venerdì 30 aprile 2010

Agenda di scrittore: romanzo.

26 Aprile. La Toscana, a Pasqua, ha un aspetto contraddittorio; più ancora la Maremma. Il volto di queste terre è sempre un volto estremo, forte, passionale. Ricordo un Natale di molti anni fa, quando una bufera di neve coprì tutto in poco tempo. Dopo tre ore, tuttavia, un sole forte squarciò il cielo che divenne terso in pochi minuti mentre la massa di neve cominciò a friggere e fumare trasformandosi presto in rigagnolo. A Roma, invece, questa primavera è sonnolenta e lenta, propone alternativamente pioggia e sole, caldo e fresco, ma non estremi. Un po’ mi manca la Toscana.

27 Aprile. Era da molto tempo che non ritornavo sulla terrazza del Gianicolo per poi discendere da via Garibaldi e ritornare a Trastevere dall’alto; in realtà questo percorso non lo avevo mai fatto piedi e se mi avessero chiesto a bruciapelo se Gianicolo e Trastevere fossero stati vicini e contigui avrei detto di no. Nella mia mente erano due luoghi diversi di Roma, entrambi magnifici, entrambi percorsi e visitati, ma diversi e distanti. Conosciamo i luoghi in modo strano, i labirinti mentali e quelli stradali a volte s’intersecano, altre volte vivono seperati da una distanza che pensiamo notevole. Invece, un po’ come accade con le porte del romanzo di Alice che si aprono improvvisamente su paesaggi all’apparenza sconosciuti, accade di ritorvarsi negli stessi luoghi, ma scoperti dal lato misterioso di essi; così da sembrarci prodigiosamente nuovi. È accaduto oggi con Vicolo del Cedro, del Leopardo, piccole e meravigliose stradine già oggetto di continue visite e ammirazione, con la loro pavimentazione irregolare, i fiori alle finestre e persino sotto la saracinesca di un brutto garage. E tutto sotto il Gianicolo! E chi se lo immaginava prima di oggi!

28 Aprile. Sono frasi, a volta parole a volte pezzi di situazioni che riconosco, sono parti del romanzo, parti già scritte, parti ancora da scrivere.

29 Aprile. Torna un mondo scomparso torna ad occupare i miei pensieri. La sensazione è molto piacevole, ma non intendo rimettermi subito a scrivere; ho bisogno di rientrare in quel mondo lentamente e forse anche questa passeggiata per Roma bisogna che si depositi lentamente. E domani si torna a Milano.

30 Aprile. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiato; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno semplificate, rese più essenziali.

1 Maggio. Potrei suddividere la mia vita, cronologicamente, pensando ai miei primi di maggio. A parte quando ero un ragazzo ancora lontano dai grandi problemi del mondo e della storia, il primo maggio è sempre stato per me un giorno da celebrare con impegno. Non mi piaceva intenderlo come una festa, bensì come un momento di lotta e di bilancio. Cosa c’era da festeggiare? Nulla, c’era da celebrare sì l’orgoglio del lavoro e la sua dignità, sapendo però che tutto questo era frutto di una conquista continua e faticosa. Oggi tutte si disperde in una festa sempre più anodina. In Italia le manifestazioni sono di una stanchezza rara, il mattino il corteo sindacale mi ricordava un funerale lo scorso anno e il pomeriggio, la rutilante e colorita manifestazione del May Day assomigliava molto di più a una brutta imitazione del carnevale di Rio. Melgio stare in casa e leggere.

2 Maggio. Il romanzo ha scacciato la gabbia; oppure è diventato lui stesso la gabbia entro la quale mi trovo così a mio agio? I contorni delle scene, tuttavia, sono ora più netti; come se l'armatura della gabbia avesse fornito al romanzo dei confini e delle scansioni più rigorose. Finalmente sta prendendo forma.

5 Maggio. È questo che i greci intendevano quando attribuivano alla tragedia una doppia funzione catartica: verso colui che la scrive e verso chi vi assiste? Ora lo so: è nato un altro capitolo.

8 Maggio. Fatico a riabituarmi ai ritmi milanesi; è passato un tempo lunghissimo da quando ero partito e ci vuole un po' prima che il tempo reale si ricongiunga a quello interiore.

9 Maggio. Il telefono mi riporta alla realtà.

10 Maggio. Mi sono trascinato per casa.

15 Maggio. La fase di esaurimento sta finendo; il forno è sempre acceso.

venerdì 16 aprile 2010

Pierluciano Guardigli ci ha lasciati

Pierluciano Guardigli ci ha lasciato.

