martedì 24 marzo 2009

Agenda di scrittore: romanzo

3 Gennaio. Il cielo è carico di neve repressa, livida; dalla finestra il grigio scende così a fondo che si mescola all'asfalto e il colore uniforme si spalma come un lago che lentamente tracima. In alto in alto, un sole strozzato manda flebili grida di luce.

6 Gennaio. Mi sono alzato tardi e la giornata se ne è andata più velocemente dei miei propositi; a sera faceva molto freddo in casa.

7 Gennaio. Brecht diceva 'beato quel popolo che non ha bisogno di eroi'… non so se ripeterebbe tale sentenza se fosse oggi in mezzo a noi, qui nell'Italia e nell'Europa di oggi. Quando lo disse il mondo era già in fiamme o lo sarebbe stato entro poco tempo; in molti sarebbero stati costretti a essere eroi e la sua frase parve un suggestivo contrappunto ai tempi. Oggi non lo sarebbe più; l'eroismo è la punta estrema di una tensione etica esistente, di un fuoco che può bruciare più o meno impetuoso ma che brucia; l'Europa odierna e la miserabile Italia dei nostri giorni muoiono di una gelida e livida assenza di qualsiasi tensione. Non ci sono più eroi, non c'è più eroismo perché è la nostra vita sociale vicina allo zero termico assoluto.

9 Gennaio. La mattina ho letto; il pomeriggio meditato... ma non troppo; questa sera è prevista una cena con amici, parleremo stancamente di questa deriva che ci attanaglia lentamente.

13 Gennaio. Ho meditato a lungo.

14 Gennaio. Sono sicuro di concludere oggi la lettura. Mi prende quella particolare stanchezza che precede il momento in cui qualcosa sta per finire. Leggo con minore intensità, mi alzo più frequentemente dal tavolo, giro per la casa.

15 Gennaio. Ho acceso il forno della scrittura; anche questo è un resistere ai tempi? Lo pensavo, oggi… non so.

16 Gennaio. Si parte sempre per questo… perché non si ha più speranza, solo che ci sono momenti della storia in cui partire ha ancora un senso perverso di propulsione positiva, almeno nel senso che le energie che fuggono seminano altri mondi, lasciano semi sui campi decotti delle civiltà morenti… È questo che fece partire i due fratelli, oggi si parte per necessità, quasi presi alla gola dalla storia…

17 Gennaio. Ho atteso per tutta la mattinata d’iniziare a scrivere qualcosa, ma non ci sono riuscito. Il video si riempiva di parole che non appartenevano a me e neppure ai personaggi che avevo in mente; sembravano emergere in superficie da un luogo dislocato fuori di me ma non dove la mia immaginazione avrebbe voluto collocarle; mi sembravano atolli alla deriva. Tutto assomiglia ai tempi che viviamo.

19 Gennaio. Nulla di importante.

20 Gennaio. La mia testa è disperatamente vuota; l'immagine stessa del forno acceso mi dà fastidio. Cosa significa assumersi la responsabilità dei tempi? Freud afferma che siamo responsabili dei nostri sogni, se non altro perché siamo noi ad averli fatti. È una constatazione banale dalle molte implicazioni. Una però mi sembra irrevocabile: se anche non lo fossimo con la giustificazione che il sogno non essendo cosciente non appartiene all'io (affermazione che qualsiasi psicanalista e non solo demolirebbe in pochi minuti), tutto ciò che facciamo in stato di coscienza implica la nostra responsabilità. É così ampio il campo che basterebbe e avanzerebbe anche! Se poi siamo pure responsabili dei nostri sogni…

26 gennaio. Ho letto tutta la giornata.

27 Gennaio. Frugando fra le videocassette mi ha incuriosito un documentario RAI sulla Rivoluzione Bolscevica.

9 Febbraio. Dal piccolo crogiolo di ieri è emerso un altro capitolo; non ne sono del tutto soddisfatto, ma non importa, ciò che conta a volte a fare dei piccoli passi avanti, distillare dalla mano, nella poca acqua che si ha a disposizione in un deserto senza scampo, l'esile filo d'erba di una nuova creazione.

domenica 15 marzo 2009

Una riflessione sulla scrittura oggi

ETICA DELLA SCRITTURA NELLA SOCIETÀ NARCISISTA.

