mercoledì 29 luglio 2009

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo undicesimo, dodicesimo, tredicesimo e quattrodicesimo.

Capitolo undicesimo.

Arrivarono nei pressi di Beaucaire tre giorni prima che la fiera iniziasse. Non potevano ancora abbandonarsi al riposo, purtroppo! Invece di recarsi in città, Francesco, pratico di quei luoghi, suggerì di recarsi vicino al fiume, dove vi erano molte locande; una volta finita la fiera, poi, si era già sulla via di Lione. Quando arrivarono sul luogo, però, li attendeva una cattiva sorpresa. La fiera aveva richiamato così tanti mercanti che tutte le locande erano piene. Fu Antonio a cavarli dagli impicci; aveva ascoltato casualmente una conversazione fra due altri mercanti e così aveva saputo che, lì intorno, vi erano possidenti che davano ospitalità. In men che non si dica bussarono alla porta di una fattoria. Il podere che vedevano intorno era molto ampio e recintato da un lato; in mezzo si trovava un pozzo e più a destra, lontano dalla casa, un recinto nel quale stavano impastoiati tre bei cavalli.
Aprì la porta un uomo buffo, dal volto rosso per il troppo vino... Fu Francesco a parlare; conosceva in modo approssimativo la lingua del luogo ed era abituato a farsi capire con poche parole e qualche gesto. L'uomo non ci mise molto a comprendere cosa volevano. Guardò i carri e indicò loro dove potevamo sistemarli, poi li invitò a entrare in casa. Mentre Antonio si occupava delle merci Francesco e Miguel lo seguirono.
Non conoscendo le usanze i tre erano guardinghi e lasciavano al padrone di casa l'incombenza di dire cosa si aspettasse da loro. Furono sistemati nel fienile e mentre l’uomo mostrava loro i giacigli, si mise a fare strani gesti. Indicava i pagliericci e poi il sole che tramontava; ripeté il tutto per tre volte e allora capirono il significato di quello strano modo di comunicare. La tensione si sciolse in una grande risata generale. Le usanze erano molto simili a quelle genovesi: l'ospitalità era garantita per tre giorni e poi si doveva provvedere in altro modo. L'uomo era stato generoso perché, in ogni caso, una volta iniziata la fiera, tutti avrebbero dormito sui carri.
La fortuna non li aveva dunque abbandonati e quel possidente era davvero una benedizione. Dopo che ebbe chiamato anche la moglie e i due figli maschi, li invitò a una specie di cerimonia di accoglienza; cenarono con la famiglia e furono invitati a fare lo stesso anche i giorni successivi. I tre si guardarono un po' perplessi perché questo andava ben oltre le usanze e quando si è lontani da casa, seppure in luoghi conosciuti, tutto ciò che si allontana dalle consuetudini un poco spaventa; tanto più che a fine cena il padrone di casa si chiuse in un cupo mutismo.
Il giorno successivo si levarono con il sole e andarono in città. La Chiesa era parata a festa e alcuni uomini stavano lavorando alacremente intorno al campanile. Francesco spiegò che l’apertura della Fiera veniva salutata da un lungo scampanio che poteva essere udito molto lontano dalla città. Antonio e Miguel erano piuttosto increduli, ma subito dopo dovettero ricredersi poiché le campane presero a suonare a distesa ed in modo così possente da costringerli a proteggersi le orecchie con le mani.
Trascorsero una giornata piacevole ed allegra, presentarono le loro carte e pagarono la gabella che occorreva versare per poter esporre le merci in fiera; infine, ultimate le incombenze e dopo avere lasciato un'offerta in chiesa, non disdegnarono le piacevoli taverne del borgo nonché la compagnia di alcune donne di strada.

