sabato 31 dicembre 2011

Auguri

Auguri con allegria, a volte un po' amara.

PIERRE DAC: Non è che in inverno peri il solo fatto di dire "chiudi la porta che fuori fa freddo", fuori fa meno freddo quando la porta è chiusa.

GROUCHO MARX: E così tu pensi che ti abbia sposato per i tuoi cinquemila dollari di stipendio? Ti sbagli! se tu ne guadagnassi diecimila ti avrei sposato lo stesso!

MARK TWAIN. Il letto è il posto più pericoloso al mondo: il 99% vi muore.

WOODY ALLEN. La vita è una malattia mortale sessualmente trasmissibile.

JEAN COCTEAU. Il verbo amare è difficile da coniugare. Il suo passato non è semplice, il suo presente è puramnte indicativo, il suo futuro sempre condizionale.

MARCEL PAGNOL. Tutti dicevano che quella cosa era impossibile farla: poi è arrivato uno che non era stato informato e la fece.

CHARLOTTE WHITTON. Una donna deve fare la stessa cosa due volte meglio di un uomo per potere essere apprezzata. Per fortuna non è affatto difficile!

ALFONSE ALLE'. Il denaro va cercato dove si trova e cioè fra i poveri. Ne hanno poco ma sono tanti.

martedì 20 dicembre 2011

Una poesia del 1974 di Pasolini scovata da Debora Billi

La recessione, di Pier Paolo Pasolini

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Il genio visionario di Pier Paolo Pasolini ci raccontava, dal lontano 1974, gli anni che oggi abbiamo davanti. Con inaspettata precisione, e ineguagliata poesia.
pasolinidecrdi Debora Billi.
Tante le Cassandre che affollano questi anni difficili. Tanti, che hanno inascoltati chiesto una decrescita "felice" prima che fossimo costretti a quella infelice. Tanti che hanno avvisato, poi salutati come menagrami, complottisti, fantasiosi, chiacchieroni da tastiera. Una, la grande Cassandra italiana, ci aveva raccontato i nostri anni molto prima che li vivessimo, molto prima che persino li pensassimo. Pier Paolo Pasolini. Che, incredibile a dirsi, ci ha descritto anche i tempi che dobbiamo ancora vedere. Nel 1974. Una poesia che è una fotografia impietosa del nostro futuro, dal nome amaro, La Recessione.

Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
vuoti di macchine
pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania
I vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane
E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino
L'aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno
E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d'amore
soltanto d'amore
Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com'erano una volta
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
L'aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno
E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello
Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.
Pier Paolo Pasolini.

domenica 18 dicembre 2011

Segnalazione

Sul blog Ora e Qui, che può essere raggiunto cliccando 2011oraequi tutto attaccato, ho pubblicato una riflessione di Punto Rosso di Carrara insieme a un mio breve commento.

venerdì 16 dicembre 2011

Agenda di scrittore: romanzo.

25 Novembre. Il clima non è poi così freddo. Comincio a pensare che i meno venti gradi sotto zero a Berlino siano una leggenda metropolitana messa in giro dagli italiani che vivono qui. È vero che la notizia fu data lo scorso anno anche dai telegiornali, ma poi andando a leggere bene c'era scritto che si trattava della minima raggiunta un giorno solo alle... tre di notte.

1 Dicembre. Ci sono eventi che segnano un'epoca. Lo so che è una frase fatta, ma nei luoghi comuni c'è sempre una verità, è per quello che si chiamano così. In questo caso, inoltre, mi sento ancor più libero di usare tale espressione perché aggiungo subito che l'evento di cui scrivo segna un'epoca per me: un fatto personale, che può stare in un romanzo che è anche un diario o meglio un'agenda di scrittore.
Il suicidio di Lucio Magri mi ha provocato diverse e continuamente cangianti sensazioni, mettendo a dura prova la stessa volontà di scriverne: eppure anche l'urgenza a farlo, un sentimento istintivo che mi porta a dire che, a differenza di quello che forse si crede e cioè che di certi eventi è bene non scrivere a caldo, in questo caso mi sento portato in senso contrario. Frase contraddittoria certo, ma al fondo rimane la convinzione che sia il segno di una fine che non riguarda solo lui ma in qualche modo anche chi rimane ma è suo contemporaneo e ha condiviso con lui momenti significativi della propria vita, come è nel mio caso.
Sgomento? No, sgomento è troppo e poi la parola è talmente abusata... Sconcerto? Meglio ma non va bene neppure questa, abusata anche lei per fatti come questi. Alla fine rimane sorpresa, un termine certo un po´ dimesso, non particolarmente evocativo.
Lucio Magri è entrato per qualche anno nella mia vita di militante comunista: prima nel Manifesto poi nel Pdup dove lo seguii con molta riluttanza ed è certamente una delle scelte che preferirei non avere fatto, ma pazienza! Abbandonato il partito, mi è capitato ogni tanto e a distanze regolari di tempo, d'imbattermi nei suoi scritti e interventi. Era un tornarci intermittente perché forse anche la sua era una presenza intermittente. Intanto gli anni passavano inesorabili e ogni tot, ecco che ricompariva il suo nome. L'ultima volta, prima di questa definitiva, due anni fa. Un amico e compagno mi parla del suo libro, il Sarto di Ulm. Il titolo m'incuriosisce e mi scappa di pensare: toh eccolo qui ancora in pista, chissà quanti anni avrà ormai. Quando leggo l'introduzione, scritta da lui stesso, le aspettative crescono. Afferma che a raccontargli la vicenda era stato Ingrao.
Il sarto di Ulm è uno strano personaggio che nel 1600 o giù di lì si mette in testa che gli esseri umani possono volare, devono solo imparare a farlo. Finisce peggio di Icaro e Ingrao ironico sembra aver detto a Magri una frase del tipo: anche noi comunisti abbiamo pensato che si potesse volare e con noi l'umanità intera ma non abbiamo imparato e ci siamo sfracellati al suolo. Però, per rimanere al sarto, è pur vero che l'umanità dopo qualche secolo in qualche modo ha imparato a volare, almeno fisicamente. La conclusione della metafora è evidente: può essere che la fine della preistoria (per dirla con Marx), sia solo rinviata nel tempo e quindi è bene non smettere di pensarci.
Però!, mi dico, niente male e compero il libro che nelle intenzioni mi pare volesse cercare di capire e far capire al lettore perché non eravamo riusciti a volare. Mi bastano quaranta pagine per comprendere che no, le spiegazioni sono troppo semplici, interi capitoli sono un centone di cose ovvie e per di più mi colpisce la scrittura. Magri lo ricordavo brillante sia come oratore (fin troppo), sia nel modo di scrivere e invece è tutto un po' grigio, troppo dimesso e triste. C'è come una rassegnazione che tradisce l'intento del libro: è difficile leggerlo e continuare a pensare al volo, viene voglia di dire il contrario: non pensiamoci proprio più!
Mi metto allora a saltare fra le pagine e i capitoli: qui e là qualche lampo arriva, ma sono sprazzi. Lo abbandono del tutto, deluso e mi dimentico per l'ennesima volta di lui. Lo ritrovo in questi primi giorni di dicembre e non poter più dire, toh eccolo ancora in pista, mi ha lasciato per un attimo senza parole. Sì, sorpresa continua a essere la parola più appropriata: perché da lui un gesto così proprio non me lo sarei aspettato.
Quello che mi ha sempre un po' infastidito di Magri, anche nei momenti delle intuizioni migliori e delle imprese politiche più dignitose, era la difficoltà a rendersi davvero credibile fino in fondo. Il suo ultimo libro è in questo senso un ritratto abbastanza fedele: capace di intuizioni anche di largo respiro, mai del tutto all'altezza del compito che lui stesso si era dato. C'era alla fine qualcosa che gli impediva di andare fino in fondo: ecco la sorpresa di fronte allora a un gesto così assoluto e definitivo. È qui che si annidano molti interrogativi, senza la pretesa di capire cosa accade davvero nella mente di un suicida, cosa che è impossibile. Ma chi rimane non può sottrarsi dal porseli, anche perché Magri era un uomo pubblico. Fuga? Mancanza di coraggio di vivere? Ma no andiamo! Un vecchio non fugge più. Neppure la parola depressione, seppure grave e aggravata dalla scomparsa della moglie, mi convince. Le modalità scelte da Magri, poi, indicano piuttosto un atteggiamento che mi ha ricordato certe morti stoiche. Infine, non ho mai condiviso l'opinione che ci voglia più coraggio a vivere che a morire. Non lo credo. Ci vuole coraggio per entrambe le cose, ma sono di tipo diverso. E molto spesso chi pronuncia la prima sentenza lo fa dall'alto di un piedistallo di arroganti sicurezze: chi soffre davvero e continua a vivere non ne parla. Rimane allora sempre quel fondo: da lui non me lo aspettavo. E allora?
Mi viene la tentazione di prendere il suo gesto come una metafora di ciò che sono stati gli anni '60 e '70, con tutti i loro slanci, le impennate e le cadute. Una rivoluzione a metà per necessità storica e impossibilità di essere diversa da quello che è stata non può che produrre leader dimezzati? Siamo sempre figli del tempo e dunque, vissuti in un tempo di mezzo, non nel senso buddista del termine, ma della più prosaica mediocritas oraziana, tutti i nostri sforzi potevano essere solo mediani, non potevano spingersi oltre un certo limite e chi ha pensato di poterlo fare è volato incontro a un destino ancor più tragico. Magri, fratello maggiore della generazione del '68, come lo sono state sorelle maggiori Luciana Castellina, Rossana Rossanda, Lidia Menapace, Antonio Negri (per alcuni ma non per me), hanno incarnato insieme a più anziani padri e madri caduti in disgrazia o emarginati (Giuseppe Alberganti, Vittorio Foa, Pietro Ingrao stesso, Fortini, Edoarda Masi), un tentativo di saldatura fra generazioni diverse, in nome di una ripresa di iniziativa politica anti capitalista e potenzialmente, almeno nelle soggettività di quegli anni, rivoluzionaria. Il femminismo sarebbe venuto subito dopo ad arricchire ma anche a sconvolgere un po' il quadro. Alcuni di loro sono stati anche dei maestri in alcuni momenti, ma allora penso di più a Fortini e a Foa, che a Magri; certamente a Rossanda, sebbene abbia non poche cose da farsi perdonare, per esempio l'indecorosa intervista che lei e Carla Mosca fecero a Mario Moretti. Tuttavia, alla fine, tutto si è dissolto. Alcuni, e mi riferisco al militante medio del vecchio Pci, sembrava che non attendesse altro e, smaltito in fretta il funerale di Berlinguer, iniziò subito la corsa sfrenata ad accreditarsi come referente locale della politica imperiale statunitense; e intanto l'onda lunga e montante della rivincita capitalistica corrodeva radici, tagliava alberi secolari, preparava i tempi bui di cui stiamo assaggiando i prodromi. Alla fine Magri, con questo gesto calcolato e determinato e proprio lui, il più medio di tutti fra le figure che ho ricordato, è come se avesse detto con un improvviso battito di mani: “Compagni non avete sentito la campana? La ricreazione è finita!”

