lunedì 25 giugno 2012

Agenda di scrittore: romanzo.


23 Giugno.
La mostra Anni '70 Addio a Palazzo Reale a Milano, ha suscitato in me sentimenti fortemente contraddittori e non poca irritazione. Non se ne comprendono bene gli intenti e in alcuni momenti, mi è sembrato che su tutto dominasse la casualità, come se l'avessero fatta con quello che avevano trovato un po' qui e un po' là a portata di mano.
La prima sala è dedicata alle riviste quella successiva ai libri e alle prime installazioni artistiche risalenti a quegli anni. Le riviste sono di difficile consultazione, tenute insieme come sono da fili che si intrecciano e si aggrovigliano troppo. Capisco l'esigenza di evitare furti, ma così è davvero difficile orientarsi e ho visto altri volonterosi dedicarsi in un primo tempo come me al loro spulcio e poi desistere. Tuttavia, anche a uno sguardo superficiale e rapido ciò che colpisce sono le assenze e alcune presenze troppo vistose: Re Nudo è la testata che più emerge, seguita da tre numeri di Alfabeta, bene in vista sotto una teca nella sala dei libri (perché, trattandosi di una rivista? Si vuole forse suggerire in questo modo il suo maggior rango e preziosità togliendola persino dallo sfoglio casuale?), poi riviste minori, fogli anarchici semi sconosciuti, poi di nuovo alcuni numeri di Erba voglio e di nuovo altre testate di cui era davvero difficile ricordarsi. Mi sono chiesto: vuoi vedere che hanno scelto appositamente testate più defilate, non in vista, proprio per documentare il tessuto che sosteneva anche le testate più celebri? Ma se così fosse stato, il rigore della scelta avrebbe imposto la totale assenza delle più note, oppure una rassegna di un solo esemplare per ciascuna di esse, ma a parte. Si replica con i libri: sono pochi e a tratti sembra il pezzo di un catalogo estratto da una mano dadaista. Alcuni testi sono emblematici, altri sembrano lì solo perché sono stati pubblicati in quel decennio, ma cosa diavolo si voglia dimostrare con tale casualità, non è francamente dato di comprendere.
Anche fra i libri vistose mancanze: i movimenti femministi dove stanno? Non ci sono se non in alcuni volumi, ma senza un filo conduttore; le fotografie, invece, sono meglio e ci danno un panorama più ampio di tutto, con una particolare insistenza su artisti, letterati editori. E allora ecco che compaiono Laura Lepetit, Lea Vergine, Gillo Dorfles, altri e altre. Alcuni scorci di Milano sono azzeccati, i funerali di Zibecchi per esempio. Tuttavia, a un certo punto mi sono chiesto dove fosse il '77: mancava pure questo e allora mi sono ulteriormente domandato se questa mostra sia davvero stata montata con una fretta eccessiva e troppa irritante casualità, oppure che fosse una strana mostra sul '68 e le sue immediate propaggini, come se il '77 inaugurasse la stagione della lotta armata e degli anni '80 e proprio per questo fosse bene tenerlo a distanza. Se era un tentativo di rispondere alla campagna che vuole descrivere gli anni '70 come un decennio di pura violenza, mi sembra che il rimedio sia stato peggiore del male.

