sabato 23 novembre 2013

In memoria di Costanzo Preve

In memoria di Costanzo Preve (1943-2013) È scomparso il 23 novembre il filosofo Costanzo Preve. La sua notorietà era inversamente proporzionale alla sua statura intellettuale. [Diego Fusaro] Redazione sabato 23 novembre 2013 21:58 lospiffero.com Commenta di Diego Fusaro. È scomparso il 23 novembre il filosofo Costanzo Preve. La sua notorietà era inversamente proporzionale alla sua statura intellettuale. Pochi (o comunque non abbastanza), anche tra gli addetti ai lavori, conoscevano il suo nome, il suo pensiero, le sue numerosissime opere. Dopo aver studiato in Francia sotto la guida di Hyppolite, Preve ha vissuto a Torino: città alle cui logiche si è sempre sentito estraneo, vivendo, di fatto, come uno straniero in patria. La città, probabilmente, non tributerà il degno ricordo al filosofo. Ed è anche per questo che ho deciso di ricordarlo io in questa sede. È per me un dovere, anche se mi costa molta sofferenza. È un dovere perché Costanzo è stato il mio maestro a Torino e perché vi era una profonda amicizia che mi legava a lui fin dal 2007. Non è facile parlarne, come sempre accade quando scompare una persona a noi vicina, a cui volevamo autenticamente bene. Con Costanzo, se ne va anche un pezzo - e non secondario - della mia vita e del mio legame con la città di Torino. Ricordo quando lo conobbi: in una gelida serata del gennaio del 2007, al bar Trianon, in piazza Vittorio. Si trattava di una serata filosofica dedicata alla presentazione del libro di Giuseppe Bailone, Viaggio nella filosofia europea. Conoscevo già Preve, sia pure indirettamente: avevo letto alcuni suoi lavori su Marx, l'autore a cui Preve ha dedicato la sua vita e di cui si può con diritto riconoscere tra i massimi esperti a livello internazionale. Ma poi avevo già sentito un suo splendido intervento su Marx qualche anno prima, a Torino, all'"Unione Culturale". Mi colpì profondamente. Quella sera, al bar Trianon, mi avvicinai e lui, con estrema cordialità, mi invitò a passare nei prossimi giorni a casa sua a trovarlo per discutere insieme di filosofia e Marx. Già l'indomani, con l'impazienza che solo un ventiquattrenne può avere, lo chiamai e presi appuntamento. Da quel momento, iniziò la nostra amicizia. Andavo di continuo a trovarlo, a casa o, più spesso, al bar sotto casa. Ore di discussione filosofica sui temi della filosofia classica e dell'attualità che volavano quasi senza che ce ne accorgessimo: ci trovavamo alle 14 sotto casa sua e ci congedavamo intorno alle 18. Rispetto a tutti i docenti che avevo finora incontrato, Costanzo aveva qualcosa di diverso: non era un professore, era un filosofo. I suoi insegnamenti non si esaurivano nell'aula, ma erano un continuo dialogo con il presente e con l'attualità, con i problemi dell'oggi. Era una figura indubbiamente più simile a Platone e a Spinoza che non ai tanti grigi professori universitari che parlano di tutto e non credono in nulla. Nella verità filosofica Costanzo credeva profondamente: per lui, la filosofia era una pratica veritativa legata alla dimensione storica e sociale. Il suo pensiero, per chi vorrà approfondirlo, è un grandioso tentativo di coniugare Hegel con Marx, ossia una critica radicale della società frammentata con l'esigenza veritativa della filosofia come ricerca di una sintesi sociale comunitaria degna dell'uomo come zoon logon echon, ossia come animale dotato di ragione, di linguaggio e di giusto calcolo delle proporzioni sociali. Costanzo ha scritto più di quaranta libri, dedicati ai grandi temi della tradizione filosofica occidentale. Riteneva - me lo diceva ancora poco tempo fa al telefono - la sintesi più riuscita del suo pensiero il monumentale volume Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia (Petite Plaisance, Pistoia 2013). È da questo splendido libro - oltre che dai numerosissimi video su "Youtube" - che invito tutti a iniziare a conoscere il pensiero di Costanzo. È un invito che rivolgo anzitutto ai Torinesi, ossia a quelli che più avevano vicino Costanzo, senza saperlo. Le sue condizioni di salute non erano buone da tempo, ma non è per questo che non lo si vedeva presente ai convegni filosofici e alle discussioni pubbliche. Costanzo è stato ingiustamente ostracizzato dal "politicamente corretto" e da quella manipolazione organizzata che controlla millimetricamente cosa si può e cosa non si può dire. Costanzo ha sempre cantato fuori dal coro, preferendo - come amava dire citando Rousseau - il paradosso al luogo comune. Certi pensatori - ha detto Nietzsche - nascono postumi. Costanzo è senz'altro uno di questi. La sua epoca non l'ha capito, forse perché lui aveva profondamente capito la sua epoca. Le aveva dichiarato guerra. Aveva rinunciato all'adattamento e alla rassegnazione. Non ha mai smesso di combattere, né è passato armi e bagagli al disincantamento, alla rassegnazione e alla santificazione dell'esistente, come hanno fatto miseramente in troppi della sua generazione. È sempre rimasto legato al progetto marxiano di ringiovanimento del mondo e di perseguimento di un futuro meno indecente della miseria presente. Non ha mai rinnegato nulla ed è sempre rimasto all'altezza di se stesso. Non ha accettato compromessi, né scorciatoie. Ha sempre combattuto il presente per quello che è veramente, l'epoca della compiuta peccaminosità di fichtiana memoria. In lui il comunismo non è stato un momento magico quanto effimero della giovinezza, destinato a tradursi nella rassegnata accettazione del presente frammentato: si è, invece, sedimentato in "passione durevole", in ricerca razionale di un altro fondamento possibile per il legame sociale dell'umanità. Così ha sempre anche inteso il "comunitarismo" (a cui ha dedicato le sue energie teoriche negli ultimi anni), come correzione democratica del comunismo. Vi è un'immagine in cui, più che in ogni altra, può essere compendiato l'atteggiamento filosofico e intellettuale di Costanzo: immaginate un immenso banco di pesci che nuotano compatti seguendo la corrente; immaginate, poi, un unico pesce che si avventura nella direzione opposta, controcorrente e in solitudine. Costanzo ha sempre nuotato così, controcorrente, seguendo non le mode del momento e le visioni di comodo, collaudate e funzionali al presente: si è sempre opposto al banco di pesci degli intellettuali organici allo status quo. E ha pagato sempre sulla propria pelle le conseguenze della propria dissonanza ragionata e del proprio spirito di scissione: offeso, calunniato, marginalizzato, ridicolizzato, non è mai stato affrontato sul suo terreno, cioè nell'arena della discussione filosofica e del logon didonai. Non cercava il successo, ma la verità; non il riconoscimento, ma un mondo più giusto. Forse un giorno verrà capito e l'antipatia organizzata contro di lui si convertirà nel giusto riconoscimento per il suo magistero, per la sua lucidità critica e per la sua passione durevole per la filosofia. Ora è troppo presto. Quel che è certo - al di là di ogni retorica a buon mercato - è che con Costanzo se ne va un filosofo, un filosofo vero, uno dei pochissimi che ancora abitavano il mondo. Al dolore causato da ciò, in me si aggiunge quello dovuto al fatto che, con Costanzo, se ne va anche un vero maestro e un vero amico, una persona che mi ha dato più di quanto io non sia stato in grado di dare a lei. Le parole non bastano a esprimere la sofferenza e la nostalgia, i momenti trascorsi insieme e le interminabili discussione filosofiche al bar sotto casa. Voglio concludere questo mio breve e sentito ricordo personale di Costanzo con i versi di Franz Grillparzer, che Costanzo stesso appose come esergo al suo splendido libro Un'approssimazione al pensiero di Karl Marx, del 2007: "se il mio tempo mi vuole avversare, lo lascio fare tranquillamente. Io vengo da altri tempi, e in altri spero di andare". Fonte: http://www.lospiffero.com/cronache-marxiane/in-memoria-di-costanzo-preve-13657.html. ______________________________ Nel corso degli anni qui abbiamo ospitato spesso numerosi articoli di Costanzo Preve e sue interviste. Qui di seguito troverete i link a questi pezzi pubblicati da Megachip a partire dal 2011. Molti di essi contengono sguardi di straordinaria lucidità sui temi più importanti, anche fra quelli di stretta attualità politica, incluse la questione dell'Euro e quella della globalizzazione. Sulle recenti ribellioni nel mondo arabo Ricostruire il Partito Comunista? Fuori dal debito? Fuori dall'Euro? Sulle recenti posizioni di Paolo Ferrero e Gianfranco La Grassa Brevi considerazioni dopo la morte di Muammar Gheddafi La carica del rinoceronte Il dilemma di Faust. Riflessioni italiane su comunismo e capitalismo oggi Berlusconeide Attacco alla sovranità e ruolo (negativo) degl'intellettuali Le lacrime della signora Fornero Monti: la mutazione antropologica degli italiani Intervista a Costanzo Preve (parte prima) Intervista a Costanzo Preve (parte seconda) Democrazia, oligarchia e capitalismo Costanzo Preve: il comunismo, un giudizio riflettente sulla storia Boldrini contro libertà di opinione

martedì 19 novembre 2013

Traduzioni poetiche

Cultura La Biblioteca Sormani ha il piacere di invitarLa alla presentazione di Traduzionetradizione Quaderno internazionale di traduzione poetica Anno 9 Martedì 3 dicembre 2013 alle ore 18.00 Sala del Grechetto a Palazzo Sormani via Francesco Sforza 7, Milano Ingresso libero Interverranno Brenda Porster, poeta e traduttrice, Claudio Zanini, scrittore poeta e artista, Mariano Bargellini, prosatore e narratore, premio Bagutta opera prima 2000, Gio Ferri, autore e co-fondatore di “Testuale”, con una ri-creazione dei testi di Cécile Sauvage, Angelo Gaccione, scrittore, poeta, autore di teatro, John Goodby, poeta, traduttore, tra l’altro, di Pasolini in inglese, autore di uno studio fondamentale su Dylan Thomas, Carlo Gazzelli, poeta e traduttore da svariate lingue, impegnato in questa fase nella traduzione della poeta laureata del Galles, Gwyneth Lewis, e Claudia Azzola, poeta, traduttrice e narratrice, membro della Poetry Society, direttrice dei quaderni. Traduzionetradizione Traduzionetradizione - 9 - Quaderno internazionale di traduzione poetica - 9 - € 10,00 2013-2014

