venerdì 30 ottobre 2009

Intervista su Milano per le strade

BARBARA SORRENTINI DI RADIOPOPOLARE INTERVISTA FRANCO ROMANÒ SUL LIBRO MILANO PER LE STRADE.

BS:
Parliamo di un libro intitolato Milano per le strade, che contiene racconti di autori diversi, da Dario Fo a Vincenzo Consolo, Matteo B Bianchi, Stefano Massaron; insomma sono tanti racconti sulla città e ognuno rappresenta una zona, Franco Romanò è uno degli autori, ciao innanzi tutto…

FR:
Ciao a te, grazie e un saluto agli ascoltatori e alle ascoltatrici di Radiopopolare.

BS:
Dunque ti chiederei come è nato questo progetto e poi parliamo anche del tuo racconto. Prima però ti chiedo come è partita questa idea.

FR:
Milano per le strade è parte di un progetto più ampio, Città per le strade: infatti sono già usciti 2 volumi di Roma per le strade, il Brasile per le strade, Napoli per le strade e Milano per le strade appunto. L’idea è che la città, le sue strade, i suoi quartieri siano di per sé luoghi della narrazione. Diciamo che è un tentativo di costruire uno stradario letterario, una specie di giro turistico per la città o nel caso del Brasile di una nazione intera, centrato sui luoghi. Il progetto è benefico, per cui detratte le spese, i diritti verranno d’autore verranno devoluti ad associazioni benefiche che nel caso di Milano è l’Airc, che si occupa tumori infantili.

BS:
Franco, naturalmente ne esce fuori una Milano molto personale e al tempo stesso popolare, tutti i racconti partono da una memoria personale, ma poi abbracciano una Milano che appartiene a tutti.

FR:
Certamente.

BS:
Abbiamo Vincenzo Consolo che dedica il suo racconto alla porta orientale, c’è chi racconta il Corvetto. Il tuo invece s’intitola Annali. Ce lo vuoi riassumere?

FR:
Il mio è un racconto di fiction futuribile nel senso che m’immagino una Milano fra cento anni, anche se l’innesco di questa storia è molto reale e attuale: una mattina mi sono svegliato con un cielo tutto giallo perché ogni tanto anche da noi arriva il vento di scirocco e ci porta le sabbie del deserto. Da lì è partito questo spunto per costruire una Milano futura capitale della Padania, ma parte di un impero indo-cinese.

BS:
Non svelare più di così… Il tuo racconto ha un sottotitolo Porta Garibaldi, ma come si muove?, facciamo lo stradario del tuo racconto.

FR:
Il mio stradario si muove da Via Meda che è il luogo della mia abitazione, poi l’incrocio con Viale Tibaldi dove è molto facile trovare crocchi di persone, in particolare extracomunitari, la mia è una zona molto multietnica, e poi finisce a Porta Faribaldi. Questa è la geografia del mio racconto ma se li consideriamo tutti la città viene davvero percorsa in lungo e in largo in tutto le sue dimensioni e dove il tema dell’immigrazione è molto presente.

BS:
Infatti, sto scorrendo un po’ il libro e vedo che Alessandro Carrera si muove fra viale dei Mille e viale Monza, Maria Caldei è in piazza del Duomo, Dario Fo, le mura spagnole, tu il Garibaldi e poi Giampiero Comolli Corso Vittorio Emanuele, per cui c’è il centro la periferia le strade tutto –

FR:
Assolutamente sì, Stefano Massaron si aggira per via delle Forze Armate, in un percorso duro, in una Milano dura, dove emerge il problema del lavoro precario, oppure, la via Ripamonti di Alessandra Paganardi che parte dalla chiusura delle case chiuse nel dopoguerra e costruisce una specie di mini storia di quarant’anni, e anche lei finisce con l’immigrazione. Mariella De Santis, racconta un’immigrazione precedente, il suo racconto ha come protagoniste due donne pugliesi. A Bargellini partendo da uno spunto in parte reale s’immagina un barbone indossatore che muore di freddo. Direi in sintesi che ne esce un ritratto abbastanza duro di Milano, come credo sia.

BS:
Dove si trova il libro?

FR:
In tutte le librerie. Azimut, pur essendo un editore con pochi anni di vita è distribuito da Pde.

martedì 13 ottobre 2009

Agenda di scrittore: romanzo

12 Settembre. Beckett pensa che lo sguardo debba essere unico; la sua esplorazione estrema è grottesca e tragica, un disperato attaccamento allo sguardo occidentale. L'incatenamento dei corpi e la loro impotenza non allude ad alcun destino post atomico come è stato detto; piuttosto all’impossibilità di tradurre un'esperienza culturale. Al fondo vi è l'innominabile; non in senso assoluto, ma il nocciolo che distingue dall'altro, che appartiene soltanto a me e che non può giungere all'altro. Lui sembra dirci questo: cercate, cercate, ma è possibile uscire da voi stessi? La parabola di Beckett consiste in un disperato rinchiudersi dentro la dimensione dell'uno, eliminando tutto ciò che non lo riguarda; in definitiva Beckett è il solitario teologo di un monoteismo senza dio. La sua posizione è opposta a quella di Pessoa, che invece di rinchiudersi dentro l'orizzonte nichilista (non a caso Beckett arriva all'afasia), prova a uscirne, inventando una realtà invece che scarnificare fino allo scheletro quella esistente o supposta tale.

