fantasia del concreto, anche quando esso si manifesta nelle fogge più gratuite dell'espressione artistica. Anche per questo l’originalità è un bene raro cui non bisogna far caso e che non va ricercato; spesso chi pretende a tutti i costi l’originalità alla fine trova soltanto espedienti.

14 Agosto. Il sole cala già prima, la nebbiolina è diventata più fitta e dietro l'Elba c’è sempre una nube che taglia il disco a piccole fette, tanto da assimilarlo a Giove e talvolta a Saturno; infine gli anelli si sciolgono come un gelato lasciato troppo a lungo al caldo. È allora che ritornano i cavalli sulla spiaggia, inseguiti dallo sguardo attento e impaurito dei cani che vorrebbero muoversi, ma ne hanno paura. Il buio cala del tutto mentre iniziamo a mangiare e la musica si diffonde sulla spiaggia; soltanto allora è possibile vedere, in lontananza altri fuochi e altre luci. Proprio allora, guardando come sempre la scia di un aereo che taglia la spiaggia nella sua rotta verso il nord una grande stella cadente è comparsa nel cielo, fuori tempo, oltre il limite che il mito ha assegnato alle stelle per cadere. Mi è sembrata lunghissima, portatrice di luce nella stagione che declina; l’originalità è sempre uno scarto minimo che sporge il proprio capo dal cuore della ripetizione.

15 Agosto. Il nuovo capitolo è un ragazzino robusto che scalpita!

18 Agosto. Nulla di importante.

19 Agosto. Ci vuole anche un giornalista, un altro dico. Uno non basta, bisogna che introduca un altro sguardo; in fondo il romanzo moderno non è altro che una moltiplicazione di sguardi. Non è lo specchio infranto la vera novità, ma l'infinità
di punti di vista, che corrisponde all'amplificazione delle culture e alla possibilità di traduzione reciproca. Soltanto Pessoa è stato capace di intravedere una possibilità diversa rispetto a quella della frammentazione. Il soggetto può moltiplicarsi invece che frammentarsi, dare vita a una proliferazione di punti di vista diversi che egli incarnò in modo così geniale nei suoi eteronimi e in se stesso ortonimo.

20 Agosto. Oltre a un giornalista bisogna che risolva meglio la questione degli animali; l'accenno iniziale era necessario per i suoi intenti allegorici, ma non ci si può fermare lì.

22 Agosto. Ho ripreso a leggere il libro di Graves sui miti; sicuramente qualche greco si sarà occupato di questa storia degli animali.

23 Agosto. Anche i virus sono un problema; vano trattati come animali oppure no? Qui nemmeno i greci mi possono aiutare, bisogna che faccia tutto da solo… e se non sbaglio mi ero già posto questo problema, ma senza risolverlo.

24 Agosto. Portare soltanto le specie in via di estinzione? Troppo tardi ormai, ma la soluzione era forse davvero questa.

25 Agosto. L'estate ormai volge e si avvita intorno a una continua ripetizione, subentra la stanchezza, il copione diventa noioso; ma quel leccio che segnalava in cambio di stagione ora non c'è più...

8 Settembre. È stata una giornata molto confusa, contrassegnata da movimenti contraddittori che si elidevano l'un l'altro; sembrava quasi di assistere ad una gag in cui ognuno degli attori si muoveva nelle direzioni più diverse ma poi tutti passavano più o meno negli stessi punti senza sospettare l'uno dell'altro. La comicità è una serie di equivoci concatenati e finiti; la complessità, probabilmente, altro non è se non una serie infinita di equivoci.

9 Settembre. Nulla di importante.

10 Settembre. Una lettura pubblica è un evento da preparare con grande rigore. Un tempo pensavo che la poesia fosse soltanto per la lettura solitaria, poi il mio punto di vista è cambiato radicalmente e oggi so che lettura pubblica e libro sono due forze di uguale potenza che devono fronteggiarsi e declinarsi in ognuno di noi. La poesia nacque come oralità allo stato puro, genere prima di altri generi; il racconto orale come diciamo noi è una definizione fuorviante perché quel racconto orale aveva una metro e una misura poetiche, non era un racconto come noi lo intendiamo modernamente.

14 Ottobre. Bombe ovunque, violenze ovunque, ci risiamo; il tempo non passa sembra essersi incistato in un campo magnetico della storia dove tutto viene ripetuto all'infinito. Un velo di tristezza s'impadronisce di tutto, si attacca anche a quello che sto scrivendo. C'è una barriera insuperabile da parte della scrittura; ed è il muro della realtà. Sappiamo bene che fra il nome è la cosa la distanza non è del tutto superabile e che se dovessimo dare una definizione di realtà non potremmo aspettarci di essere presi sul serio. Eppure ciò che ci costringe al silenzio non è semplice impotenza; un pensiero del genere sottintenderebbe una convinzione di onnipotenza, come se tutto fosse nelle nostre mani e dipendesse da noi. La realtà non può essere nominata perché il linguaggio è un sistema parallelo ma minore rispetto ad essa. Perciò essa ogni tanto si fa sentire e ci costringe a un felice silenzio, con buona pace di chi pensa che noi abitiamo il linguaggio. Che me ne faccio della mia lettura, quando le vite volano come foglie che ti cadono addosso sanguinanti?

