sabato 30 maggio 2009

Agenda di scrittore: capitolo ottavo.

Capitolo ottavo.

"Ancora quel libro? Ma dai!" Galileo si toglie gli occhiali e la guarda come chi si vede scoperto con le dita nel naso; ma è solo un attimo.
"Ma perché ce l'avete tutti con questo libro?"
"A nessuno è venuto in mente una scelta così; ci stupisci sempre… ma è anche un po' il tuo narcisismo. Volevi fare effetto…"
Luce lo guarda di sottecchi, ma Galileo rimane molto serio, deciso a non stare allo scherzo e il suo silenzio imbozzolato nella posa di un trampoliere capace di stare fermissimo su un piede solo, l’imbarazza fino al punto che Luce non sa più come continuare la conversazione. Galileo se la ride sotto i baffi...
"Forse, semplicemente, non ero d'accordo con le scelte di catalogo della biblioteca cartacea di bordo e a modo mio, sommessamente ma con decisione, l'ho fatto capire."
Luce tira un gran sospiro di sollievo, tanto che le parole le scivolano di bocca inaspettate: "Anch'io fui critica alla riunione lo sai?"
"La prima?… Già io non c'ero… quando partecipai alla seconda tutti i giochi erano fatti."
"Mancavo io alla seconda, ma non ci sarebbe stato nulla da fare lo stesso… volevano i classici e soltanto quelli!”
"Come se fosse facile definire cosa sia un classico!" Luce sospira e il discorso rimane sospeso per aria, ma è di nuovo lei a parlare questa volta.
"È la storia di due fratelli se non ricordo male…"
"Sì, diciamo così, anche se poi le cose sono un po' più complesse."
"Non sarebbe un romanzo, altrimenti!"
"Perché la vita non è forse complessa?"
"E che ne è dei fratelli allora?" continua Luce per allontanare da sé l'osservazione di Galileo.
"Sono partiti!"
"Come noi! E per dove?"
"Genova e poi… non so in Francia a una fiera mi pare, ma mi sono addormentato leggendo la notte scorsa; bisognerà che riprenda il capitolo."
"Genova, Genova… che ridere pensando a noi…"
Ora è Luce a parlare fra sé, Galileo la guarda come farebbe un osservatore esterno, senza alcun ruolo in ciò che si sta dicendo. Il suono della campana li percuote.
"Ma che cos'è per te un classico?"
"Me lo domandi ora perché sai che non possiamo continuare?"
A volte i discorsi nati per caso finiscono per annidarsi in un sentiero sconosciuto e la logica che l’ispira è quella del passo dopo passo, finché tornare indietro e andare avanti è la stessa cosa. Il silenzio che segue il bivio è una resa momentanea alla realtà, il fulmineo incrociarsi degli sguardi sul suono reiterato della campana, la promessa complice di una ripresa futura. Già la campana, la campana; ridicolo che un momento così definitivo sia sanzionato da uno strumento così antico; ma così è e ognuno si avvia pensieroso verso la porta.

Agenda di scrittore: romanzo

29 Marzo. Fatico a riabituarmi ai ritmi romani, che ancora non mi appartengono del tutto… e poi ci vuole sempre un po' prima che il tempo reale si ricongiunga a quello interiore. C'è un proverbio arabo per dire tutto questo…

30 Marzo. Il telefono mi riporta alla realtà.

2 Aprile. La fase d’esaurimento sta finendo; il forno è sempre acceso e il tarlo della scrittura comincia a rodere di nuovo.

3 Aprile. Scribacchio, ma non è attinente al romanzo.

5 Aprile. Continuo a scrivere, comincia a delinearsi una nuova fase; la svolta è in quel sogno a occhi aperti di ieri pomeriggio che ha insinuato qualcosa nella scrittura. Torna la voglia di poesia, come se dal fiume romanzesco avessi bisogno di ritagliare un'oasi di tranquillità. E torna la voglia di leggere. O forse è semplicemente Roma con la sua storia stratificata, dalla quale sfuggono, come illuminazioni improvvise, squarci visionari dal flusso della narrazione prosaica del mondo.

