lunedì 24 maggio 2010

Agenda di scrittore: capitolo ventiseiesimo.

CAPITOLO VENTISEIESIMO.
“Visto che lei non si decideva chiamo io... se non sbaglio uscirà domani.”
Gunther si domanda in fretta come mai sia al corrente della scadenza, seppure in modo impreciso.
”No, fra due giorni; e lei?”
“Dieci giorni ancora; vorrei vederla questa sera per prendere accordi. Purtroppo con quel che c’è stato la data del suo controllo coincide con il periodo di riposo di entrambi.”
“Capisco, ma non se ne può fare a meno: il club della Prima le sta bene?” La Passini esita.
“Dove vuole lei, ma al mio club c’è mai stato? “
“Sì, dovevano accreditarmi presso la sua Struttura, poi vi fu un cambiamento, vi misi piede un paio di volte... potrò sempre accompagnarla a casa dopo la cena...”
“Lei è molto gentile, va bene alle sette al suo club?”
“Va bene.”
Un’ora per prepararsi; poco pensa Gunther fra sé. Invia subito un messaggio telepatico a Johann e l’amico risponde.

“Lei ha una rara capacità di scomparire.”
“Non direi, se si riferisce a quanto accaduto più di un mese fa.”
“E che cosa è accaduto un mese fa?”
“Lei mi disse di avermi chiamato ma nessuno dei miei collaboratori ha registrato la telefonata.”
“Si vede che ha dei collaboratori distratti. Senta veniamo presto al dunque, non mi piacciono le cene in cui si parla di lavoro e basta: quando le va bene?”
Gunther ha la sensazione che la serata sia già stata presa in mano da lei e si sente come quei padroni di cani che arrancano dietro i loro animali, con la lingua fuori e continuamente in ritardo, il passo zigzagante, guardati a volte con benevola condiscendenza, altre volte con fastidio.
“Tenuto conto che siamo fuori tutti e due prima si fa meglio è; le date sono proprio ultimative?”
“No, uno scarto di qualche giorno è tollerabile, ma non di più.”
“Sa che non capisco?”
“Che cosa?”
“Lei mi disse di non guardare troppo alla corrispondenza di date...”
“La ragione dell’anticipo c’è, in effetti; abbiamo dei sospetti che tre mesi dentro le strutture siano troppi, vogliamo essere certi che la vostra efficienza psicofisica non ne risenta, naturalmente la cosa vale anche per noi, purtroppo a differenza di lei dovrò sottopormi al controllo della Terza subito dopo aver controllato lei...”
“E perché non a tutti allora?”
“Vede caro Gunther ci sono casi particolari e poi sembra…” e lo guarda con un sorriso ironico, parlando più sottovoce…
“Sembra che voi giornalisti ne soffriate più di altri...”
“E la sua opinione qual è? Ne avrà sentiti tanti.”
“Di giornalisti? No, lei è il primo.”
“Sbaglio o siamo già entrati in argomento?”
“Non si sbaglia, ma non ho intenzione di andare avanti per tutta la sera comunque sapere il perché dei controlli mette anche voi nella disposizione più corretta.”
Ordinano due paste asciutte leggere condite con gamberetti e zucchine, poi un carpaccio di pesce spada e un’orata al forno. Quanto al vino, un pomino d’annata.
“Mi parli di lei piuttosto, anche questo ci renderà le cose più semplici; nonostante le apparenze io considero questi controlli ridicoli quanto lei considerava ridicoli i contatti con gli extraterrestri.”
La frase lo coglie davvero di sorpresa questa volta e si lascia andare a un riso schietto, quasi fosse finalmente convinto che la Passini non gli sta nascondendo nulla. Quel modo così disinvolto di prendere le cose contrastava con l’immagine della donna che aveva conosciuto la prima volta: dura, gelida, molto controllata.
“Beh, ne saprà già di cose sulla mia vita, qui ci conosciamo un po’ tutti, le amicizie le ho fra i colleghi...”
“Solo?”
“Ho un figlio.”
Gunther getta un’occhiata rapida alla mano di lei.
“Non ho anelli come vede, diciamo che però ho un legame, anche se non
propriamente famigliare...”
Si guarda intorno, fumando e rimanendo assorta; il cameriere viene a togliere l’impaccio che si è di nuovo creato al tavolo; riprendono a mangiare scambiandosi ogni tanto sorrisi e sguardi d’attesa.
“Conosce Alice Stockbecker?”
“Il nome non mi è del tutto nuovo, ma non mi sembra appartenere alla mia Struttura...”
“No, infatti, è della Terza, o meglio era.”
“Forse feci un controllo su di lei, se è così fu molto tempo fa... perché?”
“Niente di particolare.”
“Avanti Gunther, lei ha detto era riferendosi a questa Alice, non mi tenga sulle spine.”
“È morta, in effetti, è un episodio che mi ha scosso profondamente.”
“Era una sua amica?”
“Si amica, amica vera ma non è questo il problema...”
Luce lo guarda attenta e pensierosa, forse qualcosa comincia a farsi strada in lei: “Giornalista?”
