lunedì 25 aprile 2011

La mia risposta a mio figlio Ulisse

ELOGIO DI ENEA.

Caro Ulisse, leggendo il tuo breve e denso saggio, mi veniva quasi naturale riconoscere nei comportamenti attuali di leader politici e privati cittadini, amici, conoscenti ecc. ecc. questa o quella figura del mito e naturalmente di rintracciare facilmente in me comportamenti che si possono associare all’una o all’altra.
Per quanto mi riguarda, cercherò di risponderti non ripercorrendo tutti i personaggi del mito di Ilio ma solo alcuni.
I miei comportamenti stanno fra Enea e Cassandra, mi riconosco in entrambi, ma in definitiva molto parzialmente con Cassandra e molto più con Enea. In cima alla mia riflessione pongo preliminarmente una domanda: cos'erano, prima di diventare l’Enea e la Cassandra del mito?

Comincio dalla seconda perché mi porterà via meno tempo. Il suo ruolo è quello di vaticinare, che rapportato ai nostri tempi, consiste forse nella capacità d'analisi associata però al carisma dell’oracolo. Tu critichi fra le righe del tuo scritto l’atteggiamento che ho appena definito analitico, ma anche la tua è un’analisi, il fatto che sia attuata con strumenti che siamo meno abituati a usare la rende particolarmente affascinante, ma in definitiva a te si può rimproverare la medesima cosa che tu rimproveri ad altri: la tua è un’analisi altrettanto raffinata, ma che infondo ci riconferma nella comune difficoltà a individuare cosa sia possibile fare. C’è uno scarto evidente, infatti, fra la filosofia che ispira il tuo discorso e la proposta politica finale, con la quale tu ritorni bruscamente al presente.
Unire tutte le forze su un paio di punti sembra del tutto ragionevole ma non lo è. Non spenderò molte parole su questo, ma potresti fare un utile esperimento secondo me. Prova ad andare in una qualsiasi sezione, o club, oppure ponendo loro delle domande via internet, dei partiti che dovrebbero partecipare all’impresa (FL, UDC, IDV, PD, SEL), proponendo loro quello che ti sembra ragionevole: scopriresti in meno di ventiquattro ore di essere diventato tu quello che affermi di non voler diventare: la Cassandra della situazione!
Ma torniamo alla Cassandra del mito!
Vaticinare è il suo ruolo: perché mai esso viene sempre più svalutato fino a che non la si ascolta più? Un po’ perché spacca il capello in quattro, forse anche perché la civiltà di cui lei fa parte è sempre meno in grado di capire a cosa va incontro ed essendo sempre meno consapevole di se stessa (in termini moderni questo che sto dicendo Marx lo chiama alienazione), non le crede. Io non penso, però, che Cassandra non fosse ascoltata perché le sue verità erano troppo dolorose, ma perché o non venivano più capite, oppure perché avevano già prodotto quello che potevano produrre, il suo linguaggio aveva già contribuito a fare di quella civiltà ciò che era per cui le sue parole dovevano risuonare alle orecchie di tutti come delle prediche, oppure come quei discorsi su cui tutti sono d’accordo, ma che non servono più a nulla, un po’ come avviene da noi per certe omelie del papa. In lei, prevale il narcisismo dell’aver sempre ragione, di cui si compiace e questo è il suo limite, perché chi ha sempre ragione dovrebbe capire che forse sta dicendo cose troppo ovvie e dunque inutili.

