lunedì 22 aprile 2013

Cari tutti e tutte, ho pensato di raccogliere alcune prese di posizione, fra le quali una mi alettera aperta rivolta al Movimento Cinque stelle e di assemblarle in un solo post qui di seguito. Credo che la situazione itlaiana sia molto pericolosa e che occorra ragionare molto ma anche agire e prendere posizione. I documenti di cui seguito, propongono visioni simili e diverse e per questo le riporto tutte al fine di suscitare una discussione il più ampia possibile. A queste aggiungerei l'articolo di Fondo di Antonio Padellaro pubblicato ieri sul Fatto quotidiano.


RIELEZIONE DI NAPOLITANO: IL CETO POLITICO OCCUPA E CANCELLA LA DEMOCRAZIA
La rielezione di Napolitano, fatto mai avvenuto nella storia della repubblica italiana, è un altro drastico passo verso un presidenzialismo privo di contrappesi che trae alimento velenoso dalla crisi stessa dei partiti.
La scelta potenzialmente eversiva del nuovo Presidente della Repubblica è uno schiaffo in faccia all'unica evidenza emersa dalle recenti elezioni: che la maggioranza del Paese ritiene questo ceto politico corresponsabile di un'occupazione della nostra democrazia. Di tutto ciò Napolitano si è reso garante. La sua rielezione serve a ribadire che il contratto sociale si è rovesciato: vale quello stipulato tra ceto politico e poteri forti, e non tra poteri istituzionali e cittadini.
Il delirio di questi giorni ha smascherato l'incapacità dei partiti di elaborare il lutto per la loro stessa morte; per una mutazione dei rapporti sociali che è ormai nelle cose. Il reale ha una sua necessità, ed esso vira necessariamente verso il cambiamento.
Questi giorni, accanto alla psicosi dei partiti, hanno mostrato come frammenti di paese si stanno avvicinando e stanno facendo fronte, sotto il segno di una battaglia comune contro le squilibrate politiche di austerità, per la giustizia ambientale e sociale, per la difesa dei beni comuni e, in questo caso, sotto un nome la cui autorevolezza indica una direzione di marcia per tutti. Mentre i partiti si frammentano e si dissolvono, c'è un mondo che si scopre sempre più unito nella necessità di cambiare le cose. Nel disorientamento della politica, sappiamo da che parte stare e verso dove andare. ALBA farà la sua parte, insieme.

ALBA- Comitato Operativo Nazionale

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LETTERA APERTA AL MOVIMENTO CINQUE STELLE.

Di Franco Romanò.

Cari cinque stelle, siamo stati in molti e in molte in questi giorni, a sostenere la battaglia per l’elezione di Stefano Rodotà: in rete, nelle piazze, con manifestazione di varia natura. Molti/e non erano neppure elettori del vostro movimento, tanto meno militanti, ma è stata davvero una battaglia comune e convinta, che viene da lontano e cioè dai comitati per il referendum sull’acqua pubblica, dai forum sui diritti e la legalità e da tanto altro ancora. Tutto questo ha pesato, la prima considerazione che faccio è questa: la rabbia è tanta, ma io il bicchiere lo vedo più che mezzo pieno, perché propria la paura della mobilitazione che c’è  stata ha costretto a rendere evidente a tutti, alla luce del sole, quello che è accaduto. In questo senso la vostra battaglia è stata utile a tutti e a tutte le diverse sensibilità più o meno lontano o vicine alle vostre che si sono espresse in  questi giorni. In questo senso ha ragione il vostro capo gruppo alla Camera Fico quando dice che senza questa mobilitazione e senza la vostra presenza l’inciucio sarebbe avvenuto lo stesso ma al riparo da occhi indiscreti. Il prezzo che sta pagando chi ha voluto questo sordido esito è alto, più alto di quello che può apparire a prima vista e lo dimostrano anche le tante scomposte reazioni all’intervento attivo di un’opinione pubblica lontana dal minculpop, mediatico e pronta a ragionare con la propria testa e ad agire con tempestività ed efficacia.

