lunedì 31 gennaio 2011

Agenda di scrittore: romanzo

22 Novembre. La mostra Hitler e i tedeschi, nel Museo di storia tedesca
di Berlino è davvero un’occasione unica per riflettere. Prima di tutto il titolo, che va preso alla lettera: è una mostra per i tedeschi, il che non significa che non sia interessante per tutti, anzi, lo è molto di più proprio per questo. L’edificio che l’ospita si trova nell’isola dei Musei, un complesso monumentale della città che oggi mi appare meno veccho e vetusto di quando vi misi piede la prima volta, diversi anni fa. Al piano superiore si trova la mostra delle opere di Begas, l’architetto scultore autore dei progetti urbanistici più importanti risalenti al periodo bismarkiano. Molti dei palazzi più antichi di Berlino (città che - è bene ricordarlo - antica non è), sono suoi, insieme ad alcune sculture e busti che ritraggono il cancelliere di ferro. Distribuito fra piano terra e un altro inferiore, si trova il Museo di storia tedesca dalle origini a oggi e, in quel contesto, Hitler e i tedeschi, un titolo semplice. Anche le didascalie in inglese, solitamente abbondanti e anche l’apparato di depliant e pubblicazioni connesse, sono questa volta in larga misura, nella sola lingua tedesca. Insomma, una mostra per ragionare come popolo tedesco intorno una domanda che si ripropone a distanza di decenni: perchè è stato possibile un Hitler? Da quando, nel 1968, la Germania ha iniziato a emanciparsi dalla rimozione (comprensibile), che aveva accompagnato gli anni immediatamente successivi la catastrofe bellica, la riflessione sul Terzo Reich è stata profonda e incessante.
Nella mostra non vi è nessuna sopravvalutazione di una resistenza che non c’è stata, se non in esigui ambienti protestanti, nessuna sopravvalutazione del Piano Valchiria, il tentativo di colpo di stato e di attentato al Hitler del 1944, gesto tardivo e peraltro fallito. Nessuno sconto insomma, ma una nuda elencazione di fatti dopo alcune premesse, con un ampio corredo di giornali, altre pubblicazioni, manifesti, pamphlet di propaganda politica, tutta l’iconografia, i simboli, la coreografia che accompagnava la manifestazioni del regime. E ovviamente le immagini, non molte però, non usuali e senza la voce di Hitler, tranne che nella parte finale dove alcuni suoi discorsi venivano diffusi da altoparlanti a un livello di audio abbastanza basso.
L’effetto su un non tedesco, almeno per quanto mi riguarda, è stato molto forte. Mi sono reso conto (è banale dirlo ma non ci si pensa), che io infondo tutto quell’armamentario l’avevo visto da lontano, in filmati d’epoca talvolta cattivi e in bianco e nero dove apparivano sempre le stesse immagini. Trovarsi a contatto diretto, poter toccare le bandiere, i labari, vedere dal vivo la croce uncinata nera in campo rosso, la stoffa delle divise, i loro colori, non è la stessa cosa che vederli da lontano. Certo, in questa mostra mancava la rappresentazione di quel gigantismo oceanico delle mobilitazioni di massa, a parte la fotografia della striscia di luce creata dalle fiaccole accese durante la sfilata sulla Unter den Linden, subito dopo l’elezione di Hitler a cancelliere. La vista da vicino dei simboli piùnoti del regimer nazista mi ha fatto percepire diversamente molti aspetti, soffermare su particolari che sfuggono se osservati a distanza e la prima riflessione che mi è balzata subito alla mente è che in tutta quella coreografia e anche nell’uso dei colori era presente un elemento assolutamente kitsch che appartiene alla cultura tedesca (il termine è nato qui). Tale elemento è presente anche oggi nella cultura tedesca, assume aspetti favolistici e innocui, pateticamente ironici e auto ironici (certe trasmissioni televisive del sabato sera sono assolutametne imperdibili per capire a fondo l’animo tedesco). Tale elemento kitsch, nelle raffigurazioni pittoriche, in certi busti del führer scolpiti da artisti mediocri, ma non solo, in certe sue immagini ravvicinate, diviene maschera grottesca, che raggiunge talvolta effetti di involontaria comicità.
Chaplin ha colto davvero in modo profondo e non superficialmente caricaturale questo effetto di maschera. I baffetti di Hitler che sembrano sempre posticci, oppure come se gli colasse costantemente il sangue dal naso, la scriminatura dei capelli talmente precisa ed evidenziata (come se una mamma gli scolpisse ogni giorno la riga prima di lasciarlo uscire di casa), sono irresistibilmente comiche; oppure l’occhio che guarda sospettoso nella macchina da presa, con uno sguardo che oscilla fra la demenza e l’imitazione mal riuscita di Buster Keeton.
Mentre negli altri gerarchi prevale sempre un aspetto greve e tragico (terribile ascoltare la voce di Goebbels, il suo tono isterico e forzato fino al parossismo, più che non quella di Hitler stesso, capace talvolta di usare toni pacati), la comicità involontaria è quasi sempre presente nel Führer. Naturalmente si sa che il comico ha un rapporto assai contiguo con il tragico e basta poco per scivolare da una parte o dall’altra della lama fine rasoio che le separa.
Per i greci non era ovviamente così e neppure per gli antichi dei germanici, cui Hitler ha preteso d’ispirarsi, ma prendendoli alla lettera e non come metafor. Il nazismo fu anche rappresentazione teatrale che dalla scena ha preteso di andare prima per le strade e poi nella vita di ogni giorni. Pretendere la letterale trasposizione delle antiche mitologie nel mondo moderno, infatti, significa darne anche una reappresentazione immediatamente grottesca e caricaturale, ma l’idea di trasformarle in pratiche politche produce mostri.

