giovedì 27 dicembre 2012

Agenda scrittore: romanzo


21 Novembre.
Berlino e Roma: le due città sono gemellate. È normale che due capitali così importanti lo siano, ma la combinazione non è affatto scontata anche perché nell'esperienza europea dei gemellaggi, l'enfasi è solitamente posta sulle problematiche comuni, siano esse di carattere amministrativo e territoriale. La domanda, allora, si pone naturale: cosa possono avere in comune la metropoli più moderna d'Europa, dove l'edificio più antico risale alla metà del 1700, con la città eterna, la sua storia millenaria e stratificata, che si respira in ogni strada? Nulla sembrerebbe, a parte il fatto puramente formale di essere entrambe città che occupano un territorio vastissimo rispetto al numero di abitanti.
Berlino è il trionfo dell'architettura moderna, delle ardite strutture in vetro e acciaio di Postdamer Platz, della Bauhaus. A Roma la modernità – pure assai significativa – è tutta concentrata nelle geometrie dei palazzi dell'Eur, mentre se si vuole viaggiare molto indietro nel tempo, a Berlino, bisogna per forza varcare le porte di un Museo.
Soltanto vivendole entrambe queste due metropoli, si arriva a comprendere, invece, che le ragioni del gemellaggio ci sono eccome! Provo a dirne alcune, naturalmente del tutto baste su un'esperienza puramente soggettiva, seppure fondata su una lunga frequentazione.
La prima. Nonostante la ricchezza di musei, teatri, auditorium, chiese, monumenti, offerta culturale di alto livello, Roma e Berlino vanno vissute open air. Passeggiare per le loro strade, scoprirne angoli, piazze, scorci di fiume e canali (Berlino ha più ponti di Venezia), è un'esperienza eccitante, anche quando può risultare estraniante: come, per esempio, quando capita di trovarsi, improvvisamente, in una periferia pasoliniana, oppure quando ci si trova - a Berlino - nel mitico agglomerato urbano di Marzan, all'estrema periferia orientale dalla città. Diverse anche nel loro modo di essere estranianti, Roma e Berlino, tuttavia, si comprendono a distanza anche in questo.
22 Novembre.
La luce e il bosco. Ecco due altre affinità profonde e forse imprevedibili. Mi riferisco prima di tutto al sistema d'illuminazione pubblica delle due metropoli. In entrambe, i lampioni hanno qualcosa di antico e la luce che emanano è intima. A Berlino vi è una sola vistosa eccezione: la zona di K'Damm, dove prevale il gusto tutto americano del neon, uno sfavillio da luna park che contrasta con la luce soffusa di altre aree della città. K'Damm era la vetrina ricca e presuntuosa dell'Occidente durante la guerra fredda: oggi è rimasto il neon, per il resto la via è costellata di negozi delle maggiori e più rinomate case di moda, design e altro: ma i negozi sono vuoti a tutte le ore!
Quanto alla luce naturale, pur agli antipodi, ancora una volta Roma e Berlino si comprendono, perché entrambe le città sono luoghi di luce estrema, abbacinante. La controra romana, i riflessi di certi soli sui monumenti, il riverbero di luce su paesaggi che oscillano fra rovine e natura, come al parco degli acquedotti, con i suoi monoliti di pietra cariati dal tempo, sono esperienze uniche: ma lo sono pure la luce del nord che penetra dentro la notte e sembra non finire mai, oppure il buio che scende presto di pomeriggio durante il lungo inverno: e, ancora, il chiarore di certe albe estive alle quattro del mattino, immerse nel silenzio del sonno in piena luce sono un'esperienza altrettanto grandiosa, come pure passeggiare in riva della Spree alle 21 di una sera di luglio, con il sole ancora alto e caldissimo, come mi capitò spesso, durante l'indimenticabile estate del 2010.
Il bosco, poi... non il giardino! Non mancano quelli classici all'italiana o alla francese, ma gli spazi verdi che affascinano maggiormente hanno, in entrambe le città, un elemento irriducibile di selvatico, di presenza di una natura non domata. A Roma, questa caratteristica si coniuga spesso con la rovina, oppure il bosco è popolato da grotte che sono la continuazione di costruzioni che continuano a decadere da secoli, ma che, tuttavia, rimangono sempre in piedi. Parchi come quello della Caffarella, oppure degli Acquedotti o Appio Claudio, che ne sono quasi la continuazione, occupano una parte consistente del territorio urbano, tanto che della città si perdono un po' le tracce quando ci si trova proprio nel mezzo; lo stesso per quello dell'Appia Antica che occupa un territorio ben più grande di quello più conosciuto ai lati della strada consolare, ma si insinua nel cuore della città come un bosco fatto di sentieri bellissimi e rovine.
Non è diversa l'esperienza quando ci si aggira nel Tiergarten, lo spazio verde più grande di Berlino. Ci sono le strade sterrate e i sentieri, ampi, dove si cammina benissimo; ma tutto intorno, la natura è lasciata a se stessa, al suo naturale ricambio e gli interventi umani sono pochi e manutentivi. L'acqua dei canali scorre lenta sotto alberi secolari e salici e gli animali, scoiattoli, in primo luogo, si sentono a casa loro. A Berlino manca la rovina come siamo abituati a vederla anche nei dipinti ottocenteschi, ma in alcuni casi come nel parco di Treptow, essa assume sembianze moderne, imprevedibili e a volte estranianti. Dal carro armato sovietico a un vecchio parco giochi con strutture che sembrano resti di astronavi, fino alla grande spianata dedicata ai soldati russi che contribuirono alla liberazione della città dal nazismo.




















lunedì 10 dicembre 2012

Le mosse di Berlusconi, quelle di Monti e le nostre.

Cari lettori e lettrici, vengo meno per una volta, alla distinzione fra ambito letterario e quello politico del mio impegno, pubblicando anche su questo blog il documento qui di seguito.


LE MOSSE DI BERLUSCONI, QUELLE DI MONTI... E LE NOSTRE.

Si cominciava a capire qualcosa di più della sortita di Berlusconi, giudicata sorprendente da molti in modo del tutto inopinato, ma la mossa successiva di Monti, ha accelerato la crisi imprimendole anche una radicalizzazione e una sterzata. La partita a scacchi sulla nostra pelle come scacchiera è appena iniziata ed è probabile che già da domani, a mercati aperti, ci saranno altre mosse. Tutto ciò impone a una riflessione che ricominci daccapo, perché le stesse condizioni in cui Cambiare si può aveva pensato alla presentazione di una lista 21 giorni fa erano diverse da quelle di oggi e non solo perché l'accelerazione potrebbe portare al voto a febbraio, anche se personalmente nutro ancora qualche dubbio.
Cerco di metterne in fila alcune riflessioni, partendo da quelle più ovvie e banali per arrivare a quelle più serie e serissime e partendo dalla scelta di Berlusconi e dalle sue motivazioni. Mi scuso per una scrittura a punti che risulta sempre un po' autoritaria, ma lo faccio per esigenze di spazio.