24 Giugno.
Eppure, eppure, dopo averne pensato in diversi momenti e passaggi, il peggio possibile, sono uscito dalla mostra convinto che vada vista: il merito è di due sale soltanto, di un'opera e di una serie di opere radunate in un unico spazio. Esse emergono a tal punto dall'indistinto di tutto il resto (compresa molta arte, fra cui spicca ovviamente quella povera), da imporsi come sintesi di un'epoca, travalicando gli stessi anni '70. Nessuna vera sorpresa, dal momento che si tratta di opere e autori celeberrimi e che io stesso avevo già visto: le tavole apparecchiate di Daniel Spoerri e I funerali dell'anarchico Pinelli di Enrico Baj. Cominciamo dal primo.
Le tavole apparecchiate sono esattamente quello che dicono di essere ma poste in verticale. Le pale sono della misura di un vero e proprio tavolo da pranzo, al quale potrebbero sedersi comodamente quattro o sei commensali. Appiccicate ad esse piatti e bicchieri, posate, bottiglie, il tutto in un perfetto ordine. La fissità degli oggetti e la loro densità, tuttavia, nonché la presenza in una sola stanza di diverse tavole apparecchiate con piccole differenze fra l'una e l'altra, creano immediatamente in chi entra un effetto di sovrabbondanza e soffocamento. Gli oggetti, pur così comuni, incombono, sono come dita puntate contro lo spettatore: questa sala di archeologia del consumo o del consumismo ci riporta indietro di qualche decennio a contatto con oggetti che tutti abbiamo avuto ma che mi sembrano così lontani ed estranianti. L'irruzione della memoria conservativa mi fa percepire la velocità del consumo, la necessità di rallentare e quindi di conservare la memoria, ma c'è qualcosa di sinistro in questa presenza di oggetti, che diventa tanto più ossessiva quanto più essi sono comuni e poveri: bottiglie con un fondo di vino, residui di cibo sul piatto. Spoerri celebra l'insinuarsi lento e inesorabile del consumismo nella vita quotidiana, proprio negli anni in cui lo slogan Abbattere il sistema, sembrava fare breccia persino in ambienti impensabili. Eppure, l'immagine è quella di una estrema povertà e precarietà. Due secondo me sono gli elementi decisivi: Spoerri, a differenza di Warhol, usa gli oggetti nella loro materialità e persino imperfezione e varietà e li colloca nella loro fissità di prodotti artigianali: a ben vedere Warhol non aveva celebrato l'avvento della merce come figura centrale del mondo contemporaneo, così come nel '500 era stata la figura umana a occupare la scena. Warhol celebra in realtà una meta merce e cioè la pubblicità. Spoerri torna all'oggetto nel suo valore d'uso quotidiano, compie in un certo senso il gesto contrario a quello compiuto da Duchamps decenni prima: non più l'oggetto comune collocato in un contesto che lo fa divenire ex abrupto opera d'arte, ma il suo valore d'uso in un contesto domestico ma inquietante, qualcosa che ha a che fare con il Perturbante freudiano. E tuttavia manca ancora qualcosa, perché queste tavole sono troppo in ordine, un ordine che dovrebbe richiamare quello dell'attesa felice di una serata conviviale, la tavola apparecchiata prima che gli ospiti vi si siedano; ma non è così. Gli avanzi di cibo, il disordine che si cela dietro l'ordine apparente creato dalla fissità degli oggetti attaccati, non dimentichiamolo, a una pala disposta in verticale (ma l'effetto sarebbe analogo se anche fosse una tavola vera in orizzontale), indicano che i commensali c'erano, ma sono fuggiti. In questa sorta di ultima cena dell'umanità gli oggetti non parlano semplicemente al posto degli umani, secondo la poetica simbolista o del correlativo oggettivo eliotiano, ma sembrano indicare l'assenza dell'umano, la sua scomparsa dal mondo, tanto da sembrare fissati in un tempo immobile senza tempo; un po' come gli oggetti ricoperti di lava che si trovano nelle case di Pompei e di Ercolano. Un'umanità postuma, di cui solo gli oggetti sono rimasti a parlare, come piccole sfingi domestiche.

