giovedì 23 settembre 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo trentunesimo.

CAPITOLO TRENTUNESIMO.
Rientrati insieme nell’appartamento di lui, Diotima e Galileo se ne stanno in silenzio sul divano, abbracciati. La tensione della giornata non ha intaccato il piacere di ritrovarsi insieme; anzi, ha aumentato la tenerezza.
“Adesso per un po’ non ci pensiamo…tanto mi aspetto la chiamata di Narlikar da un momento all’altro e magari di qualche sciacallo… non spengo tutto per quello” aggiunge indicando il cellulare a plasma minacciosamente acceso.
“Pensi che mi escluderanno dall’inchiesta? Il fondo sono una Common…”
“Non possono farlo, tu sei parte integrante della struttura, se te lo chiedono io farò muro e minaccerò subito le dimissioni.”
Lei lo guarda e gli passa una mano fra i capelli.
“Aspettiamo come dici tu, ma non prendere decisioni avventate e a caldo; le tue dimissioni sono un’arma molto forte, da usare al momento giusto. Infondo più ne sappiamo e meglio è… stare dentro è meglio che stare fuori, se le minacci subito, magari le accolgono e ti escludono, se le minacci quando hai già capito qualcosa è diverso…”
Galileo sospira. “Già, mi sa che hai ragione tu… ma adesso basta davvero.”
Si sorridono, poi l’occhio di entrambi cade casualmente sul libro, lasciato inopinatamente sul tavolo. Si guardano, a entrambi passa nella mente lo stesso pensiero, ma è Diotima a muoversi per prima. Lo va a prendere e lo riporta sul divano e di novo si accuccia accanto a lui.
“Leggimi qualcosa…”
“È tutto strano, anche questo libro… da quando l’ho lasciato lì è cambiato tutto, non so cosa questo vuol dire…”
Poi, dopo un momento di incertezza, comincia a sfogliarlo.
“Ma dove devo leggere… tu…”
Diotima lo interrompe ponendogli la mano sul braccio.
“Dove sei arrivato tu, non importa… un po’ la storia la conosco. Due fratelli che son partiti, un po’ di avventure, il piccolo che s’innamora ma partono lo stesso… dai leggi, altrimenti ricominciamo con le nostre congetture.”
Galileo raggiunge presto la pagina su cui si era interrotto…
Fu una luce che Antonio vide per prima, una luce tenue e oscillante, ma senza incertezze. Il grido gli uscì dal cuore come un animale che viene lasciato libero e anche il braccio si mosse puntando il dito nella direzione da cui proveniva quel segnale. Anche gli altri guardarono e di nuovo videro quella luce che lui aveva scorto per primo. I loro sguardi, prima scettici, si sciolsero nel sorriso, poi nel riso e nell’urlo di gioia. Da riva li sentirono e cominciarono a urlare a loro volta e nel mezzo dei rumori provocati dalla tempesta, quelle voci sconnesse parvero quasi dei canti, voci salmodianti e dolcissime. Qualcuno si fece il segno della croce, altri piangevano, altri ancora non credevano che il punto d’approdo fosse così vicino. Poi cominciarono a intravedere ombre che si muovevano facendo segnali, indicando la direzione da prendere. Si resero tutti conto che quella luce tenue era prodotta da una decina di torce che il vento e la pioggia spegnevano continuamente; ma qualcuna che resisteva c’era sempre, per cui la luce non si oscurava mai del tutto. Le ombre divennero uomini incappucciati e vocianti; presto si trovarono in un punto del fiume a loro vicinissimo, poi in un canale stretto e poi di nuovo ampio nel quale la pioggia si sentiva ancora più forte ma anche più lontana. Compresero dopo qualche istante che si trovavano in una piccola ansa protetta del fiume, sotto un tetto di paglia, terra e legno, il quale resisteva bravamente all’urto del vento e della pioggia. Scampato il pericolo fu il momento di gettare l’occhio alle merci ma constatarono presto che i danni erano pochi e rimediabili; era così per tutti e questo aumentò la gioia e le grida di esultanza. Scesero insieme urlando e abbracciandosi, le loro lingue estranee le une alle altre non erano un ostacolo alla comprensione reciproca. Quel che avvenne dopo, tuttavia, fu ancor più esaltante; in mezzo a quelle urla concitate Antonio udì distintamente una voce che parlava in portoghese. Si buttò da quella parte, rispondendo a sua volta, ma nessuno si accorse di lui e solo dopo un po’ Miguel e Francesco, che aveva persi di vista, s’avvicinarono ridendo, domandandogli ragione di quel suo parlar portoghese. Non ebbe il coraggio di dir loro quel che aveva udito e pensò di essersi sbagliato, oppure che Miguel fosse sfuggita un’espressione nella loro lingua che il venot aveva amplificato portandola fino a lui… e quando più tardi chiese se fra i presenti vi fossero dei portoghesi, tutti lo guardarono un poco sorpresi.
