domenica 18 luglio 2010

Agenda di scrittore: capitolo ventinovesimo

CAPITOLO VENTINOVESIMO.
Gunther non era riuscito a fermare il riso che lo aveva colto, solo a contenerlo, poi finalmente a domarlo; dopodiché si era mosso velocemente.
“Galileo vieni via, andiamo via insieme, da me dico.”
Gli occhi inespressivi non dicono sì né no e allora Gunther cerca con lo sguardo Diotima, che si sta soffiando il naso e asciugando le lacrime.
“Venite via tutti e due, venite da me, da noi.”
È Vang ad avvicinarsi a Diotima, la prende per mano e poi sottobraccio e la trascina via dagli sguardi ironici dei presenti: molti sono usciti, il corridoio è pieno, in molti si riversano nel club, finalmente anche Galileo si scuote: “Fate un comunicato per ripristinare tutti i permessi” dice in fretta a Musenda “Ci raggiunga da Gunther poi se vuole…”
Finalmente abbandonano la sala, passano davanti all’ingresso del club, i presenti zittiscono, Galileo alza lo sguardo su di loro per un attimo, poi i quattro proseguono e presto raggiungono l’appartamento di Chang e Gunther.
“Vi preparo qualcosa da mangiare, cercate di rilassarvi.”
Gunther afferra il telefono e chiama Johann:
“Ma che diavolo è successo?”
“Avete seguito?”
“Sì, fra i Commons c’è molta delusione ma tutti sono solidali con i comandanti; vista da fuori sembra una fatalità.”
“Sarà difficile farla passare per tale qui dentro, ho l’impressione che qualcuno vorrà una resa dei conti… Ora ti devo lasciare, sono tutti qui nel mio appartamento. Rientro da voi quanto prima”.
“Ma tutto questo non creerà sconvolgimenti?”
“No, non ne creerà, anzi aumenteranno i permessi. Il comando supremo avrà bisogno di tempo per rimediare alla figuraccia e vorrà tutti fuori dai coglioni, specialmente noi giornalisti; vedrai, avremo modo di dedicarci ai nostri hobbies.”
Vang, nel frattempo, s’è dato da fare, ha messo qualcosa sul fuoco, distribuisce acqua e altre bibite in un silenzio irreale.

Musenda ha stilato i comunicati e può finalmente uscire dalla sala operativa. La sua faccia paciosa e tranquilla è quella che ci vuole in una situazione tanto delicata e lui lo sa; perciò s’avvia diligentemente verso l’appartamento di Gunther, ma con il passo lento di chi vuole allungare il filo dell’attesa, preso dentro nei suoi pensieri, non tutti spiacevoli a dire il vero. Dunque c’è vita sulla terra, pensa fra sé il buon uomo e subito ritorna con la mente al giorno in cui aveva lasciato Johannesburg per recarsi a Londra e sottoporsi alle prove attitudinali. Non ci credeva ancora del tutto che sarebbe partito per quella spedizione, temeva anche un poco le prove cui sarebbe stato sottoposto. Invece filò via tutto liscio e alla fine dei dieci giorni la commissione l’aveva accolto con un applauso addirittura Signor Musenda, fossero tutti così! Sembra che questa spedizione sia stata pensata per lei…ricordava benissimo le parole della Presidente Enrique Hoollmandat, una signora olandese dal fisico di una massaia delle Fiandre e un sorriso gioviale. Narlikar annuiva con il capo e tutti gli altri a fargli domande e a profondersi in congratulazioni. Tirarsi indietro a quel punto era davvero difficile e così tutto era cominciato.
Potevamo almeno farci vedere il risultato e chissà come se la passano poi come se passano là. Quando tutto sarà finito lo andremo tutti a vedere, intanto l’ho messo in salvo…pensa intanto fra sé mentre si avvicina. Anche Luriaga si sta avvicinando all’ingresso e Musenda lo chiama. L’Indio si volta di colpo poi si profonde in un sorriso e allarga le braccia come un torere
“Hombre! Chissà cosa succede ora, serve il tuo equilibrio…”
“Anche la tua ironia e la tua capacità di ascoltare a lungo senza dire nulla?”
I due s’abbracciano e s’attardano prima d’entrare.
“Già, la mia ironia…, sai perché parlo poco?”
Musenda lo guarda aspettandosi come sempre qual cosa di spiazzante e infatti:
“Es el inglès, quella maledetta lingua non mi va in testa… Non parlo perché quando ho capito una sentencia gli altri ne hanno già dette altre due e quello che ho da dire non serve più… Vedi come si diventa saggi a poco prezzo?”
Musenda se la ride di gusto.
“Che succederà ora?… Mi chiedo come sia stata possibile questa figuraccia..."
“Pensi che qualcuno abbia voluto tirare uno scherzo maldido?”
Musenda si stringe nelle spalle, poi aggiunge:
“Con tutti i mezzi a disposizione, nessuno che abbia avuto un sospetto? Oppure dobbiamo credere per forza alla fatalità?”
“La fatalità esiste, ma anche a me sembra un poquito suspicioso todo esto…mah!”

