martedì 14 dicembre 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo trentaquattresimo.

CAPITOLO TRENTAQUATTRESIMO.

Quell’incontro era stato un buon viatico, specie per Antonio che ne era il più entusiasta. Francesco, dal canto suo, ostentava una certa indifferenza; non era la prima volta che s’imbatteva in quel tipo d’uomini... Miguel, invece, appariva contrariato. Non riusciva a capacitarsi che quell’uomo fosse così importante, che fosse addirittura un santo, poi... Nella sua immaginazione i santi erano ben diversi; anzi, non aveva capito molti di quei ragionamenti, alcuni oltre che strani gli erano sembrati sconvenienti. Aveva udito da più parti che tutta l’Europa era infiammata dalle parole di un monaco germanico e di altri come lui, parole che suonavano uguali a quelle di Nostro Signore e dei suoi ministri, ma che erano in realtà tanto diverse da allontanare dal Papa quelli che prestavano loro ascolto. Nulla sapeva di ciò se non qualche voce, ma per la seconda volta durante il viaggio si domandò se per caso non si fossero imbattuti in un eretico piuttosto che in un santo e se quel benedetto oste, per ingenuità, oppure con malizia, non li avesse indotti ad ascoltare parole che sotto l’apparenza di santità erano in realtà parole avvelenate. Lo preoccupava anche il fratello, inoltre; il suo umore instabile che aveva attribuito alla lontananza da Genova, gli appariva ora sotto una luce diversa, un rovello interiore, qualcosa che tuttavia lui decideva di non mettere a parte con lui, ma di tenersi per se stesso. Questo lo turbava, poi in altri momenti, si ritrovava a pensare che fosse solo il segno che Antonio cresceva, pur sempre con lui che un po’ voleva fargli da padre, un po’ se lo sentiva sfuggire, come era nella natura delle vicende umane. L’ambivalenza dei sentimenti a volte lo travolgeva, si buttava da una parte poi dall’altra, senza saper scegliere un giudizio definitivo.
Quella notte non chiuse quasi occhio, ma quando il mattino vide che il tempo si era rischiarato, gli tornarono le energie e il buon umonre. Ringraziò il signore e svegliò gli altri. Mangiarono qualcosa in fretta alla locanda e poterono riprendere poi la navigazione verso Lione.
Diotima, si alza di nuovo a lascia il libro aperto.
“Che fai?”
“Ho un po’ freddo, prendo solo una coperta… Non sei stanco.”
“No, continuaimo.”
Diotima si risiede, si baciano sorridendo, poi lei riprende in mano il libro ma non continua a leggere.
“Miguel mi sembra il tipo del fanatico religioso…”
“Sì, è un romanzo a tesi, questo, i personaggi rappresentnao sempre delle idee molto definite… forse tu non te ne sei ancora accorta perché non ne hai letto molto….”
“Non ti piacciono i romanzi a tesi…” aggiunge lei cogliendo nel suo sguardo una punta di perplessità.
“Sì, non li amo particolarmente…”
“Non sono dei classici!”
Ridono a quella battuta.
“Beh non arriverei a tanto, alcuni sì…”
“Quali!”
“Fra i contemporanei Armida Santici per esempio, per esempio…”
“Ma si può definire un classico nella contemporaneità?”
“Beh sì la tua è una domanda cui non è facile rispondere, certamente si consolidano nel tempo, ma ci sono alcuni romanzi che nel loro tempo hanno svolto sicuramente quel ruolo. Ritornando al passato pensa al Ritratto di Dorina Gray di Oscar Wilde, dimmi un altro romanzo che abbia rappresentato meglio quell’epoca incui si credeva di poter sovrapporre arte e vita come fotocopie!”
“Ok… hai ragione. Andiamo avanti?”
Galileo prende il libro e continua a leggere.

Dopo un giorno di tranquilla navigazione il Rodano sembrava assai amico, le furie dei giorni precedenti erano confinate nel ricordo di ognuno: quanto poco durano le paure negli essi umani! Così da renerli subito pronti a correre altri rischi: forse è il solo modo di resistere al pensiero della morte, se ci fosse troppo tempo per dedicarvi un eccesso di pensieri, si finirebbe per non vivere.
I nostrie tre amici, in realtà, non si ponevano problemi così elevati, a loro bastava giungere a Lione in tempo per la fiera, sperando in qualche altro buon affare, in un’annata che già ne aveva favoriti molti.
Miguel continuava a pensare al santo che avevano incontrato, ma lo faceva nel silenzio delle sue meditazioni solitarie: Antonio invece, ne parlava ad alta voce, sembrava quasi voler provocare il fratello. A Francesco toccava di tenerli a bada entrambi, con parole di saggezza che sapevano sviare i discorsi ogni volta che si facevano troppo prossimi a urtare le sensibilità dell’uno o dell’altro dei suoi compagni di viaggio. Se fosse minor fervore il suo, oppure vera saggezza è cosa difficile da comprendere, almeno al momento: perché in fondo non aveva dovuto affrontare grandi prove, le sole adatte a saggiare davvero le sue attitudini.
Il quarto giorno di navigazione fu ancora più veloce perché li soccorreva un vento più forte, così che arrivarono in vista della città al tramonto. Decisero tuttavia di non entrarvi; troppo tardi per sistemarsi con il buio incipiente, meglio aspettare la luce del giorno dopo. Non furono i soli a compiere quella scelta e infatti in un’ansa del fiume stavano ammassate molte chiatte e altre imbarcazioni. S’accesero dei fuochi improvvisati e ciascuno metteva ad abbrustolire quello che aveva. Solo il vino sembrava non mancare ad alcuno.
Il mattino dopo entrarono in città, ma si accorsero subito che tirava un’aria di festa. I guai dei giorni precedenti, tutto lo scombussolamento causato dalle condizioni impervie del tempo, li avevano distolti dal calendario e non s’erano accorti che avevano fatto l’ingresso in città proprio una domenica.
Le normali attività erano sospese e s’accorsero che i loro carri con le merci erano guardati con sospetto. La fiera, in effetti, sarebbe cominciata il giorno dopo, ma non capivano se fosse meglio allontanarsi e ritornare. Uno stormo di campane a distesa li spinsero nella direzione del suono, e finalmente incrociarono altri che erano entrati in città a loro volta. Fu un uomo a indicare loro dove avrebbero dovuto andare, per raggiungere un grande spiazzo dove altri carri si erano già recati. S’affrettarono a raggiungere il luogo perché volevano tornare in fretta alla cattedrale, per partecipare anche loro tre alle funzioni religiose.
Il sito della fiera era già pieno di carri quando vi smisero piede e tutta l’ara aloro diposizione era vigilata da gendarmi per impedire che vi fossero furti, ma anche per fare rispettare la regola domenicale. Nessuno poteva togliere le merci dai carri. Si sarebbe fatto il giorno successivo. Entrando nell’area adibita per la fiera s’imbatterono in altri provenienti da Piacenza e Alessandria e fecero crocchi con loro disponendo i carri in modo tale che formassero una specie di recinto. Prtetti da quella diposizione, cominciaorno qualche lavoro preparatorio senmza farsi vedere dai gendarmi, poi decisero chi sarebbe rimasto a vigilare e loro tre scelsero il primo turno e…

Suona il telefono, Galileo s’interrompe sbuffando e si avvicin a all’apparecchio. Lo alza: è Narlikar al telefono.
“Fanti, avvieremo un’inchiesta… lei si rende conto di quello che è successo e della situazione…”
“Può darsi, dipende da che cosa s’intende per situazione e da che cosa è stata determinata.”
“La sento poco collaborativo…”
Galileo tace e sbuffa prima di rispondere.
“Beh non mi sembra che le altre strutture abbiamo cooperato… la sicurezza o il filtro dei messaggi è un problema che doveva essere risolto a monte e a valle, è mai possibile che nessuno al comando centrale si sia accorto di nulla?”
“È quello che dovrà stabilire l’inchiesta ma lei la sta già facendo, io le telefonavo solo per comunicarlo e che sarà convocato presto.”
“Solo io?”
“Non necessariamente, non ne abbiamo ancora discusso in modo definitivo….”
“Rutengo essenziale almeno la presenza della signora Diotima Anghelopoulos e quella di alcuni testimoni che erano presenti nella sala comando, nonché di Luriaga e Musenda che si occupavano di tutti gli aspetti organizzativi.”
Diotima, a quelle parole, assente con il capo e alza il pollice della mano sinistra.”
“Le farò sapere al più presto.”
Galileo deposita il telefono, buttando in malo modo sul letto, poi si avvicina al divano. Diotima ha posto il libro aperto sul tavolino, Galileo rimane in piedi incerto su da farsi.
“Mi ha messo di malumore… quell’uomo non lo capisco più, è diventato così distante e anche scostante a volte.”
“Hai fatto tutto bene e sei stato anche gentile nel tono, cosa che non ti è stata di certo facile.”
“No, hai ragione… dai andiamo avanti con il libro, senza pensarci troppo, la palla è nel loro campo e dobbiamo soltanto aspettare.”

mercoledì 1 dicembre 2010

Agenda di scrittore: romanzo

16 ottobre. Il paradosso berlinese quanto è destinato a durare? Difficile dirlo, ma l’insofferenza degli altri tedeschi cresce. A Berlino si vive troppo bene con poco e non è soltanto il frutto di una certa attitudine spartana, ma anche dei cospicui finanziamenti pubblici, riversati sulla città da tutta Europa. Berlino doveva essere risarcita in qualche modo dal fatto di essere stata la città di frontiera per eccellenza, di avere sopportato il peso della guerra fredda come nessun altra città europea ha dovuto sopportare. Sono passati più di vent’anni, però, la memoria è anche molto ma molto più corta. E poi a est rimpiangono addirittura il muro talvolta, tutti parlano di annessione, non di riunificazione e questo genera sintimenti ambivalenti: per l’uomo medio trdesco poco interessato alla politica, i berlinesi dell’est sono ingrati se rimpiangono il passato, mentre il cittadino dell’est, anche quello che aveva seguito le manifestazioni che portarono alla caduta della DDr, oggi, si rende conto di essere stato trattato come un tedesco di serie B.

18 Ottobre. Accade talvolta nello scrivere che una voce rifiutata nel testo ci prenda per mano nel vivere e ci guidi come un demone cieco portandosi dietro tutte le tragedie di un testo immaginario. Il pianto, allora, invece di liberarsi in parole, imprigiona i nostri gesti quotidiani trasformandoli in rabbia e le parole, invece di disporsi ordinatamente sulla carta, si trasformano e si dirigono come lame taglianti verso chi ci è più vicino. Accade talvolta che i gesti, le parole, i pianti, le brillanti trovate si dispongano ordinatamente in un testo e noi rimaniamo soli e soli rimangono coloro che sono con noi. Altre volte i gesti, le parole, i pianti si muovono da soli senza che noi sappiamo dove prima o poi andranno a depositarsi.

19 Ottobre. Quanto sia presente la Turchia nella scietà tedesca, lo si vede dalle piccole e dalle grandi cose. La partita di calcio Germania Turchia per le qualificazioni europee è un evento che suscita servizi televisivi e articoli di giornale che vanno ben oltre il fatto sportivo in sé. In questo caso, addirittura, c’è stata di mezzo anche una doppia visita di stato, la Merkel ha assistito alla partia insieme al primo ministro Erdogan, che sembrava più spaesato di lei, nonostante avesse al collo le bandiere di tutti e due gli stati. Era bello anche vedere ragazzi e ragazze tedeschi e di orgine turca insieme, a volte a tifare in modo trasversale, anche se al gol del turco tedesco Mesut Ozil, il pubblico di parte turca ha fischiato. Il tifo tedesco è forse quello meno violento d’Europa; i matti ci saranno anche qui come dappertutto, ma non capita mi di assisstere in televisione a episodi di tensione o altro, anche in casi come qiuesto quando la possibilità di tensione è più elevata.

20 Ottobre. Della detenzione dei gerarchi nazisti nel carcere interno alla cittadella di Spandau, non rimane quasi nulla. I tedeschi ricordano in molti modi la terribile avventura nazista, lo fanno con scrupolo e metodo e lo fanno da tempo, dal 1968 in poi, con grande determinazione. Però, hanno voluto voluto ridare all’affascinante complesso di palazzi e cortili della Cittadella di Spandau, il volto di un centro culturale, dove avvengono mostre concerti e altro: hanno fatto bene. Spandau è una cittadina deliziosa, come Posdam peraltro, circondata dalle acque come sempre, ed è difficile capire se si tratta di uno dei tanti rami e canali della Spree o di che altro, bisognerà restarci un bel po’ in questa città per orientarsi davvero nel suo labirinto di acque e di boschi!

27 Ottobre. Anche questo ennesimo viaggio berlinese giunge al termine e quanto da vedere ancora! Meglio così: si torna sempre volentieri nei luoghi dove abbiamo an cora tanto da vedere.