Galileo s’interrompe di colpo, preso da un pensiero improvviso. Diotima solleva il viso verso di lui.
“È strano questo romanzo…”
Diotima si toglie dall’abbraccio, sedendosi appoggiata a un lato del divano per osservarlo meglio.
“A che proposito lo dici…”
“Questo è un colpo di genio… è evidente che Antonio, ha creduto di udire la lingua materna perché lo scampato pericolo lo ha riportato alla madre e non al padre, morto in un naufragio…”
Diotima lo guarda, interrogativamente “Sì, è vero, ma…”
“Voglio dire che non è sempre così geniale, sembra scritto da mani diverse e a volte non si capisce con quale criterio sia stato assemblato…”
“Forse è proprio così… o forse la forza sta nella storia che racconta… dai continua a leggere.”
Si baciano prima di rimettersi distesi, Galileo appoggiato all’altro lato del divano e lei di nuovo quasi distesa su di lui, che tiene il libro appena in alto sopra il capo di lei.
Il cibo era buono e così pure il vino; era piacevole fermarsi a tavola e attendere la notte. Il vento era ancora forte ma la sua intensità era diminuita; a tratti continuava a piovere e il fiume s'ingrossava di nuovo. Il pensiero di quella furia metteva ancora addosso la paura.
Molti avventori cominciarono ad alzarsi mentre altri, in minor numero, occupavano i tavoli liberi. Fu proprio in quel mentre che furono distolti da un rumore proveniente dalle scale; si voltarono da quella parte e videro due ombre discendere. Francesco, Antonio e Miguel si guardarono e compresero che doveva per forza trattarsi dell’uomo, il saggio, come l’oste lo aveva chiamato quando, dopo essersi un poco asciugati e ristorati, erano saliti con lui al primo piano per depositare i bagagli nella stanza dove avrebbero dormito. Era stato proprio in quel mentre che l’oste s’era rivolto a loro in un francese misto a spagnolo e aveva chiesto di non fare troppo rumore, poi aveva aggiunto: “Hay un sage, un hombre de religion, de fede ici…”. I tre avevano annuito senza capire del tutto cosa volesse comunicare loro e poi erano discesi per la cena. Ora lo potevano vedere bene. In realtà erano due e non uno solo. Il primo portava un abito molto ricco ma che a uno sguardo più attento si rivelava modesto se paragonato al suo portamento. Cominciò a scendere i gradini, appoggiandosi alla parete e tenendo lo sguardo fisso davanti a sé; dietro di lui un altro vestito più modestamente, forse un suo inserviente, teneva al guinzaglio un cane di taglia modesta, ma che parve a tutti regale come il suo padrone. L’uomo era anziano. Discese lentamente e dietro di lui, l’inserviente e l’animale misuravano i passi tenendosi a una certa distanza. Si sedettero infine a un tavolo accanto al loro e dalla posizione in cui si trovavano, potevano osservarlo bene. Francesco e Miguel, dopo un momento d’attenzione, si dedicarono di nuovo al cibo e al vino, mentre Antonio era più incuriosito di loro di quella presenza; anzi, aveva provato un brivido d’emozione vedendo l’uomo scendere le scale e poi sedersi a tavola. Il silenzio era calato in sala, un silenzio rispettoso e attento, tanto che Francesco e Miguel forono costretti ad abbassare la voce, sebbene nessuno dei presenti lo avesse richiesto. L’uomo alzò un braccio; era il segnale per l’oste, che s’avvicinò. Fu allora che Antonio mise meglio a fuoco il suo profilo e i suoi occhi; erano più vivi della sua andatura e nel suo volto un poco magro se non proprio scavato, il naso appariva come un'aggiunta troppo grande e sgraziata. Tuttavia l’affilatezza dei lineamenti rendeva il suo volto severo e scattante, volitivo. Gli occhi guardavano intorno con rapidità e si poteva scorgere in essi una certa ironia, mescolata a un poco di tristezza. Fu un attimo tuttavia, poiché subito dopo si piegò verso l’inserviente e prese a parlottare. Quando ebbero finito di parlare fra di loro l’oste si rivolse al servo e questi iniziò a ordinare, mentre l’altro osservava il loro dialogasre senza intervenire. Antonio, che si trovava proprio di fronte a lui, al contrario di Francesco che gli dava le spalle e di Miguel che lo poteva vedere di fianco, vide come egli capisse molto bene le risposte dell’oste eppure lasciava fare al suo accompagnatore. Quel modo, che poteva apparire altezzoso, sembrava tuttavia motivato da altro. Qualcosa lo disturbava nella necessità di mangiare. Più volte infatti, aveva scosso il capo in segno di diniego. Finalmente accennò di sì un paio di volte e allora l’oste s’allontanò; non capiva, Antonio, quelle parole, ma qualcosa colse e notò che forse non avrebbero mangiato diversamente da loro. Una volta finito di ordinare gli occhi dell’uomo presero a roteare brillanti per la sala in attesa di qualcosa.

