mercoledì 31 marzo 2010

Agenda di scrittore: romanzo.

22 Marzo. La fase d’esaurimento sta finendo; il forno è sempre acceso e il tarlo della scrittura comincia a rodere di nuovo.

23 Marzo. Scribacchio, ma non è attinente al romanzo.

25 Marzo. Continuo a scrivere, comincia a delinearsi una nuova fase; la svolta è in quel sogno a occhi aperti di ieri pomeriggio che ha insinuato qualcosa nella scrittura. Torna la voglia di poesia, come se dal fiume romanzesco avessi bisogno di ritagliare un'oasi di tranquillità. E torna la voglia di leggere. O forse è semplicemente Roma con la sua storia stratificata, dalla quale sfuggono, come illuminazioni improvvise, squarci visionari dal flusso della narrazione prosaica del mondo; è bello abbandonarsi di nuovo alle strade interiori che la città lascia dentro di me, a ogni visita che si ripete ai suoi luoghi magici. La prossima volta saranno l’Appia Antica e il Parco dell’Appio Claudio.

27 Marzo. È iniziata una lunga mossa diversiva, che nasconde qualcosa di grosso. L'orizzonte del romanzo si è ritirato dentro di me, al di sotto di una linea di consapevolezza: la scena è tenuta da altri attori.

3 Aprile. La ricognizione dei capitoli già scritti mi ha riportato al romanzo, ma so che per il momento non scriverò nient’altro. Bisogna sapersi arrendere al silenzio interiore e al vuoto; anche se esso sgomenta e impaurisce. Saper guardare immobili il baratro, come un vecchio santone indiano: è questo l'unico modo per difendersi dal senso di privazione e trasformare l’horror vacui nel vuoto buddista, che è un’ampolla dell’accoglienza. Chi scrive è sempre nel mezzo di una rivoluzione e l'urto contrastante di varie forze, spingono la corrente in una direzione e poi in un'altra. Che fare allora quando ci si trova nel mezzo? Assecondare gli eventi, stare un gradino al di sotto della cresta dell'onda, pronto a domarla ma senza resistere. Lasciarsi guidare per guidare, non agire per agire. A volte l'onda ci sbatte a riva violentemente e allora è l'esausto silenzio della morte apparente.

5 Aprile. La crisi economica dilaga come un’infezione, l’illusione dei correttivi, la boria di criminali arroganti che hanno pontificato d’economia dalle cattedre universitarie raccontando favole per anni, si riversa come sempre sulla povera gente, su interi popoli ridotti alla fame. Ci sono premi Nobel come Milton Fridman, ai quali dovrebbe essere ritirato tutto, dalla cattedra all’emolumento: se un ingegnere avesse costruito un ponte sbagliando i calcoli nel modo grossolano con cui li hanno sbagliati i Chicago boys dell’economia, sarebbe condannato alla galera per anni. Invece le canaglie di Chicago continuano a sfilare e a pontificare, forse con un po’ di paura quando si presentano ai loro ricevimenti mondani e temono di essere sequestrati come accade in Francia… poi ci sono le macchiette, i servi di turno fra cui abbondano i comunisti pentiti. Uno di questi nani i giorni scorsi ha scritto su uno dei tanti inutili giornali che teme il ritorno del terrorismo. Non ne dico il nome perché non hanno individualità questi uomini e non meritano pubblicità; sono cloni di un modello, exempla di una produzione seriale di argomentazioni fasulle, scritte nel linguaggio delle veline governative globalizzate, veicolate dal minculpop imperiale attraverso i suoi canali televisivi e i suoi giornali. Per loro naturalmente il problema non sono i milioni di disoccupati, delle famiglie ridotte sul lastrico dai terroristi che governano l’economia mondiale; temono altro e lo dicono così, senza mediazioni, il conflitto sociale per loro è questo, parole o espressioni come ribellione di massa all’ingiustizia non fanno più parte del loro miserrimo vocabolario di 250 parole televisive e giornalistiche. Non esiste specie peggiore in circolazione di questi ex comunisti: o mai stati comunisti come sarebbe meglio dire.