6 Aprile. I tempi del mondo di Braudel sono un'opera fondamentale, preziosa per chiunque, non soltanto per uno storico!

7 Aprile. É iniziata una lunga mossa diversiva, che nasconde qualcosa di grosso. Apparentemente l'orizzonte del romanzo si è ritirato dentro di me, al di sotto di una linea di consapevolezza: la scena è tenuta da altri attori.

8 Aprile. Era da tempo che non passeggiavo per i Fori Imperiali con il passo dell’ozio, senza mira alcuna, se non quella di lasciarsi prendere casualmente da ciò che s’incontra, anche se era già successo… ma l’affaccio dal Palatino sul Circo Massimo non lo ricordavo.

9 Aprile. La ricognizione dei capitoli già scritti mi ha riportato al romanzo, ma so che per il momento non scriverò niente altro; bisogna sapersi arrendere al silenzio interiore, al vuoto che sgomenta e impaurisce. Saper guardare immobili il baratro, come un vecchio santone indiano: è questo l'unico modo per difendersi. Chi scrive è sempre nel mezzo di una rivoluzione e l'urto contrastante di varie forze, spingono la corrente in una direzione e poi in un'altra. Che fare allora quando ci si trova nel mezzo? Assecondare gli eventi, stare un gradino al di sotto della cresta dell'onda, pronto a domarla ma senza resistere. Lasciarsi guidare per guidare, non agire per agire. A volte l'onda ci sbatte a riva violentemente e allora è l'esausto silenzio della morte apparente.

10 Aprile. La crisi economica dilaga come un’infezione, l’illusione dei correttivi, la boria di criminali arroganti che hanno pontificato d’economia dalle cattedre universitarie raccontando favole per anni, si riversa come sempre sulla povera gente, su interi popoli ridotti alla fame. Ci sono premi Nobel come Milton Fridman, ai quali dovrebbe essere ritirato tutto, dalla cattedra all’emolumento: se un ingegnere avesse costruito un ponte sbagliando i calcoli nel modo grossolano con cui li hanno sbagliati i Chicago boys dell’economia, sarebbe condannato alla galera per anni. Invece le canaglie di Chicago continuano a sfilare e a pontificare, forse con un po’ di paura quando si presentano ai loro ricevimenti mondani e temono di essere sequestrati come accade in Francia… poi ci sono le macchiette, i servi di turno fra cui abbondano i comunisti pentiti. Uno di questi nani i giorni scorsi ha scritto su uno dei tanti inutili giornali che teme il ritorno del terrorismo. Non ne dico il nome perché non hanno individualità questi uomini e non meritano pubblicità; sono cloni di un modello, exempla di una produzione seriale di argomentazioni fasulle, scritte nel linguaggio delle velina governative globalizzate. Per loro naturalmente il problema non sono i milioni di disoccupati, delle famiglie ridotte sul lastrico dai terroristi che governano l’economia mondiale; temono altro e lo dicono così, senza mediazioni, il conflitto sociale per loro è questo, parole o espressioni come ribellione di massa all’ingiustizia non fanno più parte del loro miserrimo vocabolario di 250 parole televisive e giornalistiche. Non esiste specie peggiore in circolazione di questi ex comunisti: o mai comunisti come sarebbe meglio dire.

12 Aprile. La Suburra, il quartiere più antico di Roma, quello in cui Giulio Cesare aveva la casa, una dimora povera per un uomo del suo rango, che pure aveva, alla fine della sua ascesa politica, ville un po’ ovunque ma non volle mai rinunciare alla casa nel quartiere più popolare dell’Urbe. È ancora così e aggirarsi per la Suburra sembra di poter respirare quell’aria: le vie strette, incassate in basso, sotto il livello stradale di Via Cavour; l’unica parte della città antica in cui si è conservato, ancora visibile, lo strato originario, o qualcosa che gli assomigli. L’illuminazione bassa fa il resto, crea angoli bui del tutto particolari, sinistri come lo dovevano essere allora, l’irregolarità del tracciato stradale, le impennate improvvise e i cunicoli fanno venire alla mente congiure e ritorni notturni, taverne, donne di strade, popolo che vive fuori, quel brulicare misterioso della vita quotidiana che sentiamo nonostante la lontananza nel tempo. La vita quotidiana a Roma, è ancora tutta qui, raggrumata in sé in tutti i suoi strati.