24 Novembre. Dalla mostra alla musica di Wagner il passo è breve. Scelto dai nazisti come loro vate musicale, ancora oggi sono in tanti a considerarlo un predestinato al nazismo, anzi una sorta di nazista ante litteram. Il povero Wagner morì nel 1901, sarebbe bene ricordarlo ogni tanto. Naturalmente l’equazione che i nazisti pensarono è semplice da stabilire, tanto semplice (e semplicistica) che c’è da domandarsi per quale motivo abbia avuto fortuna anche presso molti che nazisti non erano e non sono. A parte la questione che Wagner fosse un antisemita convinto (ma erano in molti a esserlo in Europa e non solo in Germania), è il culto della potenza ciò che i nazisti sentirono o pensarono di sentire nella sua musica e naturalmente il riferimento tematico costante alla mitologia germanica e alla sua grandiosità guerriera, che fu il secondo addendo di un’addizione la cui somma creò il mito wagneriano che conosciamo. Anche in Wagner, maestro ineguagliabile del sublime, s’insinua però talvolta il patetico, oppure una esagerazione dei toni che gli prende la mano. I suoi eccessi e forzature si avvertono subito a un ascolto non superficiale e c’è molta più poternza, nel senso che i nazisti attribuivano a Wagner, nel frammento musicale di Richard Strauss Così parlò Zarathustra, oppure nell’assolutismo musicale dei Carmina Burana di Orff, che non in molte fanfarate wagneriane, dove l’eccesso finisce per travolgere tutto, anche la potenza, diventandone caricatura involontaria.

28 Novembre. Una notazione particolare, per ritornare alla mostra, meritano i tre acquarelli di Hitler esposti. Piccoli quadri minuscoli, sempre rappresentazioni di scene rurali semplicissime, quasi delle miniature. Hitler amava una ruralità dove non è però presente l’essere umano: ci sono le case, i fienili, ma più di tutto colpisce una lindezza maniacale, un ordine perfetto, impossibile da ottenersi in campagna se solo uno vi ha messo piede qualche volta. È anonima la campagna nei suoi quadretti, mentre siamo abituati ad associare l’anonimia alla città moderna e tentacolare che Hitler voleva teatro di progetti faraonici, di una grandiosità smisurata. Anche Walter Speer (l’architetto del regime, le cui realizzazioni sono state così acutamente analizzate da Elias Canetti), che cercò di concretizzare i deliri architettonici del suo capo, scambia la potenza con la forza bruta, che vive tuttalpiù di accumuli tecnologici: niente a che vedere con le piramidi egizie o azteche, tirate su da uomini a braccia, ma la pura rappresentazione di una potenza tragicamente travisata e dunque senza vera tragicità; solo vuoto gigantismo, horror vacui, che apre le porte alla distruzione e all’autodistruzione.

giovedì 13 gennaio 2011

Agenda di scrittore: romanzo

1 Novembre. È illusorio pensare che vi sia uno spazio - quello della cosiddetta cultura - che sia di per sé risparmiato in nome di principi quali la Tolleranza, la Libertà di Pensiero e Cultura o Espressione. Questa pratica svilisce i principi che dice di voler difendere e li degrada a una sorta di elogio dell'indifferenza. Perciò li consuma ed essi puntualmente, come accade oggi, mostrano la corda. È un pezzo di quello che abbiamo ritenuto il moderno positivo che se ne va. Quando in una situazione come quella italiana (ma immagino che non sia diverso da altre parti anche se non conosco le statistiche) si pubblicano ogni anno 58.000 volumi, vuol dire che il livello d’inflazione raggiunto (come accade nell’inflazione monetaria), è direttamente proporzionale allo scarso valore delle pubblicazioni. Quando un chilo di pane, nella Germania di Weimar costava un miliardo di marchi, non era il pane a non valere nulla ma il denaro: lo stesso si può dire dei libri, non valgono più nulla, i pochi che si salvano, immersi anch’essi nel mare magnum della indifferenza, si perdono o rischiano di farlo. Non vi è nessuna libertà di pensiero reale nell’occidente odierno e questo rende ancor più odiosa la pretesa di imporre agli altri la nostra democrazia.

