martedì 22 settembre 2009

Editoriale del quarto numero della rivista Il cavallo di Cavalcanti

Il quarto numero de Il cavallo di Cavalcanti sarà presto disponibile (forse addirittura negli ultimi giorni di settembre e in ogni caso entro i primi quindici di ottobre). E' un numero assai ampio, che abbiamo voluto mantenere così, nonostante lo sforzo finanziario che questo ci costerà, perchè volevamo da un lato ringraziare i nostri abbonati della pazienza, visto che il numero doveva uscire a giugno, ma a causa di incidenti vari di computer, fummo costretti a rinviare. Ritenemmo poi a luglio che non fosse più possibile, a ridosso della vacanze estive, editare la rivista con il riscio di non poter fare presentazioni e sostenerla adeguatamente. Pensammo allroa che non tutto il male veniva per nuocere e che fosse possibile, approfittare di questa circostanza sfavorevole per cmabiare le periodizzazione di uscita della rivista. Le nuove date saranno ottobre e aprile o inizi maggio per il seocndo semestre, in modo da evitare la coinmcidenza di festività.
Speriamo che questa nuova periodizzazione ci aiuti a gestire meglio la rivista e incontri il favore di tutti.

Di seguito trovare l'editoriale del numero in uscita.

EDITORIALE.

Due sono i temi forti e unificanti di questo quarto numero della rivista. Il primo è un’inchiesta sulla letteratura dei paesi dell’est europeo. A vent’anni dalla caduta del Muro di Belino, ci sembrava il momento d’esplorare come quell’evento storico ha modificato il modo di scrivere e i gusti del pubblico. Si comincia dalla Cechia, con la Foto d’Autore riservata a Jàkim Topol, un giovane romanziere ancora poco noto in Italia; l’intervista è a cura di Laura Angeloni. Continuando su questa strada, la vivace testimonianza di Riccardo Valsecchi ci porta prima nel cuore di Berlino, dove quattro diversi personaggi ritornano con la memoria ai giorni memorabili dell’89 e successivamente in un’altra città di confine: Riga. Infine l’ampio e documentato saggio di Filadelfo Giuliano ci riporta nella Repubblica ceca, con una panoramica sulla narrativa di quel paese, dove, accanto ai mostri sacri Hrabal e Kundera, è nata una nuova generazione di scrittori e scrittrici.
Il secondo tema forte è la continuazione di un percorso che ci sta a cuore da sempre: rinvenire, nella seconda metà dell’800, quelle voci appartate ma fortemente anticipatrici di molta narrativa successiva: dopo Schwob, è la volta di Rodenbach, con Bruges la morta, oggetto di un saggio di Mariella De Santis, che ricostruisce la genesi del romanzo collocandolo in un ambiente culturale e letterario su cui da tempo la critica italiana non ritornava. Per i personaggi da non dimenticare è di scena Grenouille, protagonista de Il profumo di Patrik Suskind. Il saggio di Adriana Marchetti ricostruisce puntualmente le gesta di questo imbarazzante serial killer e artista, protagonista di un romanzo che continua a fare scandalo. Con il giro del mondo torniamo in Giappone con un saggio di Ilaria Dazzi dedicato a Jukio Mishima, sempre attuale, ben oltre il suo mito, tanto più che l’autrice ne inquadra l’opera nel contesto della letteratura giapponese di quegli anni focalizzando un aspetto meno noto in Occidente, del grande scrittore: il suo teatro.
Come sempre, la nostra rivista non vive soltanto intorno ai due temi indicati, ma ne propone altri: a cominciare dall’ampia analisi del primo Vassalli compiuta da Beppe Mariano, in Finestra sull’Italia. Per la rubrica dei teatro e cinema, ancora una volta abbiamo scelto di pubblicare un testo piuttosto che una critica. L’autore è Giuseppe Manfridi, introdotto da una nota di Fabio Pierangeli. L’autore di Giacomo il prepotente ci propone un dialogo a due voci femminili, teso e inquietante, mistico, ma anche sottilmente percorso di erotismo. Per quanto riguarda Sherazade proponiamo un testo inedito di Maria Caldei, che abbiamo voluto ricordare ancora a due e più anni dalla scomparsa e un racconto di Giorgio Buridan. La scelte della redazione si rivolgono a due libri, oggetto di altrettanti saggi da parte di Franco Romanò. Il primo è una raccolta di racconti di Vincenzo Pardini, il secondo l’ultima fatica narrativa di Dante Maffia. Per Techne pubblichiamo un’ampia riflessione filosofica sul libro e sulla lettura, di Gianni Marilotti. Infine le due rubriche d’esordio: nella prima pubblichiamo due racconti, rispettivamente di Alberto Gorrani e di Lucia Saetta. Infine Incipit, come sempre, curato da Fabio Pierangeli.

La redazione

martedì 15 settembre 2009

Agenda di scrittore: Romanzo

18 Agosto. Nulla di importante.

19 Agosto. Ci vuole anche un giornalista, un altro dico. Uno non basta, bisogna che introduca un altro sguardo; in fondo il romanzo moderno non è altro che una moltiplicazione di sguardi. Non è lo specchio infranto la vera novità, ma l'infinità di punti di vista, che corrisponde all'amplificazione delle culture e alla possibilità di traduzione reciproca. Soltanto Pessoa è stato capace d’intravedere una possibilità diversa dalla frammentazione del soggetto: esso può moltiplicarsi invece che frammentarsi, dare vita a una proliferazione di punti di vista diversi che egli incarnò in modo così geniale nei suoi eteronimi e in se stesso ortonimo.