Questa volta fu Diotima a interrompere la lettura, sollevandosi di nuovo seduta.

“Hai idea di chi possa essere questo personaggio? Mi ricorda qualcuno…”
“Per così poco? Non ne ho proprio idea… forse se continuiamo ci capiamo qualcosa di più…”
“Aspetta un momento…” Diotima si alza e prende dal frigo una lattina di birra. Galileo indica che ne vuole una anche lui. Quando i bicchieri sono colmi bevono entrambi, poi seduti l’uno accanto all’altra, Galileo si accinge a riprendere la lettura.

mercoledì 8 settembre 2010

Agenda di scrittore: romanzo

10 Agosto. Partenza per la Calabria.

11 Agosto. Le terre estreme mi hanno sempre affascinato e la Calabria è una di queste; ciò che ancora mi stupisce è la permanenza nel tempo di certe caratteristiche ambientali, a cominciare dalla sua natura fisica. Il treno, superata Praia a mare e poi Scalea, si avvicina a Cetraro e Acquappesa, il paese dove fui ospite quaranta e più anni fa di un amico e compagno (anche in senso politico), che studiava alla facoltà di economia della Bocconi: Emilio Orsino. Anche suo padre Omero (un nome che dice già tutto), era noto in paese perché durante il ventennio fascista finiva in galera ogni volta che un gerarca si faceva vedere lì o nei dintorni. Era, allora una prassi consolidata e in quell’Italia assai simile a quella di oggi, accadeva anche ad altri: quello che accadeva probabimente soltanto a lui era di finire in galera ogni anno anche il Primo di Maggio, quando esponeva puntualmente la bandiera rossa con la falce e il martello alle finestre di casa sua, per la disperazione della moglie. Omero lo ricordo come un uomo silenzioso, austero, un contadino dallo sguardo fiero, autoritario e autorevole, sempre gentile, stimato in tutto il paese. Era il patriarca, con qualcosa di omerico come il suo nome. Il figlio, per ribellarsi a tanto padre, non era passato dall’altra parte, ma aveva scelto il bordighismo come propria nicchia politica, una corrente ultra minoritaria del comunismo italiano, in rotta persino con Trotzskj e il trotzkjsmo internazinale, chiusa in sé come il suo leader. Le discussiani fra loro erano uno spasso: il mio amico e compagno partiva con una filippica che durava cinque minuti buoni, diurante i quali il padre, impassibille, continava a guardare nel vuoto come se stesso pensando ad altro. Poi, approfittando di un momento d’interruzione nel fluire dell’eloquio figliale, piazzava una battuta che sembrava una sorta di raffica rapidissima e fulminante, che poneva sempre un interrogativo di fondo, che dimostrava come lui sapesse bene tutta la materia e padroneggiasse benissimo tutte le ragioni dei contrasti interni al Partito Comunista Italiano negli anni cruciali che vanno della fondazione nel ’22 all’arresto di Gramsci. Emilio, suo figlio, non rispondeva subito, si chiudeva a sua volta in un silenzio teso, per poi ricominciare daccapo il giorno dopo.
Guardo fuori dal finestrino, mentre ripenso a tutto questo e riconosco le spiagge, persino quella in cui andavamo insieme, una piccola insenatura con un castello diroccato sulla punta e un isolotto davanti, raggiungibile a nuoto. Ora, mentre il treno s’avvicina a Lamezia Terme, mi domando cosa ne sia di lui di Emilio, del mio compagno di studi e di lotte universitarie, tornato in Calabria dopo la laurea e mai più incontrato.

