lunedì 28 giugno 2010

Agenda di scrittore:romanzo

29 Giugno. I luoghi influiscono sul modo di scrivere. E´ banale dirlo lo sanno tutti, ma quello che e´ difficile e´ mettere a fuoco il perche´. Mi capita spesso di pensarlo qui a Berlino, dove sono arrivato ieri. E´ una citta´ che ormai mi appartiene, la terza dopo Milano e Roma. Delle tre sbiadisce la prima, le altre due si ergono alla pari, ma scrivere e´ un´esperienza diversissima in ciascuna di esse. Forse perche´ il mio tedesco e´ ancora misero a claudicante, a Berlino scrivere significa chiudersi dentro la propria lingua, attorniato da suoni che soltanto raramente diventano senso. A volte sono semplici parole, la cui frequente ripetizione suggerisce di colpo il significato e allora si forma come un atollo di senso che mi strappa alla lingua mia e mi riporta all´altra. Per il resto e´ una citta´ che obbliga allo sguardo Berlino e quindi non interferisce con la parola, ma permette di rifarsi una verginita´della vista, bombardata da immagini triviale; in questo anche Roma offre altrettanta e differente ricchezza. E´ per questo che mi piace sempre di piu´ scrivere in queste due citta´: forse vi e´ davvero un rapporto inverso fra comunicazione e scrittura. Mi ricordo anche di una recente intervista a uno scrittore ceco – Topol - il quale dice di venire a Berlino a scrivere proprio perche` non sa il tedesco e puo´ allora chiudersi i in un silenzio che non e´ quello dell´assenza di parole, ma proprio la possibilita´ di essere immerso in una realta´ potendo conservare la propria distanza. Berlino e´ avvolgente nel silenzio e questo accende altre parole.

30 Giugno. Continuo l´esplorazione della citta´. Il suo clima estivo e´ delizioso, perche´l´estate e´ fresca e gentile, con tanta luce, ma senza gli eccessi di caldo. A sera ritornano riflessioni sullo scrivere che mi appartengono gia´ ma che devono a volte essere ripercorse, rimeditate: la monotonia della ripetizione non e´ sempre coazione a ripetere nel senso peggiorativo che la psicnalaisi attribuisce a tale propensione.

1 Luglio. L'idea è dunque una costrizione cui deve corrispondere un'altra costrizione legata al tempo e allo spazio; in altre parole quello che Alfieri indicava come la necessità di legarsi al tavolo di lavoro, metodicamente, secondo una scansione monotona del tempo: per esempio, tutte le mattine dalle nove all'una. Prigione, costrizione, sofferenza infantile e ricordi dolorosi sembrano essere una sorta di manna anche per Hemingway, che disse una volta che se si è troppo felici di vivere non vi è alcuna necessità di scrivere. La frase cadeva - come si suole dire - sul bagnato, impastando con una certa disinvoltura tipicamente americana un pizzico di Freud e un pizzico di romanticismo naif.
Uomini completamente soddisfatti di sé esistono solo come metafore letterarie e sono caricature di Candide. La scrittura non ha a che fare con questo più di tanto; se mai altre sono le distinzioni…

2 luglio. Vi sono esseri umani in grado di accedere alla scrittura e ad altri mezzi espressivi e ve ne sono altri che non possono nemmeno pensare di farlo essendo completamente immersi entro il cerchio della dura necessità vitale. Anche fra costoro ci sono naturalmente artisti spontanei, narratori prima di tutto, ma anche poeti di strada nel senso migliore del termine e cioè legati all'oralità, alla festa, come avveniva (e talvolta avviene ancora) in Italia con gli stornellatori toscani e romani. Dopo la scomparsa del racconto orale a loro rimane il folklore, poi è giunta la cultura di massa che di nuovo modificato le cose. L'accesso alla scrittura è cresciuto in modo esponenziale per cause che sono sociologiche e auto terapeutiche e che hanno poco a che fare con la necessità, intesa come fattore artistico. La distinzione naturalmente non è semplice… e poi forse i fenomeni inflattivi sono connaturati a una civiltà che corre a velocità vertiginosa verso il caos entropico e la propria dissoluzione.

