mercoledì 29 aprile 2009

William Shakespeare

Nel sito LETTERATITUDINE curato da Massimo Maugeri, c'è un interessantissimo dibattito su Shakespeare, le sue opere ma anche i misteri sulla sua origine.
Mi sembra assai interessante.

sabato 11 aprile 2009

Agenda di scrittore: Capitolo sesto

Capitolo sesto.

Arrivati a Genova e sbrigate con facilità la pratiche di sbarco e stivaggio delle merci, i due giovani pensarono bene di cacciarsi nei guai; succede quando si è inesperti o ci si crede troppo esperti, oppure si pensa che un viaggio in solitudine sia la stessa cosa di un viaggio con un buon equipaggio collaudato e con un padre capace di risolvere ogni problema senza lasciare neppure intendere che problemi vi siano. Tuttavia, a loro discolpa, occorre dire che il caso, in parte, ebbe i suoi torti; ma che il torto maggiore era da attribuirsi a qualcosa che cercheremo, per quanto è possibile farlo, di spiegare nel prosieguo di questa nostra narrazione.
Bisogna che il lettore sappia che il 1528 fu per Genova un anno particolare; e questo i nostri due eroi non lo sapevano, né alcun altro li aveva avvertiti dell’occorrenza. E gli anni particolari nella vita di una città o di un regno oppure di un principato, sono spesso anni di turbolenza, nemici della gente comune, che ha altro cui pensare. Si aggiunga a tutto questo un caso ancor più funesto: che tutte le terre, e i regni, e i principati attraversavano un periodo particolare (ed il lettore avrà già compreso cosa intendiamo dire con questo).
La città era ricca, il suo porto fra i più fiorenti e orgogliosi dei suoi traffici, la sua gente indaffarata; per questo Genova suscitava appetiti e oscillava sospinta dalle correnti che partivano da punti diversi e soffiavano in direzioni opposte fra di loro: chi la voleva con il Papa, chi la voleva coi francesi, chi con gli spagnoli.
I genovesi aspiravano a rimanere soli, ma si sa che i terremoti s’inghiottono per prime le terre che stanno a ridosso degli urti. Questo era il destino della città, ma tali destini si conoscono sempre dopo e non quando tutto sembra muoversi spinto dal caso.
Proprio nei mesi in cui i nostri eroi attraccavano in città i venti che sconvolgevano Genova erano in parte francesi e in parte spagnoli (come avveniva ormai da un po’ di tempo a quella parte) e un buon uomo genovese, tale Andrea Doria, si dava da fare per tenere la navicella nella rotta, appoggiandosi una volta all’uno e una volta all’altro. In quel mese di marzo, il vento più forte veniva dalla Francia e non vi sapremmo dire esattamente perché. Non che mancassero motivi d’odio nei confronti degli spagnoli: era ancora vivo il ricordo dell’ultima conquista avvenuta pochi anni prima, quando le truppe del Re iberico con la complicità (almeno così si mormorava) dei Nobili Vecchi avevano razziato, ucciso e saccheggiato. Genova non aveva dimenticato ma non sperava dai francesi più di quanto non potesse sperare dagli spagnoli; e poi saccheggi come quello erano purtroppo frequenti, sebbene l’ultimo fosse stato davvero spaventoso. Ma non erano stati i francesi a saccheggiare nel lontano 1396? E non era forse accaduto con Milano nel 1400? Triste é il destino delle terre di conquista che non possono esser difese e Genova non faceva eccezione.
Dunque, questo tale Doria aveva su di sé il peso di una responsabilità grandissima. Pare che in quei giorni l’uomo fosse impegnato in una difficile partita: convincere il re francese della lealtà di Genova ma anche della necessità della sua indipendenza, almeno parziale, magari ridotta e pagata a peso d’oro; anche sulla carta piuttosto che nella sostanza dei rapporti, ma... qualcosa insomma che consentisse di dire pubblicamente che la città esisteva. Il re francese, dal canto suo, aveva mezzi più o meno sbrigativi per spingere le cose in questa direzione riducendo il più possibile il costo dell’indipendenza cittadina e aumentando il più possibile quello dell’oro da sborsare.