  1. Il processo Rudy: il rischio di una sentenza di condanna esiste perché la magistratura milanese ha ormai da tempo mandato chiari segnali di riuscire a tenere la propria autonomia, senza lasciarsi intimidire: a questo si aggiunga la tutt'altro che oscura vicenda del suo tesoriere rapito. Da privato cittadino rischierebbe ancora di più: dunque, il primo motivo della scelta è quello di sempre: salvare se stesso dai processi, come da vent'anni a questa parte.
  2. Berlusconi non smette mai di essere un animale mediatico: qualunque cosa abbia in testa, questo abito non lo dismette mai. In una situazione in cui le primarie del centro sinistra hanno tenuto banco per un buon mesetto, anche sul piano televisivo, occorreva allestire subito dopo, un teatro che ne cancellasse in un colpo solo l'effetto. Un antico proverbio cinese recita più o meno così: Se vuoi distruggere qualcosa che ti può danneggiare non ostacolarla, ma falla crescere in fretta. Perciò l'annuncio di una nuova candidatura doveva essere dato dopo e non prima delle primarie: solo così, infatti, il suo effetto sarebbe stato deflagrante ed essere al tempo stesso il primo atto di una campagna elettorale che somma al tradizionale grido berlusconiano sulla presenza dei comunisti e dei magistrati politicizzati dappertutto, quello più recente di un'accentuazione dei toni anti europei e anti tedeschi, demagogica finché si vuole, ma fondata su argomenti che trovano ampio ascolto di massa da Atene fino alle rive del Reno, passando per la Spagna e pure nel nord Europa, sebbene per ragioni opposte. Tale scelta, inoltre ricrea pure le condizioni per poter rimettere in piedi un fronte anti Berlusconi, senza guardare troppo per il sottile nei contenuti: uno scenario non del tutto sgradito al Pd.
  3. Il partito di Berlusconi, può cambiare nome finché vuole, ma è il suo, una creatura che senza di lui non esiste e che si sfascerebbe in mille pezzi senza i suoi soldi e la sua leadership. Forse si sfasciano lo stesso, viste anche alcune dichiarazioni, ma di certo non manterrebbe l'unità senza il cavaliere: le pressioni su di lui non credo siano inventate, almeno non del tutto, ma sono la logica conseguenza di un partito come il suo.
  4. La mossa di Monti scompagina il gioco: indicando nel Pdl il responsabile delle proprie dimissioni (attenzione, solo annunciate), drammatizza la crisi ma mette anche in un angolo il Pd, costretto a dire che il suo è un atto doveroso e dignitoso, dimenticando che Monti era il governo del Presidente della Repubblica, varato con una procedura assai anomala. Monti, con questo gesto, si sfila anche da Napolitano, che infatti non ha per nulla gradito. A rigor di logica, sarebbe spettato a lui il compito di suggerirne la fine, visto che del cosiddetto governo tecnico era il garante. Se si voleva, poi, rientrare del tutto nell'alveo costituzionale, l'unica procedura corretta sarebbe stata quella di invitare il governo ad andare in parlamento e farsi sfiduciare: cosa che Napolitano non ha fatto.
  5. Non è escluso che a questo si arrivi se ci fossero pressioni internazionali e manovre pilotate sullo spread: Monti tornerebbe immediatamente in scena e sfiderebbe il Pdl a sfiducialo in aula, aggregando intorno a sé un centro in difficoltà e che sa già come il suo risultato elettorale, senza Monti, non permetterebbe loro di giocare il ruolo di ago della bilancia. Con Monti, invece, resuscitato in pochi giorni dai mercati, uno schieramento politico che comprenderebbe transfughi dal Pdl, Api di Rutelli, Montezemolo, FL di Fini, l'Udc e magari anche qualcuno che si sfila dal Pd e sale all'ultimo momento sul carro centrista, potrebbe giocare un ruolo ben diverso, togliendo ogni velleità alternativa all'alleanza Bersani-Vendola: le primarie del Pd sembrano davvero lontane anni luce e invece erano una settimana fa!
  6. Fra due schieramenti litigiosi in campagna elettorale, Pdl e Pd, Monti uscirebbe come il vero perno di qualsiasi soluzion, potendo governare con un un'alleanza PD-Sel del tutto spoglia di contenuti, per poi tornare a governare con un Pdl, mondato da Berlusconi.
  7. Il pericolo principale di oggi non è il ritorno di Berlusconi, ma il ritorno di un Monti ancora più forte e autorevole.
  8. Se anche non si arrivasse a uno scenario così estremo, si apre comunque un grande vuoto di rappresentanza nella società, che non può essere lasciato solo a Grillo, visto anche il modo ridicolo con cui hanno varato le candidature. Mai come oggi, però, bisogna saper parlare a tutti i delusi e a chi ha intenzione di astenersi con proposte che indichino in modo molto concreto che cosa sia un'agenda, alternativa sia a Berlusconi, sia a Monti e ai suoi valletti subalterni. Dovranno essere proposte di buon senso come quelle contenute nel documento preparatorio, che dovranno essere approfondite dalle assemblee, ma sapendo che, proprio perché di buon senso e socialmente eque, non possono entrare nell'agenda di chi andrà a governare dopo le elezioni: dentro il quadro delle compatibilità europee accettate dall'alleanza di centro sinistra c'è solo il massacro sociale e il degrado progressivo della vita civile in Italia e in Europa.
  9. Cambiare si può riuscirà davvero a mandare propri rappresentanti in Parlamento se davvero aggregherà tutti coloro che si riconoscono in questa necessità di essere doppiamente alternativi; altrimenti che senso avrebbe un quarto polo? Il documento di Alternativa deve avere in questo senso una risposta chiara e non diplomatica: qualche problema di trasparenza c'è stato sia nella preparazione, sia nella sovrapposizione, niente affatto chiarita, fra le liste arancione di De Magistris e il processo avviato da Cambiare si può, sia per il modo in cui sono comparse candidature a premier che nessuno ha ancora discusso. Un'altra ambiguità da chiarire. Niente in contrario se parti di Idv vogliono far parte di questo progetto, ma non si può essere contro Monti in Itia e con Monti in Europa: dove essere chiaro che far parte di questo progetto implica una fuori uscita dal gruppo parlamentare liberal democratico in Europa, altrimenti siamo al solito trasformismo furbesco.
  10. Penso che le assemblee debbano affrontare tutti questi problemi in uno spirito di inclusione e che nella formazione delle liste, la spina dorsale debba essere formata dalle aggregazioni territoriali che hanno già dato vita a esperienze significative di lotta e in qualche caso di governo locale: rete dell'acqua, i sindaci che fanno parte del progetto buona politica, no Tav, No Da Molin, lotte operaie all'Ilva e altrove, ecc. Non esiste solo il problema della candidatura del premier, ma quella del profilo delle liste che deve essere trasparente rispetto al progetto.
  11. Sul candidato o candidata premier. Io penso che una scelta Ingroia sarebbe sbagliata per due ragioni: il partito della legalità è cosa diversa da un partito dei magistrati. Se oltre a De Magistris e Ingroia facesse parte del progetto un pezzo di Idv o tutta, avremmo immediatamente questa immagine. Non discuto l'uomo, che potrebbe comunque svolgere un ruolo decisivo con l'esperienza che ha, ma il profilo generale. Un sindaco o una sindaco antimafia potrebbe essere una scelta più efficace, se vogliamo puntare prioritariamente a un profilo che privilegi questo aspetto. Fra i 70 ci sono figure autorevoli che lo potrebbero fare, ma occorre guardare anche al di fuori. Penso, per esempio, a Laura Boldrini, il cui impegno anche in organismi internazionali sul tema dei rifugiati e non solo, fa di lei una figura, moralmente e politicamente di alto profilo.

giovedì 6 dicembre 2012

Agenda scrittore: romanzo. Capitolo quarantatreesimo

CAPITOLO QUARANTATREESIMO.