I funerali dell'anarchico Pinelli sono una grande opera, che nelle sue dimensioni si richiama subito a un'altra celeberrima del '900: Guernica, peraltro citata anche nella rappresentazione di un volto. La sua collocazione nella splendida sala delle cariatidi, così imponente, elegante e arcaica al tempo stesso, le conferisce una suggestione ulteriore. L'opera di Baj è una sorta di compendio delle tecniche, delle suggestioni, delle esplorazioni compiute dalle avanguardie nell'arco di un secolo e si presenza anche come opera totale, nel senso che ricorre alla pittura come alla installazione, si serve del ritaglio per costruire figure stilizzate che potrebbero stare a sé, ricorrendo infine alla tecnica del montaggio per dare all'insieme la plasticità necessaria. Le figure umane, monumentali come in certi dipinti di Leger, sono distorte nel dolore, si protendono tutte idealmente verso il centro della scena che è occupata dal corpo di Pinelli caduto, come se nel funerale si rivivesse l'intera tragedia. Le bandiere anarchiche, sulle quali prevale il rosso, sono anch'esse un citazione, ma tutta l'opera è al tempo stesso rappresentazione della tragedia e sintesi di quello che l'arte più rivoluzionaria ha prodotto in un secolo: suggestioni cubiste, tratti persino naif, una ingenuità del segno che richiama certe maschere arcaiche e quel corpo caduto nel mezzo disarticolato come un manichino. Alla base delle figure, un letto di fiori che hanno l'effetto visivo di innalzare tutto il resto: la composizione vista plasticamente da lontano potrebbe sembrare persino a un altare laico, la celebrazione di un rito e c'è persino una eco di realismo socialista in alcuni brevi scorci.
Tuttavia, anche nell'opera di Baj, ciò che prevale è la fissità, la sua pittura-scultura-installazione fissa per sempre un momento che sembra essere il culmine di una storia gloriosa e sanguinosa che ha occupato più di un secolo con le sue dinamiche e al tempo stesso l'inizio del suo declino: la rappresentazione del quarto stato alla fine del lungo percorso che ci ha portato alla soglia di quella che Marx definiva fine della preistoria, e che invece da quel momento in poi ha cominciato a rivolgersi all'indietro. La monumentalità dell'opera suona antica e arcaica, come certe immagini delle statue dell'isola di Pasqua.
Abbandonando la sala, assorto al pensiero di quanto avevo appena ammirato di nuovo a tanti anni di distanza, l'occhio core a un video: sono immagini montate un po' alla buona del festival del proletariato giovanile al parco Lambro di Milano, con tre donne nude e un uomo altrettanto nudo in prima vista, in mezzo ad altri che ostentano l'indifferenza rispetto a un atto che poteva ancora sembrare trasgressivo o addirittura liberatorio: l'immagine un po' patetica e provinciale di una Woodstock minore, chiusa nella lettera dei tempi, ben diversa dallo spirito dei tempi che è altra cosa.

venerdì 22 giugno 2012

Agenda di scrittore: capitolo quarantaduesimo


CAPITOLO QUARANTADUESIMO.