Fra questi mezzi, vi era pure quello di assoldare uomini sbandati, pendagli da forca di ogni genere che per quattro soldi, montavano discorsi nelle taverne, inscenavano risse contro il partito avverso, quello spagnolo, riversavano accuse su accuse su chi li appoggiava, montando il popolo minuto e i mercanti contro la vecchia nobiltà che a torto o a ragione, avevano tradito la città. E la gente di Genova assisteva a queste scene con un misto d’ironia e indifferenza; sapeva infatti che le stesse persone potevano di volta in volta urlare per la Spagna o per la Francia. Il buffo era che, qualunque cosa urlassero, tutti alla fine urlavano il nome del Doria e i genovesi finirono per credere, pur così scettici, che questo poveretto contasse davvero molto nella vita della città. Se lo urlano tutti deve essere proprio un grande uomo pensavano (o così lasciavano intendere): vuoi vedere che la facciamo in barba a tutti quanti? E così la fama di questo Andrea Doria cresceva a dismisura, l’uomo era visto come un gigante capace di ogni impresa e si può certo scommettere che tale fama desse fastidio prima di tutto proprio a lui, preso nel mezzo da forze talmente grandi da schiacciare ben altri e tuttavia costretto, come un orso, a ballare la musica che veniva suonata. E in effetti l’uomo fu capace nel giro di un anno di un’impresa davvero mirabolante, ma questo lo capiremo strada facendo, seguendo un po’ il cammino dei nostri due eroi e un po’ quello della città che li ospitava.

Antonio e Miguel erano arrivati ignari di tutto ciò in una città che parve loro meravigliosa, che li aveva accolti con sole splendente e un’aria di primavera che infiorava la costa e le montagne. I due fecero quel che probabilmente ogni giovane della loro età avrebbe fatto arrivando in un luogo così accogliente: si cacciarono nella prima taverna che incontrarono, vicina al porto, piena di gente, di donne, di vita... e di brutti ceffi. Quello che incontrarono i nostri era al soldo dei francesi e con un abile raggiro riuscì, riconoscendoli stranieri, a saperne il nome. Per un ignorante ubriaco, il nome di uno spagnolo e quello di un portoghese, ammesso che quel figuro sapesse qualcosa di geografia, non faceva gran differenza e fu così che iniziò ad apostrofare i due in malo modo, suscitando l’ira dei presenti e aizzandola contro gli spagnoli, responsabili della mala sorte della città ecc. ecc. Buon per loro, nella sfortuna, che lì dall’oste si trovava una donna che veniva ogni tanto per vendere del vino e dei polli alla locanda.
Visti i due giovani in difficoltà e avutane compassione, trovò il modo, con la complicità dell’oste, d’indicare loro una via di fuga. I fratelli colsero l’occasione e lei li attese in istrada, in un punto riparato. L'invitò a seguirla e si ritrovarono in una via ancor più piccola dalla quale si sentivano le grida dei loro assalitori.
“Di qui, di qui... e muovetevi” disse la donna in una lingua che assomigliava alla loro. I due si guardarono stupiti e visto che riuscivano in qualche modo a capirsi Antonio le rispose.
“Dove ci portate?” Al che quella si voltò verso di lui e scura in volto disse stizzita qualcosa che più o meno dovette suonare in questo modo:
“Potrei essere tua madre, dove vuoi che ti porti? Quelli come te dovrebbero stare più vicini al padre loro invece di andare in giro in cerca di guai.”
I due fratelli non osarono replicare e la seguirono in silenzio, tanto più che mano mano che percorrevano le vie indicate dalla loro guida le grida degli inseguitori si udivano sempre più in lontananza; finché non sparirono del tutto. La stradina era ripida e andava verso l’alto della collina che dominava il porto, finché sfociò in una strada ben più larga e frequentata.
