mercoledì 27 febbraio 2013

Dopo il voto

DOPO IL VOTO.

L'esito del voto ha generato sorpresa, rabbia, commenti sgomenti, specialmente ieri sera in rete. La maggiore sorpresa l'ampiezza della rimonta di Berlusconi, senza considerare che è il risultato di una eterogenesi dei fini, che ha pure dei risvolti non precisamente voluti e questo, fra l'altro, spiega la strana prudenza del caimano. Basta dare un'occhiata ai confronti fra i dati assoluti dei voti ottenuti ieri e nel 2008. Per il Pdl sono questi: 6.297.343 voti in meno alla Camera e 5.682.127 al Senato. Questo dato ridimensiona anche uno dei commenti più scontati di ieri sera in rete: gli italiani sono i soliti, non cambiano mai, l'anomalia italiana ecc. Nessuna forza europea ha perso così tanto elettorato da una tornata elettorale all'altra.
Il problema vero è quello che viene dopo. Il confronto fra i numeri assoluti per il Pd dà questo risultato: il solo Partito Democratico, dal 2008 a oggi, ha «perso» 3.452.606 voti alla Camera e 2.642.461 al Senato. Pur avendo perso molto meno, il Pd non è riuscito a vincere e non può imputare a nessun altro se non a se stesso, alla sua politica e alla sua campagna elettorale tale esito disastroso.
Il terzo dato, tuttavia, è il più interessante di tutti: insieme, i due partiti principali hanno perso all'incirca 10 milioni di «supporters» negli ultimi 5 anni.
Una prima osservazione, scontata credo per molti e molte di noi, ma poiché il disastro viene da lontano, fare un po' la storia forse può essere utile. Quel venti per cento di italiani e italiane (di cui faccio parte), che vide nel sistema bipolare il padre di tutte le catastrofi successive, aveva ragione. Quello fu il primo passo della demolizione del sistema democratico e della nostra costituzione materiale e formale, il primo anello della catena di una specie di legge Acerbo infinita (quella che facilitò la vittoria di Mussolini), che trova però la sua debacle in questi ultimi cinque anni. Tutto il sistema della rappresentanza è collassato, sotto il peso dell'astensione congiunto al successo dei Cinque stelle, ma questo è solo il punto terminale di un sommovimento più profondo, cui nessuno è riuscito da sinistra a porre in qualche modo argine e tanto meno rimedio.
Ora bisogna ricominciare daccapo, tenendo per me presente un doppio registro. Il sistema della delega non cadrà dopodomani, neppure con il movimento cinque stelle e continuerà a esercitare un suo ruolo di cui dovremo tenere conto, ma la sfida vera si giocherà nella capacità di costruire conflittualità e comunità intorno a un progetto di democrazia partecipata e solidale dal basso, in una prospettiva di genere, che vedrà certamente coinvolti anche molti elettori e militanti del movimento grillino e poi di fare un salto alla politica europea, del tutto assente nella campagna elettorale. Se non si comprende che certi processi non possono essere governati stato per stato, si è condannati a non capire nulla: allegherò a questa mia riflessione un articolo importante scritto da Giorgio Ruffolo e da Paolo Sylos Labini proprio sui questo tema.
Tuttavia, quello che avverrà in parlamento non è indifferente ed è una fortuna che dopo gli isterismi di ieri e le esternazioni demenziali di Enrico Letta, le cose in casa Pd sembrano più composte. L'idea di tornare a votare subito è irresponsabile: Pd e Sel hanno chiesto i voti per governare, chi li ha votati ha votato per questo: alcuni per convinzione altri e altre perché (come nel mio caso), speravano di favorire la possibilità di un governo piuttosto che l'ingovernabilità, la possibilità di aver di fronte finalmente l'avversario vero e non le marionette più o meno riciclate. Questo non è formalmente avvenuto, ma nella sostanza sì perché il successo dei cinque stelle è così forte che lo rende possibile. Alla Camera PD e SEL hanno la maggioranza, devono assumersi le loro responsabilità e fare una proposta coinvolgendo subito i Cinque stelle su pochi punti fra cui la nuova legge elettorale fortemente proporzionale; se cercheranno ancora il cadavere centrista o addirittura il governissimo come già ha proposto un uomo pericoloso per la democrazia come Massimo D'Alema, andremo comunque a votare fra due anni e allora i cinque stelle avranno la maggioranza, a meno che qualcuno abbia in mente derive golpiste. Sel può essere un mediatore importante, come altri che già si sono offerti per favorire uno sbocco in questa direzione; lo facciano senza pensare a se stessi! Questo atteggiamento non salverà Pd e Sel come partiti, perché credo che entrambi non possano reggere il peso di questa sconfitta di fatto: sono già finiti (il Pd lo era già durante la campagna elettorale), ma non possono finire adesso, bensì assumersi le loro responsabilità fino in fondo.
Seconda questione importante: la presidenza della repubblica. Napolitano non può gestire questo cambiamento, ha troppe responsabilità (molte non chiare) rispetto alla fase precedente e alle forzature costituzionali legate al varo del governo Monti. In ogni caso, anche se dovesse varare il nuovo governo, iniziare una campagna in rete e non solo con una proposta di chiara rottura rispetto al passato nelle elezione del Presidente o della Presidente della repubblica (ma non Finocchiaro o Bonino), può senz'altro coinvolgere i grillini che dovrebbero essere interessati a una forte discontinuità rispetto a una carica così importante e di garanzia. Una personalità che sia di alto prestigio, possibilmente fuori dal parlamento e autorevole credo sia una strada da percorrere subito: facciamoci venire delle idee e lanciamo un campagna in rete.
Terza questione. Il disastro della cosiddetta sinistra radicale era ovvio e annunciato. Ci voleva poco a capire, come in molti e molte abbiamo detto da subito, che l'avere strozzato nella culla un progetto come Cambiare si può per costruire una lista di nomenclature decotte come Rivoluzione Civile, non poteva che portare all'esito che abbiamo visto. I militanti che hanno come sempre portato il peso di una campagna elettorale dovrebbero capire una buona volta che non sono loro il problema, ma che se continueranno ad appoggiare gruppi dirigenti come quelli e culture politiche come quelle, refrattari del tutto a comprendere il nuovo, lo diventeranno perché non si potrà più distinguere. Che ci vengano almeno risparmiate autocritiche che conosciamo a memoria perché sono sempre quelle.
Occorre ripartire da quello che è stato lasciato per strada, ai movimenti in primo luogo, a tutte quelle situazioni che hanno prodotto agende alternative, percorsi di lotta, analisi e proposte che si sono perse durante la campagna elettorale: dall'agenda dei beni comuni, a quelle delle donne che hanno posto problematiche e riflessioni cui nessuno ha dato retta, al tanto che c'è al di fuori del recinto della politica mediatica e che oggi potrebbe avere anche a livello istituzionale una sponda seppure parziale di riferimento, in settori dei movimento cinque stelle e negli eletti ed elette di Sel. La strada sarà lunga ma, almeno per me, non ne esiste un'altra.




mercoledì 20 febbraio 2013

Sul voto.