20 Agosto. Beckett pensa che lo sguardo debba essere unico; la sua esplorazione estrema è grottesca e tragica, un disperato attaccamento allo sguardo occidentale. L'incatenamento dei corpi e la loro impotenza non allude ad alcun destino post atomico come è stato detto; piuttosto all’impossibilità di tradurre un'esperienza culturale. Al fondo vi è l'innominabile; non in senso assoluto, ma il nocciolo che distingue dall'altro, che appartiene soltanto a me e che non può giungere all'altro. Lui sembra dirci questo: cercate, cercate, ma è possibile uscire da voi stessi? La parabola di Beckett consiste in un disperato rinchiudersi dentro la dimensione dell'uno, eliminando tutto ciò che non lo riguarda; in definitiva Beckett è il solitario teologo di un monoteismo senza dio. La sua posizione è opposta a quella di Pessoa, che invece di rinchiudersi dentro l'afasia, prova a uscirne, inventando una realtà invece che scarnificare fino allo scheletro quella esistente o supposta tale.

21 Agosto. Oltre a un giornalista bisogna che risolva meglio la questione degli animali; l'accenno iniziale era necessario per i suoi intenti allegorici, ma non ci si può fermare lì.

22 Agosto. Ho ripreso a leggere il libro di Graves sui miti; sicuramente qualche greco si sarà occupato di questa storia degli animali.

23 Agosto. Anche i virus sono un problema; vano trattati come animali oppure no? Qui nemmeno i greci mi possono aiutare, bisogna che faccia tutto da solo… e se non sbaglio mi ero già posto questo problema, ma senza risolverlo.

24 Agosto. Portare soltanto le specie in via di estinzione? Troppo tardi ormai, ma la soluzione era forse davvero questa.

1 Settembre. Il tram è uno solo: non più due come all'inizio dell'estate, perché il 15 non passa più di qui. Non me ne sono accorto subito, ma solo dopo un po', selezionando i rumori. La città cambia sempre, è questo che attrae e respinge di Milano, il suo incessante lavorio interno, che tuttavia non è metamorfosi. Quest'ultima si compie lentamente e si sviluppa da premesse visibili. Il lavorio continuo che non abbandona mai questa città sembra dettato da una condizione ambientale impervia e mai superata. Milano, pur essendo terra di acque e di fiumi all'imbocco di una grande pianura, si trova in realtà in una conca malsana e inospitale; forse i suoi abitanti, da sempre, hanno scelto il lavoro e un ritmo di vita frenetico come risposta culturale a un ambiente così poco accattivante. E se il degrado civile sempre più inarrestabile della città fosse dovuto proprio al venir meno di una condizione lavorativa dotata di senso e prospettiva? Espulse le industrie tutto si è trasformato in un'economia impalpabile, si vive di notte perché non si può più vivere di giorno. La frenesia è la stessa di sempre ma è quella di un motore che gira a vuoto, aumentando il rumore fino al parossismo, mentre tutto è fermo.

8 Settembre. È stata una giornata molto confusa contrassegnata da movimenti contraddittori che si elidevano l'un l'altro; sembrava quasi di assistere a una gag in cui ognuno degli attori si muove nelle direzioni più diverse ma poi tutti passavano più o meno negli stessi punti senza sospettare l'uno dell'altro. La comicità è una serie di equivoci concatenati e finiti; la complessità, probabilmente, altro non è se non una serie infinita di equivoci non concatenati.

9 Settembre. Nulla di importante.

10 Settembre. Nulla di importante.

11 Settembre. La riproposta di film, fiction, dibattiti sull’11 settembre ci accompagnerà per molti decenni, è inevitabile. Non tutto è da scartare e la retorica non può cancellare la portata epocale dell’evento. La retorica è uno dei frutti della cultura di massa, dell’esposizione mediatica. Vale per qualsiasi cosa, dalle più frivole alle più serie; lamentarsene e rimanere solo fermi a questo non porta da nessuna parte. Anche quest’anno il ventaglio dei ricordi, delle ricostruzioni dei film non era tutto negativo. Anzi, a ben guardare tutto è importante e fa riflettere, anche le fiction più lacrimevoli, le ipotesi sempre più ragionevoli sul complotto, ipotesi costate il posto di Ministro a un giovane e brillante collaboratore di Obama; ma anche le risposte ragionevoli o almeno dialoganti e non becere all’ipotesi sempre più evidente di complotto. C’è un solo aspetto che continua a rimanere inquietante in tutti i servizi: le immagini dell’impatto. Così perfette nell’inquadrare gli aerei che centrano le torri gemelle, il primo specialmente, con le inquadrature così perfette, il fuoco giusto, le macchine da presa posizionate dove meglio non avrebbero potuto essere. Ho sempre pensato, fin dai primi momenti, che quella perfezione di riprese, oltre che costituire un elemento di sadismo di chi le propone in continuazione, siano la prova più consistente – seppure non dimostrabile – che delle verità ufficiali non è vero nulla o quasi.