domenica 17 novembre 2013

Piccoli solidali crescono

La via dei lupi, per resistere. Vale un film: facciamolo Finanziare in crowdfunding un grande film. Il premio? La storia bellissima di un'opera non comune, l'epica di una comunità. Redazione sabato 16 novembre 2013 23:29 libreidee.org Commenta da libreidee. Tradire è morire. E allora non resta che lottare: per restare fedeli a se stessi, affrontando una solitudine lunare. Si può resistere per anni, nel cuore dei monti, fino all'estremo sacrificio, non sapendo rinunciare alla bellezza della dignità, al conforto della giustizia. E' la storia - vera - di François de Bardonneche, il singolare "Highlander occitano" del '300, che Carlo Grande ha romanzato nel bestseller "La via dei lupi". Grazie al lavoro di Barbara Allemand e di Fredo Valla, sceneggiatore di Giorgio Diritti ("Il vento fa il suo giro", "Un giorno devi andare") la storia del grande ribelle che osò muovere guerra al Delfino di Francia per poi darsi alla macchia sui sentieri della fatale val di Susa, potrebbe diventare un film. O meglio un grande film, se il progetto verrà adottato da Hollywood. Il prezzo di questa follia? Appena 20 euro. E' la quota minima individuale della sottoscrizione lanciata per far sistemare la sceneggiatura. Il premio? La storia bellissima di un'opera non comune, attualissima e necessaria - il nostro film, visto che parlerà direttamente a noi. Saper resistere al sopruso: indispensabile, oggi più che mai, pena la perdita della nostra umanità. «Viviamo in città lontano dalla natura, mangiamo senza fame e beviamo senza sete, ci stanchiamo senza che il corpo fatichi, rincorriamo il nostro tempo senza raggiungerlo mai». Così scriveva, Carlo Grande, nel libro-confessione "Terre alte". «Abbiamo bisogno di riprenderci le nostre vite, di trovare una strada che ci riporti al centro di noi stessi». Era solo il 2008, ma sembra un secolo fa. «Quando si ha, come noi, una tale sicurezza materiale da non temere più di tanto per il futuro, quando non ci si domanda cosa succederà la settimana prossima, quando si ha sempre di che vivere e non si sa più per cosa, si forma intorno a noi una prigione senza confini, da cui è difficile fuggire». Oggi, col precipitare della crisi, molte di queste sicurezze sono cadute: sono migliaia, milioni, i cittadini italiani ed europei che hanno ripreso a preoccuparsi per la loro sorte immediata, a causa di una sofferenza decretata dall'alto di un potere oscuro, percepito come ostile. Un potere accusato di aver tradito la sua promessa, venendo meno al suo dovere. E' proprio il dolore per il tradimento - quello del principe che gli ha sedotto la figlia - a scatenare la furia del feudatario valsusino: il Delfino francese ha calpestato le regole, su cui si regge la civiltà medievale del "paratge", l'onore tra uomini liberi che accettano volontariamente di mettersi al servizio l'uno dell'altro. E' la "civiltà mediterranea", nella quale Simone Veil individua l'ultima reincarnazione dell'Atene di Pericle (il culto della bellezza) prima che le forze più aggressive della storia spegnessero la luce, dalle legioni conquistatrici alla sanguinosa repressione delle eresie libertarie. Se oggi i critici più intransigenti puntano il dito contro il nazi-capitalismo finanziario che muove i burattini di Bruxelles imponendo la "desmesura" di condizioni-capestro assolutamente insostenibili per il 99% dei cittadini, i territori riscoprono il valore dimenticato della comunità solidale, come dimensione indispensabile non solo per l'autodifesa, ma anche per la coltivazione di quell'umanesimo in mancanza del quale non potremmo vivere. Anche così si può rileggere la vicenda di François: senza il coraggioso sostegno della sua gente non sarebbe mai riuscito a ribellarsi né a evadere dal carcere, né tantomeno a resistere così a lungo tra le nevi delle sue montagne. E' esattamente questo tipo di bellezza che il film è ansioso di esprimere, nel silenzio incantato delle foreste. C'è anche una salutare nostalgia per il "mondo bambino" del medioevo più luminoso, la civiltà di uomini e donne che sapevano gioire, piangere, commuoversi, tra montagne che - per secoli - tennero in vita la Repubblica degli Escartons, straordinario esperimento di autogoverno cantonale, nel cuore dell'Europa. Si parlava occitano, la lingua di François, quella in cui Dante avrebbe voluto scrivere la Commedia, perché solo i trovatori provenzali - i primi, dall'avvento della cristianità - avevano riscoperto la tenerezza dell'amore, quella dei lirici greci, e avevano cominciato a cantarla, sfidando l'oscurantismo vaticano grazie alla protezione di autorità politiche tolleranti. «Il film - dice oggi Carlo Grande - sarebbe un fecondo generatore di bellezza, un balsamo alla solitudine morale: credo in questo film perché credo in questa storia, in questo libro, in tempi di carestia fisica (di aria, di acqua, di terra) e spirituale (etica ed estetica)». Il cinema italiano non è in grado di produrre il film, per questo si pensa a Hollywood. Un percorso da fare insieme, appropriandosi della causa. Basta anche solo un piccolo tributo d'onore, per co-finanziare l'adattamento in inglese. E far sentire che la comunità non se la sente di abbandonare il suo antico eroe: oggi come allora, il vecchio François - guerriero riluttante, partigiano della libertà - per tornare a lottare sulla "via dei lupi" ha davvero bisogno di noi. (Per aderire alla sottoscrizione è sufficiente prenotarsi, senza alcun anticipo di denaro, sulla piattaforma di social crowdfundig "Produzioni dal basso", dichiarando la propria disponibilità a sostenere il progetto, anche solo con la quota minima di 20 euro; più quote danno diritto alla presenza nei titoli coda, al dvd e all'invito a proiezioni nei cinema. L'obiettivo è vicino: ancora pochi click e si raggiungeranno i 4.000 euro necessari a finanziare la revisione della sceneggiatura, che consentirà di impostare la produzione del film). Fonte: http://www.libreidee.org/2013/11/la-via-dei-lupi-per-resistere-vale-un-film-facciamolo/.

martedì 12 novembre 2013

Riprendono le iniziative allo scopri coop di via arona a Milano

Fuori dal margine incontri con autori finalizzati alla conoscenza e promozione della letteratura contemporanea a cura del Sindacato Nazionale Scrittori e dell’Associazione Culturale Diesis Scopricoop logo Spazio Scopricoop via Arona 15/7 – Milano angolo via Giovanni da Procida (1° piano, stesso ascensore del parcheggio) lunedì 18 novembre 2013 ore 17,30 Siria 2013 Incontro con Shady Hamadi autore del libro La felicità araba Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana (ADD Editore 2013) Conversa con l’autore Laura Silvia Battaglia Legge pagine del libro Francesco Orlando Il libro è stato presentato il 26 ottobre a Montecitorio per la rassegna "Il volume della democrazia" La felicità araba è un racconto della rivoluzione siriana, basato su fatti storici che si intrecciano con quelli della sua famiglia. Il padre è un dissidente che negli anni 60 verrà incarcerato e torturato e che dopo un girovagare nei paesi arabi fuggirà in Italia. Shady ci parla della primavera siriana, della nascita di una società civile che vuole essere attrice della storia e decidere il proprio futuro anche se non necessariamente secondo una logica occidentale. Ci descrive la peculiarità di questa rivolta, nata come sollevazione pacifica e gioiosa che verrà repressa con particolare durezza dal regime di Assad sino allo sfociare in una strisciante guerra civile. “Questo libro ci dà una possibilità rara: poter diventare coscienti di ciò che accade in questo piccolo grande mondo ” Dario Fo "Dare spazio ad autori come Shady Hamadi significa ripristinare un circuito di informazione corretta su cosa sta accadendo in Siria. Significa soprattutto ridare dignità e umanità ai corpi straziati, ai loro familiari, alle attiviste e agli attivisti per i diritti umani che, di giorno in giorno, di ora in ora, sanno che potrebbero perdere la vita per il loro coraggio" (dall'introduzione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia) La felicità araba Shady Hamadi Nato a Milano da madre italiana e padre siriano, fino al 1997 gli è stato vietato di entrare in Siria in seguito all'esilio del padre Mohamed, appartenente al Movimento nazionalista arabo e più volte arrestato e torturato in patria. Studia Scienze politiche a Milano e inizia la sua attività di romanziere con Voci di anime. A marzo del 2011, allo scoppio della rivolta, prende posizione contro il regime diventando attivista per i diritti umani e figura di riferimento dell'opposizione in Italia. La sua attività gli procura una serie di intimidazioni Partecipa a numerosi dibattiti e trasmissioni televisive e radiofoniche, tra cui L'Infedele, Mediterraneo, Uno Mattina, Radio Tre, Radio Svizzera Italiana. A ottobre viene invitato al forum sul mondo arabo, con particolare attenzione alla Siria, organizzato dal Partito Socialista Europeo presso il Parlamento europeo a Bruxelles. A dicembre viene invitato dalla terza commissione Affari esteri del Parlamento italiano come unico relatore per un'audizione conoscitiva sui diritti umani e la democrazia in Siria, ed inizia a collaborare con “Il Fatto Quotidiano”. A febbraio 2012 con una lettera-appello sul ″Corriere della Sera”, Le persone e la dignità, dà il via alla campagna "Un fiocco nero per la Siria" per la cessazione delle uccisioni. In due giorni aderiscono venti tra deputati e senatori, e svariate associazioni e riviste. L'8 marzo del 2012 esce su “Famiglia Cristiana” una lettera-appello al Papa in merito alla posizione dei cristiani in Siria. Il 26 ottobre 2013 La felicità araba è stato presentato a Montecitorio per la rassegna "Il volume della democrazia". Shady Hamadi Sindacato Nazionale Scrittori sns.lombardia@infinito.it Associazione Culturale Diesis diesis@poemus.it

martedì 5 novembre 2013

Un progetto culturale innovativo

cheFare2 – premio per la cultura, 100.000 euro doppiozero lancia la seconda edizione di cheFare, il premio che promuove cultura e innovazione con il contributo di 100.000 euro. cheFare è una piattaforma collaborativa per la mappatura, la votazione e la realizzazione di progetti culturali realizzati da organizzazioni profit e non profit con particolare riguardo alle imprese sociali, alle fondazioni, alle associazioni e organizzazioni culturali e alle start up. L'iniziativa di doppiozero è rivolta ai mondi della cultura, dell’innovazione sociale e alla società civile. L'iscrizione al bando è aperta fino al 9 dicembre 2013. cheFare favorisce la creazione e lo sviluppo di reti tra imprese culturali con alto contenuto di innovazione per attivare la costruzione di nuovi modelli economicamente e socialmente sostenibili. Collaborazione, condivisione, ricerca e racconto sono i principi che guidano la nostra azione. Dare vita a questa esperienza vuol dire lanciare un segnale forte. Vuol dire guardare al futuro consci che sono le pratiche quotidiane che possono fare la differenza. Vuol dire sapere che è necessario essere in grado di rapportarsi con empatia nei confronti di chi ci circonda, attivare percorsi di resilienza per superare i problemi e soddisfare i bisogni e soprattutto saper agire in base a un paradigma nuovo, basato sull'economia tra pari, sul valore condiviso e capillare della cultura. I criteri che i progetti dovranno presentare sono quelli che riteniamo centrali per la cultura contemporanea: promozione della collaborazione; ricerca di forme innovative di progettazione, produzione, distribuzione e fruizione della cultura; scalabilità e riproducibilità; sostenibilità economica nel tempo; promozione dell’equità economica; impatto sociale territoriale positivo; impiego di tecnologie e filosofia opensource; capacità di coinvolgere le comunità di riferimento e i destinatari delle proprie proposte attraverso una comunicazione efficace. La prima fase del bando (28 ottobre – 9 dicembre 2013) consiste nella raccolta dei progetti, che verranno poi selezionati da un team di esperti (10 dicembre 2013 – 14 gennaio 2014). Nella seconda fase (15 gennaio 2014 – 13 marzo 2014) fino a 40 progetti saranno messi on-line per essere votati dal pubblico direttamente sul sito di cheFare ( www.che-fare.com ). Tutti i partecipanti avranno modo di autonarrarsi attraverso l’uso di una piattaforma per l’informazione partecipativa (Timu ). Gli 8 progetti che avranno raggiunto il più alto numero di voti verranno valutati da una giuria (composta da personalità del mondo della cultura e dell'innovazione: Paola Dubini, Gustavo Pietropolli Charmet, Eliana Di Caro, Christian Raimo, Ivana Pais) che sceglierà il progetto migliore secondo gli scopi e i requisiti del bando. La proclamazione del vincitore avverrà il 3 aprile 2014. cheFare è un progetto di doppiozero ed è co-prodotto in collaborazione con: Avanzi , Fondazione

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo Cinquantatreesimo.