Allora, a che punto siamo? Non tenetemi sulle spine!”
Bravo! Te ne scappi una sera con il tuo cinese e adesso ci metti fretta! Un po' di pazienza...”
Annelore, intanto ha provveduto a mettere in tavola alcune bottiglie di birra, sulle quali tutti si buttano.
I nostri sospetti sono stati confermati, si è aperta un'inchiesta anche se poi tutto sembra essersi di nuovo insabbiato, ma l'inchiesta comunque c'è ed è in buone mani...”
Gunther guarda Sigfried interrogativamente ma è Johann a rispondere:
Divetro e Guascon.”
Ottima scelta, possiamo fidarci.”
Sì, però noi andiamo avanti a cercare di capire di nostro... tu mi facesti un racconto molto strano prima che cominciasse tutta questa pantomima sugli extraterrestri... ti ricordi?”
Gunther aggrotta la fronte senza rispondere.
Ti rinfresco la memoria...” prosegue Johann “Ti era sembrato di vedere un uomo, in trattoria, che le assomigliava assai, tanto che ne fosti molto impressionato.”
Certo che lo ricordo adesso, ma tu no, desti alcuna importanza... anch'io a ripensarci... mi viene da ridere, ero molto teso e questo non favorisce la lucidità.”
È vero, allora snobbai un po' le tue parole, mi sembrava eccessivo il tuo allarme...”
Ti dico io come siamo arrivati a cambiare idea e fra l'altro questa scoperta, ha conciso con il mio mutamento, rispetto ai vostri sospetti, intendo; insomma cominciai da quel momento a prenderli sul serio, cosa che prima non avevo fatto.”
Annelore s'interrompe e nessuno commenta, solo un gorgogliare di birra e il ronzio della ventola.
Alice era una pilota, non sapeva semplicemente guidare l'auto... è un po' diverso!”
Dove vuoi arrivare?”
La sequenza dell'incidente... ci siamo ritornati, non può essere uscita di strada in quel modo.”
Neppure se fosse stata drogata o altro?”
Ma non è stata drogata.”
“Mm, possiamo escluderlo?”
È su questo che comincia la parte più interessante. Come sai io lavoro all'antisofisticazione e un giorno mi arriva una richiesta da un collega, non una cosa strana in sé perché era capitato altre volte. Succede che i laboratori a volte hanno una coda di esami troppo lunga e allora alcuni li dirottano a noi: infondo abbiamo gli stessi strumenti e quindi una richiesta di analisi urgente che non può essere esaudita nei laboratori, la facciamo fra un lavoro e un altro senza porci troppi problemi. Un giorno mi arriva questo e mi chiede di fare un'analisi su una morte recente per incidente d'auto: si trattava proprio di Alice. Sapendo dei vostri sospetti mi domandai per quale ragione la richiesta arrivasse dopo tanto tempo...”
Certo... ma l'autopsia a quanto ne so fu fatta immediatamente.”
“Vero, ma il collega non poteva immaginare che io sapessi tutta la storia e me la spacciò per un caso appena accaduto, solo il collegamento con il nome mi mise in allarme...”
Si ma come faceva lui ad avere i reperti?”
Semplice: trafugò il materiale organico su cui era state fatte le analisi per capire so fosse drogata o altro... solo quello.”
Vuol dire che neppure lui credeva che fosse morta in quel modo e voleva avere una doppia verifica.”
Appunto.”
Si tratta di capire se il tuo collega ha i nostri stessi sospetti oppure è dalla parte... diciamo dei cattivi.”
Già bella domanda... ma c'è una terza ipotesi.” Annelore sorride divertita allo sguardo perplesso e aggrottato di Gunther, che non sembra poterla seguire fino a quel punto.
La seconda verifica serviva anche a capire se qualcuno avesse manipolato il materiale organico, lui sapeva già l'esito, sapeva già che non vi erano tracce di alcol o droga, sebbene la sequenza delle frenate lo facesse pensare, ma solo con una seconda prova....”
Poteva essere certo che non c'erano in giro sospetti di sorta...”
Bravo.”
Sì ma cosa c'entra tutto questo con i miei sospetti di allora? E non vedo questa terza ipotesi: mettiamo che abbiate ragione, lui voleva fare una seconda verifica ed essere sicuro che non ci sono in giro sospetti, a parte il fatto che esponendosi così qualche rischio lo correva e infatti siamo qui a parlarne perché un po' incauto lo è stato.”
Sfortunato più che incauto, come ti dicevo è una prassi assai consueta, se non mi fosse caduto l'occhio sul nome fra l'altro in modo del tutto casuale...”
Va bene, ma continuo a non vedere la terza ipotesi?”
Annelore tace questa volta, è Johann a continuare.
Ammettiamo che tu avessi ragione quel giorno: la vista di quell'uomo ti inquietava, tanto da domandarti se Alice avesse un fratello, tale era la somiglianza... E se quell'uomo fosse Alice stessa?”
Gunther rimane con la bottiglia di birra a due centimetri dalla bocca, pericolosamente in oscillazione, tanto che un po' di schiuma gli cade sulla camicia. “Siete pazzi!... E poi... va proprio in quella trattoria che sa essere a meno di cinque chilometri da casa mia? Con il rischio di essere riconosciuta?”
Ti stai dimenticando che tu chiedesti un permesso straordinario quel giorno, che nessuno ti aspettava...”
Neppure io lo sapevo” ribadisce Sigfried e infatti ti ricordi dell'imbarazzo di tutti ci volle una giornata intera per metterti al corrente di tutto.”
Gunther si alza bruscamente e deposita la bottiglia di birra sul tavolo, poi li guarda tutto uno ad uno, pensieroso e sempre più preoccupato. Johann si avvicina e gli mette il braccio sulla spalla.
Vecchio mio, hai la stessa faccia che avevamo tutti noi il giorno della scoperta... ora ci abbiamo un po' fatto il callo.”
A che cosa esattamente.”
Alla quarta ipotesi... come sono andate le cose e per quale ragione.”