Lo vogliamo ricordare soprattutto come amico, generoso e disponibile, che ha saputo legare a sé affettivamente le tante persone che lo hanno conosciuto, e come intellettuale di grandissimo livello e di grande coerenza, da sempre impegnato, con un vigore difficilmente uguagliabile, in tante battaglie sociali e culturali, persino nei giorni in cui la sua ormai precaria salute non glielo avrebbe consentito, salute sulla quale scherzava spesso, quasi per tranquillizzare gli amici.

Il Sindacato Scrittori della Lombardia deve la sua stessa esistenza a Pierluciano, che lo ha condotto per decenni e addirittura portato avanti da solo nei periodi più critici, proprio per quella coerenza e fermezza intellettuale che lo distinguevano. Anche per questo la sua mancanza sarà per noi particolarmente difficile da accettare.
In molti serberemo sempre una profonda gratitudine per quanto Pierluciano è stato capace di darci.

Per il direttivo del Sindacato Nazionale Scrittori sezione Lombardia
Giacomo Guidetti

lunedì 12 aprile 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo ventiquattresimo

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO.
Il mattino successivo si risveglia rilassato e pieno d’energie. Il ritorno della moglie ha messo Gunther di buon umore, lo ha fatto sentire di nuovo al sicuro fra i suoi affetti, stemperando così la preoccupazione. Riordina le carte in vista dell’appuntamento con Johann, ripassa mentalmente ogni atto compiuto e ogni cosa accaduta dal momento in cui aveva preso la decisione di chiedere il permesso, ma per quanti sforzi faccia nulla di strano gli viene in mente, a parte quella misteriosa telefonata della Passini. Come poteva sapere del suo ritorno anticipato? Chi glielo aveva detto? Era spiato e da chi? E che ruolo aveva la Passini in tutto questo?
“Sei preoccupato?” Annelore lo accarezza sulla fronte guardandolo negli occhi…
“Tu non lo saresti?”
Lei non dice nulla e continua versare il caffè nelle tazze.
“Esagero? Ma anche Johann...”
“Mi domando se non stiate correndo troppo. Sei sicuro che non sia un rischio
violare le regole? Se qualcuno v’intercetta e se n’accorge?”
Gunther alza gli occhi verso di lei pur continuando a sorseggiare il caffè.
“Ieri sera le ho rilette, non lo facevo da tanto e mi sono chiesto quali segreti custodiamo e poi mi sono domandato se le regole li custodiscono ancora e poi se non vi siano segreti nuovi che andrebbero salvaguardati e che quelle regole non considerano… All’inizio del viaggio avevamo paura di alcuni effetti psicologici, c’era il timore di situazioni d’emergenza; forse non sono più i commons il vero problema.”
“Mah, quando siete insieme voi due vi montate l’un l’altro… comunque sono affari vostri, noi Commons per fortuna siamo fuori dai vostri problemi.”
“Guarda che ti sbagli, se abbiamo ragione riguarda anche voi…”
Annelore s’avvicina e l’abbraccia: “Dai non fare aspettare il tuo amico, intanto mi faccio una bella doccia e mi guardo qualcosa…”
“Cosa?”
“Vecchi film, commedie, tutto il mio repertorio di frivolezze come le chiami tu. Mi racconti tutto questa sera quando torni…”

Johann lo sta già aspettando nella saletta appartata della trattoria che hanno scelto; il cameriere s’avvicina subito, ordinano in fretta e Gunther toglie qualche foglio di appunti dalle tasche. Johann l’osservava ironico.
“Metodo tedesco, prudenza inglese, non dirmi tutto... basta il necessario.”
“ Ti stupirò, sarei curioso di sapere cosa t’immagini dei nostri segreti...”
In quel mentre l’altoparlante si mette a gracidare, segno che è in arrivo un messaggio da parte delle Strutture di comando; Gunther continua a mettere ordine nei suoi appunti, finché il disturbo si ripete e anche lui, come tutti i presenti, volge lo sguardo verso l’alto in direzione dell’angolo di soffitto da cui proviene lo stridio. Anche il cameriere, appena entrato con i piatti, s’arresta. Non vi sono ricorrenze o problemi particolari, per cui il richiamo gracidante e intermittente, oltre che spazientire, assume vieppiù un tono sinistro. Il messaggio che finalmente prende il posto delle prove di voce invita semplicemente ad accendere gli schermi panoramici; è attesa una comunicazione da parte della Terza Struttura. Il cameriere posa i piatti ordinati dai due ed esce. Johann e Gunther si guardano contrariati. Intanto un altro cameriere provvede ad accendere lo schermo e dopo un momento appaiono i volti di Galileo Fanti con al fianco Jayant Narlikar, il capo spedizione.
L’annuncio è breve e secco:

tutte le trasmissioni sono sospese da questo momento e per la durata di un’ora perché è in corso un tentativo di contatto con civiltà extraterrestri. Tutti i membri delle Strutture devono presentarsi entro 15 minuti agli ingressi più vicini, i permessi di soggiorno sono sospesi a tempo indeterminato.

