sabato 31 agosto 2013

Agenda dscirttore: romanzo. Capitolocinquantunesimo.

CAPITOLO CINQUANTUNESIMO.


Avete idea, una qualche idea del perché di questa scelta”
In quel momento si sente sbattere la porta d’ingresso: è Sigfried che rientra precipitosamente in casa insieme alla madre Annelore, mentre Johann si aggira per la stanza, scurissimo in volto. Si abbracciano, poi lui intima il silenzio e sotto voce li informa che Gunther sta parlando proprio con Galileo.
E il clima come è?”
La risposta di Galileo è molto lunga, Gunther scuote più volte il capo in segno di assenso, poi si salutano in fretta.
Non poteva più continuare, stanno iniziando.”
Fuori sono preoccupati, in centro si sono arrestati tutti davanti ai monitor, girano le voci più fantasiose, ma si rende conto che diavolo ha combinato Narlikar?”
Lo ha fatto apposta, questo è evidente… ma perché”
Si siedono tutti in cerchio su divano e poltrone.
Che ti ha detto Galileo…”
Prima un’altra questione: ho sentito gli altri giornalisti, a questo punto che ci tengano fuori non è più tollerabile, sta girando una petizione che è anche una protesta durissima, vogliamo andare là dentro, tutti.”
Calma, calma Gunther, tu sei più utile fuori…”
Ci ho già pensato e ho parlato con Wang.”
Alla notizia tutti tirano un respiro di sollievo.
E lui?”
Entusiasta come sempre, molto onorato e…”
Sì, va bene ma ci capisce qualcosa questo cinese?”
Eccome, non trattatelo male, sarà qui fra poco naturalmente se siete d’accordo, gli ho detto che prima di farlo venire dovevo per forza discuterne con voi.”
Va bene, chiamalo subito” afferma decisa Annelore, poi aggiunge “E sua moglie?”
Gunther rimane un momento interdetto, poi “Non me ne ha parlato, vuole dire che viene solo..”
Ma no, non te ne ha parlato perché è uno molto discreto, senti un po’, dai retta a me, chiediglielo.”
L’attesa è breve: “Sì avevi ragione, arriva con lei… Aspettiamo che siano qui poi vi dico di Galileo.”


lunedì 26 agosto 2013

Interista comunista come me.


SCAFFALI · «PENSARE IL CALCIO» DI ELIO MATASSI, PUBBLICATO DALLA CASA EDITRICE IL RAMO
Nelle tenebre neroazzurre
ARTICOLO - LUIGI CAVALLARO