14 Aprile. L’inflazione e il dissolvimento dell’economia di carta (e purtroppo anche di quella reale), cui assistiamo quotidianamente, hanno un loro riflesso evidente anche nel mondo dei libri. Tutte le case editrici tagliano collane e libri, la pletora di carta inflazionata dovrà per forza di cose ridursi e questo è un bene. Esiste una cultura di carta, nel senso nominale del termine, così come esiste un’economia cartacea che non vale nulla.

lunedì 11 maggio 2009

Agenda di scrittore: romanzo

10 Febbraio. È inevitabile passare per questa scena madre, ma posso rinviarne la stesura. La mia casa di Milano, poi, in questi casi, diventa troppo dispersiva, non c'è mai il silenzio giusto. Me ne andrò altrove.

20 Febbraio. Galileo ha smesso di tormentarmi; farò i conti con lui a suo tempo, seguire i due fratelli mi sembra più importante, sono loro che ci trascinano la storia insieme alla barca, siamo noi alla deriva.

21 Febbraio. La scrittura procede fluida; stacco il telefono.

25 Febbraio. Il momento magico continua; il telefono è sempre staccato.

24 febbraio. La scrittura sgorga in modo piano continuo e rassicurante; il forno è caldo e cuoce bene.

2 Marzo. Concludo questa parte; ho lavorato tutto il giorno e sono stanco; un grande senso di vuoto si è impadronito di me.

3 Marzo. Il vuoto continua, tento di leggere… inutilmente.

4 Marzo. La metafora del libro figlio del maschio ha percorso i secoli come fossero autostrade, giungendo fino a noi; ma è una metafora vuota; tanto più che la poesia è l’unica arte da sempre praticata anche dalle donne e la visibilità delle opere ha resistito e resiste a ogni oltraggio, a differenza di altre forme artistiche la musica per esempio. C’è tuttavia anche un’altra ragione. Le cose vengono prima delle parole e Platone lo sapeva più di altri visto che ricordava il tempo in cui la cultura era orale; perciò temeva che la scrittura avrebbe causato negli uomini una grave perdita della memoria. Della scrittura si è fatto a meno per millenni, non della riproduzione della vita. Le cose sono poi diventate un po' più complesse e la mancanza del nome e del nominare e del certificare fu certo causa di molte tragedie fra cui quella di Narciso, per esempio. Eppure accade che dopo avere scritto qualcosa che riteniamo a torto o a ragione importante, il senso di vuoto si riproponga sempre. Quando successe la prima volta mi spaventai; poi il tempo, come sappiamo, mitiga tutto, la ripetizione è una sicurezza, ogni evento si addomestica.

6 Marzo. Nulla di importante.

8 Marzo. Non succede nulla.

10. Sto uscendo dal letargo.

15 Marzo. La Toscana a primavera a primavera, ha un aspetto contraddittorio; più ancora la Maremma. Il volto di queste terre è sempre estremo, forte, passionale. Ricordo il periodo natalizio di molti anni fa, quando una bufera di neve coprì tutto in poco tempo. Dopo tre ore un sole forte squarciò il cielo che divenne terso in pochi minuti mentre la massa di neve cominciò a friggere e fumare trasformandosi presto in rigagnolo; penso che ritornerò proprio lì, fuori stagione per la prima volta.