28 Ottobre. Il viaggio in treno da Berlino a Milano è un’esperienza alla quale penso che non rinuncerò facilmente. A parte il fascino del treno in sè, insuperabile, ripercorre a lungo il paesaggio svizzero è qualcosa che mi riporta all’adolescenza, ai primi espatrii che per me non lo erano perché nel paese dove erano nati mio nonno e mio padre, ogni famiglia aveva un emigrato in Svizzera e Lugano era stata la mia prima grande città, prima ancora che Milano. Poi la sosta a Basilea, rapida all’andata e più lunga al ritorno, poi il lungo monotono paesaggio tdesco che tuttavia conclia con la lettura e la riflessione, aumentando così il piacere del lento avvicinarsi alla meta. Uno spettacolo a parte poi, sono le donne svizzere, quelle di una certa età specialmente. Hanno un modo di fare, un’autonomia, un senso della propria autostima, che le rende diverse da tutte le altre. Ho riscontrato qualcosa di simile solo nello sguardo e nel portamento di certe religiose; non ho ancora capito cosa sia, ecco un buon argomento di studio per il prossimo viaggio.

martedì 23 novembre 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo trentatreesimo.

CAPITOLO TRENTATREESIMO.

Galileo e Diotima, seduti e appoggiati l’uno all’altra con le loro birre davanti, riprendono a leggere, dandosi il cambio.
Nell’attesa del cibo, il saggio continuava la sua silenziosa esplorazione della sala e dei presenti, rivolgendo a tutti un saluto, un sorriso, un gesto con la mano, poi quando l’oste ebbe finito di disporre le vivande sul tavolo, giunse le mani e si raccolse in preghiera, seguito dal suo accompagnatore; persino il cane manteneva un contegno e seduto sulle due zampe posteriori, partecipava a modo suo a quel rito di ringraziamento, standosene immobile con il muso ben proteso in avanti. Quando la preghiera volse al termine l’accompagnatore accarezzò l’animale dicendogli qualcosa; quello subito s’accucciò tranquillo e i due uomini cominciarono a mangiare in silenzio.
Antonio era sempre più affascinato da quella presenza e approfittando del piatto ormai vuoto, osservava la scena, mentre Francesco e Miguel parlavano fra loro e rivolgevano ogni tanto lo sguardo nella direzione dei due.
La sala s’era nel frattempo svuotata, soltanto a un altro tavolo, oltre ai loro, gli avventori s’attardavano ancora. Presto, tuttavia, altri discesero dalle stanze e un paio di carri giunsero dalla strada e la sala s’animò di nuovo.
Nel frattempo, i nostri tre protagonisti erano giunti alla fine del pasto, ma decisero di bere ancora del vino; la giornata così intensa pesava su di loro ma li aveva anche svegliati. Come accade dopo un rischio corso, le energie di moltiplicano e così la voglia di vivere e chiacchierare, di rimanere al caldo di quella stanza con il fuoco acceso, che diventava così per un po’ di tempo almeno, una vera casa per tutti.
Anche i due avventori al loro fianco hanno terminato la cena e ora l’accompagnatore del saggio si occupa del cane, ponendo gli avanzi del loro cibo in una ciotola. L’oste s’avvicina e inizia a parlare con i due ancora seduti; il dialogo dura un buon minuto, dopodichè egli si dirige verso gli altri avventori e dopo aver parlato con loro, i presenti fanno dei grandi cenni di assenso con il capo. Antonio, s’aspetta che venga anche da loro e infatti così è, mentre nota gli altri avventori che si erano attardati, avvicinarsi anche al tavolo dei tre strani personaggi.
Nella solita lingua in cui si mescolano diversi idiomi, l’oste spiega a Miguel, Francesco e Antonio, che il saggio, talvolta, s’intrattiene dopo la cena con chi vuole ascoltarlo: alcuni del paese lo sanno e infatti la locanda si sta riempiendo anche per quello. Antonio si mostra subito entusiasta, poi anche Francesco e Miguel, seppure con qualche maggiore incertezza, si avvicinano al tavolo dei tre, accolti dal sorriso e dall’ampio gesto delle mani del saggio.
Diotima interrompe di colpo la lettura e si scuote, poi rivolge lo sguardo a Galileo: “Non potrebbe essere Erasmo da Rotterdam? Lui viaggiava molto in quegli anni, per tutta l’Europa…”
“Sì, potrebbe, ma è pur sempre un personaggio di un libro, sì può averlo ispirato… ma anche Tommaso Moro…”
“Mm, vediamo che dice, continui tu?
Diotima gli passa il volume e Galileo riprende la lettura.
Intorno al saggio si era formato un crocchio di avventori, lui sorrideva a tutti, a volte con un inchino, rivolto a coloro che si trovavano ogni sera nella locanda per ascoltarlo. Francesco, Miguel e Antonio, si sono portati anche loro vicino all’uomo e la suo inserviente; il cane, accucciato ai loro piedi, sembra anch’esso compreso della solennità di quella piccola cerimonia.
“Dominus vobiscum, esordisce l’uomo”
Tutto intorno è silenzio dopo che da ogni tavolo tutti hanno risposto all’augurio del saggio. Dopo un nuovo segno di croce egli riprende a parlare, nella lingua francese, lentamente. Egli sa che non tutti possono comprendere quell’idioma ma alternando a volte qualche parola latina presa dalla messa cristiana, tutti possono comprendere che egli sta parlando della tempesta che si è abbattuta su di loro.
“La benedition su segneur” invocata su tutti loro e i loro averi insieme all’augurio di una ripresa felice del viaggio il giorno dopo solleva i commenti di tutti, ognuno con quelli che stanno a fianco. Poi il saggio ricomincia a parlare, espriemnedosi più o meno in questo modo:
“La furia del fiume ci ricorda quella degli uomini, non meno dannose di quelle che si sono oggi abbattute su di noi. La natura è sempre un monito, ci ricorda la nostra fralezza, la boria che circonda le azioni umane come un mantello lucente, inganantore: è il mantello del demonio. La boria ha molt forme, può manifestarsi anche nel modo di onorare nostro signore, nel pensare di essere il solo a saperlo fare. Le parole allora divengono saccenti, Dio ci chide umiltà, buon cuore disponibilità verso il fratello. Anche ironia, perché solo ridendo di noi stressi possiamo trasformare l’odio in amore…”
L’ultima affermazione viene accolta da mormorii e grandi cenni di assenso, da parte di molti, ma non di tutti.
“Mon fréres…” dopo aver pronunciato la frase il saggio però s’interrompe e rivolge lo sguardo ai tre giovani. “Vous ne comprenez pas bien lo francais… non entiende el frances?” ripete nella lingua di Castiglia. Antonio, felice che si sia rivolto proprio a loro tre.
“Portugeses y italianos…”
Il saggio giunge le mani in preghiera e si inchina a loro tre.
“Sono due terre che amo, l’Italia mi è particloarmente cara perchè la consco meglio, ma ho nel cuore le terre portoghesi…”
“Ma sai che hai ragione? Sì che potrebbe essere Erasmo, lui viaggiava molto in Italia in quegli anni, andava spesso a Venezia, conosceva bene l’italiano…”
Diotima assente ma sembra pensare ad altro.
“Mi colpisce come tutta la storia è raccontata… questa storia delle lingue per esempio. A volte le usa altre volte no, ci vedo un’indecisione…”
“Forse non vuole sembrare troppo naturalistico nelle descrizioni, d’altronde non può evitare qualche sovrapposizione linguistica…”
“Già chissà come facevano a intendersi però, è un tema affascinante. Quella gente, se escludianmo Erasmo o chi può essere d’altro… erano tutti analfabeti o quasi…”
“Forse i mercanti no, qualcosa dovevano sapere… e poi per le lingue che c’entra le puoi imparare anche da analfabeta…”
“Si a parlarle sì è vero… dai vai avanti.”
Miguel non aveva apprezzato che Antonio si rivolgesse a quell’uomo e glielo fece capire con un’occhiata, ma il fratello era troppo preso dalle sue parole per obbedire a quelle sollecitazioni.
“Vedo che siete giovani e con tante responsabilità se siete qui… cosa vi porta in Francia e a Lione immagino.”
“Siamo mercanti signore, trasportiamo merci che vendiamo ai mercati. Si siamo diretti a Lione…” aveva risposto Francesco immediatamente; egli si era accorto del piccolo attrito fra i suoi due compagni portoghesi e per evitare che si ripetessero aveva preso in mano la situazione con decisione.
“Mercanti, un lavoro difficile, a volte osteggiato… ma nostro signore ama tutte le genti e tutti i lavori… purchè si sia onesti e sinceri di cuore.”
Francesco s’inchina a quelle parole, poi il saggio rivolge ad altri il suo sguardo e li interroga. Tutti rispondono con deferenza, poi, riprende a parlare alternando parole in diverselingue, così da farsi comprendere più o meno da tutti.
“La prosperità ha bisogno di pace, i commerci hanno bisogno di pace, vedo che voi vi intendete fra mercanti e questo è un bene prezioso. Ci sono voci che si alzano troppo, per dispute che nessuni comprende. Invoco su tutti noi e voi la pace, la fratellanza in dio nostro signore e che possano i vostri viaggi proseguire per il vostro bene e che possiate tornare felici alle vostre case.”
Detto questo l’uomo si fece il segno della croce, seguito da tutti i presenti. Dopo di questo si era rivolto al suo inseviente insieme si erano alzati in piedi. Tutti lo avevano fatto. I due, seguiti dal cane, salutarono l’oste con un augurio di buona notte e s’avviarono per le scale alle loro sotanze. Soltanto allora tutti si sedettero di nuovo commentando la serata e le parole del saggio; tranne Francesco che taceva assorto.

Quell’incontro era stato un buon viatico, specie per Antonio che ne era il più entusiasta. Francesco, dal canto suo, ostentava una certa indifferenza; non era la prima volta che s’imbatteva in quel tipo d’uomini... Miguel, invece, appariva contrariato. Non riusciva a capacitarsi che quell’uomo fosse così importante, che fosse addirittura un santo, poi... Nella sua immaginazione i santi erano ben diversi; anzi, non aveva capito molti di quei ragionamenti, alcuni oltre che strani gli erano sembrati sconvenienti. Aveva udito da più parti che tutta l’Europa era infiammata dalle parole di un monaco germanico e di altri come lui, parole che suonavano uguali a quelle di Nostro Signore ma che erano in realtà tanto diverse da allontanare dal Papa quelli che prestavano loro ascolto. Nulla sapeva di ciò se non qualche voce, ma per la seconda volta durante il viaggio si domandò se per caso non si fossero imbattuti in un eretico piuttosto che in un santo e se quel benedetto oste, per ingenuità, oppure con malizia, non li avesse indotti ad ascoltare parole che sotto l’apparenza di santità erano in realtà parole avvelenate. Lo preoccupava anche il fratello, inoltre; il suo umore instabile che aveva attribuito alla lontananza da Genova, gli appariva ora sotto una luce diversa, un rovello interiore, qualcosa che tuttavia lui decideva di non mettere a parte con lui, ma di tenersi per se stesso. Questo lo turbava, poi in altri momenti, si ritrovava a pensare che fosse solo il segno che Antonio cresceva, pur sempre con lui che un po’ voleva fargli da padre, un po’ se lo sentiva sfuggire, come era nella natura delle vicende umane. L’ambivalenza dei sentimenti a volte lo travolgeva, si buttava da una parte poi dall’altra, senza saper scegliere un giudizio definitivo. Quella notte non chiuse quasi occhio, ma quando il mattino vide che il tempo si era rischiarato, gli tornarono le energie e il buon umonre. Ringraziò il signore e svegliò gli altri. Mangiarono qualcosa in fretta alla locanda e poterono riprendere poi la navigazione verso Lione.

mercoledì 3 novembre 2010

Agenda di scrittore: romanzo

15 Ottobre. Di nuovo verso Berlino, capitale tranquilla d’Europa, alla luce calante del nord.

16 ottobre. Il paradosso berlinese quanto è destinato a durare? Difficile dirlo, ma l’insofferenza degli altri tedeschi cresce. A Berlino di vive troppo bene con poco e non è soltanto il frutto di una certa attitudine spartana, ma anche quello dei cospicui finanziamenti pubblici. Berlino doveva essere risarcita in qualche moo dal fatto di essere stata la città di frontiera per eccellenza, di avere sopportato il peso della guerra fredda come nessun altra città ha dovuto sopportare. Sojno passati più di vent’anni però e la memoria è anche molto ma molto più corta. E poi a est rimpiangono addirittura il mnuro talvolta, tutti parlano di annessione non di riunificazione.

18 Ottobre. Accade talvolta nello scrivere che una voce rifiutata nel testo ci prenda per mano nel vivere e ci guidi come un demone cieco portandosi dietro tutte le tragedie di un testo immaginario. Il pianto, allora, invece di liberarsi in parole, imprigiona i nostri gesti quotidiani trasformandoli in rabbia e le parole, invece di disporsi ordinatamente sulla carta, si trasformano e si dirigono come lame taglianti verso chi ci è più vicino. Accade talvolta che i gesti, le parole, i pianti, le brillanti trovate si dispongano ordinatamente in un testo e noi rimaniamo soli e soli rimangono coloro che sono con noi. Altre volte i gesti, le parole, i pianti si muovono da soli senza che noi sappiamo dove prima o poi andranno a depositarsi.