Una stagione amara che rappresenta in realtà una «cifra esistenziale» ciclica nella storia dell'Inter Una squadra affetta dalla sindrome dr Jekyll e mr Hide, tra mesti tramonti e grandi vittorie
Lo confesso: mi sono sentito veramente incapace di scrivere della seconda parte dell'ultima stagione nerazzurra. Troppo amara la delusione dopo il bel calcio ammirato fino al 3 novembre scorso e troppe le variabili di cui dar conto per riuscire a spiegare in che modo una squadra che era riuscita a insidiare il primo posto in classifica dei bianconeri, andando a stravincere in casa loro, sia stata da quel momento in poi protagonista di una rotta sempre più rovinosa, al limite del grottesco. Troppe e senza alcun filo evidente che le connettesse le une alle altre. Mi aiuta adesso un librino di Elio Matassi, filosofo e interista, intitolato Pensare il calcio (Il ramo, pp. 98, euro 15). In effetti, se si prescinde dal piazzamento e dal numero di sconfitte (trattasi di record negativi, il primo per l'era Moratti, il secondo per i campionati a 20 squadre), la stagione 2012-2013 non è stata dissimile da molte altre dell'Inter. Nata per scissione dal Milan, sotto il segno dei Pesci, la squadra nerazzurra - ricorda Matassi - ha da sempre abituato i suoi tifosi all'alternarsi di impennate gloriose e cadute rovinose: imprevedibili le une e le altre, e sempre maturate in un brevissimo torno di tempo. Una specie di alternanza tra Dr. Jekyll e Mr. Hyde, che ha reso quella nerazzurra l'unica squadra per la quale l'aggettivo «pazza» è usato davvero a proposito. Questa cifra «ontologica» ha costituito per lunghi anni un orizzonte tendenzialmente intrascendibile. Un destino , saremmo tentati di dire, in cui tesi e antitesi (cioè vittorie e sconfitte) si ricomponevano immancabilmente in una «sintesi» il cui significato ultimo stava nel riconfermare eternamente che c'era stata, e c'era, un'unica, sola, vera «Grande Inter»: quella degli anni '60 di Moratti (padre) ed Herrera. Qualcosa che ricorda assai da vicino la freudiana «coazione a ripetere», dalla quale, com'è noto, non si esce mai: giusto come dalla totalità dialettica hegeliana, che non a caso Kojève, nei suoi seminari parigini degli anni '30, accostava all'idea della morte. L'impressione è che Andrea Stramaccioni, il giovane tecnico nerazzurro giubilato a fine stagione, sia rimasto per l'appunto prigioniero di questo destino. Ereditata dalle gestioni precedenti una rosa che vedeva in posizione centrale molti (troppi) ultratrentenni, il mister ha dovuto improvvisare una preparazione atletica tale che i carichi di lavoro imposti ai più «giovani» non logorassero ulteriormente i corpi già spremuti dei «vecchi»: una cosa praticamente impossibile, che avrebbe richiesto - per dirla con un'altra suggestione di Matassi - che la dialettica fra le ragioni degli uni e quelle degli altri si componesse non già in una sintesi «conciliante» à la Hegel, ma semmai con un'estremizzazione delle differenze à la Benjamin. Così non è stato e, complici le lunghissime ferie natalizie, al «picco di forma» conseguito a metà novembre ha fatto seguito uno strabiliante calo atletico, reso palese negli scontri con squadre anche non eccelse per qualità ma che, semplicemente, correvano. Lo 0-4 patito contro la Fiorentina, sotto questo profilo, non ha raccontato un storia differente rispetto all'1-3 contro il Siena o allo 0-2 con il Cagliari, né rispetto agli otto gol (otto!) rimediati nel doppio confronto con l'Udinese: non appena gli avversari giocavano in velocità, l'Inter andava in sofferenza; per contro, ove messa in condizione di giocare sui ritmi che sapeva reggere (e cioè, abbastanza compassati: un po' come nelle partite che vedevamo da ragazzi), la squadra mostrava qualità a sufficienza per impensierire qualunque avversario, come è successo non solo contro il Chievo o il Parma, ma anche nel secondo tempo della partita di ritorno col Milan o nello sfortunato quarto casalingo di Europa League contro il Tottenham. Il lunghissimo corteo di infortuni patiti dalla rosa nerazzurra (oltre 40) ha certificato questa realtà, costituendo inevitabilmente il tecnico a primo responsabile del disastro: perché se è vero che la squadra è - per dirla ancora con Matassi - una totalità che viene prima degli undici giocatori (più il parco riserve) che la compongono, non è meno vero che il primato olistico della squadra vale solo fintanto che non la si assuma come «totalità autosufficiente», alla maniera in cui gli economisti borghesi si illudono (e ci illudono) che funzioni il mercato concorrenziale, ma come totalità pianificata : ciò che, dopo la «Grande Inter» di Herrera, solo Mourinho ha saputo ricreare, redimendo - ha ragione, qui, Matassi - l'Inter dalla sua coazione a ripetere e trasformandola da vittima predestinata in vincente incondizionata. Non così Stramaccioni. «Aziendalista» fino in fondo, poco importa se per scelta o per necessità, ha avallato tutte le decisioni passate sulla sua testa, finendo per restare prigioniero della stessa impasse in cui Moratti (figlio) è precipitato dopo il magico 2010: continuare a vincere, cancellando la memoria della «Grande Inter» di suo padre, o usare il paravento del Fair-play finanziario per tirarsi progressivamente indietro e lasciare che la storia torni a ripetersi sempre uguale? Come si sa, l'uomo è indeciso a tutto, e trattandosi au fond del rapporto con il Padre è ben comprensibile. Nel frattempo, ci è toccato assistere al mesto tramonto di campioni del calibro di Zanetti, Cambiasso, Stankovic, Milito, Samuel e Chivu, ultimi reduci della gloriosa «tripletta» di appena tre anni fa, che hanno disputato partite sempre più mediocri e penose: un inglorioso canto del cigno di una generazione di atleti, che per molti versi ha ricordato la tristissima avventura degli azzurri vicecampioni del mondo al Mondiale tedesco del '74, immortalata da Giovanni Arpino nel suo struggente Azzurro tenebra . Non è certo un caso che nelle nuove maglie dell'Inter il tradizionale roya l blue sia stato appesantito in un midnight blue : al netto della recente e roboante vittoria in Coppa Italia contro un avversario certo non di rango, per l'Inter, al momento, è davvero notte fonda. Certo, sull'esito finale della stagione passata hanno pesato numerosi e insistiti errori arbitrali. Una cronistoria ragionata delle decisioni «sfavorevoli» che l'Inter ha subito a partire da quel famigerato 3 novembre dell'anno scorso, meglio ancora se comparata con i trattamenti ricevuti nel girone di ritorno da chi ci ha preceduto in classifica al terzo posto (ossia il Milan), mostrerebbe facilmente che - al di là degli errori individuali e collettivi commessi dai nerazzurri - quello conclusosi nel maggio scorso è stato un campionato oggettivamente scarso e che i diciotto punti di distacco tra le due squadre di Milano non testimoniano certo di chissà quale superiorità dei rossoneri nei confronti della Beneamata . Non abbiamo elementi per parlare di complotti, ma certo sovviene la «prostituzione intellettuale» di cui parlò Mourinho quattro anni fa: una prostituzione intellettuale così smaccata, così palese, da indurre in molti arbitri una faciloneria e un'approssimazione nei giudizi che mai si permetterebbero nei confronti della Juve o del Milan, che hanno ben altri mezzi (editoriali, comunicativi e di potere tou t court ) a loro disposizione e possono di conseguenza condizionarne pesantemente la carriera. Proprio qui, peraltro, soccorre l'ultima suggestione che prendiamo a prestito da Matassi: l'immagine di Mourinho che leva i pugni in alto e simula le manette. Immagine completamente fraintesa dai giudici sportivi, che vi videro l'auspicio dell'arresto dell'arbitro Tagliavento e dei suoi assistenti, e con cui invece Mourinho, quasi un Houdini redivivo, invocava il suo ammanettamento: «Ammanettatemi pure, tanto io riuscirò a liberarmi». Liberarsi, certo, dalla große Koalition anti-Inter, che recentemente ha tentato perfino di riscrivere la storia di Calciopoli, farneticando di un'assimilazione tra le telefonate di Giacinto Facchetti e quelle di Luciano Moggi. Ma liberarsi anche dalla coazione a ripetere di continuare a mimare una «pazzia» al solo fine di tornare a celebrare la memoria della «Grande Inter» degli anni '60. Il 9 marzo scorso, 105˚ compleanno della Beneamata, ho partecipato ad un festeggiamento organizzato in una trattoria milanese e alla fine della serata mi sono reso conto che di Mourinho e dell'Inter della «tripletta» non si era quasi parlato. Si direbbe solo una dimenticanza: e Freud annuirebbe, soddisfatto.