8 Aprile. L’inflazione e il dissolvimento dell’economia di carta (e purtroppo anche di quella reale), cui assistiamo quotidianamente, hanno un loro riflesso evidente anche nel mondo dei libri. Tutte le case editrici tagliano collane e libri, la pletora di carta inflazionata dovrà per forza di cose ridursi e questo è un bene. Esiste una cultura di carta, nel senso nominale del termine, alimentata dall’editoria a pagamento che vive sul povero narcisismo di soggetti depauperati e spolpati moralmente, prima che economicamente. Questo raddoppiamento sovrastruttrale rappresenta a livello simbolico ciò che la panna montata finanziaria rappresenta per l’economia: entrambe non valgono nulla.

11 Aprile. Che cos’è l'idea? Questa domanda ogni tanto ritorna ed esige che le si risponda, anche qualora lo si sia già fatto in passato. Essa è prima di tutto una scelta e quindi una costrizione, perché scegliere non significa soltanto dire sì, ma anche dire no a qualcosa d’altro.

12 Aprile. Uomini completamente soddisfatti di sé esistono solo come metafore letterarie e sono caricature di Candide. La scrittura non ha a che fare con questo più di tanto; se mai altre sono le distinzioni… Vi sono esseri umani in grado di accedere alla scrittura e ad altri mezzi espressivi e ve ne sono altri che non possono nemmeno pensare di farlo essendo completamente immersi entro il cerchio della dura necessità vitale. Anche fra costoro ci sono naturalmente artisti spontanei, narratori prima di tutto, ma anche poeti di strada nel senso migliore del termine e cioè legati all'oralità, alla festa, come avveniva (e talvolta avviene ancora) in Italia con gli stornellatori toscani e romani. Dopo la scomparsa del racconto orale a loro rimane il folklore, poi è giunta la cultura di massa che di nuovo modificato le cose. L'accesso alla scrittura è cresciuto in modo esponenziale per cause che sono sociologiche e auto terapeutiche e che hanno poco a che fare con la necessità, intesa come fattore artistico. La distinzione naturalmente non è semplice… e poi forse i fenomeni inflattivi sono connaturati a una civiltà che corre a velocità vertiginosa verso il caos entropico e la propria dissoluzione.

15 Aprile. Dunque non vi è rapporto fra scrittura e insoddisfazione? No, tuttavia l'equazione banalizza un problema vero ma che andrebbe posto rovesciando la questione e domandandosi invece se la scrittura, in quanto è un prendersi cura di sé che vuole diventare un prendersi cura di tutti, non abbia proprio quel valore di coscienza collettiva del limite e del mistero, senza i quali la vita di tutti cade nell'abisso dell’horror vacui. È il simbolico a mediare fra la bruta realtà (il peso del mondo) e la reazione pavloviana che si manifesta come altra faccia della medaglia, in una serie di agiti - secondo la definizione psicanalitica del termine e cioè di acting out - che impediscono l'accesso psichico alla trasformazione. Il simbolico non cura una malattia; è terapeutico nel senso che con il suo tramite si costruisce il sé positivo di una comunità. Esso corrisponde, nell'adulto in quanto persona che si è individuata e collettivamente in quanto organismo sociale, alla costruzione che il bambino produce grazie al gioco di fantasia. Infatti, come ha intuito Winnicott, il bambino mentre gioca non cura una malattia, ma costruisce la possibilità di svilupparsi come essere pienamente umano.
Tuttavia, per uno scrittore, la cosa non finisce qui; perché la scrittura è anche una malattia, o un vizio, è stato detto. E poi per scrivere come per esprimersi o fare gli attori bisogna essere dei bei narcisi... E allora chi ha ragione? Oltretutto nel '900, specialmente negli ultimi venti anni, le commistioni fra arte terapia e altro sono state praticate anche da autori di rango: lo pseudo teatro di Grotowsky, per esempio, ma gli esempi potrebbero essere molti di più.

18 Aprile. Ciò che è accaduto ieri determinerà sicuramente il modo di procedere del romanzo. La sensazione è molto piacevole, ma non intendo rimettermi subito a scrivere; ho bisogno di rientrare in quel mondo lentamente.