sabato 9 giugno 2012

Una poesia di Michele Firinu


Quella che segue è una poesia di Michele Firinu, inedita e che l'autore mi autorizza a pubblicare nel blog. E' un testo forte dedicato ai morti sul lavoro. Michele è uno dei pochi poeti, almeno che io conosca, capace di affrontare in presa diretta, tematiche di carattere civile senza mai scadere nella retorica: un'arte e una sensibilità quanto mai difficili da praticare. La forma della ballata, seppure usata con grande libertà conferisce al testo anche il tono e la forza del canto popolare, un'epica del dolore operaio e non, dedicata chi è condannato al silenzio prima e dopo.
Il tasto corredato da un apparato di note necessario a ricordare i singoli eventi luttuosi di cui presto ci si dimentica, meriterebbe secondo me di essere letto, imparato ripetuto, un po' come avveniva un tempo con i canti popolari del lavoro e della lotta, in musica o semplicemente nella recitazione.
In un tempo in cui proliferano scritture minimaliste oppure romanzi e racconti di puro intrattenimento, questa poesia ci richiama fortemente alla realtà, senza rinunciare a quello che una poesia deve essere: rappresentazione di un mondo, di un sentimento, di una condizione.
Peccato soltanto non poter riprodurre anche il bellissimo dipinto di Vincenzo Vela che Firinu ha scelto come esergo a. suo testo.




                                                                                        Vincenzo Vela – Vittime del lavoro - 1883
                                                                                        (Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna)
VOLANO ANGELI

Michele Arcangelo Firinu                                             ( michelearcangelo.firinu@fastwebnet.it )

·         Ai caduti sul lavoro, moltitudine;

·         All'Osservatorio di Bologna sulle morti sul lavoro in Italia, morti bianche, infortuni
                                                                                                                          mortali sul lavoro,
                                                                               che di tale moltitudine tiene conto e memoria.
                                                              

Come volano gli angeli
che volano,
che volano dai tetti,
che volano e non hanno ali,
che sfidano i marciapiedi incatramati.

Come volano gli angeli
quando li sprecano, non li proteggono;
come volano gli angeli dai palchetti
e non hanno ali,
non hanno freni si sfracellano
nei cortili dei cantieri desolati.

Come volano gli angeli
nei cieli delle fiamme torinesi:
l'ala di fuoco, la mano di dio
li ghermisce,
li solleva,
li sbatacchia,
li sublima
nell'ordalia della linea cinque
degli altiforni della ThyssenKrupp.1

Come non volano gli angeli,
come non volano:
s'addormono dentro la Saras,
s'infetano dentro quell'amnios,
dentro quell'utero metallo-chimico,
nella bestemmia di desolforazione
al Mildhydrocracking 1;
come non volano quando s'accasciano,
sono tre e restano gli orfani: tre
in un amen.2

Oh, come volano, saettano gli angeli,
in un tempo molle che gli s'affloscia
sopra la testa dentro lo schianto
del capannone; com'è volato
nella buriana quell'angelo sfranto
a Tortolì.3

Come volano gli angeli che volano
dentro le tute,
che gli s'inzuppano del loro sangue;
sono alle macchine, sono alle isole,
quando s'impigliano alle catene
e gli ingranaggi coi loro sorrisi
di acciai dentati
bene li masticano,
bene li mangiano,
bene li sputano,
bene li vomitano.