I due entrano, gli altri sono ancora dispersi in punti diversi della stanz a, in silenzio. Galileo alza gli occhi verso i due nuovi arrivati con un’espressione difficile da decifrare, sospesa fra una rassegnata indifferenza che non riesce del tutto a cancellare lampi di rabbia. Musenda lo guarda un momento.
“Ho sospeso tutti i permessi…” dice tanto per romepre l’atmosfera pesante che ancora regna nel locale.
“Dovremo condurre un’inchiesta interna…Gunther, lei è disposto ad aiutarci?”
Il giornalista lo guarda sorpeso, quella richiesta perentoria e così poco canonica lo ha sopreso; poi rivolge gli occhi ai presenti, anch’essi tutti interrogativi. Anche Diotima lo guarda esterefatta.
“Galileo lei mi sta chiedendo…”
“Si le sto chiedendo di aiutarmi in un’inchiesta che dovrebbe essere soltanto interna, ma io delle regole stupide che ci siamo dati ne ho piene le tasche e poi con tutto quello che è successo qui le regole sono già state evidentemente violate…”
Il tono acceso e deciso di Galileo sorprende un po’ tutti, ma ha l’effetto di alleggerire l’atmosfera.
“Beh a questo punto siamo tutti coinvolti…” aggiunge Luriaga che intanto si è acceso un buon sigaro.
“Già, siamo tutti coinvolti…” aggiunge pensieroso Vang. Galileo, allora, si rivolge a lui, ma parlando a tutti.
“Non è un obbligo ci mancherebbe altro, a chi non se la sente, però, chiedo di andarsene ora e di dimenticare quel che ho appena detto…”
Nessuno dei presenti si muove e Galileo tira un sospiro di sollievo.
“Mi scusi, dottor Fanti, ma perché si fida così di noi?”
Luriaga, questa volta, è riuscito a parlare a tempo, dicendo quello che era passato nella testa di tutti. Galileo sembra scuotersi ulteriormente dal suo torpore.
“Abbiamo bisogno di fidarci su questa maledetta nave…”
Tutti si guardano perplessi poi Gunther si mette as batter le mani, scuotendo il capo con decisione in segno di assenso. Allora Galileo riprende la parola:
“Bene, qualche idea ce l’ho, ma vorrei avere almeno una giornata di distacco e poi mi prendo un permesso anch’io, appena posso, perché ci sarà un’inchiesta interna. Non ho intenzione, però, di rimanere a lungo: mi metterò a disposizione domani stesso, ma se mi tengono dentro a lungo, mi dimetto e allora dovranno accelerare, oppure le accoglieranno subito le dimissioni e vediamo chi va al posto mio e forse questo ci permetterà di cpaire qualcosa. Noi possiamo frequentarci anche fuori di qui…”
“Io sono il solo che un permesso non lo può chiedere però, sono appena rientrato…” aggiunge Luriaga.
“Beh meglio così forse, uno dentro e gli altri fuori forse ci dà qualche vantaggio in più… e intanto noi due possiamo vederci qui dentro finchè ci siamo.”
“Non mi annoierò soltanto io allora…” aggiunge Luriaga, strappando a tutti un sorriso dopo tanta tensione.
Uno per uno i presenti abbandonano la stanza ci si saluta in fretta fuori, poi Vang e Gunther si avviano verso i loro appartamenti.
“Cerchiamo di uscire domani stesso…”
Vang assente.
“Puoi pensarci tu a chiedere il permesso anche per me? Io devo fare un salto al club per incontrare un’amica.”

Lasciato Vang davanti alla porta del loro appartamento, Gunther s’avvia rapidamente con il mezzo mobile in direzione del club. Desidera mettersi subito in contatto con Johann, ma non vuole rendere partecipe Vang di quel contatto. I sospetti si moltiplicano e Gunther si domanda se vi siano connessioni ancora da scoprire; la prudenza, però, gli suggerire di non mescolare troppo le carte.
La telefonata con Johann, laconica e breve, gli ha portato via poco tempo, ma per rendere più credibile la frottola raccontata a Vang, Gunther si trattienne ancora brevemente al club.
Quando torna trova il suo collaboratore già intento a preparare il piccolo bagaglio.
“Ci hanno risposto immediatamente che va bene, usciamo domani mattina, tutte le procedure sono affrettate.”
“Narlikar non vuole giornalisti qui dentro, non può esimersi da una inchiesta ufficiale e mi domando a chi si rivolgerà…”
“Se chiama anche qualcuno di noi?”
“Ci andiamo, anzi lo spero e non mi soprenderei che domani non tutti ci ritroveremo fuori…”