19 Aprile. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiata l’atmosfera; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno semplificate, rese più essenziali.

20 Aprile. Al finale, in effetti, mancava qualcosa.

22 Aprile. È tempo di scritture frammentarie, poco adatte al fiume della narrazione. La lettura sostituisce in parte la scrittura, per un altra parte sono le serate trascorse insieme agli amici, grandi avventure dello spirito in cui lo scambio avviene attraverso la parola che non lascia tracce ma costruisce eventi memorabili, cui non siamo più abituati. Non mi par vero sia tornata questa stagione, quella in cui la verità, per dirla con Stevens, è un giro sul lago.

25 Aprile. Il mio giro sul lago di questa sera è un cous cous, preparato da me, per due amiche che ho invitato a cena.

giovedì 18 marzo 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo ventitreesimo

CAPITOLO VENTITREESIMO.

S’alza presto Gunther e si prepara la colazione; sempre più perplesso, non si spiega il silenzio di Johann. Proprio in quel momento il campanello suona due volte con trilli lievi: è il segno convenzionale. Nella foga d’alzarsi rovescia la tazza ma non si ferma a pulire. Johann entra e i due s’abbracciano.
“Ti ho sentito ieri, ti ho sentito, accidenti mandavi messaggi di un’intensità fortissima; dovresti stare attento a non abusare della telepatia, e per un tempo così lungo poi.”
“Non ne abuso infatti, ma non avevo altra scelta. Non volevo usare il telefono e quando ti avrò detto tutto forse mi darai ragione; ma tu perché non hai risposto…”
“Sei matto? Credevo tu fossi ancora dentro, che ne sapevo che eri qui… potevamo essere intercettati, capivo dall’intensità dei tuoi messaggi che c’era qualcosa di grave…”
Gunther aggrotta la fronte senza parlare, poi guarda di nuovo l’amico, con uno sguardo di sgomento e perplessità… Johann si mette a ridere.
“Non prendertela Gunther, forse sono stato troppo prudente, ma va bene così, qualcosa mi dice che abbiamo avuto sensazioni comuni negli ultimi tempi e così ho preferito telefonarti nella struttura questa mattina, con una scusa plausibile; sono stati loro a dirmi che eri in permesso e a quel punto ho capito perché avevi usato la telepatia, ma ho preferito venire direttamente…”
“Certo, i flussi telepatici si possono intercettare solo se s’individua il ricettore…” dice Gunther come sopra pensiero, poi guarda di nuovo l’amico, come se solo allora abbia afferrato il senso delle sue parole...
“Ma allora...”
“Si avevo anch’io qualche sospetto da un po’ di tempo, ma non volevo interferire con i tuoi, volevo capire la gravità della tua sensazione senza darti motivo di conferme, almeno in quel momento; non era solo la paura di essere intercettato...”
“Dunque anche tu pensi ci sia qualcosa che non va”.
“Ne hai parlato con altri?”
“No, volevo prima discuterne con te”.
Johann si stira allungando le gambe, mette le mani dietro la testa e comincia a dondolare con il busto avanti ed indietro, torcendo le labbra. È il suo modo preferito di riflettere e Gunther lo sa; vedendo l’amico in quella posa si sente rassicurato perché è certo che sta prendendo sul serio i suoi sospetti; ma subito dopo quella sensazione si tramuta in sgomento. Dunque è proprio vero, la vita sulla Bolla è minacciata da qualcosa o da qualcuno. Versa da bere.
“Non siamo i soli ad avere questi sospetti…”
“Pensi ad Alice?” gli fa eco Johann.
“Sai già della sua morte allora…”
“Sì, ma non corriamo, sembra un incidente…”
“Vedrò di saperne di più comunque.”
“La conoscevi?
“No, per lo meno, non bene; sai anche tu che ci si conosce tutti prima o poi. Conoscevo bene suo marito, prima che divorziassero.”
“Sai nulla di un fratello?”
“Fratello? Sei sicuro che ne abbia uno?”
“No, ma ieri a pranzo, mangiando nella trattoria del paese al tavolo accanto al mio era seduto un tizio che le assomigliava in modo impressionante; se non era un suo sosia al maschile, non saprei chi potesse essere.”
“Perché non gli hai parlato.”
“C’era qualcosa che non mi piaceva in quell’uomo, mi guardava in modo strano...”
“Non pensi di esagerare un po’ adesso? Mostrami il biglietto forse c’è qualche particolare che ti è sfuggito.”
Johann esamina attentamente il biglietto lasciato da Alice.
“Niente, è un messaggio laconico, senza particolare enfasi, niente che si possa anagrammare o altro.”