CAPITOLO CINQUANTATREESIMO. “Venga venga Wang… ma non sarebbe ora che ci dessimo del tu?” I due coniugi entrano con circospezione nella stanza dove sono attesi poi tutti si alzano per le strette di mano, calorose e confidenziali. “Finalmente conosciamo anche lei signora” dice poi Gunther rivolto alla moglie del giornalista, che risponde con un inchino. Le presentazioni proseguono rapide, mentre Sigfried provvede a disporre sul tavolino intorno ai divani e alle poltrone, qualcosa da bere. “Certo avremmo preferito conoscerci in momenti meno concitati” aggiunge Annelore, confortata dall'assenso di tutti. “Già” aggiunge subito Wang, improvvisamente e imprevedibilmente loquace. “Vedo che siamo già in argomento” chiosa Gunther e prosegue... “ma personalmente preferisco iniziare le discussioni serie con qualcosa davanti..” “Vino immagino...” gli fa eco di nuovo Wang, suscitando i commenti ironici di tutti. “Vedo che ha già imparato a conoscerlo...” aggiunge Annelore. “Credo che sia giusto dividerci i compiti, io rientro molto volentieri la´ dentro… a dire il vero non proprio volentieri, ma è necessario.” “Non ci resterete per molto, sono convinto che Narlikar andrà fino in fondo e che sarà difficile fare marcia indietro…” “In altre parole” si affretta ad aggiungere Johann “Salteranno le regole rigide, la faccenda dei sei mesi dentro e dei sei mesi fuori… credo che cambierà tutto….” “Vi siete fatti un´ idea del motivo di queste improvvise decisioni di Narlikar?” chiede la signora Wang. “Solo ipotesi, ma direi di lasciarle perdere per il momento… almeno finché non arriva la risposta alla nostra richiesta di rientro…” “Parliamo dei sospetti allora…” È Wang a rompere gli indugi: “Non posso indovinare i vostri ma io comincerei dai dubbi su quanto accaduto con la faccenda ridicola dei contatti con gli extra terrestri…” “Sì… tu lo hai sospettato subito Wang” chiede Sigfried… “Ma sì credo anche Gunther… forse tu all'inizio eri più propenso a pensare a una specie di burla,,, ma mettendo insieme i vari pezzi…“ “Ecco quali pezzi esattamente…” “Mi riferisco alle decisioni di Narlikar, troppo estreme per non nascondere qualcosa d'altro…” Tutti gli altri tranne i due coniugi cinesi si guardano perplessi, poi è Gunther a parlare e a informare per sommi capi Wang e la moglie degli altri sospetti, la morte di Alice e tutto quanto… Il racconto richiede un buon quarto d'ora, Wang ascolta con stupore a volte, poi aggrottando la fronte, come se certi particolari suscitassero in lui altre deduzioni. Nel frattempo, un buon odore di cibi freschi si è diffuso per la stanza. “Vogliamo proseguire a tavola?” Dice sorridente Annelore e tutti si avviano rapidamente. “Non sapevo nulla di quello che mi dite… però c'è un particolare che mi ha fatto venire in mente uno strano incontro di alcuni mesi fa… Eravamo in trattoria, vicini a casa… te ne ricorderai senz'altro Wing Chun…” aggiunge poi rivolgendosi alla moglie che assente subito e con forza. “Vedo un collega al tavolo di fronte e lo saluto… mi sembrava un collega… lui fa finta di non conoscermi o non mi conosce davvero, io mi avvicino, poi visto il suo evidente sconcerto mi scuso… Mi è rimasto impresso perché lo conoscevamo tutti e due e fra l'altro abita vicino a noi nello stesso quartiere in cui vive anche la Devisè, ricordate. Spesso ci trovavamo a fare la spesa negli stessi negozi. Una sera fra l'altro ne parlai anche con lei della mia sorpresa…” “Con lei allude alla Devisè? Stiamo parlando di Chantal Devisè? “Sì proprio lei e ora che ci penso… notai un certo turbamento quando gliene parlai…” “Oh beh la Devisè sembra sempre turbata per qualsiasi cosa…” “Già a volte mi sono domandato come mai le sia stata attribuita una responsabilità così grande…” “La conosci allora?” gli fa eco Sigfried. “Ma sai, noi giornalisti o prima o poi i capoccioni della spedizione li conosciamo tutti… ma anche tu Sigfried?” “Abbiamo condiviso per un certo periodo un giro di amicizie comuni, poi lei si allontanò dopo essersi fidanzata con qualcuno…la incontrai recentemente, sola; ci scambiammo qualche parola e seppi che si era lasciata… tutto qui.” Il pranzo prosegue e si arriva presto alla fine, mentre ancora si attende la notizia che tutti aspettano e cioè se I giornalisti saranno ammessi oppure no alle riunioni un tempo riservate delle strutture di comando. L'altoparlante si mette a gracchiare proprio mentre si stanno gustando il caffè.

domenica 3 novembre 2013

Agenda di scrittore:romanzo.Capitolo cinquantaduesimo.

CAPITOLO CINQUANTADUESIMO. Narlikar li squadra tutti con un sorriso sarcastico e gli occhi che sembrano due stiletti ad alta carica elettrica: ma nessuno gli bada. Tutti raccolti in se stessi, questi uomini e donne che da tempo lavorano insieme si comportano da estranei: una paura impalpabile sembra averli tutti ghermiti. “C'è una protesta dei giornalisti...” esordisce il vecchio patriarca, in modo perentorio e del tutto anomalo rispetto alle procedure; ma sa di avere il vantaggio della sorpresa su tutti i presenti e si direbbe che si diverta a denudarsene, facendo volare i fogli del regolamento come stracci. Almeno, con questa frase ha ottenuto che le teste si siano alzate tutte e che un turbinio di occhi, come tante telecamere, sono puntati su di lui. “Vedo dalle vostre facce che non godo più dei vostri consensi… ma siamo qui per sostituirmi, no? Quante storie! Un po' di pazienza allora. Con l'autorità che mi ancora mi appartiene, dico che questo deve essere il primo punto all'ordine del giorno di questa assemblea. I giornalisti hanno ragione…” Il brusio diventa un conciliabolo sempre più fitto e a voce alta, ma Narlikar non se ne cura e continua a tamburellare le dita sul tavolo, in attesa che qualcuno parli. Come aveva previsto, però, nessuno prende alcuna iniziativa e allora decide che è il momento: il pugno si abbatte con una forza imprevedibile sul tavolo e il silenzio è immediato. “Ma non vi rendete conto che al punto in cui siamo la segretezza è fonte di pericolo?” “Quando partimmo i timori erano altri, le crisi di panico, non reggere il peso di non poter tornare e tante altre cose ancora. Dovevamo difendere le strutture da atti di sabotaggio inconsulti, tipo che in aereo a un certo punto uno vuole uscire e rompe il finestrino e altre cose di questo genere… ma ora! Oggi il problema non sono i Commons ma noi stessi, noi qui dentro in queste strutture!” La reazione decisa coglie di nuovo tutti di sorpresa. “Ho parlato con chiarezza ai Commons perché voglio che siano informati e dunque invitare qui i giornalisti è il solo modo per farlo: se fossi io soltanto a riferire sarebbe una misura autoritaria e genererebbe altri sospetti. Se ci sono tutti e circoleranno opinioni diverse, ognuno potrà farsi un'idea…” Tace, deciso questa volta a fare uscire le opinioni altrui prima di proseguire. “Io sono d'accordo” afferma subito Galileo, seguito immediatamente da Diotima, guardata stizzosamente da molti. “Signora Anghelopoulos, visto che lei è una aggregata Common, seppure con una carica molto importante, la pregherei - visto che i cambiamenti formalmente non sono ancora avvenuti – dall'astenersi dall'intervenire su questioni che non riguardano l'inchiesta.” “Mi scusi comandante…” aggiunge lei mordendosi le labbra. Il sorriso con cui Narlikar ha accompagnato il rimprovero, però, la conforta e ancor più la stretta di mano di Galileo… La reticenza di tutti è massima e allora Narlikar non può fare a meno di riprendere lui stesso la parola. “Capisco il vostro disagio, diamoci un quarto d'ora di tempo, affinché ognuno di voi possa farsi un'idea precisa di ciò che vuole dire… Consultatevi pure, non è un problema, ma tenete conto del fatto che dobbiamo decidere, non possiamo lanciare il segnale di una incertezza di propositi che si trascini oltre la giornata di oggi; a mio avviso sarebbe pericoloso, ma attendo i vostri pareri.” Detto questo si alza e si avvia verso l'uscita. “Ci lascia?” Narlikar si volta. “Io ho detto tutto quello che dovevo dire a tutti… dentro e fuori di qui. Mi sembra più corretto che ora siate voi a decidere in tutta autonomia. Al mio ritorno farò del proposte anche per quanto riguarda la mia sostituzione ma non posso essere il solo a farne. Non decideremo tutto oggi, ma occorre tracciare un percorso chiaro.” Detto ciò s'allontana rapidamente, scoraggiando qualsiasi tentativo di replica ulteriore; torna nel suo appartamento. “Corinne, Corinne, che bello vederla qui ad attendermi! Il solo volto che vorrei vedere e invece…“ La giovane donna si schermisce un poco. “Non dovrò attendere molto Maestro“ “Doveva vedere le loro facce!” Me le immagino… devo dire che l'appello ai Commons mi ha sorpreso e …. anche commossa se posso dirlo.” “Ma certo che può dirlo… da questo capisco che almeno sul suo consenso posso contare.” “Si´ assolutamente… spero anche su altri.” “Lo spero anche io… uno è già arrivato, ma era scontato, a dire il vero due, ma la signorina Diotima talvolta è un po' avventata e ho dovuto rimbrottarla, non potevo farne a meno….” “Si rende conto che mi sta rendendo partecipe di qualche segreto?” “Certo che me ne rendo conto! Sa cos'è il solo aspetto negativo delle mie dimissioni?” Corinne lo guarda incerta… “Non potere condividere qualche pettegolezzo con lei alla fine delle riunioni, ora che, creato il precedente sarà difficile per tutti fare marcia indietro!” Corinne si porta la mano alla bocca e ride di gusto, seguita dall'anziano comandante.

mercoledì 30 ottobre 2013

Agenda di scrittore: romanzo.