2 Dicembre.
La morte di Christa Wolf sta passando in un silenzio piuttosto greve qui in Germania. La televisione le aveva dedicato un servizio tre settimane fa. Il mio tedesco non mi permette di capire se fosse un coccodrillo anticipato, la sensazione è che si trattasse di un reportage normale. Pochi i commenti alla notizia della morte e anche girando in rete fra quelli italiani prevale, tranne che in alcuni interventi (primo fra tutto quello di Rossana Rossanda sul Manifesto), una certa acidità. Tutti a ricordare la storia che è poi un falso: quella dei suoi rapporti con la Stasi. Christa Wolf ha ricostruito più volte come sono andate le cose. Non ha negato di essere stata contattata dal servizio ma a fronte della sua reticenza è stata oggetto lei stessa di attenzioni e spiata. Ci sono personaggi ben più imbarazzanti nella ex DDR, che hanno saputo abilmente riciclarsi, a cominciare dall'attuale cancelliera Angela Merkel, se vogliamo rimanere sul piano squisitamente politico. La 'colpa' di Christa Wolf è un'altra: non avere abiurato l'idea comunista pur prendendo tutte le distanze del caso (ma con le armi della critica e della riflessione e non con quelle della rimozione), dalla storia dei regimi orientali. Rossana Rossanda, sul Manifesto, aggiunge altre considerazioni assai acute. Sulla Wolf ha pesato anche il fatto di non essere amata dalle femministe, proprio perché s'era impicciata di 'cose' come il comunismo. La sua mancata abiura, invece e la sua tranquilla resistenza, permettono di scoprire molti altarini. È stato divertente in questi giorni leggere che proprio coloro che parlano a proposito e a sproposito di autonomia dell'arte e dell'artista da ogni pensiero, ideologia ecc., rivendicando che solo l'opera fa testo, parlando della Wolf si siano completamente dimenticati dell'opera e abbiano criticato le sue scelte politiche.
La Wolf scrittrice avrà tutto il tempo che vuole per tornare a imporsi. Ha saputo risalire alla grande mitologia greca in un modo originalissimo, lontana sia dai cliché della parodia sia della rivisitazione del mito in chiave postmoderna. Ha certamente attualizzato il mito, ma anche questa parola non le rende giustizia: può renderla a Durremmatt e a Borges, ma non del tutto a lei. Credo che la Wolf abbia cercato nel mito arcaico le radici di una possibile utopia e dunque lo ha proiettato nel futuro, facendone una fonte dinamica di ispirazione non soltanto letteraria. È questo che rende diverse le sue Cassandra e Medea da altre. Lei interroga questi miti nelle loro parti opache, a volte come in Medea li riscrive completamente presupponendo tutta un'altra storia che sottostà a quella conosciuta, ma non lo fa sempre, come se seguisse un programma di riscrittura dell'intera storia occidentale 'al femminile'. Altre volte li interroga in modo riflessivo, senza approdare a un'ipotesi necessariamente alternativa.
Bisognerà certo ritornare con altri e più affilati strumenti a ripercorrere la sua opera, ma non riesco a sottrarmi, anche in questo caso, dallo scriverne a caldo, in diretta con gli eventi e spettatore partecipe. Anche per il solo fatto di trovarmi qui a Berlino, la sua morte è un altro di quei segni che tirano la riga su un'epoca. Con lei muore una seconda volta la Germania Orientale e forse sono destinate finalmente a morire anche le polemiche, dopo questi brevi fuochi residuali. Il mondo del capitalismo reale nel quale viviamo ci trascinerà in nuove tragedie, ma il passato non ci serve a nulla in questo momento, anche perché a differenza di quello che ha fatto lei, molti altri hanno semplicemente abdicato e rimosso. La sua opera di grande scrittrice del secondo ´900 potrà invece vivere più liberamente.

11 Dicembre.
Rifletto, mentre sto tornando a Milano, su un aspetto particolare di un libro bellissimo che ho appena finito di leggere e che consiglio a tutti: Penombra di Uwe Timm. È un testo assai complesso e non ne parlo qui per esteso, ma solo per quell'aspetto (peraltro importante nell'economia del romanzo), che ha a che fare con il volo in senso fisico. Una delle protagoniste principali dell'opera, infatti, è Marga von Etzdorf, una delle prime donne aviatrici a trasvolare da un continente all'altro. Ci sono molte riflessioni sul volo aereo, sulle nubi, che scopro aver caratteristiche diversissime le une dalle altre e di essere, per questa ragione, oggetto di speciale attenzione da parte dei piloti. Per me è stata anche una lezione nel senso che ho appreso un sacco di cose sul volo e gli aerei, oggetti a me assai lontani ed estranei, ai quali guardo sempre con diffidenza. Fra i molti particolari che non conoscevo mi ha colpito più di tutti il fatto che bisogna sempre atterrare contro vento, il contrario è considerato uno degli errori più imperdonabili che un pilota possa commettere. Mi sono chiesto subito come diavolo si possa sapere da che parte tira il vento stando per aria a quella velocità, anche perché stiamo parlando dell'aviazione dei primi trentanni del secolo scorso! Il libro cerca di spiegarlo tramite il dialogo fra lei e un altro pilota, ma non posso dire di avere capito bene. Si parla di una “manica”, dice proprio così, che si vedrebbe dal velivolo e che indica la direzione del vento: è sicuramente un termine tecnico che non conosco ma non posso dire che ciò mi abbia confortato più di tanto. Una cosa di certo credo di averla compresa e che mi rafforza nella mia totale diffidenza nel volo fisico e nella convinzione che esso non faccia per noi e sia una forzatura. Mi compiaccio mentre lo penso e mi sto godendo un paesaggio tedesco leggermente ondulato dal treno che mi riporterà a Milano in dodici ore. So bene che tutto questo è contro la statistica: i morti per incidenti automobilistici e anche ferroviari o marittimi (specialmente se si inseriscono le tragedie dei traghetti di migranti), sono molti di più dei morti per aerei che precipitano, eppure nonostante tutto questo, il volo fisico continua ad apparirmi una forzatura. Siamo animali di terra, e anche andar per acqua è un andare ancora per terra: non è tanto per la protesi in sé, perché lo sono ovviamente anche il treno e la bicicletta e persino le scarpe, ma è proprio il voler fare qualcosa che tutto nel nostro corpo suggerisce che si tratta di una forzatura. Fra i miti greci quello di Icaro non mi ha mai attratto anche se è entrato trasversalmente nei versi di una mia poesia, ma in modo obliquo. Prendere il volo alla lettera e non come metafora, come fece il povero sarto di Ulm, è un errore che ci costerà caro come altri e non è detto che non sia una parentesi destinata a finire. Vi è infatti nel volo fisico umano qualcosa di fragile: se il vento può condizionare un atterraggio, se un picchio che becchettava sulla fusoliera di uno shuttle (lo aveva bontà sua scambiato per un albero un po' particolare), impedì al mezzo di partire per una settimana, se una povera rondine che incappa nei motori di un aereo può farlo precipitare, beh, forse dovremmo capire che c'è qualcosa di intrinsecamente fragile nella pretesa di volare. La quantità di energia necessaria all'industria aerea è un altro indice della abnorme sproporzione fra costi e benefici. Lo scorso anno sono bastate le bizze di un vulcano islandese per mandare in tilt tutto il trasporto aereo europeo e a Berlino, quando per tre giorni di seguito soffia il vento siberiano gli aerei non partono perché il decollo è troppo pericoloso: mentre non c'è nessuna condizione estrema che impedisca di andare a piedi. Tutto ciò dovrebbe far riflettere e forse non è neppure detto che la scelta del trasporto aereo sia irreversibile. Icaro e anche il sarto di Ulm presero il volo alla lettera e non come possibile metafora di altro: forse c'era anche in loro una pretesa di poter raggiungere il cielo e dunque gli dei: più modesta la torre di Babele che era pur sempre piantata nella terra, ma anch'essa è finita come sappiamo. Forse Pegaso e l'immagine baudleriana dell'albatros sono le due immagini metaforiche del volo che pongono un limite alla hybris perché sottraggono il volo alla pretesa di colmare del tutto lo iato fra realtà e immaginazione.

