martedì 17 novembre 2009

Agenda di scrittore: romanzo.

2 Novembre. Accade talvolta nello scrivere che una voce rifiutata nel testo ci prenda per mano nel vivere e ci guidi come un demone cieco portandosi dietro tutte le tragedie di un testo immaginario. Il pianto, allora, invece di liberarsi in parole, imprigiona i nostri gesti quotidiani trasformandoli in rabbia e le parole, invece di disporsi ordinatamente sulla carta, si trasformano e si dirigono come lame taglianti verso chi ci è più vicino. Accade talvolta che i gesti, le parole, i pianti, le brillanti trovate si dispongano ordinatamente in un testo e noi rimaniamo soli e soli rimangono coloro che sono con noi. Altre volte i gesti, le parole, i pianti si muovono da soli senza che noi sappiamo dove prima o poi andranno a depositarsi.

3 Novembre. Mi è parso di scorgere, oggi, verso mezzogiorno, il volto odierno del nazismo: televisione, guerra chirurgica, laisser faire sociale, violenza senza scopo e misura. Tutto cio´ sarebbe visibile se non fosse gestito da una finta parata democratica: basta poco per confondere le idee e obnubilare le coscienze.

6 Novembre. Vi sono domande che non chiedono risposte, ma che aspirano semplicemente a rimanere tali e che solo come tali possono dire qualcosa. Freud inseguì a lungo le risposte ai quesiti che l'arte gli poneva, la poesia in particolare, e nel tentativo di rispondere a tali quesiti inventò alcune straordinarie narrazioni (la Gradiva per esempio), ma cadde anche in alcuni tombini come il vecchio Talete (i saggi su Leonardo). Poi scrisse un saggio dal titolo Il poeta e la fantasia, un testo falsamente ingenuo nel quale Freud finalmente si arrendeva. Aveva capito che vi sono domande che sfidano qualsiasi risposta ma che, ciononostante, hanno valore in sé ed un valore grandissimo.

8 Novembre. Nulla d'importante.

10 Novembre. La violazione di piccole regole non é mai disgiunta dalla violazione di grandi regole. In entrambi i casi avviene che la società civile si sta appropriando di pezzi o pezzettini di funzioni normalmente delegate allo stato, alle istituzioni locali, alle leggi, ai regolamenti al semplice buon senso consuetudinario in nome del quale non si attraversa il semaforo con il rosso e non si percorre un senso unico nella direzione opposta. Tutto questo, invece, oggi accade in una misura ampia, dilagante.

12 Novembre. Il cielo è carico di neve repressa, livida; dalla finestra il grigio scende così a fondo che si mescola all'asfalto e il colore uniforme si spalma come un lago che lentamente tracima. In alto in alto, un sole strozzato manda flebili grida di luce… eppure il clima e´ mite a Berlino, mi sorprende con i miei abiti pesanti addosso. La festa e´finita, gli sponsor del ventennale della caduta del muro se ne sono andati, la citta´ continua a espandersi verso est, come per una sorta di tranquilla e ironica nemesi della storia.

14 Novembre. Mi sono alzato tardi e la giornata se ne è andata più velocemente dei miei propositi; a sera faceva molto freddo in casa.

15 Novembre. Brecht diceva 'beato quel popolo che non ha bisogno di eroi'…non so se ripeterebbe tale sentenza se fosse in mezzo a noi, qui nell'Europa di oggi e a Berlino che ne e´ la capitale di fatto. Quando lo disse il mondo era già in fiamme o lo sarebbe stato entro poco tempo; in molti sarebbero stati costretti a essere eroi e la sua frase parve un suggestivo contrappunto ai tempi. Oggi non lo sarebbe più; l'eroismo è la punta estrema di una tensione etica esistente, di un fuoco che può bruciare più o meno impetuoso ma che brucia; l'Europa odierna e la miserabile Italia dei nostri giorni muoiono di una gelida e livida assenza di qualsiasi tensione. Non ci sono più eroi, non c'è più eroismo perché è la nostra vita sociale vicina allo zero termico assoluto.

16 Novembre. La mattina ho letto; il pomeriggio meditato... ma non troppo; questa sera è prevista una cena con amici.

17 Novembre. Nonostante tutto vi sono ancora giovani che pensano in grande o cercano di farlo, con poche risorse ma con molte idee. Torno a casa piu´contento, guardo il futuro dipinto sul muro di un palazzo in stile davanti alla palazzina dove abito: la carena di una nave che fende il vuoto: un vascello fantasma? Pochi passant infreddoliti con i loro cani si incamminano verso la Spree.

domenica 8 novembre 2009

I funerali di Alda Merini

ALDA MERINI.