Data l'importanza del tema publbico anche su questo blog.

SUL VOTO.

Considero la scadenza elettorale solo mediamente importante; per quanto mi riguarda, rappresenta un aspetto assai limitato del mio agire politico, che si esprime prevalentemente in associazioni, comitati come quelli sull'acqua pubblica, riviste online come Overleft o il blog OraeQui, ALBA, e altre situazioni che guardano molto di più a ciò che faremo dopo il 25 febbraio quando l'orgia elettorale sarà finalmente finita. Ho partecipato alla fase iniziale di Cambiare si può e mi sono defilato quando l'esito di quel percorso è diventato la lista Ingroia. Riprenderemo dopo le elezioni, sapendo che i nodi della crisi verranno al pettine molto presto e che le politiche nazionali e anche i movimenti potranno davvero incidere solo se ci si muoverà a livello europeo. Fatta questa premessa, dico per punti quale sarà il mio comportamento e perché.

  1. Andrò a votare e voterò Sel sia al senato sia alla camera e alle regionali lombarde voterò Etico (Andrea Di Stefano), che presenta una lista d'alto profilo con candidati come Luciano Muhlbauer e Maso Notarianni. La valutazione che mi porta a questa decisione è la seguente: preferisco contribuire con il mio voto a un esito che – sperabilmente - porti a un governo che possa governare senza alibi e non a una situazione di stallo che ritengo, in ogni caso peggiore rispetto a quella di un governo che abbia una maggioranza certa; non a caso lo scenario di stallo al senato è sponsorizzato dai poteri finanziari più forti ed è voluto, sempre non a caso, da Monti e dalla sua cricca di banchieri e finanzieri.
  2. Ritengo giunta al capolinea l'esperienza delle democrazia rappresentativa e delegata su cui si fondano le nostre società occidentali e penso che una delle sfide del futuro sia proprio questa, ma che si tratta di un percorso appena iniziato, importante e che in un certo senso prescinde dalle questioni elettorali, essendo fondata sulla capacità di legare un rilancio forte di lotte sociali, con la pratica di una democrazia partecipata e l'alleanza con forze politiche e movimenti dell'Europa mediterranea e anche irlandese per cambiare i rapporti di forza in Europa; non certamente con il qualunquistico discorso sulla superiorità della società civile rispetto alla politica. Tutto ciò, però, non mi fa dimenticare e non lo farà neppure in futuro, il debito di riconoscenza che ho nei confronti di chi è morto per consentirci di votare e che mi fa rifiutare - a prescindere - ogni discorso di astensione più o meno mascherata da orpelli linguistici.
  3. Considero la sconfitta di Berlusconi e Maroni in Lombardia un fattore importante perché per la prima volta la loro sconfitta politica può causare la disgregazione del loro blocco sociale, cosa che nelle elezioni precedenti anche quando vinte dal centro-sinistra, non era possibile.
  4. Considero Grillo un megafono e Casaleggio un uomo molto pericoloso (basta cercare qualche notizia su di lui per capirlo), ma penso che occorra distinguere fra il movimento e i due leader e per questo non ho mai demonizzato o scritto sciocchezze come fanno in molti, favorendo fra l'altro la sua ascesa. I 5 stelle sono figli del disastro della politica, in particolare di quella di sinistra. Detto ciò, tuttavia, mi sembrano tre i limiti insuperabili di questo movimento e che porteranno quasi certamente in pochi mesi alla sua disgregazione. Non sono uniti su nulla e in parlamento voteranno una volta in un modo un'altra volta in un altro, come sta accadendo dappertutto nelle amministrazioni in cui sono stati eletti. Seconda questione: la convinzione che sia sufficiente eliminare la cattiva politica e affidare a tecnici esperti la soluzione dei problemi è quanto meno ingenua, se non peggio; come si sta verificando a Parma, dove non hanno mantenuto nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale, tanto da essere ormai quotidianamente contestati. Terza questione che è un po' la sintesi di tutto: la loro convinzione che la società civile sia di per sé meglio della politica. La società civile italiana è un verminaio maleodorante peggiore di molta politica (non parlo ovviamente dei movimenti organizzati come No tav, e altri comitati e situazioni di lotta assolutamente virtuosi ) ma dell'idea astratta di società civile. Molti di noi hanno a che fare con la cultura, l'editoria, i premi letterari e altro. Vogliamo aprire il capitolo della corruzione nel nostro ambiente? Dei falsi editori che scacciano quelli buoni? Del peso della grossa editoria nel proteggere una cricca di pochi? Della manipolazione delle giurie dei premi letterari?
  5. Quello che va spezzato più in generale è il nesso fra corruzione, grande criminalità organizzata, consorterie politiche e finanza; ma per fare questo occorre tornare a presidiare il territorio come è stato fatto da comitati per il referendum sull'acqua pubblica, abbandonare la politica televisiva, l'ossessione di governare a tutti i costi, organizzare la protesta ma anche la comunità solidale in vista del peggioramento della crisi, occupare gli spazi che vengono abbandonati, le cattedrali nel deserto urbano, costruite dalla speculazione e poi abbandonate come è stato fatto a Roma con il teatro Valli, a Milano con Macao. Da qui deve ripartire una politica degna di questo nome, indipendentemente dal governo che ci sarà.




martedì 19 febbraio 2013

Agenda di scrittore: romanzo


11 febbraio.
D'ora in poi, con le dimissioni di Benedetto XVI, l'undici febbraio sarà una data storica che si mangerà la prima e cioè il ricordo dell'infausto concordato fra Santa Sede e Regime Fascista che riguarda tuttavia solo la nazione italiana.