“Si, ma è per come è morta? Un incidente, capisce? A volte si pensa che su questa Bolla gli incidenti non possano accadere; abbiamo pochi chilometri di strade, un numero limitato di automobili, regole precise. Morire in un incidente è qualcosa che sgomenta almeno a me succede...”
Luce continua a guardarlo come se volesse essere sicura che il suo racconto sia plausibile; l’ascolta e a ogni sguardo che lui le rivolge risponde con la condiscendenza e la partecipazione di chi si sente coinvolto. Eppure non riesce, nonostante ciò, a liberarsi del tutto della sensazione che stia recitando una parte, interpretando ciò che lui le chiede di fare; nessuno dei due tuttavia, ha concesso vantaggi decisivi all’interlocutore e tutti e due si svestono lentamente dei loro abiti di scena, ritornando allo scampolo di sera che ancora s’allunga.
“È sempre dell’idea di portarmi a casa?”
“Al suo club mi piacerebbe ritornarci e poi non vorrei sembrare ostile nei confronti della sua Struttura...”
“La smetta Gunther, comunque se vuole passiamo anche dal club...”
“Ma non le pare esagerato tutto questo?”
“No, non mi pare, forse ci aspettavamo esperienze diverse, oppure ognuno di noi è abituato a pensare al proprio settore di lavoro e basta; la vita dei Commons prosegue senza intoppi, perché dovremmo occuparci più di tanto del fatto che La Terza non ha trovato nulla...”
“Aspetti a dirlo...”
Luce si mette a ridere “Proprio lei...”
“Vede, io sono uno scettico che non chiude mai le porte... e poi ho molti amici là, mi dispiacerebbe per loro se fosse un buco nell’acqua.”
“Forse dobbiamo accontentarci di più, forse le cose importanti sono altre...”
Gunther la guarda mentre pronuncia l’ultima frase; il suo volto è di nuovo rinchiuso dentro una scatola di pensieri cui lui non riesce ad arrivare, la porta della confidenza è di nuovo chiusa come se un riflesso condizionato fosse scattato, evocato da chissà che cosa.
“Come passa le sue serate dentro la Struttura?”
“Non credo siano molto diverse dalle sue...”
“Oltre ai controlli di che cosa si occupa, se non sono indiscreto.”
“La mia specializzazione è la cura di alcune patologie, ma la prevenzione fa moltissimo; diciamo che l’ultimo caso serio l’ho avuto due anni fa, uno sdoppiamento molto grave della personalità.”
“E la ricerca?”
“Qualcosa sulla telepatia... i controlli comunque sono l’occupazione principale.”
“E a che punto siete con le comunicazioni extra sensoriali? Se ne parla molto in giro...”
“Il più delle volte a sproposito; tuttavia non saprei dirle molto, noi lavoriamo sui materiali che la Prima ci mette a disposizione, la ricerca in senso stretto la fanno loro, ma ho l’impresisone che di passi avanti rispetto a quando chiamavamo tutto questo con il termine di telepatia non se ne siano fatti molti.”
“Non capirò mai perché non si formino delle equipe miste, questa faccenda della separazione fra le Strutture forse non ha più molto senso.”
Luce non risponde e in lontananza si profila il piccolo slargo che divide le due Strutture di comando. Posteggiarono il mezzo vicino al portellone, c’è poca gente in giro.
“È molto che non venivo... lei lo frequenta spesso? “
“Si, è uno dei pochi svaghi quando si è dentro... Offro io questa volta.”
Torna con due birre al tavolo appartato; la musica è eccessivamente alta per i suoi gusti ma l’ambiente accogliente. Due coppie stanno ballando, sono ai tavoli.
“Quali sono i suoi hobbies Gunther...”
“Stiamo sempre lavorando?”
Luce lo guarda dritto negli occhi .
”No.”
“Fuori mi occupo di giardinaggio...”
“Giardinaggio?”
“Si, lo trova stupefacente?”
“Beh, un po’ sì, però ce la vedo a coltivare piante...”
“Beh, diciamo che aiuto il mio giardiniere e mi piace occuparmene; qui dentro leggo, coltivo le mie amicizie, le solite cose.”
S’è accesa una sigaretta e lo guarda sorridendo. Mi sta studiando pensa Gunther.
“A cosa sta pensando...”
“Che non ballo da molto tempo....” Ridacchia deponendo la sigaretta nel
portacenere.
“Se vuole…”
In pista sono rimasti soli e Gunther si sente addosso gli occhi di tutti; solo Luce è a suo agio. Balla con noncuranza, seguendo bene i suoi movimenti, attenta a mantenere una certa distanza da lui, senza tuttavia irrigidirsi; le luci si abbassano e la musica prosegue più lenta, anche il volume si è abbassato o così almeno gli pare. Quando il brano termina nessuno dei due si allontana dalla pista; senza sciogliere l’abbraccio, attendono che la musica riprenda, la distanza fra i loro corpi s’è accorciata tanto che Gunther sente bene il ritmo del suo respiro e il suo seno che sfiora il suo petto a ogni inspirazione; finché la pressione aumenta ancora, prima in modo studiato, quasi timoroso, poi più risoluta.