Sui cartelli vostri di ieri in piazza Montecitorio e nelle prese di posizione tornava spesso una domanda: perché no Rodotà? Era una domanda rivolta al Pd e ai suoi parlamentari, fatta – suppongo – anche per stanarli e che non ha avuto risposta perché secondo me è un quesito mal posto. Provo a rovesciare la questione: perché Rodotà nòn poteva essere eletto presidente della Repubblica, nonostante il suo profilo sia assai distante da quello di un rivoluzionario, visto che era stato addirittura un fondatore del partito democratico? Ne elenco brevemente le ragioni, per tornare poi su alcune di esse.
1)     Rodotà ha difeso in modo inflessibile un’idea di legalità costituzionale basata sulla centralità del parlamento.
2)     Rodotà di fronte allo scadimento della sovranità popolare a causa del trasferimento di poteri sovranazionali, ha proposto e promosso strumenti di democrazia partecipata e dal basso (proposte di leggi popolari e referendum sull’acqua, carta dei beni comuni).
3)     Rodotà ha sostenuto le battaglie più avanzate in tema di diritti civili e loro estensione.
4)     Rodotà ha condotto le battaglie sulla legalità, il conflitto di interessi e altro in modo rigoroso, tanto da trovarsi sempre più ai margini della stesso Pd che una tale legge non l’ha mai voluta (più che non Prodi, furono i D’Alema e i Violante a stopparla, durante il suo primo governo).
5)     Rodotà, infine, è stato il solo a dire senza se e senza ma, che l’immissione del vicolo di pareggio di bilancio nella Costituzione era anticostituzionale, mettendosi di traverso con lo stesso Napoletano.

Queste sono le vere ragioni (e ce n’è quanto basta), del silenzio del Pd e della mancata riposta, non quella ridicola cui forse può credere qualcuno dei suoi giovani deputati/e e cioè che la mancata elezione dipende dal fatto che è stato il movimento cinque stelle e non loro ad avanzare la candidatura Rodotà; cosa doppiamente falsa, nel senso che il suo nome è stato proposto una prima volta insieme a quello di altri e altre, almeno due mesi fa e dunque circolava da tempo, anche prima che le vostre quirinarie lo promuovessero. 
Perciò era una battaglia non destinata a vincere subito, perché il nucleo di poteri che si sono coagulati intorno alla rielezione di Napolitano e che si opponevano a un profilo come quello di Rodotà sono vastissimi, ma sono anche poteri in difficoltà e dunque ancora più determinati a difendersi a oltranza; infine, tali poteri non hanno radici solo italiane. La ricostruzione degli eventi fatta domenica da Padellaro sul Fatto quotidiano lo certifica abbondantemente, ma basterebbe pure il sospiro di sollievo dei poteri forti europei alla notizia della rielezione di Napoletano, le congratulazioni arrivate in tempo reale dalla CEI (questa volta almeno non hanno sbagliato il nome), la notizia data addirittura su molte televisioni europee interrompendo i programmi, le stesse facce felici, anzi scompostamente felici, di giornalisti televisivi corrotti che hanno tutto da guadagnare dalla perpetuazione (ma fin quando?) di un assetto di potere che non tiene più, ma grazie al quale hanno potuto fare brillanti carriere dentro e fuori la Rai o altrove nei quotidiani.

La rabbia, per tutto questo e molto altro, era ed è legittima, non però le manifestazioni a caldo, nella illusione che basti una spallata, illusione che avete alimentato anche voi e che ora rischia di rivolgersi contro di voi. Non sarà come aprire una scatoletta di tonno, per questo occorre una mobilitazione vasta e non improvvisata, che sarebbe stata rischiosa anche per le provocazioni cui può andare incontro, oppure per le adesioni imbarazzanti che può attirare (ci siamo dimenticati del ruolo che mafie, servizi segreti e poteri più o meno occulti hanno avuto nei momenti nevralgici della politica italiana?).