14 Febbraio.
Ci vorrà del tempo per comprendere bene tutta la portata di senso del gesto compiuto da Joseph Ratzinger, anche perché sarà un percorso a tappe. Un'osservazione che si può fare subito, tuttavia c'è: il patriarcato cattolico, dopo duemila anni, è ancora capace di gesti che colpiscono l'immaginario come poche altre istituzioni al mondo. Seconda osservazione: la cultura laica e il pensiero rivoluzionario, che pure in altri momenti hanno saputo rispondere e tenere testa al pensiero religioso, oggi balbettano, oppure si mettono sotto le sue ali protettive. Non vederlo è da sciocchi, cercare di capire perché senza voltarsi dall'altra parte, dovrebbe stimolare qualche riflessione più profonda, che non i richiami a Celestino V, pure inevitabili nei primi momenti a ridosso della notizia.

15 Febbraio.
Il coraggio di Ratzinger, ancor più testimoniato dalle dichiarazioni successive, pubbliche e sempre in presenza di grandi folle, merita già qualche riflessione in più e ipotesi. L'atto di accusa nei confronti della mancanza di collegialità della Chiesa e in particolare le lotte di potere interne alla curia romana sono evidenti in ogni messaggio successivo le dimissioni e nonostante i tentativi di minimizzare (ma non più di tanto), che cadono nel vuoto: se mai, appare evidente la distanza che separa le dichiarazioni di omuncoli come Bagnasco e Bertone, rispetto al ragionare ampio e filosofico di un uomo che comunque ha avuto il coraggio di dialogare con Habermas, di sapere discorrere di teologia e filosofia davanti a una vasta audience, parlando spesso a braccio e peraltro in una lingua non completamente sua. A questo proposito, una volta erano i democristiani ad assomigliare ai preti e ai cardinali, spesso in modo caricaturale (a parte Andreotti), mentre oggi mi sembra vero il contrario e cioè che il cardinale medio italiano assomiglia a un capo corrente democristiano piuttosto che a un sacerdote. La statura dell'uomo Ratzinger, tuttavia, non va confusa con le aspettative di cambiamento che in questi giorni vengono avanzate dalla cultura laica, quasi sempre incapace di capire che le categorie con cui ragionano vescovi e cardinali sono altre e certamente non possono essere ridotte al solito tormentone della differenza fra conservatori e progressisti: una formula vuota, prima di tutto perché la cultura laica, rifiutando di tenere conto anche degli elementi teologici e persino esoterici, cui non crede (e ne ha pieno diritto), commette poi l'errore di ritenere che non ci credano neppure gli altri, senza comprendere che le azioni possono nascere anche da considerazioni appartenenti alla logica intrinseca di una cultura che si richiama anche a quei messaggi, segni e simboli. Questa è certamente una delle ragioni per cui le ipotesi sulle elezioni dei futuri pontefici non ci azzeccano mai o quasi e anche quando si verificano, il più delle volte ciò è dovuto al caso.
Del resto, tuttavia, solo l'arte (che qualcosa in comune con i segni, i sogni e la loro interpretazione ce l'ha) si è avvicinata in questo caso alla comprensione di un gesto così clamoroso come le dimissioni del Papa. Moretti è stato davvero profetico con il suo film e questo dovrebbe fare riflettere.

16 Febbraio.
Forse, un modo per cercare di capire la filosofia che ispira le azioni di un pontefice, è quella di considerare il nome che si è scelto, ma questo è possibile soltanto farlo come analisi a posteriori. Mi sono sempre domandato se per caso, in Conclave e quando ci si sta avvicinando alla candidatura che probabilmente passerà, il cardinale che sembra poter conseguire la maggioranza comunichi a qualcuno o a molti il nome che intenderà scegliere, oppure se lo tiene rigorosamente per sé. Secondo la prassi, se non ricordo male, è tenuto a dirlo solo nel momento successivo l'elezione, ma non possiamo essere certi di che cosa avvenga veramente; mi sono pure chiesto se, conoscendo in anticipo il nome, alcuni elettori potrebbero essere indotti a cambiare la loro intenzione di voto. Considerando l'azione degli ultimi papi, l'ipotesi del nome come sintesi del loro programma mi sembra quanto mai calzante e potrebbe pure spiegare perché il mondo laico non ci capisce mai nulla. Giovanni XXIII. Giovanni era il più visionario fra gli apostoli, un uomo di meditazione ma anche di grandi visioni e aperture. Tutto il dibattito, spesso stucchevole, sulla sorpresa che per tutti rappresentò quel Pontefice, forse può essere ridimensionata proprio pensando alla figura storica di Giovanni. Lo stesso dicasi per Paolo VI, il primo viaggiatore a lunga distanza, il Papa che ha più di tutti rilanciato la visione paolina e cioè universale della Chiesa. Paolo di Tarso, non fu forse il primo grande demiurgo del cristianesimo? Non fu forse il primo a capire che il messaggio di Cristo non poteva trionfare né se avesse cercato di convertire gli ebrei uno ad uno, ma neppure cercando di convincere i frequentatori dell'Aeropago di Atene, che gli voltarono le spalle quando sentirono quella astrusità (per un greco antico), di voler sostituire con un dio unico gli dei. Allora, Paolo scelse di parlare ai Gentili e cioè ai barbari, cioè a tutti. E Paolo sesto in definitiva, non fece proprio questo nei mutati tempi?
Giovanni Paolo Primo fu davvero una svolta in un altro senso: raccogliere l'eredità visionaria di Giovanni e coniugarla con il grande pragmatismo politico di Paolo, voleva davvero indicare un percorso diverso, raccolto da Giovanni Paolo II, attentissimo a ribadire e approfondire l'istanza universale, meno euro centrica del papato, sia nelle elezioni di nuovi cardinali, sia per i suoi viaggi e attentissimo all'azione politica diretta quanto un politico. Infine, la su attenzione visionaria alla parte più esoterica del messaggio cristiano, il richiamo constante alle profezie (il terzo segreto di Fatima e altro.) Infine Benedetto XVI. Benedetto non fu forse colui che, in un tempo di scontri politici e militari e di crisi acutissima, arroccò il cristianesimo nei conventi europei, inventò al formula ora et labora, ma fu anche il grande custode nei suoi monasteri della cultura classica che avrebbe preparato l'Umanesimo e il Rinascimento? Il programma di rievangelizzare l'Europa, non è forse ben visibile nell'azione di un Papa che ha ridimensionato la sua esposizione mediatica e fisica al mondo (meno viaggi, meno kermesse), nonostante Twitter, che secondo me Ratzinger ha solo subito? Se così fosse, ha forse ragione Franco Cardini quando si domanda, nella sua riflessione recente, se per caso nelle sue dimissioni non ci sia anche il senso di una sconfitta, cioè della impossibilità di una rievangelizzazione dell'Europa. Forse, ma si può anche leggere in un altro modo questo gesto e cioè che la curia romana (definita da un prelato una piazza di lavandaie dove tutti spettegolano in modo rancoroso su tutti gli altri), l'italianità del papato stesso, sia diventata una testa troppo piccina e con poco cervello per reggere il peso di una vera universalità.