“Ecco la tua cartella Gunther, tienila pure, per me è tutto ok...”
“Niente incontro fuori allora?”
“No, non è necessario, goditi pure il tuo meritato riposo; te ne esci domani da quanto ricordo.”
“Accidenti, ma li fate sempre così i controlli?”
“Io sì, è più semplice capire come vanno le cose facendo credere che il controllo vero è quello che si farà in futuro; tanto poi, il prossimo non lo farai di certo con me.”
Il tono è quello di sempre: professionale, un po’ asettico. La parentesi si è chiusa e forse tutto quello che c’era stato altro non era che la parte recitata molto bene di un copione che continua a essergli misterioso. Luce si alza dal tavolo.
“Non è vietato sentirci ogni tanto, ma ti prego di non telefonarmi due volte al giorno.” Gunther si mette a ridere.
“Ho l’impressione che ci siano molte cose che non ci siamo detti...”
“ Succede sempre, se fossi in te non ne farei un cruccio, dovresti lavorare di più di fantasia: hai mai pensato a qualche viaggio virtuale ogni tanto? Te lo consiglio.”
“Li facevo in Terra, ma qui…”
Gli tende la mano e Gunther la stringe con un sorriso forzato. Lei si limita a sorridere; poi si volta e torna alla scrivania. La cartella è piuttosto anodina, quasi ci rimane male. Pochi consigli generici: riposarsi di più, non sentirsi obbligati a scrivere, tenere conto che ormai la distanza dalla Terra rendeva le comunicazioni più elastiche. Sale in auto e si avvia verso casa; domani si esce.

martedì 18 maggio 2010

Agenda di scrittore: romanzo

16 Maggio. Fatico a riabituarmi ai ritmi milanesi; è passato un tempo lunghissimo da quando ero partito e ci vuole un po' prima che il tempo reale si ricongiunga a quello interiore.

17 Maggio. Il telefono mi riporta alla realtà.

18 Maggio. Mi sono trascinato per casa.

20 Maggio. La fase di esaurimento sta finendo; il forno è sempre acceso.

21 Maggio. Scribacchio qualcosa ma non è attinente al romanzo.

22 Maggio. Il lavorio di questi giorni ha prodotto due poesie.

24 Maggio. La poesia è un colpo di fucile, la prosa mai. La poesia ti colpisce e ti lascia atterrato; è difficile fare altro dopo che un testo è nato davvero. Inutile cercare di scrivere, meglio farsi un aperitivo e cucinare un buon arrosto...

26 Maggio. La primavera tarda ad arrivare, almeno secondo quello che ci immaginiamo. Oppure tutto è indotto dalla reiterata lamentela sulle stagioni che cambiano, un argomentoche mi avrebbe fatto sorridere e che ora invece occupa addirittura serissimi dibattiti televisivi. Non so se anche questo fa parte dei prodrmi del 2012.