Volano pezzi, falangi
di angeli; volano mani,
decollano gambe,
saettano braccia:
quanto sarebbe vasto
il campo non-santo
delle tombe degli arti?
Sprizza il sangue degli angeli bastardi,
annaffia campi e hangar, nutre
pance di macchine ebbre.

Come volano gli angeli migratori:
mettono ali ai loro pensieri
sciolgono vele ai desideri;
per un pane sfidano il mare;
angeli belli, angeli neri,
nessuno li vuole coi loro fuscelli;
volano dentro l'azzurra voliera,
non trovano pane, bevono sale,
saziano pesci, saziano squali
in quella liquida profondità.  

Oh, come volano gli angeli delle riserve
che non lavorano,
che non li vogliono,
che non li pagano,
che non consumano,
che non dimorano,
che non si lavano,
che mal si vestono,
che molto tanfano;
nei marciapiedi dormono,
nei marciapiedi siedono,
nei marciapiedi questuano,
nelle panchine ubriacano,
e negli inverni ghiacciano,
di quando in quando bruciano
e nelle fiamme crepitano
e nelle fiamme strepitano
e nelle fiamme crepano
e negli inferni involano.

Com'è silente nel gelo il volo
degli angioletti di carbone e cenere:4
bruciavano stracci imbevuti nell'alcol
nella baracca, per riscaldarsi.
Volano nell'ombra del cupolone
nel cielo arrossato dalla nostra vergogna,
in questa gogna grassa, la Roma empia,
che ha eletto l'oro come cuore di dio.

Com'è volato l'angelo Ion5
messo al servizio di un bel rottweiler,
Mema il romeno, placido e docile,
metteva il cane alla catena;
ma un giorno quel cane si è rivoltato
e ha messo l'uomo alla catena;
come volava la testa di Ion:
correva il cane figlio d'un cane,
giocava nel prato e beveva quel sangue.
Non vide il Natale mentre volava
la testa spiccata dell'angelo Ion.

Oh, come volano gli angeli
che nei tralicci salgono,
che ci lavorano,
che vi si folgorano,
che vi si bruciano,
che vi si cuociono,
che poi li calano,
che poi li interrano,
che poi gli mancano,
che li ripiangono nei Ferragosti,
dentro gli odori dei loro arrosti.6

Come volteggiano,
quanti ne volano
e non manca giorno,
in ogni refolo,
in ogni angolo,
in ogni spasimo,
anno per anno, in ogni mondo:
come in battaglia in una tonnara,
come in mattanza a Little Bighorn7!

Volarono angeli di argenti, ori,
zinco, silicio, quarzo, azzurrite;
volarono angeli a Monteponi
a Trubba Niedda, Perda Majori,
al Salto di Quirra di Gerrei,
a Monte Pisano8 e un battaglione
nelle budelle di carbone;
erano tanti a Marcinelle9:
ci fu un boato, li tirarono su,
avevano ali di grisù.