5 Luglio. Dunque non vi è rapporto fra scrittura e insoddisfazione? No, tuttavia l'equazione banalizza un problema vero ma che andrebbe posto rovesciando la questione e domandandosi invece se la scrittura, in quanto è un prendersi cura di sé che vuole diventare un prendersi cura di tutti, non abbia proprio quel valore di coscienza collettiva del limite e del mistero, senza i quali la vita di tutti cade nell'abisso del vuoto, qui inteso non in senso buddista e quindi del fare il vuote che permette la creazione, ma del vuoto come baratro. È il simbolico a mediare fra la bruta realtà (il peso del mondo) e la reazione pavloviana che si manifesta come altra faccia della medaglia, in una serie di agiti - secondo la definizione psicanalitica del termine (qui pienamente valida) e cioè di acting out - che impediscono l'accesso psichico alla trasformazione. Il simbolico non cura una malattia; è terapeutico nel senso che con il suo tramite si costruisce il sé positivo di una comunità. Esso corrisponde, nell'adulto in quanto persona che si è individuata e collettivamente in quanto organismo sociale, alla costruzione che il bambino produce grazie al gioco di fantasia. Infatti, come ha intuito Winnicott, il bambino mentre gioca non cura una malattia, ma costruisce la possibilità di svilupparsi come essere pienamente umano.
Tuttavia, per uno scrittore, la cosa non finisce qui; perché la scrittura è anche una malattia, o un vizio, è stato detto. E poi per scrivere come per esprimersi o fare gli attori bisogna essere dei bei narcisi... E allora chi ha ragione? Oltretutto nel '900, specialmente negli ultimi venti anni, le commistioni fra arte terapia e altro sono state praticate anche da autori di rango: lo pseudo teatro di Grotowsky, per esempio, ma gli esempi potrebbero essere molti di più. L´esprimersi in qualunque modo sembra essere una cura inevitabile ma anche un apparire per quel quarto d´ora che per Andy Wahol era l´inevitabile peso della modernita´ sugli artisti, privati ormai dello statuto autoriale individuale, del crisma della creazionme originale e autonoma. Tutto seriale, tutte scorrevole, tutto viscido; o tutto liquido come scrive Baumann.

6 Luglio. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiata l’atmosfera; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno rese più essenziali.

7 Luglio. Al finale, in effetti, mancava qualcosa.

8 Luglio. L'estate è tempo di scritture frammentarie, poco adatte al fiume della narrazione. La lettura sostituisce in parte la scrittura, per un altra parte sono le serate trascorse insieme agli amici, grandi avventure dello spirito in cui lo scambio avviene attraverso la parola che non lascia tracce ma costruisce eventi memorabili, cui non siamo più abituati. Non mi par vero sia tornata questa stagione, quella in cui la verità, per dirla con Stevens, è un giro sul lago. Di giri sul lago ne conto piu´ di uno in questa parte dell´estate. Berlino ti chiama fuori per le strade, in mezzo alle sue acque e ai suoi boschi. Capisco perche´ qui al primo raggio di sole tutti si svestono ed escono fuori. Perche´la preziosita´di un bene si apprezza avviamente di piu´dove ne esiste poco e si pensa che ne esista poco. Tutto sommato a me sorprende che in dieci giorni non sia caduta un agoccia di piogga e il clima sia cosi´ faverevole. E poi Berlino e´ citta´ d´arte per le strade, di musica ovunque ma specialmente di edifici che parlano, di boschi che parlano, di acque che parlano. E´ forse per questo che ti chiama fuori, e mi dicono che e´ cosi´ anche l´inverno, a vento sotto zero. Ci pensero´ a suo tempo di rendermeno conto di persona, vincendo la mia pigrizia.