Tornarono a sera contenti e notarono subito che l'umore del padrone di casa, se mai ciò fosse possibile, era ancora più tetro della sera precedente. Francesco e Antonio si guardarono perplessi e un po' preoccupati; informarono Miguel dei loro cattivi presentimenti, quando egli rientrò dopo avere sistemato il carro. L'indomani, tuttavia, sarebbe stato l'ultimo giorno di permanenza e questo pensiero li consolò. Andarono nel fienile a sistemare le merci in attesa della cena ma poiché era ancora presto Miguel decise di uscire e di aggirarsi per il podere. Non vi era più nessuno sull’aia e passando accanto ai carri del loro ospite, vide che l’uno era pieno, mentre l’altro era ancora vuoto. Dalla casa si udivano distintamente rumori di stoviglie, segno che la moglie era intenta a preparare la cena. Continuando ad aggirarsi per l'aia Miguel raggiunse il recinto dei cavalli e ammirò le superbe bestie che vi correvano; infine se ne tornò dalla parte delle stalle. Fu proprio vicino a una di esse che gli parve di udire un lamento provenire dall’interno e si fermò ad ascoltare. Era un pianto sommesso, frammisto a parole nella lingua del luogo. Si avvicinò senza farsi sentire e fu fortunato poiché, nel punto in cui si trovava, le assi di legno del capanno erano malconce e lasciavano un’intercapedine piuttosto larga fra l’una e l’altra, tanto che si poteva facilmente guardare all’interno. Non credette ai suoi occhi. Il padrone di casa era seduto a un tavolaccio; davanti a sé aveva dei fogli gualciti, teneva la testa fra le mani e si lamentava. Ogni tanto alzava gli occhi al cielo allargando le braccia e pronunciando parole incomprensibili. Miguel si ritrasse, timoroso e incerto sul da farsi. Da un lato non voleva spiare quell’uomo che era stato così gentile con loro; d’altro canto, però, il suo pianto era così disperato che sentiva spontaneo nascere dentro di lui il desiderio di aiutarlo in qualche modo. Ma come? Se neppure capiva cosa stesse succedendo come poteva aiutarlo? E allora decise di continuare a osservarlo non visto. Si avvicinò di nuovo. L’uomo piangeva in modo ancor più sommesso. Nel contempo, aveva rimesso ordine nei fogli e continuava a guardarli; dunque erano quelli la causa del suo lamento, ma… cosa nascondevano? Miguel si sforzò di guardarli come poteva, così da lontano, ma non vi riusciva, anche perché l’uomo era riverso su di essi. Poi di colpo si buttò all’indietro e tenendo la testa fra le mani riprese a lamentarsi ancor più rumorosamente, disperato, lasciando però a Miguel una visuale più ampia di prima. Il foglio che riuscì a scorgere, lo colpì perché in esso riconosceva qualcosa con cui lui stesso aveva dimestichezza. Si trattava infatti di un brogliaccio sul quale, bene allineati, erano disposti dei numeri su due colonne alla fine delle quali un rigo separava un numero più grande dagli altri. Non capiva le parole scritte a fianco, tuttavia il foglio era del tutto simile a quelli che ogni mercante usa per tenere i suoi conti; eppure vi era qualcosa di strano perché in alto scritto più in grande vide tre parole, due delle quali riconoscibili almeno in parte perché molto simili alla loro lingua. CONTABILITÉ SEIGNEUR: questo c'era scritto e non appena ne fu certo si allontanò di corsa e ritornò nel fenile dove raccontò tutto concitatamente agli altri due!
Francesco disse che più o meno quelle parole significavano ‘contabilità di nostro Signore.’ Antonio scoppiò a ridere e Francesco e Miguel, dopo un attimo di sorpresa, fecero altrettanto; eppure se quell’uomo era così angosciato la questione doveva essere seria, ma cosa avesse a che fare nostro Signore con i conti nessuno di loro riusciva a comprenderlo.
Andarono a cena soffocando il riso e, manco a dirlo, l’umore dell’uomo era quello solito. Soltanto la preghiera di ringraziamento sembrò distrarlo; la disse con una partecipazione e un accoramento che li colpirono. Sbagliavano a prendersi gioco di lui perché quell’uomo era pio e onesto; evidentemente aveva le sue ragioni per comportarsi in quel modo. Cercarono di mantenere un atteggiamento compunto e rispettoso, invitando con gli sguardi Antonio a fare altrettanto. Francesco cercò di scambiare qualche parola in più e la cena si concluse presto senza incidenti, ma il padrone di casa continuava a rimanere estraneo, assente, guardato ogni tanto con preoccupazione anche dalla moglie. Si ritirò presto e anche loro ne approfittammo per allontanarsi. Il mattino dopo si alzarono contenti che quello fosse l’ultimo giorno di ozio, ma ciò che era sul punto di avvenire avrebbe di nuovo sconvolto il giorno appena iniziato.
Capitolo dodicesimo.