15 Settembre. Nulla di importante.

lunedì 14 settembre 2009

Agenda di scrittore: capitolo sedicesmo.

Capitolo sedicesimo.

"Di già? Peggio di quel che pensavo."
"Signora Passini, la sta chiamando il responsabile della Terza Struttura…"
"Mi dica direttore." Galileo respira profondamente, allungandosi sulla scrivania per raggiungere il pacchetto di sigarette cocktail.
"Sei ancora lì?… Oh mi scusi: è ancora lì dottor Fanti?"
"Sì, sono ancora qui e vorrei ricondurre la nostra conversazione alla sostanza delle cose."
"È che non so quale sia la sostanza delle cose…"
Galileo tace, si muove sulla sedia con uno scatto brusco della schiena, che spinge la poltrona su cui è seduto in avanti.
"Siete stati voi a controllare il dottor Chang?"
Questa volta è Luce a muoversi bruscamente sulla comoda sedia ergonomica che sta davanti al suo computer…
"Chang?… Sì l'abbiamo controllato noi e ve lo abbiamo mandato perché c'era una richiesta da parte vostra… formulata molto tempo fa - se non ricordo male - e mai ritirata."
"Perché non mi hai avvertito… le regole non sono così rigide, infondo si trattava di un'informazione innocente…"
"Appunto! Innocente… C'era una richiesta normale da parte vostra… perché mai avrei dovuto parlartene?"
"Perché il curriculum di Chang è anomalo."
Luce tace, pensierosa e si batte due dita sulle labbra, prendendo tempo e accendendo a propria volta il cocktail cilindrico di tabacco e marjuana imbevute di trielina con cui ha riempito un paio di sigarette.
"Non posso credere che non vi siate accorti che aveva fatto domanda di partire soltanto da un anno…"
"Come?" Luce sprofonda nella sedia, lanciando verso l'alto una voce più alta e studiata. Galileo, dall'altra parte del filo, aggrotta la fronte e mantiene un silenzio teso, rotto da un colpo di tosse di lei.
"Cosa vuoi dire…"
"Andrò a controllare per essere sicura… ma a noi risultava che Chang avesse fatto domanda da almeno tre anni e dunque nei tempi consentiti…"
"Nel curriculum in nostro possesso c'è scritto altro…"
"Come altro!”
“Altro… quello che ho detto prima e cioè che aveva fatto domanda solo da un anno…”
Luce tira una boccata lunga, allunga le gambe e si concede un sorriso compiaciuto.
“Sei ancora lì?”
“Sì… tranquillo, dove vuoi che sia?”
Galileo, aggrotta la fronte, colpito da un pensiero improvviso. Muovendosi piano, per non farsi sentire, aziona il dispositivo che capta i flussi telepatici e attende…
“Sono qui!” ripete Luce alzando il tono della voce.
“Ho capito… stavo pensando…”
“Non pensare troppo, controllerò e vedremo se c’è davvero qualcosa di anomalo… come stai?”
“Bene… e tu?”
“Bene.”
“Sei molto loquace.”
“È una telefonata di lavoro no?… C’è dell’altro?”
“Per il momento mi sembra di no, ma eri stata tu a chiedermi come stavo.”
“Sono cose che si dicono nelle conversazioni di lavoro.”
“Buona serata allora.”
“Anche a te.”
Il clic del vecchio telefono a tavolo si sovrappone a quello del dispositivo che segnala un’attività emotiva anomala da parte di Luce. Galileo se la ride mentre il livello del vino nel bicchiere scende lentamente; arrivato all’ultimo sorso, però, come in una clessidra, i tratti del suo volto ridente si rovesciano in uno sguardo pensieroso e preoccupato: Luce ha mentito - pensa - mentre il fondo di bottiglia gorgoglia nel bicchiere alzando una piccola onda di bollicine.

Agenda di scrittore: capitolo diciassettesimo

Capitolo diciassettesimo.

Galileo continua a ondeggiare sulla sedia e guarda sconsolatamente la bottiglia vuota. Il frigo non è lontano ma la culla in cui è adagiato e il piccolo alone di mistero intorno al telefono appena posato, lo tengono inchiodato lì, incerto fra il desiderio di affondare di nuovo le labbra dentro la coppa e quello di dormire, forse sognare… ma quel che più conta rimandare a domani ogni pensiero. Si telefona e si pensa sempre la sera, all’ora di cena, oppure nelle intercapedini fra il tempo della sosta e l’illusoria ripresa notturna. È quando i pensieri, nutriti dal cibo e corroborati dalla prospettiva del riposo, sembrano farsi robusti, rigogliosi e saggi, prima di dissolversi nel labirinto del sonno; fino al mattino, tempo dell’oblio. Eh dio! dio! Se tu esistessi ci daresti la saggezza dei mattini, non la greve e barocca saggezza della sera, fondata sulla ridondanza d’echi molteplici che s'inseguono e ci ammaliano. Li seguiamo e ci sembra improvvisamente che il disegno diventi nitido; ma il sonno l’anticipa perché, come in un frammento di nirvana, fa balenare il culmine della saggezza, fermandola un attimo prima che essa diventi luce. Il mattino successivo ci saranno soltanto pensieri sparsi, lacerti, strappi, lembi rovesciati; come un letto dopo un sonno convulso o una notte d’amore. Chi ha detto che la notte porta consiglio diceva meno di una mezza verità…