Vengo ad Enea, per me il personaggio di gran lunga più importante fra tutti.
Anche per te, come peraltro è nel mito, Enea è colui che fugge e va altrove, in definitiva. Nessuno si domanda come matura la decisione e sembra che tutto ciò che precede tale scelta, improvvisamente non venga più considerato, non conti più nulla, sebbene si conoscano le sue azioni. Enea ha combattuto come tutti, è stato un guerriero fra i più valorosi, dunque che ha fatto il suo dovere fino in fondo, tanto da essere colui ha sfidato pure Achille e che lo ha fatto per primo! Niente, Enea è quello che fugge! Fugge chi scappa dopo qualche mese di battaglia, oppure chi se ne sta nelle retrovie a guardare ciò che fanno gli altri, oppure che entra in battaglia quando capisce qual è l’esito della guerra e fugge sul carro del vincitore! Parlare di fuga nel caso di chi ha combattuto per dieci anni, forse rivela una certa semplificazione da parte del mito, comprensibile dal punto di vista psicologico, ma non su quello politico. Ciò che non si perdona a Enea, infatti, non è la fuga, ma l’essersi allontanato dai parametri comuni, dalla logica entro la quale gli altri si trovano invischiati e che li rende incapaci di pensare un altro futuro. Tutti, Achei e Troiani, non erano più in grado di andare oltre l’orizzonte angusto delle loro azioni quotidiane, degradate a routine e abitudine. L’Iliade non fa che riproporre in continuazione una situazione di stallo che lentamente incancrenisce finché crolla e il suo crollo avviene dopo, perchè l’inganno del cavallo si colloca in un tempo che è al di fuori della narrazione della guerra: l’Iliade, infatti, finisce con la morte di Ettore e non con la distruzione di Troia ed è leggendo l’Odissea che noi sappiamo come è caduta la città.
Gli altri, vanno tutti talmente fino in fondo, pure gli Achei, che una minoranza di troiani sopravvissuti, penserà addirittura di ricostruire la città a poca distanza dall’altra. Non ricordo quale storico greco dice che gli abitanti di questa Troia rifatta passavano il tempo a rimpiangere il passato e a rinverdire gli antichi fasti.
Cassandra, d’altro canto, rimanendo sul posto fino alla fine, diventando così un bottino di guerra dei vincitori dopo essere stata violentata, è la testimonianza vivente della contraddizione da cui non riesce a uscire: pretende che gli altri credano alla sua profezia, ma non riesce a salvare se stessa, comportandosi come se non ci credesse neppure lei.

Enea e il suo gruppo (perché non è solo), si comportano in modo del tutto diverso. Prima di tutto Enea si sottrae all’imperativo dell’azione a tutti i costi; infatti, da combattente di prima linea e dopo avere tentato inutilmente di uccidere Achille, si ritira in una posizione più defilata, di riflessione: capisce in sostanza che la forza da sola non basta se non c’è la politica, tradotto in termini moderni.