Quando il sole era già alto anche il padrone di casa e i suoi due figli fecero uscire i carri dalle stalle. I due giovani si occupavano dei sacchi che erano stivati nel magazzino e i tre nostri amici genovesi diedero un'occhiata… notarono del grano e della segale... Vendevano prodotti agricoli alla fiera e furono tutti soddisfatti che le loro merci fossero molto diverse; non erano concorrenti e questo era bene.
Continuarono a lavorare per molte ore, senza parlare, ma scambiando ogni tanto un sorriso o un segno d'intesa; si era nella stessa barca e si respirava l'aria di quella solidarietà naturale che sorge spontanea fra gente che fa lo stesso lavoro. Il caldo era intenso e uno dei due fratelli indicò loro il pozzo, invitandoli a servirsi dell’acqua; cosa che fecero subito ringraziandoli. Verso mezzogiorno si sedettero all’ombra, esausti!
Una calma irreale era scesa sul luogo, quel tempo sospeso avvolto nel caldo ipnotico di un mezzogiorno torrido. Seduti in attesa di mangiare qualcosa videro in lontananza un turbine di polvere alzarsi dalla campagna in direzione del fiume. Si guardarono intorno, ma gli alberi erano immobili, segno che non vi era vento. Nel frattempo il turbine era diventato più grande e sebbene ancora lontano, sembrava proprio venire nella loro direzione. Fu Francesco il primo a preoccuparsi e ad attirare l'attenzione degli altri, ma un suono martellante di campane, talmente forte da ricordare quello del giorno precedente, parlò per lui. Uno dei figli del loro ospite si alzò in piedi di scatto, subito imitato dal padre, il quale sembrava essersi scrollato di dosso il triste letargo che lo attanagliava da tre giorni. Anche l’altro figlio si alzò in piedi ed i tre cominciarono a scrutare la campagna in lontananza; allora Francesco mostrò loro il punto preciso dove si scorgeva il turbine e la loro agitazione divenne subito frenesia.
Tutti e tre si misero a urlare precipitandosi chi in casa, chi verso i carri. I tre genovesi non capivano cosa stesse accadendo, ma il pericolo doveva essere ben grave. Si precipitarono ai carri anche loro e li trascinarono di nuovo nelle stalle. Miguel fu il primo a uscire di nuovo e a guardare nelle direzione del turbine che avanzava, ma non riusciva a capire di che cosa si trattasse. Quando l’ultimo carro dei loro ospiti fu rinchiuso e messo in salvo il loro ospite si avvicinò indicando loro di entrare in casa. Si guardarono incerti se ubbidire, ma quando videro i due figli uscire dalla stalla con le spade ed i pugnali, i tre protestarono energicamente lasciando intendere che se c'era un pericolo così grande l'avrebbero affrontato tutti insieme. Anche loro avevano le armi necessarie a difendersi; le mostrarono e chiesero di poterle usare perché non era nella consuetudini farsi trovare armati in casa di un ospite.
I tre confabularono e Francesco cercò di parlare; alla fine si intesero e i tre accettarono di buon grado, e anche con un certo sollievo, il loro aiuto.
"Ma che diavolo succede?"
Antonio non ebbe risposta da nessuno, ma il tono perentorio con cui aveva pronunciato la frase, proprio lui, il più giovane! strappò quasi un sorriso a tutti, nonostante la tensione.
“Mandrie” disse Francesco semplicemente e poi tutti uscirono fuori e cominciarono a disporsi in punti diversi dell'aia.
"Mandrie?" ripeté Antonio come se stesse parlando a se stesso e scrollò la testa.
La nube intanto si avvicinava e puntava proprio in direzione degli orti e del recinto dei cavalli. Uno dei figli cominciò a fare grandi gesti con le mani: occorreva mettere degli argini, stabilire delle difese.
Portarono i cavalli fuori dal recinto, ma erano decisi a difenderlo ad ogni costo. Miguel si piazzò vicino allo steccato, mentre Francesco e il padrone di casa si spostarono vicino al pozzo. Posero degli sbarramenti a fianco degli orti più grandi ma rinunciarono a raggiungere quelli più lontani poiché la nube era ormai così vicina da sconsigliare di muoversi. Le campane continuavano a suonare a distesa. Il suolo cominciò a tremare.
Presto i primi animali furono loro addosso. Tentarono di deviarli ma un uomo a cavallo si avvicinò minacciosamente; quando si accorse che erano in molti si limitò a tenere a bada la situazione lanciando improperi. Non osò avvicinarsi e un suo compare che cercò di farlo si ritirò subito quando colpirono il suo cavallo con una grossa pietra.
In mezzo ai buoi e ai cavalli vi erano le pecore, il cui pelo sporco e unto ammorbava l’aria; si ammassavano al centro camminando e trotterellando lentamente ma inesorabilmente come un fiume lento ma in piena. Si allargavano come una macchia d’olio e tenerle a bada era molto difficile anche perché i cani le spingevano. Cominciarono a menare colpi di spada per cercare di smuoverle e a spingerle nella direzione voluta, ma i cani si avvicinarono minacciosi; due furono abbattuti a colpi di pietra e allora due uomini si fecero avanti decisi. I figli del fattore urlarono qualcosa e quelli risposero in malo modo; tuttavia nessuno voleva veramente combattere, ma soltanto limitare i danni. Le pecore, tuttavia, premevano; dietro di loro altri buoi mucche e ancora cavalli, correvano spaventandole e spingendole ancor più a disperdersi. Alcune, impaurite, passarono al di qua del pozzo verso la casa, presto seguite da altre. Era ciò che volevano a tutti i costi impedire poiché se la mandria avesse seguito una pista al di qua del pozzo sarebbe finita sugli orti centrali.
Due uomini a cavallo e uno a piedi cercarono di dividere il gregge, spingendone una parte al di qua del pozzo. Decisero di affrontarli. Si buttarono tutti insieme su di loro menando fendenti con la spada; colpirono alle gambe il cavallo che si abbatté al suolo nitrendo di dolore; fra urla e bestemmie fu la volta degli uomini. Quello caduto a terra fu affrontato da uno dei figli del padrone di casa, il quale si rivelò essere un grande lottatore, mentre i tre genovesi e il fattore affrontarono quello a piedi, ferendolo. Francesco, dal canto suo, colpiva le pecore e i cani, in modo da convincerli a cambiare strada. Vista la mala parata i tre si ritirarono e allora tutti colpirono gli animali, le pecore prima di tutto e poi anche i buoi.
I mandriani si erano resi conto che la decisione dei padroni di casa non lasciava loro scampo e si diedero da fare per ricondurre la mandria al di là del pozzo. Era quello che volevano e soltanto poche pecore rimasero al di qua trotterellando; alcune invasero gli orti centrali ma si ricongiunsero presto alle altre, spinte anche dai cani. Naturalmente non potevano evitare che il grosso della mandria invadesse gli orti periferici, ma quelli centrali e l’aia erano salvi.
Seguì un momento di calma improvvisa, che quasi li sgomentò. Gli animali si stavano allontanando e con loro i mandriani e i cani e tutto. Tutti si guardarono tirando un sospiro di sollievo. Non ebbero però il tempo di riprendersi perché una nuova e terribile scena si parò innanzi ai loro occhi. Si voltarono di scatto, attirati dai nitriti del cavallo agonizzante e di un cane che ancora si muoveva e sbavava; il cavallo aveva due gambe spezzate e cercava di alzarsi ricadendo pesantemente al suolo. Uno dei figli del fattore stava per infliggergli il colpo di grazia quando l’altro urlò indicando un punto poco lontano. Fu allora che videro un gruppo di cinque o sei pecore che era rimasto indietro e si aggirava intorno al cane morto e all’altro agonizzante, poco lontano dal cavallo. Dietro di loro una turba di individui laceri, dagli occhi sbarrati e dallo sguardo che sembrava più animalesco che umano; emettevano grida più che parole, suoni incomprensibili come squittii di topo. Si gettarono sugli animali vivi e su quelli morti, poi altri se ne vennero urlando e si buttarono nel mucchio addosso alle pecore e sul cavallo. A mani nude e con pietre e qualche coltello sgozzarono le bestie, afferrando pezzi di carne; il loro numero aumentava in continuazione e allora i sei uomini si rifugiarono in casa sbarrando le porte. Ma quelli non sembravano interessarsi a loro; in men che non si dica nulla rimase vivo su quell’aia e nonostante la magrezza impressionante di quei corpi la disperazione aveva moltiplicato le loro energie. Alcuni si accucciarono come cani addentando la carne cruda, sporchi di sangue, voltando la testa e tenendo la bocca attaccata al bottino. Ne arrivarono altri e si buttarono con disperazione ancora maggiore sul poco che restava, irosi per aver perso anche quella occasione. Altri preferivano fuggire portandosi via pezzi di animali, altri ancora li inseguivano, buttandoli a terra e afferrando il loro cibo; altri approfittavano della confusione per mettersi in un angolo e mangiare rapidamente quel che erano riusciti a predare.
Infine si ritirarono tutti, fuggendo come un branco di lupi affamati e lasciando sull’aia le carogne ancora fumanti e la sola testa del cavallo, ancora attaccata allo scheletro; mentre una pecora, non si capiva se per il vento o per un ultimo spasimo prima di morire, sussultava alzando la testa, in mezzo a una macchia di sangue e viscere. Nessuno osava uscire, chiusi ciascuno in un silenzio teso; poi quando si resero conto che non sarebbero tornati, la rigidezza dei loro corpi si sciolse di colpo; tranne Antonio, che se ne stava rintanato in un angolo, tremante; poi cominciò a vomitare e a piangere, imitato presto da uno dei figli del contadino.
Si preoccuparono tutti di loro e con grande amorevolezza la moglie mise dell’acqua sul fuoco e cominciò a lavare la fronte dei due e a pulire per terra.
Capitolo tredicesimo.

