venerdì 4 dicembre 2009

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo diciannovesimo

Capitolo diciannovesimo.

Mentre sta aspettando, Galileo controlla che tutto sia a posto nella piccola borsa dove insieme al libro, custodisce un piccolo regalo per Diotima… ma non c’è tempo per altre divagazioni perché la vede arrivare con il buffo trabiccolo dei trasporti interni alle strutture di comando.
“Sembriamo degli adolescenti al luna park con queste macchinette.”
“Già… le tue osservazioni a volte mi sorprendono.”
“Perché?”
“La tua ironia, sembra che trovi sempre qualcosa di buffo in questa nostra missione…”
“Missione? Sai perché ho deciso di partire?”
“Non dirmelo… provo a indovinare. Perché ti piace spremere la vita fino in fondo…”
Galileo la guarda senza parlare e allora Diotima continua decisa “E sulla terra l’avevi spremuta tutta, o almeno così ti sembrava.”
“E perché sarei così capace di far questo?”
“Forse perché arrivi presto al nocciolo di un’esperienza senza costruirci intorno aloni che ne dilatano la durata senza dilatarne il senso.”
Intanto la porta del club si è fatta prossima, la porta girevole li allontana i secondi necessari a riordinare le idee; dentro l’atmosfera calda, un po’ salottiera e svagata, li distoglie momentaneamente dal loro dialogo…
“Buon giorno direttore… desiderano pranzare?”
“Sì ma non subito… se sta bene anche a te.”
Diotima gli sorride e accenna di sì con il capo.
“Beh!, diciamo fra un’ora.”
Il comodo divano e la musica di sottofondo stemperano ancora di più l’atmosfera e Galileo ne approfitta per aprire la sua borsa…
“Ho un regalo per te… ma non è il libro, quello lo lasciamo a dopo…”
Ci mette un po’ Diotima a riconoscere un piccolo orologio cosmico, poi sorride divertita: “Beh sto un po’ meglio… hai il potere di rassicurare, forse è per questo che ti hanno affidato la struttura più importante.”
“No, non credo proprio, diciamo che ci sono anche fattori più complessi.”
“Ma non è quello che si dice quando non si sa cosa dire o come spiegare qualcosa?”
“Oh sì, ma non in questo caso: diciamo che c’era bisogno di uno scettico per dirigere questa struttura e io ero perfetto per questo ruolo…”
“Eri?”
“Se ti riferisci al tempo verbale ero vale come sono, ma questo è un dettaglio…”
“Già, lo sanno tutti che non credi molto alla possibilità di entrare in contatto con altre civiltà, è la tua cifra questa; all’inizio pensavo fosse una leggenda metropolitana messa in giro per aumentare il tuo carisma, poi mi sono resa conto che sei proprio così, scettico…”
“Beh diciamo che sono prudente, ma che faccio tutto quello che occorre fare per arrivare a scoprirli, se ci sono questi nostri fratelli siamesi… E poi non sono scettico proprio su tutto.”
Diotima lo guarda in tralice, fingendo di leggere la lista dei drink che il cameriere ha appena porto loro.
“Un neuroni sbagliato” sbotta Galileo distratto.
“Un negroni sbagliato ripete il cameriere calcando la voce quel tanto che basta per sottolineare la bizzarria della dizione. Il riso di Diotima e il perfetto aplomb del cameriere sciolgono la goffa rigidità di Galileo in una risata, cui questa volta partecipano tutti…
“Un neuroni sbagliato anche a me… ma non lo dica a nessuno mi raccomando…”
“Non dubiti della mia discrezione dottoressa Anghelopoulos…” le fa eco il cameriere con un sorriso di complicità.
“Non mi hai ancora detto perché sei partito…”
“E tu? Perché?”
“Va bene, però la prima sono io…”
”Ma cosa ti aspetti di sentirti rispondere? Lo sai anche tu che in questi casi si dicono delle banalità, oppure…”
“Oppure si dice che le ragioni sono molte e poi si chiude il discorso…”
“Già, è il modo più facile… e non è che siamo dotati di molta fantasia noi umani poi, in fin dei conti… Sai perché sono scettico sulla possibilità d’incontrarne altri?”