È Stephen, con il suo rientro rumoroso, a interrompere bruscamente il clima rilassato che fra loro due si era appena creato.
Ero un po' in apprensione... benvenuta signora Chantal!”
Lei si alza dalla sedia e gli porge timidamente la mano, che lui afferra con decisione, aggiungendo al saluto un incoraggiamento deciso, poi si avvicina alla moglie e la bacia.
La cena è quasi pronta e l'aroma di vivande diverse si diffonde per la stanza; Stephen si reca rapidamente in cantina, dalla quale ritorna con due bottiglie di vino rosso, mentre le due amiche stanno già apparecchiando. Un silenzio assorto accompagna i movimenti dei tre, poi è Tony a parlare.
Penso che dovremmo un po' comunicarci i reciproci sospetti a questo punto...” Lascia in sospeso il discorso, gettando uno sguardo verso Chantal; lei sospira prima di rispondere.
Sì, lo penso anche io... sebbene...”
Le regole, le regole, lo so...” interviene perentoriamente Stephen e prosegue: “Chantal, credo dobbiamo parlare di questo prima di tutto, delle regole... se lei non se la sente di violarle, o non ancora, sappia che per noi non cambia nulla...” e nel dirlo si rivolge a Tony, che assente subito.
Chantal sorride imbarazzata. “Siete molto cari e disponibili... più di me, me ne rendo conto.... non so, no so che dire...”
L'imbarazzo è evidente, ma Stephen lo stempera, dedicandosi a una delle due bottiglie: il gorgoglio del liquido rosso che precipita nei bicchieri, attenua il peso di quel silenzio, l'assaggio del vino allunga di nuovo l'attesa, poi è Chantal a riprendere. “Capisco di poter fare la figura dell'ingrata, ma.... ecco, non mi sento ancora pronta...”
Se fossimo noi a parlarti dei nostri sospetti...” Chantal alza il capo decisa.
Oh sì questo sì... nessuno può rimproverarmi di ascoltare quello che avete da dire... il problema non sono solo io, cercate di capirmi, è un rischio anche per voi la violazione di regole da parte mia. A volte mi chiedo pure: se ci sbagliassimo? Se tutto fosse una concatenazione di casualità, intorno alle quali stiamo costruendo un romanzo piuttosto che una teoria sensata? Ecco a volte mi domando anche questo...”
A quelle parole Tony ha un moto di disappunto e getta uno sguardo al marito, che tiene il suo puntato su quello di Chantal, che continua a parlare tenendo gli occhi bassi.
Chantal, lei ha troppa poca fiducia in se stessa... ma non pensiamoci adesso, lasciamo al tempo e parliamo d'altro... in ogni caso lei qui è al sicuro.”
La frase pronunciata da Stephen riporta la serenità sul volto di Tony, non su quello di Chantal, che si siede continuando a tenere gli occhi bassi: i due coniugi si scambiano un sorriso di complicità, poi è di nuovo Stephen a indicare alla moglie, con un gesto, di lasciar perdere.
Io sono una persona molto chiusa e voi... siete molto cari.” La frase ha almeno l'effetto di farle alzare la testa, poi per qualche minuto è tutto un affaccendarsi intorni ai cibi.

A volte penso che su questa benedetta bolla, siamo un po' tutti prigionieri di regole assurde, una gabbia pensata per farci sentire più sicuri e che ora si rivolge contro tutti...”
Anch'io mi sono domandato spesso per quale motivo non ci si ritorni sopra, dico sulla questione delle regole. Infondo, sono cambiate molte cose, i problemi non sono più quelli pensati alla partenza...”
Ce lo diciamo tutti, anche fra noi delle Strutture, ma poi non se ne fa nulla.”
Paura?” interviene Tony.
Sì, ma anche un sentimento più complesso e più difficile da decifrare...”
Alle abitudini ci si aggrappa con molto piacere....”
A quella frase pronunciata da Stephen, Chantal rialza di nuovo il capo che aveva appena abbassato. “La sua osservazione è molto acuta Stephen, sì credo anch'io che ci sia in tutto questo una certa pigrizia...”
Eppure lei non mi sembra affatto pigra...” prosegue Stephen, ma si arresta lasciando la frase in sospeso, incerto se andare oltre; ma è Chantal che ve lo
spinge... “in che senso lo dice... mi conosce così poco.”
Tony ha un gesto scomposto della mano e ne fa le spese il bicchiere di vino rosso davanti a lei, che finisce sulla tovaglia. Sollecitamente, sia Chantal sia Stephen si danno da fare per pulire, mentre Tony non nasconde il proprio disappunto. Si alza a sua volta da tavola per prendere alcuni tovaglioli di carta.
Scusate, sono proprio sciocca...”
Sei tesa amore mio, come tutti noi, non avertene a male.”
La frase di lui riporta qualcosa di più della calma, piuttosto una serenità più estesa, che contagia pure Chantal.
Si parlava delle mie tristi abitudini...” esordisce ridendo.
Tristi lo dice lei, Chantal, mi riferivo a qualcosa di più importante... ma... ma non so se posso.”
Tony guarda il marito e aggrotta la fronte. Poi è Chantal, incoraggiarlo decisa...
Dica, dica, ci mancherebbe altro...”
Ma perché non vi decidete a darvi del tu?” interviene Tony con una voce un poco acida. Chantal, a quelle parole così perentorie, arrossisce, poi scoppia a ridere, seguita da Stephen e a distanza di pochi istanti, anche da Tony che poi afferra di nuovo il bicchiere con una certa forza, tanto da richiamare l'attenzione di lui che le accarezza la mano. Si sorridono, poi l'uomo si decide a parlare.
Mi riferisco al fatto che, per tirarsi addosso occhi indiscreti speriamo non troppo cattivi, lei avrà pure messo le mani su qualcosa di importante... in sostanza non la vedo come una che si accontenta del solito tran tran.”
A quella frase Tony si rasserena, mentre Chantal assente con il capo e un sorriso imbarazzato.
Già, ma questo ci riporta al convitato di pietra, a quello che dovremmo dirci e che è così difficile da dirsi...”
Stephen la guarda distratto e con un sorriso appena accennato, mentre Tony si alza per sparecchiare e preparare l'arrosto, ancora nel forno.
Non mi sembra vero, cenare davvero... sapete, con Tony ne parlo spesso...” aggiunge poi Chantal gettando uno sguardo all'amica che le sorride mentre dispone sul tavolo le fette ben tagliate e fumanti... “esser solo, come sono io, vuol dire anche non cucinare troppo, accontentarsi di scatolette e quel che si trova all'ultimo momento...”
La frase cade in un silenzio di qualche istante prima che sia Tony a parlare, sollecitata dallo sguardo di Stephen.
Dopo che è finito tutto con Andrew, proprio non te la senti di guardarti un po' attorno...”
Lei si schernisce un po', scuotendo la testa malinconicamente.
Capisco che c'è una storia un po' dolorosa alle sue spalle... le pene d'amore sono le peggiori da sopportare anche in questo nuovo mondo dove pensavamo di cambiar tutto e di andare incontro a chissà quale futuro... ma siamo sempre come quelli laggiù... o lassù... vai a sapere dove siamo.”
Le pene d'amore sì, dice bene Stephen..., le pene d'amore e ancora nessuna voglia di ricominciare...”
E dai non buttarti giù così...” chiosa Tony mentre si dedica al suo piatto colmo di carne e buona verdura. Anche Chantal, dopo un sospiro, comincia a mangiare con piacere.
Non è facile fidarsi di qualcuno...”
La frase di Stephen coglie di sorpresa le due amiche, che si guardano un momento, ma nessuno si decide a dire alcunché.

