domenica 23 febbraio 2014

Sul blog DIEPICANUOVA.

EDITORIALE


EDITORIALE.
(At the bottom of the page the Editorial in english)
Le ragioni per cui ci avviamo a questa impresa hanno a che fare con un modo d'intendere la poesia oggi e anche col rimettere in circolo una parola che in Italia è diventata da tempo un tabù impronunciabile: epica, termine contenuto nel nome del sito, cui, tuttavia, l'aggettivo ‘nuova’ conferisce una qualificazione imprescindibile. Non intendiamo, infatti, coltivare la nostalgia di una tradizione e neppure semplicemente riferirci al sentimento epico

che accompagna la storia umana fin dalle sue origini, ma cercare di definire i caratteri che oggi una scrittura poetica epica necessita di possedere. Ciò che ci spinge a farlo è prima di tutto la nostra poesia, che ci sembra vada da tempo in quella direzione, ma anche la convinzione che un ripensamento del genere epico in forme nuove sia maturo e necessario. Il bisogno di lasciarsi  alle spalle i giochi linguistici pirotecnici del significante e/o i ripiegamenti esistenziali per rivolgersi positivamente alla ricerca di una poesia che torni a guardare alla Storia, alle sue tragedie ma anche al nuovo che chiede di essere nominato e che c'è, riscoprendo anche la possibilità di narrazione in versi, ci sembra nello spirito dei tempi.
Il sito è articolato in cinque rubriche. La prima, che abbiamo chiamato TESTI MANIFESTI, è di testi di autori che noi riteniamo emblematici per il percorso che intendiamo compiere: sono classici a cavallo fra '800 e '900, e poi novecenteschi, italiani ma anche non italiani (con testo a fronte), con una nostra nota critica. La seconda, intitolata MULTIVERSO, sarà una rubrica di poetica nella quale cercheremo di mettere a fuoco le ragioni delle nostre scelte. Una terza, CORALIA, sarà dedicata al contesto in cui questa proposta va a calarsi e quindi avrà un intento anche critico. Seconda e terza rubrica affrontano i temi di discussione perlopiù nella forma del dialogo, quale si è configurato nei mesi di preparazione. Nella quarta rubrica, CONTEMPORANEA, pubblicheremo poesie di autori e autrici contemporanei/e, compresi i nostri. Tutte le rubriche sono un 'lavoro in corso' e dunque verranno via via arricchite. Infine nella quinta, RIFLESSIONI A MARGINE E COMMENTI, pubblicheremo le critiche le sollecitazioni e i commenti che ci verranno prposti da lettori e lettrici. 
L'intervista a Derek Walcott, con cui inauguriamo la nostra impresa, fu pubblicata nel 2002 dalla rivista Poiesis. La riproponiamo qui perché nelle sue risposte il poeta di St. Lucia rimette in circolo un'idea di poesia che noi sentiamo attuale e necessaria. Walcott è un poeta epico e moderno e dunque nuovo: il suo poema ‘Omeros’, ma anche le sue opere precedenti, costituiscono uno degli esempi più alti di una poetica che trova ampio spazio in tutte le maggiori letterature e che in Italia è stata volutamente oscurata.    
Invitiamo coloro che desiderassero intervenire con critiche, commenti e riflessioni a inviarle alla nostre mailing personali: provvederemo noi a inserirli nella sezione RIFLESSIONI A MARGINE E COMMENTI. 
paolo.rabissi@gmail.com. franco_romano@fastwebnet.it. 


EDITORIAL.


The reasons why we undertake such an enterprise are many and have to do with a way of intending poetry, nowadays. Our intention is to give voice to a word that in Italy has become, since a long a time, an unspeakable taboo: epics. The word is in the the title of our site (DIEPICANUOVA sounds like about new epics in English).   Anyway, the adjective new is as important as the the word epics. We do not want to cultivate the spleen for a tradition, neither simply refer to the epic feeling that accompany human history since its origin. Our intention is to define what features  epic poetry should have nowadays. What pushes us to do this is first of all our poetry that, since a long time, goes towards that goal, but even the belief that a reflection of the epic genre in a new form, is necessary. We need to slide from the linguistic and pyrotechnical tricks of the signifying, or the existential bending to turn to the research of a poetry able to look again at the history and its tragedies, but also to what is new that already exists and expect to be named. To do so, it is also necessary to discover again the opportunity of narrating in verses.
The site will be made of four columns. In the first, TESTI MANIFESTI (Texts Manifests), we shall publish poems by authors that we consider emblematic for the  idea of poetry we are going to follow. They will be classic between, 19th and 20th century and 20th, Italians and not. We shall publish them in original language and translation, at least for what concerns the most well known European languages in Italy. The second (MULTIVERSO) will focus questions of poetics and the reasons of our choices. The third one (CORALIA) will deal with the context into which our proposal is formulated; hence it will have a critical intention. Last but not least, in the fourth column (CONTEMPORANEA), we shall publish poems by contemporary authors, Italians and not,  included ours. Finally, ESSAYS, REMARKS AND COMMENTS, written by the readers.
The interview to Derek Walcott was published in 2002 on the magazine Poiesis. We are publishing it again because in his answers the poet of St. Lucia proposes an idea of poetry that we feel necessary and topical. Walcott is both an epic and modern poet, thus new. His poem 'Omeros' but even his previous writing are one of the highest example of a poetic that finds wide hearing in all the major contemporary literatures and that in Italy has been deliberately obscured. 

domenica 9 febbraio 2014

Agenda di scrittore: romanzo.