I pensieri si accavallano come onde impazzite e poi si ritirano in una bonaccia che rifiuta testardamente la resa; il libro lo soccorre per un attimo, dentro il quale si materializza, come in una goccia di consapevolezza, il volto di Diotima, a strappargli un sorriso più sereno. Domani la chiamo e questo benedetto testo lo sfogliamo insieme e chissà poi perché l’ho portato con me.
Un ultimo sforzo per resistere alla tentazione di continuare nelle sue oscillazioni, finché gli occhi si chiudono pigramente nonostante la luce accesa, il rumore del condizionatore, la girandola di pensieri che come in un circuito virtuale continuano a inseguirsi e a superare traguardi inutili; come i ciclisti che, da ragazzo, amava vedere correre nei velodromi, pianeti di un sistema solare in miniatura.

Biiip, Biiip Biip

“Ah sei tu Zeta 40, mio fedele amico… ma che ore sono?”
“In spazio tempo signore? Quello dei Commons o quello cosmico?”
“E dai, mi freghi sempre con questa domanda…”
Il robot sprizza piccoli raggi di luce da tutte le parti… è il suo modo di ridere.”
“Secondo te per andare in ufficio qual è il tempo che mi serve?”
“Quello dei Commons… ma ancora per poco.”
Galileo si alza pigramente dalla poltrona dove è stato la notte intera e guarda un po’ perplesso Zeta 40.
“Come ancora per poco…”
Il robot non risponde ma si porta vicino al comando del grande schermo che si trova nella stanza di Galileo, proprio davanti alla poltrona; aziona il sensore e appare sul video un laconico messaggio firmato dal comandante Jayant Narlikar:

il comando della spedizione sta provvedendo alla regolazione degli orologi in base al tempo cosmico e non più a quello terrestre. Si era pensato di operare il cambiamento una volta usciti dal sistema solare, ma l'esistenza di un numero superiore al previsto di pianeti e pianetini, nonché il dibattito ancora aperto sulla loro catalogazione mi hanno indotto ad anticipare. È prevista una riunione delle strutture di comando entro breve: sarete avvisati con un messaggio sui vostri telefoni personali.

Ps. L'ora di convocazione della riunione sarà dato secondo il tempo terrestre.

Galileo afferra il bicchiere con la spremuta d'arancio che Zeta 40 gli porge e beve lentamente rimanendo in silenzio.
"A cosa pensa dottor Fanti?"
"A niente Zeta 40, a niente."

venerdì 11 settembre 2009

Paolo Rabissi Su Taranta e Salento

Caro Franco, a Melpignano non sono mai riuscito ad andare. Ho vissuto per... Visualizza altroò alcune serate di pizzica appunto nel Salento. Il dionisiaco certo, con una carica vitalistica entusiasmante: la capacità di 'quella' musica di coinvolgere. Nella piazza di un paesino nel leccese giostravano e danzavano tutti; donne giovani e anziane, uomini giovani e anziani, bambine e bambini. Chi non sapeva i passi o non ce la faceva s'era portato dalla casa vicina la sedia e se la godeva lo stesso. Nulla di mediatico. Nessun rave. 'Questa' musica popolare dunque è già 'di massa' per conto suo e quando viene esportata nulla di male ma diventa già un'altra cosa (magari anche più ricca). In Valsassina, territorio sacro alla Lega, ad agosto stesse scene: qui ci sono però capannoni con tavoli di legno e boccali di birra (che ricordano la Baviera) ma il contesto musicale e l'abbigliamento rimandano al country americano: anche qui qualcosa di 'popolare' dagli USA si è allargato all'Europa ma è appunto un'altra cosa!

lunedì 7 settembre 2009

La morte di Beno Fignon

E' proprio una ripresa triste quest'anno. Dopo Assunta Finiguerra e Teresa Sarti ci ha lasciato Beno Fignon, amico, poeta, sindacalista, uomo impegnato nella vita sociale e nella solidarietà attiva con il mondo del lavoro, che sapeva coniugare con una forte tensione spirituale orientata a una cristianesimo critico, curioso del mondo e delle idee altrui. Ci sarebbero molte cose da dire naturalmente, ma è difficile farlo a caldo, impossibile per chi ha come me, condiviso con lui molte esperienze, molti incontri, nel nome della poesia o dell'imepgno politico e sociale.

sabato 5 settembre 2009

Agenda di scrittore: capitolo quindicesimo

Capitolo quindicesimo.

