giovedì 19 luglio 2012

Agenda di scrittore: romanzo.


1 luglio.
A Pankov dovrebbero stare tutti male, anche se a dire il vero poi non sembra; ma la concentrazione davvero esorbitante di centri medici e farmacie lo fa davvero pensare. A parte un Grossman in Flora strasse e un negozietto di specialita´ alimentari asiatiche, trovare un supermercato normale richiede un certo dispendio di tempo e anche un discreto sforzo di immaginazione.

3 luglio.
Forse la caratteristica saliente delle citta´ tedesche e´ la presenza ancora oggi di un robusto apparato industriale all´interno del perimetro urbano; caso forse unico in Europa. Andando verso Amburgo con il bus lo si coglie bene anche per Berlino. A parte le struttura del porto, tutta l´estrema periferia ovest della citta´ e´ piena, ciminiere in azione, fabbriche, capannoni. Anche in zone piu´ vicine al centro la presenza di industrie, in qualche caso dismesse, e´altrettanto vistosa, tanto che in alcuni punti la citta´sembra un museo di archeologia industriale a cielo aperto. Alcune aree vengono destinate ad altri usi, ma lasciate nella loro integrita´ architettonica. A Milano tutto questo non esiste piu´ da 50 anni ormai: l´ultima rovina industriale che ricordi e´ la stazione ormai fatiscente della Bovisa, prima della bonifica. Nella parte est di Berlino la presenza industriale e´ ancora piu´ evidente, a volte e´ difficile capire subito se una fabbrica sia ancora in funzione oppure sia una rovina.
Poi si arriva ad Amburgo, un caso a parte: la ricostruzione del porto e´ qualcosa di spettacolare, uno degli esempi di architettura contemporanea piu´ funzionali e belli da vedere, un mix di rispetto per la storia e di ardite soluzioni. Sara´ forse anche per questo che la Germania resiste a modo suo alla finanziarizzazione selvaggia dell´economia? Lo fa in uno modo sbagliato e che portera´ tutti in un vicolo cieco, ma forse bisognerebbe anche capire quali sono le ragioni che stanno dalla sua parte: un occhio piu´ attento rivolto all´econimia reale.

4 Luglio.
I programmi di riarmo tedesco, seppure ancora potenziali, varati dal Governo Merkel, stanno andando avanti e sembra che nessuno in Europa li voglia vedere e ne voglia parlare. La sordina sembra funzionale a molte cose, forse anche per l´incertezza che circonda disegni che per il momento sono ancora sulla carta: stanno avvenendo in accordo con gli Usa oppure no? Sarebbe interessante saperlo ma nessuno pone interrogativi, si vive alla giornata su tutto in attesa non si sa di che cosa. Ora anche l´eccezione di costituzionalita´ sui ridicoli e modesti accordi di fine giugno: tutto e´ rimandato a settembre, poi lo sara´ a novembre in attesa delle elezioni americane ecc. Ecc. Finche´ dura....

8 Luglio.
La visita al Museo ebraico di Berlino era in programma da tempo, ma non mi decidevo ad andarci, anche perche´ va detto che nella capitale tedesca i monumenti, i musei, le iniziative estemporanee che ricordano la Shoah sono tanti; tuttavia quando si dice Museo ebraico si pensa a questo di Linden strasse, perche´ e´ di tutti il piu´completo e originale, anche come concezione architettonica. Il museo e´ costruito intorno a quattro linee di forza che si incrociano: la storia degli Ebrei in Germania da Costantino in poi, la storia delle persecuzioni, e delle conseguenti emigrazioni, la Shoah e infine il ritorno degli Ebrei nella Germania liberata e ancor piu´ dopo la fine dell´Unione Sovietica. Progetto ambizioso e non sempre facile da seguire ma tuttavia esauriente. Le diverse linee che s´incrociano finiscono in tre casi in altrettanti vicoli ciechi. Il senso di essere immersi in un passato che non passa e´ assai forte, nonostante lo sforzo di avviare un discorso che sia anche di riconciliazione; ma ancora una volta mi ritrovo a pensare che l´orrore e´ quasi non rappresentabile e che solo i Greci si sono avvicinati a poterlo fare con la tragedia: la catarsi, il rivivere insieme e collettivamente il dramma permette di compatire, cioe´ patire insieme. La stessa difficolta´ di rappresentazione riguarda la divinita´ e ancora una volta sono i Greci ad essersi avvicinati, seppure in modo obliquo. In fondo i loro dei non sono veramente rappresentati, vi sono alcune immagini da associare ad alcuni di essi e sappiamo cosa rappresentavano: li conosciamo dagli effetti che il loro intervento produce. Afrodite e´ forse la piu´ scolpita e descritta ma infondo anche la Venere di Milo non e´altro che la scultura di un bel corpo femminile come potrebbero esserlo quello di qualunque donna e lo stesso vale per Apollo: gli iconoclasti, moderati o fanatici che fossero, avevano e hanno infondo le loro ragioni.