Oh come volano,
volano gli angeli,
e come folano,
come s'affollano
dentro i silenzi,
dentro l'oblio,
privi di un angelo,
privi di un dio.
                                                 
Roma, 28.12.10 – 16.03.2012


1    Nella notte tra  il 5 e il 6 dicembre 2007 sette operai della TyssenKrupp di Torino vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente in pressione che prende fuoco. Sette operai muoiono nel giro di un mese: Antonio Schiavone, 36 anni; Roberto Scola, 32 anni; Angelo Laurino, 43 anni; Bruno Santino, 26 anni; Rocco Marzo, 54 anni; Rosario Rodinò, 26 anni; Giuseppe Demani, 26 anni. Un altro lavoratore, Antonio Boccuzzi, resta ferito in maniera non grave. Diventa parlamentare del PD ed è un testimone chiave al processo. 
            La testimonianza del superstite:
“Alla ripresa è stato chiamato a testimoniare Antonio Boccuzzi, unico superstite del rogo alla Thyssenkrupp di Torino e oggi parlamentare del Pd. Secondo la testimonianza di Boccuzzi l’incendio era partito come un piccolo focolaio che poi diventò un vero e proprio rogo nell’arco di pochissimo tempo: «Ricordo che all’inizio - racconta Boccuzzi - si trattava di un incendio molto piccolo che si sviluppava proprio sotto la macchina spianatrice, sul pavimento che, come accadeva normalmente, era intriso di olio che perdevano i rotoli di acciaio nel passaggio. Provai a usare il mio estintore che risultò essere praticamente vuoto. A questo punto - continua - l’incendio raggiunse la carpenteria e io andai con Angelo Laurino e Bruno Santino a recuperare una manichetta per spegnere il fuoco. Tirai su la testa e in quel momento ci fu un’esplosione sorda, un boato non molto forte che mi fece venire in mente il rumore che fa una caldaia a gas quando si accende. Le fiamme a qual punto diventarono enormi: sembravano una grossa mano di fuoco, un’onda anomala che ricadde sui ragazzi e li inghiottì». ( http://www.legamidacciaio.it/Speciale%20Processo.htm )
2    26 maggio 2009. “Sono morti in tre nella grande raffineria Saras della Sardegna. Il primo è caduto nel serbatoio intossicato dall'azoto; gli altri due perché volevano salvare il compagno. Dovevano pulire un serbatoio dell'impianto di desolforazione. I vapori letali non gli hanno lasciato scampo. Bruno Muntoni, 52 anni, sposato e padre di tre figli; Daniele Melis, 26 anni, e Pierluigi Solinas, di 27, erano di Villa San Pietro, paese a 30 chilometri da Cagliari e pochi chilometri dagli impianti della Saras.” (da: Repubblica.it)
3    Daniele Floris, 20 anni, operaio di Villagrande, muore il 22.12.10 all'ospedale San Francesco di Nuoro. Il giorno prima era precipitato con tre colleghi di lavoro dal tetto di un capannone nella zona industriale di Arbatax.
“ Restano gravissime anche le condizioni di Andrea Pinna, 24 anni, di Tortolì, ricoverato in prognosi riservata nel reparto di Rianimazione dell'ospedale di Lanusei. Ha subito forti traumi e la perforazione bilaterale di un polmone. Lesioni toraciche gravi ha riportato anche Ambrogio Rubiu, di 24 di Lotzorai. Anche per lui i medici non hanno sciolto la prognosi. Non corre pericolo di vita, invece, Giovanni Chillotti, 21 anni, di Ulassai.
I giovani ogliastrini lavoravano per una ditta d'appalto lombarda - assunti da due giorni attraverso un'agenzia interinale cagliaritana - e sono rimasti vittime di un incidente nel cantiere nautico Abbate di Tortolì. Sono precipitati da un'altezza di circa 12 metri a causa del cedimento del tetto di onduline di un capannone sopra al quale stavano posizionando dei pannelli fotovoltaici. Le indagini avviate dai carabinieri di Tortolì e della compagnia di Lanusei dovranno chiarire la dinamica esatta dell'infortunio, mentre gli ispettori dello Spresal della Asl di Lanusei dovranno accertare eventuali violazioni delle norme di sicurezza nel cantiere.