1 Ottobre. Sono costanti sulla tv tedesca i reportage storici sulla seconda Guerra mondiale, gli ultimi giorni del Terzo Reich con tutto quel che ne consegue. Sono almeno due i canali che se ne occupano e mi ricordano il lavoro eccellente che anche Rai Storia fa sullo stesso periodo. Ci sono filmati d'epoca che sono stati mandati in onda anche da Minoli, altri che sono del tutto sconosciuti da noi. Da quando nel 1968 I tedeschi hanno cominciato davvero a fare i conti con la loro storia recente, specialmente dopo la storica visita di Willy Brandt al campo di concentramento di Dachau, questi programmi sono diventati un cult della tv tedesca. I nostri non sono diversi per qualità e ricchezza di documentazione, la sola vera differenza è che in Germania li mandano in onda anche in prima serata. Lo stesso avviene con i servizi sulla ex DDR, un altro cult della tv tedesca. In questo caso sono davvero, per la gran parte, documenti sconosciuti da noi, anche se un ampio servizio fu mandato in onda anni fa con le interviste a Egon Krenz e altri leaders come Scwaboski. Avvicinandosi la data del 9 novembre quando cominciò a cadere il Muro, naturalmente i servizi aumentano. 5 ottobre. L´Italia in questi giorni è continuamente la prima notizia dei telegiornali tedeschi: prima per le vicende giudiziarie di Berlusconi, poi per la tragedia di Lampedusa, che continua ad avere una eco fortissima anche qui, alimentata specialmente dalla stampa, che non lesina critiche al governo tedesco e alla Commissione europea, nel silenzio tombale delle forze politiche e di quello della Merkel, letteralmente sparita di scena dopo avere vinto le elezioni. Lascia fare tutto ai partiti che discutono su come dare vita a una Große Koalition che tutti ritengono inevitabile (e che gode fra l'altro di un ampio consenso popolare), ma i cui tempi di nascita ricordano sempre più le lungaggini della politica italiana. Per Lampedusa tutti parlano di rivedere le regole europee, ma nessuno dice come e al di là della solita retorica sul premio Nobel per la pace alla popolazione dell´isola (che se lo meriterebbe proprio intendiamoci!), tutto il resto rischia di essere chiacchiera. L'Europa politica, vista da qui, esiste ancor meno di quanto non appaia da noi. 6 Ottobre. I modi in cui la televisione e la stampa tedesca riferiscono delle vicende di Berlusconi, è emblematico per capire la mentalità diversa dei due popoli e delle due culture, ma è anche un indice del fatto che i tedeschi hanno verso di noi un atteggiamento di interesse continuo, che li affascina al di là della facile ironia cui a volte sui abbandonano. Era già accaduto con la bocciatura della proposta Augello che aveva fatto scrivere nei titoli dei telegiornale Italienisch Senat wählt die Ausschluss von Berlusconi. Letteralmente: il senato italiano vota l'espulsione di Berlusconi. Lo stesso paradigma linguistico si è ripetuto alcuni giorni dopo con il voto della giunta. Berlusconi verliest Senats mandat: Berlusconi perde il mandato di Senatore. Entrambi i titoli sono basati sul concetto di conseguenza logica derivante da un atto già compiuto. Se la giunta del Senato ha tolto il mandato se ne deduce che Berlusconi è decaduto da Senatore. Il problema è che il concetto di conseguenza logica e della sua stringente consequenzialità viene esteso a una materia per sua natura controversa. In politica esiste la conseguenza logica stringente? Non sempre, neppure per loro e infatti dall'esito elettorale alla formazione del governo, i tempi si allungano anche qui. L'argomentazione che questo avviene perchè la Merkel non ha la maggioranza assoluta, è però un'obiezione tipicamente italiana, che solitamente qui non ha alcun corso, dal momento che nessuno contesta la sua legittimità a governare. In altri momenti meno delicati di questo, il governo sarebbe probabilmente già nato. Rimane però un fatto indubitabile. Anche per le carattristiche della lingua tedesca, il concetto di conseguenza logica è fondamentale e discriminante rispetto alle altre culture e lingue europee. 7 ottobre. Ieri sera il canale di storia ha mandato in onda un lunghissimo servizio unico nel suo genere e che finora non avevo visto neppure qui. Si tratta di una ricostruzione degli ultimi mesi di Guerra, dal febbraio del '45 fino al 9 maggio, data in cui l'Ammirgaglio Donetz firmò la capitolazione della Germania senza condizioni. Niente di strano fin qui, solo che la ricostruzione storica era giorno per giorno! Il materiale cinematografico, in larga parte di fonte americana, era basato sia su documentazioni giornalistiche di inviati al fronte al seguito delle truppe, sia da filmati di cine operatori improvvisati, soldati stessi incaricati dagli ufficiali. Un materiale dunque diversificato: a volte si intuiva una totale assenza di regia, in altri casi il contrario e cioè una regia sorvegliatissima che aveva lavorato di tagli e montaggio in modo assai raffinato. L'accompagnamento di voce, sempre in tedesco, fa pensare a un lavoro di equipe successivo, anche se ogni tanto il commento fuori campio era in inglese e poi veniva tradotto. Se ne deduce in generale che la parte tedesca abbia accettato del tutto tale documentazione ritenendola fedele in linea di massima ai fatti. Il mio giudizio di spettatore e´ assai problematico. Difficile valutare la natura dei tagli: non tanto perchè la regia edulcori la guerra dal momento che ne mostra tutti gli orrori seppure senza indulgere in immagini che oggi definiremmo pulp, se non in rarissimi casi. Non trascura di mostrare atti di violenza gratuita da parte delle truppe alleate, anche verso soldati che si sono già arresi. Intendiamoci, niente di simile rispetto a quello che sarebbe accaduto decenni dopo a Mi Lay oppure nel carcere di Abu Grahib, ma comunque imbarazzanti. L'effetto generale però appare sconcertante perchè filmare ogni giorno di guerra dal febbraio rivela anche un'atteggiamento un po' maniacale difficile da giudicare. Tre particolari mi hanno colpito e in attesa di vedere le prossime puntate nelle prossime sere. L'assenza di scene di massa all'arrivo delle truppe americane come invece avveniva in Italia, il profluvio di bandiere bianche in segno di resa, sventolate non solo dalle truppe che si arrendevano, ma anche dalla popolazione civile; infine le poche immagini di campi di concentramento. Una sola scena inquadra i morti accatastati e magrissimi che ci siamo abituati a vedere in altre immagini della Shoah. Naturalmente può essere che trattandosi di materiali mostrati molti anni dopo, la selezione abbia tenuto conto di molti altri documentari, ma se rimaniamo al discorso della presa diretta, si rimane lo stesso perplessi; ma per dare un giudizio definitivo su questo aspetto, attendo l´arrivo delle truppe americane a Buchenwald, peraltro già liberato dai partigiani comunisti presenti nel campo e dalla popolazione locale; ma su questo particolare ritornerò. Certo, bisogna anche considerare che la maggioranza dei campi era a est e in Polonia, territori di competenza dell'Armata Rossa Sovietica. 8 Ottobre. L'uso della bandiera bianca in segno di resa da parte della popolazione civile, continua a sconcertarmi. Difficile da interpretare. Da un lato potrebbe significare che nell'avanzata delle truppe città per città e con i combattimenti strada per strada era difficile distinguere fra soldati e civili asserragliati nelle abitazioni, per cui tutti dovevano considerarsi in qualche modo belligeranti e quindi bersagli potenziali. Questo però contrasta con un altro particolare. L'avanzata delle truppe anglo-americane in territorio tedesco, pur lentissima, non sembra essere stata contrastata più di tanto dopo il fallimento della controffensiva tedesca a ridosso dei confini con Belgio e Olanda. Le scene mostravano interi plotoni che si arrendevano, quelle che filmano veri e propri combattimenti erano poche. O i tagli sono stai fatti in modo tale da non riprendere la resistenza dell'esercito tedesco ai fini di mostrane la rotta più di quanto non fosse, oppure le cose sono andate davvero così, la tenuta della Wemarcht fu poca cosa; ma questo non spiega (da un punto di vista militare), la lentezza dell'avanzata in territorio tedesco. L'unica supposizione è che ci fosse un accordo con L'Unione Sovietica per cui le truppe anglo americane non dovesse superare certi confini e specialmente lasciare alle truppe sovietiche il compito di entrare a Berlino. Le conferenze di Teheran e Yalta c'erano già state e la famosa mappa consegnata di Churchill a Stalin, con i confini d´Europa già tracciati e definiti quanto a sfere di influenza, era stata vistata dal leder sovietico con un certo entusiasmo, anche se poi - alla richiesta del leader britannico di esserne lui il costode - l'astuto georgiano aveva opposto un cortese rifiuto. 9 Ottobre. Oppure la spiegazione è un'altra e cioè che quella porzione di popolo tedesco mostrata dai vincitori (non dimentichiamolo mai questo), doveva apparire sconfitto come i soldati: in altre parole, i tedeschi tutti erano schierati con il regime e dunque alzavano la bandiera bianca in segno di resa perchè si sentivano soldati come chi effettivamente combatteva. In effetti, i volti dolente e sconfitti della popolazione avevano la stessa espressione delle truppe in divisa che tenevano le mani alzate. Un popolo, dunque, compatto che si sente partecipe della stessa sconfitta? Solo in una scena si vedono tre donne sorridenti che sventolano la bandiera bianca e che sono del tutto felici di vedere apparire le truppe alleate. Se tagli ci sono stati, eliminando del tutto le scene di entusiamo così comuni in Italia è evidente che le ragioni andranno cercate non nella Guerra in corso, ma nel disegno del dopo. Accreditare del tutto l'asservimento del popolo italiano al Fascismo era impossibile perchè la Reistenza era stata troppo forte per permetterlo: gran parte delle città erano state liberate prima dell'arrivo dei liberatori. In Germania le cose andarono diversamente ma oggi sappiamo anche che ci sono forti indizi che andarono così anche perchè fu cancellata la memoria della resistenza tedesca, che pure vi fu, sebbene minoritaria in Germania ma niente affatto residuale nel resto d´Europa (2000 disertori tedeschi hanno combattuto nella Guerra di Spagna e altre migliaia nelle resistenze europee e anche in Italia e in Unione Sovietica). Per accreditare il mantra della colpa collettiva del popolo tedesco bisognava mostrane il volto dimesso della sconfitta, le bandiere bianche in mano alla popolazione civile, significavano anche questo. Il resto fu cancellato in fretta e su di esso fu imposto il silenzio. Che Buchenwald fosse stato liberato dalla popolazione locale e dagli insorti del campo stesso è stato derubricato per decenni dalla storia tedesca, mentre è stata accreditata e alquanto soppravalutata una presunta reistenza di settori cattolici e alto borghesi (Stauffenberg, la Rosa Bianca), perchè si doveva occultare che c'era stata in Germania anche una attiva resistenza comunista che non aveva mai smesso di agire. In sostanza gli anglo americani, mentre stavano finendo di combattere una guerra ne avevano già iniziata un'altra. Al comune di Buchenwald, che aveva già eletto i propri rappresentanti dopo l'insurrezione, i liberatori americani imposero come borgomastro un vecchio rottame conservatore, cancellando manu militari la decisioni popolari e così avvenne da altre parti. Anche in Italia, peraltro, le trame atlantiche cominciano nel '44, quando si capì che la Guerra con il nazifascismo era ormai vinta e si trattava solo di una questione di tempo. 10 ottobre. Il silenzio del governo tedesco su Lampedusa è finito. Le dichiarazioni molto critiche di Shultz, presidente del Parlamento europeo e possible ministro degli esteri di un governo di Große Koalition erano passate un po´ inosservate, visto il ruolo istituzionale che ricopre, ma la dichiarazione di seguito che riporto, mette fine al clima di cordoglio unanime, ma pone anche fine alla retorica. «Il ministro degli Interni Hans-Peter Friedrich (Csu) ha usato ben altri toni», ha sottolineato la Tageszeitung. «Ha escluso un ripensamento delle regole che governano la politica europea sui rifugiati, ha chiesto l'inasprimento delle pene per i trafficanti di uomini e respinto l'accusa rivolta all'Ue di rinchiudersi nei propri confini». Solo la Germania ha concesso quest'anno rifugio a 80 mila profughi. D'altronde, ha scritto la stessa Taz in un commento, su questo argomento nessun Paese europeo sembra essere esente da ipocrisie ed egoismi: «Le richieste di aiuto dell'Italia a Bruxelles sono legittime, ma a volte appaiono come misere scuse, giacché il Paese, alla fine, non è gravato dal flusso migratorio più di altri Stati membri, al contrario. Finora Roma ha concesso accoglienza ufficiale a 65 mila profughi contro i quasi 600 mila della Germania. In più l'aiuto si esaurisce solo ai rifugiati provenienti da Eritrea, Somalia e ora Siria e, una volta ottenuto il permesso, il rifugiato deve decidere da solo dove sistemarsi senza che gli venga assegnata una residenza, del denaro o adeguata assistenza sanitaria. Al fondo di questa politica c'è l'auspicio che i rifugiati decidano di emigrare ancora in altri Paesi europei, dove le condizioni assicurate sono migliori». Per risultare credibile nell'intento di umanizzare la politica europea sui rifugiati, ha concluso il quotidiano berlinese, l'Italia deve saper mettere mano anche alla sua stessa legislazione. Fatte salve le ragioni di politica interna che possono avere in parte ispirato questo comunicato, esso contiene però alcune indubbie verità. Fra l'altro gli arrivi di profiughi dalla Siria sono continui ogni giorno in Germani, arrivano due aerei la settimana. Nella sua parte finale il comunicato tedesco mette in evidenza quello che è il vero probmea italiano: la legge Bossi Fini e la presenza di nazisti mascherati come Borghezio, Salvini e altra teppaglia. Liberarsi di questi e della legge è il primo passo. 11 Ottobre. Il premio Nobel per la pace rimane il più scandaloso di tutti e quello dove avvengono le cose peggiori anche quando viene assegnato a chi lo merita più di altri. Ci sono pochissime eccezioni e anche quest'anno si conferma questo giudizio. Può darsi che l'Opac sia formata da persone oneste e dedite a una causa che in apparenza sembra condivisibile, come quella della messa al bando definitiva delle armi chimiche e la distruzione dei loro arsenali, ma di fatto si presenta come una delle tante istituzioni occidentali, autonome ma fino a un certo punto, che hanno una funzione oblativa rispetto al senso di colpa collettivo. È un attegiamento che viene da lontano addirittura dal 1492, quando iniziò l'immigrazione illegale come si è ricordato ironicamente qualcuno in questi giorni. Anche allora, dopo le truppe di massacratori degli indigeni, arrivano i preti a battezzare i morenti e a distribuire caramelle ai vivi. Fra l'altro, che l'Opac sia stata premiata dopo l´intervento in Siria è ancora più sospetto: è credibile che Usa, Russia e altre potenze non abbiamo armi chimiche nei loro arsenali? Da dove veniva l´antrace distribuito in polvere ai senatori e congressisti americani che mettevano in dubbio le versioni sull'11 settembre? E il polonio con cui sono stati uccisi agenti russi dissidenti, da dove viene? L'Opac andrà a mettere il naso anche in quegli arsenali? Siamo noi occidentali ad avere le armi più terribili, siamo noi a venderle a tutti i combattenti di tutte le guerre. Passato il breve periodo in cui furono gli arsenali degli ex paesi socialisti a finire nelle mani di bande criminali e terrorismi vari, è di nuovo l'Occidente tutto a garantire il novanta per cento delle forniture belliche al mondo intero. Con la guerra asimmetrica, poi, tutto questo diventa sempre meno controllabile. L'Opac è peraltro legata all'Onu, seppure con sede all'Aia come altre istituzioni di dirtito internazionale volute dall´Unione europea, con un intento vagamente critico nei confronti degli Usa, ma sostanzialmente impotente a contrastarli. E l'Onu è un organismo talmente screditato per la doppia misura che usa nei confronti di Israele rispetto a tutte le altre nazioni, da renderlo di fatto fuori gioco. Del resto la storia dei premi Nobel per la pace è piena di orrori o di scelte grottesche, ultima quella di assegnarlo ad Obama, seppure come incoraggiamento. A questo punto potevano dargliene anche un secondo e darlo anche a Cameron, oppure al parlamento inglese, che certamente hanno avuto un ruolo maggiore di altri nel fermare, almeno per il momento, la guerra di Siria. Il problema è l'equivoco di fondo sui si basa l'attribuzione del premio, un equivoco mai sciolto neppure nei momenti migliori. Due esempi storici famosi: Kissinger e Le Duc Tho per il trattato di pace fra Usa e Vietnam e quello attribuito a Rabin e Arafat. In entrambi i casi, se si parte dal concetto che sia sufficiente mettere una firma congiunta su un documento che stabilisca un trattato di pace, avrebbero potuto assegnarlo il Nobel, anche all´amiraglio Donetz che firmò la capitolazione della Germania senza condizioni alla fine della seconda guerra mondiale! Nel caso di Kissinger e le Duc Tho, inoltre, la firma su quel documento era niente altro che una foglia di fico: gli Usa se ne andavano perchè avevano perso la guerra, non perchè avevano voluto la pace! Quest'anno ci sarebbero comunque stati candidati forti se volevano lanciare un vero segnale: la popolazione di Lampedusa, Malala, compensata dal premio Sachkarov, visto che non le hanno dato il Nobel, ma anche le madri e sorelle courage Moretti, Cucchi e Uva. Tuttavia, anche in questo caso, l'ambiguità non si sarebbe sciolta. Meglio abolirlo il Nobel per la pace. 12 ottobre. La logica non va scambiata con la razionalità e con la ragione, concetti fisoloficamente francesi, mentre la logica è filosoficamente greca o tedesca. 19 Ottobre. Non hanno mandato in onda altre puntate sulla Guerra giorno per giorno e questo aumenta la sensazione che si sia trattato di una colossale operazione propagandistica. 20 Ottobre. Ultima sera a Berlino e una grande e bella sorpresa: una non stop verdiana mandata in onda dal canale ARTE. Interviste a Busseto nelle osterie, alcune sequneze del bellissimo sceneggiato della tv italina andato in onda anni, fa e naturalmente la musica, fino alle due perle finali: la messa da requiem diretta da Baremboim dalla Scala di Milano e il Nabucco diretto da Muti con un piglio da tarantolato dall'Auditorium di Roma; ma prima c'erano stati anche Abbado e von Karajan. Non ho francamente visto in Italia un fervore tanto grande quanto qui rispetto all'anno verdiano e wagneriano. Fra l'altro ho la sensazione che a Verdi sia stato lasciato l'onore del primo posto.