L’agire, infatti, può essere anche un agire cieco, un girare a vuoto, è questo che sembra intuire Enea o almeno glielo possiamo attribuire alla luce delle scelte successive. Il suo atteggiamento di ritiro è molto vicino, a mio modo di vedere, al concetto cinese di Wu Wei, tradotto solitamente con non agire ma che significa più propriamente fare il vuoto, cioè predisporsi a poter accogliere ciò che - se si è immersi nell’azione, oppure (il che è lo stesso), se si considerano solo un certo tipo di azioni come un agire - non si riesce a intravedere. Insomma, per poter vedere il nuovo, bisogna prima di tutto smettere di guardare ciò che esiste come se fosse la sola esistenza possibile, magari guardandola dall’esterno, dal di fuori, come sembra fare Enea in una prima fase. La sua decisione finale scaturisce da tale atteggiamento e cosa fa Enea? Sa che Troia è finita e che ciò che essa rappresenta non può essere salvato in quanto tale come pensano coloro che la rifondano lì vicino (Asor Rosa a questi assomiglia e ci tornerò in sede conclusiva!), ma anche affondare con essa non è un modo di difenderla e infatti Cassandra finirà come bottino di guerra senza salvare nulla della storia della città. Rinnegarla allora? Niente affatto! Enea carica sulle proprie spalle il padre Anchise e trascina con sé per mano il figlio Ascanio, cioè la storia, la cultura, le radici, e il futuro (rappresentato da Ascanio) della civiltà in cui è nato e che ha difeso finché ha potuto farlo. Porta con sé tutto questo e cerca di metterlo in salvo in un altrove che non conosce (e che non s’inventa di conoscere già), ma verso il quale s’incammina, accettando il rischio dell’ignoto, del non sapere, del vuoto, mente gli altri credono di sapere tutto e infatti rimangono sepolti sotto le loro macerie. Anchise può valere per Priamo, è la storia della città ed è ovviamente un vecchio morente, ma se non ci si carica sulle spalle la storia da cui si proviene non si va da nessuna parte: bisogna portarla anche se si sa che non è soltanto una radice ma anche un peso morto. In una scultura famosa del Bernini e ancora di più in un quadro di cui ora non ricordo l’autore e che si trova riprodotto in un libro recente e importante come Il gesto di Ettore di Luigi Zoja, si vede tutta la solitudine e la fatica di Enea che trascina con sé padre, figlio e moglie (nel Bernini la moglie non c’è e anche questo andrebbe indagato).
Enea non viene ucciso perchè non interessa né ai vinti né ai vincitori e infatti è dileggiato da tutti e questo dovrebbe far riflettere: forse a volte non bisogna essere per forza in scena per essere efficaci, ma collocarsi fuori dalla scena. Enea è debole (e lo sa), sia rispetto alla forza soverchiante dei vincitori, alla quale pensare di opporsi sarebbe illusorio, sia rispetto al narcisismo dei vinti che preferiscono mantenersi nelle loro sicurezze piuttosto che cambiare: questa debolezza però è la sua forza perché gli permette di passare indenne fra le maglie strette di una logica che sembra inesorabile per tutti.