Sigfried compare in quel momento, assonnato. Saluta Johann e si mette a frugare nel frigorifero in cerca di qualcosa da mangiare, ma Gunther nota che il ragazzo cerca di seguire la loro conversazione e questo lo rende di nuovo nervoso. Sigfried beve un poco di latte direttamente dal contenitore, poi ritorna nella sala dove loro stanno parlando e s’avvicina alla scrivania; Gunther lo vede afferrare un foglietto e uscire dalla stanza. Decide allora di affrontarlo:
"Mi stai nascondendo qualcosa!"
Il ragazzo s’arresta e mette sul tavolo il biglietto che s’era messo in tasca.
"Va bene." E preso un bicchiere di birra si siede sul divano accanto a Johann. Poi tira un respiro di sollievo…
"Bene, vogliamo mettere un po’ d’ordine nei nostri sospetti?”
Sigfrid tace ma invita il padre a dare un’occhiata al biglietto. Si tratta della ricevuta riguardante la documentazione sul suo ultimo controllo. Gunther e Johann aggrottano la fronte e si guardano interrogativamente.
“La Passini aveva telefonato chiedendo di te; voleva sapere se eri già tornato. Mi parve strana la richiesta anche perché era lei che poteva saperlo, visto che fa parte delle Strutture. La seconda richiesta fu ancora più strana: mi chiese se poteva dare un'occhiata alla documentazione sul controllo precedente."
“E tutto questo quand’è successo?”
“Due settimane fa, perché?”
“Lei non poteva sapere che sarei rientrato prima, ho chiesto un permesso.”
“Forse ti aveva chiamato senza trovarti.”
“È impossibile, quando siamo dentro le Strutture ci trovano subito.”
“Beh, è una prassi normale, noi siamo supervisionati dalla Struttura Parallela...”
“E chi ti doveva controllare?”
“Proprio lei, Luce Passini, un’italiana, neuro psicologa credo... È il mio terzo controllo da quando partimmo.”
“E che domande fanno?” Gunther questa volta prende tempo, visibilmente a disagio.
“Ti rendi conto di quello che mi chiedi? “
“Si, me ne rendo conto; ti sto chiedendo di violare le regole.”
“Posso almeno chiederti se questi controlli hanno una periodicità?”
“Sì più o meno.”
Gunther si lascia di nuovo andare sul divano e scuote la testa.
“Mi sto comportando come un idiota, forse la cosa è andata già avanti senza che io me ne accorgessi...”
“Lascia perdere, mi vuoi almeno rispondere sulla periodicità?”
“Sì sì, scusami.”
Si alza e fruga in un cassetto, quello in cui Sigfried aveva messo i messaggi e altre carte. In una cartellina vi è la ricevuta del suo ultimo incontro con la Struttura Parallela. La trova facilmente.
“Qualcosa che non va, allora?”
Johann gli legge la data, s’accorgono che vi è una differenza di tre mesi fra i due ultimi incontri, mentre fra il primo e il secondo vi era una perfetta corrispondenza di date.
“Johann, abbiamo messo le mani su qualcosa di grosso, ne sono sicuro.”
“Si credo che tu abbia ragione... ma cosa esattamente?, questo è il punto... Anche tu non mi hai detto ancora nulla dei tuoi sospetti."
“E anche tu dei tuoi."
“Già penso proprio che dovrò violare le regole, ma non ora e non qui, bisogna che ci prendiamo tutto il tempo e la calma necessari e dobbiamo farlo in condizioni di massima sicurezza.”
“C’è dell’altro…” La frase perentoria e sospesa che Sigfrid, fino ad allora silenzioso, getta nel mezzo della loro conversazione, li ammutolisce. Si voltano verso di lui.
“Non volevo che tu m’impedissi di fare una certa cosa...”
Johann e Gunther si guardano preoccupati.
“Ieri sera… Sono uscito con i miei amici, ma... non ti ho detto perché…”
Gunther lo guarda con orgoglio e paura e Johann non può trattenere un sorriso.
“Allora, vuoi dirci tutto adesso?”
“Calma, calma, con calma e specialmente, a tavola, fatemi almeno fare colazione.”
Si recano tutti e tre nella sala da pranzo dove Sigfried comincia a raccontare.
La sera prima lui e i suoi amici avevano fatto un sopralluogo dov’era avvenuto l'incidente che aveva causato la morte di Alice e avevano fatto, secondo loro, grandi scoperte. Avevano visto i segni della frenata, ma seguendoli a ritroso, s’erano accorti che iniziavano ben tre curve prima dell’impatto con il guard rail e continuavano per circa un chilometro di strada, un tratto troppo lungo per pensare a un colpo di sonno, oppure a uno sbandamento improvviso dovuto all’alcol. L’auto aveva accelerato di colpo e aveva continuato finché non era uscita di strada.
“Era inseguita… ecco il perché.”
“È quello che abbiamo pensato anche noi.”
“Alice non guidava spericolatamente, ecco perché non ha retto a quella velocità.”
“Oppure s’è trovata davanti un ostacolo, stava correndo perché aveva scoperto qualcosa...”
“Un’ipotesi vale l’altra, non é questo ciò che conta...”