19 Ottobre. Quanto sia prsente la Turchia nella scietà tedesca, lo si vede dalle piccole e dalle grandi cose. La partita di calcio Germania Turchia per le qualificazioni europee è un evento che suscita servizi televisivi e articoli di giornale che vanno ben oltre il fatto sportivo in sé. In questo caso, addirittura, c’è stata di mezzo anche una doppia visita di stato, la Merkel ha assistito alla partia insieme al primo ministro erdogan, che sembrava più spesato di lei, nonostante avesse alcollo le bandiere di tutti ie deu gli stati. Era bello anche vedere ragazzi e ragazze tedeschi e di orgine turca insieme, a volte a tifare in modo trasversale, anche se al gol del tedesco Mesut Ozil, il pubblico di parte turca ha fischiato. Il tifo tedesco è forse quello meno violento d’Europa;i matti ci saranno anche qui come dappertutto, ma non capita mi di assissterein televisione a episodi di tensione o altro.

20 Ottobre. Dellòa detenzione dei gerarchi nazisti nel carcere interno alla cittadella di Spandau, non rimane quasi nulla. I tedeschi ricordano in molti modi la trribile avventura nazista, ma hanno voluto ridare a quello affasciante complesso di palazzi e cortili, il volto di un centro culturale, dove avvengono mostre concerti e altro e hanno fatto bene. Spandau è una cittadina deliziosa, come Posdam peraltro, circondata dalle acque come sempre, ed è difficile capire se si tratta di uno dei tanti rami e canali della Spree o di che altro, bisognerà restarci un bel po’ in questa città per orientarsi davvero nel suo labirinto di acque e di boschi!

27 Ottobre. Anche questo ennesimo viaggio berlinese giunge al termin e e quanto da vedere ancora! Meglio così: si torna sempre volentieri nei luoghi dove abbiamo an cora tanto da vedere.

28 Ottobre. Il viaggio in treno da Berlino a Milano è un’esperienza alla quale penso che non rinuncerò facilmente. A parte il fascino del treno in sè, insuperabile, ripercorre a lungo il paesaggio svizzero è qualcosa che mi riporta all’adolescenza, ai primi espatrii che per me non lo erano perché nel paese dove erano nati mio nonno e mio padre, ogni famiglia aveva emigrato in svizzera e Lugano era stata la mia prima grande città, prima ancora che Milano. Poi la sosta a Basilea, rapida all’andata e più lunga al ritorno, poi il lungo monotono paesaggio tdesco che tuttavi aconclia ocn la lettura e la riflessione, aumentando così il piacere del lento avvicinarsi alla meta. Uno spettacolo a parte poi, sono le donne svizzere di una certa età specialmente. Hanno un modo di fare, un’autonomia che le rende diverse: ho riscontrato qualcosa di simile sono nello sguardo e nel portamento di certe religiose; non ho ancora capito cosa sia, ecco un buon argomento di studio per il prossimo viaggio.

giovedì 21 ottobre 2010

agenda di scrittore, Romanzo. Capitolo trentaduesimo.

CAPITOLO TRENTADUESIMO.

Anche Chantal è appena rientrata in casa, nel più comodo appartamento nella Bolla vitale e non dentro l’angusto loculo dentro la struttura. Anche per lei le giornate sono state intense, poi quella ripresa finale della sua ricerca che non la lasciava tranquilla, svegliandola persino la notte. Allora era presa da incubi e avrebbe voluto parlarne con qualcuno, ma con chi con tutto quello che era accaduto? L’incontro con lo storico e la possibilità che questo avvenisse nella vita normale di tutti i giorni era per lei un sollievo e ne era così grata alla dirigente della sua struttura di lavoro.
Il ritorno alle carte che ha appena disposto sul tavolo le restituiscono tutta intera l’inquietudine, tacitata nei convulsi giorni precedenti dall’affastellarsi di eventi, nei quali era stata convolta, fino alla beffa del messaggio proveniente dalla terra. Ora di nuovo alle prese con ciò che più le sta a cuore Chantal scorre velocemente le carte: non ha bisogno di una lettura troppo attenta, i sospetti si ripropongono ma la pongono di fronte anche alla barriera per lei insuperabile dei dati che mancano per chiudere il cerchio. A questo serve l’incontro con lo storico, previsto per il giorno successivo. Inutile rileggere tutto per l’ennesima volta, l’attesa può essere riempita solo da altro, dal piacere di risentire qualche amico che da tempo non sente. E così la mano scivola verso il piccolo apparecchio telefonico e le dita scorrono rapidamente sull’agenda, soffermandosi più a lungo su alcuni nomi piuttosto che altri, ma senza prendere alcuna decisione. Il gioco continua fino alla fine dell’agenda telefonica, ma prima di chiamare si alza per preparare un ceffè. Qualcuno però ha deciso d´anticiparla perché proprio mentre il piezo elettrico dà fuoco alla cucina a gas ecco lo squillo della suoneria. La sua sorpresa è evidente quando dall’altra aprte del filo sente la voce della sua direttrice; tuttavia, si riprende in fretta.
“Ha nulla in contrario se ci vediamo oggi per un aperitivo?”
La sorpresa per una richiesta così diretta e poco canonica è pari al piacere di udire la sua voce.
Il locale si trova a ridosso del lago, in una posizione un po’ defilata rispetto alla strada che attraversa l’intera bolla vitale per il lungo, constituendone l’arteria principale.
“Ha niente in contrario Chantal se domani con lo storico ci sarò anch’io?”
“No assolutamente, non mi aspettavo che lei fosse già uscita.”
“Avevo deciso da tempo di chiedere un secondo permesso, la sua richiesta me ne ha data l’occasione…”
“Mi sta dicendo che lei ha detto anche a Fanti che la ragione è questa?”
“Esattamente.”
“Ora mi spiego la sua mancanza… di cautela.”
“Già, mi aspettavo la sua sorpresa, ma confidavo che l’avrebbe superata, dandomi il tempo di spiegare.”
“Sono qui… e se devo essere sincera, sono assai felice che lei abbia preso questa decisione.”
“Quali sono i suoi sospetti Chantal?”
“Sono un po´in imbarazzo a dirlo, preferirei atendere la verifica con lo storico almeno. Dopo quello che e´ successo… a volte mi chiedo se non stia prendendo un abbaglio….”
“Gia´ dopo quello che e´ successo…” ripete adssorta la desponsabile della struttura di ricerca.
“Del resto, signora Chapman, avere cautela mi sembra un atteggiamento corretto viste le circostanze.”
“Si´ ma lei mi ha gia´ risposto in realta´ perche´e ´ proprio la cautela a suggerirmi che si tratta di un´ipotesi abnorme e quest aipotesi non puo´ essere una… pero´sono dáccordo cn lei, aspettiamo domani perche´dobbiamo presnetarci all´incontro con la mente il piu´possibiole sgombra per non suggerire involentariamente al nostro interlocutore le riposte che sospettiamo.”
“Appunto…”

lunedì 4 ottobre 2010

Agenda di scrittore: romanzo

7 Settembre. Nulla di importante.

10 Settembre. Nulla di importante.

11 Settembre. Una lettura pubblica è un evento da preparare con grande rigore. Un tempo pensavo che la poesia fosse soltanto per la lettura solitaria, poi il mio punto di vista è cambiato radicalmente e oggi so che lettura pubblica e libro sono due forze di uguale potenza che devono fronteggiarsi e declinarsi in ognuno di noi. La poesia nacque come oralità allo stato puro, musica, genere prima di altri generi; il racconto orale come diciamo noi è una definizione fuorviante perché quel racconto orale aveva un metro e una misura poetiche, non era un racconto come noi lo intendiamo ora.

12 Settembre. Beckett pensa che lo sguardo debba essere unico; la sua esplorazione estrema è grottesca e tragica, un disperato attaccamento allo sguardo occidentale. L'incatenamento dei corpi e la loro impotenza non allude ad alcun destino post atomico come è stato detto; piuttosto all’impossibilità di tradurre un'esperienza culturale. Al fondo vi è l'innominabile; non in senso assoluto, ma il nocciolo che distingue dall'altro, che appartiene soltanto a me e che non può giungere all'altro. Lui sembra dirci questo: cercate, cercate, ma è possibile uscire da voi stessi? La parabola di Beckett consiste in un disperato rinchiudersi dentro la dimensione dell'uno, eliminando tutto ciò che non lo riguarda; in definitiva Beckett è il solitario teologo di un monoteismo senza dio. La sua posizione è opposta a quella di Pessoa, che invece di rinchiudersi dentro l'orizzonte nichilista (non a caso Beckett arriva all'afasia), prova a uscirne, inventando una realtà invece che scarnificare fino allo scheletro quella esistente o supposta tale.

18 Settembre.

21 Settembre. Nulla di importante.

30 Settembre. Nulla di importante.

1 Ottobre. Gli uccelli cominciano a darsi appuntamneto su cornicione della cassia di fronte. Sono i primi di quest’anno. Ho aperto la finestra e li ho guardati a lungo finché non si sono mossi tutti insieme ad un richiamo. Ho chiuso la finestra, ma più tardi, guardando fuori, ho visto che altri si erano appollaiati.

4 Ottobre. Falsi attentati, un clima insoportabile, il premio Nobel a Edwards, padre della fecondazione artificiale gli scioperi in Spagna dei giorni scorsi e le manifestazioni di Bruxelles sono le uniche buone notizie delle ultime settimane.

5 Ottobre. La stizza del vaticano alla notizia del Nobel a Edwards è un’altra notizia. Infondo è una bene che questa cricca ieratica e disumana insulti un uomo come Edwards. Il discredito di cui gode sempre di più l’istituzione vaticana dopo lo scandalo della pedofilia e non solo, nonostante le masse cammellate (ma comunque non certo oceaniche come la propaganda mediatica insiste a dire, ma solo in Italia), sarà ulteriormente accentuato da questo prese di posizione. E quanto al demonio, evocato in questi giorni dalla stampa, sarebbe bene che i giornalisti dell’Avvenire si occupassero dei recessi e dei segreti in cassia propria; lì ne troverbbe tracce ben più consistenti.

6 Ottobre. La precarietà domina questi giorni. Vivere, in alcuni momenti, è l'esatto contrario di scrivere; eppure una soluzione che armonizzi queste due tensioni va cercata, non vi si può rinunciare. Nell'opera possono affollarsi tanti personaggi, un mondo intero; ma l'esercizio di chi dà vita a questo mondo è solitario e richiede distanza aristocratica, ripiegamento, fastidio per ogni rumore. Gli altri devono scomparire, non devono esserci più, non soltanto nella disponibilità e nello spazio che occupano nei nostri pensieri; devono proprio scomparire, essere lontani nel momento in cui si scrive, non essere presenti con i loro corpi oltre che con la loro immagine. Solo così possono rinascere in altre forme, popolare la pagina o travasarsi dentro di noi e trasformarsi. Perciò la scrittura non può essere, neppure nel giornalista più attento, restituzione in diretta di ciò che avviene; ma cosa avviene qui? Tutto si mescola in un'implosione che sembra risucchiare ogni scaglia di vita in un vortice che schiaccia tutto come una vecchia macina.

8 Ottobre. Quando la realtà entra dentro e squassa ogni cosa si ripropone il vecchio dilemma: fare finta di niente oppure smettere di scrivere e fare altro? Dire che non è possibile restituire il senso del presente in diretta, ha implicazioni serie. Qualsiasi scrittura serve sempre dopo, perché l'urto stesso degli eventi fa sì che quella parola non possa essere udita in quel momento. Il Diario di Anna Frank non servì allora ma successivamente; certo la scrittura avrà tenuto almeno in parte compagnia a lei, alla povera Anna, ma questo è un altro discorso. Non rimangono che due strade in apparenza: fare finta di nulla e perseguire fino in fondo e con rigore il proprio progetto di scrittura a dispetto di ogni cosa e di ogni accadimento, fino alla dimenticanza di sé in questo; oppure smettere e fare altro. Forse c'è una terza strada non mediana: vivere consapevolmente, finché se ne é capaci, una scissione, una contraddizione senza pretese di onnipotenza e dunque senza ridurre ciò che riducibile non è; senza eliminare nessuno dei due corni, ma rifiutando anche situazioni in cui l'oblio cade dall'una o dall'altra parte. Finché si può.

10 Ottobre. L'arte è un mondo parallelo all'altro, dentro il quale valgono regole non molto diverse da quelle che presiedono l'altro mondo; e chi, nell'altro mondo, è poco sensibile a problemi concreti di libertà, lo sarà anche nei confronti di quel delicato problema che tocca i rapporti fra gli scrittori e la società; chi non è solidale con gli esseri umani non lo sarà neppure con i libri e i loro autori. Vi saranno sempre opere ritenute incompatibili con l'ordine esistente ed è sciocca la rimostranza degli scrittori che protestano affermando che si tratta di un equivoco; sono gli stessi che poi, in altre sedi, ci tengono a sottolineare che l'arte è sempre eversiva. Se é vero, perché il potere non dovrebbe occuparsene? Oppure non è vero e chi fa certe affermazioni le fa convinto di usare una metafora; ma si dimentica che il linguaggio del potere, di qualsiasi potere, anche del potere più democratico, non è mai metaforico. Oppure è semplicemente un gigione che usa frasi roboanti in tempi normali e le ritira non appena c’è davvero da rischiare qualcosa.

12 Ottobre. Tutto il giorno in telefonate.

13 Ottobre. È illusorio pensare che vi sia uno spazio - quello della cosiddetta cultura letteraria - che sia di per sé risparmiato in nome di principi quali la Tolleranza, la Libertà di Pensiero e Cultura o Espressione. Questa pratica svilisce i principi che dice di voler difendere e li degrada a una sorta di elogio dell'indifferenza. Perciò li consuma ed essi puntualmente, come accade oggi, mostrano la corda. È un pezzo di quello che abbiamo ritenuto il moderno positivo che se ne va.