mercoledì 21 agosto 2013

EDUCARSI A VEDERE

Ghirri: voce del verbo vedere

«Capire, leggere e interpretare le immagini è come leggere o ascoltare un discorso: se non ne conosciamo la lingua per noi è incomprensibile. Bisogna partire dall'alfabeto ...». [Rita Iacomino]

Redazione
martedì 20 agosto 2013 17:25

di Rita Iacomino
Ecco che la realtà si confonde con le nostre proiezioni, natura e artificio mescolandosi formano una complessità illeggibile, il nostro sguardo annega nell'indecifrabile o soggiace al luogo comune visivo. Acquisire la consapevolezza delle leggi che regolano la visione, ci permette di affrontare le immagini, l'immagine del mondo.
Nell'ottima mostra allestita al Maxxi l'opera fotografica di Luigi Ghirri ha, tra gli altri, il merito di guidarci in un'esperienza educativa del vedere. Che il vedere sia frutto di processi fisiologici e psicologici insieme, lo sappiamo dagli studi sulla percezione visiva (Kanitzsa, Gregory, tra gli altri) i quali con metodologie e sviluppi differenti dimostrano quanto l'atto del guardare sia un processo implicante fortemente la soggettività. Vedere è anche ricordare, è anche un fatto affettivo, e può certamente essere un atto conoscitivo.
Capire, leggere e interpretare le immagini è come leggere o ascoltare un discorso: se non ne conosciamo la lingua per noi è incomprensibile. Bisogna partire dall'alfabeto, dai singoli segni elementari, svelare le leggi che regolano i rapporti tra i vari elementi, svelarne il funzionamento, la sintassi. L'opera fotografica di Ghirri ha questo forte intento metalinguistico.
Una delle principali leggi percettive riguarda ad esempio i rapporti che intercorrono tra figura e sfondo, in base alla quale su un campo visivo uno o più elementi che si distaccano da un insieme indeterminato assumono lo statuto di figure mentre il resto del campo arretra e diventa sfondo. Si tratta di un fatto complesso, qui troppo esemplificato ma sul quale è sorta la lunga diatriba tra astrazione e figurazione che ha attraversato il secolo scorso e forse mai risolta.
In molte immagini fotografiche di Ghirri l'indeterminatezza ci interroga su cosa sia sfondo e cosa figura in un'alternanza che l'occhio per ragioni fisiologiche e psicologiche accetta solo per un tempo brevissimo. Siamo costretti a scegliere cosa vedere, decidere priorità percettive. Il frequente ricorso dell'artista fotografo a tassellature spaziali o alle cosiddette immagini di controscambio, induce nell'osservatore una riflessione, un surplus di attenzione. Ghirri lavora sullo spaesamento dello sguardo permettendoci di accedere a un livello profondo dell'esperienza visiva.
Di una semplicità disarmante dal punto di vista tecnico le fotografie di Ghirri raggiungono un'altissima misura poetica funzionando come macchine di senso, e agiscono potentemente sulla memoria, sembrano reperti di un nostro mondo infantile, apparentemente semplici trasportano invece un carico di ambiguità.
Perché le immagini sono illusioni, il vero non più scindibile dal verosimile.
Un lavoro affascinante che ricorda nel metodo, nell'intento, quello impressionista. Ghirri fa con lo scatto fotografico quello che i pittori della luce e del colore hanno fatto con il pennello. Non a caso dall'operazione impressionista abbiamo tratto una prima grande lezione decostruttiva dell'immagine (e penso a Cezanne) che ha avuto le note conseguenze, passando per il cubismo, sull'arte contemporanea. Decostruire un'immagine è evidenziarne il meccanismo, trovare la struttura che regge "la rappresentazione".
C'è inoltre un armamentario di specchi vetri e riflessi nonché l'uso di reticoli grate e tassellature che ancora una volta, rendendo lo spazio rifratto e geometricamente rarefatto, infinito e bidimensionale, avvicina il fotografo ai pittori impressionisti. Naturalmente si tratta di suggestioni, l'opera di Ghirri presenta punti di tangenza con buona parte della riflessione artistica contemporanea (penso a Kosuth e ad alcune esperienze di Land Art) e a ritroso con le avanguardie storiche.
Nelle fotografie ospitate al Maxxi, divise in tre grandi filoni tematici, si snoda un percorso che partendo dall'osservazione di oggetti/soggetti artificiali in perfetta osmosi con il paesaggio urbano o naturale giunge alle fotografie di "Paesaggi" e alla sezione "Architetture". Non c'è monumentalità, le cose umane e quelle naturali giacciono su un unico piano, in una loro sconcertante evidenza, nel silenzio, senza tempo.
Guardando queste immagini si avverte come un'assenza, un certo distacco dalla cosa osservata, lo sguardo è sempre un po' in basso quasi dovesse passare attraverso un bagno purificante e ridiventare infantile. Messaggi di carta da un mondo illusorio colto sul punto di sparire per sempre, fragili come ricordi di cose appena intraviste e pronte a rituffarsi nell'oblio.

Racconto breve.

Finite le vacanze una felice sopresa. Il mio racocnto Tredici-ventuno è ora disonibile anche sulla pagina di facebook di Storie brevi, una meritoria iniziativa editoriale del gruippo espresso che ho già segnalato più volte agli autori e autrici che si cimentano con il racconto breve. Ricordo che si tratta di un sito per la narrativa visibile su smart phone, ma gli stessi racconti più letti vengono poi segnalati anche nella pagina facebook.

venerdì 9 agosto 2013

Agenda di scrittore: Romanzo. Capitolo quarantanovesimo.

CAPITOLO QUARANTANOVESIMO.

Narlikar ha superato di slancio la nuova interruzione, riaccende  in fretta il computer, sorridendo al bicchiere di aranciata che Corinne ha provveduto a mettergli sul lato estremo della scrivania. Un rapido sorso e poi una nuova videata.