Le radici di quanto accaduto non sono soltanto italiane. Da noi c’è un assetto di potere trasversale, corrotto e sempre più chiuso nel proprio bunker, che difende meschini interessi di bottega e grandi illegalità, ma sono il versante europeo e quello sociale gli altri due punti nevralgici. L’Europa di Maastricht è un edificio che va a pezzi e al quale non crede più nessuno, ma finché gli smottamenti riguardano paesi periferici e il massacro sociale delle loro popolazioni (che a nessun interessa), si cerca di traccheggiare nell'attesa delle prossime elezioni tedesche, ma se in paese come l’Italia, l’assetto di potere che ha sottoscritto il patto leonino con Francoforte e Berlino va in pezzi, allora le questioni diventano serie. Perciò hanno avuto paura persino di Prodi!, tanto da impallinarlo con ben 101 grandi elettori che hanno disatteso le indicazioni di un’assemblea che addirittura aveva accolto la proposta con acclamazione! Ridicolo, a questo proposito, evocare il tradimento, da parte di Bersani. Cinque o dieci franchi tiratori sono una fronda, 101 sono un’organizzazione compatta che non si mette in piedi in poche ore. Il pd, nella sua rappresentazione visibile, è una via di mezzo fra un partito iceberg e un mostro a molte teste, senza che appaia all’orizzonte visibile un cervello. Tuttavia, l’iceberg un po’ si è visto anche sotto in questi giorni. La triangolazione D’Alema-Renzi-Berlusconi è una delle chiavi della rielezione di Napoletano e quanti ai cervelli, quelli che contano hanno sempre agito sotto traccia e in questi giorni si sono sentiti eccome! Per questo trovo francamente sbagliato l’entusiasmo da voi manifestato perché Bersani è finalmente andato a casa! Non capire che il segretario del Pd è sempre stato una testa di paglia, che peraltro non aveva bisogno di nessun aiuto per finire come è finito, significa non comprendere dove si annida il potere reale, che non è certo nel teatrino visibile e neppure in Berlusconi, il cui rientro in gioco è l’effetto collaterale del disastro piddino, ma nel patto di ferro trasversale fra le forze che hanno avuto proprio in Napoletano e in Monti un primo punto di riferimento e che hanno avuto paura persino di Prodi perché quando il bunker diventata troppo piccolo e troppo assediato, anche una minima infiltrazione d’acqua può causarne il crollo.
Dei punti citati in precedenza, quelli davvero vincolanti nel breve termine e che non mi sembrano al primo posto nelle vostre analisi, riguardano l’agenda europea. Fiscal compact, patto di stabilità e vincolo del pareggio di bilancio sono un cappio al collo di qualsiasi politica. Ho letto che il vostro movimento ha varato una commissione che si occupa di questo, incaricata di prendere in considerazione diversi scenari possibili (euro a due velocità, doppia moneta ecc.). L’idea è molto buona, ma il rischio è quello di avere entro poco tempo di un governo di larghe intese che vanifichi ogni sforzo, tagliando alla radice le possibilità di una revisione ampia di questi patti. Per questo occorre che, oltre all’azione di pressione affinché un governo simile non possa avere l a fiducia del parlamento, ci sia al più presto un’azione europea coordinata da parte di quelle forze e paesi che sono più vittime del gioco al massacro. Siete la sola forza politica, in questo momento, che può farsi portavoce di questo; esistono anche latri movimenti e organizzazioni che si muovono su questo terreno, ma in Italia siete oggi quelli che possono chiederlo con una certa autorevolezza. Fatelo senza settarismi, sapendo che non siete i soli, tanto meno in Europa, ma fatelo/facciamolo presto.       