mercoledì 10 marzo 2010

Agenda di scrittore: romanzo.

6 Marzo. Fatico a riabituarmi ai ritmi romani, che ancora non mi appartengono del tutto… e poi ci vuole sempre un po' prima che il tempo reale si ricongiunga a quello interiore. C'è un proverbio arabo per dire tutto questo…

7 Marzo. Il telefono mi riporta alla realtà. Un’amica m’invita a un giro per Roma domani. Ne avevamo parlato molte volte in passato, abbiamo interessi comuni per i monumenti, sia quelli noti, sia altri che sono fuori dai circuiti turistici. Mi aspettavo di tutto ma non che me lo proponesse proprio l’otto marzo. Glielo dico e lei si mette a ridere, mi risponde che l’appuntamento con le amiche ce l’ha in serata. Visto che è un mezzo giorno di festa per lei ha pensato che fosse proprio il momento adatto. Ne sono entusiasta, domani si gira per Roma!

8 Marzo. Mi alzo presto. Si comincia dal San Carlino alle Quattro Fontane, una chiesa bellissima, un autentico gioiello frutto della collaborazione discorde di Bernini e Borromini, due uomini diversi, forse incompatibili, ma che in questo cammeo hanno saputo trovare un equilibrio fra la geometrica precisione delle linee di forza del primo, con il gusto del fronzolo e dell’abbellimento, in cui fu maestro il secondo. Eppure fra i due era il Bernini il più frivolo, vicino com’era al potere, sensibile al fascino del denaro e della corte, mentre il depresso Borromini s’aggirava inquieto, impacciato e pure maledestro in quegli ambienti. O forse il barocco si spiega, come è stato detto, anche con il vuoto interiore e la necessità di riempirlo, anche se questa visione appare incongruente se la rapportiamo a un altro maestro di poesia barocca come Gongora. Forse sono i tempi che piegano le menti e i cuori a necessità che sono nell’aria e che gli artisti sanno cogliere da par loro, forse al di là della loro stessa volontà. A noi che di tutto questo possiamo leggere solo nei libri rimane la gioia della contemplazione.
Scendiamo lungo via Venti settembre fino al Quirinale, per avvicinarci a poi a piazza del Gesù, con la sua chiesa maestosa, quasi imponente, a ridosso di quella che fu la sede della Democrazia Cristiana e della massoneria. In compenso la chiesa è piena di simboli ebraici, mi fa notare la mia amica, a cominciare dalla Menorah e io penso che in questa piazza ci deve essere qualcosa di più di una casualità in atto, vista la concentrazione di tre poteri molto diversi. I gesuiti, mi fa notare la mia amica, sono semrpe stato più aperti, anche nei confronti degli ebrei, forse per una questione di brillantezza intellettuale dico fra me e lo ripeto anche a lei. Già forse, o forse è la storia sotterranea… quella che si mostra qui e là e che poi torna a nascondersi, oppure deve essere seguita come fa un segugio con le tracce. Ora che la riconciliazione fra ebrei e cristiani sembra avere imboccato la strada del non ritorno, penso che ciò è forse dovuto al revival in grande stile di una religione veterotestamentaria: il regno dei figlio assomiglia ormai in tutto e per tutto al regno del padre, come fi rappresentato in quello smagliante film di Lars von Trier: Dogville. Una pellicola spietata e irridente, sarcastico e feroce nella sua denuncia.
Fianiamo a Trastevere e non capisco perchè mai certi romani lo ritengano un quartiere troppo turistico. È una bella giornata di sole e vi si respira un’aria così romana e popolare. Pochissimi i turisti, le botteghe aperte le vie strette, solo sulla Lungaretta qualche passante in più. Dopo una breve sosta in San Franceso a Ripa ci rifugiamo in una bella trattoria tipica.