1 Gennaio.
Un servizio televisivo mi ha fatto ricordare improvvisamente una notizia di alcuni anni fa. Un gruppo di gorilla, cui una muta di cacciatori umani aveva sottratto un compagno imprigionandolo, ha assaltato il villaggio dove il loro fratello veniva detenuto e hanno metodicamente ed implacabilmente distrutto tutto ciò che si trovava sulla loro strada. La forza messa in atto, la violenza messa in atto tremendamente distruttiva. Alla fine, una volta capita quale fosse la ragione di quell’assalto devastatore, gli umani decisero finalmente di liberare il prigioniero e gli assalitori abbandonarono il villaggio. Lo stupefacente di questa azione è che, pur avendone la possibilità e la forza i gorilla non hanno fatto neppure un morto, neppure un ferito. Hanno demolito le cose ma si sono presi cura della vita. Evidentemente la vita è stata da loro considerata un bene così prezioso da non potere essere sprecata neppure quando si tratta di quella di un nemico mortale. Questo fatto ha una portata antropologica enorme. Il gruppo di gorilla ha agito con determinazione e messo in atto un comportamento collettivo capace di conseguire un obbiettivo usando la forza necessaria e sufficiente ad ottenerlo. Operando in questo modo “hanno forato il video” per usare un’espressione cara agli esperti di strategie della comunicazione, hanno imposto la loro presenza si sono sottratti all'invisibilità, hanno parlato al mondo intero. Avrebbero potuto farlo senza usare la forza? No, non avrebbero potuto. L’ennesima campagna dei verdi, l’ennesimo sciopero della fame di uno dei tanti comitati di ecologisti, l’ennesima denuncia contro il pericolo della loro estinzione non avrebbe ottenuto alcun effetto. Ci voleva un gruppo animale, colpito nella sua possibilità si sopravvivenza (le mute non possono veder diminuire il numero di propri componenti al di sotto di una certa misura, pena la loro estinzione), per ricordarci che certe pratiche non fanno che sancire e accettare la violenza che c’è e che la liberazione dalla violenza che c’è è prima di tutto un affare di chi la subisce e che dagli altri esige prima di tutto rispetto per le scelte che fa: sia che si tratti di una muta di gorilla, sia che si tratti di una comunità indigena o di un movimento di liberazione.
Altri però sono gli insegnamenti di questa storia. Colpire le cose, (cioè le merci), non la vita, esercitare una violenza distruttiva massima che ha messo nel caso specifico a repentaglio un valore d’uso prezioso come quello di possedere un tetto, un rifugio nel mezzo di una natura ancora largamente ostile. Risparmiare la vita in quel contesto voleva dire anche mettere quel gruppo di umani a contatto con la precarietà dell’esistere, con il venir meno di sicurezze acquisite: ha voluto dire educarli e chissà che nella rinuncia alla rappresaglia (almeno fino a prova contraria), non si possa leggere il barlume di una riflessione in atto. Risparmiare la vita e colpire le cose, infine, come risposta razionale alla bomba al neutrone, un ordigno che colpisce le vite ma lascia intatte le cose (cioè le merci). In questi due estremi che si toccano è impossibile non leggere il segno di un’epoca e di un’umanità che si trova di fronte all’ennesimo bivio cruciale della sua lunga storia: è un bivio che sembra riguardare la specie. La vita, se non saranno gli umani a difenderla può prendere altre strade e la letteratura ci offre su questo, più argomenti di riflessione di molta sociologia. Gregor Samsa, il personaggio inventato da Kafka, subisce come tutti sanno una metamorfosi trasformandosi in insetto e per essere più precisi in uno scarafaggio, riesce a sopravvivere a condizioni di vita per lui invivibili. Per il protagonista del romanzo kafkiano si tratta di inquietudini e tragedie individuali che possono sembrarci assurde e che ai tempi del grande praghese apparivano addirittura comiche, tanto che i suoi racconti venivano letti nell’ilarità generale dei presenti. Il caso ha voluto che qualche decennio dopo si scoprisse che gli scarafaggi sarebbero fra le poche specie animali resistenti ad una catastrofe nucleare. Oggi non ride più nessuno pensando allo scarafaggio di Kafka, immortalato anche nel romanzo di un scrittrice brasiliana Clarice Lispector nel romanzo La passione secondo Gh. Infine il romanzo La strada di McCarthy, che si conclude anch'esso ricordandoci che noi non possiamo fare a meno della vita ma che la vita può benissimo fare a meno di noi: essa non si estingue, ma ricomincia da un'altra parte.