      
Non è un golpe, è una resa – Marco Revelli (Il Manifesto)
21/4/2013
Da oggi l’Italia non è più una democrazia parlamentare. Non c’è altro modo di leggere il voto di ieri se non come una resa. Una clamorosa, esplicita e trasversale abdicazione del parlamento. Per la seconda volta in poco più di un anno una composizione parlamentare maggioritaria si è messa attivamente in disparte. Ha dichiarato la propria impotenza, incompetenza e irrilevanza, offrendo il capo e il collo a un potere altro, chiamato a svolgere un ruolo di supplenza e, in prospettiva, di comando. E se la prima volta poteva apparire ancora “umana”, la seconda volta – con un nuovo parlamento, dopo un voto popolare dal significato inconfutabile nella sua domanda di discontinuità – è senz’altro diabolica, per lo meno nei suoi effetti. C’è, in quella triste processione di capi partito col cappello in mano, in fila al Quirinale per implorare un capo dello stato ormai scaduto di rimediare alla loro congiunta e collegiale incapacità di decisione, il segno di una malattia mortale della nostra democrazia. La conferma che la crisi di sistema è giunta a erodere lo stesso assetto costituzionale fino a renderlo irriconoscibile. Forse non è, in senso tecnico, un colpo di stato. Possiamo chiamarlo come vogliamo: un mutamento della costituzione materiale. Una cronicizzazione dello stato d’eccezione. Una sospensione della forma di governo… Certo è che questo presidenzialismo di fatto, affidato a un presidente fuori corso per un mandato tendenzialmente fulmineo, stravolge tutti gli equilibri di potere. Produce una lesione gravissima al principio di rappresentanza. Soprattutto fa scomparire la tradizionale forma di mediazione tra istituzioni e società che era incarnata dal parlamento, tanto più se questo venisse occupato e bloccato da una maggioranza ibrida e bipartisan, contro-natura e contrapposta al volere della stragrande maggioranza degli elettori. D’ora in poi – e in un momento socialmente drammatico – Governo e Piazza verranno a confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi in mezzo, senza corpi intermedi per la banale ragione che il principale strumento di mediazione, il partito politico, si è estinto in diretta, travolto dalla propria incapacità di mediare non più, ormai, gli interessi e le domande di una società abbandonata da tempo ma le proprie stesse tensioni interne, le contraddizioni tra le sue disarticolate componenti. Di questo è morto il partito democratico: della sua incapacità a contenere la spinta centrifuga dei propri interiori furori, degli odii covati per anni, delle idiosincrasie personali (rispetto a cui, diciamolo sinceramente, un voto per Rodotà avrebbe costituito uno straordinario antidoto e il segno di una possibilità di cura). Né si può dire che il Pdl sia mai esistito come partito, incentrato com’è sulla esclusiva figura del suo leader e sulla difesa dai suoi guai giudiziari. Dopo questa ostentazione pubblica di dissennatezza e incapacità non basterà nessun accanimento terapeutico, nessun appuntamento tardivo o attesa di una figura salvifica per rimediare al rogo simbolico della residua capacità operativa del Pd e in generale del centro-sinistra. Così come non sarà sufficiente un’estemporanea cooptazione nei giochi di potere del Pdl con relativi cespugli per assicurargli una qualche capacità di «controllo sociale». Anzi, lo vedremo sempre più spesso soffiare sul fuoco. Il rischio che la crisi italiana, contenuta finora entro le sponde imprevedibilmente solide della dialettica elettorale, entri in una fase esplosiva è terribilmente alto. E non si riduce proclamando coprifuoco tardivi. Né maldestri tentativi di abbassare la pressione con betabloccanti predicatori, ma con un surplus di partecipazione. Favorendo, con tutti i mezzi legali disponibili, una collettiva presa di parola capace di surrogare in basso il vuoto di senso generatosi in alto.
          

mercoledì 10 aprile 2013

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo quarantaseiesimo.

CAPITOLO QUARANTASEIESIMO.

È di nuovo solo Jayant Narlikar, nella sua saletta, collocata ai margini della grande plancia che si trova al centro della struttura di comando.
Presto cederà il passo, anzi, è deciso ad accelerare i tempi del suo ritiro. Non c'è più alcun bisogno di lui, molte paure legate all'inizio della loro avventura si sono placate, la sua garanzia non è necessaria come un tempo e sebbene le forze lo sorreggano ancora, le pratiche per avviare la sua successione sono state avviate, sebbene la notizia non sia stata ancora divulgata ai Commons, ma solo fatta circolare nella cerchia ristretta di responsabili delle strutture.
Mentre rimette in funzione il suo computer, dove è stato scaricato il file con tutte le ipotesi sull'origine dell'universo, si ritrova a pensare che avrà più tempo per dedicarsi proprio a quello, lo studio, che lo appassiona sempre di più come quando aveva vent'anni.
Il computer prosegue nelle sue evoluzioni, finché le pagine non appaiono sul grande scherzo. Narlikar le osserva attentamente poi comincia a sfogliare. Il titolo e l'avvertenza iniziale lo fanno un poco sorridere:

Brevi note cronologiche sulla storia dell'universo, cui segue come spiegazione: le date devono essere considerate, anche se non specificato, come approssimative. I cosmologi hanno suddiviso la "storia" dell'Universo in 9 ere, che variano da poche frazioni di secondo a miliardi di anni. Ciascuna di queste ere è caratterizzata da un avvenimento particolare - che può essere la separazione di una forza fondamentale dalle altre, oppure la formazione dei primi nuclei.