9 Luglio.

martedì 15 giugno 2010

Agenda di scrittore: capitolo ventisettesimo

CAPITOLO VENTISETTESIMO.
Anche il tentativo di contatto, l’ultimo della giornata è andato in fumo. Galileo e Diotima rientrano nei loro appartamenti, sarà Musenda a vigilare. Il tempo di una rapida doccia, di un panino e poi sperabilmente il sonno.
Se non succede nulla dovremo per forza ritornare alla normalità pensa fra sé Galileo mentre, ancora avvolto nell’accappatoio, beve il succo d’arancia che si è preparato. Apre un cassetto, vede il libro e gli scappa un sorriso. Non mi sono dimenticato di te, ma non sono proprio i giorni giusti questi.
Lo prende e se lo porta lo stesso in salotto, sfogliandolo come se non l’avesse mai fatto, soffermandosi su qualche pagina già letta. Zeta 40 è già in riposo, l’orologio segna le due ma il sonno non arriva. E allora le mani scivolano sulle pagine, il loro scorrere ha il suono di una piccola onda marina e Galileo vi si abbandona, facendosi cullare dal ritmo di una lettura che dalla pagina isola poche frasi per poi passare alla successiva. Il viaggio dei due protagonisti si srotola di nuovo sotto i suoi occhi come la pellicola di un film visto velocemente. È di nuovo l’orologio a catturare per un attimo il suo occhio: le due e mezza, il sonno stenta ad arrivare, si sistema meglio sul divano continuando a sfogliare le pagine, a un ritmo sempre più lento
Antonio, solo nella stanza meditava su quanto era accaduto: tutto gli sembrava meno solido, non appena toccava un oggetto questo si piegava e poi diventava liquido, non era la sua stanza quella che vedeva, ma una specie di bolla immersa in una distesa d’acqua, ma era come se l’interno fosse simile all’ambiente di fuori, Antonio respirava sempre più forte e cresceva in lui l’angoscia. Avvicinandosi alla porta da cui era appena entrato la vedeva allontanarsi da sé come se si espandesse naturalmente quando si avvicinava, poi gli parve di toccare qualcosa che poteva assomigliare a una parete solida ma essa si piegò sotto le sue mani attorcigliandosi. Si sentiva capovolgere e poi tornava di nuovo diritto, come un birillo ubriaco finché ebbe la sensazione di gridare, ma senza emettere alcun suono come se quanto lo avvolgeva fosse una specie di bambagia assorbente. Di colpo smise di oscillare, non era più dentro la stanza ma fuori, una figura alta e solenne stava venendo verso di lui. Lo sovrastava in altezza, ma ne vedeva nitidamente il volto scavato, gli occhi severi e dolenti. “Dove vai Antonio?” La domanda perentoria lo annichiliva ma ebbe la sensazione che l’altro non voleva alcuna risposta. Dove vai Antonio! Dove vai Antonio!
Dove vai Antonio, dove vai Antonio… Galileo ode la proprio voce come fosse una eco, poi lentamente si risveglia, l’occhio gli cade sull’orologio, le sette del mattino, il libro aperto in grembo alla pagina 666, molto più avanti di quanto non fosse giunto nella lettura del romanzo. Aveva sfogliato pagine fino a quel punto, addormentandosi su quella. L’impulso a leggerla è pari alla ritrosia, un’onda d’inquietudine lo travolge, il silenzio impenetrabile della stanza ha qualcosa d’irreale. Guarda di nuovo la pagina come se spiasse dal buco di una serratura, gli sembra di capire che Antonio non è con il fratello, che quella pagina sia una sorta di diario o una lettera. Zeta 40 entra in quel momento con una tazza di caffè fumante, tutto sembra tornare alla normalità, a parte il freddo del suo corpo, per tutta la notte avvolto nell’accappatoio. Il robot, accortosi del suo sguardo smarrito, esce subito dalla stanza, Galileo è di nuovo solo. Posa il libro sul tavolo e lo richiude, beve in fretta il caffè e poi va sotto una doccia bollente. Il corpo si rianima, anche se un paio di starnuti sono la spia che qualche segno la nottata trascorsa nell’umodo, lo ha lasciato. Dopo aver inghiottito un paio di aspirine, si veste. Piano piano il suo corpo si riscalda, la sensazione sgradevole del risveglio s’allontana. Di nuovo al tavolo, guarda il libro, sa di non poter continuare la lettura in quel momento ma non resiste alla tentazione di aprirlo di nuovo alla pagina su cui era rimasto tutta la notte, l’ultima sfogliata, sulla quale finalmente il sonno l’aveva raggiunto. La guarda e gli ritorna un senso d’inquietudine di cui non riesce a trovare una ragione plausibile.
Zta 40 rientra velocemente in stanza in quel momento:
“Signor Fanti, venga subito al telefono, Musenda la vuole.”
“Vieni immediatamente, forse ci siamo.”
“Dirama subito un comunicato, sospendi tutti i permessi e richiama dentro quelli che sono fuori. Narlikar e Diotima sono stati avvertiti?”
“Lo sta facendo Stefanie in questo momento.”
Zeta 40 rientra in sala con i vestiti e Galileo si prepara in fretta.
“Buona fortuna signor Fanti.”
“Speriamo succeda qualcosa davvero, non ne possiamo più.”
Fuori è un delirio, corrono tutti in direzione della sala operativa da dove tecnici scienziati e giornalisti possono seguire le operazioni.