19 Febbraio.
La scelta di una maggiore universalità, se confermata, ma anche se non lo fosse, pone il problema dei concordati, sempre più anacronistici e anche quella della sede papale: perché sempre e solo a Roma?

sabato 16 febbraio 2013

Segnalazione

Sul blog OraeQui ho appena pubblicato l'Agenda delle donne per la prossima tornata di elezioni e non solo.

mercoledì 13 febbraio 2013

Segnalazione

Sul blog OraeQui ho appena pubblicato un lungo intervento di Franco Cardini sulle dimissioni di Benedetto XVI.

Le dimissioni del Papa

L'11 febbraio, d'ora in poi, sarà davvero un data storica e forse epocale, per una ragione ben più solida delle ragioni per cui lo era anche prima per noi italiani e cioè l'infausta firma del Concordato fra Vaticano e regime fascista, che ristabiliva molti dei privilegi della Santa sede. Ratzinger non poteva ignorare la coincidenza e se c'era un modo di far capire che dei maneggi della curia e del clero italiota non ne può più non c'era forse modo migliore.

martedì 12 febbraio 2013

Grecia

Data la drammaticità delle testimonianze, pubblico anche qui. questa inchiesta.


AMNESTY INTERNATIONAL DENUNCIA IL GOVERNO E LA POLIZIA GRECA. LA GRECIA E’ COLLASSATA. MA A NOI NON LO DICONO PERCHE’ SIAMO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Postato il Domenica, 10 febbraio.

DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI

L’ho saputo davvero per caso. Il che la dice tutta.
Me ne stavo amenamente trastullando con un amico di lunga data, un giornalista neo-zelandese, con il quale ci incontriamo in un sito, chesscube.com, dove ci sfidiamo in un nostro personale duello a scacchi mentre chattiamo scambiandoci informazioni sull’Europa e su quello che accade nel continente australe e nel sud-est asiatico, di cui lui è un attendibile esperto.
A un certo punto, mi fa:
“E che ha detto Bruxelles della bomba di Amnesty International?”
“Quale?”
“Quella di tre giorni fa che gli ha ammollato in piena riunione sul budget dell’Unione Europea”.
(sconcertato dalla mia ignoranza dei fatti, nonché fortemente incuriosito, chiedo ragguagli in merito)
“Ma sì, quella dei rapinatori delle banche”
“Quali banche? Dove?”
“Nel nord della Grecia”
“Chi?”
“Gli anarchici, i ragazzi arrestati e poi torturati dalla polizia”.