Mercoledì scorso ero ai funerali di Alda Merini, la cattedrale era già piena quando sono arrivato ed era difficile trovare posto. Naturalmente ha pesato su questo la mobilitazione leghista e cattolico-ciellina-Opus dei (Bossi-Gelmini) che cerca di appropriarsi indebitamente di tutto e di occupare tutti gli spazi occupabili, favoriti in questo anche dalla scelta istituzionale dei funerali di stato; ma c’era la gente comune che la conosceva, ragazzi e ragazze giovani che comunque tramite lei sono arrivati alla poesia, qualche barbone dei Navigli. A parte il finale, con la proposizione di un suo testo indecorasamente musicato e mal cantato (ma si sapeva purtroppo che la fragilità e la generosità della Merini la esponeva fatalmente a presenze interessate e mediocri accanto a lei), la cerimonia è stata commovente e intensa.
Alla fine ci siamo trovati fuori in tanti a commentare, volti amici che le sono stati vicini in momenti diversi e che hanno apprezzato la sua opera sinceramente e non per convenienza e le sono stati accanto in momenti difficili: Mariella De Santis, Gherardo Mastrullo, Alberto Casiraghy, Maria Pia Quintavalla, altri che non ho visto. Insieme a loro alcuni volti noti di artisti come Valentina Cortese, Milva, Cristicchi. Mancava quasi completamente l’establishment poetico milanese (mi scuso per la roboanza del termine), che non è ovviamente fatto soltanto di pochi nomi noti di prestigio e potere, ma anche di un entourage. Tale mancanza vistosa, a parte eccezioni che posso benissimo non avere visto ma che la cronaca dei funerali in Internet e non solo rende palpabile, fa pensare che sia girato un tam tam con l’indicazione di non andare, in altri casi avranno giocato pigrizia e disattenzione, impegni lavorativi e influenza suina a parte.
Anche per il mondo femminile impegnato in poesia la sua figura era diventata scomoda, dopo anni in cui invece era stata presentata quasi come un’icona. Qualche laico avrà storto il naso a fronte della svolta dichiaratamente mistica che la sua poesia aveva intrapreso, in molti si saranno chiesti perché a Raboni solo Sant’Ambrogio e a lei il Duomo; tutte considerazioni in sé anche ragionevoli se lasciate al dopo, se accompagnate dal bon ton, da un segno di pietà e di commiato. Le assenze vistose invece fanno pensare ad altro e cioè a ciò che le si rimproverava di più: di piacere e di essere letta. Merini in fondo ha sempre disturbato il coro che ripete in continuazione che la poesia non si legge, non si ascolta ecc. ecc. La sua era ascoltata, forse perché più diretta, anche troppo a causa di una generosità che a volte poteva apparire incontrollata. Ma questo, in definitiva, potrebbe essere detto anche per molti poeti laureati e celeberrimi del passato, di cui, infatti, non si legge tutto e a volte pochissimo. Lei almeno tre libri importanti li ha scritti: Testamento, Delirio amoroso, Diario di una diversa; altri potranno aggiungerne altri. Merini poi è stata una lirica pura, come Penna, come Bellezza, quindi un po’ troppo fuori dai canoni novecenteschi, specialmente quelli del secondo ‘900.
Tutto questo però continua a lasciarmi interdetto: possono bastare queste o altre considerazioni per astenersi da un semplice gesto di saluto? Credo che in queste come in altre assenze sia facile cogliere il segno di una grettezza e di un cinismo, per me niente affatto sorprendente, ma che molti a Milano si ostinano a non vedere o a non voler vedere.

lunedì 2 novembre 2009

Agenda di scrittore: romanzo

11 Ottobre. Morti ovunque, violenze ovunque; il tempo non passa, sembra essersi incistato in un campo magnetico della storia dove tutto viene ripetuto all'infinito. Un velo di tristezza s'impadronisce di ogni cosa, si attacca anche a quello che sto scrivendo. C'è una barriera insuperabile da parte della scrittura: il muro della realtà. Sappiamo bene che fra il nome e la cosa la distanza non è del tutto superabile e che se dovessimo dare una definizione di realtà non potremmo aspettarci di essere presi troppo sul serio. Eppure ciò che ci costringe al silenzio non è semplice impotenza; un pensiero del genere sottintenderebbe un delirio d’onnipotenza. La realtà non può essere nominata perché il linguaggio è un sistema parallelo rispetto ad essa; ma è un parallelismo stabilito da noi, anche per difenderci. In tempi normali la finzione regge ma poi accade che essa, la realtà, ogni tanto si faccia sentire, costringendoci a un felice silenzio, con buona pace di chi pensa che noi abitiamo il linguaggio. Oppure a volte ci soffoca quando le due rette parallele si avvicinano pericolosamente fino ad avvitarsi a noi e a strangolarci. Che me ne faccio della mia lettura, quando le vite volano via come foglie che ti cadono addosso sanguinanti senza una ragione, un perché plausibile? Oppure perché cndannate a morte dalla violenza anoninma di funzionari appartenenti a uno stato che si fregia di avere imposto all’Onu la moratoria della pena di morte stessa? Questo non è semplicemente il male e nemmeno la sua banaità, ma qualcosa di più che non conosciamo e che ci accompagnerà per anni.