9 Marzo. Dopo una giornata come quella di ieri subentra la necessità di riflessione. Vista e cuore si sono impregnate d’immagini, ora bisogna lasciare che s’impressionino internamente e che poi esplodano, diano vita ad altre immagini-parole.

12 Marzo. Qualcosa comincia a nascere: la prima immagine che richiede la parola è quella di una piazza in cima all’Aventino, da cui si vede San Pietro. Chissà perchè dal momento che si tratta di una visita avvenuta tempo fa; ma la memoria ha i suoi labirinti e vai a capire come diavolo ci si muove dentro di essi.

13 Marzo. Continuo a scrivere, comincia a delinearsi una nuova fase; la svolta è in quel sogno a occhi aperti di ieri pomeriggio che ha insinuato qualcosa nella scrittura. Torna la voglia di poesia, come se dal fiume romanzesco avessi bisogno di ritagliare un'oasi di tranquillità. E torna la voglia di leggere. O forse è semplicemente Roma con la sua storia stratificata, dalla quale sfuggono, come illuminazioni improvvise, squarci visionari dal flusso della narrazione prosaica del mondo.

19 Marzo. É iniziata una lunga mossa diversiva, che nasconde qualcosa di grosso. Apparentemente l'orizzonte del romanzo si è ritirato dentro di me, al di sotto di una linea di consapevolezza: la scena è tenuta da altri attori. È l’eco della passeggiata romana, un’eco lungo, smagliante…

20 Marzo. Era da tempo che non passeggiavo per i Fori Imperiali con il passo dell’ozio, senza mira alcuna, se non quella di lasciarsi prendere casualmente da ciò che s’incontra, anche se era già successo… ma l’affaccio dal Palatino sul Circo Massimo non lo ricordavo.

21. Marzo. Il viaggio per Roma continua, questa volta da solo; ormai so che devo assecondarlo senza lasciarmi distogliere. Torno nella Suburra un anno dopo; torno nel quartiere più antico di Roma, quello in cui Giulio Cesare aveva la casa, una dimora povera per un uomo del suo rango, che pure aveva, alla fine della sua ascesa politica, ville un po’ ovunque ma non volle mai rinunciare alla casa nel quartiere più popolare dell’Urbe. Ne distrusse soltanto una delle sue ville e mi sono sempre domandato il motivo: quella del lago di Nemi… Qui nella Suburra sembra di poter respirare l’aria che respirò anche lui: le vie strette, incassate in basso, sotto il livello stradale di Via Cavour; l’unica parte della città antica in cui si è conservato, ancora visibile, lo strato originario, o qualcosa che gli assomigli. L’illuminazione bassa fa il resto, crea angoli bui del tutto particolari, sinistri come lo dovevano essere allora, l’irregolarità del tracciato stradale, le impennate improvvise e i cunicoli fanno venire alla mente congiure e ritorni notturni, taverne, donne di strade, popolo che vive fuori, quel brulicare misterioso della vita quotidiana che sentiamo nonostante la lontananza nel tempo. La vita quotidiana a Roma, è ancora tutta qui, raggrumata in sé in tutti i suoi strati.

venerdì 5 marzo 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo ventiduesimo.