16 Dicembre.
C'è solo un uomo di fronte al quale i miei ragionamenti sul volo fin qui fatti, devono fare un passo indietro: Angelo D'Arrigo. Si tratta di un un uomo eccezionale, di cui non sapevo nulla fino al 2006. Catanese d'origine si laureò presso l'Università dello sport a Parigi. Pilota di deltaplano e due volte campione del mondo della specialità a motore, decide a un certo punto della sua vita di smetterla con la competizione e di dedicarsi a un progetto ambizioso e generoso, sostenuto però da etologi e da scienziati e naturalisti come Danilo Mainardi: reintrodurre nel loro habitat naturale i rapaci in via di estinzione e nati in cattività. Seguendo la sua storia affascinante vengo a sapere un'altra cosa per me sconvolgente e che mi conferma comunque che nel volo fisico c'è qualcosa di arduo per tutti: i condor nati in cattività non sanno più volare e bisogna insegnare loro a farlo. Il maestro è proprio lui Angelo d'Arrigo, che avvalendosi di una tecnologia sofisticatissima ma a impatto assai limitato sull'ambiente riesce a trasformarsi in uccello e a volare con loro. Il programma denominato Metamorphosis, prende il via nel 2000 e prevede il reinserimento di due rapaci (il maschio Inca e la femmina Maia) nell'ambiente della cordigliera andina. I due esemplari apprendono il volo da lui, che li aveva allevati secondo le metodologie di Konrad Lorenz. Insieme, i due uccelli e Angelo, compiono un'impresa che ha del prodigioso: sorvolano la cordigliera andina a 10.000 metri di altezza, una quota che si riteneva fino a quel momento inaccessibile all'uomo. L'ultima parte del programma e cioè la liberazione definitiva di Inca e Maia, è stata portata a termine dalla Fondazione Angelo D'Arrigo, istituita dalla moglie di Angelo, Laura Mancuso, scrittrice e documentarista a sua volta, dopo la morte di lui, avvenuta a Comiso nel luglio del 2006 per uno sciagurato incidente aereo, durante un viaggio in cui lui, una volta tanto, era un semplice passeggero, ma anche l'ospite d'onore. La Fondazione D'Arrigo si occupa di fra l'altro di “dare dignità e benessere ai bambini e alle persone meno fortunate”. Sì, davanti al suo volo mi arrendo commosso.

venerdì 9 dicembre 2011

Agenda di scrittore: romanzo. capitolo trentanovesimo

CAPITOLO TRENTANOVESIMO.

Chantal decide di non cambiare percorso per il momento, del resto anche in precedenza era stata convinta di essere seguita. Due eventi casuali dello stesso tipo, erano difficili da credere, e fra un pensiero e l'altro sono giunti al semaforo.
Il traffico è modesto e l'auto dietro di lei rallenta vistosamente come se non volesse giungere troppo vicina; alla fine è costretta a farlo, ma proprio in prossimità del semaforo viene superata da un veicolo proveniente da una via laterale. Le tre auto sono ferme in attesa. Chantal sbircia nello specchietto retrovisore, ma l'auto che si è posta in mezzo le impedisce di vedere bene chi ci sia sull'altra. Dietro di lei invece, vede bene una coppia che discutere allegramente e ride. Sono giovani, ma non giovanissimi e la vista dei due riporta di colpo il pensiero alla scoperta di quanto sta avvenendo sulla bolla. Chantal è colta da una vertigine, si appoggia al volante, le sembra  di perdere i sensi: poi ode due colpetti di clacson dietro di lei: il semaforo segna il verde ma lei non se ne è accorta. Riparte e l'auto della coppia la soprassa, in fretta, i due immersi nella loro conversazione non le rivolgono alcuno sguardo. Chantal decide di accelereare per non perdere la scia dei due davanti. Guarda di nuovo nello specchietto retrovisore: l'auto è sempre lì ma a una certa distanza, per cui è difficile mettere a fuoco il volto e il numero dei passeggeri. L'impressione è che siano almeno in tre.
Intanto l'auto della coppia davanti a lei ha svoltato a sinistra: per un attimo Chantal pensa di seguirla, ma poi rinuncia. Non conosce bene quella strada e preferisce non aggiungere altro fastidio e ansia a quanto già accade. Tira diritto e non avendo un'idea su come affrontare la situazione decide di prendere ancora tempo. Intanto sono giunti a ridosso di un paese di media grandezza, a pochi chilometri dalla città in cui vive, la capitale, cioè l'insediamento più grande di tutta la bolla.
L'avvistamento delle prime case la fa sospirare di sollievo ma non si decide a fare qualcosa, spera solo che quelli dietro si avvicinano per poterli mettere meglio a fuoco. Così è infatti! E' quasi mezzogiorno e le strade sono piene di gente che fa la spesa oppure ritorna per la pausa dalle città vicine. Tamburella le dita sul volante e quando osserva di nuovo dietro di sé l'auto è lì  vicinissima, addirittura incombente. Sono proprio in tre. Sui sedili anteriori un uomo alla guida e una donna dallo sguardo duro, proteso in avanti, inespressivo e fisso. Dietro, un altro uomo che indossa un cappello: il voltoè´ in parte nascosto.
Alla periferia del paese il traffico di nuovo dirada, solo dalla parte opposta vengono molte auto: sono quelli che lavorano nella capitale ma che preferiscono tornare a casa anche solo per poco durante la pausa.
Nella loro direzione sono solo in due e l'auto che la segue è tornata a una relativa distanza. La strada si sta avvicinando all'ultimo bivio: proseguendo diritta, la carreggiata va verso le montagne, mentre girando a destra si arriva dopo meno di un chilometro a costeggiare il lago, sulle cui sponde di fronte si distende la capitale. Rallenta, come presa di nuovo dai dubbi, ma poi decide di proseguire verso la città. Il semaforo al bivio è rosso e di nuovo l'auto dietro di lei s'avvicina. Chantal si sente vuota e priva di qualsiasi pensiero. Attende assorta e di nuovo il verde la sorprende, almeno così le sembra perché lo fissa per un momento prima di ripartire. Dietro di lei, però, nessuno ha suonato e questo particolare la convince defintivamente che la stanno seguendo. Prende lo stesso la strada del lago ma questa volta le ritorna di colpo la volontà di agire. Afferra il telefono di bordo e compone il  numero di un'amica.


venerdì 2 dicembre 2011

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo trentottesimo.

CAPITOLO TRENTOTTESIMO.

E´ passata una settimana dall'increscioso incidente di bordo, le civiltà extraterrestri, apparse improvvise e sembrate a portata di mano per un tempo di sei mesi che si era allungato assai nell'immaginazione di tutti, erano di nuovo scomparse dall'orizzonte, dissolte. Ridotte di nuovo a numeri di una statistica che classificava la probabilità d'incontrarle in una percentuale infinitesima, erano ritornate ad essere un arido segno piuttosto che un'aspettativa che nutriva narrazioni e miti prima ancora che l'evento fosse certo.
A Gunther, intanto, è bastato molto meno per avere ragione sulle sue previsioni: i giornalisti, più lontani se ne stavnao dalla Terza Struttura e meglio sarebbe stato. La sua richiesta di permesso d'uscita era stata accolta senza fiatare e tornando nell'appartamento che condivideva con Chang per prepararsi a sloggiare, lo aveva visto intento ad armeggiare pure lui intorno al bagaglio.
“Come, anche tu?” , poi, riprendendosi in fretta dalla sorpresa: “Bravo! Che ci stiamo a fare qui dentro?”
“Aveva ragione lei... le altre civiltà: io ci credevo sa e un po' ci credo ancora... lei invece non ci hai mai creduto.”
“No, ti sbagli Chang, ci credo anch'io ma che esistano!, non che noi le possiamo incontrare solo perché abbiamo fatto questo giro fuori porta su questo trabiccolo che ci ospita!”
A quelle parole Chan si era messo a ridere nel suo modo, ma più furiosamente e incontrollato; modo che appariva ancor più impressionante del solito perché al suono flebile che usciva dalle labbra, corrispondeva un corpo sussultante e - si sarebbe detto - addirittura in preda a convulsioni.
“Calmati, calmati....” Finalmente il riso era calato e il corpo aveva smesso di oscillare come un birillo e Chan era ritornato alle sue valigie, proprio mentre Gunther disponeva la sua sul divano.
“A volte mi domando perché sia partito...”
“Ancora del lei mi dai e via, andiamo!”
“Tu per me sei sempre il decano qui, un po' un maestro...”
Gunther fa un gesto con la mano come per minimizzare.
“A volte me lo domando anche io ma poi la risposta che mi do è sempre la stessa. Mi piacevano le inchieste rischiose e pensavo che questo viaggio mi desse modo di farne tante, che ci sarebbero state molte cose da raccontare...”
“Lo dice come se non ne fosse più convinto.”
“Non proprio, è che improvvsamente ho capito che non avremmo più potuto farlo a quelli rimasti là. Può sembrare assurdo quello che dico, ma io continuavo a pensare a loro e non a noi.... Noi giornalisti raccontiamo in diretta quello che romanzieri e storici poi comprenderanno meglio di noi. Ma a chi lo stiamo dicendo?” A noi stessi, tutto mi sembra racchiuso in un cerchio troppo ristretto....Poi mi dico, va beh sei partito per un'inchiesta sul campo che non finirà mai ma dato che tu finirai prima come sempre, infondo che differenza c'è fra  raccontarlo a quelli rimasti sulla terra piuttosto che a noi... siamo tutti dispersi in un oceano senza scampo per dirla con i versi di un poeta che continuo ad amare...”
Chan si era bloccato a quelle parole, e lo guardava con un'espressione ancor più difficile da decifrare per un europeo che osserva il volto di un cinese.
“Allora lei non è partito perché pensava che la vita là fosse ormai compromessa da tutti gli scempi che l'umanità aveva compiuto...”
“Ma no certo che no! Non l'ho mai pensato. Mi sono sempre detto che quella era la propaganda, sentivo quei discorsi con distacco. Quelli se la cavano come sempre! Non ha visto? Giocano a calcio, organizzano i loro giochi e campionati di sempre, lo hai visto anche tu quel filmato maledetto e ridicolo. Magari saranno tutti malati, i corpi pieni di protesi e plastica e altre diavolerie ma sono sempre lì in mezzo ai loro soliti riti. Se è così vertiginosa distanza e lo spaccato di vita che ci ha raggiunto fin qui è quello, tutto il resto lo possiamo immaginare.”