8 Febbrario.
Non capita forse a tutti d'incontrare uomini e donne che racchiudono in sé, oltre ai tratti tipici della personalità e del carattere che loro appartengono, nonché quelli che l'epoca aggiunge e presta - anche altri segni che sembrano venire da un altro tempo o epoca? Dall'uso di certe parole, ai tratti aristocratici che fanno capolino nei gesti delle persone più comuni, oppure in un motto, in certi vezzi, addirittura nei nomi che portano? E non vi è mai capitato di giungere in un luogo dove mai eravate stati ed esclamare dentro di voi, quasi con sgomento : "Io qui sono già stato", tanto da sentirvi a casa vostra, meno estranei di quanto non vi sentiate in altri luoghi che sembrano appartenervi da sempre?
Il poeta preraffaellita Dante Gabriel Rossetti, ha espresso questo sentimento di sgomento e profonda meraviglia in alcuni versi memorabili, un vero e proprio cammeo lirico:

I have been here before,
But when or how I cannot tell:
I know the grass beyond the door,
The sweet keen smell,
The sighing sound, the lights around the shore.

You have been mine before,
How long ago I may not know:
But just when at that swallow’s soar
Your neck turn’d so,
Some veil did fall, - I knew it all of youre.

Has this been thus before?
And shall not thus time’s eddying flight
Still our lives our love restore
In death’s despite,
And day and night yield one delight once more?

Io qui sono già stato,
ma come e quando non so dire:
conosco il prato oltre la soglia
il profumo dolce e pungente
il suono struggente, le luci intorno al lido.

Sei stata mia un tempo
Quanto lontano io non posso dire
Ma quando a quel volo di rondine
Il tuo collo si è voltato,
caddero i veli, - di te seppi ogni cosa.

Così tutto questo è già stato?
E non porterà perciò di nuovo
Il volo del tempo turbinoso
Alle nostre vite ancora il nostro amore
A dispetto della morte,
E giorno e notte recarci diletto un’altra volta?

L'ipotesi della reincarnazione è, fra tutte le credenze popolari e colte che hanno come oggetto il destino degli umani post mortem, quella con cui mi piace - pur mantenendo una laica distanza - interloquire. E mi piace scoprire negli altri ed anche in me i segni di questi passaggi, andare a caccia dei loro mondi precedenti, coglierli nel momento in cui i diversi pezzi s'incastrano nel mosaico infinito delle loro vite, apportando a quella attuale il tocco imprevedibile dell'eleganza, oppure il segno di una contraddizione.
Chissà poi cosa stanno ad indicare questi strascichi: vite incomplete? Vite interrotte a metà strada? E se sia in questo caso alle vite più perfette cui s'addice una morte definitiva... Oppure ritornano perché coloro che entrarono in quelle vite precedenti lo fecero con un’intensità talmente debordante che le loro imprese non potevano rimanere rinchiuse nello spazio ristretto di una sola vita? E se sia in questo caso evidente che solo alle vite chiuse entro angusti orizzonti è riservato il destino di una morte definitiva... Oppure ritornano solo coloro che ebbero troppo poco dalle loro vite precedenti? Di questi segni mi piace l'oblio, non la consapevolezza che ne ha l'Orlando di Virginia Wolf. Che la memoria non venga a ricostruire epoche passate diventando storia! Che rimangano tracce, solo tracce di altri passati possibili o di futuri che ci attendono. Ecco, in questi segni, mi sembra vivere un'ipotesi di immortalità con la quale poter scendere a patti. Infatti, non nel banale ritornare interi in un luogo ed in un tempo assoluti, concepiti come eterni ed immobili al fine di testimoniare una verità totale e arrogante, ma nell'illuminarsi solo in parte e nell'oscillare sopra e sotto la linea d'ombra vive la testimonianza che nulla è andato del tutto perso, che tutto ciò che era possibile conservare è stato conservato e si tramanda nel tempo e nello spazio, mescolandosi casualmente a quello che incontra; sempre esiliato, ma in un esilio felice, capace di nutrire altre esperienze e di esserne felicemente attraversato, mutevole e migrante in un continuum entro il quale ad ognuno tocchi, momento per momento l’avventura della luce e l'orrore degli abissi.