Si ripresero soltanto nel pomeriggio e lo scampato pericolo, nonché l’aver vissuto insieme quell’avventura, avevano rinsaldato l’amicizia fra loro. Fecero di nuovo uscire i carri dalle stalle, ma l’odore di sterco, di sangue, di viscere, era talmente forte da impedire il lavoro. Quegli uomini, pur essendosi allontanati, avevano lasciato sull’aia una nube di morte ed erano ancora lì intorno; non potevano aver fatto molta strada e un pezzo della loro vita miseranda si era attaccata come una colla a tutto ciò che circondava la fattoria. Erano la vendetta della fame, una maledizione ancor più sinistra della loro presenza.
Presero dei secchi e gettarono acqua dappertutto: a caso, prima, poi con più metodo nei punti dove l’odore si diffondeva più forte. Con i badili raccolsero i resti degli animali, tranne quello del cavallo, la cui testa stava ancora diritta, proiettata verso l’alto, con la criniera a posto e la pelle ancora lucida; gli occhi erano ancora aperti e sbarrati, la bocca spalancata con l’ultimo nitrito che se ne era volato giù dal collo squarciato. Nessuno osava spostarne la carcassa. Fu la donna a decidersi a farlo; l’afferrò tenendola alta in mano senza guardarla e la buttò in mezzo al letame. Dopo quel gesto di coraggio e di pietà tutti si sentirono liberati e in poco tempo portarono a termine l’opera di pulizia.