18 Marzo. Arrivo a Massa Marittima il primo pomeriggio. C’è un sole splendido e poca gente in giro. Apro casa e il vento entra con furia spazzando in un minuto l'aria di chiuso. C’è poco da mangiare ma non ho voglia di uscire; intanto comincio a sgomberare la scrivania. Quando non scrivo al computer uso sempre un quadernone che assomiglia a un libro mastro da vecchio bottegaio. La videoscrittura si addice ai passaggi più piani e procede fra binari ben delineati e rassicuranti. Poi però si arriva agli snodi, si finisce nel mezzo di una selva di possibilità fra cui scegliere, alle prese con l'apparente libertà di andare in ogni direzione e la necessità di scegliere la direzione obbligata; o meglio, di far sì che il lettore, ma prima di tutto chi scrive, creda superstiziosamente che vi sia quell'unica via obbligata. Quello è il momento del quaderno, del libro dei conti, dove le parole pesano di più e diventano le sole a contare veramente; oltre i propositi, le intenzioni, le fulminazione del momento che svaniscono come stelle cadenti. Alla fine di tutto rimangono loro, le parole, nella sequenza ordinata che compone un mondo; chissà che non ci sia un nesso con le strutture matematiche in tutto questo, una misteriosa alchimia che è pure eleganza e ordine naturale non richiesto.

21 Marzo. Sono entrato nel clima giusto, c’è il silenzio che voglio, la casa è accogliente ma non complice più di tanto. Il problema consiste in questo: occorre trasferirsi là nel mezzo della scena, mettere in atto un procedimento di trasformazione e trasferimento in una realtà virtuale usando soltanto immaginazione e immedesimazione, nonché alcuni strumenti collaterali che possono far sorridere, quali, per esempio, le sottili colonne di fumo prodotte da bastoncini di sandalo e tantra, nonché il digiuno, non però eccessivo: la scrittura si manifesta meglio in uno stato di disagio medio.

22 Marzo. Sono stanchissimo, ma tutto procede bene. Improvvisamente capisco in che modo dovrà finire tutta la vicenda; la chiarezza della scena è tale da distogliere da ogni altro proposito di scrittura. Galileo e Diotima s'incontrano nell'ufficio di Narlikar; parlando con lui hanno la certezza che quanto avevano intuito con spavento è tragicamente vero. Tuttavia da quel momento inizia la loro metamorfosi. Nel lunghissimo tunnell che li porterà fuori dalla struttura di comando e che decidono di percorrere a piedi, avviene la loro trasformazione completa e parallela.

23 Marzo. Scrivo il finale senza smettere neppure per mangiare.

24 Marzo. Il finale è concluso.

25 Marzo. Sono stanco, fuori sta piovendo ma è solo un temporale. Scendo in piazza; è deserta per la pioggia. Si sente il rumore dell'acciottolato sotto le scarpe; è piacevole, sa di antico, di cavalli e armature. Ho esaurito gl'incensi, passo davanti all'erboristeria ma la guardo come se fosse una meta irraggiungibile. Incontro due amici milanesi trasferiti qui da tempo; m'invitano a cena. Non scriverò altro, l'incantesimo si è rotto.