9 Febbraio.
I rapporti fra Alice e Lewis Carroll hanno sempre suscitato grande interesse in me, avvolti come sono in un alone di mistero, nonostante sia tutto apparentemente così semplice e alla luce del sole. Da un lato è evidente che Charles Dodgson nutrisse per la giovanissima Alice qualcosa di più di un semplice sentimento di ammirazione e tuttavia non esistono prove certe che il reverendo abbia avanzato proposte matrimoniali o altro, sebbene la brusca interruzione dei rapporti con la famiglia Liddell suggerisca che qualcosa del genere sia accaduto. Dodgson, dunque, sembra gettarsi in un’impresa disperata, dal momento che all’epoca del suo allontanamento dalla casa Alice aveva solo 11 anni. Ma dalla parte della bambina, le cose erano così semplici e lo sarebbero state in futuro? La vita successiva della signora Alice Liddell Heargraves sembra essere quanto di più normale si possa immaginare: un matrimonio regolare da buona famiglia inglese, i figli, una tranquilla vita borghese che traspare senza fremiti dalle poche lettere che anche in età adulta continuò a scambiare con il suo antico precettore. In quegli scritti sembra esservi proprio un’accurata rimozione di quel periodo, tanto da far pensare che anche su di lei abbia pesato un silenzio non voluto e che in qualche modo anche a lei sia stata tolta la parola.
La storia della loro relazione, tuttavia, è ancora più complessa: se fosse accaduta dopo Freud l’avremmo tutti interpretata in modo diverso, non perché dopo di lui non si possono più avere come oggetto di desiderio i bambini - come ben sappiamo dal troppo che accade in proposito - ma perché dopo Freud a nessuno sarebbe consentito di dire ciò che Dodgson/Carroll dice con quel candore e quella mancanza di autocontrollo verbale così disarmanti. Il fascino e il mistero di questa storia sta nella sua collocazione temporale a cavallo di un cambiamento epocale; Alice e Charles appartengono ancora ad un mondo pre moderno, sono vicini a noi ma ancora tanto lontani da fare apparire le ‘spiegazioni’ del caso dettate dal senno di poi. Così è anche per la lucida ed intelligente interpretazione di Deleuze, peraltro talmente canonica da potere essere formulata da chiunque possieda una cultura psicanalitica appena discreta.
Nei passaggi d'epoca, alcune storie emblematiche sembrano fatte apposta per lasciare nello sconcerto i contemporanei; fu così con Eloisa e Abelardo, visto il tempo che i dottori della Chiesa ci misero per formulare una sentenza di condanna. E si capisce il motivo. Per l’ultima volta i dottori della Chiesa Cattolica si trovarono di fronte il problema di scegliere fra due modelli culturali: quello greco classico che vedeva il percorso di iniziazione in modo globale, non escludente la relazione intima e quello che sarebbe diventato il modello dominante che oggi definiamo cristiano. Allo stesso modo, il candore dell’uomo Dodgson alla vigilia del suo smascheramento da parte della psicanalisi e successivamente dal femminismo e il silenzio di Alice alla vigilia di un’epoca in cui le donne questo silenzio avrebbero rotto massicciamente, mi sono sempre apparsi enigmatici e spiazzanti. Parole d’amore perdute, forse sciupate, destinate a svolazzare leggere ed imbarazzanti e a nutrire narrazioni infinite.

10 Febbraio
Mi alzo presto. La mia escursione romana Con Angela Rita, un'amica storica, comincia dal San Carlino alle Quattro Fontane, una chiesa bellissima, un autentico gioiello frutto della collaborazione discorde di Bernini e Borromini, due uomini diversi, forse incompatibili, ma che in questo cammeo hanno saputo trovare un equilibrio fra la geometrica precisione delle linee di forza del primo, con il gusto del fronzolo e dell’abbellimento, in cui fu maestro il secondo. Eppure fra i due era il Bernini il più frivolo, vicino com’era al potere, sensibile al fascino del denaro e della corte, mentre il depresso Borromini s’aggirava inquieto, impacciato e pure maldestro in quegli ambienti. O forse, il barocco si spiega, come è stato detto, anche con il vuoto interiore e la necessità di riempirlo, anche se questa visione appare incongruente se la rapportiamo a un maestro di poesia barocca come Gongora. Forse sono i tempi che piegano le menti e i cuori a necessità che sono nell’aria e che gli artisti sanno cogliere da par loro, forse al di là della loro stessa volontà. A noi che di tutto questo possiamo leggere solo nei libri rimane la gioia della contemplazione.
Scendiamo lungo via Venti settembre fino al Quirinale, per avvicinarci a poi a piazza del Gesù, con la sua chiesa maestosa, quasi imponente, a ridosso di quella che fu la sede della Democrazia Cristiana e della massoneria. In compenso la chiesa è piena di simboli ebraici, mi fa notare Angela, a cominciare dalla Menorah e io penso che in questa piazza ci deve essere qualcosa di più di una casualità in atto, vista la concentrazione di tre poteri molto diversi. I gesuiti, mi fa notare la mia amica, sono sempre stati più aperti, anche nei confronti degli ebrei, forse per una questione di brillantezza intellettuale le rispondo. Già forse, o forse è la storia sotterranea… quella che si mostra qui e là e che poi torna a nascondersi, oppure deve essere seguita come fa un segugio con le tracce. Ora che la riconciliazione fra ebrei e cristiani sembra avere imboccato la strada del non ritorno, penso che ciò è forse dovuto al revival in grande stile di una religione veterotestamentaria: il regno dei figlio assomiglia ormai in tutto e per tutto al regno del padre, come fu rappresentato in quello smagliante film di Lars von Trier: Dogville. Una pellicola spietata e irridente, sarcastica e feroce.
Finiamo a Trastevere e non capisco perché mai certi romani lo ritengano un quartiere troppo turistico. È una bella giornata di sole e vi si respira un’aria così romana e popolare. Pochissimi i turisti, le botteghe aperte le vie strette, solo sulla Lungaretta qualche passante in più. Dopo una breve sosta in San Franceso a Ripa ci rifugiamo in una bella trattoria tipica.
16 Febbraio.
Era da tempo che non passeggiavo per i Fori Imperiali con il passo dell’ozio, senza mira alcuna, se non quella di lasciarsi prendere casualmente da ciò che s’incontra, anche se era già successo… ma l’affaccio dal Palatino sul Circo Massimo non lo ricordavo.