“Ora seguitemi, ma a distanza, e tenete gli occhi bene aperti...”
Cominciarono a salire verso l’alto ma in una direzione diversa da prima; la strada era piena di gente ma tranquilla e dei loro aggressori, ormai, non vi era più traccia. Dopo che ebbero camminato per un bel po’ la donna si fermò e li attese.
“Qui siamo al sicuro.”
Camminarono ancora per qualche minuto, finché non raggiunsero la cima di una delle colline che sovrastano il porto; si trovavano a non più di cento passi dalla guarnigione militare di guardia a una delle porte settentrionali della città. La casa era a poca distanza, circondata da un’ampia corte e da un fienile. Entrarono e la donna indicò loro dove potevano dormire, suggerendo però di lasciare a lei i bagagli.
“Avete bisogno di un buon sonno, date retta a me.”
Il tono, da burbero che era agli inizi, era divenuto più affabile, persino ironico. Miguel e Antonio si sentivano alquanto a mal partito in quella situazione e si rimproveravano una buona dose di ingenuità, scambiandosi occhiate in tralice, temendo entrambi che l'altro dei due lo rimproverasse. Scuri in volto come due cani bastonati accettarono il consiglio e si gettarono sui giacigli del fienile, dove si abbandonarono al sonno. Si svegliarono quando il sole già stava per tramontare e bussarono alla porta di casa.
Venne ad aprire una giovane donna, poco più adulta di una bambina che vedendoli, si schernì; poi, voltandosi, chiamò la madre. “Falli entrare!” .
La ragazza li guardò sorridendo e i due entrarono con fare circospetto. La casa non era modesta come poteva sembrare all’esterno; era accogliente e nel percorrere il piccolo corridoio notarono almeno due stanze oltre alla grande col camino, dove la donna era indaffarata per la cena.
“Oh là ci sono le borse... venite dalla Sardegna, allora” disse in tono apprensivo. “Si... ma voi come lo sapete? In verità siamo portoghesi.”
A questo punto Miguel ebbe un attimo di esitazione “Siamo a Genova per conto di nostro zio.“
“E voi chi siete“ riprese subito Antonio, “Vi dobbiamo la vita e vorremmo almeno sapere chi dobbiamo ringraziare.”
“Oh la vita, la vita ragazzo è una parola grossa, quella non la si deve a nessuno se non al Signore e poi quelli non ce l’avevano con voi più di tanto.”
“E come mai tanto accanimento, succede spesso con gli stranieri? O forse si tratta solo degli spagnoli che non sono ben visti.”
“Se foste andati altrove avreste sentito parlare male dei francesi e osannare il re di Spagna.“
“Dite sul serio?” fece Antonio un poco stupito.
“ serio, non perché io ci capisca ma le cose le sento e ne sento tante... noi mercanti, abbiamo affari in città e fuori, alle fiere” aggiunse la donna voltandosi un poco verso di loro.
Miguel ed Antonio, udito quello, tirarono un gran sospiro di sollievo; mercanti, dunque amici, persone che conoscevano il mestiere e che potevano capire i loro problemi. La ragazza, nel frattempo, era tornata con la brocca di vino e l’aveva lasciata sul tavolo.
“Bevete, bevete e non dimenticatevi il conto dell’oste; è lui che mi ha detto che siete arrivati dalla Sardegna; gli osti sanno tutto, vedono le navi arrivare.”
“Diteci voi quanto gli dobbiamo, possiamo pagare in lire genovesi, oppure in maravedis se preferisce.“
“Oh lire genovesi, maravedis, ma chi siete.”
“ Siamo mercanti come voi signora e siamo a Genova per affari, anche se le nostre intenzioni sono di raggiungere il Portogallo e il nord.”
“Ma allora siete davvero i benvenuti... Maria, porta via quel vinaccio e metti in tavola il razzese...oh, questa è davvero bella, mercanti, mercanti” disse la donna come se parlasse a se stessa continuando lavorare al paiolo.