9 Luglio.
A Berlino i monumenti che ricordano la Shoah sono moltissimi: i tedeschi, almeno del 1968 in poi, hanno davvero preso per le corna la loro storia e hanno fatto onestamente i loro conti, ben diversamente da noi che, esaurita la fase memoriale resistenziale anche per le responsabilita´ di chi voleva sdoganare “i ragazzi di Salo´” , si e´ tornati a un revisionismo ben diverso da quello che viene imputato alla Germania, dove sono stati gli storici a porre dei problemi, mentre sarebbe impensabile qui in Germania un ministro o un vice ministro con simpatie fasciste: cosa che da noi avviene puntualmente, per non parlare della rimozione di massa dei crimini di guerra italiani a cominciare dall´uso dei gas in Abissinia.
Tuttavia il problema rimane: uscito dal Museo ebraico mi colpisce la sproporzione fra l´orrore e la sua rappresentazione: lo scarto resta incolmabile anche se in alcuni momenti la distanza si accorcia. Forse sara´ proprio per questo che la storia si puo´ ripetere, potenzialmente: siamo in grado di produrre l´orrore e la divinita´ ma poi non siamo in grado di rappresentarli e senza rappresentazione non vi e´ introiezione definitiva del numinoso, che entrambi significano e che solo se attraversato veramente puo´ forse essere domato. Omero o chi per lui lo fece nell´Odissea quando fece fare a Ulisse, alla corte di Alcinoo, quello che nessuno da lui si aspetterebbe: rivelare il proprio nome. Ma quando puo´ farlo? Quando un altro gli racconta le sue gesta: messo davanti alla narrazione delle sue responsabilita´ egli crolla e scoppia a piangere dicendo “Sono io la causa di quei lutti.”
O forse e´ proprio il Museo poco adatto a rappresentare una tragedia storica come questa e nonostante sia tutto perfetto in quello di Berlino: ricostruzioni accuratissime, dovizia di materiali, analisi storica severa. Tuttavia, capita raramente che si sia colti veramente a disagio, dalla consapevolezza che dietro quella fotografia pregevole artisticamente, dietro quelle linee che si intersecano con una mirabile capacita´compositiva, dietro il dipinto d un artista, si apre l´abisso di un destino difficile da decifrare.
Solo in tre momenti ci si avvicina a questo: quando si finisce nei tre vicoli ciechi del museo, dai quali si puo´ uscire solo tornando indietro. 
Il primo e´ il giardino degli esuli. Si accede ad esso tramite una porta neppure troppo in vista e si entra in un quadrilatero di pietre altissime poste in verticale, costretti sentieri fra l´una e l´altra e un perimetro che avvolge l´intera costruzione. Il contrasto fra un luogo idillico come il giardino e le costruzioni in muratura che ricordano quelle a cielo aperto di un altro museo della Shoah nei pressi della porta di Brandeburgo, costruite dall´architetto Eisenmahn, e´soffocante. Ne´ prigione ne´ giardino, sembra di stare come mi immagino che sia l´ora d´aria di un detenuto.
Il secondo vicolo cieco e´ la torre: alla fine di un corridoio si entra in un edificio dalle pareti altissime che si restringono in alto. Il soffitto e´ nero e la poca luce entra da una bocca di lupo a destra. Non vi e´ niente altro nella torre, nessun arredo, solo la forza soverchiante delle mura e del buio.
Infine, il terzo vicolo cieco conduce a una installazione dell´artista israeliano Menashe Kadishman, intitolata foglie morte. La lettura della sobria spiegazione e´ disturbata da un continuo e sinistro clangore, di cui subito non si afferra natura e provenienza: e´ un suono strano, ferrigno, ma potrebbe provenire anche da una mazza che percuote qualcosa di metallico. Lo si capisce subito dopo  avere abbandonato il pannello con la introduzione. Il visitatore deve percorrere un sentiero abbastanza largo cosparso di pezzi di ferro dallo spessore piuttosto consistenze, tutti di forma rotonda e di diverse dimensioni. Tutti i pezzi hanno tre buchi che rappresentano in forma stilizzata occhi e bocca. Sono i teschi calpestati da chi passa, a produrre il suono. Mi vengono in mente le corrusche armi foscoliane mentre anche io mi avvio sullo scomodo percorso: non dico che si possa cadere, ma il disagio e´ grande. Guardando bene quei teschi che sto calpestando mi sembrano tutte versioni diverse dell´urlo di Munch o crani di decapitati. Lo sgomento e´ forte e mentre torno indietro vedo che molti rimangono interdetti, alcune donne si fermano e osservano senza intraprendere il percorso.

11 Luglio.
Menashe Kadishman, l´artista israeliano, e´ nato a Tel Aviv nel 1932. Come tutti avra´ avuto amici, conoscenti e parenti che sono finiti nel campi di concentramento, ma non ha vissuto la tragedia come chi ne e´ stato vittima diretta. Sara´ forse per questo che, almeno per me, la sua opera e´ fra tutte quello esposte, la piu´ inquietante e fra le piu´ inquietanti fra quelle che mi sia capitato di vedere sulla Shoah? La sua distanza dalla cosa in se´ non rappresentabile, gli ha consentito questo? Non ho risposte certe, solo un interrogativo da porre e poi la percezione di un´opera d´arte anche nel caso felice in cui tutti si sia d´accordo nel giudicarla valida, e´ sempre tremendamente soggettiva, sebbene fosse visibile nello sguardo dei presenti insieme a me lo sgomento e l´imbarazzo. Quello che tuttavia manca e´ l´elemento catartico, almeno io non l´ho minimamente avvertito. Rimane la sproporzione, l´irriducibilita´ della tragedia.

13 Luglio.
Il clima e´ tornato a farsi piu´ berlinese, almeno come me lo aspettavo: la temperatura oscilla fra il primaverile e l´estivo secondo i nostri standard, piove spesso a scrosci violenti e brevi, il cielo e´ sublime, almeno secondo la definizione di sublime che ne diede Ruskin e cioe´ di qualcosa che racchiude in se´ il tremendo che tuttavia ci attira. Cieli romantici, drammatici, percorsi da nubi in movimento velocissimo.

14 Luglio.
Berlino cuore d´Europa sua dannazione.