"Più a destra dottor Fanti!" La voce imperiosa e ironica di Gunther risuona nella sala ancora piena di gente e lui, Fanti, si schernisce un poco e poi si consegna alla foto ricordo con un sorriso minimizzante. Appena irrigidito nella posa, cerca con gli occhi la presenza di Diotima, che si è defilata in sala. Poi finalmente tutto si placa, i giornalisti e gli invitati alla cerimonia si disperdono sciamando verso l'uscita, setacciati dalla stretta porta d'ingresso. Il corridoio è pieno di crocchi e Fanti deve rispondere a numerosi saluti, stringere mani, fare inchini che gli riescono sempre male. Finirà questa manfrina - pensa fra sé - ma ecco la nuova mano che si tende, una mano fin troppo conosciuta…
"Te la sei cavata bene… sobrio, ironico, convincente!" e sull'ultimo aggettivo la voce di Luce calca in modo troppo compiaciuto.
"A cosa ti riferisci?"
"Al tuo discorsetto sulla scoperta di altre vite nell'universo; lo sanno tutti che non ci credi molto."
"É per questo che mi hanno affidato il comando! Sai, la possibilità di scambiare lucciole per lanterne è molto forte e aumenta se sei convinto in partenza che le troverai!"
"E tu pensi proprio che non ne troveremo di vite…"
"Oh, nemmeno di lucciole se è per questo; il buio ci accompagnerà per sempre… almeno per noi che guardiamo di fuori."
"Già, lo scettico onesto intellettualmente, che sa vagliare tutte le prove senza farsi prendere dai sentimenti… Sì, sei il comandante perfetto."
"Lo dici come se pensassi il contrario; ma perché non hai voluto lavorare nella mia struttura?"
Luce lo guarda con una frecciata che dal movimento brusco della testa verso di lui lo va a colpire diritto negli occhi.
"Ho detto mia per modo di dire…"
"Oh sì, naturalmente… ma questa è la risposta. Non mi ci vedo a lavorare con te… non ami le collaborazioni troppo strette sul lavoro. Meglio tenere separate le due cose; se sono ancora due naturalmente!"
"Ti sbagli! Saresti stata una collaboratrice di prim'ordine… come altri e altre che ho scelto del resto. Pensi davvero che mi sia circondato di mezze calzette per avere io e solo io lo scettro del comando? Ma andiamo, dai!"
"Veramente stavo parlando d'altro…"
Galileo si passa una mano sul mento prima di rivolgerle uno sguardo che assomiglia a una testa ammanettata.
"Non dire nulla! Ho già capito."
Di solito, in questi casi l'altro o l'altra di turno rispondono in modo da rilanciare un discorso il cui unico scopo è quello di avvitarlo su se stesso piuttosto che raggiungere una qualche verità condivisa. Galileo invece tace un secondo di troppo, più per pigrizia e sorpresa che per calcolo; poi è già troppo tardi e così il copione, che alla fine di un lungo avvitamento sarebbe stato stracciato in malo modo dai due che se lo contendono, questa volta si volatilizza prima ancora che cresca l'acredine.
"Beh, credo sia meglio fermarsi qui… che ne dici?"
Galileo fa per aprire bocca, poi ci ripensa, ma Luce rimane lì, ferma nella posa statuaria della decisione. E allora lui la riapre davvero.
"Sì è meglio così, fermiamoci qui, anche se non saprei dire perché… tu lo sai?"
"No, non lo so… Buona fortuna allora… e non cercarmi almeno per un po'!"
Luce s’allontana con passo lento ma deciso e Galileo rimane fermo a guardarla, la fronte leggermente aggrottata…
"Dottor Fanti, sono Chiang."
L'uomo che gli sta di fronte è un cinese dall'età indefinibile… Dopo un inchino maldestro gli sorride di nuovo.
"Oh mi scusi Chang… mi scusi davvero! Ero perso nei miei pensieri e non mi ero accorto di lei."
L'altro sorride senza battere ciglio poi torna serio serio:
"Quando cominciamo?"
"Oggi stesso!"
Chang s’irrigidisce fulmineamente: "Avrà il primo rapporto questa sera."
"La ringrazio."
Intanto l'ufficio, fra una chiacchiera e l'altra, si materializza all'improvviso. Galileo entra con decisione, tutti sono al loro posto: "Signorina Stephanie, mi segue un momento?"
La donna lo guarda un po' divertita più che sorpresa. Fanti raggiunge la sua scrivania.
"Ma da dove arriva questo Chang… sono io il distratto di sempre o questo è sbucato dal nulla…"
Stephanie lo guarda molto seriamente… in altre occasioni forse avrebbe sorriso di complicità con lui…
"Lo hanno accreditato recentemente… è un tecnico della decodificazione dei messaggi, molto esperto in telepatia."
"Accreditato da chi…"
"Aveva fatto domanda per la Prima Struttura, ma ne avevano troppi della sua specialità e lo hanno dirottato da noi."
"Sì, questa è la prassi, noi ne avevamo fatto richiesta a dire il vero, ma tempo fa; quando ce l'hanno comunicato?"
"Il telemessaggio è arrivato ieri… l'ho chiamata ma lei… non ha risposto…"
"Mi stavo godendo l'ultima notte di vacanza."
Stephanie si mette e ridacchiare sottovoce; fra loro c'è una sincera amicizia e una complicità che in alcuni momenti va oltre il rapporto formale.
"La capisco dottore!"
"Oh no, non sono così sicuro che lei capisca questa volta signorina Stephanie!"
"Oh pardon, sono stata indiscreta…"
"Lasci perdere, lasci perdere… ero intento nella lettura del mio libro! Ma torniamo a Chang: con l'accredito sarà arrivato anche il suo curriculum…"
"Le faccio avere tutto in un minuto."
Galileo si siede e, sollecita come sempre, Stephanie riappare poco dopo con una smilza cartelletta.
Il dossier non contiene nulla di particolare: carriera militare, accademia e poi incarichi speciali non meglio precisati; la decisione di partire per la spedizione l'aveva presa più o meno un anno prima, i colloqui e gli esami finali li aveva gestiti un'équipe della Prima Struttura coordinata da uno psicanalista argentino: Manuel Cardonil Otoño. Era forse l'unico dato un po' anomalo rispetto alla media: raramente le decisioni di partire erano state prese in un tempo così rapido. Poi un altro pensiero coglie Galileo improvviso e la mano scivola sul pulsante di chiamata e Stephanie non si fa attendere.
"Guardi qua, sono quelli di Otono ad avere esaminato il nostro Chang… la Passini è con loro…" aggiunge Galileo inseguendo un pensiero tutto suo. La segretaria mantiene un discreto silenzio, finché Galileo non la guarda interrogativamente.
"Non gliene ha mai parlato?" azzarda lei con cautela.
"Non era tenuta, se è per questo, ma poteva farlo, anche perché è sempre un problema dovere accogliere adeguatamente un ultimo arrivato, anche se la prassi prevede questi cambi improvvisi dovuti a sovrabbondanza. Ci sono casi in cui il rapporto personale dovrebbe permettere di risolvere meglio un problema senza per questo travalicare le regole…ma vai a farle capire a Luce… alla Passini queste cose!"
Stephanie se la ride di sottecchi e Galileo finge di non accorgersene.
"Beh da noi ce n'è di lavoro da fare in materia di decodificazione dei messaggi…"
"Sì, ma per trovargli posto dovrò comunque rivedere un po' l'organigramma e lei sa bene quanto sia complicato! Intanto scriviamo due parole di accoglienza da cui si evinca, in modo garbato, che ce lo siamo trovati addosso; mi prepara una bozza?"
"Lo faccio subito."
"Che impressione le ha fatto Stephanie…"
"Chang?… Mah, ligio al dovere, cerimonioso, riservato…"
"Mmm ho capito… mi sta dicendo che è un cinese…"
"Se vuole può dirla anche così dottor Fanti."
"Va beh va beh, mi scriva questa bozza… e diamogli l'appartamento più grande; cominciamo almeno a trattarlo bene e nessuno avrà da ridire visto che lì ci sarei dovuto abitare io!"