“Ma non vedo le vostre merci”
“Sono al porto, ai magazzini.”
A quella notizia il suo volto si rabbuiò. Miguel e Antonio notarono la sua aria preoccupata ma non ebbero il tempo di chiedere spiegazioni poiché il padrone di casa, insieme al figlio maggiore, era entrato in quel mentre. I Camolesi, questo era il nome della famiglia, erano mercanti originari dell’interno, ma ormai residenti a Genova da due generazioni; il padre Giovanni e il figlio Francesco si occupavano del commercio mentre il figlio minore e la figlia Maria aiutavano la madre in casa e ad accudire le poche bestie che possedevano. Ogni tanto, essendo vicini alla porta della città, capitava loro di ospitare dei viandanti di passaggio, facendoli dormire nel fienile.
Giovanni era un uomo robusto e gioviale.
“Allora le vostre merci sono al porto.” chiese subito, non appena seppe per intero l’accaduto. “E dove, in quale magazzino?”
“Eccovi le carte, guardate voi stesso.”
Gli diedero un pacchetto di fogli un poco unti e scritti male, che l’uomo guardò attentamente, seguito dallo sguardo di tutti gli altri.
“Mm, sarà meglio controllare può essere che qualcuna di quelle teste calde abbia cercato di capire dove avevate le merci e bisogna sapere in fretta se correte dei rischi; ma a questo penserò io, voi non fatevi vedere in giro per un po’. Non pensateci troppo e poi forse non è neppure il caso di preoccuparsi; a Genova accadono spesso questi incidenti e l’uomo che provocò la rissa se ne sarà andato da qualche altra parte.
“Sistemeremo tutto noi, vedrete” aggiunse Francesco “E non date retta a nostra madre non siete stati ingenui, poteva capitare anche a noi, Genova è diventata infida.“
“Noi pensavamo piuttosto ad una città ricca, anche nostro zio ne parlava sempre in questo modo.“
“Sono cambiate molte cose. E comunque, la prossima volta non fidatevi della prima taverna che vedrete” aggiunse la madre con foga.
“ E come si fa a riconoscere quelle buone.“
“Più vi allontanate dal porto e meglio è.”
La cena era ormai pronta e questo diffondeva allegria per la stanza; non era una gran cena, ma quella polenta di ceci e fagioli, nonché il vino erano forieri di buon umore.
“Bevete questo vino, non ha eguali”
“Diteci il suo nome allora...”
“Qui lo chiamano racese, qualcuno razzese, è un vino delle colline liguri...”
“Grazie a voi Genova ci è stata ospitale ed amica, dunque non tutto è poi così sciagurato” e Miguel alzò il bicchiere, presto imitato da tutti.
“State sempre attenti, per un mercante è bene ascoltare, non sempre chiedere...un mercante deve parlare con tutti, trattare con tutti; mai fare troppi affari con questo senza farne anche con quello e quando le parti litigano…“
E a questo punto scosse la testa senza continuare la frase.
“Ma Genova è un porto potente, una città potente e ricca, chi può darle fastidio.” “Vedi Antonio” rispose Francesco che li trattava ormai come due amici, visto che più o meno avevano la stessa età “Genova è potente ma piccola; un tempo tutti erano piccoli ma ora non è più così. Se ti allontani dalla città trovi molti confini e per noi mercanti questo vuol dire tasse e non va bene; però se vai oltre la Borgogna i confini diminuiscono, trovi terre molto grandi su cui governa un solo re e questo va bene per i mercanti e per tutti perché un solo re vuol dire un grande esercito e chi ha grandi eserciti si fa valere. Genova è ricca ma la ricchezza non basta più, commerciamo con tutti ma se il re di Spagna fa la voce grossa e quello di Francia pure, la nostra voce non la sente più nessuno.”
“L’uomo che ci ha aggredito inneggiava al re di Spagna...”
“Si, ma se andavate in un’altra taverna avrebbero inneggiato al re di Francia in altre al Papa.”