Temperatura: 1027 K, pari ad un miliardo di miliardi di miliardi di °C
Tempo dopo il Big Bang: 1 centimiliardesimo di yoctosecondo (10-35 secondi)
Ma quale temperatura, quante assurdità, sbotta ad alta voce, poi smanetta più in basso...
Nell'era dell'inflazione, le oscillazioni dell'inflatone diedero origine ad una rapida ma drastica espansione dell'Universo. L'energia sotto forma di radiazione liberata da questo particolare campo di Higgs diede origine a coppie particella-antiparticella.
Ma figurarsi! Un'altra sciocchezza. Mi sa che è tutta inutile questa ricerca, non capivano nulla, si soffermavano su particolari del tutto insignificanti. Dopo un nuovo scatto verso il basso, la ricomparsa della parola diametro dell'universo  provoca un nuovo scatto iroso, seguito da un riso altrettanto compulsivo. Dopo avere inghiottito una decina di pagine, si blocca di nuovo...
In quest'era, il campo di Higgs forte aveva già separato l'interazione forte da quella elettrodebole, determinando la formazione di gluoni e di coppie quark-antiquark dalla radiazione liberatasi in seguito all'inflazione. Si ipotizza che i bosoni X e Y (se mai sono esistiti) siano comparsi in questa era. L'era elettrodebole durò circa 10-27 secondi. La sua fine fu caratterizzata dalla separazione della forza elettrodebole in interazione debole ed elettromagnetica, fenomeno determinato dalle oscillazioni del campo di Higgs elettrodebole.
Sì è da qui che bisogna d ricominciare… noi siamo andati oltre 10 alla -27 ma non abbiamo trovato nulla. Perché non abbiamo trovato nulla?
Tale quesito non lo abbandonava mai, stava diventando la sua ossessione, ma era certo che tutte le domande che lui si stava ponendo da un po’ di tempo, giravano intorno a quell’assurdità. I fisici antichi avevano infatti formulato un’ipotesi completamente diversa e cioè che quella soglia non fosse superabile perché prima di essa c’era il grande scoppio quello che anticamente si chiamava Bg Bang. Invece niente, come se fossero usciti all’ultimo momento e precipitati da qualche altra parte: un po’ come se un tale, aprendo la porta dell’ascensore, non trovasse il mezzo che si sì aspetta ma il vuoto.
Era degli adroni
Durante l'era degli adroni, l'energia termica divenne sufficientemente bassa da consentire l'interazione fra quark mediante la forza forte. I quark e gli antiquark si legarono così a formare i primi adroni.
Narlikar spegne il computer e si avvia verso la grande libreria a  muro, ma i libri cui vuole arrivare stanno tropo in alto e non se la sente di salire sulla scala. A malincuore richiama la segretaria.
“Mi spiace disturbarla cara Corinne, ma ormai questo mia zavorra di ossa non mi permette neppure di salire una scala…”
“Non si preoccupi professore, e non lo tratti così malinconicamente la sua zavorra. Vorrei avere io la sua leggerezza…”
”Già una leggerezza che rischia di spezzarsi ogni volta che viene messa alla prova…”
Aveva pronunciato quelle ultime parole con un tono che sembrava alludere al qualcosa d’altro che non al suo corpo…
“Cosa vuole che le prenda professore?”
Corinne era la sola persona che lo poteva chiamare professore, per tutti gli altri era quasi un obbligo l’uso di comandate…
“Provi nella fila più alta, sulla destra.. ci dovrebbe essere una sequenza di testi di fisica teorica di miei connazionali e poi un ultimo testo di Bohr, infine un  piccolo libro di un poeta e filosofo Rabinandhrat (come il grande poeta Tagore) e poi il cognome me lo sono scordato. È un libro che voi occidentali definireste di saggezza indiana, non mi ricordo perché diavolo lo avevo messo proprio lì ma una ragione ci deve essere stata…”
“Lei ricorda tutto professore, la invidio!”
E in men che non si dica Corinne ridiscende leggera dalla lunga scala con tutti i libri.
“Sa cosa mi dispiace di più della mia imminente dimissione da comandante? Che anche gli altri mi chiameranno professore come lei… ma vede Corinne, lei lo fece perché ammirava davvero i miei studi, mentre loro mi chiameranno in quel modo solo perché non potranno più definirmi comandante…”
“Vuole dirmi che non l’apprezzavano come fisico e studioso?” continua lei un poco scettica.
“Mi scelsero per le mie doti di buon senso e calma, le mie ricerche le snobbavano, mi ritenevano solo un ottimo tecnico… e lo ero intendiamoci, non mi è mai piaciuta la teoria astratta dovevo metterci le mani nella materia, ma a loro questo sembrava un diminuirsi… poi, certo, è la materia a farsi sempre più evanescente, per cui metterci le mani è come alzarle al cielo” Detto ciò allarga le braccia e, dopo una breve pausa, prosegue: “La prego Corinne, siamo già a metà giornata e ho dato tutte le risposte possibili; inventi lei una scusa se mi chiamano ancora, che sto dormendo è sempre una buona ragione per far venir loro sensi di colpa, infondo le danze cominceranno domani e mancano poche ore… se non fosse proprio una questione importante… vorrei non essere disturbato da qui alla cena e la prego…rimanga con me questa sera, ho bisogno di avvicinarmi alla riunione di domani con uno spirito positivo e solo lei mi può aiutare in questo…”
“Non dubiti, lo avevo già pensato.”   