“Per le stesse ragioni per cui un po’ tutti lo siamo, immagino; i calcoli probabilistici, il solito ragionamento dei tre stadi di civiltà possibili: se ne sanno meno di noi come fanno a trovarci, se sono come noi hanno le stesse pochissime probabilità di farlo, se sono molto superiori perché dovremmo interessare a loro ecc. ecc.”
“Si tutto questo è vero anche per me ovviamente, ma raddoppierei tutto questo andando dietro la crosta della scienza per arrivare alla psicologia. Perché dovrebbero avere più fantasia di noi? T’immagini la delusione se dovessimo scoprire che dopo avere gironzolato per l’universo come in una gita scolastica di liceali, ti ritrovi la classe corrispondente della città vicina che ha fatto il tuo stesso giro e ha visto le stesse cose? Io penso che sì forse siamo davvero in tanti ma abbiamo anche paura d’incontrarci… meglio continuare a immaginarli, a costruirci sopra avventure e personaggi alieni, piuttosto che incontrarli, potrebbe finire la magia.”
“Perché sei partito allora?”
“Fin da bambino, sono sempre stato affascinato dalle navi e non so davvero perché, dal momento che il mare lo incontrai per la prima volta a sedici anni. Vivevamo in montagna, ho imparato a sciare dall’età di cinque anni, ma da quando cominciai a leggere non feci altro che occuparmi di navi, di viaggi; più stavo fermo e più viaggiavo per nave e solo per nave.”
“È per questo che ti sei portato il libro! Parla proprio di un viaggio in mare!”
“Mi ci fai pensare per la prima volta in questi termini… vedi come siamo inconsapevoli a volte dei nostri gesti? Era così semplice comprenderlo in fondo…”
Galileo sorseggia il cocktail, i suoi occhi sembrano dispersi in lontananza, una distanza che sta tutta dentro di lui, poi sospira e rivolge di nuovo lo sguardo a Diotima e si scioglie in un sorriso, cui lei risponde. La mani si sfiorano appena, in un attimo d’intimità silenziosa.
“Ti ho interrotto, continua…”
“Sì, più stavo fermo e più viaggiavo, ne sapevo come un marinaio di navi e i primi romanzi che lessi furono quelli che più canonici.”
“Moby Dick…”
“Certo, ma anche Salgari, un autore certo minore, che scriveva romanzi pirateschi, roba d’intrattenimento o di appendice come si diceva allora, è un autore che fuori d’Italia non conosceva nessuno… e poi il grande Conrad.”
“Un classico?”
Entrambi ridono sottovoce, con una complicità che diviene sempre più palpabile.
“Già un classico, direi proprio di sì… ma non in tutto quello che ha scritto, quando cerca d’imitare Dostojevski fa ridere… quello che in definitiva mi attirava delle navi è che sono microcosmi, in piccolo hanno tutto dentro di sé, a portata di mano…”
“Questa è la ragione per cui sei partito…”
“Credo proprio di sì, tutto quello che faccio qui avrei potuto continuare a farlo giù in terra, beh!, con ancora più minore probabilità d’incontrare extraterrestri, se mi perdoni l’ossimoro sgrammaticato.”
“Che buffo, hai detto giù in terra! Mi fa sorridere…”
“Sì hai ragione! A volte penso che la scienza sia troppo per noi umani e infatti quando parliamo normalmente ci esprimiamo in modo fantastico… il tempo cosmico, il tempo cosmico è un’astrazione… pensiamo di poterci sintonizzare su quello solo perché abbiamo inventato questa palla più piccola dalla forma sghemba che se ne va a spasso per l’universo? Non ci appartiene… o meglio non ci apparteneva prima e non ci appartiene ora soltanto perché siamo arrivati fin qui…”
“Dunque soltanto una scocciatura, modificare tutti i protocolli per darci importanza…”
“Si più o meno questo che dici… perché? Al telefono sembravi preoccupata: pensi ci sia dell’altro?”
Diotima, sorseggia un po’ di negroni, poi deposita il bicchiere con lentezza:
“No, non è preoccupazione, ho avvertito un senso di disagio che andava oltre il fastidio per la scocciatura, come l’hai definita tu…”
“Dei flussi diversi e più complessi..”
“Sì, ma senza una determinazione precisa… forse avevo bisogno di parlarne con qualcuno…”
Intanto l’ora che si erano dati è trascorsa in fretta e il cameriere li sollecita discretamente al tavolo: è un giorno di festa e le prenotazioni sono parecchie.