15 Ottobre. Di nuovo verso Berlino, capitale tranquilla d’Europa, allal uce calante del nord.

giovedì 23 settembre 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo trentunesimo.

CAPITOLO TRENTUNESIMO.
Rientrati insieme nell’appartamento di lui, Diotima e Galileo se ne stanno in silenzio sul divano, abbracciati. La tensione della giornata non ha intaccato il piacere di ritrovarsi insieme; anzi, ha aumentato la tenerezza.
“Adesso per un po’ non ci pensiamo…tanto mi aspetto la chiamata di Narlikar da un momento all’altro e magari di qualche sciacallo… non spengo tutto per quello” aggiunge indicando il cellulare a plasma minacciosamente acceso.
“Pensi che mi escluderanno dall’inchiesta? Il fondo sono una Common…”
“Non possono farlo, tu sei parte integrante della struttura, se te lo chiedono io farò muro e minaccerò subito le dimissioni.”
Lei lo guarda e gli passa una mano fra i capelli.
“Aspettiamo come dici tu, ma non prendere decisioni avventate e a caldo; le tue dimissioni sono un’arma molto forte, da usare al momento giusto. Infondo più ne sappiamo e meglio è… stare dentro è meglio che stare fuori, se le minacci subito, magari le accolgono e ti escludono, se le minacci quando hai già capito qualcosa è diverso…”
Galileo sospira. “Già, mi sa che hai ragione tu… ma adesso basta davvero.”
Si sorridono, poi l’occhio di entrambi cade casualmente sul libro, lasciato inopinatamente sul tavolo. Si guardano, a entrambi passa nella mente lo stesso pensiero, ma è Diotima a muoversi per prima. Lo va a prendere e lo riporta sul divano e di novo si accuccia accanto a lui.
“Leggimi qualcosa…”
“È tutto strano, anche questo libro… da quando l’ho lasciato lì è cambiato tutto, non so cosa questo vuol dire…”
Poi, dopo un momento di incertezza, comincia a sfogliarlo.
“Ma dove devo leggere… tu…”
Diotima lo interrompe ponendogli la mano sul braccio.
“Dove sei arrivato tu, non importa… un po’ la storia la conosco. Due fratelli che son partiti, un po’ di avventure, il piccolo che s’innamora ma partono lo stesso… dai leggi, altrimenti ricominciamo con le nostre congetture.”
Galileo raggiunge presto la pagina su cui si era interrotto…
Fu una luce che Antonio vide per prima, una luce tenue e oscillante, ma senza incertezze. Il grido gli uscì dal cuore come un animale che viene lasciato libero e anche il braccio si mosse puntando il dito nella direzione da cui proveniva quel segnale. Anche gli altri guardarono e di nuovo videro quella luce che lui aveva scorto per primo. I loro sguardi, prima scettici, si sciolsero nel sorriso, poi nel riso e nell’urlo di gioia. Da riva li sentirono e cominciarono a urlare a loro volta e nel mezzo dei rumori provocati dalla tempesta, quelle voci sconnesse parvero quasi dei canti, voci salmodianti e dolcissime. Qualcuno si fece il segno della croce, altri piangevano, altri ancora non credevano che il punto d’approdo fosse così vicino. Poi cominciarono a intravedere ombre che si muovevano facendo segnali, indicando la direzione da prendere. Si resero tutti conto che quella luce tenue era prodotta da una decina di torce che il vento e la pioggia spegnevano continuamente; ma qualcuna che resisteva c’era sempre, per cui la luce non si oscurava mai del tutto. Le ombre divennero uomini incappucciati e vocianti; presto si trovarono in un punto del fiume a loro vicinissimo, poi in un canale stretto e poi di nuovo ampio nel quale la pioggia si sentiva ancora più forte ma anche più lontana. Compresero dopo qualche istante che si trovavano in una piccola ansa protetta del fiume, sotto un tetto di paglia, terra e legno, il quale resisteva bravamente all’urto del vento e della pioggia. Scampato il pericolo fu il momento di gettare l’occhio alle merci ma constatarono presto che i danni erano pochi e rimediabili; era così per tutti e questo aumentò la gioia e le grida di esultanza. Scesero insieme urlando e abbracciandosi, le loro lingue estranee le une alle altre non erano un ostacolo alla comprensione reciproca. Quel che avvenne dopo, tuttavia, fu ancor più esaltante; in mezzo a quelle urla concitate Antonio udì distintamente una voce che parlava in portoghese. Si buttò da quella parte, rispondendo a sua volta, ma nessuno si accorse di lui e solo dopo un po’ Miguel e Francesco, che aveva persi di vista, s’avvicinarono ridendo, domandandogli ragione di quel suo parlar portoghese. Non ebbe il coraggio di dir loro quel che aveva udito e pensò di essersi sbagliato, oppure che Miguel fosse sfuggita un’espressione nella loro lingua che il venot aveva amplificato portandola fino a lui… e quando più tardi chiese se fra i presenti vi fossero dei portoghesi, tutti lo guardarono un poco sorpresi.
Galileo s’interrompe di colpo, preso da un pensiero improvviso. Diotima solleva il viso verso di lui.
“È strano questo romanzo…”
Diotima si toglie dall’abbraccio, sedendosi appoggiata a un lato del divano per osservarlo meglio.
“A che proposito lo dici…”
“Questo è un colpo di genio… è evidente che Antonio, ha creduto di udire la lingua materna perché lo scampato pericolo lo ha riportato alla madre e non al padre, morto in un naufragio…”
Diotima lo guarda, interrogativamente “Sì, è vero, ma…”
“Voglio dire che non è sempre così geniale, sembra scritto da mani diverse e a volte non si capisce con quale criterio sia stato assemblato…”
“Forse è proprio così… o forse la forza sta nella storia che racconta… dai continua a leggere.”
Si baciano prima di rimettersi distesi, Galileo appoggiato all’altro lato del divano e lei di nuovo quasi distesa su di lui, che tiene il libro appena in alto sopra il capo di lei.
Il cibo era buono e così pure il vino; era piacevole fermarsi a tavola e attendere la notte. Il vento era ancora forte ma la sua intensità era diminuita; a tratti continuava a piovere e il fiume s'ingrossava di nuovo. Il pensiero di quella furia metteva ancora addosso la paura.
Molti avventori cominciarono ad alzarsi mentre altri, in minor numero, occupavano i tavoli liberi. Fu proprio in quel mentre che furono distolti da un rumore proveniente dalle scale; si voltarono da quella parte e videro due ombre discendere. Francesco, Antonio e Miguel si guardarono e compresero che doveva per forza trattarsi dell’uomo, il saggio, come l’oste lo aveva chiamato quando, dopo essersi un poco asciugati e ristorati, erano saliti con lui al primo piano per depositare i bagagli nella stanza dove avrebbero dormito. Era stato proprio in quel mentre che l’oste s’era rivolto a loro in un francese misto a spagnolo e aveva chiesto di non fare troppo rumore, poi aveva aggiunto: “Hay un sage, un hombre de religion, de fede ici…”. I tre avevano annuito senza capire del tutto cosa volesse comunicare loro e poi erano discesi per la cena. Ora lo potevano vedere bene. In realtà erano due e non uno solo. Il primo portava un abito molto ricco ma che a uno sguardo più attento si rivelava modesto se paragonato al suo portamento. Cominciò a scendere i gradini, appoggiandosi alla parete e tenendo lo sguardo fisso davanti a sé; dietro di lui un altro vestito più modestamente, forse un suo inserviente, teneva al guinzaglio un cane di taglia modesta, ma che parve a tutti regale come il suo padrone. L’uomo era anziano. Discese lentamente e dietro di lui, l’inserviente e l’animale misuravano i passi tenendosi a una certa distanza. Si sedettero infine a un tavolo accanto al loro e dalla posizione in cui si trovavano, potevano osservarlo bene. Francesco e Miguel, dopo un momento d’attenzione, si dedicarono di nuovo al cibo e al vino, mentre Antonio era più incuriosito di loro di quella presenza; anzi, aveva provato un brivido d’emozione vedendo l’uomo scendere le scale e poi sedersi a tavola. Il silenzio era calato in sala, un silenzio rispettoso e attento, tanto che Francesco e Miguel forono costretti ad abbassare la voce, sebbene nessuno dei presenti lo avesse richiesto. L’uomo alzò un braccio; era il segnale per l’oste, che s’avvicinò. Fu allora che Antonio mise meglio a fuoco il suo profilo e i suoi occhi; erano più vivi della sua andatura e nel suo volto un poco magro se non proprio scavato, il naso appariva come un'aggiunta troppo grande e sgraziata. Tuttavia l’affilatezza dei lineamenti rendeva il suo volto severo e scattante, volitivo. Gli occhi guardavano intorno con rapidità e si poteva scorgere in essi una certa ironia, mescolata a un poco di tristezza. Fu un attimo tuttavia, poiché subito dopo si piegò verso l’inserviente e prese a parlottare. Quando ebbero finito di parlare fra di loro l’oste si rivolse al servo e questi iniziò a ordinare, mentre l’altro osservava il loro dialogasre senza intervenire. Antonio, che si trovava proprio di fronte a lui, al contrario di Francesco che gli dava le spalle e di Miguel che lo poteva vedere di fianco, vide come egli capisse molto bene le risposte dell’oste eppure lasciava fare al suo accompagnatore. Quel modo, che poteva apparire altezzoso, sembrava tuttavia motivato da altro. Qualcosa lo disturbava nella necessità di mangiare. Più volte infatti, aveva scosso il capo in segno di diniego. Finalmente accennò di sì un paio di volte e allora l’oste s’allontanò; non capiva, Antonio, quelle parole, ma qualcosa colse e notò che forse non avrebbero mangiato diversamente da loro. Una volta finito di ordinare gli occhi dell’uomo presero a roteare brillanti per la sala in attesa di qualcosa.

Questa volta fu Diotima a interrompere la lettura, sollevandosi di nuovo seduta.

“Hai idea di chi possa essere questo personaggio? Mi ricorda qualcuno…”
“Per così poco? Non ne ho proprio idea… forse se continuiamo ci capiamo qualcosa di più…”
“Aspetta un momento…” Diotima si alza e prende dal frigo una lattina di birra. Galileo indica che ne vuole una anche lui. Quando i bicchieri sono colmi bevono entrambi, poi seduti l’uno accanto all’altra, Galileo si accinge a riprendere la lettura.

mercoledì 8 settembre 2010

Agenda di scrittore: romanzo

10 Agosto. Partenza per la Calabria.

11 Agosto. Le terre estreme mi hanno sempre affascinato e la Calabria è una di queste; ciò che ancora mi stupisce è la permanenza nel tempo di certe caratteristiche ambientali, a cominciare dalla sua natura fisica. Il treno, superata Praia a mare e poi Scalea, si avvicina a Cetraro e Acquappesa, il paese dove fui ospite quaranta e più anni fa di un amico e compagno (anche in senso politico), che studiava alla facoltà di economia della Bocconi: Emilio Orsino. Anche suo padre Omero (un nome che dice già tutto), era noto in paese perché durante il ventennio fascista finiva in galera ogni volta che un gerarca si faceva vedere lì o nei dintorni. Era, allora una prassi consolidata e in quell’Italia assai simile a quella di oggi, accadeva anche ad altri: quello che accadeva probabimente soltanto a lui era di finire in galera ogni anno anche il Primo di Maggio, quando esponeva puntualmente la bandiera rossa con la falce e il martello alle finestre di casa sua, per la disperazione della moglie. Omero lo ricordo come un uomo silenzioso, austero, un contadino dallo sguardo fiero, autoritario e autorevole, sempre gentile, stimato in tutto il paese. Era il patriarca, con qualcosa di omerico come il suo nome. Il figlio, per ribellarsi a tanto padre, non era passato dall’altra parte, ma aveva scelto il bordighismo come propria nicchia politica, una corrente ultra minoritaria del comunismo italiano, in rotta persino con Trotzskj e il trotzkjsmo internazinale, chiusa in sé come il suo leader. Le discussiani fra loro erano uno spasso: il mio amico e compagno partiva con una filippica che durava cinque minuti buoni, diurante i quali il padre, impassibille, continava a guardare nel vuoto come se stesso pensando ad altro. Poi, approfittando di un momento d’interruzione nel fluire dell’eloquio figliale, piazzava una battuta che sembrava una sorta di raffica rapidissima e fulminante, che poneva sempre un interrogativo di fondo, che dimostrava come lui sapesse bene tutta la materia e padroneggiasse benissimo tutte le ragioni dei contrasti interni al Partito Comunista Italiano negli anni cruciali che vanno della fondazione nel ’22 all’arresto di Gramsci. Emilio, suo figlio, non rispondeva subito, si chiudeva a sua volta in un silenzio teso, per poi ricominciare daccapo il giorno dopo.
Guardo fuori dal finestrino, mentre ripenso a tutto questo e riconosco le spiagge, persino quella in cui andavamo insieme, una piccola insenatura con un castello diroccato sulla punta e un isolotto davanti, raggiungibile a nuoto. Ora, mentre il treno s’avvicina a Lamezia Terme, mi domando cosa ne sia di lui di Emilio, del mio compagno di studi e di lotte universitarie, tornato in Calabria dopo la laurea e mai più incontrato.