27 Maggio. Quella del 2012 è la mia terza fine del mondo. La prima, lo ricordo nitidamente, doveva avvenire il 1960. Avevo 13 anni allora, e tutto quel parlare di catastrofe mi faceva davvero paura; tuttavia, non cercavo consolazioni facili, non facevo domande ai miei genitori, mi tenevo la mia ansia e leggevo tutto quello che toccava o semplicemente sfiorava l’argomento.
Non ricordo la data esatta della seconda fine del mondo ma penso, da una serie di deduzioni e riflessioni che ho fatto sul tema, che dovevano essere gli anni ’80. Ora il 2012 mi rafforza nella convinzione che ci sia bisogno di una fine del mondo per ogni generazione, o quasi. Non proprio i canonici 25 anni, ma un lasso di tempo che più o meno corrisponde al periodo canonico. Governare con il terrore è anche un sottile gioco psicologico che si nutre di grandi visioni e di dettagli. La fine del mondo suscita un dibattito virtuale e un vissuto d’angoscia e ansia crescenti e distoglie lo sguardo a un evento che accade tutti i giorni. La catastrofe è già qui e lo è da sempre, ma immaginare l’apocalisse del 2012 in fondo è meno terrificante che prendere davvero coscienza delle catastrofi quotidiane che accadono nella realtà: dal petrolio nel Golfo del Messico, alle condizioni disastrate della vita sociale grazie alle crisi finanziarie ed economiche indotte da scelte politiche scellerate e l’elenco potrebbe allungarsi a piacere. Meglio pensare che sia il 2012 il responsabile di tutto ciò.

28 Maggio. Il mio giro sul lago di questa sera è la preparazione di una zuppa di pesce, un piatto che richiede al tempo stesso rigore e fantasia, proporzioni esatte e scansioni regolari del tempo e apparati robusti; ma si consuma senza lasciare tracce, gustosa e digeribilissima in poco tempo tanto da lasciare dietro di sé un senso di vuoto e di rimpianto. Come un buon libro che si vuol finire in fretta, tanto ci attrae e poi si rimpiange di aver finito.

29 Maggio. Anche un'opera d'arte necessita degli stessi ingredienti e dosaggi.

30 Maggio. Letture e chiacchiere.

31 Maggio. Nulla d'importante.

2 Giugno. La questione degli animali ha ripreso a tormentarmi: perché proprio durante questo breve viaggio in Toscana? Le parti del romanzo che mi hanno occupato fin qui avevano lasciato un po' ai margini la questione, che ora torna a farsi urgente; riprenderò in mano il polveroso Graves, dimenticato qui per un anno intero, come il mio vecchio costume da bagno, ritrovato ancora appeso a un ramo sporgente dove l'avevo messo ad asciugare. Forse è stata propria la ridicola e tenera vista del costume svolazzante, a riportarmi agli stessi problemi di un anno fa. Il tempo passa, ma non tutto ciò che lo occupa passa.

3 Giugno. Dopo una giornata memorabile c’è sempre bisogno di una sosta. Ieri sera a tavola, tutti insieme, le parole tessevano una tela invisibile e calda dentro cui ciascuno si sentiva a proprio agio. Sì, questi eventi di parole sono quanto di meglio ci si possa augurare nella vita, lasciano i segni più duraturi e autentici.

mercoledì 12 maggio 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo venticinquesimo.

CAPITOLO VENTICINQUESIMO.