domenica 27 ottobre 2013

La morte di Lou Reed

Lou Reed, morte di un gigante Se ne va così Lou, in una tiepida domenica d'ottobre, in un silenzio pomeridiano che si scioglie nella mestizia dei messaggi d'affetto in ogni dove. Redazione domenica 27 ottobre 2013 20:47 ilfattoquotidiano.it Commenta di Alberto Asquini. "You're going to reap just what you sow" Come lo spieghi Lou Reed? Come? La risposta è semplice: non lo spieghi. Ascoltatevi "Transformer", ascoltatevi "Berlin", dischi che hanno creato un solco profondissimo nella musica. Che l'hanno squarciata, rivelata, segnata. Se ne va così Lou, in una tiepida domenica d'ottobre, in un silenzio pomeridiano che si scioglie nella mestizia dei messaggi d'affetto in ogni dove. Tanto se ne legge su internet che d'improvviso si fa luogo quasi familiare e caldo, altresì ricevo telefonate da mia madre. Così le generazioni si riuniscono, creando un fil rouge nella notizia di una morte che unisce cinquant'anni di musica e persone. E' stato, più di ogni altro, una rockstar dal volto umano. Le sue rughe segnavano un viso sempre vivido, occhi che parlavano e una voce che stendeva. Che vuoi dire dei Velvet Underground, che si vuol dire di quella chitarra tagliente? Che senso ha farne l'esegesi sull'importanza storica, ora? Ogni parola è superflua. E allora, chissenefrega di mille parole sul nulla su un genio che se ne è andato. Chissenefrega di tutto e pure delle mie lacrime proprio ora all'ascolto di una sua canzone. L'unico mio perfect day è quello in cui ho conosciuto la tua musica. Grazie Lou. Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/27/lou-reed-morte-di-gigante/758345/. ________________________________ Torna alla Home Page

mercoledì 2 ottobre 2013

Agenda di scrittore: romanzo

22 settembre. Finalmente le elezioni tedesche sono arrivate e sono finite come dovevano finire: con la prevedibile vittoria della Merkel e la nuova probabile Größe Koalition Vedremo cosa si inventeranno adesso quelli che aspettavano le lezioni tedesche. 23 settembre. Due giornate berlinesi diverse, fra prove teatrali, uscite pomeridiane e cene: tanto lavoro e nello stesso tempo tanta liberta´. Le due cose, infatti, non sono in contraddizione, ma il tempo di certo non bisogna sciuparlo, perderlo in inutili incontri e salamelecchi, come recita una stupenda poesia di Kavafis che invita a non far divenire la propria vita una estranea a se stessi. Con Laura, Angela e Gian Piero si sta cecando di dare la vita a un testo, cioe´ portarlo sulle scene a teatro... e il teatro infondo e´ proprio dare vita, portare alla luce quello che ancora non ha trovato la sua forma definitiva. Per farlo, pero, ci vuole il suo tempo e anche un modo di fare artigianale, lontano dalla corsa sfrenata di certe produzioni montate in fretta. Oggi tutto funziona cosi´ tranne che per alcuni grandi professionisti a tempo pieno. Nel mezzo, tutto un mondo che spesso corre a vuoto. La cultura puo´ rinascere sul serio solo tornando a essere un po´ piu´ artigiana, parola che deriva in fondo da arte. Berlino, peraltro, ci ha messo del suo, visto che nell´arco di poco tempo ha dato uno spaccato del suo tempo atmosferico: pioggia pungente, poi nubi che si rincorrono in un cielo sempre romantico e sublime, secondo i canoni ottocenteschi della “bellezza terrificante”, poi persino il sole: infine alcune sue parti, come il memorial a cielo aperto e il museo sotterraneo della Shoah accanto alla porta di Brandeburgo, che siamo riusciti a visitare anche se a prima vista sarebbe parso impossibile farci stare cosi´ tante cose in due giorni e mezzo... eppure! Tutto troppo breve... o forse no: da ripetersi piuttosto, senza fretta, come si gusta un vino che non e´ da tutti i giorni! 26 Settembre. Oggi, durante il corso, ho avuto l´ennesima conferma che Berlino e´ un luogo del tutto particolare anche per i tedeschi. La nostra insegnante ci ha raccontato che quando in una famiglia ci sono un figlio o una figlia un po´matti (verrükt), che non vuole dire semplicemente pazzerellone, ma qualcosa di piu´ (in italiano potrebbe stare per trasgressivo, senza regole o anche matto), i genitori e specialmente le madri lo apostrofano cosi´: “Figlio mio, tu sei pazzo, devi andare a Berlino.” 29 Settembre. Dopo Italia e Germania (non ancora varata ma prevedibilissima), ecco la Große Koalition anche in Austria. Le maggioranzre anomale crescono a dismisura e in paesi important e questo e´ un altro segno dello svuotameneto della democrazia in Europa. Quando una situazione che tutti riconoscono di emergenza diviene la regola, significa che il sistema e´ entrato in una fase patologica. L´Italia ha fatto da battistrada in questo frangente, a riprova del fatto che non esiste un´anomalia italiana rispetto ai temi di fondo della polticia europea: certo c´e´ una rappresentazione tutta italiana del dramma che rischia sempre di trasformarlo in operetta, ma dramma rimane e anche tragedia, come in Grecia; ma lo stesso si puo´dire di altre rappresentazioni sceniche che hanno la loro peculiarita´ cosi´ come quella italiana ha la sua. Anzi, l´Italia potrebbe addirittura indicare un modello e non sarebbe la prima volta. Non fu forse Mussolini il grande maestro di Hitler? Che poi quest´ultimo lo abbia superato in quanto allievo e´ un altro discorso. Il mito dell´anomalia itliana, cosi´ come quello ´positivo´ che si estrinseca nel titolo di un film che e´ diventato un luogo comune e cioe´ “italiani brava gente”, nascondono entrambi una cultura subalterna, alimentata da sempre dalla peggiore classe dirigente e dalle sue subculture, che si nutre allo stesso tempo di scarsa autostima e continua auto commiserazione, cui segue puntualmente, un altrettanto miserando e sottaciuto senso di superiorita´ (sotto sotto vi freghiamo sempre). Questo atteggiamento non e´ mai stato quello dei grandi intellettuali italiani e neppure quello delle forze politiche degne di questo nome (I liberali di Giolitti, il meglio del socialismo delle origini, Il Pci, la stessa Democrazia Cristiana o il Partito D´Azione), ma vive in quello spazio ampio - purtroppo - di una societa´ civile spesso piu´ corrotta della politica e in quello altrettanto pericoloso del sovversivismo delle classi dirigenti italiane, di cui parlava Gramsci: fatto di furbizia meschina, di cialtroneria e ignoranza. Un esempio recente di tale atteggiamento e´ proprio la sotto cultura leghista e basta pensare alla tragicomica questione degli investimenti in Zimbawe per comprenderlo; per non parlare di chi paragona Berlusconi a Gramsci! 30 settembre. Le grandi coalizioni nascondo perche´ le differenze fra i partiti sono cosi´ irrilevanti da non indicare piu´ scelte alternative reali, ma se mai sensibilita´ leggermente diverse su alcuni temi, a volte importanti e a volte marginali. In secondo luogo le grandi coalizioni diventano indispensabili anche per un´altra ragione. Il pensiero unico riduce le scelte fino ad azzerarle, ma non puo´ arginare la disaffezione dei popoli se non cercando l´arroccamento: tutti uguali, tutti insieme, per morire il piu´ tardi possibile, trascinando nella propria morte le societa´ civili i popoli, tutti.

sabato 14 settembre 2013

Agenda di scrittore. Romanzo.