Agenda scrittore: romanzo. Capitolo ventesimo

CAPITOLO VENTESIMO.

“Eravamo rimasti ai classici.”
“Già i classici” e come in un lampo a Galileo torna in mente che di quello stesso argomento avevano parlato lui e Luce proprio nel momento della partenza.
“A cosa pensi…”
“A nulla… al tempo che perdiamo…”
Diotima lo guarda aggrottando la fronte, senza capire.
“Anni fa proprio alla partenza, mi trovai a discutere dello stesso argomento con un’altra persona…”
“Una donna?”
Galileo la guarda sorpreso e Diotima ride divertita…
“Un pezzo grosso della spedizione, per di più.”
“Luce Passini?”
“Sì proprio lei, ma…”
“Avevo pensato che aveste una storia quando un giorno di qualche anno fa vi vidi litigare: non c’è niente di meglio di un litigio per capire cosa passa fra due persone… ma perché hai perso tempo con lei?”
“No, non con lei, non si perde mai tempo nelle relazioni anche quando finiscono, pensavo ai classici, ai tanti discorsi importanti lasciati a metà e poi mai ripresi perché ci distraiamo, corriamo dietro a sciocchezze.”
“Non sei troppo severo con te stesso?” Lo sguardo dolce di Diotima gli riporta il sorriso e stempera la malinconia: “Mi prendo troppo sul serio!”
“Forse un po’…” e lo guarda tenendo gli occhi a mezz’asta, da sotto in su. Intanto il cameriere ha provveduto a stappare la bottiglia di vino: si avvicinano per un brindisi e le due coppe si urtano goffamente come due ubriachi, poi nel depositarle sul tavolo le dita si sfiorano di nuovo e indugiano più di prima nel tenue tocco che precede appena il moto più deciso dei corpi, che tuttavia si vuole ancora rimandare, pregustando l’alone terso che si frappone fra desiderio e realtà.
“Non vuoi proprio parlarmi dei classici allora, va bene, ne prendo atto...”
Il tono scherzoso di Diotima, accentuata dal sorriso, riportano Galileo alla realtà della loro conversazione, facendo risuonare in lui anche una nota di auto rimprovero, per quell'irruzione indebita del suo passato in quella conversazione. Un nuovo brindisi viene a rompere quel momento d'impaccio e il filo si riannoda per il verso giusto.
“Ma a te cosa piace leggere?”
“Leggo più saggistica a dire il vero e i classici forse sono altrove...”
“Beh non sempre, tuttavia hai le tue ragioni... sei greca, nella vostra antichità non c'erano distinzioni, la poesia racchiudeva tutto in sé, nella modernità e successivamente nel postmoderno siamo passati attraverso l'esasperazione dei generi e ora siamo tornati dove eravate voi..., quando si parla di neo olismo nell’arete e in letteratura s’intende questo.”
“Ne sei sicuro?”
“Nelle maggiori opere contemporanee la distinzione di generi non funziona più tranne che per le teorie scientifiche più raffinate, le applicazioni estreme... Prendi un testo come Fisiologia dei buchi neri di Dollman; come lo definiresti: un romanzo? Un saggio divulgativo? Una fiction fisico-storica? È un po' tutto questo insieme no? Lo stesso quando si leggono certe ricerche sulla telepatia e l’intercettazione dei flussi: dove si trova la cesura fra scienza e narrazione?”
“Sì, è vero ma se leggo Tierra desesperada di Juan Lopez Tarantin, leggo pur sempre un poema, è poesia...”
“Appunto, poesia e poema, dici poco. Stiamo parlando di Omero.”
“Dunque Omero rimane un classico...”
“Ne dubitavi?”
“No, certo, ma tu me ne stai parlando come di qualcosa che appartiene anche al nostro mondo... per noi i classici erano e sono - direi - lo sfondo dell'oggi, la nostra storia arcaica, linguisticamente il greco antico non ha nulla a che fare con quello moderno e oggi parliamo tutti inglese...”
“Sono problemi diversi, quello linguistico è certo decisivo però, vedi, anche oggi se vogliamo leggere Omero lo leggiamo in greco oppure nelle vecchie traduzioni, diciamo nazionali, non esiste una traduzione di Omero nella neo lingua comunicativa, che è poi un inglese sui generis, lasciamelo dire; fra quello che parliamo o usiamo nei documenti ufficiali e quello codificato dalla grande narrativa del 1700 e dal giornalismo, c’è la stessa distanza che tu vedi fra il greco antico e il greco moderno.”
“Forse esageri; sulla Terra, ma anche qui, esistono pur sempre parlanti e scriventi di lingua e provenienza inglese o americana che sono nel solco di una continuità culturale e linguistica, nel caso di noi greci c’è stata una vera e propria cesura.”
“Sì forse esagero, il mio ragionamento può essere estremo, ma sei sicura che esista poi tutta quella distanza che dici tu? Infondo alla fermata dei bus c’era scritto stasis e mi ricordo ancora oggi la sorpresa, durante il mio primo viaggio in Grecia, quando vidi scritto su un camion methaforas, che era poi l’industria dei trasporti. Ricordo che mi misi sa ridere: la paludata metafora, il simbolo più puro della poesia, era una banale industria dei trasporti… “
“Che metaforicamente poteva diventare altro da sé…”
“Una sorta di industria dei trasporti al quadrato…”
“O all’infinito, come le oscurità della metafora a volte!”
Scoppiano a ridere entrambi, poi un nuovo goccio di vino riporta il silenzio e il sorriso complice sui loro volti.