Il ritorno improvviso e non programmato dava a quel soggiorno nelle Strutture un senso di precarietà e d’irrealtà molto forti. Nessuno aveva appreso con sorpresa la notizia del fallimento dei primi due contatti, ma tutti s’erano rammaricati della decisione del Comando Supremo di sospendere per un mese permessi e normali avvicendamenti. Tuttavia, fra conferenze stampa, riunioni, conciliaboli, le giornate sarebbero almeno state piene. Tutti avvertivano l’atmosfera tipica delle vigilie importanti e tale sensazione allentava le maglie strette dei regolamenti, creava un nuovo clima, persino maggiore solidarietà e confidenza.
“Ci vada lei Vang, alla conferenza, non voglio rubarle la scena, qui io non dovevo neppure esserci se non fosse per i nostri regolamenti cazzuti.”
Da buon cinese cerimonioso gli aveva subito ceduto il posto quando era tornato in ufficio e ora la richiesta, oltre che sorprenderlo, lo rende più disponibile a parlare.
“Andiamoci insieme.”
“Ma lei ci crede? Non pensa che esagerino? Quante sono le probabilità d’incontrarli? Una su centomila, su cento miliardi o su cento milioni? Anzi, già che c’è consulti gli archivi per sapere questo, io intanto preparo qualche domanda.”
Il cinese lo guarda allibito, poi si mette a ridere in quel modo tipico che hanno i cinesi di ridere: senza suono, ma a gesti e con la sola mimica del volto. E Gunther implacabile, non molla la presa.
“Guardi che lo dicevo per non perdere tempo in due...” e l’altro continua a ridere a modo suo, rigido e piantato in mezzo alla stanza come se l’eccessiva confidenza avesse un potere ipnotico su di lui. C’è pure una ragione personale che induce Gunther a defilarsi: non vuole incontrare Luce Passini... Non l’ha richiamata - come aveva promesso di fare - per una forma sottile di resistenza che gli impedisce ogni volta di digitare il suo numero. La loro conversazione era stata meno semplice e lineare di quanto non apparisse a prima vista. Il tono sicuro con cui la donna aveva spiegato l’accaduto lo aveva al tempo stesso rassicurato e deluso.
“Ne sa niente lei di comunicazioni extra sensoriali Vang?” Il cinese interrompe le sue ricerche in archivio e lo guarda.
“Conosco qualcuno nella Prima che se ne occupa.”
“Ma non se ne occupano nella Parallela?”
“Si, anche, ma prima di tutto nella Prima.”
“Dovremmo indagare un po’ anche su quello, veda a che punto sono.”
Per farla breve, dopo averci pensato un po’ su, é giunto di nuovo alla conclusione che qualcosa non funzioni in quel che la Passini gli ha detto e quell’accenno alla differenza di date gli sembra ora una nota stonata, un mettere le mani avanti, una excusatio non petita. E poi, anche se è troppo presto per dirlo, le prime verifiche che aveva compiuto con i suoi collaboratori erano state negative: nessuno si ricordava delle telefonate della Passini e per quanto ci si muova dentro le Strutture é difficile sfuggire alle chiamate dall’esterno. E allora perché non vederla e continuare a discuterne e cercare di saperne di più? Eppure non si decideva.
“Con chi fece i controlli?”
“Non ricordo, la prima volta, anni fa fu un uomo, il secondo, un altro, sì uno psichiatra mi sembra...”
“Ci vada, ci vada Vang alla conferenza, non avrà bisogno di me...”
“E lei che fa qui tutto solo...”
“La raggiungo al club più tardi, così lei mi domanda qualcosa sui punti più spinosi. E la ricerca? Sappiamo qualcosa di più sulle probabilità?”
“Una su un miliardo.”
“Vede? Una su un miliardo e ci fanno rimanere qui un mese per questo e tutti sulla bolla non faranno che parlare di questo contatto.”
“Oggi mi ha telefonato mia moglie...”
“Non sapevo che lei fosse sposato, congratulazioni.”
“Mi ha detto che stanno nascendo comitati d’accoglienza, lotterie, scommesse...”
“Mm, vedremo, vedremo; ecco le mie domande, ma faccia pure come vuole, tenga conto di quel che dicono gli altri e si ricordi che un buon giornalista non interviene mai per primo.”