Già, le date... anche lui aveva accettato quella definizione, ma ora si ritrova a pensare, che il mattino del giorno precedente, quando aveva scovato quella vecchia enciclopedia dal nome buffo – Wikipedia – il suo pensiero aveva cominciato a muoversi proprio dalla questione del tempo. La parola ere, in particolare, applicata a scansioni tanto vertiginosamente lontane come pochi secondi o miliardi di anni, lo fa indugiare. Apre una nuova pagina accanto a quella principale, fitta di equazioni, calcoli trigonometrici e corpuscolari, frattali e altro; niente sembra soddisfarlo e allora ritorna alla pagina principale. Dopo avere bevuto un sorso d'acqua e sospirato a lungo fa scorrere lentamente le righe, una per una.
Big Bang, per approfondire vedi:


Cronologia del Big Bang.
  • 13,7 miliardi di anni fa.
Passa alla riga sottostante e si ferma si di essa.
Era di Planck Nessuna delle attuali teorie fisiche può descrivere correttamente cosa sia accaduto nell'era di Planck, che prende il nome dal fisico tedesco Max Planck. In questa era le quattro forze fondamentali – elettromagnetica, nucleare debole, nucleare forte e gravità – hanno la stessa intensità, e sono forse unificate in una sola forza fondamentale.
Che sciocchezza, si lascia scappare ad alta voce, ma ciononostante il dito indugia sul tasto; prima di tutto altro che 13 miliardi, sono almeno venti, continua ad aggiungere parlando fra sé e se a voce alta. E poi Plank non era davvero un gran fisico, molto sopravvalutato. La mano, tuttavia, indugia ancora, poi batte con forza un tasto e compare il punto successivo.

Era di grande unificazione.

Diametro dell'Universo:?
Temperatura: 1030 K
Tempo dopo il Big Bang: 1 decimiliardesimo di miliardesimo di yoctosecondo (10-43 secondi)
Chiamata anche Era di Gut. Le forze fondamentali, eccetto la gravità, erano unite in una sola "superforza" costituita dalla forza elettromagnetica e dalle forze nucleari debole e forte. Secondo le conoscenze attuali è precisamente a questo momento che si può far risalire la nascita dello spazio-tempo così come lo conosciamo.
Scuote la testa. Diametro, diametro dell'universo, che vuol dire... questi mettevano il carro davanti ai buoi, come si fa a stabilire un diametro se non si definisce prima se l'universo è in espansione o meno.
Suona il telefono, lo afferra visibilmente infastidito. Sul piccolo schermo appare il volto di Galileo.
Mi dica Fanti...”
È vera la notizia che lei intende lasciare il comando a qualcun altro?”
Certo... sono stato io stesso a comunicarla.”
Mi aspettavo una riunione collegiale...”
Ci sarà.”
Mm, dopo quello che è successo, non era meglio attendere un po'? La questione dei mancati contatti ha turbato tutti... l'inchiesta la condurrà sempre lei?”
Sì, naturalmente, insieme a chi mi succederà... e naturalmente gli altri già indicati... a proposito, le sue preoccupazioni - se ci sono state - sono destituite di fondamento... certo che la dottoressa Diotima Anghelopoulos ne farà parte... Ora però la prego di lasciarmi lavorare...”
Bene la ringrazio della sollecitudine...immagino non ci sia ancora un a data per la riunione...”
Immagina bene, ma mi farò vivo presto.”
Narlikar sospira, poi con un rapido movimenti decide di stampare quello che ha già letto per studiarselo più tardi: la telefonata lo ha distolto troppo bruscamente e la mente non è più così elastica come un tempo: meglio una buona sauna prima di cena.