26 Marzo. Parto per Roma.
Capitolo settimo.

Il giorno successivo si risvegliarono presto, ristorati da un buon sonno e pronti a gettarsi nella città, ma… non potevano ancora farlo e questo li rendeva smaniosi. D’altro canto il Camolesi era stato chiaro: non dovevano farsi vedere in giro prima che tutto fosse chiarito. Le buone nuove, per fortuna, non tardarono a venire. Le loro merci erano al sicuro, nessuno le aveva cercate. Questo risollevò il morale dei due fratelli, che chiesero come potevano recarsi dal Conte Parodi per esigere il loro credito, ma all’udire il nome Francesco ebbe un sussulto:
"È meglio che non andiate di persona da quel vecchio imbroglione; non fatemi dire altro per il momento, se ne riparla quando torna mio padre…”
Il tono di Francesco, misterioso e rassicurante insieme, tolse un po’ della delusione anche per quella faccenda. Ora avevano però una nuova preoccupazione; i tre giorni d’ospitalità, concessa ai viandanti per tradizione, scadevano il giorno successivo. Dovevano dunque procurarsi un alloggio e chiesero consiglio. Francesco sorrise e indicò loro il fienile; ai due non sembrava vero, tuttavia non sapevano come rispondere a quell'offerta, ma l’intervento della madre e poi ancora di Francesco li rassicurò; era evidente che ne avevano parlato in famiglia.
“Non crediate sia solo per piacer vostro e dunque non sentitevi obbligati.”
“Non vogliamo abusare della vostra ospitalità e naturalmente dovremo provvedere...” Miguel aggiunse con circospezione. L’ospitalità era sacra e, seppure fra mercanti vigessero altri usi, non sapeva ancora con chi avessero a che fare, ripagare con denaro o altro poteva ad alcuni sembrare molto offensivo. Fu donna Maria a toglierli dagli impacci.
“Non dubitate, l’ospitalità è salva e voi siete amici; finché la luna nuova non sarà sorta sarete nostri ospiti, poi ci aiuterete nei modi dovuti... vedete mio marito è spesso via da casa e Francesco deve occuparsi degli affari in città. Io stessa, lo avete visto, devo ogni tanto recarmi al porto e Marco e Maria rimangono soli. A volte non è conveniente, anche se qui dove viviamo non corriamo rischi dal momento che siamo vicini alla guarnigione; tuttavia, quando ci fidiamo di chi passa preferiamo avere ospiti; come vedete è convenienza anche nostra."
“Siamo onorati della fiducia che ci concedete nonostante... beh nonostante gli inizi.”
Antonio si era entusiasmato e il suo tono di voce si era alzato divertendo tutti.
“Va bene, lascia perdere, forse ho esagerato, ma a vedervi in taverna sembravate due cuccioli spaventati... ma chi può dire poi, io non mi sono mai mossa di qui, questa città la conosco, ma fuori...”
“Voi siete tutti delle persone di gran cuore e non vi dimenticheremo e se potremo aiutarvi in qualche modo ne saremo lieti.”
“E poi c’è forse qualcosa che possiamo fare insieme”, aggiunse Francesco... ma anche di quello non volle parlare rimandando tutto al ritorno del Camolesi.
I giorni trascorsero in fretta e quando il capofamiglia se ne tornò a casa dal suo breve giro d’affari, ogni cosa si chiarì presto e bene per i due nostri eroi. La lettera di cambio, dopo varie offerte, finì nelle mani dell’uomo e fu debitamente onorata. L’insistenza era stata quasi imbarazzante, ma Miguel sapeva che un mercante non è mai generoso oltre un certo limite; segno che aveva la sua convenienza a proporgli lo scambio. Capì che la famiglia aveva rapporti d'affari con il Parodi e che il vecchio Camolesi sapeva quali corde tirare per smuovere il conte e costringerlo ad aprire la borsa... Tuttavia non doveva essere solo quella la ragione che l'aveva spinto a un'insistenza così vistosa; l’uomo guardava quella lettera di cambio quasi fosse un cimelio prezioso, una reliquia. Chi avrebbe detto che quel foglio l’interessasse ancor più della moneta sonante che era entrata nelle tasche dei due fratelli?
“Col Parodi ci si metterà d’accordo… ma voi come avevate questa lettera.”
“Ce la diede nostro zio ...”
“E ne avevate mai viste altre?”
“No, a dire il vero, non ne abbiamo mai viste e non sappiamo come nostro zio l’abbia avuta, ma ci disse che a Genova ne avremmo viste molte...”