13 Agosto. Ci vuole anche un giornalista, un altro dico. Uno non basta, bisogna che introduca un altro sguardo; in fondo il romanzo moderno non è altro che una moltiplicazione di sguardi. Non è lo specchio infranto la vera novità, ma l'infinità di punti di vista, che corrisponde all'amplificazione delle culture e alla possibilità di traduzione reciproca. Soltanto Pessoa è stato capace di intravedere una possibilità diversa rispetto a quella della frammentazione. Il soggetto può moltiplicarsi invece che frammentarsi, dare vita a una proliferazione di punti di vista diversi che egli incarnò in modo così geniale nei suoi eteronimi e in se stesso ortonimo.

16 Agosto. Sono così contento di aver potuto parlare di una giornata come quella di ieri... non capita spesso di poter mettere in scena un evento come quello, nemmeno per uno scrittore dotato della più sfrenata fantasia.

17 Agosto. È stata una giornata molto confusa contrassegnata da movimenti contraddittori che si elidevano l'un l'altro; sembrava quasi di assistere a una gag in cui ognuno degli attori si muove nelle direzioni più diverse ma poi tutti passavano più o meno negli stessi punti senza sospettare l'uno dell'altro. La comicità è una serie di equivoci concatenati e finiti; la complessità, probabilmente, altro non è se non una serie infinita di equivoci non concatenati; ma forse è che si tratta del giorno prima della partenza e le partenze sono sempre caotiche.

18 Agosto. Ritorno a Roma, la città è ancora ferragostana e le strade sono vuote specialmente quelle di grande traffico come la Cristoforo Colombo. Speriamo che non ci sia qualche corsa natturna clandestina quando me ne tornerò a casa.

1 Settembre. Milano è assolata ed estiva quanto mai. A sera il tramonto è davvero di una bellezza che non ci si aspetterebbe.

2 Settembre. Una lettura pubblica è un evento da preparare con grande rigore. Un tempo pensavo che la poesia fosse soltanto per la lettura solitaria, poi il mio punto di vista è cambiato radicalmente e oggi so che lettura pubblica e libro sono due forze di uguale potenza che devono fronteggiarsi e declinarsi in ognuno di noi. La poesia nacque come oralità allo stato puro, musica, genere prima di altri generi; il racconto orale come diciamo noi è una definizione fuorviante perché quel racconto orale aveva un metro e una misura poetiche, non era un racconto come noi lo intendiamo ora.

6 Settembre. Ilsole declina più presto, il clima si raffredda e ci guida con dolcezza dentro l’autunno imminente. In città è tempo di tornare.

martedì 7 settembre 2010

Beno Fignon

UN anno fa, moriva Beno Fignon, non ricordo esattamente se il giorno fosse proprio questo o quello del suo funerale. In ogni caso, oltre che ricordarlo personalmente come altri hanno fatto ieri, segnalo che sul sito di Adiacenze trovate un suo scritto molto bello. Custodiamo la memoria di chi ci ha lasciato segni importanti.

giovedì 2 settembre 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo trentesimo.

CAPITOLO TRENTESIMO.

Uno psicologo moderno lavora con maggiori certezze rispetto al passato, anche recente; la specializzazione raggiunta è tale da consentire una vasta azione preventiva. Essenziale in questo progresso è certamente la delimitazione dei campi d’indagine e l’utilizzo di strumenti sofisticati che altre scienze mettono a disposizione della psicologia. Uno psicologo che lavori nella Struttura Parallela e fa parte di un’équipe di controllo degli stati psicofisici dei membri delle altre Strutture ha a che fare con tre tipi diversi di dati: mappa del DNA dell’individuo in questione (predisposta dai genetisti) mappa dei fattori ereditari (compresa l’analisi delle caratteristiche del DNA dei genitori, in caso di soggetti molto giovani), analisi del contesto socio ambientale in cui il soggetto si trova inserito. Su questa base si giunge a delineare il profilo dell’individuo, indicandone l’appartenenza a una delle dieci tipologie fondamentali. In questo modo lo psicologo si trova a operare quasi esclusivamente sul versante della prevenzione, contribuisce a individuare precocemente le possibilità d’intervento a monte per evitare l’insorgere di malattie o semplici disturbi dell’adattamento, qualora non siano necessari interventi ancor più radicali sulla struttura stessa del DNA. Non si occupa, invece, di un’altra parte importante della prevenzione, quella che interviene a valle e che riguarda la composizione chimica del sangue; ma siamo con questo già entrati in un terreno diverso, più prossimo all’insorgere delle patologie.
A valle della psicologia operano la psicanalisi nelle sue varie correnti, nonché le diverse specializzazioni tecniche (decodificazione dei sogni, psico telepatia, stati dell’inconscio collettivo) le quali comunque (ed è un vanto delle scienze) vedono il loro ruolo sempre più ridotto: psicanalisi e psichiatria, infatti, si occupano del rimanente 10% dei casi. Naturalmente la psicanalisi conserva un ruolo culturale fondamentale, che si evince anche dal fatto che gli psicanalisti sono fra i pochi scienziati presenti in tutte e tre le Strutture. Lo psicologo occupa un posto molto in alto nella piramide delle scienze umane, a fianco del genetista, in posizione di poco più elevata di biologi e biochimici. Egli, infatti, si trova a operare con una massa di dati imponente poiché se è sempre vero che si trova a manipolare, fra l’altro, i dati che il genetista gli mette a disposizione, non è sempre vero il contrario, anzi non lo è quasi mai. Più che del controllo del personale adulto egli si occupa di predisporre i dati utili all’analisi dei nuovi membri della comunità, lo studio delle costellazioni famigliari e tutto ciò che è utile ai fini di collocare il soggetto nel suo contesto. La specializzazione ha portato a un’ulteriore precisazione di funzioni: i nuovi nati, dei quali è possibile delineare le caratteristiche essenziali durante le prime sei ore di vita, vengano mappati da un'équipe che si occupa esclusivamente di loro. Tale gruppo di lavoro gode di un prestigio particolare all’interno della Struttura, i suoi membri costituiscono un consesso austero, dalle regole di comportamento severe e sono tenuti ad una riservatezza assoluta. E si tratta di un'équipe formata da personale giovane, con una forte presenza femminile: Chantal Devisè lavora in questa equipe.
Studiosa delle genealogie, aveva iniziato a occuparsi di psicologia sulla terra e imbarcatasi con i genitori e il fratello, ha continuato gli studi sulla Bolla. Vive sola pur non essendo una solitaria: solide amicizie, arte del buon vivere, una certa civetteria salottiera, accompagnata da un tratto seducente tipicamente francese. Chantal, insomma, è una donna brillante, che ha raggiunto la posizione che ha grazie al lavoro e senza eccessive fatiche, come se tutto le riuscisse naturalmente al primo colpo. Tuttavia non assomiglia a quei tipi che passano il loro tempo a pensare esclusivamente al lavoro.
Chantal è ora alle prese con l’indagine su una serie di dati riguardanti cento nuovi nati dell’ultimo anno. Ha notato alcune curiose anomalie statistiche, ma le manca ancora la mappa genetica di alcuni dei soggetti. L’ha avuta proprio questa sera e la sta guardando proprio ora. S’interrompe allo squillo del telefono.
“Mi perdoni signorina Devisé" ma non capisco proprio perché lei voglia uno storico esperto in demografia nell’équipe: a cosa vi serve? Tuttavia mi faccia pervenire la richiesta, naturalmente l’esaminerò.”
Dall’altra parte del filo c’è una pausa, poi la direttrice ella struttura riprende a parlare:
“Guardi che ho la massima fiducia in lei, signorina Devisè; ho solo reagito a una richiesta che mi è parsa sul momento molto... molto”
“Molto particolare…”
“Si diciamo così; non dubiti che l’esaminerò.”
“Non lo dubitavo e la ringrazio di questo...” .
Chantal sorride, la Comandante della Struttura Parallela, non è un personaggio dei più facili. Chiude la cartellina e apre il frigorifero: una birra è quello che ci vuole.
In quel momento entra un collega.
“Quando finisci?”
“Domani, e tu?
“Altri quindici, a che punto sei?”
“Con i miei dati?” L’uomo annuisce.
“Abbastanza avanti, ma vorrei aspettare ancora per la relazione finale.”
“Tre mesi?”
“Tanto non finirete prima; comunque lascerò gli appunti su quello che ho già fatto...”
“Chi viene al posto tuo?”
“Friedman credo, oppure Musenda, non ricordo a chi tocca.”
L’uomo la guarda sorseggiando a sua volta una bevanda fresca al gusto di pompelmo
“Sbaglio o siamo più lenti del solito...”
“Non sbagli, è che ci sono dei dati anomali; niente di particolare, ma devo andare a fondo su un paio di questioni e poi anche i genetisti ci hanno mandato le mappe in ritardo, non è successo anche a te?”
“Si, ora che mi ci fai pensare è vero; fra l’altro uno di loro mi diceva che le mappe diventano più complesse. Lì per lì non ho capito cosa diavolo volesse dirmi o se era una battuta, poi una sera lo sentii dire anche da Dakshooll al club...”
Chantal alza lo sguardo trasalendo.
“Cosa esattamente?”
“Che le mappe sono più complesse.”
I due si guardano a lungo stringendo le labbra, Godunov ha un’espressione perplessa
“Cosa vorranno dire?”
“Nella relazione non c’è traccia di questo che mi dici...”
“Parlavi di anomalie.”
“Oh non immaginarti granché; una sequenza bizzarra di distribuzione fra nati femmina e nati maschi; a te non risulta?”
“Beh il mio è un universo molto limitato, trenta soggetti.”
“Come mai così pochi?”
“È una lunga storia, se ci tieni a conoscerla, ma non è particolarmente interessante.”
Godunov sorride sotto i baffetti e Chantal non insiste; vecchie beghe fra colleghi.
In quel momento il telefono, suona di nuovo; é la Comandante.
“La sua richiesta è convincente, ma le faccio una proposta; non le basta un colloquio personale? Avrei io uno storico da consigliarle… voglio dire che una richiesta come la sua può essere soddisfatta in un pomeriggio, perché aggregarlo stabilmente all'équipe?”
“Non so darle torto...”
“A meno che non ci sia dell’altro; comunque non siete gli unici a fare richieste strane in questi ultimi tempi; allora?”
“Mi sta bene... mi autorizza a incontrarlo fuori?.. Il mio periodo scade domani.”
La Comandante non ci pensa due volte.
“Certamente, ma mi raccomando le norme di sicurezza, la questione mi sembra delicata... in ogni caso… potrebbe trattarsi di una bolla di sapone.”
Godunov segue il colloquio con una certa impazienza, sentendosi a disagio, finché riesce a salutarla con una mano e ad allontanarsi alla stanza.
“Si certo, potrebbe essere una bolla di sapone.”
“Non mi fraintenda Chantal. Mi permette di chiamarla per nome? Lei mi è molto simpatica anche se non ci siamo mai incontrate: conosco il suo scrupolo e lo apprezzo, ma non bisogna mai esagerare nelle previsioni.”
Chantal sorride.
“Si, ha ragione, ma le assicuro che leggendo la serie dei dati rimasi subito
impressionata, capisco tuttavia le sue obiezioni...”
“Più che obiezioni le mie sono prudenze; non le pare? Tuttavia la sua scelta mi sembra geniale, vista la relazione non ho avuto dubbi, è uno storico che può aiutarla su… lei è stata lungimirante...”
“La ringrazio e spero di incontrala prima o poi...”
“Ci conti.”
Chantal raduna le sue carte, ripercorre i grafici con i dati, mette a margine dei fogli piccoli segni di riconoscimento. S’interrompe di nuovo; fa caldo, beve un’altra birra, poi cammina per la stanza assorta, a tratti si ferma. Ora la sua fronte è aggrottata. Riprende a camminare per la stanza sorseggiando la birra. Infine si siede sul bordo della scrivania; finisce la birra e butta la lattina vuota nel cestino. Sbaglia mira e la lattina rotola per la stanza. Chantal la segue con l’occhio, la lattina rotola finché non si arresta contro la gamba del tavolino sul quale si trova la fotocopiatrice. Chantal si alza e si avvicina ai documenti, li toglie dalla cartellina, li guarda portandosi una mano alla bocca, stropicciandosi le labbra. S’avvicina lentamente alla fotocopiatrice e li appoggia su di essa. Si avvicina la telefono, alza l’apparecchio poi lo ripone. Ritorna alla fotocopiatrice e la accende; fotocopia tutti i documenti, poi ripone gli originali nella cartellina e mette le copie in un’altra senza alcuna indicazione; la mette sul fondo della valigia.

mercoledì 4 agosto 2010

Agenda di scrittore: romanzo.