Di Franco Romanò

C’è un passaggio importante, nella prolusione di Le Cleziò in occasione del conferimento del Nobel per la letteratura. Essa suona così: "scrivere significa non agire". Un’affermazione così perentoria escluderebbe dal campo della letteratura qualsiasi riferimento all’etica che per sua natura rimanda anche a comportamenti, prese di posizione e azioni.
È evidente che se s’intende in senso stretto l'atto dello scrivere, si tratta certamente di un esercizio solitario, silenzioso, dal movimento assai contenuto: far scorrere la mano su un foglio di carta, pigiare un tasto ecc. Nell'ipotesi più generosa possiamo estendere tali movimenti a un giro intorno alla stanza, al farsi un caffè mentre si sta meditando per poi tornare a scrivere.
Se s’intende invece ciò che avviene dopo che un testo ha lasciato il suo autore e inizia ad andare per il mondo con le proprie gambe, allora bisogna dire che gli esempi scelti dallo scrittore francese sembrano suggerire che la letteratura è in realtà una potente suscitatrice di azioni, oppure di sentimenti che a loro volta daranno luogo ad azioni, anche se esse potranno avere segni imprevedibili e addirittura opposti in soggetti o ambienti culturali diversi.
Il famigerato La capanna dello zio Tom (scelto da Le Cleziò, fra i suoi esempi), è un libro abbastanza noioso e quasi illeggibile nella sua edizione completa; ciononostante è stato per coloro che appartengono alla mia generazione, un potente strumento di formazione di una cultura anti razzista, anche perché fummo fortunati nel leggerlo nella versione ridotta per bambini e adolescenti; versione che giova certamente al libro! Ai giovani di oggi, invece, penso che questo libro non sia in grado di suscitare alcunché: anzi, dopo che i testi dei poeti, degli scrittori e dei saggisti afro-statunitensi degli anni ‘60 sono stati tradotti anche in Italia, si è capito che per loro, zio Tom era un appellativo addirittura insultante, significando il nero acquiescente, sottomesso, con il cappello in mano e pronto a inchinarsi al bianco. Molte azioni dei neri americani furono ispirate proprio dalla ripulsa di un romanzo che per noi qui era additato ad esempio di cultura antirazzista! Le bagatelle per un massacro di Céline, d’altro canto, con il loro esibito a radicale antisemitismo avranno rafforzato alcuni nelle loro convinzioni razziste, ma spinto altri al polo opposto.
Cosa può significare tutto questo? In prima istanza che la letteratura non ha alcuna etica in sé, che non deve rispondere di nulla e che se suscita azioni di qualunque tipo, esse non hanno che un rapporto labilissimo con il testo che le ha suscitate. Tuttavia la cosa non è così semplice, perché se lo fosse non si capirebbe perché mai tutti i poteri religiosi e politici, in tutte le epoche, si sono interessate fin troppo da vicino alle opere artistiche e agli artisti; tanto da mettere in campo potenti strumenti di censura, controllo e molto di più. Questo significa che l’opera d’arte e gli artisti sono stati portatori di un’etica che è difficile da definire (e che forse non si può definire) ma che è certamente in contrasto con quella di cui sono espressione altri poteri; il che significa che un potere ce l’ha eccome! Il che a sua volta non significa dire che il suo potere sia per definizione migliore degli altri. Sostenere questo vorrebbe dire cedere a una visione titanica dell’artista, al di sopra di ogni cosa e di ogni morale che è semplicemente un delirio romantico-narcisista; a parte la considerazione assai attuale, che il potere culturale è oggi ben più pericoloso di quello politico per uno scrittore.
La rivendicazione della libertà d’espressione e ricerca (e quindi il conseguente rifiuto di ogni censura) come unico criterio etico di riferimento per scrittori e artisti, è sembrato dal 1700 in poi l’unica bussola da usare.
La domanda che si pone agli scrittori e anche ai poeti nella società occidentale di oggi è però questa: oggi la letteratura possiede ancora questa capacità di rappresentare un potere altro? Dal momento che la cultura di massa ha dato a una moltitudine sempre crescente la possibilità di esprimersi artisticamente senza rischio alcuno (specialmente nel campo della scrittura letteraria e salvo rare eccezioni), il principio della libertà d’espressione è diventato una moneta assai inflazionata perché a essa non corrisponde più il valore reale di opposizione che aveva. Si è più liberi di esprimersi, ma questo interessa sempre meno il potere, ma anche il pubblico, che si dedica ben più volentieri alla letteratura d’intrattenimento e allo spettacolo, perché ciò che conta maggiormente oggi è di potersi rispecchiare in qualcosa: la grande massa lo fa tramite il mezzo televisivo, la comunità degli intellettuali e degli artisti tramite il rispecchiarsi reciproco all’interno di una moltitudine di solitudini. Anche per questo prevalgono strumenti di divulgazione e comunicazione (mi riferisco alle riviste su carta in particolare, ma non solo), che sono grandi o piccoli contenitori, i quali, lungi dall’essere un esempio di libertà d’espressione e sodalizi basati su un intento comune, sono in realtà piccoli o grandi supermercati culturali, dove ciascuno può lasciare o prendere (a seconda che sia di volta in volta pubblico o scrivente) ciò che gli serve, nell’indifferenza di ciò che sta a fianco sullo stesso scaffale. Del resto avviene così anche nelle librerie, dove, sotto la voce poesia si possono trovare l’uno accanto all’altro un’antologia di Seferis e Poetastro di Michele Serra. Questo trionfo della democrazia e della libertà avviene all’insegna del tutto indifferenziato: se nel socialismo reale tutti dovevano indossare camicie dello stesso colore, nella società occidentale odierna sono i prodotti culturali ad avere tutti lo stesso colore!
Il principio della libertà d’espressione, affidato individualmente all’artista in quanto singolo, porta al suo svilimento progressivo. Quando nacque era necessario e sufficiente in quanto introduceva un principio di verticalità rispetto all’orizzontalità di poteri assolutisti: intellettuali e artisti erano i rappresentanti della Libertà come principio e il pubblico sarebbe stato il loro committente. Oggi possiamo dire che il pubblico può essere anche molto peggio del principe e che scrittori e artisti incarnano il principio della libertà d’espressione limitatamente a ciò che individualmente portano nel grande mercato dell’industria culturale consumistica, indifferenziata e specchio della società dell’apparenza (o narcisista), che lo produce.
Come uscirne? Coltivando una marginalità consapevole, che, prima di tutto, non riproduca in piccolo gli stessi meccanismi del consumismo culturale. Per cominciare a farlo credo sia necessario che le aggregazioni nascano su idee forti e prospettive profondamente condivise, basate cioè sulla differenza riconoscibile. Per fare questo, a mio giudizio, occorre anche sfatare il mito del confronto orizzontale come valore in sé, dove opinioni diversissime coesistono nello stesso ambito ma in realtà non si confrontano affatto; piuttosto vengono allineate una accanto alle altre come in una passerella.