L’uomo non rispose e continuò a guardare quel pezzo di carta.
"É qui ed è tornata in buone mani...”
I denari avuti erano il giusto cambio del documento e l’averli riscossi dopo aver quasi abbandonato l’idea di poterlo fare fu motivo di allegria e soddisfazione particolari; sembrava loro di aver fatto il primo grande affare... Quanto all’altra proposta, cui Francesco aveva vagamente accennato, si trattava di cosa molto semplice. I Camolesi possedevano due carri e insieme ad altri mercanti avevano affittato un piccolo spazio su di una nave che faceva rotta verso Barcellona. Con i carri si recavano solitamente all’interno, per le fiere di Alessandria e Piacenza, ma l’obiettivo di ogni anno o almeno di ogni due anni era quello di andare alla Fiera di Beaucaire, una località vicina a Marsiglia, meta ambita da tutti i mercanti genovesi. Era là che si facevano gli affari migliori e se le cose andavano bene si poteva campare un anno con tranquillità e agio, pensando al futuro. Il vecchio Camolesi, tuttavia, non faceva quel viaggio di buon grado, ma essendo il fratello di Francesco, Marco, assai giovane, toccava a lui muoversi. Così avevano pensato che i tre giovani potessero andare insieme, ciascuno con le proprie merci, che avrebbero trovato spazio nella loro stiva o in quella di altri, oppure affittando altri spazi in altre navi; e il vecchio Camolesi avrebbe potuto rimanere a casa.
La proposta fu accolta con entusiasmo e riconoscenza dai due fratelli, cui non pareva vero di iniziare così facilmente un’intera vita per mare. L'accordo fu sancito da grandi abbracci e strette di mano, nonché da un’altra bottiglia di quel razzese o racese che avevano apprezzato la sera del loro arrivo.
Non c’era molto tempo da perdere e i preparativi per la partenza cominciarono dal giorno dopo. Il viaggio per Beaucaire, infatti, era un'impresa che si ricordava nel tempo; sebbene per Francesco fosse già il quarto viaggio, esso costituiva anche per lui un avvenimento importante, da preparare con cura in ogni dettaglio: quali merci vendere, quali comperare, quali le quantità e altro ancora. Man mano che i giorni trascorrevano i dettagli si arricchivano. Decisero, dal momento che erano tutti giovani nel pieno vigoria fisica, che si poteva tentare, dopo la Fiera, di raggiungere Lione, altra meta ambita da tutti i mercanti. Proseguire verso quella grande città non era un problema; era il ritorno, piuttosto, ad impensierire, perché da là si poteva risalire il fiume verso il mare oppure tentare la via dell’interno fino a raggiungere Genova dalle montagne. Decisero di rinviare la scelta al momento dell’arrivo, ma a Lione nessuno voleva rinunciare e tale intento rendeva ancor più appassionati i discorsi di Francesco e Miguel.
Antonio, invece, non sembrava particolarmente entusiasta di quel cambiamento. La Fiera non aveva suscitato in lui particolari aspettative; ora, la prospettiva di prolungare i tempi del viaggio lo rendeva di cattivo umore perché il ragazzo, dalla sera in cui aveva incontrato Maria in cortile, aveva una scarsa volontà di proseguire per le coste francesi. Tuttavia non manifestava questi suoi pensieri e se ne restava silenzioso in un angolo, facendo qualcosa solo quando gli altri due glielo chiedevano. Tale comportamento non era sfuggito a nessuno degli altri e… neppure a Maria; ma le cose ormai erano quelle, decise da tutti e anche lui finì col rassegnarsi all’idea e nei giorni precedenti la partenza il suo umore era migliorato; in fondo sarebbero pur sempre tornati, prima del mese di settembre, badando bene di non tardare - come aveva detto preoccupato il Camolesi - perché le strade, una volta iniziate le piogge, diventavano pericolose.