Intanto, anche la cena volge al termine e mentre Stephen si occupa di mettere in tavola il liquorino finale, Tony accompagna Chantal alla sua stanza; ritorna poco dopo senza l'amica. L'uomo, per un attimo sorpreso, porta i due bicchierini al tavolino basso intorno al divano, dove entrambi si sistemano.
A volte non la sopporto proprio, con quella sua timidezza troppo esibita... oggi sembrava nel panico, poi non fa altro che minimizzare; i fondo è una che non si assume fino in fondo le proprie responsabilità... dice e non dice non si capisce mai bene cosa pensi...”
Non ti sembra di essere troppo severa con lei?”
E tu troppo accondiscendente.”
A quella frase Stephen ha un sussulto e fissa la moglie.
Non sarai gelosa spero!”
Beh... non facevi che accontentarla in tutto e poi quel suo discorso sulla solitudine mi ha dato ai nervi...”
Infatti, non ho raccolto... ho lasciato a te di riprendere il discorso.”
A quelle parole Tony si rasserena e il volto si apre a un ampio sorriso.
Si scusa, sono un po' sciocca, oggi mi sento inquieta più del dovuto e non capisco neppure bene il perché... Senti invitiamo quel tuo amico uno dei prossimi giorni... francamente non vorrei passare tutte le sere a dirci se possiamo parlare oppure no... e poi magari se trova qualcuno che se la prende...”
Stephen si mette a ridere e attira a è Tony che si abbandona al suo abbraccio.
Agli ordini, signora! Sarà fatto!”

venerdì 30 novembre 2012

Segnalazione

Cari tutti e tutte domani a Roma si svolgerà l'asseblea nazionale della costruenda Lista per le prossime elezioni CAMBIARE SI PUO' , Sul blog OraeQui ho pubblicato l'intervento introduttivo di Livio Pepino.

giovedì 29 novembre 2012

Agenda di scrittore

16 ottobre.
Il paradosso berlinese, quanto è destinato a durare? Difficile dirlo, ma l’insofferenza cresce. A Berlino si vive troppo bene con poco e non è soltanto il frutto di una certa attitudine spartana, ma anche dei cospicui finanziamenti pubblici, riversati sulla città da tutta Europa. Berlino doveva essere risarcita dei lutti e delle difficoltà che la città ha dovuto sopportare durante la guerra fredda. Sono passati più di vent’anni, però, la memoria è molto più corta; a est rimpiangono addirittura il muro, talvolta, tutti parlano di annessione della ex DDR alla Germania federale e non di riunificazione. Tutto questo genera sentimenti ambivalenti: per l'opinione media di coloro che sono poco interessati alla politica, i berlinesi dell’est sono ingrati se rimpiangono il passato, mentre il cittadino dell’est, anche quello che aveva seguito le manifestazioni che portarono alla caduta della DDr, oggi, si rende conto di essere stato trattato come un tedesco di serie B. A tutto questo si aggiungono la crisi e il progressivo discredito (non siamo ancora all'odio, ma potrebbe non essere lontano), che i tedeschi si stanno tirando addosso con la loro politica miope e per certi aspetti demenziale. L'ottusità con cui perseguono politiche di rigore finanziario stanno impoverendo l'Europa intera, ma come avvenuto in passato, i tedeschi sembrano felici di mettersi nel ruolo del solo colpevole e gli altri sono ben felici che continuino a farlo. In sostanza, che differenza c'è fra le politiche della Merkel e quelle di Monti o di Rajoy? Nessuna in realtà, ma il primo e cioè Monti è riuscito a compiere il capolavoro di essere un feroce rigorista come la cancelliera, ma di apparire come un suo oppositore, insieme al fido compagno d'armi Mario Draghi. Altro che governo tecnico! Quello di Monti è il governo più politico degli ultimi venti anni, il solo che riesce a portare a termine il compito che il rozzo Berlusconi non poteva perseguire per le ragioni che sappiamo: smantellare definitivamente lo stato sociale, privatizzare sanità e scuola, imporre la ferocia classista di una società senza più alcuna mobilità sociale, passando addirittura, al tempo stesso, per il governo che contrasta l'evasione fiscale; il tutto con il consenso di quello che dovrebbe essere il primo partito di opposizione!
Scomparso dalla scena lo svagato Hollande, che tante inutili speranze aveva suscitato, rimane il giochino di sempre: i tedeschi responsabili di tutto e ben felici di esserlo e gli altri a fare finta che sia sempre e solo colpa loro. È una storia che gli europei dovrebbero conoscere molto bene perché portò a due guerre mondiali, ma evidentemente non è così.

30 ottobre.
Torno a Berlino in aereo dopo tanto tempo e non da solo: un viaggio breve con l'Innominata, una full immersion ma diversa dal solito, abituato come ero a godermi la città in solitudine, acuita da una scarsa conoscenza della lingua, oggi in via di superamento. Berlino ci accoglie nel modo migliore, sono giornate di sole, la città è percorsa da un vento di montagna, secco e piacevole, senza essere particolarmente sferzante. Ritorniamo in luoghi che per me non sono più così usuali: Postdamer Platz, il piccolo quartiere intorno al Municipio in mattoni rossi. L'atmosfera è piacevole, rilassata e un po' svagata, come è un po' tipico di questa metropoli così particolare... e la sera la luce dei lampioni antichi crea quella intimità, che la grande città ha da tempo allontanato da sé. Poi, ritornando a casa, passiamo da Ku' Damm e allora è tutto neon all'americana.

1 Novembre.
È illusorio pensare che vi sia uno spazio - quello della cosiddetta cultura - che sia di per sé risparmiato in nome di principi quali la Tolleranza, la Libertà di Pensiero e Cultura o Espressione. Quando, in una situazione come quella italiana (ma immagino che non sia diverso da altre parti anche se non conosco le statistiche), si pubblicano ogni anno 58.000 volumi, vuol dire che il livello d’inflazione raggiunto (come accade nell’inflazione monetaria), è direttamente proporzionale allo scarso valore delle pubblicazioni. Qualcuno si sta accorgendo che c'è troppa cultura, ma ovviamente l'espressione usata sembra più rivolta a giustificare i tagli all'istruzione pubblica, che non ad affrontare il problema reale e cioè l'eccesso consumistico di un'offerta culturale povera di idee e di una divulgazione che favorisce la bulimia culturale piuttosto che l'approfondimento e lo studio serio. Gli inserti dei giornali furono il primo strumento di questa questa chiacchiera pseudo culturale di massa, alimentando la chiacchiera culturale piuttosto che la cultura. Poi ci sono le eccezioni, è vero: i libri di divulgazione filosofica di Repubblica sono una cosa seria come lo furono i Miti Mondadori, i libri sul Risorgimento; ma si tratta di eccezioni.

3 Novembre.
Il volto odierno della barbarie non si nasconde: televisione, guerra chirurgica, laisser faire sociale, violenza senza scopo e misura: il fatto che non debba più mostrarsi con le parate, ma solo con la propaganda e lo spettacolo, significa che esso è almeno apparentemente più forte. Lo scontro di civiltà è già cominciato e, nonostante gli sforzi – destinati a fallire – di Obama per tornare a scoprire la politica e non solo la forza, quello cui stiamo andando incontro è un conflitto permanente in cui l’escalation di violenza sarà continua, decentrata, risolta in micro conflitti, tenuta a distanza il più possibile dal cuore dell’impero. Essa però è destinata ad alimentare forme di resistenza sempre più feroci anche dall’altra parte, difficilmente controllabili, in una spirale destinata ad avvitarsi su se stessa. La nascita del Tea Party negli Usa, in questo contesto, è un fattore strategico che peserà nei prossimi anni e delineerà il volto della nuova destra globale: cristiano-protestante (più che cattolica), bianca, armata, socialmente feroce. A tutto questo, prima o poi nascerà una risposta alternativa, che non si esprimerà di certo nel riflesso pavloviano della resistenza islamica, destinata al fallimento più totale, identico al fallimento di quello che ritiene essere il suo satana e cioè l’Occidente cristiano. Infondo, come durante le crociate, cristiani e musulmani ragionano nello stesso modo, perché sono entrambe religioni fondate su un forte proselitismo e quindi portate a invadere naturalmente il campo altrui dietro il paravento dell'universalità. Si capisce poco perché tutti gli altri siano diventati loro ostaggi, ma forse è solo il passaggio necessario, successivo al vuoto lasciato dalla fine del ciclo rivoluzionario durato due secoli, ma purtroppo sconfitto.

8 Novembre. Nulla d'importante.

12 Novembre. Il cielo è carico di neve repressa, livida; dalla finestra il grigio scende così a fondo che si mescola all'asfalto e il colore uniforme si spalma come un lago che lentamente tracima. In alto in alto, un sole strozzato manda flebili grida di luce… eppure il clima è mite a Berlino, mi sorprende con i miei abiti pesanti addosso. La festa è finita, gli sponsor del ventennale della caduta del muro se ne sono andati, la città continua a espandersi verso est, come per una sorta di tranquilla e ironica nemesi della storia.