lunedì 9 marzo 2009

Agenda di scrittore: capitolo quinto

Capitolo quinto.

“Mi sento frastornato; quando si parlò per la prima volta della spedizione sperai di essere io a dirigere la Terza Struttura; ma ormai non me lo aspettavo più.”
“La Struttura più importante della spedizione.” Luce guardava Galileo socchiudendo gli occhi.
“Andiamo a casa mia, ho voglia di brindare ancora, ma non qui, e poi vorrei che tu mi dessi qualche consiglio.”
“Su che?”
“Non lo immagini? La scelta dei collaboratori per esempio, la squadra di comando
insomma...”
“Quando partiremo?”
“Non lo so precisamente, la decisione spetta a Narlikar, è lui il capo spedizione, tuttavia parlandone con Freedman, che fa parte del comando supremo, si é lasciato sfuggire che partiremo entro un mese.”
“Hai ancora molto da fare e preparare?"
“Oh no, se è per questo potrei partire domani...”
“E il laboratorio?”
“Ho già trasferito tutto nel file di bordo; lascerò la casa ad Omar.”
"Pensi sempre a tutto, non ti sfugge niente… eh, la tua ansia di controllo… e poi parti per un viaggio così…"
"Partiamo…"
"Mai dai, non prendermi così sul serio! Ti sei offeso? Sei permaloso come tutti capricorni!"
Galileo la guarda, sorridendo o almeno sforzandosi di farlo, ma proprio non gli riesce; così che il volto, nello sforzo di ridere diventa ancora più rigido, il che scatena di nuovo il riso irrefrenabile di Luce, in una reazione a catena di coriandoli svolazzanti intorno al nucleo irriducibile della loro diversità. Solo la vista del quadrante che indica l'ingresso della villa e il lampeggiatore rosso che fora la nebbia giallastra spazza via la nuvola di equivoci.