Agenda di scrittore: romanzo

9 Luglio. Torna un mondo scomparso torna ad occupare i miei pensieri.
17giugno. Rileggo il capitolo, ritocco alcune parti: va bene.
18 Giugno. Ho raggiunto un punto critico; mi fermo e ripenso a tutta la costruzione.
19 Giugno. La giornata se ne va in quisquilie.
21 Giugno. La giornata se ne va in quisquilie, il clima di ieri si è rotto e questo mi innervosisce.
26 Giugno. Al principio, nel momento in cui si accende una scrittura, c’è sempre un'idea, non credo a quelli che dicono che ci sono dei materiali. Se mai un mondo poetico; ma chiunque ha un mondo che può diventare poetico, senza necessariamente approdare a una scrittura che cerchi una forma artistica. La parola materiali, tuttavia, è spia di un'altra metafora morta. Non si tratta di estrarre qualcosa da una miniera, ma piuttosto di partire per un viaggio d’esplorazione e anche di ricostruzione paziente. Perciò si tratta di armare una nave, trovare l'equipaggio giusto, calibrare bene la meta con i mezzi che si hanno a disposizione. L'idea in quanto meta deve esistere sia prima della partenza sia dopo nella forma di opera realizzata; più spesso nella forma di un telos. Partire per le Indie, dunque, ma l'idea non basta. A volte, poi, le idee diventano stelle fisse in un firmamento aristotelico. Possono, altre volte, trasformarsi in perfette icone e non starò a dire quanto ha pesato questo nella poesia del '900; gli aiku di Pound, il gusto del frammento, l'aforisma, certi pensieri fulminanti di Kraus.
Se non è un fuoco fatuo l'idea deve cominciare ad assumere una forma, produrre altro, articolarsi ed espandersi fino a delineare un vero e proprio campo magnetico dove le forze elementari e quelle deboli e quelle più forti agiscono condizionandosi a vicenda.

27 Giugno. Perché certe idee si articolano e altre no? E che significa più in dettaglio articolare un'idea? Alla prima domanda non si può rispondere senza una definizione di campo. Il campo è già una rete relazionale; vi sono idee che sono in sé reti relazionali, mentre altre non lo sono. Un romanzo storico è una rete relazionale in sé, poiché non può fare a meno di un background che esiste a priori, indipendentemente dal racconto. Naturalmente un'opera d'arte troverà sempre in un elemento immaginifico la propria ragion d'essere, ma anche il più sfrenato degli arbitrii letterari non può ignorare la materia da cui parte, se essa è materia storica. Philip Dick ipotizza, nel romanzo La svastica sul sole, che la seconda Guerra Mondiale non sia stata vinta da chi sappiamo, ma abbia un vincitore sotterraneo e cioè una strana alleanza fra nazisti, giapponesi e statunitensi, dove un ruolo di primo piano viene svolto da un personaggio di probabile origine svedese. Per costruire la sua fiction, tuttavia, Dick non può ignorare il background storico; semplicemente guarda al mondo di oggi e ricostruisce il passato secondo una visione che parte da quello che lui era convinto di vedere nella sua contemporaneità (il romanzo fu scritto negli anni '60). Lui osservava, probabilmente, che gli stati sconfitti (Giappone Germania), erano economicamente e anche politicamente più stabili, floridi e avevano meno problemi di molti stati vincitori: da questo prese le mosse la sua strampalata ma efficace fantasia. In questo modo egli ci ha consegnato prima di tutto un romanzo, ma anche un punto di vista suggestivo e non del tutto inverosimile.
Nella relazione fra i tre personaggi della scena avviene un vero e proprio confronto fra tipi ma anche fra epoche; su questo forse la stesura del capitolo è ancora carente…