3 Novembre. Il volto odierno della barbarie non si nasconde: televisione, guerra chirurgica, laisser faire sociale, violenza senza scopo e misura: il fatto che non debba più mostrarsi con le parate, ma solo con la propaganda e lo spettacolo, significa che esso è almeno apparentemente più forte. Lo scontro di civiltà è già cominciato e, nonostante gli sforzi – destinati a fallire – di Obama per tornare a scoprire la politica e non solo la forza, quello cui stiamo andando incontro è un conflitto permanente in cui l’escalation di violenza sarà continua, decentrata, risolta in micro conflitti, tenuta a distanza il più possibile dal cuore dell’impero. Essa però è destinata ad alimentare forme di resistenza sempre più feroci anche dall’altra parte, difficilmente controllabili, in una spirale destinata ad avvitarsi su se stessa. La nascita del Tea Party negli Usa, in questo contesto, è un fattore strategico che peserà nei prossimi anni e delineerà il volto della nuova destra globale: cristiana, bianca, armata, socialmente feroce. A tutto questo, prima o poi nascerà una risposta alternativa, che non si esprimerà solo tramite il diflesso pavloviano della resistenza islamica, destinata al fallimento più totale, identico al fallimento di quello che ritiene essere il suo satana e cioè l’Occidente cristiano. Infondo, come durante le crociate, cristiani e muslmani ragionano nello stesso modo, si capsice poco perché tutti gli altri siano diventati loro ostaggi, ma forse è solo il passaggio necessario successivo al vuoto lasciato dalla fine del clico rivoluzionario durato due secoli, ma purtroppo sconfitto.

8 Novembre. Nulla d'importante.

10 Novembre. La violazione di piccole regole non é mai disgiunta dalla violazione di grandi regole. In entrambi i casi avviene che la società civile si sta appropriando di pezzi o pezzettini di funzioni normalmente delegate allo stato, alle istituzioni locali, alle leggi, ai regolamenti, al semplice buon senso consuetudinario in nome del quale non si attraversa il semaforo con il rosso e non si percorre un senso unico nella direzione opposta. Tutto questo, invece, oggi accade in una misura ampia, dilagante.

12 Novembre. Il cielo è carico di neve repressa, livida; dalla finestra il grigio scende così a fondo che si mescola all'asfalto e il colore uniforme si spalma come un lago che lentamente tracima. In alto in alto, un sole strozzato manda flebili grida di luce… eppure il clima è mite a Berlino, mi sorprende con i miei abiti pesanti addosso. La festa è finita, gli sponsor del ventennale della caduta del muro se ne sono andati, la città continua a espandersi verso est, come per una sorta di tranquilla e ironica nemesi della storia.

14 Novembre. Mi sono alzato tardi e la giornata se ne è andata più velocemente dei miei propositi; a sera faceva molto freddo in casa.

15 Novembre. Brecht diceva 'beato quel popolo che non ha bisogno di eroi'…non so se ripeterebbe tale sentenza se fosse in mezzo a noi, qui nell'Europa di oggi e a Berlino che ne è la capitale di fatto. Quando lo disse il mondo era già in fiamme o lo sarebbe stato entro poco tempo; in molti sarebbero stati costretti a essere eroi e la sua frase parve un suggestivo contrappunto ai tempi. Oggi non lo sarebbe più; l'eroismo è la punta estrema di una tensione etica esistente, di un fuoco che può bruciare più o meno impetuoso ma che brucia; l'Europa odierna e la miserabile Italia dei nostri giorni muoiono di una gelida e livida assenza di qualsiasi tensione morale e politica. Non ci sono più eroi, non c'è più eroismo perché è la nostra vita sociale vicina allo zero termico assoluto. Fino a quando sarà così? Vedrà ancora la mia generazione i segni di un nuovo risveglio, che prima o poi ci sarà, oppure il declino definitivo, il testimone che finisce nelle mani dei popoli giovani che si impadroniranno loro della nostra grande cultura per farne ciò che decideranno di farne? Credo che il prossimo 2011 in questo sia un anno discretamente decisivo per capirlo.

16 Novembre. La mattina ho letto; il pomeriggio meditato... ma non troppo; questa sera è prevista una cena con amici.

17 Novembre. Nonostante tutto vi sono ancora giovani che pensano in grande o cercano di farlo, con poche risorse ma con molte idee. Torno a casa più contento, guardo il futuro dipinto sul muro di un palazzo in stile davanti alla palazzina dove abito: la carena di una nave che fende il vuoto: un vascello fantasma? Pochi passant infreddoliti con i loro cani si incamminano verso la Spree.

20 Novembre. Forse la corsa di Europa è finalmente finita, il suo rapimento concluso. Cadmo, nella sua ricerca disperata della sorella nei secoli ha disegnato il perimetro dell’Europa, con i suoi confini mobili, gli eserciti che l’hanno lacerata e percorsa da ogni parte. Persino l’alfabeto, invenzione europea quanto mai carica di senso, oggi appare ridotta a una lingua media depauperata e riciclata. Forse dobbiamo proprio tornare a Rutilio Namaziano e alla sua lezione di sobrio abbandono della scena.