Agenda si scrittore: due nuove puntate di cui la prima è un nuovo capitolo

1 Novembre. La pratica del principio della libertà d'espressione implicherebbe ben altra misura da parte degli intellettuali, ma la scena è occupata dai massmedia che distolgono dall'impegno riflessivo e suggeriscono che si può saltare da un argomento all'altro, da un fatto all'altro con superficialità e allegria; basta premere il telecomando. Ma difendersi cosa vuole dire? Forse appoggiare incondizionatamente l'universo mondo delle lettere? Occorre prima di tutto accettare il fatto che i conflitti non possono non riguardare anche i libri, che ogni conflitto è una battaglia combattuta anche dai libri, da certi contro certi altri; dunque che una difesa della corporazione in nome della resistenza al 'nemico' televisivo, nasconde la necessità della battaglia culturale e la travisa facendola diventare una lotta fra corporazioni: quella dei mass media audiovisivi, quella della parola scritta. Una battaglia del genere diventa per forza di cose un balletto elegante, regolato da procedimenti precisi; il dibattito deve contenersi entro certi limiti, la polemica deve sempre partire dalla considerazione che si tratta di un confronto fra 'pari' nel senso dell'appartenenza alla stessa classe di nobiltà. Non esiste solo una corporazione accademica e letteraria che impone il rispetto del ruolo dell’avversario; esiste anche una corporazione dei libri nella quale non è ammesso il conflitto. Perciò quando un libro vìola di fatto la consegna dell'indifferenza nei confronti del mondo ecco che, come nella famosa libreria di Kien, il protagonista di Autodafè, i libri si voltano dall'altra parte per difendersi e non vedere. E insieme al libro viene cancellato il suo autore, confuso con l'io letterario nel testo e dunque scambiato per una convenzione su cui disputare. É illusorio pensare che vi sia uno spazio - quello della cosiddetta cultura letteraria - che sia di per sé risparmiato in nome di principi quali la Tolleranza, la Libertà di Pensiero e Cultura o Espressione. Questa pratica svilisce i principi che dice di voler difendere e li degrada a una sorta di elogio e pratica dell'indifferenza. Perciò li consuma ed essi puntualmente, come accade oggi, mostrano la corda. È un pezzo di quello che abbiamo ritenuto il moderno positivo che se ne va.

10 Novembre. Accade talvolta nello scrivere che una voce rifiutata nel testo ci prenda per mano nel vivere e ci guidi come un demone cieco portandosi dietro tutte le tragedie di un testo immaginario. Il pianto, allora, invece di liberarsi in parole, imprigiona i nostri gesti quotidiani trasformandoli in rabbia e le parole, invece di disporsi ordinatamente sulla carta, si trasformano e si dirigono come lame taglianti verso chi ci è più vicino. Accade talvolta che i gesti, le parole, i pianti, le brillanti trovate si dispongano ordinatamente in un testo e noi rimaniamo soli e soli rimangono coloro che sono con noi. Altre volte i gesti, le parole, i pianti si muovono da soli senza che noi sappiamo dove prima o poi andranno a depositarsi.

11 Novembre. Mi è parso di scorgere, oggi, verso mezzogiorno, il volto odierno del nazismo: televisione, più guerra chirurgica, più laisser faire sociale.

15 Novembre. Ho visto un film bellissimo. Telleyrand e Fouchet a cena insieme, alla vigilia del Congresso di Vienna, cercano di mettere a punto una strategia per separare i destini della Francia da quelli di Napoleone Bonaparte.