28 Giugno. Ben diversa l'articolazione di una raccolta poetica; essa non è altro che la sua espansione, fino a occupare tutto il campo possibile. L'ampiezza è determinata da tale spinta iniziale, che lotta contro l'inerzia e il lento distillato dei versi.

1 Luglio. L'idea è dunque una costrizione cui deve corrispondere un'altra costrizione legata al tempo e allo spazio; in altre parole quello che Alfieri indicava come la
necessità di legarsi al tavolo di lavoro, metodicamente, secondo una scansione monotona del tempo: per esempio, tutte le mattine dalle nove all'una. Prigione, costrizione, sofferenza infantile e ricordi dolorosi sembrano essere una sorta di manna anche per Hemingway, che disse una volta che se si è troppo felici di vivere non vi è alcuna necessità di scrivere. La frase cadeva - come si suole dire - sul bagnato, impastando con una certa disinvoltura tipicamente americana un pizzico di Freud e un pizzico di romanticismo naif.
Uomini completamente soddisfatti di sé esistono solo come metafore letterarie e sono caricature di Candide. La scrittura non ha a che fare con questo più di tanto; se mai altre sono le distinzioni… E quanto ad Alfieri oltre che legarsi al tavolo aveva una certa dimestichezza anche con il letto, che raramente frequentava in solitudine! Ma la questione vera è forse ancora un'altra; la prosa può essere di tutti i giorni e anche la saggistica, ma non la poesia, che non siamo mai noi a visitare, ma piuttosto il contrario!

2 luglio. Vi sono esseri umani in grado di accedere alla scrittura e ad altri mezzi espressivi e ve ne sono altri che non possono nemmeno pensare di farlo essendo completamente immersi entro il cerchio della dura necessità vitale. Anche fra costoro ci sono naturalmente artisti spontanei, narratori prima di tutto, ma anche poeti di strada nel senso migliore del termine e cioè legati all'oralità, alla festa, come avveniva (e talvolta avviene ancora) in Italia con gli stornellatori toscani e romani. Dopo la scomparsa del racconto orale a loro rimane il folklore, poi è giunta la cultura di massa che di nuovo modificato le cose. L'accesso alla scrittura è cresciuto in modo esponenziale per cause che sono sociologiche e auto terapeutiche e che hanno poco a che fare con la necessità, intesa come fattore artistico. La distinzione naturalmente non è semplice… e poi forse i fenomeni inflattivi sono connaturati a una civiltà che corre a velocità vertiginosa verso il caos entropico e la propria dissoluzione.

5 Luglio. Dunque non vi è rapporto fra scrittura e insoddisfazione? No, tuttavia
l'equazione banalizza un problema vero ma che andrebbe posto rovesciando la questione e domandandosi invece se la scrittura, in quanto è un prendersi cura di sé che vuole diventare un prendersi cura di tutti, non abbia proprio quel valore di coscienza collettiva del limite e del mistero, senza i quali la vita di tutti cade nell'abisso del vuoto. È il simbolico a mediare fra la bruta realtà (il peso del mondo) e la reazione pavloviana che si manifesta come altra faccia della medaglia, in una serie di agiti - secondo la definizione psicanalitica del termine e cioè di acting out - che impediscono l'accesso psichico alla trasformazione. Il simbolico non cura una malattia; è terapeutico nel senso che con il suo tramite si costruisce il sé positivo di una comunità. Esso corrisponde, nell'adulto in quanto persona che si è individuata e collettivamente in quanto organismo sociale, alla costruzione che il bambino produce grazie al gioco di fantasia. Infatti, come ha intuito Winnicott, il bambino mentre gioca non cura una malattia, ma costruisce la possibilità di svilupparsi come essere pienamente umano.
Tuttavia, per uno scrittore, la cosa non finisce qui; perché la scrittura è anche una malattia, o un vizio, è stato detto. E poi per scrivere come per esprimersi o fare gli attori bisogna essere dei bei narcisi... E allora chi ha ragione? Oltretutto nel '900, specialmente negli ultimi venti anni, le commistioni fra arte terapia e altro sono state praticate anche da autori di rango: lo pseudo teatro di Grotowsky, per esempio, ma gli esempi potrebbero essere molti di più.

8 Luglio. Ciò che è accaduto ieri 7 luglio determinerà sicuramente il modo di procedere del romanzo. Sensazione è molto piacevole, ma non intendo rimettermi subito a scrivere; ho bisogno di rientrare in quel mondo lentamente.