Gunther, nel frattempo, è alla prese con il formicolio del braccio per via della posizione assurda in cui ha dormito la quasi notte, visto che è rientrato alle tre con molto alcol in corpo; del resto il bagaglio lo ha già preparato e deve solo uscire. Vang è alle prese con la caffettiera…
“Ma che diavolo succede…”
“Sembra che qualcuno stia corre…”
I due si guardano poi come un sol uomo si precipitano verso il video.
“Non si esce più… dai muoviamoci.”
Raggiungono la sala operativa che si sta riempiendo e si sistemano nel settore a loro riservato. Chantal s’avvicina, si salutano in fretta, Narlikar entra in quel mentre accolto da un applauso. Galileo s’aggira fra i computer,incurante di chi arriva: lui e Diotima si dividono i compiti di direzione dell’operazione, mentre Narlikar segue tutto dal grande schermo centrale che riassume quanto è avvenuto.
S’attende che anche gli esterni raggiungano la sala operativa e quando finalmente tutti si sono sistemati ai loro posti Musenda inizia a parlare; la porta si apre di nuovo rumorosamente e arriva anche Luriaga, con i suoi baffoni da indio e l'aria di essere appena uscito da un paradiso andino dal quale non aveva alcuna intenzione di allontanarsi.
“Ci siamo accorti che qualcosa stava cambiando questa mattina verso le sei. La frequenza con cui arrivavano gli impulsi era la stessa di sempre ma l’immagine era diversa, meno opaca e venata da striature verdi e bianche. Abbiamo aspettato, poi dopo un’ora quando abbiamo capito che l’immagine era stabile, abbiamo dato l’allarme. Questo è tutto per il momento.”
Il brusio fra i presenti dura qualche secondo, poi è una mano ad alzarsi:
“Potete formulare qualche ipotesi in più sull’evoluzione del contatto?”
Gunther si sporge verso Chantal: “Chi è?”
“Te lo ricordi Althourough?”
“Ah sì l’attore…”
“È suo figlio.”
“Vang ha capito qualcosa della risposta? Stavo parlando e non ho sentito bene…”
“A dire il vero non molto, più o meno che bisogna attendere…”
Di nuovo è il giovane Althourough ad alzare la mano:
“Ci state dicendo che si potrebbe andare avanti così per un altro mese, come per i contatti precedenti?”
Musenda riprende la parola intimando un abbassamento della voce; intanto Diotima Galileo e Narlikar confabulano davanti allo schermo gigante.
“Speriamo naturalmente di no, perché in un’ora i mutamenti sono stati molto significativi.”
“Ci serve un archivista, non avevamo pensato fosse utile.”
La voce di Galileo zittisce tutti con il suo tono perentorio. S’alza un uomo e si avvicina allo schermo: “Eccomi.”
“Ci potete dire cosa avete pensato?”
“Certamente Gunther, vogliamo capire se nei nostri archivi c’è qualcosa che ci possa indicare meglio cosa potrebbe nascondersi dietro le striature verdi e bianche che come vedete sono ormai nitidissime. Se lo capissimo forse potremmo interagire diversamente con i loro messaggi invece che continuare a inviare lo stesso disegno di Leonardo Da Vinci.”
“Molto ragionevole, ma ci vorrà un po’ di tempo.”
“Non credo molto, le ipotesi da vagliare non sono in un numero sterminato”, sentenzia l’archivista che si è già messo davanti allo schermo, sul quale scorrono velocissimi tutta uan serie di dati.
“Credo che per il momento questo sia tutto, non è necessario che rimaniate, il club è qui vicino e magari può essere più utile che in altri momenti…”

Agenda di scrittore: capitolo ventottesimo.