Erano in sei ieri sul tetto del capannone quando, intorno alle 11,30, si è improvvisamente aperto uno squarcio, forse a causa del peso eccessivo mal sopportato dalla copertura di onduline, e in quattro sono precipitati al suolo. Due sono riusciti ad aggrapparsi a una sporgenza e si sono salvati. Per gli altri, Daniele Floris, 20 anni di Villagrande, Andrea Pinna, di 24 di Tortolì, Giovanni Chillotti, di 21 di Ulassai, e Ambrogio Rubiu, di 24 di Lotzorai, un volo di circa 12 metri, poi lo schianto a terra.”
            (da: http://marcocarta.e.dintorni.forumcommunity.net/?t=42600821 )
4                 I quattro fratellini, Raul, Ferdinando, Patrizia e Sebastian, figli di Elena e Mirca Erdei, sono morti nella notte tra il   sei e il sette febbraio 2011, rannicchiati tra loro, nel rogo della baracca, in un accampamento di Rom, allestito in una discarica nella via Appia di Roma dopo ripetuti sgomberi dei campi nomadi ordinati dal sindaco “pro tempore” della  capitale Gianni Alemanno.  
5         “Foggia 24 dicembre 2010. E’ morto Ion Mema romeno di 52 anni. Ion è morto in un modo impensabile: è stato strozzato e decapitato dalla catena di un cane rottweiler che gli si è stretta attorno al collo mentre cercava di legarlo. Ion Mema da alcuni anni lavorava alle dipendenze dell’azienda agricola nei cui pressi è stato trovato il suo corpo. Mema aveva abitualmente il compito di accudire il cane. Secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori in base anche alle osservazioni del medico legale Mema sarebbe stato aggredito dal cane che probabilmente lo ha fatto cadere mentre cercava di liberarsi. Il rottweiler ha poi strattonato con violenza la catena che si è stretta attorno al collo del romeno strozzandolo prima e poi decapitandolo. L’animale si è poi avventato sulla testa portandola lontano.” (da: http://cadutisullavoro.blogspot.com/)
6                 Nel novembre 1971 a Schio (VI) due operai morirono folgorati su un carroponte a causa di una gru che aveva urtato i cavi dell'alta tensione. L'episodio è stato raccontato anni fa dal cognato dell'autore. Incidenti simili si registrano anche nel 2010.
7    La battaglia del Little Bighorn fu uno scontro tra una forza combinata Lakota, Sioux, Cheyenne e Arapaho e il 7º Cavalleggeri dell'esercito degli Stati Uniti d'America che ebbe luogo il 25 giugno 1876 vicino al torrente Little Bighorn, nel territorio orientale del Montana. La battaglia fu il più famoso incidente delle Guerre indiane e costituì una schiacciante vittoria per i Lakota e i loro alleati. In realtà parteciparono al combattimento soltanto cinque squadroni del Settimo Reggimento di Cavalleria degli Stati Uniti, comandati dal Tenente Colonnello George Armstrong Custer, che furono comunque sterminati quasi fino all'ultimo uomo.
8    Monteponi, Trubba Niedda, Perda Majori, salto di Quirra di Gerrei e Monte Pisano sono vecchie miniere della Sardegna.
9    Il disastro di Marcinelle fu una catastrofe avvenuta la mattina dell'8 agosto 1956 in una miniera di carbone situata a Marcinelle, nei pressi di Charleroi, in Belgio. L'incidente provocò 262 morti su un totale di 274 uomini presenti nella miniera. Per numero di morti nella storia dei minatori italiani emigrati, questa sciagura è la terza più cruenta disgrazia dopo quella di Monongah e il disastro di Dawson. Per di più questa sciagura avvenne pochissimo tempo dopo l'affondamento della nave Andrea Doria, l'Italia passò dunque da una sciagura all'altra. (da: http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_Marcinelle ) Notizie più dettagliate e corredo di foto sull'incidente in  in: http://keynes.scuole.bo.it/ipertesti/europa/Marcinelle/index.htm