17 Novembre. Nonostante tutto vi sono ancora giovani che pensano in grande o cercano di farlo, con poche risorse ma con molte idee. Torno a casa più contento, guardo il futuro dipinto sul muro di un palazzo in stile davanti alla palazzina dove abito: la carena di una nave che fende il vuoto: un vascello fantasma? Pochi passant infreddoliti con i loro cani si incamminano verso la Spree.

20 Novembre. Forse la corsa di Europa è finalmente finita, il suo rapimento concluso. Cadmo, nella sua ricerca disperata della sorella nei secoli ha disegnato il perimetro dell’Europa, con i suoi confini mobili, gli eserciti che l’hanno lacerata e percorsa da ogni parte. Persino l’alfabeto, invenzione europea quanto mai carica di senso, oggi appare ridotta a una lingua media depauperata e riciclata. Forse dobbiamo proprio tornare a Rutilio Namaziano e alla sua lezione di sobrio abbandono della scena.

martedì 27 novembre 2012

assemblea di cambiare si può noi ci siamo al teatro Vittoria di Roma

sabato primo dicembre prossimo si terrà al teatro Vittoria di Roma l'assemblea nazionale della lista cmbiare si può noi ci siamo. sul blog oraequi trovate tutte le indicazioni e anche l'appello dei promotori facilmente reperibile anche al sito www.cambiaresipuo.net.

lunedì 26 novembre 2012

Segnalazione

Sul blog OraeQui ho pubblicato una riflessione politica sulle primarie del centro-sinistra.

venerdì 23 novembre 2012

Al lavatoio contumaciale di Roma un'importante serata di poesia


Lavatoio Contumaciale
Laboratorio diretto da Tomaso Binga
Piazza Perin del Vaga ,4
sabato 1 dicembre 2012
ore 18
mostra personale di Giacomo Cuttone
intervento critico di Mario Lunetta
saranno presentati i due primi volumi della collana IBRIDA, collana di poesia e altre arti
Edizione CFR
1
I volti di Lou
di
testo di Maria Teresa Ciammaruconi
immagini di Vincenzo Balena
presentazione di Francesca Civerchia
***
2
Noi Rebeldìa 2010
We are winning wing
testo collettivo anonimo a cura di Antonino Contiliano
***
interverranno l’editore: Gianmario Lucini
il curatore: Antonino Contiliano
i critici: Francesca Fiorletta; Francesca Medaglia; Francesco Muzzioli

lettura degli autori presenti



mercoledì 21 novembre 2012

Iniziativa di Milanocosa su Antonio Porta


Biblioteca comunale di Milano
Palazzo Sormani – Sala del Grechetto, Via Francesco Sforza 7 

e Milanocosa

invitano a
PortaperNoi
26 novembre 2012 – ore 17,30

Presentazione degli

Atti del Convegno del 9 dicembre 2009

Il giardiniere contro il becchino - Memoria e (ri)scoperta di Antonio Porta

a cura di Adam Vaccaro  
Milanocosa Edizioni, Luglio 2012


   Con contributi di:
Francis Catalano, Gio Ferri, Gilberto Finzi, Niva Lorenzini,
John Picchione, Maria Pia Quintavalla, Stefano Salvi,
Alessandro Broggi, Italo Testa, Gianni Turchetta,
Adam Vaccaro, Patrizia Valduga, Giuliano Zosi

E la partecipazione di:
Rosemary Liedl Porta e Mario Bertasa
che interverranno su Poesie in forma di cosa,
Edizioni del Foglio Clandestino, 2012




Info:
Associazione Culturale Milanocosa – c/o Adam Vaccaro, Via Lambro 1 – 20090 Trezzano S/N
T. +39 02 93889474; +39 347 7104584 – E-mail: info@milanocosa.it; adam.vaccaro@tiscali.it 
 Ufficio Conservazione e Promozione Biblioteca Comunale Centrale – C.BiblioPromozione@comune.milano.it 


 
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Adam Vaccaro 

giovedì 15 novembre 2012

La mostra Arte a Milano negli anni '70 sulla rivista online Overleft.

Cari tutti e tutte abbiamo pubblicato su Overleft un dibattito redazionale sulla Mostra Arte a Milano anni '70, che tante polemiche ha suscitato.

giovedì 19 luglio 2012

Agenda di scrittore: romanzo.


1 luglio.
A Pankov dovrebbero stare tutti male, anche se a dire il vero poi non sembra; ma la concentrazione davvero esorbitante di centri medici e farmacie lo fa davvero pensare. A parte un Grossman in Flora strasse e un negozietto di specialita´ alimentari asiatiche, trovare un supermercato normale richiede un certo dispendio di tempo e anche un discreto sforzo di immaginazione.

3 luglio.
Forse la caratteristica saliente delle citta´ tedesche e´ la presenza ancora oggi di un robusto apparato industriale all´interno del perimetro urbano; caso forse unico in Europa. Andando verso Amburgo con il bus lo si coglie bene anche per Berlino. A parte le struttura del porto, tutta l´estrema periferia ovest della citta´ e´ piena, ciminiere in azione, fabbriche, capannoni. Anche in zone piu´ vicine al centro la presenza di industrie, in qualche caso dismesse, e´altrettanto vistosa, tanto che in alcuni punti la citta´sembra un museo di archeologia industriale a cielo aperto. Alcune aree vengono destinate ad altri usi, ma lasciate nella loro integrita´ architettonica. A Milano tutto questo non esiste piu´ da 50 anni ormai: l´ultima rovina industriale che ricordi e´ la stazione ormai fatiscente della Bovisa, prima della bonifica. Nella parte est di Berlino la presenza industriale e´ ancora piu´ evidente, a volte e´ difficile capire subito se una fabbrica sia ancora in funzione oppure sia una rovina.
Poi si arriva ad Amburgo, un caso a parte: la ricostruzione del porto e´ qualcosa di spettacolare, uno degli esempi di architettura contemporanea piu´ funzionali e belli da vedere, un mix di rispetto per la storia e di ardite soluzioni. Sara´ forse anche per questo che la Germania resiste a modo suo alla finanziarizzazione selvaggia dell´economia? Lo fa in uno modo sbagliato e che portera´ tutti in un vicolo cieco, ma forse bisognerebbe anche capire quali sono le ragioni che stanno dalla sua parte: un occhio piu´ attento rivolto all´econimia reale.

4 Luglio.
I programmi di riarmo tedesco, seppure ancora potenziali, varati dal Governo Merkel, stanno andando avanti e sembra che nessuno in Europa li voglia vedere e ne voglia parlare. La sordina sembra funzionale a molte cose, forse anche per l´incertezza che circonda disegni che per il momento sono ancora sulla carta: stanno avvenendo in accordo con gli Usa oppure no? Sarebbe interessante saperlo ma nessuno pone interrogativi, si vive alla giornata su tutto in attesa non si sa di che cosa. Ora anche l´eccezione di costituzionalita´ sui ridicoli e modesti accordi di fine giugno: tutto e´ rimandato a settembre, poi lo sara´ a novembre in attesa delle elezioni americane ecc. Ecc. Finche´ dura....