15 Ottobre. La precarietà domina questi giorni, ma ci si scopre anche meno soli. Certi fili si riannodano, altri si consolidano, si moltiplicano i gesti di solidarietà, s’avverte un bisogno di distinzione e riconoscimento; altri fili invece si allentano, altri si allenteranno, tutte le relazioni vengono passate al setaccio. Vivere, in alcuni momenti, è l'esatto contrario di scrivere; eppure una soluzione che armonizzi quest due necessità va cercata, non vi si può rinunciare. Nell'opera possono affollarsi tanti personaggi, un mondo intero; ma l'esercizio di chi dà vita a questo mondo è solitario e richiede distanza aristocratica, ripiegamento, fastidio per ogni rumore. Gli altri devono scomparire, non devono esserci più, ma non soltanto nella disponibilità e nello spazio che occupano nei nostri pensieri; devono proprio scomparire, essere lontani nel momento in cui si scrive, non essere presenti con i loro corpi oltre che con la loro immagine. Solo così possono rinascere in altre forme, popolare la pagina o travasarsi dentro di noi e trasformarsi. Perciò la scrittura non può essere, neppure nel giornalista più attento, restituzione in diretta di ciò che avviene.

16 Ottobre. Quando la realtà entra dentro di noi e squassa ogni nervo e batte sulle ossa come un martello spietato, si ripropone il vecchio dilemma: fare finta di niente oppure smettere di scrivere e fare altro? Dire che non è possibile restituire il senso del presente in diretta, ha implicazioni serie. Qualsiasi scrittura serve sempre dopo perché l'urto stesso degli eventi fa sì che quella parola non possa essere udita in quel momento. Il Diario di Anna Frank non servì allora ma successivamente; certo la scrittura avrà tenuto almeno in parte compagnia a lei, alla povera Anna, ma questo è un altro discorso. Non rimangono che due strade in apparenza: fare finta di nulla e perseguire fino in fondo e con rigore il proprio progetto di scrittura a dispetto di ogni cosa e di ogni accadimento, fino alla dimenticanza di sé in questo; oppure smettere e fare altro. Forse c'è una terza strada non mediana: vivere consapevolmente finché se né capaci una scissione, una contraddizione senza pretese di onnipotenza e dunque senza ridurre ciò che riducibile non è; senza eliminare nessuno dei due corni, ma rifiutando anche situazioni in cui l'oblio cade dall'una o dall'altra parte. Finché si può.

20 Ottobre. L'arte è una sorta di mondo parallelo all'altro, dentro il quale valgono regole non molto diverse da quelle che presiedono l'altro mondo; e chi, nell'altro mondo, è poco sensibile a problemi concreti di libertà, lo sarà anche nei confronti di quel delicato problema che tocca i rapporti fra gli scrittori e la società; chi non è solidale con gli esseri umani non lo sarà neppure con i libri e i loro autori. Vi saranno sempre opere ritenute incompatibili con l'ordine esistente ed è sciocca la rimostranza degli scrittori che protestano affermando che si tratta di un equivoco; sono gli stessi che poi, in altre sedi, ci tengono a sottolineare che l'arte è sempre eversiva. Se é vero, perché il potere non dovrebbe occuparsene? Oppure non è vero e chi fa certe affermazioni le fa convinto di usare una metafora; ma si dimentica che il linguaggio del potere, di qualsiasi potere, anche del potere più democratico, non è mai metaforico.

23 Ottobre. La libertà d'espressione è diventata maschera grottesca e un'ideologia. E non potrebbe essere altrimenti in un contesto (parlo della cultura occidentale), in cui tutto scorre indifferenziato e inanimato e in questo tutto inanimato tutto può scorrere con la massima libertà perché scorre nell'indifferenza. D'altro canto, la repressione degli intellettuali e degli artisti non è affatto scomparsa e convive perfettamente con un eccesso di libertà perché è delegata a livello sociale e non politico, rendendosi così meno riconoscibile. Persino una mediocre scrittrice come Lara Cardella dovette, alcuni anni fa, fare i conti con la censura da parte della cosiddetta 'gente' (questa categoria mostruosa e rivoltante) che tentò di linciarla direttamente sul posto per il solo fatto di avere scritto un mediocre libretto su una provincia italiana mediocre. Sottratta al linciaggio, poi, la Cardella fu immessa con nonchalance in un altro circuito: quello dell'eccesso di libertà, lontano naturalmente dalla sua provincia che lei non voleva affatto riscattare ma dalla quale voleva semplicemente allontanarsi. Chiarito l'equivoco i suoi paesani sono passati dal linciaggio alla scrollata di spalle e a lei sono cominciati ad arrivare i riconoscimenti, i contratti, i films, ecc. ecc. A pochi anni di distanza lo stesso rito si ripete semplificando i passaggi: ai Cento colpi di spazzola si risparmia lo scandalo e si passa direttamente al business. Hanno vinto la libertà d'espressione e le ragioni della 'cultura'! In realtà il vincitore è un meccanismo che delega alla brutalità sociale immediata di preselezionare e inibire e al potere lontano di salvare, in nome di un principio liberale; in sostanza libertà e oppressione, omologazione e diversità stanno tutte nella stessa mano: i cento colpi di spazzola c'insegnano che la cosiddetta società civile ha imparato il karaoke.

25 Ottobre. Tutto il giorno in telefonate.