“E chi è questo Andrea Doria cui tutti inneggiavano?”
“E tu non inneggi a questo vino, portoghese?”
La voce del Camolesi risuonò forte e imperiosa; voleva dire che quella discussione, almeno per il momento era finita. Tutti si ritirarono, accettando l’autorità del vecchio anche se Antonio dentro di sé provò un certo disappunto; dunque non si fidavano ancora di loro. “Quanto rimarrete a Genova?”
“Non sappiamo, il tempo di caricare una nave e partire, non conosciamo ancora il luogo, vorremmo salpare in direzione della Spagna e del Portogallo, ma come dite voi stessi Genova é diventata infida dateci il tempo di capire e se avete qualche buon consiglio saremo ben lieti di seguirlo.”
Era tardi ed il mattino dopo tutti sarebbero stati indaffarati, ciascuno per le proprie occupazioni. Le preoccupazioni presero il sopravvento nella mente di ognuno facendo scendere il silenzio sulla tavola, interrotto solo dal rumore delle ciotole. I due fratelli si congedarono dai loro ospiti ringraziando e recandosi poi verso il fienile. Antonio, tuttavia, non aveva sonno e se ne restò fuori a guardare. Tutto era avvolto nel buio, ma in lontananza, verso il porto, era ogni tanto squarciato da una luce e il silenzio interrotto da voci, risate, latrati di cani. Diradavano questi rumori e così pure le luci; torce, forse, o che altro Antonio non sapeva. Il mare doveva essere agitato perché si sentiva il battito delle onde contro i moli. Il buio, in Sardegna, era interrotto solo dalle lune piene, lo spettacolo di quelle luci che si accendevano di colpo l’affascinava. Poco dopo un’ombra attirò la sua attenzione; era uscita di casa senza far rumore. Non tardò a riconoscere il profilo della giovane Maria e la chiamo. La ragazza trasalì:
“Ah siete voi, mi avete spaventata, non dormite come vostro fratello?”
“Non ho sonno e poi mi piace guardare...”
“E cosa guardate” Il suo tono era un po’ canzonatorio.
“E voi che fate fuori di casa a quest’ora?” Maria abbassò il capo.
“Vado ad accudire le bestie a volte si fa dopo cena.”
“E non vi aiuta vostro fratello?”
“Lui si occupa della stalla...”
“Permettete che vi accompagni?”
“Se volete...” E i due si avviarono verso il pollaio. Le galline starnazzarono muovendosi disordinatamente, mentre Maria faceva con perizia quel che doveva fare e Antonio reggeva il lume. La guardò attentamente e vide che il suo profilo era gentile, contrastava un poco con quelle occupazioni..
“Siete troppo bella per occuparvi dei polli... lasciate fare a me.”
“Come?... Sapete fare queste cose?”
“In Sardegna abbiamo animali, lasciate fare a me, vi prego.”
E diede il lume alla ragazza mettendosi di buona lena a pulire.
“Attento, attento, state rovesciando l’acqua.”
Antonio per poco non combinava un guaio.
“Attento a dove mettete i piedi invece di parlare tanto.”
Ma la ragazza continuò a reggere il lume guardando divertita Antonio che sospingeva le galline al loro posto. Finirono presto e richiusero.
“Andrete a dormire adesso.”
“Non ancora... a voi non piace guardare ?” E la invitò ad andare verso il fondo del cortile senza che Maria replicasse.
“Vedete là?... luci e là altre luci, in Sardegna non se ne vedono.”
“E voi mi chiamate per questo? Siete buffo e un poco sognatore; sono uomini che tornano dal mare che credete...”
“Non andatevene Maria.”
“Non è bene che una ragazza della mia età rimanga in cortile con un giovane come voi, lasciatemi andare.” E fuggì via svelta senza voltarsi. Quando Antonio si avvicinò alla casa per rientrare, vide che in una delle stanze il lume era ancora acceso e dall’interno una mano scostare una tenda. Era Maria che lo salutava con un sorriso che lo fece addormentare felice.