CAPITOLO VENTIDUESIMO.

Non c’è nessuno in casa; non era atteso e non ha chiamato. Sul tavolo ci sono alcuni fogli, uno anche per lui. È di Alice, una collega giornalista che lavora nella Struttura Parallela. Anche lei, in modi scherzosi, scrive di avere colto qualche stranezza durante gli ultimi tempi e vorrebbe parlargliene…
Non vuole chiamare Johann, tanto meno Alice. Sa come cercare l'amico usando modalità non convenzionali; nonostante siano dispendiose fisicamente; decide di attuarle. Si distende sul divano, si concentra finché non cade in una sorta di trance controllata; in quello stato pensa intensamente al suo amico. Presto comincia a sudare e cadere nel delirio: chiama più volte il nome dell’amico, cercando di fargli pervenire un messaggio telepatico sub cosciente. Rimane un’ora in quello stato finché non sente che le forze gli stanno venendo meno. S’addormenta e, al risveglio il suo corpo freddo; è la reazione normale a quella pratica così intensa e faticosa. Si copre con un pleid e s’accovaccia sul divano. Presto s’appisola di nuovo e quando mezz’ora più tardi si risveglia nessuno si è fatto vivo, né Johann ha cercato di rispondere al suo messaggio. Si veste in fretta ed esce.
Discende la collina e raggiunge il giardino. Manuel, il giardiniere, sta smettendo proprio allora di lavorare per la pausa di mezzogiorno. Si salutano con un cenno della mano. Gunther nota che alcuni alberi sono cresciuti, forse troppo per il poco tempo trascorso dall’ultimo soggiorno… Rientra in casa incerto sul da farsi; non riesce a capacitarsi del silenzio di Johann, ma non ha più voglia di restare in attesa, perché la trance telepatica lascia uno strascico di profonda agitazione che impedisce sia il riposo sia il lavoro. Ha bisogno di svagarsi per assorbire l’energia incontrollata che lo tiene sveglio, ma non vuole chiamare nessuno, temendo di trasmettere la propria inquietudine. Vicino alla sua villa c’è un villaggio accogliente con due trattorie.