1 Agosto. Il concerto di Patty Smith a Ostia Antica, in quel meraviglioso teatro in mezzo agli scavi, mi ha lasciato dentro un lungo strascico. Forse anche perché ci ero andato per la semplice voglia di rivedere amici e amiche che non vedevo da tempo e per trascorrere una serata insieme a loro. Sono bastati pochi minuti per capire che, al contrario, il concerto sarebbe stato un vertiginoso volo nel passato, uno di quei momenti in cui anche un evento in fondo minore come potrebbe apparire un concerto di musica, ti spinge a fare bilanci, a ripensare situazioni su cui il pensiero non tornava da tempo. Così è accaduto e, a pensarci bene, il tutto era cominciato già all’ora di pranzo, insieme a Paolo e Donato. Quest’ultimo, sapendo dove mi sarei recato la sera, aveva tirato fuori dalla piccola discoteca di casa, vecchi long playing delle Orme, al concerto dei quali al Parco Appio Claudio, peraltro, mi ero recato alcuni giorni prima insieme a Patrizia e sua figlia Anita. Donato, alla fine del pranzo, mi aveva mostrato addirittura il long playing originale di Woodstock! E poi a sera Patty Smith.
Lei non è cambiata: entra in scena nello stesso modo, insieme alla band, non si fa attendere, sembra quasi impacciata. La ricordo alla sua prima venuta in Italia, una breve apparizione durante la Mostra del cinema di Venezia, nel settembre del 1977, pochi giorni prima del concerto di cui si parlava da mesi e di cui si sarebbe poi parlato per mesi. Ero in sala molto a ridosso del palco, lei giovanissima, con addosso una lunga blusa (identica a quella che portava l’altra sera), i jeans d’ordinanza e gli stivali. Poi a Bologna, sul palco enorme, lei era stata letteralmente rapita dal contesto; rappresentava, quel concerto, qualcosa che andava ben oltre l’evento musicale. Intorno a lei s’era radunata l’intera generazione del movimento del ’77… e poi quel concerto bolognese era la replica di un altro tenutosi a Milano: quello di Peter Tosh. In quell’occasione era piombato sul catino del Vigorelli, avvolto nella nube creata del fumo di cannabis e dalla musica ipnotica di Peter, il messaggio di Oreste Scalzone dal carcere…
Ma poteva quella ragazzina minuta, seppure dalla voce potente e maschile, rauca, ma da bianca, reggere il peso di quello che la generazione del ’77 voleva caricarle sulle spalle? Neppure allora lo poteva reggere e tuttavia mi ci sono voluti trenta e più anni per capirlo di colpo alcune sere fa, in mezzo alle rovine di Ostia Antica, in un teatro più intimo del catino di uno stadio, dove la sua voce arriva meglio, anche perché qualcosa nel suo repertorio si è trasformato e si è fatto più sommesso.
In fondo Patty Smith è una perfetta metafora degli equivoci del ’77, che sarebbero poi esplosi in tutte le direzioni provocando il dissolvimento definitivo delle aspettave maturate nel ’68. Erede del rock degli anni ’70, dei suoi ritmi, del suo timbro, Patty Smith non aveva però la forza scenica dei suoi predecessori. La sua musica non aveva e non ha il magnetismo di Jim Morrison, non porta nel suo timbro la disperazione infinita di Janis Joplin, ma non anticipava neppure quella sofisticata e quasi programmaticamente volta al suicidio di Kurt Cobain dei Nirvana, che sarebbe esplosa nel pieno degli anni ’80, dopo le sofisticate incursioni di David Bowie e il rock duro martellante, molto sinistro e anche anonimo di quegli anni.
Lei rappresentava qualcosa che veniva prima e sarebbe tornato dopo, seppure in altra forma, con Bruce Spingsteeen. In lei permaneva l’eco delle lotte e delle aspirazioni della generazione del ’68, insieme a una rabbia che diventava più programmatica senza però sfociare in una nuova stagione di impegno politico. Per questo, forse, la generazione del ’77 la elesse a sua paladina, a prescindere da lei stessa, che in quel ruolo doveva sentirsi stretta anche allora. È curioso, a pensarci bene, che nel suo ritorno in Italia, sia stato scelto un teatro così particolare, per il suo spettacolo. Il destino di Patty Smith è quello di continuare a perpetuare un equivoco, di essere sempre, almeno in parte, fuori posto. Non le si addicevano gli stadi, ma neppure l’eccesso di classicità che un luogo come il teatro di Ostia Antica evoca. Forse un semplice, normale teatro, sarebbe stato più adatto, anche se il pubblico, infondo, si è comportato come se fosse altrove. Nessun vero coinvolgimento di massa, nessun gesto eccessivo, anche da parte di chi era lì sulle ali di una evidente nostalgia. Le poche fila di pubblico, in piedi nel parterre e davanti al palco, non si lasciavano andare a quelle scene di delirio di massa che accompagnavano i concerti di quegli anni. Troppo diverso il contesto, troppo distanti quei tempi, troppo di mezzo di tragico e di tragicomico.
Meglio così, la sua musica si è sentita finalmente per quello che è: la dignitosa testimonianza della seconda generazione del rock, maledetta a metà, tanto da durare nel tempo (e ne siamo davvero felici), di passare attraverso gli abusi perpetuati sul proprio corpo in quegli anni, abusi che avevano travolto Elvis, Little Richard, Jim Morrison, Janis Joplin, Jimmy Hendrix e, da noi - ma per altre ragioni - Demetrio Stratos, che al suo corpo aveva chiesto prestazioni canore al limite delle possibilità umane.
L’altra sera, Patty Smith ha riproposto quel suo repertorio dignitoso, sostenuto da una voce che non ha perso il suo timbro particolare, di aspra dolcezza, trasformatosi nel tempo, reso più riflessivo dagli anni. Più volte ha portato il suo omaggio a Pasolini, in certi brani la poesia è sembrata affacciarsi alla musica e nutrirla. Alla fine è come se ci avesse portato, dell’uragano di quegli anni, la brezza leggera di una eco che si va spegnendo, ma che lo scenario impareggiable di Ostia Antica e la luna pienissima che si ergeva davanti al palco e alle spalle del pubblico, ha reso per un’ultima volta luminosa, di un luce tenue ma pur sempre splendente.

2 Agosto. Nulla di importante.

3 Agosto. L’Aida alle terme di Caracalla. Era la prima volta che ci mettevo piede per uno spettacolo, Aida poi sembra fatta pposta per uno scenario come quello delle terme. Le avevo già visitate di giorno, mai di notte quando l’imponenza delle strutture e l’illuminazione sobria e sapiente, ne fanno un teatro naturale. Parte dello spettacolo è già quello, più del palco tradizionale, seppure gestito da una regia più che dignitosa e da una coreografia assai piacevole. Erano le luci a ricreare l’atmosfera dell’antico Egitto rinunciando a qualsiasi altro effetto speciale. Tuttavia, l’apparato tecnico necessario a creare il gioco di luci, stonava un po’ rispetto all’imponenza del luogo. Ormai la presenza di strutture sempre più complicate e mastodontiche sembra essere un prezzo da pagare ovunque e per qualsisisi spettacolo. Eppure basta rivedere certi film in bianco e nero, o altri eventi meno dispendiosi e con minori risorse, per capire che si possono fare lo stesso grandi realizzazioni, anche spettacolari, senza esagerazioni sceniche. Nel caso specifico la scenografia naturale potrebbe forse essere utilizzata meglio, ma ci vorrebbe una regia completamente diversa, alla Ronconi, per far interagire il luogo con la scena.
Non è stata una grande Aida, a volte la presenza dei pini di Roma e le mura che facevano da sfondo catturavano meglio l’attenzione. Quando la modernità non riesce a gareggiare ad armi pari con l’antico, specialmente quando esso si presenta nelle forme ancora più evocative della rovina imponente, allora tutta la nostra tecnologia appare un po’ ridicola e ingombrante.

4 Agosto. Sono partiti in molti, altri ne arriveranno a giorni, l'estate si è adagiata nella sua molle e statica continuità, l'inerzia avvolge i pensieri e gli alberi; persino il mare.

5 Agosto. Le domeniche sono giorni a sé, anche d'estate; le spiagge si riempiono di turisti occasionali, le automobili occupano tutti gli spazi, i musei sono troppo frequentati; improvvisamente, come un segnale di guerra, la domenica scandisce il ricordo di ciò che ci attende domani, quando ritornando a casa...

6 Agosto. Ho letto tutto il giorno.

7 Agosto. Un nuovo capitolo comincia a delinearsi quando minuscoli segnali a sé stanti iniziano a muoversi in modo coordinato; prendono cioè una forma. Non importa quale, tanto le forme sono in numero assai minore di quello che siamo portati a credere. Una forma, per quanto sia diversa da un'altra, deve produrre comunque una struttura che si regge in piedi per forza propria; perciò è inevitabile che alcune linee portanti siano molto simili. L'isomorfismo è l'ovvia conseguenza di una sostanziale mancanza di fantasia del concreto, anche quando esso si manifesta nelle fogge più gratuite dell'espressione artistica. Anche per questo l’originalità è un bene raro cui non bisogna far caso e che non va ricercato più di tanto. Spesso chi pretende a tutti i costi l’originalità alla fine trova soltanto espedienti; anzi, il male più grande che abbia travagliato il secolo scorso per quanto attiene alle arti è proprio questo: il culto ossessivo dell’originalità. Gli antichi non avevano tutti i torti quando definivano l’arte imitazione della natura. Naturalmente non si può più prendere alla lettera questa affermazione, se non altro perché dalla Rivoluzione Industriale in poi di nature ce ne sono due; ma tornare a riflettere su quell’antica sentenza, questo lo si può e lo si dovrevve addirittura fare. Ma sento già le risate ciniche dei dissacratori di professione irridere a questo come ad altro: e di irrisione in irrisione…

8 Agosto. Il sole cala già prima, la nebbiolina è diventata più fitta, nel mare di Ostia c’è una nube che taglia il sole a piccole fette, tanto da assimilarlo a Giove e talvolta a Saturno; infine gli anelli si sciolgono come un gelato lasciato troppo a lungo al caldo. I nostri tramonti non hanno l’imponenza di una veduta oceanica eppure il sole sembra vicinissimo, a portata di mano, proprio come se ci si trovasse davanti a un mare di cui nion si consocono e neppure si immaginano i confini. A ben vdere, però, questo tratto di litorale un po’ assomiglia a quello oceanico; anche per le onde alte, continue, maestose, seppure non così grandi come quelle.
Il buio cala del tutto mentre iniziamo a mangiare e la musica si diffonde sulla spiaggia; soltanto allora è possibile vedere, in lontananza altri fuochi ed altre luci.

9 Agosto. Il nuovo capitolo è un ragazzino robusto che scalpita!

domenica 18 luglio 2010

Agenda di scrittore: capitolo ventinovesimo

CAPITOLO VENTINOVESIMO.
Gunther non era riuscito a fermare il riso che lo aveva colto, solo a contenerlo, poi finalmente a domarlo; dopodiché si era mosso velocemente.
“Galileo vieni via, andiamo via insieme, da me dico.”
Gli occhi inespressivi non dicono sì né no e allora Gunther cerca con lo sguardo Diotima, che si sta soffiando il naso e asciugando le lacrime.
“Venite via tutti e due, venite da me, da noi.”
È Vang ad avvicinarsi a Diotima, la prende per mano e poi sottobraccio e la trascina via dagli sguardi ironici dei presenti: molti sono usciti, il corridoio è pieno, in molti si riversano nel club, finalmente anche Galileo si scuote: “Fate un comunicato per ripristinare tutti i permessi” dice in fretta a Musenda “Ci raggiunga da Gunther poi se vuole…”
Finalmente abbandonano la sala, passano davanti all’ingresso del club, i presenti zittiscono, Galileo alza lo sguardo su di loro per un attimo, poi i quattro proseguono e presto raggiungono l’appartamento di Chang e Gunther.
“Vi preparo qualcosa da mangiare, cercate di rilassarvi.”
Gunther afferra il telefono e chiama Johann:
“Ma che diavolo è successo?”
“Avete seguito?”
“Sì, fra i Commons c’è molta delusione ma tutti sono solidali con i comandanti; vista da fuori sembra una fatalità.”
“Sarà difficile farla passare per tale qui dentro, ho l’impressione che qualcuno vorrà una resa dei conti… Ora ti devo lasciare, sono tutti qui nel mio appartamento. Rientro da voi quanto prima”.
“Ma tutto questo non creerà sconvolgimenti?”
“No, non ne creerà, anzi aumenteranno i permessi. Il comando supremo avrà bisogno di tempo per rimediare alla figuraccia e vorrà tutti fuori dai coglioni, specialmente noi giornalisti; vedrai, avremo modo di dedicarci ai nostri hobbies.”
Vang, nel frattempo, s’è dato da fare, ha messo qualcosa sul fuoco, distribuisce acqua e altre bibite in un silenzio irreale.