18 Settembre.

21 Settembre. Nulla di importante.

28 Settembre. L'estate se n'è andata, ma a Milano ce se ne accorge quando è già accaduto. Inutile cercare di cogliere il giorno, il momento. Eppure qualche segno rimane ancora, ma oscilla su un mobile confine. Gli uccelli migratori sul tetto a terrazza di un edificio che si vede dalle mie finestre, per esempio, si radunano ogni sera prima di spiccare il volo verso sud. L'autostrada del sole è a pochi chilometri in linea d'aria e queste piante sono adatte al raduno. Poi sciameranno insieme verso le loro mete, sovrapposte alle nostre rotte, lasciando in ciascuno di noi il dubbio se anche nella costruzione dei nostri dedali stradali non sia rimasto un lembo di memoria animale, un ricordo di migrazioni ancestrali.

30 Settembre. Nulla di importante.

1 Ottobre. Gli ultimi uccelli che si sono dati appuntamento sono aumentati ancora di numero ma non partono. Ho aperto la finestra e li ho guardati a lungo finché non si sono mossi tutti insieme ad un richiamo. Ho chiuso la finestra, ma più tardi, guardando fuori, ho visto che erano ancora tutti lì.

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo diciottesimo

Capitolo diciottesimo.

Fu durante il secondo giorno di navigazione sul fiume che scoppiò una tempesta. La pioggia prese a cadere a scrosci sempre più violenti, seguita, negli attimi in cui la sua intensità diminuiva, da un vento altrettanto devastante, che scuoteva le cime degli alberi e preparava nuovi scrosci. I tronchi erano percorsi da brividi di terrore e dalla chiatta la terra pareva muoversi come il fiume; anzi, che il fiume fosse immobile nella sua nera e minacciosa furia, mentre tutto intorno il bosco oscillava cercando di soffocare quella striscia d’acqua che lo tagliava in due. Le acque turbinavano minacciosamente, i gorghi che si formavano qua e là evocavano naufragi e morte come in mare aperto. Non compresero subito il pericolo che stavano correndo; per un tempo che ad Antonio sembrò lunghissimo tutti sembravano ammirare inebetiti quanto stava accadendo come se non li riguardasse e la voce di Miguel e degli altri marinai e di quelle provenienti dalle altre chiatte sembravano lontane. Nessuno di loro avrebbe mai pensato che la furia di un fiume potesse raggiungere tale forza e se ne sentivano soggiogati. Antonio pensò agli occhi di suo padre, alla paura che ne anticipò la fine.
Il fiume non era sembrato ostile, ora ne vedevano la furia di animale in gabbia, le sue acque uscire fuori dagli argini per agguantare il bosco come una tigre ferita. Poi il pensiero del pericolo che incombeva su di loro e sulle merci si fece strada nella consapevolezza di ognuno; insieme cominciarono a urlare e a tirare delle funi. Le chiatte si erano avvicinate e formavano una specie di piattaforma galleggiante, tanto ampia da resistere agli urti. Il nuovo assetto e forse la diminuita intensità della tempesta fece sì che la navigazione riprendesse in modo più regolare. Gli sguardi di tutti erano tesi, pronti a cogliere il minimo particolare. Sapevano di non essere lontani da un punto d’approdo, ma la nebbia impediva di vedere bene. L’equilibrio durò poco, perché le chiatte presero di nuovo ad agitarsi e a oscillare. Alcune tendevano a scivolare verso il centro del fiume, altre si avvicinavano troppo velocemente a riva; le une erano sospinte dalla corrente verso l’alto, le altre verso il basso. Le corde sembravano non tenere più, tutto scricchiolava sinistramente. Alcuni degli uomini cominciarono a urlare frasi incomprensibili, poi qualcuno vide una luce, o così parve. Un ragazzo vicino ad Antonio piangeva sommessamente tutto rintanato in un angolo, incapace di fare alcunché, abbandonato da tutti e pronto ormai a subire la sorte più cattiva. Antonio lo scosse e quello lo guardò come se si risvegliasse in quel momento. Antonio allora lo trascinò con sé a tirare le funi e l'altro gli sorrise; il pericolo aveva fatto sorgere fra loro quell'amicizia improvvisa e imprevedibile che in altri momenti può scatenare invece la contesa più feroce. Chissà quale lingua parlava e di dove veniva, Antonio capì che l’abbandono da parte di tutti era ancor più spaventoso della tempesta per quel ragazzo che aveva qualche anno meno di lui e si sentì orgoglioso di un incoraggiamento che l’aveva fatto rivivere.
La luce comparve ancora e questa volta a nessuno sembrò un miraggio. Gridarono tutti, ciascuno nella propria lingua e anche gli altri cominciarono a credere che l’approdo fosse vicino. Moltiplicarono gli sforzi e la sorte li premiò, ma quando…

