sabato 30 gennaio 2010

Rivista Overleft

E'online una nuova rivista: OVERLEFT, di cui sono redattore insieme a Laura Cantelmo, Gabriele Favagrossa, Aldo Marchetti, Adriana Perrotta e Paolo Rabissi. Di seguito l'editoriale di presentazione.

Ci potete trovare all'indirizzo overleft.it. Da oggi è possibile anche lasciare commenti, suggerimenti, proposte.

La necessità di fondare una nuova rivista nasce sempre dall’insoddisfazione rispetto all’esistente e dalla volontà di reagire a tale situazione. I motivi di malessere e anche d’indignazione non mancano e li conosciamo tutti/e. La crisi economica e morale dell’intero Occidente e non solo dell’Italia, nonostante alcune peculiarità nostrane, è sotto gli occhi di tutti/e. Ciò che tuttavia genera ancora più sgomento è la crisi della sinistra, il suo sbandamento, il suo indebolimento progressivo. Insieme ad essa e come conseguenza della crisi, ogni istanza critica della società esistente è stata tacitata, espulsa dalla circolazione libera delle opinioni e delle idee, ridotta ai margini. Tutto questo ci ha spinto a dare vita a OverLeft, rivista online con la quale ci poniamo tre obiettivi:

1) Offrire a tutti/e e anche a noi stessi/e uno spazio di riflessione e ricerca culturale e politica in senso lato, critica e libera dalle pastoie in cui si dibatte il ceto politico di sinistra.

2) Cercare la collaborazione e il confronto con le esperienze e le riviste più significative che, specialmente in Gran Bretagna, Usa e America Latina, hanno saputo coniugare il riferimento al pensiero di Marx e Gramsci con l’accoglienza di tutte le istanze critiche successive all’opera di questi due pensatori rivoluzionari.

3) Riflettere sul ruolo dell’intellettuale e dell’artista nella realtà della società postmoderna o narcisista contemporanea.

Siamo convinti che soltanto a partire da una ripresa appassionata e puntigliosa del percorso di ricerca e analisi critica e anche della necessità di non separare politica da cultura e arte, come troppo spesso si è fatto, sia possibile suggerire risposte possibili, senza presunzione ma anche con la volontà di andare oltre la critica inconcludente. Una volta si diceva ‘rimboccarsi le maniche’ e pensiamo che non si tratti di una frase fatta ma di una necessità.

La riflessione neomarxista, femminista, critica in senso lato non si trova all’anno zero, avviene già, anche in Italia, sebbene i contributi più interessanti ci sembrano venire da altre aree del mondo e questo forse spiega l’impasse della sinistra non solo italiana ma anche europea.

Due parole sul titolo della rivista e sulla sua struttura. OverLeft costituisce già in sé un’indicazione: la sinistra attuale non ci piace, magari continuiamo a votarla (e non sempre pure questo) ma con un distacco emotivo e anche di pensiero da chi oggi insiste a occupare la scena. ‘Oltre’ la sinistra che c’è, dunque, ma anche ‘sopra’ come suggerisce la scelta della parola inglese, che ha entrambi questi significati.

Perché una rivista online? Per età ed esperienze fatte, tutti/e noi (anche i/le più giovani) amiamo la carta, sfogliare le pagine, potere mettere nella biblioteca di casa quel rettangolo magico che si chiama libro; tuttavia abbiamo pensato che la scelta di uscire on line fosse il modo migliore e più agile per potere partire al più presto. Noi tutti e tutte abbiamo fatto e tuttora collaboriamo e facciamo anche riviste cartacee. Sappiamo il lavoro immane che esse richiedono e la crescente difficoltà a imporle anche in quei luoghi, come le librerie Feltrinelli, dove era ritenuto un vanto la presenza di un’ampia e ricca varietà di riviste. Sappiamo che tutto questo appartiene al passato e che diventa sempre più inutile attardarsi sulle ragioni di questa perdita di appeal. La rete offre possibilità nuove e inedite ancora da esplorare, velocità di scambi e altro. Non escludiamo nulla per il futuro, ma questo ci sembrava il modo migliore di cominciare.