Chan aveva ripreso a mettere i panni nella valigia, ma in modo meccanico e disattento, tanto da riempirla in modo esorbitante o meglio tracimante, che presto lo avrebbe convinto di non poterla proprio chiudere. Mutande e calze prendono allora la via del ritorno in guardaroba, mentre simmetricamente Gunther chiude la sua di valigia, con poche cose, smilza come sempre.
“Usciamo insieme?”
“Perché no; anzi, se non ha di meglio da fare questa sera, vieni a cena da noi! Ne sarei davvero onorato e anche mia moglie, che me lo chiede sempre.”
“D'accordo, sì dammi il tempo di una doccia e di un po' di riposo a casa. Verso le ventuno va bene?”

Non poteva rifiutare l'ennesimo invito a cena di Chang, sebbene gli bruciasse assai di non incontrare subito Johann. Erano passati sei mesi dalla brusca interruzione del loro colloquio, proprio il giorno in cui tutta questa follia dei contatti con civiltà extraterrestri era cominciata. Ricorda come in un lampo i loro sguardi di allora che esprimevano la stessa sensazione: che fosse un piano preordinato, che non ci fosse nulla di vero anche in quel contatto iniziale e che esso fosse stato montato abilmente da una regia occulta. Questo lo aveva meditato e meglio e ancor più convinto non appena arrivato dentro, anche a causa dell'incontro strano con la Passini, ma poi se ne era via via dimenticato. Anche lui era stato preso nel vortice di quei contatti assurdi, un po' per fatalismo, un po' per pigrizia e piano piano si era persino dimenticato della morte di Alice e delle loro congetture. Ricordando ora la telefonata recente con Johann gli sembrava che anche loro fuori fossero stati catturati dalla possibilità di un incontro. Possibile che fossero tutti vittima di un complotto, anche coloro che non avevano incarichi nelle Strutture?
Il pensiero lo inquietava, ma d'altro canto l'esito del contatto e la modalità grottesca del suo fallimento avevano già fatto una vittima certa: non soltanto Galileo (cosa ovvia), ma l'intera Terza Struttura rischiava di collassare sotto il peso di un insuccesso così grave. Era proprio quello l'obiettivo? E allora bisognava forse saperne di più su cosa diavolo stessero cercando, oppure ricercando in quel momento.
L'unica ipotesi alternativa era il caso, la disdetta... ma come fare a crederci?
Tutto questo gli faceva avvertire con un senso di fastidio l'appuntamento serale, cui lui stesso peraltro aveva dato il là con quella proposta di uscire insieme dalla struttura, forse sperando che l'urgenza di incontrare la moglie avesso distolto Chang, dall'invitarlo proprio quella sera stessa.
Ma ormai... meglio avvisare Johann a prendere appuntamento con lui il giorno dopo, pensa mentre cerca di girare la chiave nella toppa del suo appartamento; ma dall'altra parte la serratura fa resistenza, segno che qualcuno è in casa. Infatti sente dei passi rapidi. E´ Sigfried ad aprire e ad abbracciarlo subito.
“Finalmente! Vieni vieni che ti stavamo aspettando.”
Il noi insospettisce piacevolemente Gunther e non si sbaglia: Johann è proprio lì
“Lo hai avvertito tu!”
“No.. no.” Risponde Johann mentre i due si abbracciano.
“Anche se questo signore ed io ci siamo visti spesso durante questi sei mesi, del tuo ritorno ho avuto notizia dal grande capo.”
“Narlikar?” grida quasi Gunther, sopreso da quella dichiarazione.
“No, non così grande... Galileo anche se un po' ce lo avevi anticipato tu con la previsione che vi avrebbero allontanato in fretta.”
“Ma perché lo avete chiesto proprio a lui... capisco che un gesto del genere ci può stare...”
Johan e Sigfired si guardano sorridendo poi è il figlio a parlare.
“No, guarda che ha chiamato lui Johann.”
“Cosa?”
“Già, proprio così.”
Gunther si siede di colpo, e si porta le mani al capo.
“Di procedure prese sotto gamba ne ho visto tante in questi mesi ma questa poi!"
“Già, una violazione macroscopica delle regole e proprio del divieto di un componente della Struttura di comunicare direttamente con un common quando ha incarichi delicati e si trova dentro la Struttura... è un passo gravissimo il suo.”
“Che avrà per forza conseguenze.”
“Aggiungi pure il fatto che io e lui ci conosciamo poco in fondo mi avrà visto un paio di volte a casa tua.” aggiunge Johann.
 “Un segnale dunque, anzi una vera e propria dichiarazione di guerra... eppure qualcosa non mi torna. Perché coinvolgerci in questo modo?”
“Come può immaginare dei nostri sospetti e perché fidarsi di noi... 
“Mi conosce Galileo, mi conosce bene. Deve avere intuito qualcosa.” Aggiunge Gunther.
“Si quello che dici è convincente e possibile Johann” aggiunge Sigfried che intanto ha preso tre birre dal frigorifero; poi prosegue il suo ragionamento.
“Però ha ragione anche papà, così ci ha bruciati, mentre poteva aspettare e vederci di persona fuori.”
“Non sa quando potrà uscire....”
“Già vero anche questo, l'inchiesta potrebbe durare a lungo.”
“Adesso però devo dirvi che questa sera ho un impegno... vado fuori a cena.”
“Una donna?” ammicca Johann.
“Macché donna... da Chang, mi scoccia ma ormai è fatta.”
“Ogni volta che ne parli non fai altro che comunicare il tuo fastidio e poi ci vai a cena ma perché?”
“Ma no fastidio, ma è come se tutto quello che fa capitasse sempre nel momento sbagliato...”
“Oppure in quello giusto!”
A quelle parole Gunther scuote il cpao.
“O ragazzi piano, altrimenti qui cadiamo tutti in una sindorme paranoica senza accorgercene. Chang è un buon tipo, pedante, con una moglie un figlio: uno regolare, prosaico se volete, se mai mi domando come sia finito nelle strutture , è un uomo modesto, persino troppo per pensare che sia implicato in qualcosa. No,..”
Gli altri due non ribattono e allora Gunther prosegue.
“E Alice? Ci sono novità sulla sua morte?”
“Qui ti volevamo!”
A quelle parole Gunther si risiede e sospira.
“Ho capito che non mi perdonerete questo invito a cena!"
”Ma no, figurati!”  
“Ti perdoniamo questo e altro ma domani... domani ci si vede tutto il giorno da me!”
“Con tua moglie che ci gira intorno e che prende in giro i nostri discorsi?”
“No, non li prende più in giro.”
Questa sì che è una notizia!”




mercoledì 16 novembre 2011

Agenda di scrittore:romanzo.

12 Novembre. Il caso ha voluto che arrivassi a Berlino  proprio il giorno in cui Berlusconi ha rassegnato le sue dimissioni. La copertura dell´evento da parte della televisione tedesca e´ stato ampio, scandito da servizi in diretta, immagini di repertorio. Ancor piu´ casuale e´ stato che il giorno dopo, al cinema Babylon, venisse proiettato un documentario girato dalla regista italiana Lucia Vannucchi, sulla Resistenza tosco emiliana, proprio sui crinali della Linea Gotica. Due eventi casuali nella loro connessione e in un luogo glorioso, una piazza berlinese austera e intitolata a Rosa Luxenburg.
Rosa Luxemburg Platz si trova in quella zona di Berlino che era gia´ profondo est, a pochi isolati da Alexander Platz. Il luogo e´ pieno di storia: il selciato e´ lastricato da strisce di ottone (credo) su cui sono riportate frasi di Rosa, il teatro popolare con le sue colonne austere di color marrone scuro, il monumento a Karl Liebnecht; infine in Babylon. La piazza e´ silenziosa, non vi passano molte automobili i mezzi pubblici la sfiorano, il peso e la sofferenza della storia tedesca e la tragedia nella sinistra spartachista e comunista, sono raccolte in questo angolo di Berlino e il Babylon e´ un pezzo fondamentale di questa storia. L´edifico e´ vecchio, nel senso che si e´conservato con poche modifiche. Ancora nel 1934 si organizzavnao in questo locale le riunioni clandestine del KPD: molti dei suoi dirigenti erano gia´ stati uccisi oppure giacevano  nelle galere e nei campi di concetramento; si puo´  immaginare con quale spirito quelle riunioni si tenevano. Il Babylon e´ una delle tante istituzioni della ex DDR che rimangono ben salde in piedi nella nuova Berlino e a far vivere la citta´. E´ qui che si proiettano molte pellicole italiane come quella di domenica 13 novembre e anche questo ha un che di surreale. A Berlino c´e´una folta schiera di tedeschi che seguono la cultura italiana in lingua originale, molto piu´di quanto non facciamo noi con la loro.
Il documentarioin questione di Lucia Vannucchi, gira intorno alle testimonianze di alcuni testimoni della guerra e della ressitenza lungo L´Appennino. I protagonisti non negano di essere stati fascisti prima del ´43 e di avere aperto gli occhi sul regime quando si ritrovarono coinvolti nel ´40, in una guerra che non avevano voluto e capito. Mi ha colpito l´assenza di retorica nei loro racconti... "Non e´ vero che in guerra si diventa eroi, semplicemente si e´costretti a fare certe cose perche` non si puo´ fare altrimenti... dice uno dei protagonisti.
Alal fien il dibattito non poteva evitare ilriferimento a quanto accaduto la sera prima, ma nessuno ha davvero gioito: ho l´impressione che gli italiani che sono qui vedano con piu´ realismo cio´che sta accadendo. Niente scene di giubilo e grande preoccupazione: ancor auna volta mi sono sentito in sintonia con loro.