La conferenza stampa va per le lunghe e, quando vi mette piede Gunther, il club è ancora vuoto. Si siede e si fa portare un aperitivo moderatamente alcolico. Approfitta del momento di calma per inviare un messaggio a Johann; la risposta si fa attendere e, quando finalmente arriva, la sua lunghezza è ben superiore a quella concordata. È il segno che vuole comunicargli qualcosa urgentemente e, vinte alcune titubanze, decide di telefonare. La notizia non è di quelle che mutano il corso di un’indagine o portano una luce improvvisa in un insieme di confusi segmenti; semplicemente aggiungeva un nuovo pezzo a quel mosaico apparente che si andava costruendo. La Passini aveva effettuato il precedente controllo d’efficienza psicofisica su Alice; era accaduto circa due anni prima. Il telefono è ancora sul suo tavolo quando l’ingresso del club si anima; segno che la conferenza è finita. Gunther medita su quella notizia e pensa fra sé che c’è un motivo in più per vedere la Passini; forse sarebbe addirittura arrivata al club, visto che non l’ha più chiamata.
A gruppi o soli stanno arrivando in molti, riconosce qualcuno delle altre Strutture, ma la Passini non c’è. Vang, invece, lo cerca con lo sguardo nella sala già mezza piena, finché il cameriere non lo guida al tavolo. La conferenza non aveva aggiunto particolari nuovi a ciò che tutti sapevano e immaginavano, tanto che molte domande avevano posto il problema dei permessi e degli avvicendamenti; si sentivano come militari confinati in caserma, in attesa di un nemico inesistente ma che si divertiva a tenerli sulla corda con piccoli scherzi e punture di spillo. Forse era un gioco anche quello, forse la Struttura di comando, il Comando Supremo, stanco di attese, stava facendo di quell’evento imprevedibile un’occasione per rivitalizzare energie; un po’ come si fa sempre nelle caserme, quando è attesa la visita del capo di stato maggiore e bisogna far finta di preparare i mezzi e pulire le camerate.
La Passini non s’è fatta viva e l’agitazione di Gunther cresce. Più il tempo passa e più una sua chiamata diventa difficile da motivare, a meno che non si tratti di prendere accordi per la visita di controllo. Ma era stata categorica su questo: “Chiamo io” e Gunther ora teme che ritornare sull’argomento possa inutilmente insospettita. Che fare allora? Questo è il suo cruccio. Si rassegna ad attendere, lasciando a lei l’iniziativa perché l’accenno alla differenza di date dimostrava in fondo che anche lei era preoccupata che lui capisse qualcosa di più di quanto non dovesse. Era stato quello il suo lapsus. Erano pari, ognuno di loro aveva commesso un errore ma non ne avrebbe commessi altri, per esempio telefonandole intempestivamente.
Con il passare dei giorni l’andamento normale della vita prende il sopravvento; la tranquilla convivenza con il collega e a sua eccessiva cerimoniosità non gli impedisce d’apprezzare la sua compagnia in certi momenti. Quanto al lavoro, Vang è un ottimo collaboratore. La mattina è sempre lui a cominciare perché Gunther ha l’abitudine di fare tardi, mentre il pomeriggio è sempre suo. A sera cena insieme al club, poi lui rientra abbastanza presto; Gunther rimane spesso a chiacchierare oppure gioca a carte o altro, rientrando nell’appartamento quando il cinese dorme da un pezzo. Quanto ai famosi contatti, i tentativi si susseguono infruttuosamente anche se il segnale misterioso che avevano captato è stabile, ma troppo debole per essere convertito in immagini leggibili. È un mese che siamo qui dentro, pensa mestamente Gunther, ma poi la notizia appena giunta del ripristino di brevi permessi, lo mette di buon umore. Avrebbe rivisto Johann, sua moglie, Sigfrid, tutti gli amici, insieme avrebbero insieme continuato a cercare di capire ciò che stava succedendo; in fondo quell’interruzione non aveva recato danno. Comincia a radunare le sue cose, telefona a Johann e a sua moglie confermando l’arrivo per la settimana successiva. Anche Vang si prepara a uscire: “Che farà dentro là? Andrà in ferie?”
“No, non ancora, mi godrò la casa, i figli, faremo qualche weekend ma dovrò anche lavorare; ho cercato qualcosa sulla telepatia, è un argomento interessante, è sempre dell’idea di fare un’inchiesta?”
Gunther, trasalisce: si era quasi dimenticato di quell’idea che aveva buttato lì un mese prima. Con Vang occorreva sempre misurare attentamente le parole perché quello prendeva tutto alla lettera, da bravo cinese. Se la cava in qualche modo e mano mano che il discorso prosegue pensa che in fondo poteva essere utile che un altro, non lui, conduca indagini sull’argomento; perché no? Ecco un’occasione nuova per continuare le indagini che gli stavano a cuore. E così i due si mettono al tavolo per stendere un piccolo piano d’azione; Vang avrebbe intervistato alcuni responsabili delle Strutture e poi tornati dentro avrebbero tirato le somme.
“Possiamo sentirci anche nella bolla”.
“Mi piacerebbe poterla frequentare anche fuori di qui...”
Gunther prova un senso di tenerezza per quel giovane che gli è sembrato, a torto, così arrivista; o forse era cambiato in quel tempo, forse aveva capito che non era il caso di prendersela più di tanto; fatto sta che concordano qualche appuntamento.