A questo punto mi arrendo e confesso di non sapere di che cosa stia parlando.
E così, vengo a sapere da un neo-zelandese che abita in quel di Auckland, a 22.500 chilometri di distanza, 12 ore di fuso orario prima di noi, dall’altra parte del mondo, nel continente più lontano (in tutti i sensi) dalla nostra vecchia e cara Europa, che cosa sta accadendo a 1.000 chilometri da Roma, nel territorio che è stata la culla originaria della nostra civiltà.
E tutto grazie ad Amnesty International.
Faccio delle telefonate e mi butto in rete a caccia di notizie. In Italia, nulla. In giro per l’Europa, anche.
Notizie strabilianti in Sudamerica, in Canada, in California e sembra dovunque tra i bloggers scandinavi e nord settentrionali che scrivono nelle loro lingue.
Descrivono e raccontano qualcosa che sta accadendo in questi giorni di cui a nessuno è stata detta neppure una parola, né a Roma, né a Berlino, né a Parigi né a Londra.
Tanto meno a Madrid. Parlano della Grecia, ma in termini nuovi. Nel senso che riferiscono di una società ormai collassata, al limite della guerra civile, ormai precipitata nel baratro, sulla cui attuale realtà è stato steso un osceno velo di totale censura per impedire che le notizie vengano usate in campagna elettorale in Italia e diffuse in Spagna dove sta esplodendo la tangentopoli iberica delle banche corrotte e Rajoy ha già fatto sapere a Bruxelles che là, a Madrid, si corre il rischio di veder la situazione sfuggire al controllo.
La Grecia è crollata, definitivamente, sotto il peso dei debiti contratti con la BCE.
Stanno assaltando i supermercati. Ma non si tratta di banditi armati.
Si tratta di gente inviperita e affamata, che non impugna neanche una pistola, con la complicità dei commessi che dicono loro “prendete quello che volete, noi facciamo finta di niente”. Si tratta della rivolta di 150 imprenditori agricoli, produttori di agrumi, che si sono rifiutati categoricamente di distruggere tonnellate di arance e limoni per calmierare i prezzi, come richiesto dall’Unione Europea.
Hanno preso la frutta, l’hanno caricata sui camion e sono andati nelle piazze della città con il megafono, regalandola alla gente, raccontando come stanno le cose.
Si tratta di 200 produttori agricoli, ex proprietari di caseifici, che da padroni della propria azienda sono diventati impiegati della multinazionale bavarese Muller che si è appropriata delle loro aziende indebitate, acquistandole per pochi euro sorretta dal credito agevolato bancario, quelli hanno preso i loro prodotti della settimana, circa 40.000 vasetti di yogurt (l’eccellenza del made in Greece, il più buon yogurt del mondo da sempre) li hanno caricati sui camion e invece di portarli al Pireo per imbarcarli verso il mercato continentale della grande distribuzione, li hanno regalati alla popolazione andandoli a distribuire davanti alle scuole e agli ospedali.
Si tratta anche di due movimenti anarchici locali, che si sono organizzati e sono passati alle vie di fatto: basta cortei e proteste, si va a rapinare le banche: nelle ultime cinque settimane le rapine sono aumentate del 600% rispetto a un anno fa. Rubano ciò che possono e poi lo dividono con la gente che va a fare la spesa. La polizia è riuscita ad arrestarne quattro, rei confessi, ma una volta in cella li hanno massacrati di botte senza consentire loro di farsi rappresentare dai legali. Lo si è saputo perché c’è stata la confessione del poliziotto scrivano addetto alla mansione di ritoccare con il Photoshop le fotografie dei quattro arrestati, due dei quali ricoverati in ospedale con gravi lesioni.
E così, è piombata la sezione europea di Amnesty International, con i loro bravi ispettori svedesi, olandesi e tedeschi, che hanno realizzato una inchiesta, raccolto documentazione e hanno denunciato ufficialmente la polizia locale, il ministero degli interni greco e l’intero governo alla commissione diritti e giustizia dell’Unione Europea a Bruxelles, chiedendo l’immediato intervento dell’intera comunità continentale per intervenire subito ed evitare che la situazione peggiori.
Siamo venuti così a sapere che il più importante economista tedesco, il prof. Hans Werner Sinn, (consigliere personale di Frau Angela Merkel) sorretto da altri 50 economisti, avvalendosi addirittura dell’appoggio di un rappresentante doc del sistema bancario europeo, Sir Moorald Choudry (il vice-presidente della Royal Bank of Sctoland, la quarta banca al mondo) hanno presentato un rapporto urgente sia al Consiglio d’Europa che alla presidenza della BCE che all’ufficio centrale della commissione bilancio e tesoro dell’Unione Europea, sostenendo che “la Grecia deve uscire, subito, temporaneamente dall’euro, svalutando la loro moneta del 20/ 30%, pena la definitiva distruzione dell’economia, arrivata a un tale punto di degrado da poter essere considerata come “tragedia umanitaria” e quindi cominciare anche a ventilare l’ipotesi di chiedere l’intervento dell’Onu”.
Silenzio assoluto. Nessuna risposta. Censura totale.
Nessun candidato alle elezioni in Italia ha fatto menzione della situazione greca attuale.
Ecco qualcosina che ho trovato in rete.
*Grecia: anarchici torturati, Amnesty chiede un’inchiesta.*
/Emergono particolari scioccanti sul caso dei quattro giovani arrestati sabato e torturati dalla polizia ellenica. Lo scandalo supera i confini nazionali e Amnesty International punta il dito contro Atene.
Anche Amnesty International, in una nota diffusa ieri, ha chiesto l’apertura di una inchiesta sulle torture inflitte dalla polizia ellenica a quattro giovani arrestati lo scorso 1° febbraio 2013, perché sospettati di aver partecipato alla rapina di una banca di Kozani, nel nord della Grecia. Due dei quattro detenuti sono accusati di far parte del gruppo armato di ispirazione anarchica “Cospirazione delle cellule di fuoco”.
“Le autorità greche non possono pensare di risolvere i loro problemi con Photoshop. Questa cultura dell’impunità dev’essere fermata. Su questa vicenda occorre indagare in modo efficace, imparziale e approfondito, in modo che i responsabili siano identificati e portati rapidamente di fronte alla giustizia” ha dichiarato Amnesty International. Le foto dei quattro giovani con i volti tumefatti per le botte e le torture ricevute hanno fatto nei giorni scorsi il giro del mondo, dopo la pubblicazione delle immagini su alcuni siti istituzionali da parte delle autorità elleniche che hanno in questo modo voluto rivendicare gli arresti. Non prima di aver tentato di ritoccare e ripulire le istantanee a colpi di Photoshop, per cercare di cancellare parte delle prove dei pestaggi che comunque sono apparsi evidenti. Il “lavoro” di ripulitura delle foto infatti è stato fatto così male e di fretta che l’operazione è diventata un vero e proprio boomerang per il governo Samaras e in particolare per il ministero degli interni di Atene. Nel tentativo maldestro di cancellare le ferite più gravi gli improvvisati tecnici della polizia hanno completamente stravolto il viso di uno dei quattro giovani, mentre ad un altro hanno schiarito i capelli biondi così tanto da farli diventare quasi bianchi. E non è quindi bastato impedire ai quattro arrestati di contattare famigliari e avvocati per 24 ore, aspettando che le ferite provocate si rimarginassero almeno un po’.
Nel tentativo di salvare il salvabile la polizia ha affermato poi che i quattro sarebbero stati feriti nel corso dell’arresto e il ricorso alla forza si sarebbe limitato al necessario. Una versione poco credibile e smentita immediatamente. Medici e i familiari, infatti, hanno da subito denunciato che il brutale pestaggio è avvenuto proprio durante e subito dopo la detenzione, quando gli agenti hanno voluto punire gli arrestati per la matrice politica anti sistema dei loro presunti crimini.
Uno degli arrestati, il ventenne Nikos Romanós, ha dichiarato: «I miei motivi erano politici. Considero me stesso prigioniero di guerra.
Non mi considero una vittima. Non voglio querelare i poliziotti che mi hanno picchiato. Desidero che il mio maltrattamento sensibilizzi le coscienze dei cittadini».