Infine la struttura. L’asse portante della rivista saranno tre grandi aree tematiche:

1) CON MARX OLTRE IL MARXISMO: in questo spazio troveranno posto le riflessioni sulla crisi economica, le sue ricadute sul piano sociale e antropologico. Il titolo crediamo contenga un’indicazione molto chiara. Riteniamo che il pensiero di Marx (ma anche di Gramsci, molto riscoperto un po’ ovunque), sia ancora imprescindibile per capire la realtà attuale, ma che lo sia oltre la vicenda del socialismo reale e del marxismo, parola con cui intendiamo qui la pratica e l’apparato teorico che ha retto quelle esperienze.

2) L’ALTRA GLOBALIZZAZIONE: la pratica e le esperienze dei movimenti e delle proposte anche teoriche provenienti da campi diversi che hanno cercato di contrastare il monopolio del pensiero unico. Non esiste soltanto la globalizzazione finanziaria e capitalistica. Negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino si sono espresse nuove soggettività e anche vecchi soggetti sociali, sono nate fucine di pensiero assai interessanti sia sul versante sociale sia su quello antropologico e filosofico.

3) DOPO IL DILUVIO: questa rubrica si occuperà di arti e di letteratura. Anche questo titolo contiene un’indicazione di massima che ovviamente troverà una maggiore evidenza per il lettore, con la lettura dei saggi. Riteniamo che ci sia uno spartiacque nel secondo ‘900, un prima e un dopo e che tale ‘dopo’ sia contrassegnato dalla trasformazione della cultura in puro consumo, spettacolo e intrattenimento. Riprenderemo le analisi critiche che su questo fenomeno altri hanno già fatto, ponendoci anche un’esigenza di risposta e reazione a tale deriva.

A queste si affiancheranno, a partire dal secondo numero, altre tre rubriche: DIZIONARIO, dove prenderemo di volta in volta in considerazione uno o due termini nevralgici e li indagheremo a fondo; FACCIA A FACCIA, dove sceglieremo di volta in volta un autore che a noi sembra un ‘cattivo maestro’ da criticare a fondo; SEGNALAZIONI, indicheremo quelle riviste, articoli o siti che ci sembrano degni di nota.

venerdì 22 gennaio 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo ventunesimo

CAPITOLO VENTUNESIMO.