I due amici si guardano sgomenti, mentre grida d’entusiasmo provengono dalle altre sale. Fuori si sta già radunando gente. S’avviano frettolosamente all’uscita, mentre per le strade l’animazione è già grande. Si fanno largo verso il parcheggio e faticano non poco per uscirne fuori. Raggiungono insieme il portellone d’ingresso alle strutture, Gunther si fa riconoscere dal piantone e s’accinge ad entrare.
“Cosa pensi? “
“Che non potremo parlarci per un pezzo... e poi che strano, Galileo è sempre stato molto prudente in materia; eppure aveva un volto deciso.”
“Lo conosci bene?”
“Mah, bene non so, lo conosco, sono accreditato presso di loro, ti posso anche dire che è stato scelto come comandate della Terza proprio per il suo scetticismo; mah, staremo a vedere.”
Si guardano senza continuare il discorso, tanto è chiaro il sospetto che ognuno di loro legge nello sguardo dell’altro.
Gunther deve percorrere un lungo giro, un semicerchio verso sud passando sotto la pancia della navicella. S’avvia verso un mezzo meccanico parcheggiato e vi sale. Il robot aziona il motore e la navetta si muove. Ve ne sono altre per il corridoio, in tutte le direzioni; non riconosce nessuno finché non s’avvicina alla sua Struttura. Prima di raggiungerla, in un piccolo ingorgo dovuto all’affollamento dei mezzi meccanici, vede in lontananza Luce Passini. Ordina al robot d’accelerare, appena in tempo per vederla attraversare a piedi il breve tratto di strada che la separa da un ingresso.
“Credo lei mi debba una spiegazione”, si morde subito le labbra, accorgendosi del tono eccessivamente emotivo della voce, ma la donna non sembra dare peso alla circostanza. perché, vinto un istante di sorpresa, squadra Gunther da capo a piedi con un’aria di sfida e commiserazione.
“È sicuro che il momento sia dei più adatti?”
Il tono non avrebbe lasciato scampo a un tipo meno cocciuto di lui.
“Si, sono Gunther Fackel.”
La conversione della donna, udito quel nome, è repentina tanto quanto la sorpresa iniziale e su quel volto duro, abituato al comando, appare, come una primavera fuori stagione, il più imprevedibile dei sorrisi.
“L’ho cercata infatti”, si giustifica e prosegue:
“Mi scusi, non la conoscevo personalmente; è il primo controllo su di lei...”
S’arresta guardandolo in volto e per un momento la sua espressione torna quella dura e metallica di prima.
“È per questo che lei vuole parlarmi...”
“Mi domando come mai mi avesse cercato a casa e non qui.”
“Ma io l’ho cercata qui, per ben due giorni; per questo chiamai casa sua, l’informazione di cui avevo bisogno non richiedeva la sua presenza.”
Gunther, non sapendo bene che fare, cava di tasca il pacchetto di sigari offrendolo anche a lei, che rifiuta; il gesto tuttavia, non serve che a tirare in lungo le cose senza che in lui aumenti la chiarezza. La Passini, per altro, sostiene benissimo il suo silenzio, finché questo non divenne davvero imbarazzante.
“Tutto qui?”
“Per il controllo come faremo?”
“Mi farò viva io; in quanto alla differenza di date, non la consideri importante, capisco che nel suo caso c’era stato un precedente diverso, ma succede a molti.”
Quell’ultima frase lasciava poche chances alla continuazione della conversazione che, visto quanto stava accadendo, assumeva vieppiù contorni grotteschi.
“La chiamo questa sera...”
“Se ne avrà il tempo...”
Gunther ha un improvviso sussulto.
“Non credo alla possibilità di questi contatti.”
S’accorge subito di aver colpito nel segno perché la Passini ritira la mano dalla porta; lo sguardo di sorpresa è diverso da quello precedente, come se per la prima volta Gunther le apparisse degno di qualche interesse umano. Scoppia a ridere gettando intorno gli occhi.
“Non si faccia sentire, qui sembrano tutti prendere la cosa maledettamente sul serio.”
“Già, era anche lei in permesso?”
“No, se è per questo ma temo che resteremo a lungo e mi mancavano pochi alla fine.