Agenda di scrittore: romanzo

10 Luglio. Sono di nuovo al centro di qualcosa ma è cambiata l’atmosfera; i colori sono differenti, mi vengono in mente altri personaggi, poi altri ancora, è tutta una folla che spinge per entrare; altre parti, invece, vanno semplificate, rese più essenziali.

12 Luglio. Al finale, in effetti, mancava qualcosa.

20 Luglio. L'estate è tempo di scritture frammentarie, poco adatte al fiume della narrazione. La lettura sostituisce in parte la scrittura, per un altra parte sono le serate trascorse insieme agli amici, grandi avventure dello spirito in cui lo scambio avviene attraverso la parola che non lascia tracce ma costruisce eventi memorabili, cui non siamo più abituati. Non mi par vero sia tornata questa stagione, quella in cui la verità, per dirla con Stevens, è un giro sul lago.

21 Luglio. Il mio giro sul lago di questa sera è una cena sul mare con due amiche.

22 Luglio. Nulla di importante.

23 Luglio. Dopo una giornata memorabile c’è sempre bisogno di una sosta. Ieri sera a tavola, tutti insieme, le parole tessevano una tela invisibile e calda dentro cui ciascuno si sentiva a proprio agio. Sì, questi eventi di parole sono quanto di meglio ci si possa augurare nella vita, lasciano i segni più duraturi ed autentici perché sono scritti sulla nostra pelle.

24 Luglio. Ho letto tutto il giorno: Stevens, Walcott, D’Arrigo, alcuni manoscritti.

25 Luglio. Un nuovo capitolo comincia a delinearsi quando minuscoli segnali a sé stanti iniziano a muoversi in modo coordinato; prendono cioè una forma. Non importa quale, tanto le forme sono in numero assai minore di quello che siamo portati a credere. Una forma, per quanto sia diversa da un'altra, deve produrre comunque qualcosa che si regge in piedi per forza propria; perciò è inevitabile che alcune strutture portanti siano molto simili. L'isomorfismo è l'ovvia conseguenza di una sostanziale mancanza di fantasia del concreto, anche quando esso si manifesta nelle fogge più gratuite dell'espressione artistica. Anche per questo l’originalità è un bene raro cui non bisogna far caso, che non va ricercato più di tanto. Spesso chi pretende a tutti i costi l’originalità alla fine trova soltanto espedienti, oppure trovate, a volte geniali, a volte sempicemente trovate.

26 Luglio. Il sole cala già prima, l’estate di fine luglio sembra già dirci addio. Sarà per lo sgomento di ritornare da Berlino, dove invece la luce resiste fino a tarda ora, che tutto qui mi sembra più scuro. La luce del nord,
il suo estremismo che ha il proprio contraltare nel buio invernale altrettanto estremista…

27 Luglio. Nulla d’importante.

28 luglio. Ci vuole anche un giornalista, un altro dico. Uno non basta, bisogna che introduca un altro sguardo; in fondo il romanzo moderno non è altro che una moltiplicazione di sguardi. Non è lo specchio infranto la vera novità, ma l'infinità di punti di vista, che corrisponde all'amplificazione delle culture e alla possibilità di traduzione reciproca. Soltanto Pessoa è stato capace di intravedere una possibilità diversa dalla frammentazione del soggetto: esso può moltiplicarsi invece che frammentarsi, dare vita a una proliferazione di punti di vista diversi che egli incarnò in modo così geniale nei suoi eteronimi e in se stesso ortonimo.

31 luglio. Di nuovo a Roma dopo qualche mese. Il caldo è lo stesso di Milano, subtropicale come un po’ dappertutto, a dispetto di chi dice che non ci sono variazioni singificative più di tanto. Il problema è che gli statistici prendono in considerazione solo un fenomeno alla volta. Può essere benissimo che le temperatura abbiano dei precedenti in altri anni trascorsi e che il picco di caldo non sia un fenomeno di per sé così ecaltante. Così come non sono eclatanti di per sé le inondazioni periodiche, le esondazioni dei fiumi europei in una misura così estrema, come è accaduto anche nelgi anni scorsi. Ciascuno di questi fenomeni può non essere così estremo, ma tutti insieme? Non delineano forse un quadro diverso? Ma la statistica ha qualche problema con la globalità dei problemi…