“Il libro! Ce ne siamo dimenticati!”
La voce allegra di Diotima risuona nella stanza quando Galileo è ancora deposto sulla soglia che divide il dormiveglia dalla piena consapevolezza del risveglio. Ci mette un momento a sollevarsi su un fianco, per poi ricadere di nuovo: un sospiro profondo e poi l’ultimo lembo di sonno se ne fugge via.
“Forse non ce ne siamo dimenticati, semplicemente eravamo presi da altro… comunque eccolo qui il gran libro” e pronunciando quelle parole allunga la mano e lo prende dalla borsa dove giaceva dal mattino, quando Galileo era uscito per recarsi all’appuntamento con lei. Sorpresa di trovarselo davanti così, improvvisamente, senza tante cerimonia, Diotima avverte un leggero brivido, allunga la mano con un movimento quasi imbarazzato, come davanti a una figura nuda, spoglia, disarmata e alla sua portata. Lo prende con delicatezza e lo sfoglia, senza una parola. Galileo, nel frattempo, si aggira per la stanza e si riveste, poi ne esce per armeggiare intorno ai fornelli. Apre il frigorifero e proprio in quel mentre Zeta 15 rientra nella stanza.
“Vedo che hai provveduto a non farci trovare vuota la dispensa, bravissimo, hai lavorato anche oggi allora.”
“Ieri, a dire il vero, ma mi ero dimenticato di dirlo…”
“Bravo lo stesso.”
“Ha bisogno di me signor Fanti?”
“No, ritieniti libero, ma non staccare i collegamenti, non si sa mai…”
Galileo ritorna nella stanza da letto e si accomoda seduto accanto a Diotima, dopo aver sistemato i cuscini dietro la schiena. Lei sta continuando in silenzio l’esplorazione del libro, scorrendone l’indice dei capitoli, l’occhio attento. Ne legge qualche brano qui e là, poi lo deposita sul comodino dalla sua parte del letto.
“Un romanzo storico ed epico, mi sembra di capire…”
“Dici bene, epico, ma anche con qualcosa di misterioso al fondo, che sfugge. Sembra una narrazione piana, mi ricorda certi romanzi inglesi delll’800, oppure francesi, persino qualcosa di italiano, sai quelli legati ancora al clichè della verosimiglianza; continuando a leggere, tuttavia, diventa sempre più impalpabile, scattano altre associazioni… c’è qualcosa di inquietante nascosto dietro questa apparente semplicità della struttura, ma ancora mi sfugge che cosa…”
Diotoma sospira e aggiunge assorta, come parlando fra sé: “I viaggi sono tutti inquietanti…” e quell’accenno rapido li riporta per un istante alla conversazione durante il pranzo, a quella paura sorta improvvisa proprio perché confermata dagli sguardi reciproci che si erano incrociati e abbarbicati intorno a quel nucleo di vissuto condiviso, suscitato dai cambiamenti che entrambi hanno colto. Si abbracciano rimanendo seduti.
“Hai voglia di cenare?”
“Che ore sono? Nel tempo che più ci piace sono già le otto e un po’ di fame io ce l’ho!”
“Le otto! Come vola il tempo quando si sta bene insieme… infondo ho meno paura adesso.”
“Anch’io, mi sento liberato da un peso ma dovremo parlarne, capire se anche altri hanno le nostre stesse percezioni, a volte nel sentirmi solo a pensarlo mi assalivano dubbi di ogni genere, anche quello di non essere abbastanza lucido.”
“Anche a me succedeva la medesima cosa… pensare da soli l’ignoto a volte diventa insopportabile.”
“Tu dici l’ignoto allora…”
“Sì, l’ignoto, ma non quello ovvio, dello spazio tempo cui andiamo incontro, ma l’ignoto che si nasconde qui dentro.”
“L’ignoto che non avevamo immaginato neppure fantasticando nel sogno.”
“Mi capitò di fare un sogno alla partenza, a dire il vero, ma non mi aveva angosciato più di tanto.”
Galileo si alza e si reca di nuovo in cucina: “Ti ascolto…”
“Sognavo di attraversare uno spazio pieno di luce, all’inzio non vedevo nulla se non questo chiarore abbagliante, poi lentamente mi accorgevo di essere dentro un corridodio che in fondo assomigliava molto a questi corridoi che percorriamo ogni giorno; solo che non li avevo ancora visti. In fondo al corridoio sembrava non esserci nulla, solo la luce, non un orizzonte e neppure una barriera. Continuavo ad avanzare ma a un certo punto abbassai lo sguardo distrattamente, quasi senza volerlo, per caso insomma; sotto non c’era nulla, camminavao nel vuoto. Nel sogno tremai terrorizzata e mi svegliai di colpo…”
“Siamo davvero nel vuoto in definitiva!”
“È quello che pensai subito e ciò mi tranqullizzò…”
Anche Diotima si è alzata e apparecchia distrattamente la tavola, mentre lui continua a trafficare intorno al fuoco della cucina.
“Ora penso che, forse, quel sogno voleva dire altro, nel tempo si è arricchito di particolari, ma non sono più in grado di distinguere se si tratta di fantasie mie sul sogno, oppure se esse ne facevano parte all’origine…”