CAPITOLO VENTOTTESIMO.
“Eccoci qui tutti appassionatamente ad aspettare come sempre…”
Gunther, sempre ironicamente sconsolato, ritorna al tavolo cui sono seduti anche Chantal, Vang e il giovane Althourough, che si alza molto deferente vedendolo arrivare.
“È un onore conoscerla, davvero!”
“La ringrazio, ma non esageri. Ho vivissimo il ricordo di suo padre, ogni tanto mi rivedo i suoi spettacoli, ha fatto miracoli con il poco spazio teatrale che aveva…”
“Sì ha detto bene…”
“E lei come ha pensato di entrare nel giornalismo?”
“Una vecchia passione, e anche una sfida.”
“In che senso?”
“Beh la nostra tutto sommato è una vita monotona, trovare qualcosa da dire è più difficile.”
“Non tanto se si pensa alla ricerca…”
“Sì, lei ha ragione dottoressa Chantal, infatti mi sono dedicato alla comunicazione extra sensoriale ultimamente, parlavo del giornalismo generalista che per noi ha sempre meno senso.”
“Già proprio così; ma lo sa che anche il nostro Vang s’interessa di comunicazione extra sensoriale?” aggiunge Gunther.
Il giovane cinese si schernisce un poco poi abbozza un sorriso con un inchino deferente.
“Potemmo scambiarci dati e opinioni, che ne dice? Anche perché lei è più dentro la Terza mentre io ho qualche notizia in più sulla Prima Struttura”.
“Ma lei Attenborough, si è fatta una ragione del perché le Strutture non si parlano fino a questo punto? Solo questioni di gelosia?”
La domanda di Gunther, rivolta a un collega giovane, lascia tutti interdetti…
“Mah credo che non si tratti soltanto di gelosia, forse sono le regole generali che andrebbero discusse di nuovo, ma se nessuno prende l’iniziativa si va avanti con il tran tran di sempre: si potrebbe fare una vera e propria campagna sulle regole. Se un decano come lei desse il là…”
“Il nostro giovane amico ha ragione, Gunther, perché non cominci tu con un articolo dei tuoi, polemico e ironico insieme?”
Il tono deciso di Chantal così discreta, normalmente, colpisce tutti, tanto che nessuno si decide a parlare, lasciandole campo libero:
“Anche noi ricercatori ne ricaveremmo un grande beneficio, ne avrei di cose da chiedere ma siamo sempre immersi in procedure assurde, la cui osservanza, fra l’altro, è difficile per cui perdiamo un sacco di tempo.”
“Mi avete dato materia su cui riflettere cari amici; lei che ne dice Vang?”
“Che per quanto mi riguarda possiamo cominciare anche domani”.
“Beh forse è meglio attendere qualche giorno, quando tutta questa faccenda dei contatti sarà finita”.
I presenti volgono tutti lo sguardo in direzionr di Gunther, cercan do di spiare se dietro quelle parole si celi il suo proverbiale scetticismo. Non c’è tempo per le illazioni, tuttavia, perché proprio in quel mentre irrompe nella sala Stefanie:
“C’è un’accelerazione nei messaggi e forse abbiamo individuato qualcosa riguardo alle striature.”
S’alzano in fretta e ritornano velocemente nella sala operativa che si sta di nuovo riempiendo.
È Diotima a parlare.
“Come vedete si sono dimezzati i tempi, quanto alle striature potrebbero essere delle traiettorie paraboliche, non ne capiamo esattamente il senso ma stiamo rispondendo nello stesso modo e vediamo che questo ha un effetto d’interazione.”
“Come ve ne accorgete?”
“È semplice: se mandiamo il solito disegno leonardesco vediamo che la comunicazione rallenta, se rispondiamo con segni analoghi ai loro il messaggio di ritorno arriva subito, vuole dire che anche dall’altra parte stanno cercando di capirci.”
“Speriamo non sia un dialogo fra sordi.”
“Beh, in un certo senso lo è caro Gunther, ci scambiamo segni in un linguaggio che assomiglia molto a quelli antichi dei sordomuti.”
“Vede come va avanti l’umanità, caro Vang? Con tutti questi mezzi poi alla fine è una continua riscoperta dell’acqua calda…”
Vang ammicca e se la ride sottovoce come Gunther.