Non è la prima volta che alcuni giovani vengono torturati dalla polizia. Nell’ottobre 2012, 15 manifestanti antifascisti avevano denunciato di essere stati torturati all’interno degli uffici del quartier generale della Polizia di Atene, il GADA, dopo il loro fermo durante una manifestazione antifascista nelle vie della capitale.
Fonte: contropiano.org (organizzazione comunista italiana)/

Ecco l’inizio di un breve articolo che Barbara Spinelli ha pubblicato tre giorni fa, facendo capire qualcosa (ma senza spiegare un bel nulla, il consueto minuetto della sinistra nobile e miope):
“I prìncipi che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell’Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: “Non salvateci più!”, e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell’Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno”.*

Barbara Spinelli
(
http://www.blitzquotidiano.it/frase-del-giorno/barbara-spinelli-democrazia-scomparsa-agenda-monti-1437036/),
“Se anche Keynes è un estremista”, La Repubblica, 6 febbraio 2013

Ecco come il sito di Le Monde, il più autorevole quotidiano francese comunicava la notizia con un pezzullo che, se non altro, avrebbe potuto incuriosire qualcuno:

*La Grecia e il Portogallo devono uscire dall’Euro: la teoria di Hans-Werner Sinn*

/Non ce la fanno più, in Grecia. Non ci riescono e non riusciranno mai a riprendersi. Per questo, l’economista tedesco Hans-Werner Sinn, da sempre contrario agli aiuti, è sempre più convinto che la Grecia e il Portogallo debbano temporaneamente uscire dall’euro, svalutare le proprie monete del 30-40% e diventare così più competitive, ridando ossigeno alle loro economie e all’occupazione.
Secondo Sinn, infatti, le politiche di austerità imposte dall’Europa non miglioreranno la situazione in questi Paesi, con il rischio che prima che arrivi la ripresa scoppino guerre civili. Solo se l’Eurozona accettasse l’uscita temporanea di uno stato membro, allora si potrebbe evitare il peggio.
Un’altra risposta alla crisi greca arriva dal capo divisione “business treasury, global banking & markets” del Royal Bank of Scotland, Moorald Choudhry, che ritiene necessaria la totale cancellazione del debito ellenico./

In Usa sono venuti a saperlo leggendo il Huffington Post on line, ripreso anche dal Wall Street Journal e dal canale televisivo Bloomberg che ha fatto un servizio sulla situazione greca. Da noi niente. Ecco l’articolo apparso sul media statunitense, tradotto in italiano:

*Grecia: Quanto tempo ancora per la Giunta?*

*una piccola panoramica di cosa succede in Grecia, solo temporaneamente fuori dai riflettori...*
/di Bill Frezza, HUFF POST – Si dice spesso che per avere un assaggio del nostro futuro dovremmo studiare le lezioni del passato.
Oppure possiamo osservare il destino di coloro che camminano a pochi passi davanti a noi, nella strada che sembriamo destinati a compiere.
Prendete la Grecia…/
Gli sfortunati Greci sono riusciti a tenersi fuori dalle prime pagine dei giornali per un paio di mesi, ma la pentola in ebollizione della politica greca non ha smesso di bollire. Miseria diffusa e disperazione alimentano l’illegalità e la violenza. La sensazione che il paese sta cadendo a pezzi sta portando i partiti politici estremisti, sia di sinistra che di destra, a vomitare una retorica apocalittica e a riempire inesorabilmente il vuoto lasciato dal centro, screditato e al collasso.
Leggete le storie di tutti i giorni che compaiono sulla stampa greca (che si potrebbero trovare solo sepolte nelle ultime pagine dei giornali americani) e senza dubbio vi chiederete: “Fino a quando questa gente fiera sopporterà un tale degrado?”

CRISI DELLA GRECIA – Per combattere il contrabbando e l’esplosione dell’evasione fiscale, il governo greco ha aumentato le tasse sul gasolio per il riscaldamento domestico del 50 per cento.
Con sorpresa di nessuno (tranne quelli che credono che le tasse non influenzano il comportamento), le vendite di gasolio per riscaldamento sono crollate del 75 per cento: otto greci su 10 sono passati alle stufe a legna. Questo ha fatto esplodere un buco di 400 milioni di euro sulle previsioni del gettito dell’imposta.
E da dove stanno prendendo tutto questo legno i Greci?
Stanno tagliando le foreste. Gli ambientalisti sono furiosi, mentre intere colline vengono spogliate. E’ stato anche riferito di un antico e venerato albero d’ulivo, sotto le cui fronde Platone insegnava ai suoi studenti, scomparso una notte per essere bruciato in qualche camino greco.
E dove è che va tutto quel fumo? Nell’aria vicino a Atene, che è diventata così carica di fuliggine e di smog che le autorità sono in allarme per il rischio di una crisi di sanità pubblica. La soluzione proposta? Il governo sta promuovendo l’uso di moderne, ecocompatibili stufe a legna!
Gli scioperi sono all’ordine del giorno, cosa che non dovrebbe essere sorprendente, dato che molti scioperanti non vengono pagati nemmeno quando si presentano al lavoro. La disoccupazione ha superato il 26 per cento, mentre la Grecia fa a gara con la Spagna per l’onore di essere al top del disastro economico europeo. La disoccupazione giovanile ha superato un incredibile 55 per cento. I capifamiglia anziani e di mezza età non vedono speranza per il futuro, e i suicidi sono schizzati alle stelle. Il club del baratto sta sostituendo la moneta, come i Greci riscoprono il vero significato del denaro. E mentre il mercato nero sta facendo un lavoro ammirevole per prevenire la fame, le conseguenze sulle entrate fiscali sono così disastrose che il governo sta considerando di vietare le operazioni in contanti superiori a 500 euro, per costringere i cittadini a utilizzare carte di credito o altri metodi di pagamento tracciabili.
Una serie di piccoli attentati e attacchi incendiari hanno scosso Atene. Bande di teppisti armati di bastone hanno preso di mira gli immigrati e le minoranze con pestaggi in corsa. Hanno sparato attraverso le finestre dei politici caduti in disgrazia. Un gruppo di guerriglia urbana il cui nome si può tradurre come “Circolo dei Fuorilegge/ Nucleo della minoranza militante fuorilegge”, rivendica attentati contro giornalisti colpevoli di difendere la politica del governo. Raramente ci sono degli arresti per questi reati.
Quanto tempo passerà prima che a qualcuno venga l’idea intelligente di mettere in scena un incendio del Reichstag?
Studiate il carattere greco e vi troverete un intreccio inesplicabile di contrasti. Da un lato, si rappresenta la caricatura di gente pigra, scansafatiche, evasori fiscali che sorseggiano ouzo con gli amici nella taverna, pagati per un lavoro del governo trovato dallo zio.
D’altra parte, il greco ha uno spirito combattivo così feroce che anche Hitler lodò l’abilità marziale dei Greci: “Per amore della verità storica devo testimoniare che i greci, tra tutti gli avversari che ci hanno affrontato, hanno combattuto con grande audacia e disprezzo della morte.”