Due orti erano completamente distrutti ma gli altri erano salvi ed erano proprio quelli più rigogliosi; solo una parte del prato era mal messa e la staccionata aveva subito pochi danni. Il pozzo era intatto e il recinto dei cavalli era stato solo sfiorato dalle mandrie. Anche lo sguardo dei figli e del padrone di casa era confortante; anzi, mano, mano che quell’ispezione continuava, ebbero tutti l'impressione che l’umore dell’uomo continuasse a migliorare. Non credevano ai loro occhi e non riuscivano a trattenere il riso perché non si capacitavano di questo cambiamento; nonostante l’esiguità dei danni si trattava pur sempre di due orti distrutti e di una parte del prato! E di orti ben coltivati, per giunta, e che ora, dopo il passaggio delle mandrie, non avrebbero dato frutti per un po’ di tempo! A dire il vero i figli sembravano più amareggiati; infatti raccoglievano le piante abbattute sospirando e scuotendo la testa.
I tre genovesi si sentivamo più vicini a loro, ne comprendevamo lo sconforto, ma non volevamo neppure urtare la suscettibilità del padre, che diventava sempre più allegro. Pensarono di trovarsi in mezzo a gente ben strana e che gli esseri umani riservano sempre sorprese. Finirono di caricare i carri al tramonto e stanchi, dopo essersi lavati al pozzo, rientrarono in casa. Avevano quasi dimenticato l’uomo e il suo strano umore, ma quando entrarono videro che i fogli che Miguel aveva intravisto furtivamente il giorno prima, stavano invece sul tavolo accanto all’uomo che, per altro, manifestava, un umore allegro, addirittura gioioso; e anche i figli, pur non sprizzando di gioia, si erano rassegnati ad una serena accettazione dell’accaduto. Si rivolsero a Francesco che se la rideva sotto i baffi; forse aveva capito qualcosa che agli altri sfuggiva.
Miguel, in particolare, manifestava un certo disappunto; lui che voleva più di tutti capire quel mistero, ora ne sembrava escluso!
A un cenno della donna si alzarono in piedi e recitarono con fervore la preghiera; fu più lunga del solito e anche se non potevano capire quanto veniva detto, avvertivano che la solennità delle voci era una forma di ringraziamento più devoto per essere scampati all’avventura vissuta nel pomeriggio. Si sedettero di nuovo e subito si diffuse per la tavola una contagiosa allegria; il fattore continuava a guardare i suoi fogli e a fare grandi cenni di assenso con il capo finché tutti cominciarono a ridere e alla fine, un po’ per mezze frasi dette e capite un po’ perché a Francesco venivano in mente altri racconti su episodi del genere, giunsero a comprendere il perché del comportamento dell’uomo.
Era usanza presso alcuni, tenere i conti dei propri debiti con Nostro Signore, accanto a quelli delle nostre cure terrene e degli affari. Ora quel buon uomo, cui le cose negli ultimi tempi dovevano essere andate particolarmente bene, temeva assai per la propria anima poiché i conti presentavano un eccessivo vantaggio che non era compensato dalle opere di carità e dalle buone azioni. Naturalmente ci si poteva chiedere come mai non indulgesse in quelle; ma si sa, gli uomini non sempre sono lineari nei comportamenti o forse semplicemente, erano loro a non capire bene l’intera faccenda, anche se qualche accenno da parte dei figli loro coetanei, fece loro comprendere che la fiducia nel buon Dio non era pari a quella che l’uomo poneva nell’azione dei suoi ministri terreni.
Vicino a dove abitavano, non vi erano monaci, gli unici a detta dell’uomo, degni di fiducia; fare troppa carità senza alcuna riservatezza o per i canali dovuti, poteva poi far sorgere sospetti sull’entità delle ricchezze… Il fattore spiegò che ogni tanto non disdegnava di intervenire in soccorso di quelli che venivano abbandonati davanti alla Chiesa, ma che, per ragioni non del tutto chiare, l’uomo riteneva che l’eccessiva fortuna degli ultimi tempi mettesse in pericolo la sua vita spirituale. Inoltre, la Fiera prossima e la prospettiva di buoni affari rischiava di peggiorare la faccenda. Per farla breve, l’uomo pensava che il danneggiamento degli orti e gli altri danni subiti fossero un giusto prezzo da pagare alla sorte e riteneva con quelli di essersi messo in pareggio nei suoi conti celesti.
Quel che capirono, semmai fosse tutto quel che c'era da capire, li fece dapprima sorridere e poi meditare; quel buon uomo, nei suoi modi un po’ buffi, aveva impartito loro un grande insegnamento. Spesso, presi come siamo dalle nostre vicende umane, dimentichiamo il debito di riconoscenza più grande. I mercanti, inoltre, avevano più occasioni degli altri di peccare.

Si ritirarono tutti presto perché l'indomani la fiera sarebbe davvero iniziata anche per loro; ma nei giacigli non si distesero subito i tre genovesi e decisero, dopo averne discusso, che, qualora la buona sorte li avesse aiutati durante la Fiera, avrebbero lasciato un compenso alle opere religiose della città che li ospitava e lo stesso avrebbero fatto a Lione.
Soltanto Miguel, pur approvando tutto, conservava nel proprio intimo una preoccupazione che tuttavia non esternò neppure al fratello: che quell'uomo fosse in realtà un eretico e che quella mania di tenere i conti in quel modo non fosse figlia della devozione ma del demonio. In ogni caso, il sonno ebbe, almeno momentaneamente, partita vinta anche sui suoi dubbi…

Con quello spirito il mattino successivo si recarono a Beaucaire, liberati da molti pesi e contenti. Le campane salutarono festosamente l’inizio della Fiera e una settimana dopo, i nostri tre eroi lasciavamo quella città commossi, salutando chi li aveva ospitati e scambiando con essi il segno della perenne amicizia; persino Miguel sembrava avere accantonato ogni residua angustia. Imbarcarono le merci sulle chiatte che navigavano sul grande Rodano in direzione di Lione e insieme ad altri mercanti iniziarono il lungo viaggio verso la città.
Capitolo quattordicesimo.