4 settembre. Di nuovo a Berlin, la citta´ sta lentamente cambiando e si cominciano a sentire sul serio anche qui gli effetti della crisi europea. L´aumento consistente dei mezzi di trasporto (sebbene non siano stati praticamente toccati gli abbonamenti per studenti e altre fasce protette), la sempre piu´ scarsa manutenzione di scale mobili e altri accessori legati alla rete metropolitana, un aumento visibile di barboni in alcune parti della citta´. Si vive sempre bene qui, intendiamoci, ma i segni del mutamento ci sono tutti. Parlo con lavoratore serbo che vive qui da tempo. Fuggito dalla guerra civile jugoslava ed emigrato qui con famiglia, dopo essere passato da Italia, Francia, Olanda. Oltre la serbo crato parla benissimo altre tre lingue (italiano, olandese e inglese) e solo discretamentei il tedesco, tanto che vuole frequentare un corso al Goethe. Fa ogni genere di lavoro che abbia a che fare con la manutenzione degli alloggi. “Fra due anni vado via…” “Perche´, lavori bene qui…” “Si ma fra due anni tutto finito…” “Non esageri un po´?” “Prima io lavoravo sempre, avevo troppo lavoro adesso a volte sto fermo per un mese… e´ per questo che sono andato a Parigi con mia moglie mia figlia… non avevo niente da fare…Parigi e bellissima.” “E dove torni?” “A casa in Serbia…” Lui e´ un termometro molto sensibile proprio per il lavoro che fa… Due anni? Vedremo. Fra un tema e l´altro si ricade sulla politica, ho la televisione accesa e arrivano notizie sulla guerra di Serbia. Si fa o non si fa? “Gli americani non sanno fare altro… la guerra, mi ricorda quello che e´successo con la Serbia.” “Ti riferisci alla guerra per il Kossovo? “ “Si´” Evito di dirgli che quella guerra fu forse voluta con altrettanta forza dagli europei e che fra l´altro ha avvantggiato non poco la Germania…” Continuiamo a parlare e mi rendo conto di quanto prestigio goda Putin verso gli slavi, non solo verso di lui. Lo avvertono comunque come un leader che resiste allo strapotere americano, anche se poi aggiunge che “I russi sono il peggio.” Dopo un lungo giro si ritorna alla Germania e io accenno ala saccheggio di Croazia e slovenia… “Certo e´ tutto loro la costa corata se la sono presa Serajevo e´ tedesca e la Slovenia pure…” “Il programma di Hitler…” “Certo e senza sparare un colpo!” “Pero´ a Berlino si vive ancora bene dai!” “Si´ si´ si vive ancora bene pero´ arriva troppa gente qui, ci sono troppi spagnoli, bulgari e rumeni.” “E gli italiani?” “Troppi anche quelli pero´ avete un atteggiamento diverso, io giovani itlaiani che vengono qui hanno volgia di fare si impegnano, non sono maleducati come gli altri.” 5 Settembre. La campagna elettorale, in compenso e´ di totale monotonia. L´esito e´ scontato, se mai bisogna vedere di quanto vince la Merkel e se per farlo si mangera´ i suoi alleati del partito liberale trovandosi poi in una situazione imbarazzante. L´attesa degli altri governi Europei per cio´ che potrebbe venirne dalle elezioni tedesche si rivela per quello che e´: un comodo espediente per non prendere decisioni. Ma tanto il mondo intero adesso e´ intento a giocare con la Guerra siriana, in attesa delle decisioni di Obama. 6 Settembre. Il Papa d´accordo ha gli strumenti che ha e Francesco li sta usando, ma questa del digiuno poteva risparmiarsela. Sara´ l´occasione per la solita sfilza di adesioni pelose da parte di chi dietro le quinte sta preparando non una guerra soltanto, ma piu´ di una. Non digiunero´ di certo. 7 Settembre. I sondaggi piu´ recenti sulle elezioni tedesche danno I seguenti dati. . CDU: 41/41/40/40/38/41 40.2 SPD: 25/25/22/25/26/25 24.7 Grüne: 13/14/15/15/14/14 14.2 Linke: 8/ 8/ 8/ 7/ 7/ 7 7.5 FDP: 5/ 5/ 6/ 4/ 6/ 5 5.2 AfD: 2/ 2/ 2/ 3/ 3/ – 2.4 Piraten: 3/ 2/ 2/ 3/ 2/ – 2.4 Come era prevedibile la Merkel rischia di mangiarsi i proprio alleati della FDP (liberali) che il trend indica ancora verso il basso e quindi a rischio di quorum. Se andranno cosi´ con chi governera´la Merkel? In compenso pare che circoli una specie di documento clandestino nella base della spd che suona cosi´: mi date una ragione per votare il nostro candidato? 8 settembre. La prima serata del sabato sera in tv non tradisce davvero mai e per chi e´ poco amante della baldoria confusa del fine settimana e´ una grande risorsa. Il canale arte, ieri sera, presentava uno spettacolo spagnolo, di cui mi e´ sfuggito il nome del regista, imperniato sulla musica di Verdi e di Wagner. Le celebrazioni sono tante e diverse, ma questa e´ stata davvero particolare. Musicalmente la scelta era chiarissima: ridurre le distanze fra i due grandi compositori, indebitamente accentuate da polemiche storiche diventate un poco ridicole. Verdi e Wagner sono piu´ vicini di quanto non si sia portati a credere e non in aspetti marginali, bensi´ centrali della loro produzione. Il cuore del confronto era imperniato, infatti, sul dies irae dalla Messa da requiem e da una combinazione wagneriana che oscillava fra la cavalcata delle valchirie e poi l´ingresso degli dei nel Walalla. Tale tema di fondo veniva ripreso come un refrain, mentre in scena un corpo di ballo numerossimo interpretava la partitura musicale secondo canoni di danza moderna, di grande intensita´. Ci voleva un po´ pero´ per capire che esso, in realta´, era diviso in due parti distinte: da un lato un numero ridotto di danzatori e danzatrici che si distinguervano dagli altri sempre di piu´, poi una massa apparentemente anonima ma che nel corso delle spettacolo si veniva sempre meglio precisando. Insomma i due gruppi rappresentavano gli umani e gli dei, con un gioco di rispecchiamento continuo che, a partire dal tema musicale prescelto si arricchiva strada facendo di altri brani musicali, citati a volte rapidamente. La scelta pero´ piu´ geniale, a mio avviso, stava nel costringere la potenza degli dei wagneriani e germanici a rispecchiarsi nelle conseguenze di tale potenza, cioe´ negli effetti che la loro bellicosita´ ha avuto e ha sulla storia. In sostanza, come nell´angelo di Benjamin che corre sempre in avanti, ma ha gli occhi sulla nuca, per cui vede la distruzione che lascia dietro di se´, nel nostro caso, ogni volta che la cavalcata delle valchirie raggiungeva il suo acme, il secondo movimento del dies irae veniva a interromperla con la sua tragica potenza, ma tutta rivolta all´umano. Gli dei erano cosi´ costretti a guardare questa umanita´ devastata dalle guerre, che grida tutto il suo dolore in modo corale. Nel momento in cui dovrebbero entrare nel Walalla cominciano a tremare e la bravura dei danzatori tocca qui dei vertici assoluti. Lo smarrimento e´ totale finche´ la partitura wagneriana ricomincia, ma dal tono piu´ basso. Gli dei si aggirano in mezzo agli umani - sperduti - finche´ un attore (ci sono pochissime battute in tutto lo spettacolo, a parte nel finale una voce fuori campo, poi in campo, che commenta e che mi e´ parsa la sola nota non riuscita del tutto), domanda loro: “Ma voi chi siete?” Posti a contatto con l´umano gli dei tacciono, hanno gli occhi sbarrati, ma sono costretti a vedere e allora in una scena corale bellissima gli umani si spogliano, piu´ meno parzialmente e lasciano intravedere sul corpo le ferite della storia, il sangue, i segni dei numeri dei numeri sul braccio nei campi di concentramento, i vestiti laceri strappati, le donne violentate. La scenografia pero´ e´ molto delicata, tutto cio´ lo si vede attraverso segni visibli ma discreti. Alla fine i due gruppi si mescolano, gli dei continuano ad avere uno sguardo sbarrato e sostanzialmente cieco, ma vengono in qualche modo integrati nel gruppo. Quando esso si ricompone in una scenografia che cita in modo pressocche´ letterale il quarto stato di Pelizza da Volpedo, il coro del Nabucco conclude di fatto lo spettacolo, sebbene ci sia ancora una coda finale che a me e´ parsa ridondante. Tuttavia, credo che in tempi di poverta´ di pensiero e di arte come questi, bisogna essere generosi con le opere generose e questa lo e´ di certo. 12 settembre. Mi ha colpito il modo diverso con cui la televisione tedesca ha ricordato e celebrato i due undici settembre: il colpo di stato in Cile del 1973 e quello del 2001. Partiamo dal secondo. A parte il breve servizio del telegiornale che inquadrava un Obama invecchiatissimo di fianco alla moglie, a John Biden e credo a Kerry, in silenzioso raccoglimento nel giardino della casa Bianca, il giorno undici in prima serata e´ andato in onda un curioso programma che comprendeva tre diversi servizi su altrettanti casi che il commentatore affermava essere per nulla chiariti nella loro dinamica. Il primo era proprio sull´11 settembre del 2001 e venivano messe in evidenza tutte le contraddizioni della versione ufficiale dei fatti. Gli altri due erano nell´ordine: sul primo sbarco statunitense sulla luna del 1969, di cui si mostrava isistentemente la bandiera americana svolazzante mentre in assenza di gravita´ e dunque di vento dovrebbe essere immobile e poi un servizio su Paul Mcartney, del quale posso dire poco perche´ il mio tedesco, migliorato, ma ancora claudicante, che mi ha sorretto negli altri due servizi in quanto conoscevo molto bene tutta la stoira e le confutazioni, mi ha in questo caso semi abbandonato. Dai riferimenti successivi a Jim Morrison e a Elvis Presley, mi e´ tuttavia parso di capire che si mette in dubbio che il buon Paul sia veramente lui; ma potrei avere compreso male. 13 settembre. L´ampio servizio sul golpe cileno del ´73, sempre in prima serata, e´ andato in onda il 12. Oltre alla ricostruzione storica puntuale e onesta, mi hanno colpito le interviste e anche alcuni retroscena che non mi ricordo di avere visto neppure in passato in analoghe trasmissioni andate in onda in Italia. In particolare quelle a uno degli organizzatori – diciamo - tecnici del golpe stesso, a un vecchissimo Luis Corvalan che all´epoca era il segretario del partito comunista cileno, una meno importante, ma comuqnue interessante, ad Altamirano, dirigente della sinsitra socialista. Sullo sfondo le testimonianze di Isabel Allende, insieme a filmati d´epoca molto belli. Dall´intervista all´organizzatore del golpe non sono emerse eclatanti novita´, se non la tranquilla conferma di cio´ che si sapeva e cioe´ il ruolo preponderante che la Cia ebbe nel rovesciamento del presidente Allende, delle provocazioni continue cui fin dall´ inizio il governo fu sottoposto: una vera e propria strategia della tensione che sarebbe poi culminata nello sciopero selvaggio degli autotrasportatori, che fece precipitare la situazione. Pinochet, nelle ricostruzioni (anche da quelle di sinistra) appare una sorta di sfinge piu´ che un attore principale, mentre viene sottolineato maggiormente il ruolo del democristiano Frey. Pare sia vero che Pinochet si fosse opposto fino all´ultimo al colpo di stato cercando di salvaguardare la tradizione cilena di non intervento delle forze armate e che si fosse deciso invece a prendere il comando nel momento in cui aveva compreso che gli americani avrebbero fatto comunque da soli, scavalcando lo stesso esercito e facendo ricorso alla destra estrema dentro e fuori le forze armate. Questo spiegherebbe il fitto dialogo che fino all´ultimo Allende mantenne con il generale. Cio´ non cambia nulla ai fini delle sofferenze del popolo cileno, della brutale repressione di tutto cio´ che ne consegui´, ma chiarisce molto bene il concetto di sovranita´ limitata cui non solo il Cile ma tutti i popoli minori facenti parte per ragioni geopolitiche di uno schieramente oppure dell´altro, erano sottoposti in egual misura. In sostanza non erano soltanto i paesi minori appartenenti al patto di Varsavia (l´Ungheria per esempio), a non poter varcare certi limiti politici, ma anche quelli formalmente democratici dell´occidente; tutta la guerra preventiva (perche´ di questo si e´ trattato e non di una generica strategia della tensione), messa in atto in Italia, dal 1949 in poi, fino all´uccisione di Aldo Moro, si iscrive nello stesso solco. Credo che il colpo di stato cileno sia stato l´ultimo violento ma anche tradizionale precipitato della guerra fredda ma anche una cerniera con l´epoca successiva di neoliberismo rampante. Qualcuno lo ha scritto in questi giorni, ma secondo me in modo semplificato. Trovo che il golpe cileno sia stato il frutto di una divisione di compiti fra attori diversi e convergenti. Mentre Frey si faceva mediatore e garante dell´esperimento neoliberale dei Chicago Boy, ai militari veniva consegnato il paese. Il patto era che nesusno dei contraenti dovesse invadere il campo dell´altro. C´e´ una battuta sintetica nel film La casa degli spiriti, tratto dal romanzo di Isabel Allende che lo spiega molto bene. Un fazendero e parlamentare di destra o democristiano pentito si reca dai militari per chiedere notizia di un desaparecido. Trova un ufficiale che lo guarda con commiserazione e allora lui perde la pazienza, chiede rispetto e dice in sostanza che erano stati loro, i politici, a creare i rapport economici che rendevano possible l´ attuazione del golpe. L´ufficiale gli risponde con strafottenza: “Ecco continuate a occuparvi di economia, ma il paese lo avete dato in mano a noi.”

sabato 31 agosto 2013

Agenda dscirttore: romanzo. Capitolocinquantunesimo.