Il suono del telefono è una puntura di vespa che si deposita sull’orecchio di Galileo. Il libro gli vola via di mano, scompaginandosi al suolo. S’avvicina all’apparecchio con un moto di stizza, ma la voce di Diotima lo predispone a un immediato dietro front emotivo.
“Oh, buon giorno, non immaginavo di cominciare la giornata con una voce così bella…”
“A giudicare dalla rapidità di risposta la tua giornata è già iniziata da tempo…”
Non c’è scampo con le donne, pensa fra sé Galileo, mentre allunga la mano alla disperata ricerca della tazzina di caffè.
“Touchè, ma a volte si comincia presto soltanto perché ci tormenta l’insonnia…”
“Se è così mi dispiace davvero… ma non se la prenda direttore.”
“E dai smettila! Dimmi piuttosto come passerai questo giorno di festa.”
“Pigramente…”
“Non ci credo, altrimenti non mi avresti telefonato.”
“Già…”
“Pronto!…”
“Sì, sì ci sono, ma stavo pensando a come dirtelo…”
Galileo sorseggia il caffè oscillando fra diverse alternative, come quando si gioca a quelle macchinette mangia soldi dove combinazioni diverse di frutta, oppure animali promettono vincite favolose.
“Ci hai capito qualcosa in questa storia del tempo cosmico e tempo dei commons?”
La tazzina, sottoposta al movimento brusco delle dita, cade malamente rimbalzando sulla coperta del letto.
“Secondo te come si potrebbe definire un classico?”
“Come? È un modo di dirmi che non puoi o non vuoi rispondere?”
“No, quello che mi chiedi è più che ragionevole e ne dovremo discutere figurati… ma è un giorno di festa e pensavo… ad altro.”
“Il tuo libro! È quello che stavi leggendo scommetto. Non me ne sono dimenticata, anzi ne sono sempre più curiosa, ma… beh diciamo che si possono fare le due cose…”
“Dove?”
“Visto che siamo prigionieri qui dentro, direi che l’unica soluzione è il club, oppure la piscina.”
“Potremmo pranzare insieme…”
“Allora meglio il club. Lì fra un’ora?”
“Ricordati del libro.”
Galileo sorride fra sé e lo raccoglie, prima di rispondere.
“Tutto bene?”
“Sì, sì, mi era caduto nel risponderti e l’ho raccolto.”
“Accidenti, abbiamo rischiato grosso, non ti farò più sorprese direttore.”
Galileo richiude il libro, rimettendo pazientemente le pagine scompaginate al loro posto. È un vecchio libro, l’usura del tempo s’insinua fra i suoi bei fogli di carta preziosa. Infondo, la telefonata e la sorpresa sono state salutari, è grazie al piccolo incidente che ora può guardare quell’anziano parallelepipedo come a un lontano parente, un padre silenzioso che lo segue in quell’avventura senza ritorno, con l’amore sommesso di chi ha cura di lui e di tutto: non un Anchise da portare sulle spalle, ma un corpo fragile da custodire. Lo invade un improvviso sgomento che lo fa barcollare… chissà se con tutta la tecnologia che ci siamo portati ci sarà qualcosa che può salvare un libro dalla distruzione, un libro vero, non la sua copia in cento database, che già esistono. Il pensiero improvviso e inquietante lo spinge ad agire subito; si mette a cercare in un cassetto qualcosa, senza un disegno preciso, finché non s’imbatte in ciò che rimane di un foglio di carta da parati. Ne ritaglia uno scampolo sufficiente a coprire il volume e le mani si muovono con una precisione di movimenti che lascia stupito lui stesso.
Zeta 40 entra nella stanza proprio mentre l’ultima piegatura a regola d’arte è stata portata a termine.
“Oh sei qui… ma accidenti che ore sono!”
“Le dieci e cinque signor Galileo…”
“Devo fare in fretta altrimenti arrivo in ritardo.”
“Lavoro anche oggi?”
“Non proprio… un incontro con la signorina Diotima, la vice direttrice…” aggiunge quasi a volersi giustificare. Al robot scappano via due o tre schizzi di luce e Galileo lo guarda ridendo: “Niente illazioni eh…?”
Il robot ritorna serio serio. “Comunque non torno a pranzo, sei libero anche tu, è un giorno di festa no?”
“Bene, buona giornata allora.”