Agenda di scrittore: romanzo. Capitolo cinquantesimo.

CAPITOLO CINQUANTESIMO.
“Il permesso mi è stato rifiutato... non possiamo uscire fino a inchiesta conclusa...”
Diotima scuote il capo: “Me l'aspettavo sai...”
“Anticipo le conclusioni che avrei detto a fine inchiesta, metto nero su bianco le mie dimissioni, così ci crederanno: un conto è annunciale, un conto è scrivere... e prima della fine dell'inchiesta.”
“Calma Galieleo, calma... Ti potrebbero escludere.”
“No, non possono farlo.
“Per le regole?”
“No, figurati se fosse solo questo...”
Diotima aggrotta la fronte, poi riprende a parlare, ma con un'aria sospettosa:
“Cosa mi hai taciuto?”
Galileo scuote il capo con fastidio ma poi si avvicina a lei sorridente e cerca di abbracciarla; Diotima si sottrae e gli volta le spalle.
“Niente ti ho taciuto e dai!”
“Scusa... però non capisco.”
“Tutti i dati sono nel nostro ufficio e la copia automatica è sia nel mio sia nel tuo computer...”
“Sicuro?”
Galileo allarga le braccia.
“Nel mio c'è...” afferma decisa Diotima e Galileo si avvicina allo schermo.
“E allora perchè ha fatto tutta questa recita?
Diotima gli getta le braccia al collo.
“Come sei serioso... ma ti stavo solo prendendo un po'  in giro!”
Si baciano poi è Diotima che riprende a parlare.
“Adesso però controlla che sia tutto in ordine anche sul tuo di computer!”
Sì è tutto in ordine, nessuno ha cercato di entrare, ma per prudenza decidono di stampare una copia ciascuno. Manca un’ora all’inizio della riunione non c’è molto tempo per altre deduzioni; anzi, il tempo sembra essere sospeso e imbarazzante, non si è di qui ne di là, difficile trascorrerlo con calma e infatti Galileo si aggira per la stanza come un leone in gabbia mentre Diotima preferisce ascoltare un po’ di musica; ma la dea della improduttiva attesa colpisce anche lei, che continua ad agitarsi sulla poltrona perché la posizione non è mai quella buona… Il tempo, però, alla fine passa e quando ne mancano quindici di minuti all’inizio, ecco che si trovano entrambi ad accelerare perché il rischio di arrivare in ritardo si fa improvvisamente concreto.
“Avrei voluto farmi una doccia, accidenti…”
“E perchè non te la sei fatta!”
“Ho perso tempo intorno a un rovello e… insomma, volevo pure dirtelo ma mi sembravi lontana, tu hai un modo diverso da mio di attender le cose importanti…”
“Non stai dando la colpa a me vero?”
“Ma no, dai, perché dici questo?”
Si baciano rapidamente mentre salgono sul trabiccolo che li porta alla grande sala delle riunioni della Prima Struttura.
“E quale è il rovello?”
“Perché mai Narlikar ha deciso di unire insieme il momento delle sue dimissioni con l’inchiesta? Capisco l’urgenza dell’inchiesta ma le dimissioni… poteva attendere.”
 “Già, l’ho pensato anch’io…”
“E la risposta?”
“Non esiste.”
“Non esiste o non la sai?”
“Non esiste perché  credo che lui non si sia posto il problema.”
Quasi si scontrano, usciti da una curva con il trabiccolo su cui la direzione della Struttura Parallela al completo si sta recando alla riunione.
“Ma ne sapevate nulla voi di queste dimissioni?” apostrofa con il solito tono gioviale, Senbur, il comandante della parallela.
Galileo lo guata di sbieco – non gli è mai stato simpatico – ma l’occhio si smorza subito perché il suono gracchiante dell’altoparlante s’intromette nel chiacchiericcio…
“Attenzione, vi parla il comandante Jahiant Narlikar.”