Finché il giorno venne e i due fratelli rimisero piede in quel porto da cui si erano tenuti lontani dopo quanto era accaduto loro il primo giorno. Miguel e Francesco seguivano il carico con attenzione; il primo a terra, il secondo a bordo per verificare che ogni cosa fosse messa bene a posto nelle stive. Quanto ad Antonio, il ragazzo lavorava come gli altri due, ma in modo meno metodico. Aveva aiutato i marinai maneggiando le funi, poi era salito a bordo ma il suo sguardo, più che essere attirato dalle merci che gli passavano davanti, era rivolto alla terra ferma, alle strade piene di gente, alle stradine intorno al porto, alla via che portava verso la città alta, alla casa che li aveva ospitati dopo la fuga dalla taverna. Come fare ad allontanarsi, come fare... Il carico procedeva a rilento e lui scrutava la città; Maria di certo si era messa per strada e fra poco sarebbe arrivata alla locanda e poi l’avrebbe atteso. Era stato lui a dire alla ragazza, un po' spavaldamente, di farsi mandare al porto per le solite commissioni; l'aveva convinta che non avrebbe avuto alcuna difficoltà a raggiungerla. Il cuore, ora, gli batteva sempre più forte, ma la testa era vuota; perché se la spavalderia può mettere in bocca a un ragazzo quelle frasi altisonanti che lo fanno sentire grande al cospetto di una giovane donna, più difficile è chiederle di risolvere i problemi pratici che la spavalderia stessa ha provocato, nel pavoneggiarsi della propria forza apparente. Tuttavia, poiché esiste anche un dio degli spavaldi, accadde che proprio a lui, Antonio!, si manifestasse quel giorno. Uno dei marinai, infatti, lo chiamò, gli diede qualche soldo e gli mostrò con la mano un uomo in piedi davanti alla porta di una piccola bottega. Antonio comprese subito cosa volesse da lui e in men che non si dica corse via come il fulmine; ma non andò nella direzione indicatagli... Vide Maria in lontananza; aveva già sbrigato le sue faccende e s’accorse di lui facendogli segno di attendere. Fu lei a raggiungerlo e trovandoselo davanti arrossì. Poi senza parlare si ritirarono in un angolo dove, spaventati dalla loro stessa audacia, misurarono entrambi quanto sia diverso per due ragazzi alle prime armi, trovare i gesti appropriati e gli sguardi giusti così da vicino, dopo essersene scambiati tanti da lontano, al riparo dalle proprie paure. Eppure le mani si cercarono lo stesso, goffamente, gli occhi si persero dentro quelli dall’altra. Quanto alle parole, esse finivano per ricadere dentro di loro come una cascata di silenzi, un vortice di cose pensate e cancellate nello stesso momento. Poi si trovarono per un momento abbracciati, il cuore premuto sui loro petti, a spaventarli e a far male. Per quanto tempo? Chi potrà mai rispondere a una domanda come questa! Vi sono momenti nella vita d’ognuno in cui l'istante e l'eterno si sfiorano e a loro due accadde qualcosa del genere quel giorno… Poi tutto ritornò normale, i volti dei passanti indifferenti alla loro gioia, le grida, i rumori del porto.
“Farete tardi e perderete la nave per colpa mia...”
Maria s’allontanò da lui con un passo deciso, ma fatti pochi metri di cammino si voltò di nuovo.
“Tornate Antonio, vi attenderò.“
E lui le mandò un bacio con la mano chiudendo gli occhi. Quando li riaprì lei era già svanita.
Alcuni marinai passarono al suo fianco e ne riconobbe un paio che aveva visto sotto la nave. Si ricordò dei soldi e si precipitò verso la bottega, appena in tempo.
“Accidenti ragazzo, ma quanto ci hai messo!” lo apostrofò un altro marinaio che un po’ conosceva il portoghese; ma quando lo vide correre si mise a ridere.
“Ho avvertito io i tuoi fratelli!“
“Grazie a voi.”
“Non devi prestarti così alle richieste dei marinai e poi eri utile qui” l’apostrofò il fratello non appena fu a bordo.
“E perché? Quell’uomo non poteva muoversi; un mercante a volte deve saper essere generoso, specialmente quando sa di tornare...”
Francesco e Miguel si guardarono perplessi, un po' stupefatti di quella risposta così saggia; poi entrambi scoppiarono a ridere. Antonio, sicuro che nessuno di loro aveva sospettato qualcosa, si guardò intorno come se volesse verificare che tutto fosse in ordine, come un capitano della nave responsabile e conscio del proprio ruolo avrebbe fatto; ma poi il suo sguardo si perse ancora fra le vie e le case di Genova mentre la nave si muoveva lentamente fra le banchine e il rumore della città già si allontanava.