8 Luglio.
La visita al Museo ebraico di Berlino era in programma da tempo, ma non mi decidevo ad andarci, anche perche´ va detto che nella capitale tedesca i monumenti, i musei, le iniziative estemporanee che ricordano la Shoah sono tanti; tuttavia quando si dice Museo ebraico si pensa a questo di Linden strasse, perche´ e´ di tutti il piu´completo e originale, anche come concezione architettonica. Il museo e´ costruito intorno a quattro linee di forza che si incrociano: la storia degli Ebrei in Germania da Costantino in poi, la storia delle persecuzioni, e delle conseguenti emigrazioni, la Shoah e infine il ritorno degli Ebrei nella Germania liberata e ancor piu´ dopo la fine dell´Unione Sovietica. Progetto ambizioso e non sempre facile da seguire ma tuttavia esauriente. Le diverse linee che s´incrociano finiscono in tre casi in altrettanti vicoli ciechi. Il senso di essere immersi in un passato che non passa e´ assai forte, nonostante lo sforzo di avviare un discorso che sia anche di riconciliazione; ma ancora una volta mi ritrovo a pensare che l´orrore e´ quasi non rappresentabile e che solo i Greci si sono avvicinati a poterlo fare con la tragedia: la catarsi, il rivivere insieme e collettivamente il dramma permette di compatire, cioe´ patire insieme. La stessa difficolta´ di rappresentazione riguarda la divinita´ e ancora una volta sono i Greci ad essersi avvicinati, seppure in modo obliquo. In fondo i loro dei non sono veramente rappresentati, vi sono alcune immagini da associare ad alcuni di essi e sappiamo cosa rappresentavano: li conosciamo dagli effetti che il loro intervento produce. Afrodite e´ forse la piu´ scolpita e descritta ma infondo anche la Venere di Milo non e´altro che la scultura di un bel corpo femminile come potrebbero esserlo quello di qualunque donna e lo stesso vale per Apollo: gli iconoclasti, moderati o fanatici che fossero, avevano e hanno infondo le loro ragioni.

9 Luglio.
A Berlino i monumenti che ricordano la Shoah sono moltissimi: i tedeschi, almeno del 1968 in poi, hanno davvero preso per le corna la loro storia e hanno fatto onestamente i loro conti, ben diversamente da noi che, esaurita la fase memoriale resistenziale anche per le responsabilita´ di chi voleva sdoganare “i ragazzi di Salo´” , si e´ tornati a un revisionismo ben diverso da quello che viene imputato alla Germania, dove sono stati gli storici a porre dei problemi, mentre sarebbe impensabile qui in Germania un ministro o un vice ministro con simpatie fasciste: cosa che da noi avviene puntualmente, per non parlare della rimozione di massa dei crimini di guerra italiani a cominciare dall´uso dei gas in Abissinia.
Tuttavia il problema rimane: uscito dal Museo ebraico mi colpisce la sproporzione fra l´orrore e la sua rappresentazione: lo scarto resta incolmabile anche se in alcuni momenti la distanza si accorcia. Forse sara´ proprio per questo che la storia si puo´ ripetere, potenzialmente: siamo in grado di produrre l´orrore e la divinita´ ma poi non siamo in grado di rappresentarli e senza rappresentazione non vi e´ introiezione definitiva del numinoso, che entrambi significano e che solo se attraversato veramente puo´ forse essere domato. Omero o chi per lui lo fece nell´Odissea quando fece fare a Ulisse, alla corte di Alcinoo, quello che nessuno da lui si aspetterebbe: rivelare il proprio nome. Ma quando puo´ farlo? Quando un altro gli racconta le sue gesta: messo davanti alla narrazione delle sue responsabilita´ egli crolla e scoppia a piangere dicendo “Sono io la causa di quei lutti.”
O forse e´ proprio il Museo poco adatto a rappresentare una tragedia storica come questa e nonostante sia tutto perfetto in quello di Berlino: ricostruzioni accuratissime, dovizia di materiali, analisi storica severa. Tuttavia, capita raramente che si sia colti veramente a disagio, dalla consapevolezza che dietro quella fotografia pregevole artisticamente, dietro quelle linee che si intersecano con una mirabile capacita´compositiva, dietro il dipinto d un artista, si apre l´abisso di un destino difficile da decifrare.
Solo in tre momenti ci si avvicina a questo: quando si finisce nei tre vicoli ciechi del museo, dai quali si puo´ uscire solo tornando indietro. 
Il primo e´ il giardino degli esuli. Si accede ad esso tramite una porta neppure troppo in vista e si entra in un quadrilatero di pietre altissime poste in verticale, costretti sentieri fra l´una e l´altra e un perimetro che avvolge l´intera costruzione. Il contrasto fra un luogo idillico come il giardino e le costruzioni in muratura che ricordano quelle a cielo aperto di un altro museo della Shoah nei pressi della porta di Brandeburgo, costruite dall´architetto Eisenmahn, e´soffocante. Ne´ prigione ne´ giardino, sembra di stare come mi immagino che sia l´ora d´aria di un detenuto.
Il secondo vicolo cieco e´ la torre: alla fine di un corridoio si entra in un edificio dalle pareti altissime che si restringono in alto. Il soffitto e´ nero e la poca luce entra da una bocca di lupo a destra. Non vi e´ niente altro nella torre, nessun arredo, solo la forza soverchiante delle mura e del buio.
Infine, il terzo vicolo cieco conduce a una installazione dell´artista israeliano Menashe Kadishman, intitolata foglie morte. La lettura della sobria spiegazione e´ disturbata da un continuo e sinistro clangore, di cui subito non si afferra natura e provenienza: e´ un suono strano, ferrigno, ma potrebbe provenire anche da una mazza che percuote qualcosa di metallico. Lo si capisce subito dopo  avere abbandonato il pannello con la introduzione. Il visitatore deve percorrere un sentiero abbastanza largo cosparso di pezzi di ferro dallo spessore piuttosto consistenze, tutti di forma rotonda e di diverse dimensioni. Tutti i pezzi hanno tre buchi che rappresentano in forma stilizzata occhi e bocca. Sono i teschi calpestati da chi passa, a produrre il suono. Mi vengono in mente le corrusche armi foscoliane mentre anche io mi avvio sullo scomodo percorso: non dico che si possa cadere, ma il disagio e´ grande. Guardando bene quei teschi che sto calpestando mi sembrano tutte versioni diverse dell´urlo di Munch o crani di decapitati. Lo sgomento e´ forte e mentre torno indietro vedo che molti rimangono interdetti, alcune donne si fermano e osservano senza intraprendere il percorso.

11 Luglio.
Menashe Kadishman, l´artista israeliano, e´ nato a Tel Aviv nel 1932. Come tutti avra´ avuto amici, conoscenti e parenti che sono finiti nel campi di concentramento, ma non ha vissuto la tragedia come chi ne e´ stato vittima diretta. Sara´ forse per questo che, almeno per me, la sua opera e´ fra tutte quello esposte, la piu´ inquietante e fra le piu´ inquietanti fra quelle che mi sia capitato di vedere sulla Shoah? La sua distanza dalla cosa in se´ non rappresentabile, gli ha consentito questo? Non ho risposte certe, solo un interrogativo da porre e poi la percezione di un´opera d´arte anche nel caso felice in cui tutti si sia d´accordo nel giudicarla valida, e´ sempre tremendamente soggettiva, sebbene fosse visibile nello sguardo dei presenti insieme a me lo sgomento e l´imbarazzo. Quello che tuttavia manca e´ l´elemento catartico, almeno io non l´ho minimamente avvertito. Rimane la sproporzione, l´irriducibilita´ della tragedia.

13 Luglio.
Il clima e´ tornato a farsi piu´ berlinese, almeno come me lo aspettavo: la temperatura oscilla fra il primaverile e l´estivo secondo i nostri standard, piove spesso a scrosci violenti e brevi, il cielo e´ sublime, almeno secondo la definizione di sublime che ne diede Ruskin e cioe´ di qualcosa che racchiude in se´ il tremendo che tuttavia ci attira. Cieli romantici, drammatici, percorsi da nubi in movimento velocissimo.

14 Luglio.
Berlino cuore d´Europa sua dannazione.


lunedì 25 giugno 2012

Agenda di scrittore: romanzo.