Il suono della sveglia sorprende Galileo nel sonno più profondo e gli scaraventa addosso la sensazione sgradevole di una nascita prematura. Neppure l'idea del caffè lo salva dal disagio che serpeggia nella stanza e si trasmette agli oggetti che pure maneggia ogni giorno: la piccola caffettiera per uno e mezzo, il piezo a distanza della cucina elettronica, il pacchetto di sigarette abbandonato sul tavolo con una decina di accendini semi consumati. Solo il sussurro della caffettiera in ebollizione e l'aroma sincero che si espande come una pennellata di verde lo rimettono in sesto. Si rifugia di nuovo nel letto e richiude il libro posandolo sul comodino. Dopo il primo sorso il mondo comincia a tinteggiarsi di nuovo… quello strano mondo nuovo così simile a quello appena lasciato poche ore prima.
Accende il monitor panoramico di fronte al letto… i dati scorrono lentamente. Decollo perfetto, nessuna crisi di panico fra gli abitanti, anzi festeggiamenti e vino a fiumi, Narlikar euforico, messaggi di saluto, molta retorica, un po' di commozione; tutto questo mentre lui era immerso nella lettura e poi nel sonno.
Il trillo del telefono lo richiama alla realtà della giornata che lo attende:
"Dottor Fanti, le ricordo che l'assemblea è alle dieci in punto."
"Sarò puntualissimo, non si preoccupi signorina Stephanie."
Già l'assemblea, la prima riunione del cervello pensante della sua struttura, i compiti esaltanti che lo attendono, il fiore all'occhiello della spedizione. Galileo sorride fra sé, un po' compiaciuto, un po' ironico - come sempre.
La scelta dell'abito lo tiene davanti all'armadio in meditazione, ma il telefono squilla di nuovo:
"Auguri."
Galileo resta in silenzio quell'impercettibile frazione di secondo in più che rivela a chi ha chiamato di essere inaspettato e non riconosciuto e a chi riceve… quanto poco basti per sorprendersi distratto nell'ascoltare una voce che solo pochi mesi prima l'avrebbe fatto sussultare di gioia.
"Pensavo ti facesse piacere."
Il tono usato da Luce, nella sua replica al nano secondo di silenzio di troppo, accentua la frattura.
"A volte sei troppo tempestiva… mi stavo scegliendo l'abito."
"Buona fortuna allora e quando puoi chiamami."
L'armadio è ancora aperto davanti a lui e la scelta sembra quanto mai lontana… come le parole di Luce, che vanno a conficcarsi ovunque, come tanti piccoli dardi sparati a casaccio. É subentrato qualcosa di tagliente fra di loro, una metamorfosi del loro gioco di punzecchiarsi che di colpo diventa vero; non più gioco, dunque, ma muro e distanza, colori severi… come il completo blu scuro che gli cade addosso dall'armadio, come una premonizione. Galileo lo squadra e scuote il capo in segno di assenso.
La vestizione rapida riporta tutti i movimenti allineati sul regolo di una fretta tenuta sotto controllo.
Fuori ci sono già i giornalisti ad attenderlo; scattano i flash, i corridoi sono pieni di gente. Galileo, accompagnato dalla piccola folla, entra trionfalmente nella sala della conferenza quando tutti i suoi più stretti collaboratori sono già seduti al grande tavolo ovale; il suo sguardo professionale vola come un ampio ventaglio sulla scena, ma un segmento si ferma in un punto più del necessario… Diotima, peraltro, finge di leggere dei fogli. Un'occhiata all'orologio, le dieci meno cinque; ancora il tempo di un gesto con la mano, qualche flash e poi Galileo si accomoda sullo scranno dalle spalliere più alte, non proprio nel mezzo dell'ampio tavolo, ma un poco spostato e destra.
Signori e signore…

giovedì 23 luglio 2009

Agenda di scrittore: romanzo

3 Giugno. Erasmo è una figura limpida e al tempo stesso inquietante. La sua statura è la stessa dei grandi illuministi che domineranno la scena europea quasi un secolo e mezzo dopo di lui. Egli capisce il limite di ogni rivoluzione politica e sfiora il moderno fino ad anticipare la dissoluzione della Verità come concetto pensabile. La sua opera è il primo specchio infranto della cultura occidentale, il primo che dividendosi in migliaia di frammenti ci avrebbe regalato il caleidoscopio moderno.

4 Giugno. Comincio a leggere una bella introduzione a Spinoza, un libro consigliatomi da un'amica poeta e filosofa; s'intreccia fra noi e i libri un dialogo fitto, vertiginoso. Affianco a questa lettura quella di Erasmo e Tommaso.

6 Giugno. A volte ci sono informazioni che si situano in noi e vengono poi dimenticate; poi altre si aggiungono sullo stesso argomento e noi crediamo di sapere qualcosa. Ma quando conosciamo veramente? Quando quell'informazione che giaceva dimenticata diventa il pezzo mancante di un mosaico, che altrimenti non avrebbe vita. É ciò che mi è accaduto oggi leggendo che fra Erasmo e Tommaso Moro vi fu un rapporto di amicizia e sodalizio intellettuale. Sicuramente possedevo già questa informazione ma me n’ero dimenticato. Me ne sono ricordato oggi e mi è parso così ovvio e naturale che i due si conoscessero, tanto da sembrare che il loro incontro sia la trama di un romanzo architettato da una regia raffinatissima, capace per questa via di comunicarci lo spirito del tempo. Erasmo e Tommaso non potevano non conoscersi. Dopo questa scoperta il '500 per me ha smesso di colpo di essere un manichino dai movimenti meccanici e ha cominciato a muoversi come un giovanotto pieno di energie. Anche Spinoza, venuto dopo di loro ad afferrarne in parte il testimone, diviene più limpido; ma lui aveva dovuto fare i conti con il sistema a tutto tondo di Cartesio e aveva sofferto più di Erasmo e Tommaso, nonostante la fine tragica di quest'ultimo.