“A cosa ti riferisci?”
“Il vuoto che vedevo sotto di me era buio, un abisso vero e proprio, la luce mi avvolgeva tutta ma era come un fascio di raggi fragile, circondato dal nulla, e poi ero sola, termendamente sola, come se in quel corridodio luminoso ci fossi soltanto io. Non è questo luogo dunque, ma un altro più interiore, era il mio vuoto.”
“E anche la tua luce… Ti sei accorta di avere detto corridodio invece che corridoio?”
Diotima lo guarda perplessa… “Non me ne sono accorta, sei sicuro di avere sentito bene?”
“Sì, sicurissimo, eravamo anche molto odiati, noi della spedizione dico.”
“Sì, è vero, e la luce che vedevo nel sogno era fredda, artificiale, non era la luce del sole o di altro, ma qualcosa di costruito, una odiosa, piena di odio…”
“Come la nostra atmosfera.”
“Appunto… Sì forse, ma io vedevo soltanto la luce, non c’era altro e appena guardavo sotto, però, la luce scompariva del tutto, due mondi completamente estranei l’uno all’altro…”
“Ne hai parlato nel tuo colloquio di verifica del tuo stato psicofisico?”
Diotima alza gli occhi su di lui con una movimento radito del volto, poi riabbassa di nuovo al testa, il riflesso condizionato la richiama per un attimo alle regole di comportamnto, poi scrolla le spalle e riprende a parlare.
“Sì, ne accennai e chi mi fece il test non diede alcuna importanza alla cosa, disse che c’erano centinaia di sogni fatti durante i primi giorni prima e dopo la partenza, mi disse che erano la logica conseguenza di una scelta così radicale, niente di particolarmente interessante.”
“Non ne hai più accennato con nessun altro…”
“No, ne parlo con te ora, dopo tanto tempo, anche se non ho mai smesso di pensare a quel sogno, forse anche per qiesto motivo l’ho arricchito senza volerlo di particolari che non ne facevano parte, la memoria gioca brutti scherzi….”
Intanto sul fuoco qualcosa comincia a friggere e a spargere un aroma delicato per la stanza.
“Che stai cucinando?”
“Verdura mista con qualche spezia, ma se vuoi c’è pure della carne…”
“No, ti seguo volentieri, ho voglia di cose semplici…”
La tavola è apparecchiata, Diotima si siede e anche Galileo s’accomoda mentre lo sfrigolio della padella sul fuoco riempie la stanza di un’attesa intima e avvolgente.
“Era da tempo che non mangiavo con qualcuno qui dentro, nell’appartamento dico…”
“Sì, non è facile se uno vive solo… a parte Zeta 15, ma lui si nutre in altro modo, non abbiamo ancora insegnato anche a loro a mangiare come noi.”
Diotima scoppia a ridere “Certo almeno questo non riusciremo a farlo!”
“A volte penso che siamo davvero strani animali. Tutto cambia ma in fondo ci cuciniamo il cibo come centinaia di migliaia di anni fa e le protesi che costuiamo non saranno mai in grado di fare questo autonomamente, in fondo sono poche cose quelle che non riescono a fare…”
“Sì, la cosa più stupefacente è il linguaggio.”
“Se lo hanno imparato un po’ anche gli animali, tuttavia, vuole dire che in altro si radica la vita e del resto non ho mai creduto a quei filosofi che sostenevano che noi abitiamo il linguaggio, ridicolo!”
“Anche gli animali non sanno cucinarsi il cibo…”
Galileo l’osserva poi si rivolge alla padella sul fuoco e mescola le verdure, i colori si rivoltano e si scambiano di posto, dando vita a una composizione diversa a ogni rivolgimento, suscitato dal movimento dei due cucchiai di legno che Galileo maneggia con perizia.
“Già Levi-Straus e la sua prudenza.”
“Perché prudenza?”
“Beh, pensa a tutte le definizioni e ai tormentoni sulle differenze fra la specie umana e le altre, a tutte le ridicolaggini su linguaggio e pensiero. Lui invece, sobrio e umile nel dire che in fondo la differenza davvero visibile e certa fra noi umani e gli altri animali stava proprio nella nostra capacità di cucinare il cibo che mangiamo.”
“Ora che me lo fai notare lo ricordo, si vede che era un pensiero dentro di me senza che io ne fossi ancora cosciente.”
Intanto le verdure si sono afflosciate nella padella, ammorbidite, ma con tutto l’umore vivo delle loro secrezioni ben amalgamate dall’olio d’oliva che Galileo ha sparso parsimoniosamente con un’ampio gesto rotondo del braccio. Riversa rapidamente il tutto nei due piatti che Diotima gli porge, poi apre il frigorifero e ne toglie una bottiglia di vino bianco. Lo stappa con un rumore secco e le piccole bollicine salgono rapidamente come l’acuto di un soprano, per poi acquietarsi di nuovo, formando una collana sottile intorno al collo della bottiglia. Lo versa nei bicchieri con un gorgoglio lento e ridente, di piccola cascata. Brindano in silenzio e cominciano a mangiare.