“A volte penso – e mi spaventa – che in questo microcosmo andremo incontro a un impoverimento linguistico disastroso… non avevamo pensato a questo, quando si parlava dei rischi della spedizione si pensava ad altro…”
“A cosa?”
“Beh, la preoccupazione maggiore erano i Commons, la possiblità di riprodurre una logica di guerra, sabotaggi…”
“L’impossibilità di pensarsi fuori dalle logiche terrestri…”
“Sì, se vuoi è proprio così… Cosa ti piace di Tierra desesperada?”
“Mi permette di portare come me le radici la nostra storia, è un’epopea lirico-epica sul nostro passato recente, la sua lingua maestosa mi restituisce tutta la grandezza della cesura che siamo stati costretti a compiere, il senso della fine…”
“È un classico allora…”
“Forse lo diventerà, è difficile dirlo nella contemporaneità, anche se nel caso di Tierra i presupposti ci sono.”
“Forse si tratta anche di capirsi: cosa fa di un classico un classico per te?”
“Un romanziere italiano del secondo ‘900, Calvino, diceva più o meno che un classico è un testo che è oltre il suo tempo ma che ti fa sentire il rumore di fondo dell’epoca storica che lo ha attraversato. Se si accetta questa definizione è difficile affermare con certezza in presa diretta che un libro diventerà un classico, perché il rumore di fondo ci sovrasta e possiamo solo scommettere che quell’autore e quel testo sono certamente capasci di oerare quella scissione ipotizata da Calvino...”
“Scissione?”
“Beh, sì! Nel senso che lo scrittore deve essere dentro e guardare da fuori.”
“È la stessa cosa per le scienze, seppure con qualche verifica sperimentale in più da poter fare, anche se ormai la pratica sperimentale copre solo una parte del nostro lavoro.”
Torniamo a Tierra, dicevi che ti permette di portarti dietro la nostra storia: ma non è vero!, non è più la nostra storia, è quella di chi è rimasto, in mezzo c’è il vuoto…”
Diotima è perplessa, vede lo sconforto negli occhi di Galileo, lo sguardo smarrito; la mano si muove lentamente verso la sua, la stringe, si guardano.
“Sei stanco, o forse anche tu hai qualche preoccupazione che tieni nascosta…”
L’improvviso cambio di registro ha lo stesso effetto di una rivelazione.
“Sì, è così, lo hai capito da subito vero?”
Diotima accenna di sì con il capo, le mani si cercano di nuovo, poi come se si ridestassero da un momento di torpore, si voltano entrambi in direzione del cameriere che attendeva paziente il loro cenno. Solo in quel momento si rendono conto che nella sala del ristorante sono rimasti soltanto loro.

Nel salottino accanto è di nuovo musica diffusa, in silenzio si siedono su un divanetto defilato, più vicini.
“Ho paura Galileo, cosa sta succedendo?”
Il silenzio e l’abbraccio sigillano in una parentesi la parola che diviene verità nel contatto fisico dei corpi e stabilisce fra loro la complicità che sa riconoscere la propria debolezza: l’amore fiorisce anche lì, nel mezzo della ruvida consapevolezza di un destino inquieto, di una dura realtà: come la vita dei barboni, che sbocciava negli spicchi verdi fra un’autostrada e una discarica, dove l’angoscia che regnava sovrana nel silenzio del decoro, trovava cibo e parola in mezzo ai rifiuti. Poi è soltanto la rapida corsa verso casa, il lento abbandonarsi dei corpi, il loro esultare, il ritrovarsi dopo nella gioia del dormire insieme.