18 Febbraio.
Il viaggio per Roma continua, questa volta da solo; ormai so che devo assecondarlo senza lasciarmi distogliere. Torno nella Suburra un anno dopo; è il quartiere più antico di Roma, quello in cui Giulio Cesare aveva la casa, una dimora povera per un uomo del suo rango, che pure aveva, alla fine della sua ascesa politica, ville un po’ ovunque ma non volle mai rinunciare al quartiere più popolare dell’Urbe. Ne distrusse soltanto una delle sue ville, quella sul lago di Nemi e me ne sono sempre domandato il motivo… Qui nella Suburra sembra di poter respirare l’aria che respirò anche lui: le vie strette, incassate in basso, sotto il livello stradale di Via Cavour; l’unica parte della città antica in cui si è conservato, ancora visibile, lo strato originario, o qualcosa che gli assomigli. L’illuminazione bassa fa il resto, crea angoli bui del tutto particolari, sinistri come lo dovevano essere allora, l’irregolarità del tracciato stradale, le impennate improvvise e i cunicoli fanno venire alla mente congiure e ritorni notturni, taverne, donne di strade, popolo che vive fuori, quel brulicare misterioso della vita quotidiana che sentiamo nonostante la lontananza nel tempo. La vita quotidiana a Roma, è ancora tutta qui, raggrumata in sé in tutti i suoi strati.

25 Febbraio.
Quella del 2012 è stata la mia terza fine del mondo. La prima, lo ricordo nitidamente, doveva avvenire il 1960. Avevo 13 anni allora, e tutto quel parlare di catastrofe mi faceva davvero paura; tuttavia, non cercavo consolazioni facili, non facevo domande ai miei genitori, mi tenevo la mia ansia e leggevo tutto quello che toccava o semplicemente sfiorava l’argomento.
Non ricordo la data esatta della seconda fine del mondo ma penso, da una serie di deduzioni e riflessioni che ho fatto sul tema, che dovevano essere gli anni ’80. Ora il 2012 mi rafforza nella convinzione che ci sia bisogno di una fine del mondo per ogni generazione, o quasi. Non proprio i canonici 25 anni, ma un lasso di tempo che più o meno gli corrisponde. Governare con il terrore è anche un sottile gioco psicologico che si nutre di grandi visioni e di dettagli. La fine del mondo suscita un dibattito virtuale e un vissuto d’angoscia e ansia crescenti e distoglie lo sguardo da un evento che accade tutti i giorni. La catastrofe è già qui e lo è da sempre, ma immaginare l’apocalisse del 2012 in fondo è meno terrificante che prendere davvero coscienza delle catastrofi quotidiane che accadono nella realtà: dal petrolio nel Golfo del Messico, alle condizioni disastrate della vita sociale grazie alle crisi finanziarie ed economiche indotte da scelte politiche scellerate e l’elenco potrebbe allungarsi a piacere. Meglio pensare che sia il 2012 il responsabile di tutto ciò... e ora che il 2012 è passato?