martedì 19 gennaio 2010

Alessandro Carrera su L'epoca e i giorni

Qui di seguito il testo della recensione che Alessandro Carrera ha dedicato ai miei libri: L'epoca e i giorni, Sguardo di Transito e Lenti a distacco; il saggio è stato publbicato sulla rivista Gradiva.
Una doverosa precisazione: quando il saggio è stato scritto ero ancora redattore de La mosca di Milano.

Franco Romanò, L’epoca e i giorni. Poesie. Prefazione di Guido Oldani, Milano, Viennepierre Edizioni, 2008, pp. 80, 16 euro.

Per nulla presenzialista, e molto misurato nelle sue uscite, Franco Romanò si divide da tempo equamente tra poesia, prosa, critica e lavoro editoriale. Nato nel 1947 a Meda, vicino a Milano, è attualmente condirettore insieme a Maria Caldei della rivista letteraria “Il Cavallo di Cavalcanti” e redattore della rivista “La Mosca di Milano”. Il suo esordio come poeta avviene con Le radici immaginarie. Poesie 1983-1990 (Campanotto 1995), seguito dalle prose di Figure (Il Gatto dell’Ulivo 1996). Da allora, oltre ad alcuni solidi saggi su Eliot, Stevens e su poeti italiani contemporanei (ma ne ricordo anche uno, eccentrico quanto illuminante, sulla commercializzazione del mito di Che Guevara), Romanò ha pubblicato due singolari romanzi, Lenti a distacco (ExCogita 2003) e Sguardo di transito (Azimut 2005), e infine questa seconda raccolta di poesie, che chiude il cerchio aperto dalla prima e permette di tirare un provvisorio bilancio di vent’anni di scrittura.
Chi oggi percorra la superstrada Milano-Meda, un’unica conurbazione dove solo i cartelli stradali indicano il passaggio da un comune all’altro, non può immaginare che quarant’anni fa Meda era ancora un paese di campagna, parte di una Brianza attaccata a Milano e insieme lontanissima per ritmi e cultura dalla vita cittadina. Quando Romanò scrive, ne Le radici immaginarie, “...noi / tornati muti nel grembo delle madri: / rinasceremo altrove? / Non sono forse queste le radici? / Astratte dita instabili sbocciate / dagli scarti? Non troveremo forse / nelle discariche vita ed altra linfa?”, e quando evoca ricordi di famiglia collocati su uno sfondo ormai pietrificato, coglie con precisione antropologica, oltre che poetica, l’immenso sommovimento che ha tolto di mezzo la vita contadina brianzola forse solo un momento prima che quella stessa vita potesse arrivare a presentarsi da sola, a legittimarsi con le sue stesse forze davanti all’implicito tribunale cittadino. Come in Guido Oldani, qui autore della prefazione, quella di Romanò è una poesia della ex-campagna diventata periferia, riflessione su uno sradicamento tanto più definitivo quanto meno appariscente. A confronto con gli sciami continentali che oggi ci attraversano, sembra impossibile, perfino ridicolo, che i pochi chilometri tra Meda e Milano possano celare un tale sconvolgimento. Eppure è così, e per poterlo raccontare Romanò ha dovuto immaginare un alter ego narrativo, antropologo di professione, al quale viene affidato il compito di andare a studiare i brianzoli, dai quali lui stesso proviene, come una strana e incomprensibile tribù stabilitasi a poche leghe dalle mura della città. È uno dei temi di Lenti a distacco, romanzo che illustra fino in fondo la contraddizione nella quale si muove il suo autore. L’empatia, l’appartenenza, la discendenza familiare, le storie della guerra sentite da bambino, nulla basta più per colmare il fossato. Il contadino meccanizzato e inurbato è irrappresentabile tanto a se stesso quanto agli occhi di chi vive in città. Solo proteggendosi dietro lo statuto dell’antropologia (scienza peraltro sui generis) Sergio, il protagonista, trova il coraggio di lanciare uno sguardo e cercare di capire che cosa è successo. Solo così può creare il “distacco” tra l’immagine e la retina menzionato nel titolo, necessario per non ritrovarsi troppo coinvolti e dunque incomprensibili anche a se stessi. Le storie del mondo contadino e ora industriale che Romanò incastona in Lenti a distacco hanno un nitore e una secchezza decisamente superiore alle parti in cui è raccontata la vita quotidiana dell’antropologo Sergio e della sua inconclusa storia d’amore con l’esigente Ginevra. Anche l’apparizione finale della passante miracolosa che viene a salvare Sergio dalla solitudine ha il sapore di una favola voluta più che di una possibilità narrativa implicita nella struttura del libro. Ma le pagine in cui il personaggio detto il “tedesco” svela come ha fatto a sopravvivere ai partigiani, o l’apparizione dell’imprenditore misterioso, brianzolo upgraded, 2.0, circondato dalla sua corte di schiavi al computer e cani in calore, impasto di indifferente ferocia, fiuto per gli affari e carità pelosa, non si dimenticano facilmente.