CAPITOLO CINQUANTUNESIMO.


Avete idea, una qualche idea del perché di questa scelta”
In quel momento si sente sbattere la porta d’ingresso: è Sigfried che rientra precipitosamente in casa insieme alla madre Annelore, mentre Johann si aggira per la stanza, scurissimo in volto. Si abbracciano, poi lui intima il silenzio e sotto voce li informa che Gunther sta parlando proprio con Galileo.
E il clima come è?”
La risposta di Galileo è molto lunga, Gunther scuote più volte il capo in segno di assenso, poi si salutano in fretta.
Non poteva più continuare, stanno iniziando.”
Fuori sono preoccupati, in centro si sono arrestati tutti davanti ai monitor, girano le voci più fantasiose, ma si rende conto che diavolo ha combinato Narlikar?”
Lo ha fatto apposta, questo è evidente… ma perché”
Si siedono tutti in cerchio su divano e poltrone.
Che ti ha detto Galileo…”
Prima un’altra questione: ho sentito gli altri giornalisti, a questo punto che ci tengano fuori non è più tollerabile, sta girando una petizione che è anche una protesta durissima, vogliamo andare là dentro, tutti.”
Calma, calma Gunther, tu sei più utile fuori…”
Ci ho già pensato e ho parlato con Wang.”
Alla notizia tutti tirano un respiro di sollievo.
E lui?”
Entusiasta come sempre, molto onorato e…”
Sì, va bene ma ci capisce qualcosa questo cinese?”
Eccome, non trattatelo male, sarà qui fra poco naturalmente se siete d’accordo, gli ho detto che prima di farlo venire dovevo per forza discuterne con voi.”
Va bene, chiamalo subito” afferma decisa Annelore, poi aggiunge “E sua moglie?”
Gunther rimane un momento interdetto, poi “Non me ne ha parlato, vuole dire che viene solo..”
Ma no, non te ne ha parlato perché è uno molto discreto, senti un po’, dai retta a me, chiediglielo.”
L’attesa è breve: “Sì avevi ragione, arriva con lei… Aspettiamo che siano qui poi vi dico di Galileo.”


lunedì 26 agosto 2013

Interista comunista come me.


SCAFFALI · «PENSARE IL CALCIO» DI ELIO MATASSI, PUBBLICATO DALLA CASA EDITRICE IL RAMO
Nelle tenebre neroazzurre
ARTICOLO - LUIGI CAVALLARO

Una stagione amara che rappresenta in realtà una «cifra esistenziale» ciclica nella storia dell'Inter Una squadra affetta dalla sindrome dr Jekyll e mr Hide, tra mesti tramonti e grandi vittorie
Lo confesso: mi sono sentito veramente incapace di scrivere della seconda parte dell'ultima stagione nerazzurra. Troppo amara la delusione dopo il bel calcio ammirato fino al 3 novembre scorso e troppe le variabili di cui dar conto per riuscire a spiegare in che modo una squadra che era riuscita a insidiare il primo posto in classifica dei bianconeri, andando a stravincere in casa loro, sia stata da quel momento in poi protagonista di una rotta sempre più rovinosa, al limite del grottesco. Troppe e senza alcun filo evidente che le connettesse le une alle altre. Mi aiuta adesso un librino di Elio Matassi, filosofo e interista, intitolato Pensare il calcio (Il ramo, pp. 98, euro 15). In effetti, se si prescinde dal piazzamento e dal numero di sconfitte (trattasi di record negativi, il primo per l'era Moratti, il secondo per i campionati a 20 squadre), la stagione 2012-2013 non è stata dissimile da molte altre dell'Inter. Nata per scissione dal Milan, sotto il segno dei Pesci, la squadra nerazzurra - ricorda Matassi - ha da sempre abituato i suoi tifosi all'alternarsi di impennate gloriose e cadute rovinose: imprevedibili le une e le altre, e sempre maturate in un brevissimo torno di tempo. Una specie di alternanza tra Dr. Jekyll e Mr. Hyde, che ha reso quella nerazzurra l'unica squadra per la quale l'aggettivo «pazza» è usato davvero a proposito. Questa cifra «ontologica» ha costituito per lunghi anni un orizzonte tendenzialmente intrascendibile. Un destino , saremmo tentati di dire, in cui tesi e antitesi (cioè vittorie e sconfitte) si ricomponevano immancabilmente in una «sintesi» il cui significato ultimo stava nel riconfermare eternamente che c'era stata, e c'era, un'unica, sola, vera «Grande Inter»: quella degli anni '60 di Moratti (padre) ed Herrera. Qualcosa che ricorda assai da vicino la freudiana «coazione a ripetere», dalla quale, com'è noto, non si esce mai: giusto come dalla totalità dialettica hegeliana, che non a caso Kojève, nei suoi seminari parigini degli anni '30, accostava all'idea della morte. L'impressione è che Andrea Stramaccioni, il giovane tecnico nerazzurro giubilato a fine stagione, sia rimasto per l'appunto prigioniero di questo destino. Ereditata dalle gestioni precedenti una rosa che vedeva in posizione centrale molti (troppi) ultratrentenni, il mister ha dovuto improvvisare una preparazione atletica tale che i carichi di lavoro imposti ai più «giovani» non logorassero ulteriormente i corpi già spremuti dei «vecchi»: una cosa praticamente impossibile, che avrebbe richiesto - per dirla con un'altra suggestione di Matassi - che la dialettica fra le ragioni degli uni e quelle degli altri si componesse non già in una sintesi «conciliante» à la Hegel, ma semmai con un'estremizzazione delle differenze à la Benjamin. Così non è stato e, complici le lunghissime ferie natalizie, al «picco di forma» conseguito a metà novembre ha fatto seguito uno strabiliante calo atletico, reso palese negli scontri con squadre anche non eccelse per qualità ma che, semplicemente, correvano. Lo 0-4 patito contro la Fiorentina, sotto questo profilo, non ha raccontato un storia differente rispetto all'1-3 contro il Siena o allo 0-2 con il Cagliari, né rispetto agli otto gol (otto!) rimediati nel doppio confronto con l'Udinese: non appena gli avversari giocavano in velocità, l'Inter andava in sofferenza; per contro, ove messa in condizione di giocare sui ritmi che sapeva reggere (e cioè, abbastanza compassati: un po' come nelle partite che vedevamo da ragazzi), la squadra mostrava qualità a sufficienza per impensierire qualunque avversario, come è successo non solo contro il Chievo o il Parma, ma anche nel secondo tempo della partita di ritorno col Milan o nello sfortunato quarto casalingo di Europa League contro il Tottenham. Il lunghissimo corteo di infortuni patiti dalla rosa nerazzurra (oltre 40) ha certificato questa realtà, costituendo inevitabilmente il tecnico a primo responsabile del disastro: perché se è vero che la squadra è - per dirla ancora con Matassi - una totalità che viene prima degli undici giocatori (più il parco riserve) che la compongono, non è meno vero che il primato olistico della squadra vale solo fintanto che non la si assuma come «totalità autosufficiente», alla maniera in cui gli economisti borghesi si illudono (e ci illudono) che funzioni il mercato concorrenziale, ma come totalità pianificata : ciò che, dopo la «Grande Inter» di Herrera, solo Mourinho ha saputo ricreare, redimendo - ha ragione, qui, Matassi - l'Inter dalla sua coazione a ripetere e trasformandola da vittima predestinata in vincente incondizionata. Non così Stramaccioni. «Aziendalista» fino in fondo, poco importa se per scelta o per necessità, ha avallato tutte le decisioni passate sulla sua testa, finendo per restare prigioniero della stessa impasse in cui Moratti (figlio) è precipitato dopo il magico 2010: continuare a vincere, cancellando la memoria della «Grande Inter» di suo padre, o usare il paravento del Fair-play finanziario per tirarsi progressivamente indietro e lasciare che la storia torni a ripetersi sempre uguale? Come si sa, l'uomo è indeciso a tutto, e trattandosi au fond del rapporto con il Padre è ben comprensibile. Nel frattempo, ci è toccato assistere al mesto tramonto di campioni del calibro di Zanetti, Cambiasso, Stankovic, Milito, Samuel e Chivu, ultimi reduci della gloriosa «tripletta» di appena tre anni fa, che hanno disputato partite sempre più mediocri e penose: un inglorioso canto del cigno di una generazione di atleti, che per molti versi ha ricordato la tristissima avventura degli azzurri vicecampioni del mondo al Mondiale tedesco del '74, immortalata da Giovanni Arpino nel suo struggente Azzurro tenebra . Non è certo un caso che nelle nuove maglie dell'Inter il tradizionale roya l blue sia stato appesantito in un midnight blue : al netto della recente e roboante vittoria in Coppa Italia contro un avversario certo non di rango, per l'Inter, al momento, è davvero notte fonda. Certo, sull'esito finale della stagione passata hanno pesato numerosi e insistiti errori arbitrali. Una cronistoria ragionata delle decisioni «sfavorevoli» che l'Inter ha subito a partire da quel famigerato 3 novembre dell'anno scorso, meglio ancora se comparata con i trattamenti ricevuti nel girone di ritorno da chi ci ha preceduto in classifica al terzo posto (ossia il Milan), mostrerebbe facilmente che - al di là degli errori individuali e collettivi commessi dai nerazzurri - quello conclusosi nel maggio scorso è stato un campionato oggettivamente scarso e che i diciotto punti di distacco tra le due squadre di Milano non testimoniano certo di chissà quale superiorità dei rossoneri nei confronti della Beneamata . Non abbiamo elementi per parlare di complotti, ma certo sovviene la «prostituzione intellettuale» di cui parlò Mourinho quattro anni fa: una prostituzione intellettuale così smaccata, così palese, da indurre in molti arbitri una faciloneria e un'approssimazione nei giudizi che mai si permetterebbero nei confronti della Juve o del Milan, che hanno ben altri mezzi (editoriali, comunicativi e di potere tou t court ) a loro disposizione e possono di conseguenza condizionarne pesantemente la carriera. Proprio qui, peraltro, soccorre l'ultima suggestione che prendiamo a prestito da Matassi: l'immagine di Mourinho che leva i pugni in alto e simula le manette. Immagine completamente fraintesa dai giudici sportivi, che vi videro l'auspicio dell'arresto dell'arbitro Tagliavento e dei suoi assistenti, e con cui invece Mourinho, quasi un Houdini redivivo, invocava il suo ammanettamento: «Ammanettatemi pure, tanto io riuscirò a liberarmi». Liberarsi, certo, dalla große Koalition anti-Inter, che recentemente ha tentato perfino di riscrivere la storia di Calciopoli, farneticando di un'assimilazione tra le telefonate di Giacinto Facchetti e quelle di Luciano Moggi. Ma liberarsi anche dalla coazione a ripetere di continuare a mimare una «pazzia» al solo fine di tornare a celebrare la memoria della «Grande Inter» degli anni '60. Il 9 marzo scorso, 105˚ compleanno della Beneamata, ho partecipato ad un festeggiamento organizzato in una trattoria milanese e alla fine della serata mi sono reso conto che di Mourinho e dell'Inter della «tripletta» non si era quasi parlato. Si direbbe solo una dimenticanza: e Freud annuirebbe, soddisfatto.