16 Novembre.
Il colpo di stato politico finanziario che ha portato al potere in Italia una squadra di uomini e di donne torve e sconosciute di cui bisognera´ tuttavia occuparsi, e´  la conclusione di un percorso che ha molte analogie con il passato, sia con il colpo di stato che porto´ alla caduta di Mussolini nel ´43 (cosi´ un precedente colpo di stato nel 1922 lo aveva messo al potere), sia con il tintinnare di sciabole che pose fine prima che cominciasse alle velleita´ riformistiche del centro-sinistra nel 1964, sia al delitto Moro che pose fine alla Prima Repubblica nel 1978, sia infine con il 12 novembre 2011 quando si conclude il ciclo Berlusconi-Prodi-D´Alema-Berlusconi-Prodi-Berlusconi.
Con il torvo e sinistro Governo Monti-Draghi (cioe´coloro che hanno insieme ad altri creato il mostro dell´Euro e che erano in posizioni di comando al momento del fallimento di Lehmann Brothers), tenuto a battesimo da Napolitano il nostro paese torna ad essere a 150 anni dalla sua unita´ quello  che il Principe Metternich scriveva in una lettera personale al Conte Dietrichstein: "l´Italia e´ un´espressone geografica."
Per analisi piu´ approfondite ci vorra´ piu´  tempo se lo avremo, ma quello che ci aspetta e´ un futuro gramo e saranno  pochi ad accorgersene o troppo tardi come sempre quando saranno diventati molti.

17 Novembre.
La luce e l´aria sono due elementi naturali che hanno a che fare con un certo culto dell´estremo che hanno i tedeschi. Sono arrivato a questa conclusione dopo il tempo niente affatto limitato trascorso qui in diversi periodi dell´anno. Per  "estremo tedesco" intendo una serie di atteggiamenti nei confronti della natura che si aprono in direzioni apparentemente opposti: un´accettazione serafica piu´ che rassegnata dei suoi eccessi, un culto per tutto cio´ che e´ piu´ vicino a una natura il meno possibile toccata dall´essere umano (che si manifesta per esempio nella religione della cultura biologica), ma anche uno sfidarla, nel senso di mettersi alla prova, accettando vi vierla anche nelle ocndizioni piu´ estreme. Mi era gia´cpaitato di osservarlo anni fa quando arrivai a Coblenza alla congiunzione fra Reno e Mosella. I fiumi erano entrambi tracimati e la citta´ era letteralmente sommersa. Pensai a un evento macroscopico e raro e invece, domandando in giro agli abitanti, scoprii che l´evento era piuttosto comune. La convivenza degli abitanti con quel lago che aveva sommerso la citta´era qualcosa di stupefacente. A sera io e la persona con cui mi accompagnavo in quel viaggio andammo a  mangiare in un ristorante. Per entravi bisognava fare un lungo percorso su una passerella sopraelevata. Ci accomodammo a un tavolo della vetrata che dava su quella che era una strada: lácqua arrivava al davanzale, sfiorava leggermente i doppi vetri  della grande vetrata. Noi due un po´ di apprensione l´avevamo ma eravamo i soli ad averla. Dimenticai quell´episodio finche´ non ritornai con una certa frequenza a Berlino e mi ritrovai apensare a questo rapporto particolare con la natura pensando ai boschi e poi alla luce e all´aria, entrambe sempre estreme. La luce in particolare: prolungata dentro la notte in estate quando alle otto di sera il sole e´ancora alto, che si ritira presto d´inverno, in un buio intimo e che sospinge verso casa. I cieli pero´ sono spesso limidissimi e ininverno in particolare il clore blu di Prussia luminosissimo, risplende la notte di una trasparenza difficile da trovare in altri luoghi. E allora ecco che il desiderio di stare nel mezzo di questa natura indomabile diventa tanto forte quanto la spinta a ritirarsi nella intimita´. Si subisce il fascino di entrambe e allora mi sono ritrovato anche io, peraltro in un giorno di vento, a provare l´ebbrezza di sedermi all´esterno ai tavoli di unbar insieme a un amico con il quale abbiam reprato un recital di musica e poesia. Un freddo tremendo eppure, il condividere quell´aria sferzante e limidissima e quella luce, accettare la sfida e provare a restare mi e´ parso di colpo possibile. A Milano,ma neppure a Roma, mi sarebbe venuto in mente di farlo.E mi sono ritrovato a pensare unálta volta al genio dei luoghi che plasma l´incosncio collettivo: sara´ per questo che i tedeschi sono del tutto pacifici con le turbolenze e le irazionalita´ che pure ci sono della natura, ma non possono accettare quelle degli esseri umani?  

20 Novembre.
Mi sono ricordato di quel passo di Massa e Potere di Elias Canetti, dove il grnsade viennese si sofferma sui simboli di massa dei popoli, quelli che erp Jung sarebbero probabillemnte degli archetipi. Pensandl ai tedeschi li individua negli alberi o piu´  propriamente nella forta germanica, nella sua compatezza e impenetrabilita´. E´un passo che mi impressiono´ molto quando lo lessi per la prima volta (non solo quello che riguarda i tedeschi, ma tutta la descrizione dei simboli di massa dei popoli europei), e trovai del tutto naturale consentire in pieno. Ora penso che siano piuttosto la luce e l´aria e le acque a rappresentare invece piu´ propriaemente i simboli di massa germanici. Naturalmente Canetti aveva in mente anche tutta la simbologia nazista, i culti arborei, la filosofia sostanzialmente neopagana del nazional socialismo. La foresta come simbolo di massa poteva essere superficialmente evidente anche per tutta la retorica che il regime aveva costruito intorno ad essa, pensando anche alla musica di Wagner ovviamente. Eppure se ripenso a quella fotografia di Hitler in costume bavarese, con lo sguardo che vorrebbe essre ieratico, ritratto nel momento dell´Anchsluss e quindi chiamato a arappresentare simbolicamente l´unita´ dei popoli tedeschi, mi viene francamente da ridere. In quella foto piu´ che un guerriero di Odino che trae la forza per la propria impresa dal contatto con la foresta, Hitler sembra un boy scout che si e´ perso durante una esercitazione di orientering.  

Dichiarazione

Vista l´importanza del tema, pubblichero´ anche su Agenda di scrittore il breve documento sintetico che ho pubblicato su Oraequi. Lo faccio davvero per l´ultima volta, nel senso che forse d´ora in poi dovremo occuparci di altro o forse far finta di continuare ad occuparci di cio´che ci piace per cercare in qualche modo di non perdere anche la propria dignita´.


Il colpo di stato politico finanziario che ha portato al potere in Italia una squadra di uomini e di donne torve e sconosciute di cui bisognera´ tuttavia occuparsi, e´  la conclusione di un percorso che ha molte analogie con il passato, sia con il colpo di stato che porto´ alla caduta di Mussolini nel ´43 (cosi´ un precedente colpo di stato nel 1922 lo aveva messo al potere), sia con il tintinnare di sciabole che pose fine prima che cominciasse alle velleita´ riformistiche del centro-sinistra nel 1964, sia al delitto Moro che pose fine alla Prima Repubblica nel 1978, sia infine con il 12 novembre 2011 quando si conclude il ciclo Berlusconi-Prodi-D´Alema-Berlusconi-Prodi-Berlusconi.
Con il torvo e sinistro Governo Monti-Draghi (cioe´coloro che hanno insieme ad altri creato il mostro dell´Euro e che erano in posizioni di comando al momento del fallimento di Lehmann Brothers), tenuto a battesimo da Napolitano il nostro paese torna ad essere a 150 anni dalla sua unita´ quello  che il Principe Metternich scriveva in una lettera personale al Conte Dietrichstein: "l´Italia e´ un´espressone geografica."
Per analisi piu´ approfondite ci vorra´ piu´  tempo se lo avremo, ma questa per quanto mi riguarda e´ la sintesi.

domenica 6 novembre 2011

Agenda di scrittore: romanzo


31 Ottobre. Cara Ginevra, nell'antichità lo spazio era cornice di ogni cosa ed il muoversi, il semplice muoversi, poteva divenire tutto e conoscenza di ogni cosa. Boccaccio e Chaucer sono forse stati gli ultimi scrittori della tradizione 'antica' a poter considerare lo spazio in questo modo, con tutta l'innocenza di tale sguardo. Altre strade, però, s'erano già dischiuse. Il viaggio come metafora ed allegoria trovò in Dante un eccelso interprete in poesia, con il Don Chisciotte e il Lazarillo de Tormes il viaggio allegorico moderno approda nella narrativa e troverà nel romanzo di Swift I Viaggi di Gulliver il prototipo che ne ispirerà altri.
Boccaccio e Chaucer stanno ancora sul crinale ed è anche per questo, credo, che nonostante le occasioni che determinano il loro peregrinare (la pestilenza e la penitenza) sia il Decameron sia i Racconti di Canterbury conservino una gioiosità e un'innocenza così sorprendentemente poco moderne. È alla fine della narrazione che ci rendiamo conto che con loro ha termine un mondo; quando capiamo che nel Decameron il viaggio vero avviene nel racconto e non per le colline toscane in attesa che la peste finisca e nei Racconti di Canterbury perché la meta è l'inizio di un viaggio simbolico ma anche il superamento del viaggio mondano dopo il suo attraversamento.
Da Ulisse ai protagonisti del Satyricon di Petronio Arbitro, passando attraverso le narrazioni di Erodoto, lo spazio era invece tutto e chi si muoveva in esso vedeva il mondo e la conoscenza venire incontro a lui e chi si muove ha la sensazione di andare incontro al mondo con gioia o terrore. Ora non abbiamo più spazio, tutto lo spazio è stato saturato e persino l'infinito ci lascia un dubbio che possa anche non esserlo. Il nostro mondo, invece, è dominato dal tempo. È nel tempo e nella durata che il mondo viene a noi incontro e noi possiamo nel tempo e nella durata andare incontro ad esso. Lo spazio è stato metabolizzato e la sua valenza di conoscenza è stata trasformata in istruzioni per l'uso, diretta televisiva, turismo di massa, viaggi organizzati. Certo, si può resistere anche a ciò inventando peregrinazioni proprie, fuori dai circuito,come si dice, ma non cambia nulla, sono comportamenti di nicchia che possono soddisfare chi li mette in atto ma non più di questo. Le imprese di Messner o quelle tragicomiche di Fogar, sono lì a dircelo.