29 Febbraio.
Il concerto di Patty Smith a Ostia Antica, in quel meraviglioso teatro in mezzo agli scavi, mi ha lasciato un lungo strascico. Forse anche perché ci ero andato per la semplice voglia di rivedere amici e amiche che non vedevo da tempo e per trascorrere una serata insieme a loro. Sono bastati pochi minuti per capire che, al contrario, il concerto sarebbe stato un vertiginoso volo nel passato, uno di quei momenti in cui un evento ti spinge a fare bilanci, a ripensare situazioni su cui il pensiero non tornava da tempo. Così è accaduto e, a pensarci bene, il tutto era cominciato già all’ora di pranzo, insieme a Paolo e Donato. Quest’ultimo, sapendo dove mi sarei recato la sera, aveva tirato fuori dalla piccola discoteca di casa, vecchi long playing delle Orme, al concerto dei quali al Parco Appio Claudio, peraltro, mi ero recato alcuni giorni prima insieme a Patrizia e sua figlia Anita. Donato, alla fine del pranzo, mi aveva mostrato addirittura il long playing originale di Woodstock! E poi a sera Patty Smith.
Lei non è cambiata: entra in scena nello stesso modo, insieme alla band, non si fa attendere, sembra quasi impacciata. La ricordo alla sua prima venuta in Italia, una breve apparizione durante la Mostra del cinema di Venezia, nel settembre del 1977, pochi giorni prima del concerto di cui si parlava da mesi e di cui si sarebbe poi parlato per mesi. Ero in sala molto a ridosso del palco, lei giovanissima, con addosso una lunga blusa, i jeans d’ordinanza e gli stivali. Poi a Bologna, sul palco enorme, lei era stata letteralmente rapita dal contesto; rappresentava, quel concerto, qualcosa che andava ben oltre l’evento musicale. Intorno a lei s’era radunata l’intera generazione del movimento del ’77… e poi quel concerto bolognese era la replica di un altro tenutosi a Milano: quello di Peter Tosh. In quell’occasione era piombato sul catino del Vigorelli, avvolto nella nube creata del fumo di cannabis e dalla musica ipnotica di Peter, il messaggio di Oreste Scalzone dal carcere…
Ma poteva quella ragazzina minuta, seppure dalla voce potente e maschile, rauca, ma da bianca, reggere il peso di quello che la generazione del ’77 voleva caricarle sulle spalle? Neppure allora lo poteva reggere e tuttavia mi ci sono voluti trenta e più anni per capirlo di colpo alcune sere fa, in mezzo alle rovine di Ostia Antica, in un teatro più intimo del catino di uno stadio, dove la sua voce arriva meglio, anche perché qualcosa nel suo repertorio si è trasformato e si è fatto più sommesso.
In fondo Patty Smith è una perfetta metafora degli equivoci del ’77, che sarebbero poi esplosi in tutte le direzioni provocando il dissolvimento definitivo delle aspettative maturate nel ’68. Erede del rock degli anni ’70, dei suoi ritmi, del suo timbro, Patty Smith non aveva però la forza scenica dei suoi predecessori. La sua musica non aveva e non ha il magnetismo di Jim Morrison, non porta nel suo timbro la disperazione infinita di Janis Joplin, ma non anticipava neppure quella sofisticata e quasi programmaticamente volta al suicidio di Kurt Cobain dei Nirvana, che sarebbe esplosa nel pieno degli anni ’80, dopo le sofisticate incursioni di David Bowie e il rock duro martellante, molto sinistro e anche anonimo di quegli anni.
Lei rappresentava qualcosa che veniva prima e sarebbe tornato dopo, seppure in altra forma, con Bruce Spingsteeen. In lei permaneva l’eco delle lotte e delle aspirazioni della generazione del ’68, insieme a una rabbia che diventava più programmatica senza però sfociare in una nuova stagione di impegno politico. Per questo, forse, la generazione del ’77 la elesse a sua paladina, a prescindere da lei stessa, che in quel ruolo doveva sentirsi stretta anche allora. È curioso, a pensarci bene, che nel suo ritorno in Italia, sia stato scelto un teatro così particolare, per il suo spettacolo. Il destino di Patty Smith è quello di continuare a perpetuare un equivoco, di essere sempre, almeno in parte, fuori posto. Non le si addicevano gli stadi, ma neppure l’eccesso di classicità che un luogo come il teatro di Ostia Antica evoca. Forse un semplice, normale teatro, sarebbe stato più adatto, anche se il pubblico, infondo, si è comportato come se fosse altrove. Nessun vero coinvolgimento di massa, nessun gesto eccessivo, anche da parte di chi era lì sulle ali di una evidente nostalgia. Le poche fila di pubblico, in piedi nel parterre e davanti al palco, non si lasciavano andare a quelle scene di delirio di massa che accompagnavano i concerti di quegli anni. Troppo diverso il contesto, troppo distanti quei tempi, troppo di mezzo di tragico e di tragicomico.
Meglio così, la sua musica si è sentita finalmente per quello che è: la dignitosa testimonianza della seconda generazione del rock, maledetta a metà, tanto da durare nel tempo (e ne siamo davvero felici), di passare attraverso gli abusi perpetuati sul proprio corpo in quegli anni, abusi che avevano travolto Elvis, Little Richard, Jim Morrison, Janis Joplin, Jimmy Hendrix e, da noi - ma per altre ragioni - Demetrio Stratos, che al suo corpo aveva chiesto prestazioni canore al limite delle possibilità umane.
Patty Smith ha riproposto quel suo repertorio dignitoso, sostenuto da una voce che non ha perso il suo timbro particolare, di aspra dolcezza, trasformatosi nel tempo, reso più riflessivo dagli anni. Più volte ha portato il suo omaggio a Pasolini, in certi brani la poesia è sembrata affacciarsi alla musica e nutrirla. Alla fine è come se ci avesse portato, dell’uragano di quegli anni, la brezza leggera di una eco che si va spegnendo, ma che lo scenario impareggiabile di Ostia Antica e la luna pienissima che si ergeva davanti al palco e alle spalle del pubblico, ha reso per un’ultima volta luminosa, di un luce tenue ma pur sempre splendente.

2 Marzo.
Una lettura pubblica, un tempo, era un evento da preparare con grande rigore, oggi non più. Non ho cambiato idea sulla necessità della lettura pubblica della poesia, perché il suo rapporto con l'oralità è vivo come lo era alle origini; solo che il contesto è troppo cambiato. L'oralità richiede una presenza di massa che manca completamente e allora letture oscillano fra l'incontro fra amici in un salotto (e si tratta delle occasioni migliori),oppure in inutili passerelle.

3 Marzo.
Forse la corsa di Europa è finalmente finita, il suo rapimento concluso. Cadmo, nella sua ricerca disperata della sorella nei secoli ha disegnato il perimetro del continente, con i suoi confini mobili, gli eserciti che l’hanno lacerata e percorsa da ogni parte. Persino l’alfabeto, invenzione europea quanto mai carica di senso, oggi appare ridotta a una lingua media depauperata e riciclata. Forse dobbiamo proprio tornare a Rutilio Namaziano e alla sua lezione di sobrio abbandono della scena.