Vengo brevemente al presente per completare la mia metafora in risposta alla tua. Per me, l’abbaglio più grande nel tuo scritto è il modo con cui interpreti Asor Rosa. Sarò un po’ schematico, ma il suo modo di ragionare e quello della Rossanda che gli va dietro è più o meno questo. La Repubblica italiana è figlia della Resistenza e della Costituzione antifascista, i corpi dello stato di cui il presidente è capo supremo, devono in situazioni estreme difendere questo principio, dunque è legittimo l’uso di una porzione ragionevole di forza per difenderli.
Trascuro il fatto che Asor Rosa non ha letto bene gli articoli 89 e 90 della costituzione (letti furbescamente in aula da D’Alema durante l’ostruzionismo parlamentare come falso segnale di via libera all’iniziativa asoriana e al solo scopo di stanare il maneggio di repubblica e del manifesto), trascuro il fatto che Rossanda ci mette due giorni a leggerli gli articoli prima di capire (forse) la trappola orchestrata da ‘baffino’ (e annunciata il giorno prima da Giuliano Ferrara, che può averlo saputo solo da fonti interne al centro sinistra), trappola nella quale lei e Asor Rosa cadono come polli.
La sostanza politica, però, è un’altra ed è quella che mi interessa di più. Il sillogismo del partito di repubblica, intesa come giornale quotidiano, e del Manifesto, è sbagliato in partenza. La repubblica italiana è figlia della Resistenza e della Costituzione nel quadro degli accordi di Yalta e di Pozdam, il suo valore formale rimane quello che è, ma il suo effetto materiale dura finché dura quel patto, finito con la caduta del muro di Berlino. Quel patto impediva una trasformazione pienamente democratica dell’Italia (la democrazia azzoppata di cui parli) e questo spiega perché Aldo Moro venne ucciso nel 1978, ma impediva anche che andassero a segno i ricorrenti colpi di stato che dal 1964 in poi si susseguono. Dopo il 1989, la costituzione formale rimane ma la sua sostanza viene demolita pezzo per pezzo e i demolitori non si trovano solo a destra: anzi, la prima consistente picconatura venne da Luciano Violante e dal suo discorso sui ‘ragazzi di Salò’. La sinistra istituzionale e anche quella cosiddetta radicale, hanno pensato che la caduta del muro e la fine della cosiddetta guerra fredda, avrebbe portato a un passo in avanti nella pacificazione e condivisione della Costituzione, senza capire che la costituzione non è mai stata condivisa (e neppure aggiungo io l’unità d’Italia), ma soltanto subita dalle classi dominanti italiane e dal loro ceto politico, perché inscritta nel quadro internazionale di cui ho detto e al quale non potevano sottrarsi neppure loro. È per questo che la sinistra ha minimizzato l’importanza Lega nord, addirittura deridendo chi ne denunciava il pericolo dalla sua comparsa alla fine degli anni ‘80, così come ha continuato a difendere l’unità antifascista senza capire che essa non esisteva più e che sostanzialmente l’Italia della P2 è nel migliore dei casi un repubblica afascista, ma non certamente antifascista. Tutti questi signori, alla fine di questo inglorioso percorso, adesso invocano addirittura i carabinieri per difendere la costituzione (dimenticando tutto quello che gli apparati dello stato hanno compiuto e tramato da decenni): se non fosse tragico ci sarebbe da ridere. La costituzione e l’unità d’Italia, oggi in pericolo, vanno difesi senza incertezze, ma bisogna farlo avendo le idee chiare su quello che è successo, altrimenti saranno solo parole al vento e anche peggio.