Con affetto.

P.S. Dimenticavo: nello spazio potevamo pensarci infiniti, ma non nel tempo. Nel tempo il mondo ci viene incontro e noi andiamo incontro ad esso come scoperta del limite. Nel tempo noi siamo limitati per definizione, ma anche il mondo che ci viene incontro lo è perché è anch'esso mescolato all'immagine che ne abbiamo: lo spazio saturato e globale assomiglia più di prima al tempo limitato di vita di ciascuno.

1 Novembre. Il cielo è carico di neve repressa, livida; dalla finestra il grigio scende così a fondo che si mescola all'asfalto e il colore uniforme si spalma come un lago che lentamente tracima. In alto in alto, un sole strozzato manda flebili grida di luce, ma a metà pomeriggio già scompare.

2 Novembre. Che cos’è l'idea? Questa domanda ogni tanto ritorna ed esige che le si risponda, anche qualora lo si sia già fatto in passato. Essa è prima di tutto una scelta e quindi una costrizione, perché scegliere non significa soltanto dire sì, ma anche dire no a qualcosa d’altro.

8 Novembre. Di nuovo verso Berlino, capitale tranquilla d’Europa, alla luce calante del nord. Il paradosso berlinese quanto è destinato a durare? Difficile dirlo, ma l’insofferenza degli altri tedeschi cresce. A Berlino si vive troppo bene con poco e non è soltanto il frutto di una certa attitudine spartana, ma anche dei cospicui finanziamenti pubblici, riversati sulla città da tutta Europa. Berlino doveva essere risarcita in qualche modo dal fatto di essere stata la città di frontiera per eccellenza, di avere sopportato il peso della guerra fredda come nessun altra città europea ha dovuto sopportare. Sono passati più di vent’anni, però, la memoria è anche molto ma molto più corta. E poi non solo gli stranieri ma anche i tedeschi, specialmente giovani, che vivono in altre zone della Germania, vengono qui, alla ricerca di affitti bassi, lavoretti e sussidi. E poi a est rimpiangono addirittura il muro talvolta, tutti parlano di annessione, non di riunificazione e questo genera sentimenti ambivalenti: per l’uomo medio tedesco poco interessato alla politica, i berlinesi dell’est sono ingrati se rimpiangono il passato, mentre il cittadino dell’est, anche quello che aveva seguito le manifestazioni che portarono alla caduta della DDr, oggi, si rende conto di essere stato trattato come un tedesco di serie B.
Sarà la crisi mondiale a determinare l'esistenza o la fine della nicchia, ma sembra che nessuno se ne voglia accorgere. Tutta l'Europa sembra vivere in una sindrome dell'anno mille. Quella volpe geniale e maledetta di Lars Von Trier si è subito sintonizzato sulle onde giuste con Melancholia: bisognerà andarlo a vedere questo film, sperando che non si orribile come il suo penultimo ma assomigli di più ai suoi capolavori. Anche Faust però è un film del tempo, del nostro tempo. Forse non del tutto riuscito, è tuttavia impressionante. E se i Maya avessero ragione?
9 Novembre. La lettura mi ha appassionato ma anche trasportato altrove. A volte bisogna seguire ciò che accade, ma questo mi rende inquieto; sento al tempo stesso l'urgenza di cominciare a scrivere e l'impossibilità di farlo. Covare è l'atto in assoluto più difficile.

10 Novembre. Ritorno faticosamente ai miei personaggi, al loro peregrinare, alle carte da selezionare. La storia e il suo peso, con certi nodi cruciali o ritenuti tali.

11 Novembre. Forse tutto sta nella forza dei personaggi, nella loro statura. Misurati con il metro del nostro presente sembrano giganti, ma anche questa è una distorsione ottica dovuta alla piccolezza della nostra attualità? Oppure è un inganno anche questo? Ma uno scrittore non deve porsi questi problemi… Sì, è ora di dedicarsi ai personaggi, metterli meglio a fuoco. Forse non è vero che non sono all'altezza di quelli che hanno nutrito le letture di tutti, è il romanzo storico che sembra essere fuori gioco nel nostro tempo post moderno. Eppure anche questo è un inganni: le condizioni di vita ci riporteranno presto alla necessità del suo ripristino.


domenica 30 ottobre 2011

Un importante intervento filosofico da megachip

Ho deciso di pubblicare questa intervista al professor Vero Tarca per l'importanza delle riflessioni che toccano tematiche brucianti per tutti noi;.


Differenza e negazione: intervista al filosofo Luigi Vero Tarca

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agnellini-bn  a cura di Paolo Bartolini - Megachip.
1) Lei, prof. Vero Tarca, ha elaborato un pensiero originale che propone di superare il dominio del negativo e della negazione nel dibattito filosofico e nel dialogo interpersonale, approdando al concetto di differenza come “puro positivo”. Può spiegarci in cosa consiste questo passaggio sul versante del pensiero e su quello dell’etica?  
Userò un’immagine molto semplice. Supponiamo che Lei voglia separare i bambini buoni da quelli cattivi per evitare che questi corrompano quelli; sembra che nel fare ciò non vi sia alcun particolare problema. Immagini però che proprio l’atto del separare un bambino da altri bambini sia sufficiente a renderlo cattivo; in questo caso il suo progetto fallirà necessariamente, anzi, in tal modo Lei farà diventare cattivi tutti i bambini.
Supponiamo adesso che Lei voglia separare il positivo dal negativo (chiamo “negativo” tutto ciò che è oggetto di negazione); immagini  poi che la separazione implichi una qualche negazione di ciò che viene separato; ecco che il positivo, in quanto separato dal negativo, viene ad essere qualcosa di negativo. Di nuovo, la separazione fallirà; e addirittura tutto diventerà negativo, anche il positivo.
Il bello è che questo pare inevitabile. Perché, se vale il principio per il quale ogni differenza è una forma di negazione (“omnis determinatio est negatio”), allora ogni differente è per ciò stesso qualcosa di negativo; ma dunque anche il positivo, proprio in quanto si differenzia dal negativo, viene ad essere a sua volta negativo (appunto perché, in quanto differente dal negativo è non-negativo e cioè negativo nei confronti del negativo). Del resto quel principio (ogni differenza/determinazione è una negazione) è sempre stato assunto come indiscutibile, almeno nel senso che se x differisce da y allora x non è y, quanto meno in quanto non è identico ad esso.
Ci troviamo in un’antinomia micidiale: se il positivo non differisce dal negativo allora è negativo, e se invece differisce da esso allora da capo viene ad essere negativo (rispetto al negativo); in ogni caso, insomma, il positivo viene ad essere negativo. Io compendio tutto questo nel seguente ‘mantra’: “Il negativo del negativo è negativo”.
Quello che ora vorrei far capire è come questo ‘giochino’ costituisca il cuore del pensiero filosofico, e forse del pensiero tout court; perché esso tocca direttamente la questione della verità, come ora cercherò di mostrare.
La mia formula (“Il negativo del negativo è negativo”) dice che il negativo gode di una proprietà peculiare: persino la sua negazione (il non-negativo) ne costituisce un’affermazione. Possiamo allora dire che il negativo è innegabile: non vi è qualcosa che ne costituisca propriamente la negazione (l’opposto-negativo), perché persino questa (ovvero il non-negativo) ne costituirebbe l’affermazione.
Abbiamo trovato una nozione (il negativo) che è innegabile. Ma l’innegabilità è un tratto essenziale della verità. Tocchiamo qui il cuore stesso della razionalità filosofica: essa, non essendo dogmatica, è tenuta a giustificare tutto quello che afferma; dunque anche i principi primi (per esempio e in particolare quello di non contraddizione). Per giustificare questi, però, non può derivarli da altri principi (perché in questo caso quelli non sarebbero più “primi”); deve dunque trovare un altro metodo di giustificazione, un’altra ‘logica’. Questa è appunto la logica – alla quale si dà tradizionalmente il nome di “élenchos” (prova, confutazione) – che giustifica le proprie affermazioni mostrando che esse sono innegabili nel senso che persino chi volesse negarle sarebbe costretto ad affermarle. E appunto il negativo (la negazione) costituisce il cuore di questa logica; perché per esempio la proposizione “Esiste il negativo” è innegabile, nel senso che persino chi volesse negarla dovrebbe, proprio per far ciò, negare che essa sia vera, ma quindi con ciò stesso confermare proprio quello che intendeva negare.
Attorno a questo cardine ruota di fatto l’intero pensiero occidentale, a partire da Parmenide – attraverso Socrate, Platone e Aristotele, poi Anselmo e Descartes – fino a Hegel e a contemporanei quali Wittgenstein e in particolare Emanuele Severino, dal quale ho imparato questa ‘logica’, della quale peraltro io propongo una ‘trasfigurazione’ puramente positiva per evitare che essa si rovesci in un meccanismo onnidistruttivo.
Il negativo, dunque, è innegabile e perciò intrascendibile: tutto è negativo, perché se vi fosse un ambito oltre quello negativo tale ambito sarebbe non-negativo, ma per ciò stesso sarebbe anch’esso negativo. Si capisce allora come la verità (innegabile) conduca al nichilismo estremo; che è la contraddizione assoluta, l’assurdo completo. Perché, se tutto è negativo (cioè di tutto vi è il negativo), allora anche del negativo vi è il negativo (il non-negativo). Del resto non solo il non-negativo vi è, ma è il negativo stesso che, in quanto in-negabile, è non-negativo; perché ciò che è non-negabile a fortiori è non-negato (ciò che è infrangibile a fortiori non è rotto) e quindi è non-negativo. Insomma: il non-negativo è negativo, e il negativo è non-negativo.
La verità – in quanto innegabile – conduce alla contraddizione più assoluta, che io chiamo “la trappola del negativo” e alla quale a mio giudizio si può sfuggire solo distinguendo la differenza (e quindi la determinazione) dalla negazione. Solo in questo modo, infatti, risulta possibile distinguere il positivo (in quanto differente dal negativo) dal suo essere non negativo (e per ciò a sua volta negativo). Ebbene, io chiamo “pura differenza” la differenza in quanto si distingue dalla negazione, e “puro positivo” il positivo in quanto si distingue dalla negazione del negativo (dal non-negativo).
Comprendere davvero la nozione (ma dovrei dire l’esperienza) della pura differenza, con tutte le sue implicazioni, costituisce un formidabile esercizio spirituale, che dura tutta la vita.