10 Luglio. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiata l’atmosfera; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno semplificate, rese più essenziali.

12 Luglio. Al finale, in effetti, mancava qualcosa.

20 Luglio. L'estate è tempo di scritture frammentarie, poco adatte al fiume della narrazione. La lettura sostituisce in parte la scrittura, per un altra parte sono le serate trascorse insieme agli amici, grandi avventure dello spirito in cui lo scambio avviene attraverso la parola che non lascia tracce ma costruisce eventi memorabili, cui non siamo più abituati. Non mi par vero sia tornata questa stagione, quella in cui la verità, per dirla con Stevens, è un giro sul lago.

21 Luglio. Il mio giro sul lago di questa sera è una cena sul mare con due amiche.
22 Luglio. Nulla di importante.
2 Agosto. Lirica in piazza, davanti alla cattedrale di San Cerbone, come sempre.
4 Agosto. Nulla di importante.
5 Agosto. Dopo una giornata memorabile c’è sempre bisogno di una sosta. Ieri sera a tavola, tutti insieme, le parole tessevano una tela invisibile e calda dentro cui ciascuno si sentiva a proprio agio. Sì, questi eventi di parole sono quanto di meglio ci si possa augurare nella vita, lasciano i segni più duraturi ed autentici perché sono scritti sulla nostra pelle.

6 Agosto. Sono partiti in molti, altri ne arriveranno a giorni, l'estate si è adagiata nella sua molle e statica continuità, l'inerzia avvolge i pensieri e gli alberi; persino il mare. A sera una nebbia sottile vela i tramonti, insinua un dubbio.

8 Agosto. Le domeniche sono giorni a sé, anche d'estate; le spiagge si riempiono di turisti occasionali, le automobili occupano tutti gli spazi, i musei sono troppo frequentati; improvvisamente, come un segnale di guerra, la domenica scandisce il ricordo di ciò che ci attende domani, quando ritornando a casa...

9 Agosto. Ho letto tutto il giorno: Stevens, Walcott, D’Arrigo, alcuni manoscritti.

10 Agosto. Un nuovo capitolo comincia a delinearsi quando minuscoli segnali a sé stanti iniziano a muoversi in modo coordinato; prendono cioè una forma. Non importa quale, tanto le forme sono in numero assai minore di quello che siamo portati a credere. Una forma, per quanto sia diversa da un'altra, deve produrre comunque qualcosa che si regge in piedi per forza propria; perciò è inevitabile che alcune strutture portanti siano molto simili. L'isomorfismo è l'ovvia conseguenza di una sostanziale mancanza di fantasia del concreto, anche quando esso si manifesta nelle fogge più gratuite dell'espressione artistica. Anche per questo l’originalità è un bene raro cui non bisogna far caso, che non va ricercato più di tanto. Spesso chi pretende a tutti i costi l’originalità alla fine trova soltanto espedienti.

11 Agosto.

14 Agosto. Il sole cala già prima, la nebbiolina è diventata più fitta e dietro l'Elba c’è sempre una nube che taglia il sole a piccole fette, tanto da assimilarlo a Giove e talvolta a Saturno; infine gli anelli si sciolgono come un gelato lasciato troppo a lungo al caldo. È allora che ritornano i cavalli sulla spiaggia, inseguiti dallo sguardo attento e impaurito dei cani che vorrebbero muoversi, ma ne hanno paura. Il buio cala del tutto mentre iniziamo a mangiare e la musica si diffonde sulla spiaggia; soltanto allora è possibile vedere, in lontananza altri fuochi ed altre luci. Proprio allora, guardando come sempre la scia di un aereo che taglia la spiaggia nella sua rotta verso il nord una grande stella cadente è comparsa nel cielo, fuori tempo, oltre il limite che il mito ha assegnato alle stelle per cadere. Mi è sembrata lunghissima, portatrice di luce nella stagione che declina; l’originalità è sempre uno scarto minimo che sporge il proprio capo dal cuore della ripetizione.

mercoledì 2 settembre 2009

Assunta Finiguerra e Teresa Sarti

Ero oggi a pranzo con il poeta e amico Guido Oldani quando è arrivata la notizia della morte di Assunta Finiguerra, poeta lucana dialettale di grande forza. Ho avuto il piacere di conoscerla e di apprezzarne anche la forza e la determinazione come donna, che si rifletteva nella sua scrittura sanguigna, a volte aspra e irriverente nel senso migliore del termine.

E' il secondo lutto in pochi giorni dopo quella di Teresa Sarti. Donne certamente diverse ma ci voleva poco a capire che Teresa è stata e continuerà ad essere insieme a suo marito Gino Strada, una poeta della vita, un esempio di grande forza morale, uno dei pochi esempi virtuosi nell'Italia squallida di oggi, delle doppie morali, dei pescecani, dei sacerdoti falsi e bugiardi, degli onnipotenti senza potenza e autorevolezza, degli aggressori di tutto ciò che è diverso e disturba per il solo fatto di esistere.

Le loro opere hanno cetamente un peso diverso e una proiezione futura diversa, ma le accomunva di certo il gusto dei gesti semplici e ineari, la capacità di costruire e non di distruggere.