23 Giugno.
La mostra Anni '70 Addio a Palazzo Reale a Milano, ha suscitato in me sentimenti fortemente contraddittori e non poca irritazione. Non se ne comprendono bene gli intenti e in alcuni momenti, mi è sembrato che su tutto dominasse la casualità, come se l'avessero fatta con quello che avevano trovato un po' qui e un po' là a portata di mano.
La prima sala è dedicata alle riviste quella successiva ai libri e alle prime installazioni artistiche risalenti a quegli anni. Le riviste sono di difficile consultazione, tenute insieme come sono da fili che si intrecciano e si aggrovigliano troppo. Capisco l'esigenza di evitare furti, ma così è davvero difficile orientarsi e ho visto altri volonterosi dedicarsi in un primo tempo come me al loro spulcio e poi desistere. Tuttavia, anche a uno sguardo superficiale e rapido ciò che colpisce sono le assenze e alcune presenze troppo vistose: Re Nudo è la testata che più emerge, seguita da tre numeri di Alfabeta, bene in vista sotto una teca nella sala dei libri (perché, trattandosi di una rivista? Si vuole forse suggerire in questo modo il suo maggior rango e preziosità togliendola persino dallo sfoglio casuale?), poi riviste minori, fogli anarchici semi sconosciuti, poi di nuovo alcuni numeri di Erba voglio e di nuovo altre testate di cui era davvero difficile ricordarsi. Mi sono chiesto: vuoi vedere che hanno scelto appositamente testate più defilate, non in vista, proprio per documentare il tessuto che sosteneva anche le testate più celebri? Ma se così fosse stato, il rigore della scelta avrebbe imposto la totale assenza delle più note, oppure una rassegna di un solo esemplare per ciascuna di esse, ma a parte. Si replica con i libri: sono pochi e a tratti sembra il pezzo di un catalogo estratto da una mano dadaista. Alcuni testi sono emblematici, altri sembrano lì solo perché sono stati pubblicati in quel decennio, ma cosa diavolo si voglia dimostrare con tale casualità, non è francamente dato di comprendere.
Anche fra i libri vistose mancanze: i movimenti femministi dove stanno? Non ci sono se non in alcuni volumi, ma senza un filo conduttore; le fotografie, invece, sono meglio e ci danno un panorama più ampio di tutto, con una particolare insistenza su artisti, letterati editori. E allora ecco che compaiono Laura Lepetit, Lea Vergine, Gillo Dorfles, altri e altre. Alcuni scorci di Milano sono azzeccati, i funerali di Zibecchi per esempio. Tuttavia, a un certo punto mi sono chiesto dove fosse il '77: mancava pure questo e allora mi sono ulteriormente domandato se questa mostra sia davvero stata montata con una fretta eccessiva e troppa irritante casualità, oppure che fosse una strana mostra sul '68 e le sue immediate propaggini, come se il '77 inaugurasse la stagione della lotta armata e degli anni '80 e proprio per questo fosse bene tenerlo a distanza. Se era un tentativo di rispondere alla campagna che vuole descrivere gli anni '70 come un decennio di pura violenza, mi sembra che il rimedio sia stato peggiore del male.

24 Giugno.
Eppure, eppure, dopo averne pensato in diversi momenti e passaggi, il peggio possibile, sono uscito dalla mostra convinto che vada vista: il merito è di due sale soltanto, di un'opera e di una serie di opere radunate in un unico spazio. Esse emergono a tal punto dall'indistinto di tutto il resto (compresa molta arte, fra cui spicca ovviamente quella povera), da imporsi come sintesi di un'epoca, travalicando gli stessi anni '70. Nessuna vera sorpresa, dal momento che si tratta di opere e autori celeberrimi e che io stesso avevo già visto: le tavole apparecchiate di Daniel Spoerri e I funerali dell'anarchico Pinelli di Enrico Baj. Cominciamo dal primo.
Le tavole apparecchiate sono esattamente quello che dicono di essere ma poste in verticale. Le pale sono della misura di un vero e proprio tavolo da pranzo, al quale potrebbero sedersi comodamente quattro o sei commensali. Appiccicate ad esse piatti e bicchieri, posate, bottiglie, il tutto in un perfetto ordine. La fissità degli oggetti e la loro densità, tuttavia, nonché la presenza in una sola stanza di diverse tavole apparecchiate con piccole differenze fra l'una e l'altra, creano immediatamente in chi entra un effetto di sovrabbondanza e soffocamento. Gli oggetti, pur così comuni, incombono, sono come dita puntate contro lo spettatore: questa sala di archeologia del consumo o del consumismo ci riporta indietro di qualche decennio a contatto con oggetti che tutti abbiamo avuto ma che mi sembrano così lontani ed estranianti. L'irruzione della memoria conservativa mi fa percepire la velocità del consumo, la necessità di rallentare e quindi di conservare la memoria, ma c'è qualcosa di sinistro in questa presenza di oggetti, che diventa tanto più ossessiva quanto più essi sono comuni e poveri: bottiglie con un fondo di vino, residui di cibo sul piatto. Spoerri celebra l'insinuarsi lento e inesorabile del consumismo nella vita quotidiana, proprio negli anni in cui lo slogan Abbattere il sistema, sembrava fare breccia persino in ambienti impensabili. Eppure, l'immagine è quella di una estrema povertà e precarietà. Due secondo me sono gli elementi decisivi: Spoerri, a differenza di Warhol, usa gli oggetti nella loro materialità e persino imperfezione e varietà e li colloca nella loro fissità di prodotti artigianali: a ben vedere Warhol non aveva celebrato l'avvento della merce come figura centrale del mondo contemporaneo, così come nel '500 era stata la figura umana a occupare la scena. Warhol celebra in realtà una meta merce e cioè la pubblicità. Spoerri torna all'oggetto nel suo valore d'uso quotidiano, compie in un certo senso il gesto contrario a quello compiuto da Duchamps decenni prima: non più l'oggetto comune collocato in un contesto che lo fa divenire ex abrupto opera d'arte, ma il suo valore d'uso in un contesto domestico ma inquietante, qualcosa che ha a che fare con il Perturbante freudiano. E tuttavia manca ancora qualcosa, perché queste tavole sono troppo in ordine, un ordine che dovrebbe richiamare quello dell'attesa felice di una serata conviviale, la tavola apparecchiata prima che gli ospiti vi si siedano; ma non è così. Gli avanzi di cibo, il disordine che si cela dietro l'ordine apparente creato dalla fissità degli oggetti attaccati, non dimentichiamolo, a una pala disposta in verticale (ma l'effetto sarebbe analogo se anche fosse una tavola vera in orizzontale), indicano che i commensali c'erano, ma sono fuggiti. In questa sorta di ultima cena dell'umanità gli oggetti non parlano semplicemente al posto degli umani, secondo la poetica simbolista o del correlativo oggettivo eliotiano, ma sembrano indicare l'assenza dell'umano, la sua scomparsa dal mondo, tanto da sembrare fissati in un tempo immobile senza tempo; un po' come gli oggetti ricoperti di lava che si trovano nelle case di Pompei e di Ercolano. Un'umanità postuma, di cui solo gli oggetti sono rimasti a parlare, come piccole sfingi domestiche.