L’opera di Romanò è un tutto unico, nel quale la distinzione tra prosa e poesia è meno importante dell’esigenza di fondo, che resta comunque “poetica” ed è in fondo riassunta dal tema delle radici immaginarie. Sono quelle che eludono Giano, nuovo alter ego e protagonista del romanzo di viaggio Sguardo di transito, nella sua frustrata ricerca di un’altra forma di “distacco perfetto”, di una nicchia tra partecipazione e disimpegno, tra la political correctness del viaggiatore sempre bene informato, sempre giudizioso e sempre rispettoso, e insieme la voglia inconfessata e repressa di trasgredire una buona volta e non pensarci più. Qui è messo in opera l’orecchio antropologico, oltre che lo sguardo. I dialoghi casuali con compagni di viaggio e tassisti, nonché con le femmes non esattamente fatales incontrate nel Lesotho, a Parigi o a Cuba (il miracolo della passante non si ripete, e non è un bene per Giano ma è un bene per il libro), sono riportati anche nelle battute più insignificanti, e rigorosamente in lingua originale (spagnolo, inglese e tedesco). Il procedimento, che risulterebbe esasperante in un altro contesto, qui invece appare, se non proprio accattivante, pienamente giustificabile. È tutto parte del tentativo di Giano di realizzare un’antropologia di se stesso, una fenomenologia del proprio “essere nel mondo” allo scopo di porre un misero argine a uno sradicamento ormai irrimediabile.
È in questa chiave che va affrontato L’epoca e i giorni, titolo esodiano e impegnativo di una raccolta di poesie che in parte potrebbero essere state scritte dal Giano di cui sopra durante i suoi vagabondaggi. Parto dall’ultima composizione, che inizia con: “Non scrivo su ordinazione della storia / neppure mi ritiro dall’agone...”. Su ordinazione della storia certamente no, per quanto il percorso iniziato da Romanò miri precisamente alla storia, e dunque all’epica. Casomai l’ordine viene dalla geografia, dalla necessità di segnare sulla mappa interiore il passaggio del Reno e della Mosella, l’ultima residenza di Trotzky a Città del Messico, Cipro, Rodi e l’apparizione di un ovviamente pasoliniano Alì dagli occhi azzurri nel Maghreb. In parte sono luoghi che l’autore ha già esplorato in prosa, e l’averli incontrati in forma più distesa ne diminuisce l’impatto poetico. Ma il libro riserva altre riuscite. Romanò raggiunge risultati poetici più sicuri quando rovescia il cannocchiale e usato la poesia per guardare e guardarsi da vicino. Più ancora che Roma e Napoli, l’Appennino e la Liguria (per quanto la lirica che inizia con “Sempre ci partoriva l’Appennino / nella conchiglia verde...” sia particolarmente riuscita), direi che sono le poesie “milanesi” a cogliere maggiormente nel segno. Mai arrivano i tram di Guido (nel quale nome penso si possa intendere il Guido Oldani prefatore della raccolta) è forse la migliore dell’intera raccolta, o almeno è la mia preferita, quella dove più che altrove il bisogno di evocare o la necessità di illustrare lasciano spazio a un immediato dire: “Mai arrivano i tram di Guido / oppure cambiano direzione; / ma lui prima o poi ritorna, / la rotta immaginaria / non è una fantasia senza piedi / ma traccia, suono, mano che si affida / al soffio del vento e con le dita / modella un arabesco / dove la rotaia porta / eserciti d’automi al capolinea”. Impostato il tema nella prima strofa, l’autore passa nella seconda a sviluppare la comparazione significativa, realizzando cosi un moderno, stilizzato madrigale: “Così sono i pensieri dei poeti / sciamano senza meta e arrivano / obsoleti al mercato degli usi / ma scolpiscono ogni giorno i volti / che li ospitano, come Dèi barbieri / così che sempre nuovi si aggirano, / alberi semoventi / che portano nei cerchi sovrapposti / il peso d’ogni età e risplendono / leggeri a ogni primavera / nuovi nati a un parto misterioso”. Qui non c’è più distacco, né il timore di non saper cogliere l’immagine. L’antropologo, come in fondo doveva essere fin dall’inizio, ha esaurito il suo compito e cede il passo al poeta.