2) Che importanza ricopre la comunità nello sviluppo di una vita filosofica?
Per comprendere la connessione tra la verità filosofica e la comunità bisogna prestare attenzione al fatto che l’innegabile è ciò che vale universalmente, cioè vale a priori per tutti. Ebbene, questi tratti (valore / universale) sono proprio quelli che definiscono la giustizia: giusto è ciò che vale (ha valore) per tutti.
Voglio dire che la ricerca della verità innegabile, che caratterizza la filosofia, affonda le proprie radici nella convinzione ‘etica’, tipica dei primi filosofi, che la conoscenza vera garantisca il libero accordo universale tra gli umani: su un teorema di geometria tutti gli esseri razionali sono d’accordo per una libera adesione e non in forza di una costrizione esterna. Così la scienza (epistéme), essendo caratterizzata dalla necessità (innegabilità), è stata vista come ciò che garantiva a priori una conoscenza giusta in quanto dotata di iphonedeteneevalore universale. Ed è per questo che il sapere scientifico (oggi tecnologico) è stato assunto dall’occidente come suprema forma di sapienza (sophía) alla quale è stata sostanzialmente affidata anche la costruzione della società buona, giusta.
Ma questo sogno oggi è finito, nel senso che il sapere scientifico-innegabile si è dimostrato (non solo di fatto, ma in linea di principio: pensiamo a Gödel) incapace di valere in maniera davvero universale, totale; esso infatti si rivela essere totalmente ipotetico piuttosto che innegabile, sicché da forma suprema di sapienza la tecno-scienza rischia di rovesciarsi in una estrema forma di barbarie.
È dunque corretto e doveroso, oggi, mettere in questione le pretese di guidare la società umana da parte del sapere scientifico e tecnologico. Ma nel fare questo bisogna tenere presente che il privilegio concesso a tale sapere era motivato dal desiderio di costruire una società giusta, cioè una società di uomini capaci di condividere liberamente una convivenza ‘armonica’. Bisogna cioè evitare che la presa di distanza dalla verità innegabile si trasformarsi in un rifiuto che, insieme alle prepotenze della verità, ne butti via anche il senso di fondo, cioè l’ideale di una società giusta.
La radice dell’impossibilità di costruire una società positiva per mezzo del sapere tecnico-scientifico dipende in ultima istanza dalla contraddizione che, come abbiamo visto, investe la conoscenza stessa in quanto innegabile, necessaria. Pertanto oggi può generare una società giusta solo una umanità basata su un principio diverso da quello della necessità, e precisamente – in base a quanto abbiamo visto – un principio puramente differente rispetto a quello della necessità; per esempio il principio per cui vale per tutti  ciò che da ciascuno è liberamente riconosciuto come valido.
In concreto questo vuol dire – per esempio – che ciò che vale a priori per tutti (il vero, il giusto) deve essere diverso da una verità dogmatica o da una legge coercitiva, deve essere qualcosa che si manifesta, per così dire, a posteriori; deve cioè essere l’espressione di un libero accordo nel quale in ogni momento a essere messi ‘in gioco’ sono l’intero sistema della comunità e il suo stesso senso ultimo. La comunità giusta è tale solo nella misura in cui di fatto riesce a essere giusta, cioè ad avere davvero valore per tutti.
Questa è appunto quello che cerco di realizzare mediante le pratiche filosofiche e le esperienze comunitarie volte alla costruzione di comunità ‘filosofiche’. L’invenzione della legge giusta è il DNA della comunità che si ispira alla filosofia; la sua apertura universalmente positiva ne costituisce il tratto fondamentale, e il continuo rinnovamento della legge giusta ne rappresenta il compito principale.

3) Lei ha ribadito, in alcuni suoi scritti, che l’obiettivo più importante della filosofia è quello di contribuire alla costruzione di una società pacifica ed armonica in cui ciascuno di noi possa vivere con pienezza e interezza la propria esistenza. Come si traduce, politicamente, questo anelito della filosofia?
Se, come ho appena detto, la natura profonda della verità filosofica è la realizzazione della convivenza giusta, allora la pratica filosofica è immediatamente politica, e come tale deve fare i conti con il problema del potere.
community
La prima cosa da fare è cogliere il carattere essenzialmente negativo del potere, che è definito dai tratti del conflitto e del comando (costrizione, imposizione). Potremmo dire che il potere è il volto concreto, materiale, di ciò cui abbiamo dato il nome di “negativo”; sicché esso presenterà tutti i tratti che abbiamo visto caratterizzare tale figura.
Come il negativo è in-negabile e in quanto tale è verità che vale universalmente e quindi unifica tutti gli esseri umani, così il potere è in-contrastabile e in quanto tale è ciò che si afferma universalmente imponendo l’unità di tutti gli uomini.

Ma dal momento che tale verità è la verità del negativo (cioè l’in-negabile verità dell’in-contrastabile potere) essa è contraddittoria, come Orwell insegna: ogni gesto di unificazione operato mediante il potere nel momento in cui unifica anche lacera e contrappone; nel momento in cui elimina un elemento negativo ne riproduce un altro parimenti negativo. Come il negativo è intrascendibile, così il potere è ineludibile; insomma entrambi – in quanto verità – realizzano ciò che vale per tutti gli uomini.
Il principio della politica giusta è dunque quello che, scaturendo dalla consapevolezza del carattere intrinsecamente contraddittorio dell’in-contrastabile potere, genera un’azione definita dalla differenza rispetto alle relazioni di potere, ma un’azione che è davvero giusto solo se tale differenza è pura differenza, cioè se nasce dalla consapevolezza che – come “il negativo del negativo è negativo” – allo stesso modo “essere ingiusti con gli ingiusti significa essere ingiusti”; dalla quale circostanza segue che: “Il contro-potere è potere”, “La guerra contro chi fa la guerra è guerra”, “La violenza contro i violenti è violenza”, e così via.
Ciò vuol dire che il nostro comportamento politico è davvero (cioè filosoficamente) giusto solo nella misura in cui siamo in grado di rispondere in maniera giusta non solo alle azioni dei giusti ma anche a quelle degli ingiusti. Si badi: noi dobbiamo differenziare il comportamento nei confronti del giusto da quello nei confronti dell’ingiusto, ma deve trattarsi di due modi diversi di un comportamento che in entrambi i casi deve essere giusto. Perché se noi crediamo che il fatto di subire una ingiustizia ci autorizzi a rispondere in maniera in-giusta allora sprofondiamo nella “trappola del potere”. I gesti politici giusti sono quelli che esprimono e generano una società consapevole e capace di comportarsi in maniera giusta nei confronti delle ingiustizie sistematicamente perpetrate dalle varie forme del potere.

4) Che ruolo può giocare la Logica nella comprensione reciproca fra culture che hanno storie comunque diverse? Qual è il contributo che essa può dare al dialogo inter-religioso e inter-culturale, senza cadere in pretese razionaliste ed eurocentriche?

logoreligCredo che la risposta giusta sia quella indicata da Raimon Panikkar, un mio grande maestro-amico. Egli diceva: Io sono al 100% cristiano e al 100% hinduista. Questo è un paradosso; in una logica ‘normale’ è una contraddizione: se sei tutto bianco non puoi essere anche nero. Eppure credo che quella di Raimon sia l’unica soluzione davvero corretta per il problema del rapporto tra culture diverse, tra civiltà diverse, tra soggetti diversi. Perché si tratta di situazioni nelle quali ad essere in gioco è il senso complessivo, totale, di un soggetto (cristiano, hinduista etc.); il confronto, insomma, è tra interi, come a me piace dire. Ciò che risulta da questo confronto tra interi è qualcosa di diverso da un nuovo intero che è la giustapposizione di singole parti dei precedenti soggetti, esso è piuttosto la situazione nella quale entrambi gli ‘interi’ realizzano appieno la propria verità passando attraverso la “mutua fecondazione” con l’altro (l’espressione è sempre di Panikkar). Tutto questo richiede una logica nuova, diversa da quella ‘negativa’ che mira semplicemente al compromesso e alla ricerca del minimo elemento comune indispensabile alla convivenza. Ma, si badi, si tratta – dal mio punto di vista – di una logica in senso rigoroso; anzi, essa porta a compimento la logica filosofica tradizionale e ne risolve le difficoltà, a cominciare da quella del negativo. Appunto alla costruzione di tale ‘logica’ – che io chiamo logica libera rispetto alle conseguenze – ho dedicato gran parte della mia ricerca filosofica; qui purtroppo non ne posso parlare, essa comunque scaturisce dai principi che ho esposto in precedenza.
Un po’ più concretamente, questo vuol dire che il confronto giusto (positivo) tra diversi soggetti (religioni, civiltà etc.) è quello che sa essere positivo proprio e soprattutto in relazione alle situazioni negative; cosa che – si badi – richiede la capacità di rendere giustizia, oltre alle ragioni dell’altro, anche alle proprie ragioni.