13 Agosto. Ci vuole anche un giornalista, un altro dico. Uno non basta, bisogna che introduca un altro sguardo; in fondo il romanzo moderno non è altro che una moltiplicazione di sguardi. Non è lo specchio infranto la vera novità, ma l'infinità di punti di vista, che corrisponde all'amplificazione delle culture e alla possibilità di traduzione reciproca. Soltanto Pessoa è stato capace di intravedere una possibilità diversa rispetto a quella della frammentazione. Il soggetto può moltiplicarsi invece che frammentarsi, dare vita a una proliferazione di punti di vista diversi che egli incarnò in modo così geniale nei suoi eteronimi e in se stesso ortonimo.

16 Agosto. Sono così contento di aver potuto parlare di una giornata come quella di ieri... non capita spesso di poter mettere in scena un evento come quello, nemmeno per uno scrittore dotato della più sfrenata fantasia.

17 Agosto. È stata una giornata molto confusa contrassegnata da movimenti contraddittori che si elidevano l'un l'altro; sembrava quasi di assistere a una gag in cui ognuno degli attori si muove nelle direzioni più diverse ma poi tutti passavano più o meno negli stessi punti senza sospettare l'uno dell'altro. La comicità è una serie di equivoci concatenati e finiti; la complessità, probabilmente, altro non è se non una serie infinita di equivoci non concatenati; ma forse è che si tratta del giorno prima della partenza e le partenze sono sempre caotiche.

18 Agosto. Ritorno a Roma, la città è ancora ferragostana e le strade sono vuote specialmente quelle di grande traffico come la Cristoforo Colombo. Speriamo che non ci sia qualche corsa natturna clandestina quando me ne tornerò a casa.

1 Settembre. Milano è assolata ed estiva quanto mai. A sera il tramonto è davvero di una bellezza che non ci si aspetterebbe.

2 Settembre. Una lettura pubblica è un evento da preparare con grande rigore. Un tempo pensavo che la poesia fosse soltanto per la lettura solitaria, poi il mio punto di vista è cambiato radicalmente e oggi so che lettura pubblica e libro sono due forze di uguale potenza che devono fronteggiarsi e declinarsi in ognuno di noi. La poesia nacque come oralità allo stato puro, musica, genere prima di altri generi; il racconto orale come diciamo noi è una definizione fuorviante perché quel racconto orale aveva un metro e una misura poetiche, non era un racconto come noi lo intendiamo ora.

6 Settembre. Ilsole declina più presto, il clima si raffredda e ci guida con dolcezza dentro l’autunno imminente. In città è tempo di tornare.

martedì 7 settembre 2010

Beno Fignon

UN anno fa, moriva Beno Fignon, non ricordo esattamente se il giorno fosse proprio questo o quello del suo funerale. In ogni caso, oltre che ricordarlo personalmente come altri hanno fatto ieri, segnalo che sul sito di Adiacenze trovate un suo scritto molto bello. Custodiamo la memoria di chi ci ha lasciato segni importanti.

giovedì 2 settembre 2010

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo trentesimo.

CAPITOLO TRENTESIMO.