4 Marzo.
La mostra Hitler e i tedeschi, nel Museo di storia tedesca di Berlino è davvero un’occasione unica per riflettere. Prima di tutto il titolo, che va preso alla lettera: è una mostra per i tedeschi, il che non significa che non sia interessante per tutti, anzi, lo è molto di più proprio per questo. L’edificio che l’ospita si trova nell’isola dei Musei, un complesso monumentale della città che oggi mi appare meno vecchio e vetusto di quando vi misi piede la prima volta, diversi anni fa. Al piano superiore si trova la mostra delle opere di Begas, l’architetto scultore autore dei progetti urbanistici più importanti risalenti al periodo bismarkiano. Molti dei palazzi più antichi di Berlino (città che - è bene ricordarlo - antica non è), sono suoi, insieme ad alcune sculture e busti che ritraggono il cancelliere di ferro. Distribuito fra piano terra e un altro inferiore, si trova il Museo di storia tedesca dalle origini a oggi e, in quel contesto, Hitler e i tedeschi, un titolo semplice. Anche le didascalie in inglese, solitamente abbondanti e anche l’apparato di depliant e pubblicazioni connesse, sono questa volta in larga misura, nella sola lingua tedesca. Insomma, una mostra per ragionare come popolo tedesco intorno una domanda che si ripropone a distanza di decenni: perché è stato possibile un Hitler? Da quando, nel 1968, la Germania ha iniziato a emanciparsi dalla rimozione (comprensibile), che aveva accompagnato gli anni successivi la catastrofe bellica, la riflessione sul Terzo Reich è stata profonda e incessante.
La mostra non fa nessuno sconto, ma è una nuda elencazione di fatti dopo alcune premesse, con un ampio corredo di giornali, altre pubblicazioni, manifesti, pamphlet di propaganda politica, tutta l’iconografia, i simboli, la coreografia che accompagnava la manifestazioni del regime. E ovviamente le immagini, non molte però, non usuali e senza la voce di Hitler, tranne che nella parte finale dove alcuni suoi discorsi venivano diffusi da altoparlanti a un livello di audio abbastanza basso.
L’effetto su un non tedesco, almeno per quanto mi riguarda, è stato molto forte. Mi sono reso conto (è banale dirlo ma non ci si pensa), che io infondo tutto quell’armamentario l’avevo visto da lontano, in filmati d’epoca talvolta cattivi e in bianco e nero dove apparivano sempre le stesse immagini. Trovarsi a contatto diretto, poter toccare le bandiere, i labari, vedere dal vivo la croce uncinata nera in campo rosso, la stoffa delle divise, i loro colori, non è la stessa cosa che vederli da lontano. Certo, in questa mostra mancava la rappresentazione di quel gigantismo oceanico delle mobilitazioni di massa, a parte la fotografia della striscia di luce creata dalle fiaccole accese durante la sfilata sulla Unter den Linden, subito dopo l’elezione di Hitler a cancellierato. La vista da vicino dei simboli più noti del regime nazista mi ha fatto percepire diversamente molti aspetti, soffermare su particolari che sfuggono se osservati a distanza e la prima riflessione che mi è balzata subito alla mente è che in tutta quella coreografia e anche nell’uso dei colori era presente un elemento assolutamente kitsch che appartiene alla cultura tedesca (il termine è nato qui). Tale elemento è presente anche oggi, assume aspetti favolistici e innocui, pateticamente ironici e auto ironici (certe trasmissioni televisive del sabato sera sono assolutamente imperdibili per capire a fondo l’animo tedesco). Tale elemento, nelle raffigurazioni pittoriche, in certi busti del führer scolpiti da artisti mediocri, ma non solo, in certe sue immagini ravvicinate, diviene maschera grottesca, che raggiunge talvolta effetti di involontaria comicità.
Chaplin ha colto davvero in modo profondo e non superficialmente caricaturale questo effetto di maschera. I baffetti di Hitler che sembrano sempre posticci, oppure come se gli colasse costantemente il sangue dal naso, la scriminatura dei capelli talmente precisa ed evidenziata (come se una mamma gli scolpisse ogni giorno la riga prima di lasciarlo uscire di casa), sono irresistibilmente comiche; oppure l’occhio che guarda sospettoso nella macchina da presa, con uno sguardo che oscilla fra la demenza e l’imitazione mal riuscita di Buster Keeton.
Mentre negli altri gerarchi prevale sempre un aspetto greve e tragico (terribile ascoltare la voce di Goebbels, il suo tono isterico e forzato fino al parossismo, più che non quella di Hitler stesso, capace di usare anche i toni pacati), la comicità involontaria è quasi sempre presente nel Führer. Naturalmente si sa che il comico ha un rapporto assai contiguo con il tragico e basta poco per scivolare da una parte o dall’altra della lama fine rasoio che le separa.
Per i greci non era ovviamente così e neppure per gli antichi dei germani, cui Hitler ha preteso d’ispirarsi, ma prendendoli alla lettera e non come metafora. Il nazismo fu anche rappresentazione teatrale che dalla scena ha preteso di andare prima per le strade e poi nella vita di ogni giorni. Pretendere la letterale trasposizione delle antiche mitologie nel mondo moderno, infatti, significa darne anche una rappresentazione immediatamente grottesca e caricaturale, ma l’idea di trasformarle in pratiche politiche produce mostri.