Concludo tornando alla metafora e anche alla tua domanda: che fare? Avendo scelto il mio personaggio del mito come punto di riferimento penso di essermi esposto a sufficienza per poter essere almeno compreso in quello che faccio o non faccio. Non sta e non starà a me dire se le scelte che ho già fatto e quelle che farò saranno o meno congruenti con il modello scelto, però il modello è comunque di già un’indicazione sufficientemente precisa. Come prima, approssimativa riposta, ancora più diretta alla tua domanda su che fare mi verrebbe da concludere dicendo: che ognuno scelga il suo di personaggio e cerchi di comportarsi di conseguenza, rendendosi così trasparente con tutti.

mercoledì 20 aprile 2011

Un intervento di Ulisse Romanò sulla situazione politica italiana

Sulle orme dì Plìnio ìl Vecchio
ovvero come non trovarsi sulla cima del Vesuvio durante l’eruzione



Voglio scrivere della situazione politica italiana riallacciandomi alla questione introdotta da Asor Rosa. Ero a Lugano quindi non ho letto l’articolo da cui è tutto partito- ho letto invece l’articolo che lo stesso Asor Rosa ha scritto oggi sul manifesto e che in parte rilancia la domanda che naturalmente ci poniamo più o meno tutti ma che mi sembra bene porre al centro dì riflessioni e azioni. La domanda è essenzialmente che fare? Come reagire alla deriva in cui ci troviamo e fare tutto il possibile per evitare che la nostra imperfetta democrazia sì trasformi in una dittatura?
Parto da un punto: credo che molti dì noi pensino sinceramente che la condizione nella quale ci troviamo sia già ora quella dì una democrazia azzoppata e molto parziale- per usare le parole dì Asor Rosa siamo una pre-para dittatura. Ora è da tempo che mi chiedo cosa bisogna fare concretamente - sia nella sfera pubblica-politica che in quella privata - per arginare la minaccia e reagire alla stessa per evitare almeno - qualora le cose dovessero precipitare - di essere presi alla sprovvista.
Tutti sanno che prima o poi erutterà il Vesuvio e il Big One farà sprofondare mezza California- detto ciò nessuno prende concretamente - per quanto possibile - delle contro misure per cercare dì ridurre l’impatto di un fenomeno che in ogni caso sarà catastrofico. Quando accadrà sarà una tragedia e apparirà evidente che almeno qualcosa prima si poteva fare. In quest’ottica mi chiedo spesso cosa ci dica la storia. Temo che in moltissimi casi – se pensiamo anche solo a fascismo e nazismo - l’instaurarsi dì regimi nasce – all’interno di quadri diversi e sempre necessariamente complessi - dalla presenza dì un fattore che per noi è di particolare importanza: la sottovalutazione dei pericoli - che ha come conseguenza l’intempestività e l’inadeguatezza della risposta - da parte delle istituzioni – partiti - movimenti – realtà – singoli individui che – con possibilità diverse ovviamente – avrebbero potuto fare qualcosa per evitare il baratro.
Questo è un elemento imprescindibile. Se le forze citate avessero capacità di analisi della realtà all’altezza dì quanto richiesto dalla situazione certi fenomeni non sì verificherebbero.
Allo stesso tempo sono sicuro del fatto che all’interno dì quelle società in cui si è passati - per gradi - da una situazione democratica ad un’autoritaria ci fosse una minoranza consistente di persone che aveva la nettissima sensazione dì capire perfettamente cosa stesse accadendo. La domanda per me capitale è perché questa minoranza critica non è stata capace dì arginare il fenomeno. Cosa hanno sbagliato?
il mito dì Ilio insegna che ci sono momenti in cui i popoli vanno incontro al proprio destino dì morte ostinatamente. Questo avviene un po’ per cecità – cavallo dì troia - un po’ perché vinti dal fascino dì essere fino in fondo- tragicamente - se stessi – Ettore - un po’ perché incapaci anche solo di immaginare altre possibilità - Prìamo.
Purtroppo per noi però nel mito c’è anche Cassandra. Cassandra non finisce bene e pur prevedendo tutto non porta alcun vantaggio al proprio popolo - anzi paradossalmente contribuisce alla distruzione della sua Ilio come vogliono alcune riletture moderne.
Non ci tengo a fare questa parte. E se forse Ilio sarebbe stata comunque distrutta sicuramente almeno Cassandra poteva salvarsi. Se solo avesse voluto. Alla fine sì salva Enea - che non ha avuto meriti particolari se non decidere dì tradire il proprio destino dì troiano: si è immaginato un futuro diverso ed è scappato.
Anche la minoranza critica – come Cassandra – in qualche modo non rinuncia ad essere se stessa e quindi – fino in fondo – inefficace. Non difetta di capacità dì analisi ma in qualche modo anche la sua risposta finisce con l’essere inadeguata.
La prima proposta dì Asor Rosa è una pazzia però risponde – in maniera del tutto sbagliata - alla necessità dì poter immaginare una fine immediata dell’attuale scenario.
Se siamo convinti che sì stia vivendo una fase critica allora le risposte devono essere straordinarie e tutti dobbiamo fare qualcosa che forse non faremmo in altri contesti.
Sarebbe forse facile uscire da questa palude se la politica fosse vera politica - se le opposizioni fossero in grado dì fare politica e se alla maggioranza dei cittadini interessassero ì discorsi politici. Non è così. Ed è drammatico. Ma può andare molto peggio.

Unire le forze che sono - con tutti i limiti - le differenze e le contraddizioni – democratiche. Fare una selezione all’interno delle stesse fra chi è preoccupato e chi pensa che ancora sia tutto sotto controllo e ci sia spazio per discutere.
Creare un fronte davvero unito su un paio dì punti base almeno e con questo gruppo procedere per me è la cosa da fare.
Dopo sì discuterà.