Ordina un primo, un secondo e dell’acqua minerale, si distende sulla sedia, stirando le gambe e guardandosi attorno. Davanti a lui una coppia è in attesa del cibo. L’uomo gli sta di fronte, ma tiene il capo abbassato perché sta leggendo un giornale; lei, una bionda dai tratti gentili, mostra il profilo. Quando l’uomo alza la testa Gunther ha un sussulto: assomiglia in modo impressionante ad Alice, potrebbe esserne il fratello gemello. Lo guarda e l’altro, sentendosi osservato, risponde dopo un po’ con un riflesso tipico del sistema rettile; ruota la testa in varie direzioni per capire chi lo sta puntando.
Gunther distoglie subito lo sguardo, ma si accorge, in tralice, che l’altro lo ha identificato. Non alza la testa ma percepisce che l’uomo lo sta osservando; poi lo vede alzarsi e allora rivolge di nuovo gli occhi in direzione del suo tavolo. La donna si gira in quel mentre e i loro sguardi s’incrociano. Lei lo fissa per qualche secondo, ma Gunther ha la certezza che non vi sia nulla d’indagatore nella sua espressione: segno che l’uomo non le ha detto nulla e non le ha neppure trasmesso in altro modo le sue sensazioni. Lui torna al tavolo e i due cominciano a parlare fitto fra loro. Ne approfitta per osservarli; forse la somiglianza con Alice è solo una coincidenza, ma la sua inquietudine cresce.
L’arrivo del cibo lo distoglie momentaneamente dalle sue ipotesi e lentamente ogni pensiero l’abbandona per lasciare spazio ad altre associazioni e immagini. Quando finisce i due sono ancora al tavolo, per uscire passa al loro fianco e nota che l’uomo l’osserva fino a che non ha varcato l’uscio della trattoria.
Sale in auto e torna a casa. Nessuno ha chiamato e non ci sono messaggi sul video; suo figlio Sigfried non è ancora rientrato. Cerca di leggere ma non vi riesce e allora decide di farsi una doccia, tanto per ingannare il tempo.
Il giovane rientra mentre sta finendo d’asciugarsi; si salutano calorosamente. Il ragazzo prende una birra dal frigorifero e attende Gunther in salotto.
“Potevi avvisarmi... questa sera ho un impegno, sarei rimasto.”
“Non fa nulla, ho bisogno di riposarmi e poi ne approfitterò per trascorrere una serata tranquilla con tua madre...”
“Non c’è, ti aspettavamo fra un mese; è andata da Lena, pensava di stare da lei qualche giorno, chiamala.”
“Mm."
“Stanco di stare là dentro?”
“Si, stanco, hai detto bene; non abbiamo molto da fare, almeno ultimamente...”
Continuano a parlare e Gunther sente crescere un’ansia che gli pare inizialmente immotivata. Osservando attentamente Sigfrid, tuttavia, si rende conto che è lui a comunicargliela. Pensa di domandargli del biglietto, ma non lo fa, preferendo attendere. Il ragazzo rompe gli indugi…
“Mi ha sorpreso il tuo arrivo e... non so bene come dirtelo.”
“Del biglietto di Alice? Ma l’ho già visto e…”
“Non si tratta di questo.”
Gunther ammutolisce; il ragazzo tira il fiato e gli dice in fretta che Alice è morta due giorni prima.
“Morta?”
“Si, morta.” Gunther afferra il biglietto e lo legge di nuovo.
“È un incidente, non correre con la fantasia, è un maledetto incidente; quel biglietto non vuol dire nulla. Me lo portò lei stessa non più di dieci giorni fa; mi disse che aveva dei sospetti e voleva parlarne con te; ma era tranquilla, ricordo bene le sue parole... Vedi, mi disse, noi giornalisti speriamo di fare qualche buono scoop e su questa bolla non succede mai niente; forse i miei sospetti sono soltanto un modo di combattere la noia.
Quelle parole accentuano la preoccupazione di Gunther, ma decide di non lasciare trasparire nulla. Quel che Alice aveva detto a Sigfried è simile a ciò che anche lui aveva pensato; Alice s’è espressa con le stesse parole. Abbandona il biglietto sul tavolo, fingendo di credere alle minimizzazioni del figlio; vuole che se ne vada per poter restare solo e dare un’occhiata al video. Si fa raccontare l’incidente.
Alice era uscita di strada costeggiando il lago, l’auto era stata vista il mattino dopo, lei era annegata ma l’autopsia aveva rilevato forti tracce di alcool nel suo corpo. Seduto sul divano, con un buon bicchiere di birra davanti, Gunther cerca di frugare fra i suoi ricordi. Alice non era un’accanita bevitrice. La certezza che l’accaduto non sia un incidente è così forte che Gunther comincia ad agire mentalmente secondo un piano. Intanto anche Sigfrid comincia a muoversi per la stanza come se avesse altro da fare, ma il suo volto corrucciato non sfugge a Gunther, che lo segue con lo sguardo, pur continuando mentalmente a rielaborare i suoi dati.
Nelle comunicazioni e-mail non vi è nulla che possa servirgli. Nessun altro messaggio di Alice, nessuno di Johann. Chiama sua moglie da Lena e la sorpresa da parte di lei è così genuina che Gunther si sente di colpo fuori dal cerchio che l’aveva imprigionato durante gli ultimi giorni, come un nemico che lo avvolgeva da ogni parte e lo guardava da tutti i lati. Si danno appuntamento per la sera successiva e proprio mentre spegne il cellulare a plasma sente il rumore di un bicchiere che si rompe, seguito dall’imprecazione di Sigfrid. Si è tagliato la mano con un movimento maldestro e si sta medicando la ferita. Gunther fa finta di nulla, finché dopo una decina di minuti Sigfrid si chiude nel bagno per una doccia, ma il padre ha il tempo di udire la vibrazione di un telefono…