15 Ottobre. La precarietà domina questi giorni. Vivere, in alcuni momenti, è l'esatto contrario di scrivere; eppure una soluzione che armonizzi queste due tensioni va cercata, non vi si può rinunciare. Nell'opera possono affollarsi tanti personaggi, un mondo intero; ma l'esercizio di chi dà vita a questo mondo è solitario e richiede distanza aristocratica, ripiegamento, fastidio per ogni rumore. Gli altri devono scomparire, non devono esserci più, non soltanto nella disponibilità e nello spazio che occupano nei nostri pensieri; devono proprio scomparire, essere lontani nel momento in cui si scrive, non essere presenti con i loro corpi oltre che con la loro immagine. Solo così possono rinascere in altre forme, popolare la pagina o travasarsi dentro di noi e trasformarsi. Perciò la scrittura non può essere, neppure nel giornalista più attento, restituzione in diretta di ciò che avviene; ma cosa avviene qui? Tutto si mescola in un'implosione che sembra risucchiare ogni scaglia di vita in un vortice che schiaccia tutto come una vecchia macina.

16 Ottobre. Quando la realtà entra dentro e squassa ogni cosa si ripropone il vecchio dilemma: fare finta di niente oppure smettere di scrivere e fare altro? Dire che non è possibile restituire il senso del presente in diretta, ha implicazioni serie. Qualsiasi scrittura serve sempre dopo, perché l'urto stesso degli eventi fa sì che quella parola non possa essere udita in quel momento. Il Diario di Anna Frank non servì allora ma successivamente; certo la scrittura avrà tenuto almeno in parte compagnia a lei, alla povera Anna, ma questo è un altro discorso. Non rimangono che due strade in apparenza: fare finta di nulla e perseguire fino in fondo e con rigore il proprio progetto di scrittura a dispetto di ogni cosa e di ogni accadimento, fino alla dimenticanza di sé in questo; oppure smettere e fare altro. Forse c'è una terza strada non mediana: vivere consapevolmente, finché se ne é capaci, una scissione, una contraddizione senza pretese di onnipotenza e dunque senza ridurre ciò che riducibile non è; senza eliminare nessuno dei due corni, ma rifiutando anche situazioni in cui l'oblio cade dall'una o dall'altra parte. Finché si può.

20 Ottobre. L'arte è un mondo parallelo all'altro, dentro il quale valgono regole non molto diverse da quelle che presiedono l'altro mondo; e chi, nell'altro mondo, è poco sensibile a problemi concreti di libertà, lo sarà anche nei confronti di quel delicato problema che tocca i rapporti fra gli scrittori e la società; chi non è solidale con gli esseri umani non lo sarà neppure con i libri e i loro autori. Vi saranno sempre opere ritenute incompatibili con l'ordine esistente ed è sciocca la rimostranza degli scrittori che protestano affermando che si tratta di un equivoco; sono gli stessi che poi, in altre sedi, ci tengono a sottolineare che l'arte è sempre eversiva. Se é vero, perché il potere non dovrebbe occuparsene? Oppure non è vero e chi fa certe affermazioni le fa convinto di usare una metafora; ma si dimentica che il linguaggio del potere, di qualsiasi potere, anche del potere più democratico, non è mai metaforico. Oppure è semplicemente un gigione che usa frasi roboanti in tempi normali e le ritira non appena c’è davvero da rischiare qualcosa.

25 Ottobre. Tutto il giorno in telefonate.

1 Novembre. È illusorio pensare che vi sia uno spazio - quello della cosiddetta cultura letteraria - che sia di per sé risparmiato in nome di principi quali la Tolleranza, la Libertà di Pensiero e Cultura o Espressione. Questa pratica svilisce i principi che dice di voler difendere e li degrada a una sorta di elogio dell'indifferenza. Perciò li consuma ed essi puntualmente, come accade oggi, mostrano la corda. È un pezzo di quello che abbiamo ritenuto il moderno positivo che se ne va.