Diversamente mi chiedo se le scelte che sì fanno – ripeto anche sul piano personale privato - tipo prendere una casa a Milano e immaginarsi un futuro qui - siano coerenti con gli orizzonti tetri che vengono da noi stessi evocati. Mi chiedo se anche queste decisioni non concorrano - tragicamente - verticalmente - a dipingere il quadro plumbeo che prevediamo – se anch’esse non siano altro che passi che piano piano ci portano alla cima del vulcano.

venerdì 1 aprile 2011

Agenda di scrittore: romanzo

2 Dicembre. Bombe ovunque, ci risiamo. Un velo di tristezza s'impadronisce di tutto, s’attacca anche a quello che sto scrivendo. C'è una barriera insuperabile da parte della scrittura; ed è il muro della realtà. Sappiamo bene che fra il nome è la cosa la distanza non è del tutto superabile e che se dovessimo dare una definizione di realtà non potremmo aspettarci di essere presi sul serio. Eppure ciò che ci costringe al silenzio non è semplice impotenza; un pensiero del genere sottintenderebbe una convinzione di onnipotenza, come se tutto fosse nelle nostre mani e dipendesse da noi. La realtà non può essere nominata perché il linguaggio è un sistema parallelo ma minore rispetto ad essa. Perciò essa ogni tanto si fa sentire e ci costringe a un felice silenzio, con buona pace di chi pensa che noi abitiamo il linguaggio. In questi giorni si fa sentire con la riterazione di un copione ventennale, iniziato con la prima guerra del Golfo e che si ripete oggi con il suo dosaggio sapient di ipocrisia e violenza, urla e strepiti rispetto a certe situazioni petrolifere e silenzi laddove si ammazzano lo stesso, ma lontano da interessi economici oppur energetici.
Qualcosa di diverso negli anni è accaduto tuttavia: l’ipocrisia della guerra umanitaria che ormai sembra avere fatto breccia anche in chi vent’anni fa scendeva ancora in piazza. Anche molti rapporti personali diventano improvvisamnte a rischio, ma non ci si deve stupire: la storia è una mannaia e nella stanca e sonnolenta Europa, basta poco prchè i nodi vengano al pettine.

15 Dicembre. La precarietà domina questi giorni, ma ci si scopre anche meno soli. Certi fili si riannodano, altri si consolidano, si moltiplicano i gesti di solidarietà, si avverte un bisogno di distinzione e riconoscimento; altri fili invece si allentano, altri si allenteranno, tutte le relazioni verranno passate al setaccio. Vivere è l'esatto contrario di scrivere. Nell'opera possono affollarsi tanti personaggi, un mondo intero; ma l'esercizio di chi dà vita a questo mondo è solitario e richiede distanza aristocratica, ripiegamento, fastidio per ogni rumore. Gli altri devono scomparire, non devono esserci più, ma non soltanto nella disponibilità e nello spazio che occupano nei nostri pensieri; devono proprio scomparire, essere lontani nel momento in cui si scrive, non essere presenti con i loro corpi oltre che con la loro immagine. Solo così possono rinascere in altre forme, popolare la pagina o travasarsi dentro di noi e trasformarsi. Perciò la scrittura non può essere, neppure nel giornalista più attento, restituzione in diretta di ciò che avviene.

16 Dicembre. Quando la realtà entra dentro e squassa ogni cosa si ripropone il vecchio dilemma: fare finta di niente oppure smettere di scrivere e fare altro? Dire che non è possibile restituire il senso del presente in diretta, ha implicazioni serie. Qualsiasi scrittura serve sempre dopo perché l'urto stesso degli eventi fa sì che quella parola non possa essere udita in quel momento. Il Diario di Anna Frank non servì allora ma successivamente; certo la scrittura avrà tenuto almeno in parte compagnia a lei, alla povera Anna, ma questo è un altro discorso. Non rimangono che due strade in apparenza: fare finta di nulla e perseguire fino in fondo e con rigore il proprio progetto di scrittura a dispetto di ogni cosa e di ogni accadimento, fino alla dimenticanza di sé in questo; oppure smettere e fare altro. Forse c'è una terza strada non mediana: vivere consapevolmente finché se né capaci una scissione, una contraddizione senza pretese di onnipotenza e dunque senza ridurre ciò che riducibile non è; senza eliminare nessuno dei due corni, ma rifiutando anche situazioni in cui l'oblio cade dall'una o dall'altra parte. Finché si può.