I funerali dell'anarchico Pinelli sono una grande opera, che nelle sue dimensioni si richiama subito a un'altra celeberrima del '900: Guernica, peraltro citata anche nella rappresentazione di un volto. La sua collocazione nella splendida sala delle cariatidi, così imponente, elegante e arcaica al tempo stesso, le conferisce una suggestione ulteriore. L'opera di Baj è una sorta di compendio delle tecniche, delle suggestioni, delle esplorazioni compiute dalle avanguardie nell'arco di un secolo e si presenza anche come opera totale, nel senso che ricorre alla pittura come alla installazione, si serve del ritaglio per costruire figure stilizzate che potrebbero stare a sé, ricorrendo infine alla tecnica del montaggio per dare all'insieme la plasticità necessaria. Le figure umane, monumentali come in certi dipinti di Leger, sono distorte nel dolore, si protendono tutte idealmente verso il centro della scena che è occupata dal corpo di Pinelli caduto, come se nel funerale si rivivesse l'intera tragedia. Le bandiere anarchiche, sulle quali prevale il rosso, sono anch'esse un citazione, ma tutta l'opera è al tempo stesso rappresentazione della tragedia e sintesi di quello che l'arte più rivoluzionaria ha prodotto in un secolo: suggestioni cubiste, tratti persino naif, una ingenuità del segno che richiama certe maschere arcaiche e quel corpo caduto nel mezzo disarticolato come un manichino. Alla base delle figure, un letto di fiori che hanno l'effetto visivo di innalzare tutto il resto: la composizione vista plasticamente da lontano potrebbe sembrare persino a un altare laico, la celebrazione di un rito e c'è persino una eco di realismo socialista in alcuni brevi scorci.
Tuttavia, anche nell'opera di Baj, ciò che prevale è la fissità, la sua pittura-scultura-installazione fissa per sempre un momento che sembra essere il culmine di una storia gloriosa e sanguinosa che ha occupato più di un secolo con le sue dinamiche e al tempo stesso l'inizio del suo declino: la rappresentazione del quarto stato alla fine del lungo percorso che ci ha portato alla soglia di quella che Marx definiva fine della preistoria, e che invece da quel momento in poi ha cominciato a rivolgersi all'indietro. La monumentalità dell'opera suona antica e arcaica, come certe immagini delle statue dell'isola di Pasqua.
Abbandonando la sala, assorto al pensiero di quanto avevo appena ammirato di nuovo a tanti anni di distanza, l'occhio core a un video: sono immagini montate un po' alla buona del festival del proletariato giovanile al parco Lambro di Milano, con tre donne nude e un uomo altrettanto nudo in prima vista, in mezzo ad altri che ostentano l'indifferenza rispetto a un atto che poteva ancora sembrare trasgressivo o addirittura liberatorio: l'immagine un po' patetica e provinciale di una Woodstock minore, chiusa nella lettera dei tempi, ben diversa dallo spirito dei tempi che è altra cosa.

venerdì 22 giugno 2012

Agenda di scrittore: capitolo quarantaduesimo


CAPITOLO QUARANTADUESIMO.

Allora, a che punto siamo? Non tenetemi sulle spine!”
Bravo! Te ne scappi una sera con il tuo cinese e adesso ci metti fretta! Un po' di pazienza...”
Annelore, intanto ha provveduto a mettere in tavola alcune bottiglie di birra, sulle quali tutti si buttano.
I nostri sospetti sono stati confermati, si è aperta un'inchiesta anche se poi tutto sembra essersi di nuovo insabbiato, ma l'inchiesta comunque c'è ed è in buone mani...”
Gunther guarda Sigfried interrogativamente ma è Johann a rispondere:
Divetro e Guascon.”
Ottima scelta, possiamo fidarci.”
Sì, però noi andiamo avanti a cercare di capire di nostro... tu mi facesti un racconto molto strano prima che cominciasse tutta questa pantomima sugli extraterrestri... ti ricordi?”
Gunther aggrotta la fronte senza rispondere.
Ti rinfresco la memoria...” prosegue Johann “Ti era sembrato di vedere un uomo, in trattoria, che le assomigliava assai, tanto che ne fosti molto impressionato.”
Certo che lo ricordo adesso, ma tu no, desti alcuna importanza... anch'io a ripensarci... mi viene da ridere, ero molto teso e questo non favorisce la lucidità.”
È vero, allora snobbai un po' le tue parole, mi sembrava eccessivo il tuo allarme...”
Ti dico io come siamo arrivati a cambiare idea e fra l'altro questa scoperta, ha conciso con il mio mutamento, rispetto ai vostri sospetti, intendo; insomma cominciai da quel momento a prenderli sul serio, cosa che prima non avevo fatto.”
Annelore s'interrompe e nessuno commenta, solo un gorgogliare di birra e il ronzio della ventola.
Alice era una pilota, non sapeva semplicemente guidare l'auto... è un po' diverso!”
Dove vuoi arrivare?”
La sequenza dell'incidente... ci siamo ritornati, non può essere uscita di strada in quel modo.”
Neppure se fosse stata drogata o altro?”
Ma non è stata drogata.”
“Mm, possiamo escluderlo?”
È su questo che comincia la parte più interessante. Come sai io lavoro all'antisofisticazione e un giorno mi arriva una richiesta da un collega, non una cosa strana in sé perché era capitato altre volte. Succede che i laboratori a volte hanno una coda di esami troppo lunga e allora alcuni li dirottano a noi: infondo abbiamo gli stessi strumenti e quindi una richiesta di analisi urgente che non può essere esaudita nei laboratori, la facciamo fra un lavoro e un altro senza porci troppi problemi. Un giorno mi arriva questo e mi chiede di fare un'analisi su una morte recente per incidente d'auto: si trattava proprio di Alice. Sapendo dei vostri sospetti mi domandai per quale ragione la richiesta arrivasse dopo tanto tempo...”
Certo... ma l'autopsia a quanto ne so fu fatta immediatamente.”
“Vero, ma il collega non poteva immaginare che io sapessi tutta la storia e me la spacciò per un caso appena accaduto, solo il collegamento con il nome mi mise in allarme...”
Si ma come faceva lui ad avere i reperti?”
Semplice: trafugò il materiale organico su cui era state fatte le analisi per capire so fosse drogata o altro... solo quello.”
Vuol dire che neppure lui credeva che fosse morta in quel modo e voleva avere una doppia verifica.”
Appunto.”
Si tratta di capire se il tuo collega ha i nostri stessi sospetti oppure è dalla parte... diciamo dei cattivi.”
Già bella domanda... ma c'è una terza ipotesi.” Annelore sorride divertita allo sguardo perplesso e aggrottato di Gunther, che non sembra poterla seguire fino a quel punto.
La seconda verifica serviva anche a capire se qualcuno avesse manipolato il materiale organico, lui sapeva già l'esito, sapeva già che non vi erano tracce di alcol o droga, sebbene la sequenza delle frenate lo facesse pensare, ma solo con una seconda prova....”
Poteva essere certo che non c'erano in giro sospetti di sorta...”
Bravo.”
Sì ma cosa c'entra tutto questo con i miei sospetti di allora? E non vedo questa terza ipotesi: mettiamo che abbiate ragione, lui voleva fare una seconda verifica ed essere sicuro che non ci sono in giro sospetti, a parte il fatto che esponendosi così qualche rischio lo correva e infatti siamo qui a parlarne perché un po' incauto lo è stato.”
Sfortunato più che incauto, come ti dicevo è una prassi assai consueta, se non mi fosse caduto l'occhio sul nome fra l'altro in modo del tutto casuale...”
Va bene, ma continuo a non vedere la terza ipotesi?”
Annelore tace questa volta, è Johann a continuare.
Ammettiamo che tu avessi ragione quel giorno: la vista di quell'uomo ti inquietava, tanto da domandarti se Alice avesse un fratello, tale era la somiglianza... E se quell'uomo fosse Alice stessa?”
Gunther rimane con la bottiglia di birra a due centimetri dalla bocca, pericolosamente in oscillazione, tanto che un po' di schiuma gli cade sulla camicia. “Siete pazzi!... E poi... va proprio in quella trattoria che sa essere a meno di cinque chilometri da casa mia? Con il rischio di essere riconosciuta?”
Ti stai dimenticando che tu chiedesti un permesso straordinario quel giorno, che nessuno ti aspettava...”
Neppure io lo sapevo” ribadisce Sigfried e infatti ti ricordi dell'imbarazzo di tutti ci volle una giornata intera per metterti al corrente di tutto.”
Gunther si alza bruscamente e deposita la bottiglia di birra sul tavolo, poi li guarda tutto uno ad uno, pensieroso e sempre più preoccupato. Johann si avvicina e gli mette il braccio sulla spalla.
Vecchio mio, hai la stessa faccia che avevamo tutti noi il giorno della scoperta... ora ci abbiamo un po' fatto il callo.”
A che cosa esattamente.”
Alla quarta ipotesi... come sono andate le cose e per quale ragione.”