Non vi è alcun piano credibile per una ripresa economica. Il PIL greco sta implodendo. Le multinazionali stanno levando le tende, a volte vendendo le loro operazioni greche a un euro solo per uscirne. Nessun investitore straniero sano di mente metterebbe i soldi in un nuovo business lì, e gli imprenditori locali che cercano di farlo, di solito restano strangolati in un groviglio di burocrazia che nessuna mazzetta può districare. L’industria del turismo è ancora appesa a un filo, ma quando scioperi e violenze oltrepasseranno la soglia di fastidio e le prime notizie di vittime straniere arriveranno ai titoli dei giornali, i turisti internazionali rapidamente andranno altrove.
E così la pentola a pressione bolle e l’orologio fa tic tac.
Articolo originale: Greece: How Long Until Junta?
(
http://www.huffingtonpost.com/bill-frezza/how-long-until-junta_b_2542993.html)
Ecco un articolo apparso in Italia, in rete, che non ha avuto alcuna eco né diffusione.

*Allarme bilancio per la Grecia in recessione*
di: Andrea Perrone
(
http://www.rinascita.eu/index.php?action=search&q=Andrea+Perrone&dove=f)
a.perrone@rinascita.eu

*/È sempre critica la situazione economica della Grecia per l’aggravarsi dei conti pubblici, mentre proseguono le manifestazioni di tutte le categorie per opporsi alle manovre lacrime e sangue decise dal governo ellenico e imposte dalla troika dell’usura internazionale (Ue-Bce-Fmi).
L’allarme sui conti del Paese è partito direttamente dal ministero delle Finanze greco che ha rivelato una decisa diminuzione degli introiti nel mese di gennaio. Secondo informazioni infatti dello stesso dicastero, le entrate si sono ridotte del 7% rispetto all’obiettivo fissato e del 16% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’ammanco, secondo le fonti, ha raggiunto quota
305 milioni di euro ed è dovuto soprattutto alla diminuzione delle entrate dell’Iva, ridottesi del 15% per effetto del calo del giro degli affari e del consumo del gasolio da riscaldamento. Un segnale molto chiaro del livello raggiunto dalla crisi economica frutto dell’austerità e della conseguente recessione che strozza famiglie e imprese elleniche. A questo si aggiunge la difficile situazione sociale che rappresenta una vera e propria polveriera a causa della disoccupazione record in aumento crescente, pari al 26,8%, mentre quella giovanile tocca addirittura il 56,6%.

Nel Paese intanto proseguono senza sosta le proteste di moltissime categorie, fra cui quelle degli agricoltori e dei portuali. Tensioni e parapiglia alle manifestazioni degli agricoltori. Migliaia di persone si sono messe in coda, davanti a una sede ministeriale ad Atene, per approfittare della distribuzione gratuita di cibo voluta dagli stessi agricoltori decisi a protestare contro gli alti costi di produzione. A questo scopo i coltivatori hanno chiamato a raccolta pensionati, indigenti e disoccupati per riempire i loro sacchetti di frutta e verdura, e in questo modo condannando la politica di austerità e recessione voluta dal governo del primo ministro conservatore Antonis Samaras. E se gli agricoltori non intendono cedere anche i portuali sono sul piede di guerra, pronti a tutto. Dopo giorni di sciopero, per tutta risposta però il governo ha inviato le forze dell’ordine in tenuta antisommossa sui moli del porto del Pireo. I contadini delle isole dal canto loro hanno dato l’assalto ai traghetti per obbligarli a levare le ancore e non far marcire i prodotti raccolti dalle loro terre. Nel frattempo mentre gli agricoltori protestavano anche i marittimi facevano sentire la loro voce, con uno sciopero generale attraverso il quale chiedevano gli arretrati e si opponevano con decisione alla riforma del settore, che li potrebbe danneggiare irrimediabilmente. A impugnare la bandiera della protesta nei porti del Pireo sono ormai da alcuni giorni con una serrata senza sosta proprio i marittimi ellenici. Le loro richieste si fondano sul pagamento immediato degli stipendi arretrati, visto che molti armatori approfittano della crisi che attanaglia il Paese per rallentare il pagamento del loro compenso mensile, e, soprattutto, per la decisa opposizione alla riforma avviata dal governo che prevede la liberalizzazione del settore, tanto più che la flotta della capitale ellenica rappresenta la prima industria del Paese in grado di generare ben il 16% del Prodotto interno lordo.
Ma le misure di austerità e di stampo iperliberista rischiano di far chiudere molti istituti come il Pammakaristos, che ospita ben 130 tra bambini e adulti affetti da disabilità mentale. Il taglio del 62% dei fondi pone un grande punto interrogativo sul loro futuro e su quello delle loro famiglie che non sono in grado di accudirli a tempo pieno,
24 ore su 24. a questa già difficile situazione si aggiunge il mancato pagamento degli stipendi e una riduzione degli stessi per i 50 impiegati che si prendono cura dei piccini, molti dei quali soffrono di una grave sindrome, l’autismo, che provoca alterazioni nella comunicazione e nei rapporti sociali. Difficile risulta essere anche la situazione economica di questi lavoratori che non ricevono uno stipendio da cinque mesi. In più la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare a causa dell’offerta da parte delle istituzioni di 11 euro al giorno a disposizione dell’Istituto per ogni assistito.
Cifra questa assolutamente bassa per coprire le spese di pasti, personale medico e scolastico. Per quanto sta accadendo in Grecia e altrove nell’Eurozona bisogna come sempre ringraziare i tecnocrati di Bruxelles e i banksters dell’usura internazionale che stanno facendo di tutto per arricchirsi a piene mani dalla crisi da loro
innescata./*
Consiglio a tutti di leggere un lunghissimo, esaustivo articolo del Prof. Eric Toussaint, docente di Scienze Politiche all’Università di Liegi e ordinario di Storia moderna e contemporanea presso l’università di Sorbona a Parigi, nonché Presidente del Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo e membro del CAIC (Commissione presidenziale di controllo integrale del credito
pubblico) in Francia.
(lo trovate qui: Link:
http://www.investireoggi.it/economia/la-grecia-verso-il-default-uscire-dalleuro-per-non-morire/#ixzz2KJqp1U6c
“Grecia-Germania: chi deve a chi? Creditori protetti, popolo greco sacrificato” di Eric Toussaint).