Alessandro Carrera
University of Houston

venerdì 15 gennaio 2010

Agenda di scrittore: romanzo

18 Novembre. Sono sicuro di concludere oggi la lettura. Mi prende quella particolare stanchezza che precede il momento in cui qualcosa sta per finire. Leggo con minore intensità, mi alzo più frequentemente dal tavolo, giro per la casa.

20 Novembre. Ho acceso il forno della scrittura; anche questo è un resistere ai tempi.

24 Novembre. Si parte sempre per questo… perché non si ha più speranza, solo che ci sono momenti della storia in cui partire ha ancora un senso perverso di propulsione positiva, almeno nel senso che le energie che fuggono seminano altri mondi, lasciano semi sui campi decotti delle civiltà morenti… È questo che fece partire i due fratelli, oggi si parte per necessità, quasi presi alla gola dalla storia…

25 Novembre. Ho atteso per tutta la mattinata d’iniziare a scrivere qualcosa, ma non ci sono riuscito. Il video si riempiva di parole che non mi appartenevano e neppure ai personaggi che avevo in mente; sembravano emergere in superficie da un luogo dislocato fuori di me ma non dove la mia immaginazione avrebbe voluto collocarle; mi sembravano atolli alla deriva. Tutto assomiglia ai tempi che viviamo.

26 Novembre. Nulla di importante.

27 Novembre. La mia testa è disperatamente vuota; l'immagine stessa del forno acceso mi dà fastidio. Cosa significa assumersi la responsabilità dei tempi? Freud afferma che siamo responsabili dei nostri sogni, se non altro perché siamo noi ad averli fatti. È una constatazione banale dalle molte implicazioni. Tutto ciò che facciamo in stato di coscienza implica la nostra responsabilità. È così ampio il campo che basterebbe e avanzerebbe anche! Se poi siamo pure responsabili dei nostri sogni…

28 Novembre. Ho letto tutta la giornata.

29 Novembre. Frugando fra le videocassette ho ritrovato il vecchio Dottor Stranamore. A rivederlo dopo tanto tempo di rimane colpiti dalla chiaroveggenza di Kubrik e anche dalla lucidità e competenza con cui mette in scena la stupidità militare. Ciò che impresisona in lui, a cominciare dai primissimi film, è la sua capacità di mettere a fuoco un tema, studiarlo con una pazienza da certosino, farne oggetto di un film e poi non ritornarci più sopra, tanto era stato capace di esplorarlo in profondità. Infine la bravura di Peter Sellers, una bravura per certi aspetti misteriosa, una capacità mimetica straordinaria che ha pochi altri paragoni. Sellers inquieta perché dietro la sua madchera s’intrasvede sempre un mistero insondabile, forse la ptragedia stessa dell’attore, costretto ad assumere tutte le identità tranne la propria. Il cinema in cui lavorava un attore come lui era ancora universale, agli attori si chiedeva meno specializazione, mentre oggi interpretano tutti dei clichè seriali, a parte lodevoli eccezioni. Sellers è entrato in ogni tipo di personaggio, dai più comci e strampalati come l’Ispettore Clouzot, al cretino geniale di Oltre il giardino ecc. ecc., la lista sarebbe lunghissima.

30 Novembre. Dal piccolo crogiolo di ieri è emerso un altro capitolo; non ne sono del tutto soddisfatto, ma non importa, ciò che conta a volte a fare dei piccoli passi avanti, distillare dalla mano, nella poca acqua che si ha a disposizione in un deserto senza scampo, l'esile filo d'erba di una nuova creazione.