Uno psicologo moderno lavora con maggiori certezze rispetto al passato, anche recente; la specializzazione raggiunta è tale da consentire una vasta azione preventiva. Essenziale in questo progresso è certamente la delimitazione dei campi d’indagine e l’utilizzo di strumenti sofisticati che altre scienze mettono a disposizione della psicologia. Uno psicologo che lavori nella Struttura Parallela e fa parte di un’équipe di controllo degli stati psicofisici dei membri delle altre Strutture ha a che fare con tre tipi diversi di dati: mappa del DNA dell’individuo in questione (predisposta dai genetisti) mappa dei fattori ereditari (compresa l’analisi delle caratteristiche del DNA dei genitori, in caso di soggetti molto giovani), analisi del contesto socio ambientale in cui il soggetto si trova inserito. Su questa base si giunge a delineare il profilo dell’individuo, indicandone l’appartenenza a una delle dieci tipologie fondamentali. In questo modo lo psicologo si trova a operare quasi esclusivamente sul versante della prevenzione, contribuisce a individuare precocemente le possibilità d’intervento a monte per evitare l’insorgere di malattie o semplici disturbi dell’adattamento, qualora non siano necessari interventi ancor più radicali sulla struttura stessa del DNA. Non si occupa, invece, di un’altra parte importante della prevenzione, quella che interviene a valle e che riguarda la composizione chimica del sangue; ma siamo con questo già entrati in un terreno diverso, più prossimo all’insorgere delle patologie.
A valle della psicologia operano la psicanalisi nelle sue varie correnti, nonché le diverse specializzazioni tecniche (decodificazione dei sogni, psico telepatia, stati dell’inconscio collettivo) le quali comunque (ed è un vanto delle scienze) vedono il loro ruolo sempre più ridotto: psicanalisi e psichiatria, infatti, si occupano del rimanente 10% dei casi. Naturalmente la psicanalisi conserva un ruolo culturale fondamentale, che si evince anche dal fatto che gli psicanalisti sono fra i pochi scienziati presenti in tutte e tre le Strutture. Lo psicologo occupa un posto molto in alto nella piramide delle scienze umane, a fianco del genetista, in posizione di poco più elevata di biologi e biochimici. Egli, infatti, si trova a operare con una massa di dati imponente poiché se è sempre vero che si trova a manipolare, fra l’altro, i dati che il genetista gli mette a disposizione, non è sempre vero il contrario, anzi non lo è quasi mai. Più che del controllo del personale adulto egli si occupa di predisporre i dati utili all’analisi dei nuovi membri della comunità, lo studio delle costellazioni famigliari e tutto ciò che è utile ai fini di collocare il soggetto nel suo contesto. La specializzazione ha portato a un’ulteriore precisazione di funzioni: i nuovi nati, dei quali è possibile delineare le caratteristiche essenziali durante le prime sei ore di vita, vengano mappati da un'équipe che si occupa esclusivamente di loro. Tale gruppo di lavoro gode di un prestigio particolare all’interno della Struttura, i suoi membri costituiscono un consesso austero, dalle regole di comportamento severe e sono tenuti ad una riservatezza assoluta. E si tratta di un'équipe formata da personale giovane, con una forte presenza femminile: Chantal Devisè lavora in questa equipe.
Studiosa delle genealogie, aveva iniziato a occuparsi di psicologia sulla terra e imbarcatasi con i genitori e il fratello, ha continuato gli studi sulla Bolla. Vive sola pur non essendo una solitaria: solide amicizie, arte del buon vivere, una certa civetteria salottiera, accompagnata da un tratto seducente tipicamente francese. Chantal, insomma, è una donna brillante, che ha raggiunto la posizione che ha grazie al lavoro e senza eccessive fatiche, come se tutto le riuscisse naturalmente al primo colpo. Tuttavia non assomiglia a quei tipi che passano il loro tempo a pensare esclusivamente al lavoro.
Chantal è ora alle prese con l’indagine su una serie di dati riguardanti cento nuovi nati dell’ultimo anno. Ha notato alcune curiose anomalie statistiche, ma le manca ancora la mappa genetica di alcuni dei soggetti. L’ha avuta proprio questa sera e la sta guardando proprio ora. S’interrompe allo squillo del telefono.
“Mi perdoni signorina Devisé" ma non capisco proprio perché lei voglia uno storico esperto in demografia nell’équipe: a cosa vi serve? Tuttavia mi faccia pervenire la richiesta, naturalmente l’esaminerò.”
Dall’altra parte del filo c’è una pausa, poi la direttrice ella struttura riprende a parlare:
“Guardi che ho la massima fiducia in lei, signorina Devisè; ho solo reagito a una richiesta che mi è parsa sul momento molto... molto”
“Molto particolare…”
“Si diciamo così; non dubiti che l’esaminerò.”
“Non lo dubitavo e la ringrazio di questo...” .
Chantal sorride, la Comandante della Struttura Parallela, non è un personaggio dei più facili. Chiude la cartellina e apre il frigorifero: una birra è quello che ci vuole.
In quel momento entra un collega.
“Quando finisci?”
“Domani, e tu?
“Altri quindici, a che punto sei?”
“Con i miei dati?” L’uomo annuisce.
“Abbastanza avanti, ma vorrei aspettare ancora per la relazione finale.”
“Tre mesi?”
“Tanto non finirete prima; comunque lascerò gli appunti su quello che ho già fatto...”
“Chi viene al posto tuo?”
“Friedman credo, oppure Musenda, non ricordo a chi tocca.”
L’uomo la guarda sorseggiando a sua volta una bevanda fresca al gusto di pompelmo
“Sbaglio o siamo più lenti del solito...”
“Non sbagli, è che ci sono dei dati anomali; niente di particolare, ma devo andare a fondo su un paio di questioni e poi anche i genetisti ci hanno mandato le mappe in ritardo, non è successo anche a te?”
“Si, ora che mi ci fai pensare è vero; fra l’altro uno di loro mi diceva che le mappe diventano più complesse. Lì per lì non ho capito cosa diavolo volesse dirmi o se era una battuta, poi una sera lo sentii dire anche da Dakshooll al club...”
Chantal alza lo sguardo trasalendo.
“Cosa esattamente?”
“Che le mappe sono più complesse.”
I due si guardano a lungo stringendo le labbra, Godunov ha un’espressione perplessa
“Cosa vorranno dire?”
“Nella relazione non c’è traccia di questo che mi dici...”
“Parlavi di anomalie.”
“Oh non immaginarti granché; una sequenza bizzarra di distribuzione fra nati femmina e nati maschi; a te non risulta?”
“Beh il mio è un universo molto limitato, trenta soggetti.”
“Come mai così pochi?”
“È una lunga storia, se ci tieni a conoscerla, ma non è particolarmente interessante.”
Godunov sorride sotto i baffetti e Chantal non insiste; vecchie beghe fra colleghi.
In quel momento il telefono, suona di nuovo; é la Comandante.
“La sua richiesta è convincente, ma le faccio una proposta; non le basta un colloquio personale? Avrei io uno storico da consigliarle… voglio dire che una richiesta come la sua può essere soddisfatta in un pomeriggio, perché aggregarlo stabilmente all'équipe?”
“Non so darle torto...”
“A meno che non ci sia dell’altro; comunque non siete gli unici a fare richieste strane in questi ultimi tempi; allora?”
“Mi sta bene... mi autorizza a incontrarlo fuori?.. Il mio periodo scade domani.”
La Comandante non ci pensa due volte.
“Certamente, ma mi raccomando le norme di sicurezza, la questione mi sembra delicata... in ogni caso… potrebbe trattarsi di una bolla di sapone.”
Godunov segue il colloquio con una certa impazienza, sentendosi a disagio, finché riesce a salutarla con una mano e ad allontanarsi alla stanza.
“Si certo, potrebbe essere una bolla di sapone.”
“Non mi fraintenda Chantal. Mi permette di chiamarla per nome? Lei mi è molto simpatica anche se non ci siamo mai incontrate: conosco il suo scrupolo e lo apprezzo, ma non bisogna mai esagerare nelle previsioni.”
Chantal sorride.
“Si, ha ragione, ma le assicuro che leggendo la serie dei dati rimasi subito
impressionata, capisco tuttavia le sue obiezioni...”
“Più che obiezioni le mie sono prudenze; non le pare? Tuttavia la sua scelta mi sembra geniale, vista la relazione non ho avuto dubbi, è uno storico che può aiutarla su… lei è stata lungimirante...”
“La ringrazio e spero di incontrala prima o poi...”
“Ci conti.”
Chantal raduna le sue carte, ripercorre i grafici con i dati, mette a margine dei fogli piccoli segni di riconoscimento. S’interrompe di nuovo; fa caldo, beve un’altra birra, poi cammina per la stanza assorta, a tratti si ferma. Ora la sua fronte è aggrottata. Riprende a camminare per la stanza sorseggiando la birra. Infine si siede sul bordo della scrivania; finisce la birra e butta la lattina vuota nel cestino. Sbaglia mira e la lattina rotola per la stanza. Chantal la segue con l’occhio, la lattina rotola finché non si arresta contro la gamba del tavolino sul quale si trova la fotocopiatrice. Chantal si alza e si avvicina ai documenti, li toglie dalla cartellina, li guarda portandosi una mano alla bocca, stropicciandosi le labbra. S’avvicina lentamente alla fotocopiatrice e li appoggia su di essa. Si avvicina la telefono, alza l’apparecchio poi lo ripone. Ritorna alla fotocopiatrice e la accende; fotocopia tutti i documenti, poi ripone gli originali nella cartellina e mette le copie in un’altra senza alcuna indicazione; la mette sul fondo della valigia.