mercoledì 21 agosto 2013

EDUCARSI A VEDERE

Ghirri: voce del verbo vedere

«Capire, leggere e interpretare le immagini è come leggere o ascoltare un discorso: se non ne conosciamo la lingua per noi è incomprensibile. Bisogna partire dall'alfabeto ...». [Rita Iacomino]

Redazione
martedì 20 agosto 2013 17:25

di Rita Iacomino
Ecco che la realtà si confonde con le nostre proiezioni, natura e artificio mescolandosi formano una complessità illeggibile, il nostro sguardo annega nell'indecifrabile o soggiace al luogo comune visivo. Acquisire la consapevolezza delle leggi che regolano la visione, ci permette di affrontare le immagini, l'immagine del mondo.
Nell'ottima mostra allestita al Maxxi l'opera fotografica di Luigi Ghirri ha, tra gli altri, il merito di guidarci in un'esperienza educativa del vedere. Che il vedere sia frutto di processi fisiologici e psicologici insieme, lo sappiamo dagli studi sulla percezione visiva (Kanitzsa, Gregory, tra gli altri) i quali con metodologie e sviluppi differenti dimostrano quanto l'atto del guardare sia un processo implicante fortemente la soggettività. Vedere è anche ricordare, è anche un fatto affettivo, e può certamente essere un atto conoscitivo.
Capire, leggere e interpretare le immagini è come leggere o ascoltare un discorso: se non ne conosciamo la lingua per noi è incomprensibile. Bisogna partire dall'alfabeto, dai singoli segni elementari, svelare le leggi che regolano i rapporti tra i vari elementi, svelarne il funzionamento, la sintassi. L'opera fotografica di Ghirri ha questo forte intento metalinguistico.
Una delle principali leggi percettive riguarda ad esempio i rapporti che intercorrono tra figura e sfondo, in base alla quale su un campo visivo uno o più elementi che si distaccano da un insieme indeterminato assumono lo statuto di figure mentre il resto del campo arretra e diventa sfondo. Si tratta di un fatto complesso, qui troppo esemplificato ma sul quale è sorta la lunga diatriba tra astrazione e figurazione che ha attraversato il secolo scorso e forse mai risolta.
In molte immagini fotografiche di Ghirri l'indeterminatezza ci interroga su cosa sia sfondo e cosa figura in un'alternanza che l'occhio per ragioni fisiologiche e psicologiche accetta solo per un tempo brevissimo. Siamo costretti a scegliere cosa vedere, decidere priorità percettive. Il frequente ricorso dell'artista fotografo a tassellature spaziali o alle cosiddette immagini di controscambio, induce nell'osservatore una riflessione, un surplus di attenzione. Ghirri lavora sullo spaesamento dello sguardo permettendoci di accedere a un livello profondo dell'esperienza visiva.
Di una semplicità disarmante dal punto di vista tecnico le fotografie di Ghirri raggiungono un'altissima misura poetica funzionando come macchine di senso, e agiscono potentemente sulla memoria, sembrano reperti di un nostro mondo infantile, apparentemente semplici trasportano invece un carico di ambiguità.
Perché le immagini sono illusioni, il vero non più scindibile dal verosimile.
Un lavoro affascinante che ricorda nel metodo, nell'intento, quello impressionista. Ghirri fa con lo scatto fotografico quello che i pittori della luce e del colore hanno fatto con il pennello. Non a caso dall'operazione impressionista abbiamo tratto una prima grande lezione decostruttiva dell'immagine (e penso a Cezanne) che ha avuto le note conseguenze, passando per il cubismo, sull'arte contemporanea. Decostruire un'immagine è evidenziarne il meccanismo, trovare la struttura che regge "la rappresentazione".
C'è inoltre un armamentario di specchi vetri e riflessi nonché l'uso di reticoli grate e tassellature che ancora una volta, rendendo lo spazio rifratto e geometricamente rarefatto, infinito e bidimensionale, avvicina il fotografo ai pittori impressionisti. Naturalmente si tratta di suggestioni, l'opera di Ghirri presenta punti di tangenza con buona parte della riflessione artistica contemporanea (penso a Kosuth e ad alcune esperienze di Land Art) e a ritroso con le avanguardie storiche.
Nelle fotografie ospitate al Maxxi, divise in tre grandi filoni tematici, si snoda un percorso che partendo dall'osservazione di oggetti/soggetti artificiali in perfetta osmosi con il paesaggio urbano o naturale giunge alle fotografie di "Paesaggi" e alla sezione "Architetture". Non c'è monumentalità, le cose umane e quelle naturali giacciono su un unico piano, in una loro sconcertante evidenza, nel silenzio, senza tempo.
Guardando queste immagini si avverte come un'assenza, un certo distacco dalla cosa osservata, lo sguardo è sempre un po' in basso quasi dovesse passare attraverso un bagno purificante e ridiventare infantile. Messaggi di carta da un mondo illusorio colto sul punto di sparire per sempre, fragili come ricordi di cose appena intraviste e pronte a rituffarsi nell'oblio.

Racconto breve.

Finite le vacanze una felice sopresa. Il mio racocnto Tredici-ventuno è ora disonibile anche sulla pagina di facebook di Storie brevi, una meritoria iniziativa editoriale del gruippo espresso che ho già segnalato più volte agli autori e autrici che si cimentano con il racconto breve. Ricordo che si tratta di un sito per la narrativa visibile su smart phone, ma gli stessi racconti più letti vengono poi segnalati anche nella pagina facebook.

venerdì 9 agosto 2013

Agenda di scrittore: Romanzo. Capitolo quarantanovesimo.

CAPITOLO QUARANTANOVESIMO.

Narlikar ha superato di slancio la nuova interruzione, riaccende  in fretta il computer, sorridendo al bicchiere di aranciata che Corinne ha provveduto a mettergli sul lato estremo della scrivania. Un rapido sorso e poi una nuova videata.

Temperatura: 1027 K, pari ad un miliardo di miliardi di miliardi di °C
Tempo dopo il Big Bang: 1 centimiliardesimo di yoctosecondo (10-35 secondi)
Ma quale temperatura, quante assurdità, sbotta ad alta voce, poi smanetta più in basso...
Nell'era dell'inflazione, le oscillazioni dell'inflatone diedero origine ad una rapida ma drastica espansione dell'Universo. L'energia sotto forma di radiazione liberata da questo particolare campo di Higgs diede origine a coppie particella-antiparticella.
Ma figurarsi! Un'altra sciocchezza. Mi sa che è tutta inutile questa ricerca, non capivano nulla, si soffermavano su particolari del tutto insignificanti. Dopo un nuovo scatto verso il basso, la ricomparsa della parola diametro dell'universo  provoca un nuovo scatto iroso, seguito da un riso altrettanto compulsivo. Dopo avere inghiottito una decina di pagine, si blocca di nuovo...
In quest'era, il campo di Higgs forte aveva già separato l'interazione forte da quella elettrodebole, determinando la formazione di gluoni e di coppie quark-antiquark dalla radiazione liberatasi in seguito all'inflazione. Si ipotizza che i bosoni X e Y (se mai sono esistiti) siano comparsi in questa era. L'era elettrodebole durò circa 10-27 secondi. La sua fine fu caratterizzata dalla separazione della forza elettrodebole in interazione debole ed elettromagnetica, fenomeno determinato dalle oscillazioni del campo di Higgs elettrodebole.
Sì è da qui che bisogna d ricominciare… noi siamo andati oltre 10 alla -27 ma non abbiamo trovato nulla. Perché non abbiamo trovato nulla?
Tale quesito non lo abbandonava mai, stava diventando la sua ossessione, ma era certo che tutte le domande che lui si stava ponendo da un po’ di tempo, giravano intorno a quell’assurdità. I fisici antichi avevano infatti formulato un’ipotesi completamente diversa e cioè che quella soglia non fosse superabile perché prima di essa c’era il grande scoppio quello che anticamente si chiamava Bg Bang. Invece niente, come se fossero usciti all’ultimo momento e precipitati da qualche altra parte: un po’ come se un tale, aprendo la porta dell’ascensore, non trovasse il mezzo che si sì aspetta ma il vuoto.
Era degli adroni
Durante l'era degli adroni, l'energia termica divenne sufficientemente bassa da consentire l'interazione fra quark mediante la forza forte. I quark e gli antiquark si legarono così a formare i primi adroni.
Narlikar spegne il computer e si avvia verso la grande libreria a  muro, ma i libri cui vuole arrivare stanno tropo in alto e non se la sente di salire sulla scala. A malincuore richiama la segretaria.
“Mi spiace disturbarla cara Corinne, ma ormai questo mia zavorra di ossa non mi permette neppure di salire una scala…”
“Non si preoccupi professore, e non lo tratti così malinconicamente la sua zavorra. Vorrei avere io la sua leggerezza…”
”Già una leggerezza che rischia di spezzarsi ogni volta che viene messa alla prova…”
Aveva pronunciato quelle ultime parole con un tono che sembrava alludere al qualcosa d’altro che non al suo corpo…
“Cosa vuole che le prenda professore?”
Corinne era la sola persona che lo poteva chiamare professore, per tutti gli altri era quasi un obbligo l’uso di comandate…
“Provi nella fila più alta, sulla destra.. ci dovrebbe essere una sequenza di testi di fisica teorica di miei connazionali e poi un ultimo testo di Bohr, infine un  piccolo libro di un poeta e filosofo Rabinandhrat (come il grande poeta Tagore) e poi il cognome me lo sono scordato. È un libro che voi occidentali definireste di saggezza indiana, non mi ricordo perché diavolo lo avevo messo proprio lì ma una ragione ci deve essere stata…”
“Lei ricorda tutto professore, la invidio!”
E in men che non si dica Corinne ridiscende leggera dalla lunga scala con tutti i libri.
“Sa cosa mi dispiace di più della mia imminente dimissione da comandante? Che anche gli altri mi chiameranno professore come lei… ma vede Corinne, lei lo fece perché ammirava davvero i miei studi, mentre loro mi chiameranno in quel modo solo perché non potranno più definirmi comandante…”
“Vuole dirmi che non l’apprezzavano come fisico e studioso?” continua lei un poco scettica.
“Mi scelsero per le mie doti di buon senso e calma, le mie ricerche le snobbavano, mi ritenevano solo un ottimo tecnico… e lo ero intendiamoci, non mi è mai piaciuta la teoria astratta dovevo metterci le mani nella materia, ma a loro questo sembrava un diminuirsi… poi, certo, è la materia a farsi sempre più evanescente, per cui metterci le mani è come alzarle al cielo” Detto ciò allarga le braccia e, dopo una breve pausa, prosegue: “La prego Corinne, siamo già a metà giornata e ho dato tutte le risposte possibili; inventi lei una scusa se mi chiamano ancora, che sto dormendo è sempre una buona ragione per far venir loro sensi di colpa, infondo le danze cominceranno domani e mancano poche ore… se non fosse proprio una questione importante… vorrei non essere disturbato da qui alla cena e la prego…rimanga con me questa sera, ho bisogno di avvicinarmi alla riunione di domani con uno spirito positivo e solo lei mi può aiutare in questo…”
“Non dubiti, lo avevo già pensato.”