20 Novembre. Si sarà riunito qualcuno a Mosca, la notte prima dello scioglimento dell'Urss, per cercare di separare la sorte di Gorbaciov e quella della stessa Unione, dalle sorti della sterminata 'nazione proletaria?' É una domanda che non vuole ovviamente una risposta perché essa é scontata; eppure vi sono molti punti in comune fra le due vicende. Ma nell'immaginario collettivo, anche in quello di coloro che hanno dichiarato pubblicamente per anni la loro scelta internazionalista, la Francia e la Russia esistono, mentre la nazione proletaria non esiste. É esistita come utopia, più brevemente come utopia realizzata, poi come utopia sconfitta: una parabola non dissimile da quella vissuta dai rivoluzionari francesi. Eppure in quel momento nessuno avrà avvertito là, a Mosca, alcuna responsabilità verso i figli del mondo, mentre non sarebbe neppure concepibile che in quell'altro momento Telleyrand e Fouchet non avessero pensato ai figli di Francia. In questa piccola differenza sta la chiusura di una parentesi e la voragine che si è aperta dopo il secondo '89.

21 Novembre. Forse, la notte precedente la presa del Palazzo d'Inverno, mentre Lenin parlava allo Smolny, qualcuno si sarà riunito da qualche parte per decidere come allungare la vita all'Impero di Pietro il Grande… ma anche loro, se mai sono esistiti, sono stati sconfitti.

28 Novembre. Vi sono domande che non chiedono risposte, ma che aspirano semplicemente a rimanere tali e che solo come tali possono dire qualcosa. Freud inseguì a lungo le risposte ai quesiti che l'arte gli poneva, la poesia in particolare, e nel tentativo di rispondere a questi quesiti inventò alcune straordinarie narrazioni (la Gradiva), ma cadde anche in alcuni tombini come il vecchio Talete (i saggi su Leonardo). Poi scrisse un saggio dal titolo Il poeta e la fantasia, un testo falsamente ingenuo nel quale Freud finalmente si arrendeva. Aveva capito che vi sono domande che sfidano qualsiasi risposta ma che, ciononostante, hanno valore in sé e un valore grandissimo.

2 Dicembre. Non tutte le domande che non possono avere risposta hanno grande valore: spesso si tratta semplicemente di domande cretine.

8 Dicembre. Fino a pochi anni fa la pratica di scendere o salire dagli autobus o dai tram da tutte le porte era diffusa soltanto fra alcuni ragazzi e ragazze delle scuole medie superiori; poi furono i giovani immigrati a seguirli, specialmente se in gruppo. Ora é una pratica diffusissima alla quale si abbandonano anziane signore, giovani, vecchi e uomini di mezza età, in modo spesso aggressivo perché bisogna cogliere di sorpresa ed anticipare coloro che intendono usare le porte nel modo appropriato. Passato un po’ di tempo, comunque, tutti si sono adeguati alla situazione in modo flessibile: cioè secondo il rapporto di forza numerico fra chi sale e chi scende. Tranne casi particolari (in metropolitana, per esempio, dove chi non lascia scendere prima di salire viene travolto fisicamente), sono tutti piuttosto bravi nel capire a volo quel che conviene fare.

10 Dicembre. Nulla d'importante.

18 Dicembre. La violazione di piccole regole non é mai disgiunta dalla violazione di grandi regole. In entrambi i casi avviene che la società civile si sta appropriando di pezzi o pezzettini di funzioni normalmente delegate allo stato, alle istituzioni locali, alle leggi, ai regolamenti al semplice buon senso consuetudinario in nome del quale non si attraversa il semaforo con il rosso e non si percorre un senso unico nella direzione opposta. Tutto questo, invece, oggi accade in una misura ampia, dilagante.

20 Dicembre. Lo stato/nazione é in crisi un po' dappertutto, sottoposto a due assalti convergenti in un unico punto. Il primo assalto viene dal 'mondo dell'economia' un eufemismo per indicare il processo di 'mondializzazione'. L'internazionalizzazione del capitale finanziario (che è una tendenza naturale e spontanea del modo di produzione capitalistico), travolge i vecchi vincoli statali che offrono minori o maggiori resistenze a seconda dei casi. Il secondo assalto viene dalla società civile e si manifesta in un impasto di barbarie spicciola, piccola e grande violazione di regole, autogestione criminale di pezzi di società, di città, di territorio: a Los Angeles come a Palermo, ad Algeri come a Milano. Talvolta questi comportamenti assumono forma politica, traducendosi in linguaggi etnico/tribali, localistici, di clan, di lega, di ronda e addirittura di muta di lupi aizzata dalla propria demenza.