L’attività del grande schermo, in effetti è aumentata di molto, le immagini si susseguono a un ritmo ormai frenetico e questo suscita addirittura espressioni di entusiasmo fra i presenti. Poi accade qualcosa di nuovo, quelle che a tutti erano sembrate striature si fanno via via più spesse, dando vita a piccole zone verdi dalla forma tendenzialmente oblunga. Il colore diventa sempre più nitido, facendo risaltare meglio la differenza con la porzione di schermo rimanente, che assume vieppiù le caratteristiche di uno sfondo. Tali zone verdi sono attraversate in alcuni momenti da una luce bianca, rapidissima, che si perde quando abbandona i perimetri colorati. Tutti fissano lo schermo che continua a riproporre le stesse immagini; riprende allora il chiacchiericcio che accompagna l’attesa… che però è brevissima perché le zone verdi s’avvicinano l’una all’altra fondendosi, dando vita a tre grandi arcipelaghi, distaccati fra loro ma che occupano una porzione ampia dello schermo. Non è l’unica trasformazione, però. La luce bianca che sembrava essere una semplice traiettoria, è invece un oggetto di colore bianco e ovoidale, mentre la parte grigia che poteva sembrare un semplice sfondo, rivela in realtà la presenza di ombre che si muovono, ma che non possono essere ancora individuate con chiarezza perché troppo piccole; si coglie soltanto un melange di diversi colori.
Altre ombre, anch’esse troppo piccole e colorate, occupano le zone verdi dello schermo. Alcune giallastre, altre più rosse con zone nerastre.
Nella sala regna un silenzio irreale, un’apnea collettiva, un sogno a occhi aperti, interrotto da una nuova modificazione: le macchie verdi più grandi lo divengono ancora di più, mentre l’oggetto bianco che le attraversa e ne turba l’assetto come durante una tempesta magnetica o un temporale, schizza da tutte le parti in alto e in basso, senza una logica.
“Sembra il virus della pallina da tennis.”
Per un attimo la frase lascia tutti interdetti, poi le teste si voltano in ogni direzione per cercare di capire chi l’abbia pronunciata. Infine accade qualcosa d’inaspettato: Galileo Fanti prorompe in un urlo belluino, così stonato rispetto alla sua calma proverbiale. Tutti fanno un passo indietro, impauriti.
Il virus della pallina da tennis fu il primo di cui si venne a conoscenza nel lontano 1984, un’era preistorica per i computer: una pallina schizzava sul video distruggendo le frasi appena composte, cancellando intere righe, facendo dei buchi nella tela del testo scritto finché esso diventava illeggibile e completamente inutilizzabile.
In preda a un vero e proprio attacco isterico, Galileo continua con un profluvio d’imprecazioni, mentre Diotima cerca vanamente di calmarlo. “Con tutti mezzi che abbiamo mi parlate di virus della pallina da tennis! Chi è quel deficiente che lo ha detto! Controllate che tutte le procedure di difesa siano state attivate! Voglio sapere entro quindici secondi se si tratta di un virus!”
Narlikar, impassibile e incurante di tutto ciò che accade e insensibile alle urla, continua a fissare lo schermo. Intanto Diotima è riuscita a spegnere la furia di Galileo, che ora si aggira contrito e a testa bassa per la sala, come un cane bastonato.
“Ma non è un virus, guardiamo bene.”
Gunther, da grande giornalista, ha scelto bene il momento in cui aprire bocca, infilando la breve frase in quella sottile intercapedine che divide l’agitazione estrema dal calo di tensione successivo. Tutti si rivolgono di nuovo allo scherno, anche Galileo.
Come se una regia sconosciuta tenesse in mano le redini del gioco, proprio in quel lasso di tempo in cui si era scatenata la tempesta nella grande sala, la frequenza dei messaggi era aumenta freneticamente, i tre arcipelaghi verdi si erano fusi rapidamente, lo sfondo grigio si era ritirato ai lati a delimitarne la superficie compatta, densa di figure multicolori. Tutti tengono di nuovo il fiato increduli di fronte al mosaico ormai composto. Le piccole forme nella zona verde si definiscono meglio nei loro colori: le une verdi e gialle, le altre completamente rosse, con un triangolo nero in alto. Sono uomini, per l’esattezza giocatori di calcio e il proiettile bianco che schizza da tutte le parti altro non è che un pallone. In alto e sulla destra dello schermo, in un riquadro più piccolo si può leggere una scritta: 6 giugno 2034, finale del torneo mondiale di Calcio. Più sotto l’indicazione delle due squadre in campo: Sudafrica-Brasile.
Nessuno osa aprire bocca, poi lo schianto di Galileo sulla sedia del comando, provoca in tutti piccoli movimenti e come alla fine di un incantesimo essi si succedono sempre più rapidi e caotici. Narlikar si alza lentamente dalla postazione e s’avvia verso l’uscita senza guardare in faccia nessuno, Diotima piange in un angolo, gli altri entrano ed escono dalla sala, telefonano, si agitano, Vang se ne sta immobile sull’attenti, lo sguardo sbarrato, mentre al suo fianco Chantal si ripassa nervosamente il rossetto sulle labbra; quanto a Luriaga si è inabissato dentro una poltrona con un bicchiere di rhum in mano.