10 Giugno. Il '500 è un secolo chiave per molte ragioni, ma per una in particolare: è il tempo in cui il tipo di uomo moderno esce dal guscio e comincia a formarsi. Volendo schematizzare, nel secolo vi sono tre diversi tipi di essere umano maschile: il primo è il fanatico cristiano che trova nella conquista e nelle spedizioni navali la riedizione delle Crociate medioevali. Tale epopea, già prosciugata in partenza da ogni residuo idealista e dall'ambivalenza che ancora contrassegnava le Crociate, trova le sue ragioni nella corsa all'oro e nel massacro indiscriminato; le benedizioni, i battesimi successivi e le conversioni forzate, successive alla conquista da parte di Cortez, sono soltanto un aspetto del dominio, ne sono la sua ideologia.
Il secondo tipo cinquecentesco è il riformatore religioso fanatico, il quale pensa di fondare finalmente un regno millenario che sia una sintesi di tutte le eresie cristiane; il suo testo di riferimento, più che non i Vangeli, è l’Apocalisse di Giovanni, che tuttavia interpreta in termini attualistici piuttosto che profetici. Ha in odio la doppia morale vaticana, rimprovera al papa di Roma la mancanza di rigore morale.
Infine, il terzo tipo: il borghese moderno tollerante, l'uomo che sarà modellato dagli illuministi per una società che al tempo di Erasmo non esisteva ancora. Un romanzo storico deve in qualche modo raccogliere questa tipologia. Poi ci sono le donne... già, le donne: come scriverne?

11 giugno. Il lavorio di questi giorni ha prodotto un ritorno alla scrittura; è ancora una sensazione indefinita, ma quello ch'era in ebollizione, nutrito dalle conversazioni con l'amica filosofa e dalle letture, si sta sedimentando in un mare calmo, su cui piccole onde di parole cominciano ad incresparsi dentro di me.

16 Giugno. I due protagonisti incontrano Erasmo in un albergo sulle rive del Rodano, dopo una tempesta. Erasmo viaggia con un servitore e un cane. É l'oste a informare i protagonisti che nella locanda "alloggia un gran santo, un uomo del nord" che usa intrattenere gli avventori dopo cena. Così avviene anche quella sera. Il più giovane dei due fratelli rivolge all'uomo una quantità di domande e rimane affascinato dal modo in cui l'altro risponde. Mi sembra una buona idea; è plausibile l'incontro perché Erasmo si muoveva molto proprio in quegli anni. E poi non c'è bisogno di nominarlo direttamente. Il personaggio che ho in mente incarna un tipo umano che deve assomigliare a Erasmo, ma che comprende in sé anche qualche tratto di Spinoza e Tommaso; lo scrittore può fare questo senza pretendere di sostituirsi agli storici. Eppure, ricordando Braudel, quanto di romanzesco vi è in quello che scrive!

lunedì 13 luglio 2009

Agenda di scrittore, romanzo: Capitolo decimo.

Capitolo decimo.