L’annuncio secco è seguito da una pausa consueta. Tutti si fermano, anche se i locali dove si terrà la riunione sono vicini. Mentre anche altri trabiccoli si avvicinano, Narlikar comincia a parlare:
“Commons della Bolla Vitale, appartenenti alle strutture, vi comunico la mia intenzione di lasciare il comando della Bolla per raggiunti limiti di età. Alcuni fatti recenti e fallimenti mi hanno convinto ad accelerare tale scelta: perciò ho voluto unificare in un solo organismo le necessarie inchieste con il passaggio di consegne. Potevo andarmene e basta, visto che il mio comando è stato per ben due volte prorogato, ma ho preferito tale soluzione perché voglio dare tutta la mia collaborazione possibile per arrivare a comprendere le ragioni di uno smacco di cui non è facile comprendere le ragioni. La commissione che oggi si riunisce sotto la mia presidenza eleggerà, dopo una discussione che tutti auspichiamo breve, chi mi succederà e proseguirà il suo lavoro di inchiesta una volta adempiuto tale compito primario. Capisco che il mio gesto possa sgomentare, ma posso assicurare che esso è determinato solo ed esclusivamente dalle motivazioni qui espresse. Approfitto dell’ultima occasione in cui potrò rivolgermi a voi Commons in particolare, nella veste di Comandante Supremo, per assicurarvi che la spedizione continua nei migliori dei modi.”
Nessuno si muove, gli sguardi si incrociano, preoccupati e sgomenti, poi i cellulari e i computer cominciano a ripersi di richieste di spiegazioni.
“Spegni tutto” sussurra Diotima a Galileo, udendo il suono del cellulare.
“Guardo chi è… Gunther… Gunther, ma che diavolo vorrà mai? ”
“Il giornalista? Beh, visto l’annuncio, se fossi un giornalista lo avrei fatto anch’io…”
Galileo a guarda, poi scuote il capo assentendo.
“Sì hai ragione… ma, non so che dire… Narlikar con questo messaggio ai Commons crea un precedente che cambierà tutto…”
”Ma sta già cambiando tutto Galileo.”
“Ma il vecchio, secondo te ci sta con la testa?”
“Forse in parte se quello che vuoi dire è che poi non è lui a dirigere il cambiamento…”
“Ah ok tu riesci sempre a chiare in fretta le cose… ma chi sarebbe allora il comandante in capo dei cambiamenti?”
“Adesso mi chiedi troppo davvero!”
Intanto la piccola folla che popola il corridoio è aumentata di numero, i trabiccoli arrivano un po’ da tutte le parti e i commenti sono a voce sempre e più alta. Ma no c’è più tanto tempo per le chiacchiere perchè il suono di una sirena invita tutti al silenzio. È di nuovo la voce di Narlikar:
“La riunione ha inizio fra dieci minuti!”
Tutto si affrettano, nessuno ha più voglia di commentare, Galileo si piega verso Diotima e le sussurra:
“Ecco perché lo ha detto ora, il vecchio ci sta eccome con la testa, ci ha messo di fronte al fatto compiuto… chiamerò Gunther.”
“Fallo subito allora.”

Mentre compone il numero Galileo si guarda intorno. Ci sono tutti e sembra che nessuno abbia voglia di incrociare lo sguardo altrui. La preoccupazione si legge facilmente sul volto di chiunque sia lì, persino Senbur sembra essersi chiuso in uno sguardo severo. Mentre si porta il cellulare all’orecchio si accalcano alla porta del salone che si spalanca con un fruscio: solo allora Galileo scorge appena davanti a lui Luce Passini e dietro di lei Chantal Devisè. Il suo volto, in particolare, lo colpisce: terreo e quasi tremante, lo sguardo rivolto al pavimento: Galileo ne rimane soggiogato, ma finalmente dall’altra parte qualcuno risponde: “Fai in fretta abbiamo poco tempo!”