Come un gabbiano beffardo quel lembo assurdo di terra, uno strappo da loro stessi strappato, si era perso nello spazio e in cerca di rifugio s’era posato lì, singola immagine, sola realtà rimasta, lacerto di una vita che ancora continuava laggiù con le sue prosaiche icone e che aveva incatenato anche loro, prigionieri del rito più banale. Proprio lì, quella sera o quel giorno indefinito che aveva bucato il tempo cosmico nel quale si erano cacciati, con un messaggio alato, che li aveva scovati per un eccesso di nostalgia. Era l’albatro della rivincita, la magia che si prende gioco dei maghi, un colpo di tosse nell’universo.

martedì 1 giugno 2010

Agenda di scrittore: romanzo.

4 Giugno. Dopo una giornata memorabile c’è sempre bisogno di una sosta. Ieri sera a tavola, tutti insieme, le parole tessevano una tela invisibile e calda dentro cui ciascuno si sentiva a proprio agio. Sì, questi eventi di parole sono quanto di meglio ci si possa augurare nella vita, lasciano i segni più duraturi e autentici. I profeti non hanno mai scritto, infatti, hanno parlato, gli scrittori sono arrivati dopo e li hanno quasi sempre travisati.

5 Giugno. L'idea non è sempre una costrizione cui deve corrispondere un'altra costrizione legata al tempo e allo spazio; in altre parole quello che Alfieri indicava come la necessità di legarsi al tavolo di lavoro, metodicamente, secondo una scansione monotona del tempo; per esempio, tutte le mattine dalle nove alla una. A volte è il contrario e cioè un'uscita dalla prigione… Hemigway aveva proprio torto; scrivere può rendere felici e dunque la sua famosa sentenza… che se si è troppo felici di vivere non si ha voglia di scrivere, è in realtà una sciocchezza. La scrittura, comunque, è sempre anche una costrizione, mentre la parola orale che fluisce liberamente e nelle situazioni più impensate, ha forse una valenza che dovrebbe essere recuperata. Non è la memoria che abbiamo perso con la scrittura, come sosteneva Platone, abbiamo perso la parola che scaturisce come un geiser, per naturale combustione, prima che sia incanalata nelle gabbie che le danno un ordine.

9 Giugno. La scrittura è forse anche un prendersi cura di sé che vuole diventare un prendersi cura di tutti il suo e valore terapeutico non può essere negato. Solo che questa terapia non cura una malattia, è terapeutica nel senso che con il suo tramite si costruisce il sé positivo, in altre parole essa corrisponde nell'adulto (come bene ha intuito Winnicott) al gioco di fantasia del bambino. Il bambino mentre gioca non cura una malattia, cura se stesso e la possibilità di svilupparsi come essere pienamente umano. Tuttavia la cosa non finisce qui; perché la scrittura è anche una malattia, o un vizio, è stato detto. E poi per scrivere come per esprimersi o fare gli attori bisogna essere dei bei narcisi... Mah, ci si capisse qualcosa!