Musenda ha stilato i comunicati e può finalmente uscire dalla sala operativa. La sua faccia paciosa e tranquilla è quella che ci vuole in una situazione tanto delicata e lui lo sa; perciò s’avvia diligentemente verso l’appartamento di Gunther, ma con il passo lento di chi vuole allungare il filo dell’attesa, preso dentro nei suoi pensieri, non tutti spiacevoli a dire il vero. Dunque c’è vita sulla terra, pensa fra sé il buon uomo e subito ritorna con la mente al giorno in cui aveva lasciato Johannesburg per recarsi a Londra e sottoporsi alle prove attitudinali. Non ci credeva ancora del tutto che sarebbe partito per quella spedizione, temeva anche un poco le prove cui sarebbe stato sottoposto. Invece filò via tutto liscio e alla fine dei dieci giorni la commissione l’aveva accolto con un applauso addirittura Signor Musenda, fossero tutti così! Sembra che questa spedizione sia stata pensata per lei…ricordava benissimo le parole della Presidente Enrique Hoollmandat, una signora olandese dal fisico di una massaia delle Fiandre e un sorriso gioviale. Narlikar annuiva con il capo e tutti gli altri a fargli domande e a profondersi in congratulazioni. Tirarsi indietro a quel punto era davvero difficile e così tutto era cominciato.
Potevamo almeno farci vedere il risultato e chissà come se la passano poi come se passano là. Quando tutto sarà finito lo andremo tutti a vedere, intanto l’ho messo in salvo…pensa intanto fra sé mentre si avvicina. Anche Luriaga si sta avvicinando all’ingresso e Musenda lo chiama. L’Indio si volta di colpo poi si profonde in un sorriso e allarga le braccia come un torere
“Hombre! Chissà cosa succede ora, serve il tuo equilibrio…”
“Anche la tua ironia e la tua capacità di ascoltare a lungo senza dire nulla?”
I due s’abbracciano e s’attardano prima d’entrare.
“Già, la mia ironia…, sai perché parlo poco?”
Musenda lo guarda aspettandosi come sempre qual cosa di spiazzante e infatti:
“Es el inglès, quella maledetta lingua non mi va in testa… Non parlo perché quando ho capito una sentencia gli altri ne hanno già dette altre due e quello che ho da dire non serve più… Vedi come si diventa saggi a poco prezzo?”
Musenda se la ride di gusto.
“Che succederà ora?… Mi chiedo come sia stata possibile questa figuraccia..."
“Pensi che qualcuno abbia voluto tirare uno scherzo maldido?”
Musenda si stringe nelle spalle, poi aggiunge:
“Con tutti i mezzi a disposizione, nessuno che abbia avuto un sospetto? Oppure dobbiamo credere per forza alla fatalità?”
“La fatalità esiste, ma anche a me sembra un poquito suspicioso todo esto…mah!”

I due entrano, gli altri sono ancora dispersi in punti diversi della stanz a, in silenzio. Galileo alza gli occhi verso i due nuovi arrivati con un’espressione difficile da decifrare, sospesa fra una rassegnata indifferenza che non riesce del tutto a cancellare lampi di rabbia. Musenda lo guarda un momento.
“Ho sospeso tutti i permessi…” dice tanto per romepre l’atmosfera pesante che ancora regna nel locale.
“Dovremo condurre un’inchiesta interna…Gunther, lei è disposto ad aiutarci?”
Il giornalista lo guarda sorpeso, quella richiesta perentoria e così poco canonica lo ha sopreso; poi rivolge gli occhi ai presenti, anch’essi tutti interrogativi. Anche Diotima lo guarda esterefatta.
“Galileo lei mi sta chiedendo…”
“Si le sto chiedendo di aiutarmi in un’inchiesta che dovrebbe essere soltanto interna, ma io delle regole stupide che ci siamo dati ne ho piene le tasche e poi con tutto quello che è successo qui le regole sono già state evidentemente violate…”
Il tono acceso e deciso di Galileo sorprende un po’ tutti, ma ha l’effetto di alleggerire l’atmosfera.
“Beh a questo punto siamo tutti coinvolti…” aggiunge Luriaga che intanto si è acceso un buon sigaro.
“Già, siamo tutti coinvolti…” aggiunge pensieroso Vang. Galileo, allora, si rivolge a lui, ma parlando a tutti.
“Non è un obbligo ci mancherebbe altro, a chi non se la sente, però, chiedo di andarsene ora e di dimenticare quel che ho appena detto…”
Nessuno dei presenti si muove e Galileo tira un sospiro di sollievo.
“Mi scusi, dottor Fanti, ma perché si fida così di noi?”
Luriaga, questa volta, è riuscito a parlare a tempo, dicendo quello che era passato nella testa di tutti. Galileo sembra scuotersi ulteriormente dal suo torpore.
“Abbiamo bisogno di fidarci su questa maledetta nave…”
Tutti si guardano perplessi poi Gunther si mette as batter le mani, scuotendo il capo con decisione in segno di assenso. Allora Galileo riprende la parola:
“Bene, qualche idea ce l’ho, ma vorrei avere almeno una giornata di distacco e poi mi prendo un permesso anch’io, appena posso, perché ci sarà un’inchiesta interna. Non ho intenzione, però, di rimanere a lungo: mi metterò a disposizione domani stesso, ma se mi tengono dentro a lungo, mi dimetto e allora dovranno accelerare, oppure le accoglieranno subito le dimissioni e vediamo chi va al posto mio e forse questo ci permetterà di cpaire qualcosa. Noi possiamo frequentarci anche fuori di qui…”
“Io sono il solo che un permesso non lo può chiedere però, sono appena rientrato…” aggiunge Luriaga.
“Beh meglio così forse, uno dentro e gli altri fuori forse ci dà qualche vantaggio in più… e intanto noi due possiamo vederci qui dentro finchè ci siamo.”
“Non mi annoierò soltanto io allora…” aggiunge Luriaga, strappando a tutti un sorriso dopo tanta tensione.
Uno per uno i presenti abbandonano la stanza ci si saluta in fretta fuori, poi Vang e Gunther si avviano verso i loro appartamenti.
“Cerchiamo di uscire domani stesso…”
Vang assente.
“Puoi pensarci tu a chiedere il permesso anche per me? Io devo fare un salto al club per incontrare un’amica.”

Lasciato Vang davanti alla porta del loro appartamento, Gunther s’avvia rapidamente con il mezzo mobile in direzione del club. Desidera mettersi subito in contatto con Johann, ma non vuole rendere partecipe Vang di quel contatto. I sospetti si moltiplicano e Gunther si domanda se vi siano connessioni ancora da scoprire; la prudenza, però, gli suggerire di non mescolare troppo le carte.
La telefonata con Johann, laconica e breve, gli ha portato via poco tempo, ma per rendere più credibile la frottola raccontata a Vang, Gunther si trattienne ancora brevemente al club.
Quando torna trova il suo collaboratore già intento a preparare il piccolo bagaglio.
“Ci hanno risposto immediatamente che va bene, usciamo domani mattina, tutte le procedure sono affrettate.”
“Narlikar non vuole giornalisti qui dentro, non può esimersi da una inchiesta ufficiale e mi domando a chi si rivolgerà…”
“Se chiama anche qualcuno di noi?”
“Ci andiamo, anzi lo spero e non mi soprenderei che domani non tutti ci ritroveremo fuori…”

Agenda di scrittore: romanzo

10 Luglio. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiata l’atmosfera; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno semplificate, rese più essenziali.

12 Luglio. Al finale, in effetti, mancava qualcosa.

20 Luglio. L'estate è tempo di scritture frammentarie, poco adatte al fiume della narrazione. La lettura sostituisce in parte la scrittura, per un altra parte sono le serate trascorse insieme agli amici, grandi avventure dello spirito in cui lo scambio avviene attraverso la parola che non lascia tracce ma costruisce eventi memorabili, cui non siamo più abituati. Non mi par vero sia tornata questa stagione, quella in cui la verità, per dirla con Stevens, è un giro sul lago.

21 Luglio. Il mio giro sul lago di questa sera è una cena sul mare con due amiche.

22 Luglio. Nulla di importante.

23 Luglio. Dopo una giornata memorabile c’è sempre bisogno di una sosta. Ieri sera a tavola, tutti insieme, le parole tessevano una tela invisibile e calda dentro cui ciascuno si sentiva a proprio agio. Sì, questi eventi di parole sono quanto di meglio ci si possa augurare nella vita, lasciano i segni più duraturi ed autentici perché sono scritti sulla nostra pelle.

24 Luglio. Ho letto tutto il giorno: Stevens, Walcott, D’Arrigo, alcuni manoscritti.

25 Luglio. Un nuovo capitolo comincia a delinearsi quando minuscoli segnali a sé stanti iniziano a muoversi in modo coordinato; prendono cioè una forma. Non importa quale, tanto le forme sono in numero assai minore di quello che siamo portati a credere. Una forma, per quanto sia diversa da un'altra, deve produrre comunque qualcosa che si regge in piedi per forza propria; perciò è inevitabile che alcune strutture portanti siano molto simili. L'isomorfismo è l'ovvia conseguenza di una sostanziale mancanza di fantasia del concreto, anche quando esso si manifesta nelle fogge più gratuite dell'espressione artistica. Anche per questo l’originalità è un bene raro cui non bisogna far caso, che non va ricercato più di tanto. Spesso chi pretende a tutti i costi l’originalità alla fine trova soltanto espedienti, oppure trovate, a volte geniali, a volte sempicemente trovate.

26 Luglio. Il sole cala già prima, l’estate di fine luglio sembra già dirci addio. Sarà per lo sgomento di ritornare da Berlino, dove invece la luce resiste fino a tarda ora, che tutto qui mi sembra più scuro. La luce del nord,
il suo estremismo che ha il proprio contraltare nel buio invernale altrettanto estremista…

27 Luglio. Nulla d’importante.

28 luglio. Ci vuole anche un giornalista, un altro dico. Uno non basta, bisogna che introduca un altro sguardo; in fondo il romanzo moderno non è altro che una moltiplicazione di sguardi. Non è lo specchio infranto la vera novità, ma l'infinità di punti di vista, che corrisponde all'amplificazione delle culture e alla possibilità di traduzione reciproca. Soltanto Pessoa è stato capace di intravedere una possibilità diversa dalla frammentazione del soggetto: esso può moltiplicarsi invece che frammentarsi, dare vita a una proliferazione di punti di vista diversi che egli incarnò in modo così geniale nei suoi eteronimi e in se stesso ortonimo.

31 luglio. Di nuovo a Roma dopo qualche mese. Il caldo è lo stesso di Milano, subtropicale come un po’ dappertutto, a dispetto di chi dice che non ci sono variazioni singificative più di tanto. Il problema è che gli statistici prendono in considerazione solo un fenomeno alla volta. Può essere benissimo che le temperatura abbiano dei precedenti in altri anni trascorsi e che il picco di caldo non sia un fenomeno di per sé così ecaltante. Così come non sono eclatanti di per sé le inondazioni periodiche, le esondazioni dei fiumi europei in una misura così estrema, come è accaduto anche nelgi anni scorsi. Ciascuno di questi fenomeni può non essere così estremo, ma tutti insieme? Non delineano forse un quadro diverso? Ma la statistica ha qualche problema con la globalità dei problemi…

lunedì 28 giugno 2010

Agenda di scrittore:romanzo

29 Giugno. I luoghi influiscono sul modo di scrivere. E´ banale dirlo lo sanno tutti, ma quello che e´ difficile e´ mettere a fuoco il perche´. Mi capita spesso di pensarlo qui a Berlino, dove sono arrivato ieri. E´ una citta´ che ormai mi appartiene, la terza dopo Milano e Roma. Delle tre sbiadisce la prima, le altre due si ergono alla pari, ma scrivere e´ un´esperienza diversissima in ciascuna di esse. Forse perche´ il mio tedesco e´ ancora misero a claudicante, a Berlino scrivere significa chiudersi dentro la propria lingua, attorniato da suoni che soltanto raramente diventano senso. A volte sono semplici parole, la cui frequente ripetizione suggerisce di colpo il significato e allora si forma come un atollo di senso che mi strappa alla lingua mia e mi riporta all´altra. Per il resto e´ una citta´ che obbliga allo sguardo Berlino e quindi non interferisce con la parola, ma permette di rifarsi una verginita´della vista, bombardata da immagini triviale; in questo anche Roma offre altrettanta e differente ricchezza. E´ per questo che mi piace sempre di piu´ scrivere in queste due citta´: forse vi e´ davvero un rapporto inverso fra comunicazione e scrittura. Mi ricordo anche di una recente intervista a uno scrittore ceco – Topol - il quale dice di venire a Berlino a scrivere proprio perche` non sa il tedesco e puo´ allora chiudersi i in un silenzio che non e´ quello dell´assenza di parole, ma proprio la possibilita´ di essere immerso in una realta´ potendo conservare la propria distanza. Berlino e´ avvolgente nel silenzio e questo accende altre parole.

30 Giugno. Continuo l´esplorazione della citta´. Il suo clima estivo e´ delizioso, perche´l´estate e´ fresca e gentile, con tanta luce, ma senza gli eccessi di caldo. A sera ritornano riflessioni sullo scrivere che mi appartengono gia´ ma che devono a volte essere ripercorse, rimeditate: la monotonia della ripetizione non e´ sempre coazione a ripetere nel senso peggiorativo che la psicnalaisi attribuisce a tale propensione.

1 Luglio. L'idea è dunque una costrizione cui deve corrispondere un'altra costrizione legata al tempo e allo spazio; in altre parole quello che Alfieri indicava come la necessità di legarsi al tavolo di lavoro, metodicamente, secondo una scansione monotona del tempo: per esempio, tutte le mattine dalle nove all'una. Prigione, costrizione, sofferenza infantile e ricordi dolorosi sembrano essere una sorta di manna anche per Hemingway, che disse una volta che se si è troppo felici di vivere non vi è alcuna necessità di scrivere. La frase cadeva - come si suole dire - sul bagnato, impastando con una certa disinvoltura tipicamente americana un pizzico di Freud e un pizzico di romanticismo naif.
Uomini completamente soddisfatti di sé esistono solo come metafore letterarie e sono caricature di Candide. La scrittura non ha a che fare con questo più di tanto; se mai altre sono le distinzioni…

2 luglio. Vi sono esseri umani in grado di accedere alla scrittura e ad altri mezzi espressivi e ve ne sono altri che non possono nemmeno pensare di farlo essendo completamente immersi entro il cerchio della dura necessità vitale. Anche fra costoro ci sono naturalmente artisti spontanei, narratori prima di tutto, ma anche poeti di strada nel senso migliore del termine e cioè legati all'oralità, alla festa, come avveniva (e talvolta avviene ancora) in Italia con gli stornellatori toscani e romani. Dopo la scomparsa del racconto orale a loro rimane il folklore, poi è giunta la cultura di massa che di nuovo modificato le cose. L'accesso alla scrittura è cresciuto in modo esponenziale per cause che sono sociologiche e auto terapeutiche e che hanno poco a che fare con la necessità, intesa come fattore artistico. La distinzione naturalmente non è semplice… e poi forse i fenomeni inflattivi sono connaturati a una civiltà che corre a velocità vertiginosa verso il caos entropico e la propria dissoluzione.