Dopo aver cliccato il tasto con una certa enfasi, Gunther, il decano dei giornalisti a bordo, prende dal piccolo frigo una bottiglia di champagne che si è tenuto in serbo per il momento della partenza; il suo primo servizio, quello in cui, finalmente, ha potuto dire tutto senza censure a chi rimane giù sulla terra, è appena partito nella direzione contraria a quella della navicella. Se li immagina lì a spiare la loro partenza in punti diversi del globo, attaccati ai grandi telescopi o semplicemente davanti a uno schermo; il suo articolo l'avrebbero letto il giorno dopo. Chissà cosa diavolo pensano di noi… e intanto il bicchiere pieno di bollicine si eleva alto davanti a lui che ha disteso le gambe davanti a sé. Ora si tratta soltanto di aspettare. Rimette la bottiglia a posto, si alza ed esce dal piccolo sgabuzzino dove è collocata la postazione con il computer.
"Sei l'unico che lavora già!"
"Oh Galileo sei tu… già l'unico; voi comincerete presto e ne avrete da fare."
"Non subito per quanto ci riguarda, la partenza è tutta sulla spalle della Prima Struttura, noi entriamo in scena domani e nei prossimi giorni; ma i nostri compiti sono di lungo periodo, mentre ora si tratta soltanto di decollare bene."
Nell'ampia sala della navicella di servizio c'è una frenesia palpabile; si fanno le ultime telefonate con i cellulari a plasma che poi non serviranno più e verranno dati agli addetti che riporteranno indietro la navicella di servizio. Altri attendono silenziosi, spaparanzati sui divani. Gunther rientra nel suo sgabuzzino e ne esce con la bottiglia appena intaccata.
"Hai voglia di un goccio?"
"Perché no…" gli risponde Galileo… e la scena viene notata anche da due donne.
"Brindate soli? Ma che tristezza!!"
Entrambi colpiti dal tono scherzoso ma deciso delle voci femminili, i due uomini si irrigidiscono in un goffo impaccio. La risata squillante di una delle due pone fine al piccolo imbarazzo poi è l'altra ad avviare la conversazione.
"Sarà bene che cominciamo a conoscerci, visto che dovremo lavorare insieme."
Galileo Fanti a quelle parole, aggrotta la fronte; poi con una rapida ricognizione arriva alla conclusione più logica…
"Diotima Anghelopoulos immagino!"
"Proprio io."
Il clima diventa subito amichevole e fatte le presentazioni è la volta dei bicchieri alzati e dei sorrisi. È Chantal Devisè la quarta della compagnia improvvisata, una genetista che lavorerà nella Terza Struttura, ai settori più delicati della ricerca.
"Sono capitato in mezzo ai cervelloni… io povero giornalista che non saprà cosa raccontare… Spero tanto in voi cari amici."
“Sa nulla lei signora Anghlòpoulos d Luriaga?”
“Credo sia già a bordo con la famiglia, da quel che ne so; chiede l'autorizzazione a un decollo dentro la bolla piuttosto che nelle strutture; credo ci raggiungerà nei prossimi giorni; pensavo l'avessero avvertita...”
“no quella di decollare fuori dalle Strutture è una procedura prevista e la richiesta andava fatta direttamente allo staff del presidente”.
La conversazione scorre piacevole e il livello dello champagne cala rapidamente verso il basso; ma anche quel momento di tranquillo intermezzo volge presto al termine. Il colpo secco che segna l'avvenuto aggancio della navicella alla Bolla Vitale fa sussultare tutti quanti. Si avviano verso il tunnell che li porta a bordo e, superato il portellone le loro strade si dividono e ognuno se ne va verso i propri appartamenti. I due uomini si abbracciano: "Che farai questa sera?"
"Mi godo l'ultimo momento di riposo… leggerò."
Gunther si stacca dall'abbraccio e guarda l'amico: "Il tuo famoso libro? Ne parlano tutti, sei diventato un mito…"
"Ne ho sentito parlare anch'io" interviene Diotima, mentre Chantal segue perplessa la loro conversazione.
"Chantal, vedo dalla sua espressione che lei non ne sa nulla… se lo faccia spiegare dal nostro Galileo… Abbiamo un comandante molto ma molto originale!"
Ancora una risata e un ultimo saluto. Anche Chantal è arrivata a destinazione; il suo appartamento è proprio a ridosso della porta d'ingresso. Galileo e Diotima proseguono insieme.
"Questa del libro aveva incuriosito anche me… ma ho capito dal suo sguardo che lei non ama molto parlarne… sbaglio?"
"Mi sento gli occhi addosso per una cosa che ritengo irrilevante… mi considerano una specie di dinosauro per essermi portato un libro in veste cartacea a bordo! Non mi sento un animale così strano, tutto qui!"
"La mia curiosità è di tutt'altra natura, glielo assicuro! Quando ne venni a conoscenza mi parve addirittura commovente che lei avesse pensato a un libro fatto di carta; non la ritengo affatto un'idea retrò!" Galileo la guarda come se la vedesse in quel momento per la prima volta; gli occhi, in particolare, così neri e profondi, quasi offesi che lui avesse potuto ritenere la sua curiosità della stessa specie di quella altrui.
"Amo i libri come lei, ma non ho avuto lo stesso coraggio."
"Ti ringrazio per queste parole." Galileo ha parlato con foga, pur nella brevità della frase e solo dopo si accorge del tu con cui si è rivolto alla donna; si mordicchia le labbra, ma non ha il tempo di parlare.
"Prima o poi sarebbe accaduto, no?"
"Già." E nel dirlo un piccolo velo di malinconia attraversa il volto di Galileo.
"Dovremo lavorare molto e le condizioni di vita qui dentro non credo saranno facili…È a questo che stava pensando vero?"
"Sì, ma ne sono anche entusiasta! Ma con le partenze è così. Sono sempre triste quando parto, ma poi mi passa presto… potremo rivederci? Intendo al di là del lavoro?"
Sorpresa da quella perentoria richiesta, tipica di un timido che vuole superare di slancio un ostacolo, Diotima attende un po' prima di rispondere…
"Certo! Ora che ci siamo conosciuti finalmente!"
"Già, è strano che non ci siamo incontrati prima, ma se non ricordo male lei ha scelto soltanto recentemente di fare parte di questa Struttura."
" E' così infatti…"
"Beh, benvenuta a bordo allora!"
La chiave dell'appartamento di Diotima gira lentamente nella serratura.
"La prima riunione è convocata fra due giorni."
"Si, ci vedremo in quell'occasione…"
"Vorrei vederlo il libro prima o poi."
"La prima sera libera le prometto di chiamarla e mi presenterò con questo benedetto talismano."
La porta si chiude sul sorriso di Diotima e Galileo prosegue. L'appartamento non è lontano, ma per fare più in fretta prende uno dei piccoli mezzi semoventi che si trovano a disposizione di tutti nei corridoi. Fatte un paio di svolte il numero 888 è presto raggiunto. Appena il tempo di famigliarizzare con la sua nuova abitazione interna alla Struttura e già il telefono squilla: è Luce.
"Tutto bene?"
"Sì e tu?"
"Non posso dire che qui dentro si stia nel lusso…"
"Ti aspettavi di meglio? Lo spazio è quello che è, del resto abbiamo anche la Bolla, non ne godremo come i Commons ma insomma…"
"Che fai questa sera?"
"Volevo riposarmi…" pensava di aggiungere e di leggere ma poi si trattiene.
"Capisco, non hai voglia di muoverti… Volevo invitarti a cena."
"Non ho fame e poi davvero… se penso a quello che mi attende da domani… Sai come sono, mi devo abituare e le novità mi spaventano sempre un po'. Fra qualche giorno sarà diverso."
"Come vuoi. Buona notte allora e… buona lettura."
Galileo accende la lampada sopra il divano e si sdraia su di esso. Toglie dalla borsa il libro e comincia a sfogliarlo. Chissà cosa diavolo ha scatenato in tutti quanti dei sentimenti così ambivalenti verso quel piccolo parallelepipedo di carta. Lo guarda con una certa indifferenza, infastidito dalla sopravvalutazione che i giudizi altrui danno del suo gesto, così da spogliare l'oggetto di quella sacralità naturale ma povera che l'ha spinto a portarlo con sé. Sospira Galileo, ma poi si fa strada un altro pensiero: non tutti sono così ambivalenti e il volto di Diotima, i suoi occhi puntati su di lui mentre gli parla trasformano l'appartamento un po' estraniante in cui trascorrerà molto del suo tempo d'ora in poi, in qualcosa che lo fa assomigliare a una casa.
Raggiunge presto il capitolo su cui si era addormentato la notte precedente.