10 giugno. Mi sento di nuovo in gabbia.

11 Giugno. Ho letto tutto il giorno: Canetti, Stevens, alcuni manoscritti.

12 Giugno. Ho ripreso a leggere il ritrovato libro di Graves sui miti.
17giugno. Rileggo il capitolo, ritocco alcune parti: va bene.

18 Giugno. Ho raggiunto un punto critico; mi fermo e ripenso a tutta la costruzione.

19 Giugno. La giornata se ne va in quisquilie.

21 Giugno. La giornata se ne va in quisquilie, il clima di ieri si è rotto e questo mi innervosisce.

26 Giugno. Al principio, nel momento in cui si accende una scrittura, c’è sempre un'idea, non credo a quelli che dicono che ci sono dei materiali. Se mai un mondo poetico; ma chiunque ha un mondo che può diventare poetico, senza necessariamente approdare a una scrittura che cerchi una forma artistica. La parola materiali, tuttavia, è spia di un'altra metafora morta. Non si tratta di estrarre qualcosa da una miniera, ma piuttosto di partire per un viaggio d’esplorazione e anche di ricostruzione paziente. Perciò si tratta di armare una nave, trovare l'equipaggio giusto, calibrare bene la meta con i mezzi che si hanno a disposizione. L'idea in quanto meta deve esistere sia prima della partenza sia dopo nella forma di opera realizzata; più spesso nella forma di un telos. Partire per le Indie, dunque, ma l'idea non basta. A volte, poi, le idee diventano stelle fisse in un firmamento aristotelico. Possono, altre volte, trasformarsi in perfette icone e non starò a dire quanto ha pesato questo nella poesia del '900; gli aiku di Pound, il gusto del frammento, l'aforisma, certi pensieri fulminanti di Kraus.
Se non è un fuoco fatuo l'idea deve cominciare ad assumere una forma, produrre altro, articolarsi ed espandersi fino a delineare un vero e proprio campo magnetico dove le forze elementari e quelle deboli e quelle più forti agiscono condizionandosi a vicenda.

27 Giugno. Perché certe idee si articolano e altre no? E che significa più in dettaglio articolare un'idea? Alla prima domanda non si può rispondere senza una definizione di campo. Il campo è già una rete relazionale; vi sono idee che sono in sé reti relazionali, mentre altre non lo sono. Un romanzo storico è una rete relazionale in sé, poiché non può fare a meno di un background che esiste a priori, indipendentemente dal racconto. Naturalmente un'opera d'arte troverà sempre in un elemento immaginifico la propria ragion d'essere, ma anche il più sfrenato degli arbitrii letterari non può ignorare la materia da cui parte, se essa è materia storica. Philip Dick ipotizza, nel romanzo La svastica sul sole, che la seconda Guerra Mondiale non sia stata vinta da chi sappiamo, ma abbia un vincitore sotterraneo e cioè una strana alleanza fra nazisti, giapponesi e statunitensi, dove un ruolo di primo piano viene svolto da un personaggio di probabile origine svedese. Per costruire la sua fiction, tuttavia, Dick non può ignorare il background storico; semplicemente guarda al mondo di oggi e ricostruisce il passato secondo una visione che parte da quello che lui era convinto di vedere nella sua contemporaneità (il romanzo fu scritto negli anni '60). Lui osservava, probabilmente, che gli stati sconfitti (Giappone Germania), erano economicamente e anche politicamente più stabili, floridi e avevano meno problemi di molti stati vincitori: da questo prese le mosse la sua strampalata ma efficace fantasia. In questo modo egli ci ha consegnato prima di tutto un romanzo, ma anche un punto di vista suggestivo e non del tutto inverosimile.
Nella relazione fra i tre personaggi della scena avviene un vero e proprio confronto fra tipi ma anche fra epoche; su questo forse la stesura del capitolo è ancora carente…

28 Giugno. Ben diversa l'articolazione di una raccolta poetica; essa non è altro che la sua espansione, fino a occupare tutto il campo possibile. L'ampiezza è determinata da tale spinta iniziale, che lotta contro l'inerzia e il lento distillato dei versi.