5)  Infine un’ultima domanda molto diretta: se il male va integrato e non negato, se da esso dobbiamo differenziarci senza volerlo eliminare, in che modo si può sviluppare un antagonismo “positivo” che si distingua nettamente dal capitalismo assoluto che ci sta portando nel vortice della guerra e del disastro ambientale? Insomma: come fare opposizione al sistema senza cadere nella trappola del negativo?
Intanto una precisazione. Dire che il male va “non negato” significa assumere una prospettiva negativa, negativa precisamente nei confronti della negazione del male. Può sembrare una pignoleria, ma è la questione decisiva all’interno della mia filosofia. È vero che l’azione giusta differisce dall’azione che nega il male (nella misura in cui tale negazione è una forma di ingiustizia); ma esattamente per la stessa ragione essa differisce anche dall’azione che nega la negazione del male (quella per esempio per la quale il male deve essere “non negato”).
Sto forse, con questo, ‘confutando’ quello che Lei ha detto? Ma se facessi ciò  questo mio stesso dire costituirebbe una negazione e quindi (stante le assunzioni precedenti) un atto ingiusto! E allora che cosa sto dicendo? Qui sembra che la mente vada in tilt (“Ma che cos’è, allora, l’azione giusta?”, si chiederà Lei). Ebbene, se è disposto a riflettere con calma e serenità troverà Lei stesso la risposta giusta a questa domanda; anche perché essa è tale solo se viene trovata personalmente, da ciascuno di noi, in ogni istante.
neganegaPosso però provare ugualmente a fornire qualche indicazione che potrebbe risultare utile. Come abbiamo visto, l’atteggiamento pienamente positivo è quello che si astiene dal fare il male anche nei confronti di chi compie il male. Bisogna però essere consapevoli, a questo proposito, che è praticamente impossibile a una persona non solo agire sempre in maniera giusta, ma anche solo fare una singola azione che sia totalmente giusta e non anche ingiusta. Questo, però, invece che scoraggiarci deve portarci a riflettere sul fatto che la distinzione tra l’agire giusto e l’agire ingiusto (si ricordi l’immagine con la quale ho iniziato questa conversazione) è qualcosa di diverso dal gesto che afferma la giustizia di alcune azioni e nega la giustizia di certe altre azioni.
Certo questo è difficile da capire; proverò a dirlo in termini un po’ diversi: si tratta di distinguere ogni azione in quanto giusta dalla stessa azione in quanto ingiusta; ma soprattutto si tratta di tenere ben presente che, se ogni negazione comporta una dose di ingiustizia, allora quella stessa distinzione è davvero giusta nella misura in cui si presenta come puramente differente rispetto alla negazione.
Capisco che qui uno si possa sentire confuso; ma da capo non posso fare altro che invitare chi davvero abbia a cuore tali questioni a riflettere con calma su tutta la faccenda e a venirne a capo personalmente.
Vorrei però concludere toccando un altro importante aspetto della sua domanda, quello che mi chiede in che modo la ‘soluzione’ (doverosamente tra virgolette) che io propongo  delle questioni filosofiche costituisca anche una risposta al problema della catastrofe umanitaria (“vortice della guerra”, “disastro ambientale”) che si annuncia chiaramente.
E in un certo senso una risposta ci deve essere. Il problema è che di solito, quando si chiede una soluzione positiva, ci si immagina già una situazione che è sostanzialmente molto simile alla presente, solo che di questa non possiede alcuni caratteri: l’umanità, grosso modo come è adesso (comprese le sue possibilità di progresso), ma che non ha la guerra, non ha le ingiustizie, non ha le menzogne etc.
Ora, la sincerità – che è l’altra faccia della verità – impone di riconoscere che è del tutto improbabile che una cosa del genere possa accadere. Questo vuol dire che un esito positivo della vicenda dell’umanità, se può esservi, deve essere anche molto, molto, molto diverso da come normalmente ce lo raffiguriamo.
Provi a guardare con occhio distaccato quello che sta accadendo. Potremmo dire che la vicenda dell’umanità sta ormai giungendo a generare quello che io chiamo l’onnipotere (come Orwell aveva intuito: God is power). È per questo che mi pare che il problema fondamentale, oggi, più che il capitalismo, sia il potere, e precisamente il potere che diventa onnipotere: un potere del quale l’intera umanità è ormai in totale balìa da tutti i punti di vista. Perché l’incredibile sviluppo tecnologico offre oggi – ai ‘soggetti’ che sono in grado di afferrarla – la possibilità (e quindi poi la necessità) di un dominio-controllo totale sul materiale umano costituito dai singoli individui umani. Chi ha il possesso degli armamenti può annientare e quindi ricattare tutti gli uomini; chi domina i mass media può ingannare e condizionare l’intera umanità; chi ha la signoria sul denaro può ridurre in schiavitù tutti gli esseri umani; chi ha il controllo della ‘tecnica’ può progettare creare a suo piacere la vita umana e tutte le forme di vita sulla terra.
L’onnipotere – essendo la coercizione (necessità) in-vincibile e in-contrastabile – è il volto concreto dell’in-negabile, cioè della necessità. Se mai all’umanità sarà riservato un destino positivo, questo dovrà avere qualcosa a che fare con l’onnipotere, dovrà cioè essere l’aspetto positivo della situazione in cui si dà l’onnipotere.
Per questo le domande filosofiche fondamentali oggi sono del tipo: quali progetti vi sono sul materiale umano? Quali sono gli sguardi che osservano l’umanità nel suo insieme allo stesso modo in cui noi osserviamo i nostri animali domestici e gli altri animali? E quindi: quali sono i soggetti che stanno progettando la vita sulla terra nel suo complesso? Insomma: quali differenti forme concrete può assumere l’onnipotere?
Forse la fedeltà alla verità ci dovrebbe indurre a dire che la vicenda della vita sulla terra non sta affatto evolvendo in direzione di una ‘soddisfazione’ dei desideri degli esseri umani quali noi li abbiamo conosciuti. A volte si sarebbe spinti a credere che il problema dell’«onnipotente» diventerà, più che quello di ‘governare’ l’umanità, quello di sbarazzarsene (o magari di abbandonarla al suo destino limitandosi a controllarla dall’alto) per poter riservare, almeno a una manciata di ‘eletti’, un futuro ‘divino’.
La domanda filosofica – in considerazione di quanto detto sopra – potrebbe allora suonare: che cosa significa interpretare in maniera ‘puramente positiva’ quello che sta accadendo? Qual potrebbe essere il volto positivo della possibile ‘rottamazione’ dell’umanità?
Tutto quello che mi sento di dire, qui, è che l’eventuale volto positivo deve comunque contenere, come proprio momento essenziale, la verità. La prima cosa giusta da fare è dunque dire la verità. Ma poi, in realtà,  il problema vero è come dire la verità. Non solo o non tanto perché dire la verità è sempre pericoloso, ma soprattutto perché la ‘mistificazione’, o l’inconsapevolezza, che permea le convinzioni degli umani (comprese dunque le mie) è ormai così radicale e totale che chi coglie e dice la verità viene inesorabilmente preso per pazzo.
A questo proposito concluderò – così come avevo incominciato – con un’immagine. Supponga che agli uomini sia stata mostrato, tutti i giorni dell’anno per 100 anni consecutivi, un fotomontaggio con l’immagine di un orso polare dotato di grandi corna. Immagini poi che a un certo punto qualcuno riesca a recarsi nell’Artide e a vedere con i suoi occhi che l’orso polare non ha le corna, e riesca a scattarne anche la foto. Ebbene, nessuno gli crederebbe, e appena cercasse di esibire la prova (la foto) di quello che afferma costui verrebbe immediatamente internato dalla psicopolizia tra il plauso delle masse plaudenti. In sostanza accadrebbe quello che Platone aveva descritto nel mito della caverna. La domanda filosofica allora è: (come) è possibile che a chi dice la verità sia oggi riservato un destino diverso da quello descritto da Platone più di duemila anni fa e da Orwell nel secolo scorso?

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Luigi Vero Tarca è professore di Filosofia teoretica presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Precedentemente ha insegnato Logica, Ermeneutica filosofica e Filosofia della conoscenza sempre all'Università di Venezia, Filosofia teoretica all'Università di Salerno, e Logica e filosofia della scienza presso la Scuola di specializzazione per gli insegnanti della scuola secondaria.
Allievo di Emanuele Severino, ha elaborato una originale prospettiva filosofica basata sulla distinzione tra la differenza e la negazione e quindi sulle nozioni di pura differenza e di puro positivo, prospettiva presentata soprattutto nel libro Differenza e negazione. Per una filosofia positiva (La Città del Sole, Napoli 2001). In campo scientifico Tarca ha studiato in particolare Wittgenstein, la logica (materia nella quale ha scritto anche dei manuali) e l'epistemologia contemporanea.
Accanto agli studi logico-teoretici, ma strettamente collegati ad essi, Tarca promuove da anni esperienze di pratiche filosofiche insieme a vari gruppi di amici, tra i quali Romano Màdera, con il quale ha scritto, nel 2003, il volume La filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche (Bruno Mondadori, Milano), dove viene esplicitato l'orizzonte teorico che funge da punto di riferimento di tali attività. Dal 2005 Tarca, che è stato Presidente del Corso di Laurea in Filosofia dell'Università di Venezia, è titolare dell’insegnamento di Filosofia del dialogo nel Master in Consulenza filosofica attivo presso suddetta Università.
La sua attività di pratiche filosofiche si è realizzata prevalentemente all'interno del Seminario Aperto di Pratiche Filosofiche attivo presso l'Università di Venezia, ma questa esperienza sta ormai assumendo forme e significati nuovi, che vanno coinvolgendo in maniera sempre più integrale la vita extrauniversitaria.