E’ un intervento molto lungo e tecnico ma ritengo che sia utile per chiunque abbia la curiosità, la pazienza, il tempo, l’energia e la passione civica europea di voler capire che cosa è accaduto in Grecia e che cosa sta accadendo. Questo intervento, il professore lo ha pubblicato sul suo sito in data 16 novembre 2012, alla vigilia del default greco, inviandolo anche alla BCE e al Consiglio d’Europa..
Ma all’ultimo momento (naturalmente senza che nessuno di noi sapesse
nulla) hanno deciso di “salvare” la Grecia, lo scorso dicembre, hanno dato altri 16 miliardi di euro d’aiuto che hanno portato il totale debito a 350 miliardi di euro, superiore del 152% al pil greco, il che vuol dire che “tecnicamente” non potranno mai pagare nulla. Di quei 16 miliardi avuti, 15 sono stati versati immediatamente per pagare gli interessi consolidati sul debito pregresso, consentendo in tal modo alle banche tedesche, francesi e italiane di poter presentare dei bilanci in attivo.
*Ecco che cosa si sono inventati*, detto in massima sintesi: le banche europee sono al collasso, tutte; la Grecia e il Portogallo sono diventate fondamentali per organizzare un giro di fatture contabili da accreditare al sistema bancario europeo; si comportano nel seguente modo: la BCE presta 10-20 miliardi alla Grecia all’interesse ufficiale dell’1%, sostenendo che così si riprende; il governo si prende la sua bella tangente e ringrazia; il giorno dopo fa un bonifico e usa quei soldi per pagare gli interessi alle banche private europee che è calcolato in un originale 9% al quale va aggiunto il successivo 12% per il ritardo e poi aumentato di altri interessi per via di un meccanismo matematico-finanziario che si chiama “anatocismo” che significa il calcolo del debito di interesse sull’interesse non pagato in modo tale da raggiungere una cifra vertiginosa perché gli interessi si sommano in progressione geometrica. In tal modo, le banche europee possono mostrare bilanci in profitto relativi a soldi che NON hanno avuto dalla BCE e che vengono iscritte in bilancio come se fossero guadagni di esercizio. La BCE applaude e dice: “ma voi banche siete solidissime, allora vi presto dei soldi perché avete i conti a posto”. Se la Grecia e il Portogallo dichiarano di non pagare più, le banche europee di ogni singolo paese sono costrette a vedersela con i propri debiti VERI, quelli non immessi in bilancio. Quindi loro (compresi noi italiani) devono a tutti i costi mantenere in vita il sistema bancario greco-portoghese, per evitare che falliscano MPS, Unicredit, Societè General, Dredsner Bank, Santander, ecc.
E la Grecia e il Portogallo affondano senza nessuna speranza MAI di potersi riprendere. Le persone, le esistenze degli esseri umani coinvolti in questo giochetto non contano, non vengono prese in considerazione.
Noi italiani le abbiamo sulla nostra coscienza, è inutile girarci intorno.
Noi italiani, come nazione e come stato, stiamo affamando, affondando e distruggendo due paesi, la loro popolazione, con l’unico obiettivo di nascondere i nostri debiti, pensando di poterla far franca, senza capire che si tratta soltanto di questione di tempo.
Il che, oltre a essere stupido e criminale, è infantile e perdente.
E’ come pagare uno strozzino indebitandosi con un altro strozzino.
Io non voglio avere sulla coscienza le vite di milioni di greci e portoghesi per consentire ai miei concittadini di guardare il festival di Sanremo così ricco e pieno di allegri e costosissimi cotillons..
Trovo, tra l’altro, ignobile l’attività di censura imposta dall’Unione Europea su ciò che sta accadendo in Grecia, perché a Bruxelles sono terrorizzati all’idea che possa scattare un fenomeno di emulazione.
Così come trovo davvero surreale che si parli di budget dell’Europa senza far menzione del fatto che un paese membro dell’euro è collassato e sono alla vigilia di una esplosione di violenza sociale che non sono più in grado di poter contenere.
Neppure il minimo accenno. Che cosa c’è da fare, dunque? Sapere e avere il coraggio di informarsi.
Sergio Di Cori Modigliani


lunedì 11 febbraio 2013

giovedì 7 febbraio 2013

Un miliardo di donne che ballano


Un miliardo di donne violate è un atrocità.
Un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione” Eve Ensler.



14 febbraio 2013: tutto il mondo dice basta
alla violenza sulle donne!


VERCELLI h. 17.30, piazza Cavour
TORINO: flash mob, piazza Castello h. 19,00
 
ALESSANDRIA: Via Vinzaglio, 59 ore 18.00
VITERBO: Piazza del Sacrario, ore 15.00


In occasione del 15°anniversario del V-Day, Eve Ensler ha immaginato il 14 febbraio 2013 come una “Giornata di azione globale”.

L'iniziativa ONE BILLION RISING è una mobilitazione internazionale con l’obiettivo di raccogliere l’adesione di un miliardo di persone nel mondo che – in risposta al miliardo di donne che nel corso della loro vita subisce e subirà violenza - il 14 febbraio 2013 si uniscano in un ballo collettivo di ribellione non violenta per celebrare insieme la volontà di arrestare quest’infamia.

Eve Ensler, il V-Day, attivisti ed organizzazioni di 160 paesi del mondo reclamano la partecipazione, attiva o simbolica, a questa giornata di danza e festa.

Ti chiediamo quindi il sostegno e l'adesione agli eventi One Billion Rising – Svegliati! Balla! Partecipa! il 14 febbraio 2013 – nella Tua città.