5 Luglio. Dunque non vi è rapporto fra scrittura e insoddisfazione? No, tuttavia l'equazione banalizza un problema vero ma che andrebbe posto rovesciando la questione e domandandosi invece se la scrittura, in quanto è un prendersi cura di sé che vuole diventare un prendersi cura di tutti, non abbia proprio quel valore di coscienza collettiva del limite e del mistero, senza i quali la vita di tutti cade nell'abisso del vuoto, qui inteso non in senso buddista e quindi del fare il vuote che permette la creazione, ma del vuoto come baratro. È il simbolico a mediare fra la bruta realtà (il peso del mondo) e la reazione pavloviana che si manifesta come altra faccia della medaglia, in una serie di agiti - secondo la definizione psicanalitica del termine (qui pienamente valida) e cioè di acting out - che impediscono l'accesso psichico alla trasformazione. Il simbolico non cura una malattia; è terapeutico nel senso che con il suo tramite si costruisce il sé positivo di una comunità. Esso corrisponde, nell'adulto in quanto persona che si è individuata e collettivamente in quanto organismo sociale, alla costruzione che il bambino produce grazie al gioco di fantasia. Infatti, come ha intuito Winnicott, il bambino mentre gioca non cura una malattia, ma costruisce la possibilità di svilupparsi come essere pienamente umano.
Tuttavia, per uno scrittore, la cosa non finisce qui; perché la scrittura è anche una malattia, o un vizio, è stato detto. E poi per scrivere come per esprimersi o fare gli attori bisogna essere dei bei narcisi... E allora chi ha ragione? Oltretutto nel '900, specialmente negli ultimi venti anni, le commistioni fra arte terapia e altro sono state praticate anche da autori di rango: lo pseudo teatro di Grotowsky, per esempio, ma gli esempi potrebbero essere molti di più. L´esprimersi in qualunque modo sembra essere una cura inevitabile ma anche un apparire per quel quarto d´ora che per Andy Wahol era l´inevitabile peso della modernita´ sugli artisti, privati ormai dello statuto autoriale individuale, del crisma della creazionme originale e autonoma. Tutto seriale, tutte scorrevole, tutto viscido; o tutto liquido come scrive Baumann.

6 Luglio. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiata l’atmosfera; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno rese più essenziali.

7 Luglio. Al finale, in effetti, mancava qualcosa.

8 Luglio. L'estate è tempo di scritture frammentarie, poco adatte al fiume della narrazione. La lettura sostituisce in parte la scrittura, per un altra parte sono le serate trascorse insieme agli amici, grandi avventure dello spirito in cui lo scambio avviene attraverso la parola che non lascia tracce ma costruisce eventi memorabili, cui non siamo più abituati. Non mi par vero sia tornata questa stagione, quella in cui la verità, per dirla con Stevens, è un giro sul lago. Di giri sul lago ne conto piu´ di uno in questa parte dell´estate. Berlino ti chiama fuori per le strade, in mezzo alle sue acque e ai suoi boschi. Capisco perche´ qui al primo raggio di sole tutti si svestono ed escono fuori. Perche´la preziosita´di un bene si apprezza avviamente di piu´dove ne esiste poco e si pensa che ne esista poco. Tutto sommato a me sorprende che in dieci giorni non sia caduta un agoccia di piogga e il clima sia cosi´ faverevole. E poi Berlino e´ citta´ d´arte per le strade, di musica ovunque ma specialmente di edifici che parlano, di boschi che parlano, di acque che parlano. E´ forse per questo che ti chiama fuori, e mi dicono che e´ cosi´ anche l´inverno, a vento sotto zero. Ci pensero´ a suo tempo di rendermeno conto di persona, vincendo la mia pigrizia.

9 Luglio.

martedì 15 giugno 2010

Agenda di scrittore: capitolo ventisettesimo

CAPITOLO VENTISETTESIMO.
Anche il tentativo di contatto, l’ultimo della giornata è andato in fumo. Galileo e Diotima rientrano nei loro appartamenti, sarà Musenda a vigilare. Il tempo di una rapida doccia, di un panino e poi sperabilmente il sonno.
Se non succede nulla dovremo per forza ritornare alla normalità pensa fra sé Galileo mentre, ancora avvolto nell’accappatoio, beve il succo d’arancia che si è preparato. Apre un cassetto, vede il libro e gli scappa un sorriso. Non mi sono dimenticato di te, ma non sono proprio i giorni giusti questi.
Lo prende e se lo porta lo stesso in salotto, sfogliandolo come se non l’avesse mai fatto, soffermandosi su qualche pagina già letta. Zeta 40 è già in riposo, l’orologio segna le due ma il sonno non arriva. E allora le mani scivolano sulle pagine, il loro scorrere ha il suono di una piccola onda marina e Galileo vi si abbandona, facendosi cullare dal ritmo di una lettura che dalla pagina isola poche frasi per poi passare alla successiva. Il viaggio dei due protagonisti si srotola di nuovo sotto i suoi occhi come la pellicola di un film visto velocemente. È di nuovo l’orologio a catturare per un attimo il suo occhio: le due e mezza, il sonno stenta ad arrivare, si sistema meglio sul divano continuando a sfogliare le pagine, a un ritmo sempre più lento
Antonio, solo nella stanza meditava su quanto era accaduto: tutto gli sembrava meno solido, non appena toccava un oggetto questo si piegava e poi diventava liquido, non era la sua stanza quella che vedeva, ma una specie di bolla immersa in una distesa d’acqua, ma era come se l’interno fosse simile all’ambiente di fuori, Antonio respirava sempre più forte e cresceva in lui l’angoscia. Avvicinandosi alla porta da cui era appena entrato la vedeva allontanarsi da sé come se si espandesse naturalmente quando si avvicinava, poi gli parve di toccare qualcosa che poteva assomigliare a una parete solida ma essa si piegò sotto le sue mani attorcigliandosi. Si sentiva capovolgere e poi tornava di nuovo diritto, come un birillo ubriaco finché ebbe la sensazione di gridare, ma senza emettere alcun suono come se quanto lo avvolgeva fosse una specie di bambagia assorbente. Di colpo smise di oscillare, non era più dentro la stanza ma fuori, una figura alta e solenne stava venendo verso di lui. Lo sovrastava in altezza, ma ne vedeva nitidamente il volto scavato, gli occhi severi e dolenti. “Dove vai Antonio?” La domanda perentoria lo annichiliva ma ebbe la sensazione che l’altro non voleva alcuna risposta. Dove vai Antonio! Dove vai Antonio!
Dove vai Antonio, dove vai Antonio… Galileo ode la proprio voce come fosse una eco, poi lentamente si risveglia, l’occhio gli cade sull’orologio, le sette del mattino, il libro aperto in grembo alla pagina 666, molto più avanti di quanto non fosse giunto nella lettura del romanzo. Aveva sfogliato pagine fino a quel punto, addormentandosi su quella. L’impulso a leggerla è pari alla ritrosia, un’onda d’inquietudine lo travolge, il silenzio impenetrabile della stanza ha qualcosa d’irreale. Guarda di nuovo la pagina come se spiasse dal buco di una serratura, gli sembra di capire che Antonio non è con il fratello, che quella pagina sia una sorta di diario o una lettera. Zeta 40 entra in quel momento con una tazza di caffè fumante, tutto sembra tornare alla normalità, a parte il freddo del suo corpo, per tutta la notte avvolto nell’accappatoio. Il robot, accortosi del suo sguardo smarrito, esce subito dalla stanza, Galileo è di nuovo solo. Posa il libro sul tavolo e lo richiude, beve in fretta il caffè e poi va sotto una doccia bollente. Il corpo si rianima, anche se un paio di starnuti sono la spia che qualche segno la nottata trascorsa nell’umodo, lo ha lasciato. Dopo aver inghiottito un paio di aspirine, si veste. Piano piano il suo corpo si riscalda, la sensazione sgradevole del risveglio s’allontana. Di nuovo al tavolo, guarda il libro, sa di non poter continuare la lettura in quel momento ma non resiste alla tentazione di aprirlo di nuovo alla pagina su cui era rimasto tutta la notte, l’ultima sfogliata, sulla quale finalmente il sonno l’aveva raggiunto. La guarda e gli ritorna un senso d’inquietudine di cui non riesce a trovare una ragione plausibile.
Zta 40 rientra velocemente in stanza in quel momento:
“Signor Fanti, venga subito al telefono, Musenda la vuole.”
“Vieni immediatamente, forse ci siamo.”
“Dirama subito un comunicato, sospendi tutti i permessi e richiama dentro quelli che sono fuori. Narlikar e Diotima sono stati avvertiti?”
“Lo sta facendo Stefanie in questo momento.”
Zeta 40 rientra in sala con i vestiti e Galileo si prepara in fretta.
“Buona fortuna signor Fanti.”
“Speriamo succeda qualcosa davvero, non ne possiamo più.”
Fuori è un delirio, corrono tutti in direzione della sala operativa da dove tecnici scienziati e giornalisti possono seguire le operazioni.

Gunther, nel frattempo, è alla prese con il formicolio del braccio per via della posizione assurda in cui ha dormito la quasi notte, visto che è rientrato alle tre con molto alcol in corpo; del resto il bagaglio lo ha già preparato e deve solo uscire. Vang è alle prese con la caffettiera…
“Ma che diavolo succede…”
“Sembra che qualcuno stia corre…”
I due si guardano poi come un sol uomo si precipitano verso il video.
“Non si esce più… dai muoviamoci.”
Raggiungono la sala operativa che si sta riempiendo e si sistemano nel settore a loro riservato. Chantal s’avvicina, si salutano in fretta, Narlikar entra in quel mentre accolto da un applauso. Galileo s’aggira fra i computer,incurante di chi arriva: lui e Diotima si dividono i compiti di direzione dell’operazione, mentre Narlikar segue tutto dal grande schermo centrale che riassume quanto è avvenuto.
S’attende che anche gli esterni raggiungano la sala operativa e quando finalmente tutti si sono sistemati ai loro posti Musenda inizia a parlare; la porta si apre di nuovo rumorosamente e arriva anche Luriaga, con i suoi baffoni da indio e l'aria di essere appena uscito da un paradiso andino dal quale non aveva alcuna intenzione di allontanarsi.
“Ci siamo accorti che qualcosa stava cambiando questa mattina verso le sei. La frequenza con cui arrivavano gli impulsi era la stessa di sempre ma l’immagine era diversa, meno opaca e venata da striature verdi e bianche. Abbiamo aspettato, poi dopo un’ora quando abbiamo capito che l’immagine era stabile, abbiamo dato l’allarme. Questo è tutto per il momento.”
Il brusio fra i presenti dura qualche secondo, poi è una mano ad alzarsi:
“Potete formulare qualche ipotesi in più sull’evoluzione del contatto?”
Gunther si sporge verso Chantal: “Chi è?”
“Te lo ricordi Althourough?”
“Ah sì l’attore…”
“È suo figlio.”
“Vang ha capito qualcosa della risposta? Stavo parlando e non ho sentito bene…”
“A dire il vero non molto, più o meno che bisogna attendere…”
Di nuovo è il giovane Althourough ad alzare la mano:
“Ci state dicendo che si potrebbe andare avanti così per un altro mese, come per i contatti precedenti?”
Musenda riprende la parola intimando un abbassamento della voce; intanto Diotima Galileo e Narlikar confabulano davanti allo schermo gigante.
“Speriamo naturalmente di no, perché in un’ora i mutamenti sono stati molto significativi.”
“Ci serve un archivista, non avevamo pensato fosse utile.”
La voce di Galileo zittisce tutti con il suo tono perentorio. S’alza un uomo e si avvicina allo schermo: “Eccomi.”
“Ci potete dire cosa avete pensato?”
“Certamente Gunther, vogliamo capire se nei nostri archivi c’è qualcosa che ci possa indicare meglio cosa potrebbe nascondersi dietro le striature verdi e bianche che come vedete sono ormai nitidissime. Se lo capissimo forse potremmo interagire diversamente con i loro messaggi invece che continuare a inviare lo stesso disegno di Leonardo Da Vinci.”
“Molto ragionevole, ma ci vorrà un po’ di tempo.”
“Non credo molto, le ipotesi da vagliare non sono in un numero sterminato”, sentenzia l’archivista che si è già messo davanti allo schermo, sul quale scorrono velocissimi tutta uan serie di dati.
“Credo che per il momento questo sia tutto, non è necessario che rimaniate, il club è qui vicino e magari può essere più utile che in altri momenti…”