5 Marzo.
Dalla mostra alla musica di Wagner il passo è breve. Scelto dai nazisti come loro vate musicale, ancora oggi sono in tanti a considerarlo un predestinato al nazismo, anzi una sorta di nazista ante litteram. Il povero Wagner morì nel 1901, sarebbe bene ricordarlo ogni tanto. Naturalmente l’equazione che i nazisti pensarono è semplice da stabilire, tanto semplice (e semplicistica) che c’è da domandarsi per quale motivo abbia avuto fortuna anche presso molti che nazisti non erano e non sono. A parte la questione che Wagner fosse un antisemita convinto (ma erano in molti a esserlo in Europa e non solo in Germania), è il culto della potenza ciò che i nazisti sentirono o pensarono di sentire nella sua musica e naturalmente il riferimento tematico costante alla mitologia germanica e alla sua grandiosità guerriera, che fu il secondo addendo di un’addizione la cui somma creò il mito wagneriano che conosciamo. Anche in Wagner, maestro ineguagliabile del sublime, s’insinua però talvolta il patetico, oppure una esagerazione dei toni che gli prende la mano. I suoi eccessi e forzature si avvertono subito a un ascolto non superficiale e c’è molta più potenza, nel senso che i nazisti attribuivano a Wagner, nel frammento musicale di Richard Strauss Così parlò Zarathustra, oppure nell’assolutismo musicale dei Carmina Burana di Orff, che non in molte fanfarate wagneriane, dove l’eccesso finisce per travolgere tutto, anche la potenza, diventandone caricatura involontaria.

8 Marzo.
Una notazione particolare, per ritornare alla mostra, meritano i tre acquarelli di Hitler esposti. Piccoli quadri minuscoli, sempre rappresentazioni di scene rurali semplicissime, quasi delle miniature. Hitler amava una ruralità dove non è però presente l’essere umano: ci sono le case, i fienili, ma più di tutto colpisce una lindezza maniacale, un ordine perfetto, impossibile da ottenersi in campagna se solo uno vi ha messo piede qualche volta. È anonima la campagna nei suoi quadretti, mentre siamo abituati ad associare l’anonimia alla città moderna e tentacolare che Hitler voleva teatro di progetti faraonici, di una grandiosità smisurata. Anche Walter Speer (l’architetto del regime, le cui realizzazioni sono state così acutamente analizzate da Elias Canetti), che cercò di concretizzare i deliri architettonici del suo capo, scambia la potenza con la forza bruta, che vive tuttalpiù di accumuli tecnologici: niente a che vedere con le piramidi egizie o azteche, tirate su da uomini a braccia, ma la pura rappresentazione di una potenza tragicamente travisata e dunque senza vera tragicità; solo vuoto gigantismo, horror vacui, che apre le porte alla distruzione e all’autodistruzione.

9 Marzo.
Eppure, ripensando a tutto ciò che ho visto e sentito, mi rimane un dubbio che diventa sempre più forte. Che alle spalle delle ricostruzioni storiche sul nazismo e la Shoah, i giorni della memoria e quant'altro, ci siano alle spalle una domanda cui segue puntualmente una risposta. Entrambe, domanda e risposta non vengono più da tempo sottoposte a critiche. Il quesito è lo stesso che stava nel frontespizio della mostra berlinesi: come ha potuto accadere un Hitler? Più o meno,in forme leggermente diverse la domanda è stata posta più volte. Ad essa seguono le spiegazioni i tentativi di capire e poi la sintesi: lo facciamo perché solo la memoria ci può salvaguardare dal ripetere. Invece, ho cominciato da tempo a pensare che la domanda sia sbagliata e conseguentemente la riposta non possa che essere altrettanto errata. Prima di tutto perché, per quanto si possa cercare di capire, c'è una soglia oltre la quale non si riesce più e allora l'eccesso di spiegazioni suscita imbarazzo. Mettere in fila tutte le spiegazioni possibili di ordine morale, politico, economico, antropologico e ciascuno può allungare l'elenco a piacimento, non porta ad alcuna vera conclusione, tanto che a un certo punto scattano parole e definizioni che fuggono dalle spiegazioni per rifugiarsi nei concetti astratti (L'irrazionale, il male assoluto ecc. ecc.), che sono essi stessi ancora più inspiegabili. La risposta, peraltro, è al tempo stesso arrogante e consolante: la memoria serve a non ripetere. Ma come si fa a sostenerlo ancora? Così facendo si confina tutto il marcio nel passato e si assolve il presente: Shakespeare lo aveva ben capito con la memorabile battuta sul marcio che si trova sempre per definizione altrove. Forse la domanda da porsi è un'altra: cosa non stiamo vedendo di cui qualcuno fra cinquant'anni ci chiederà il conto per non averlo voluto vedere?

10 Marzo.
Gli antichi conoscevano la catarsi, unica soluzione al tragico. I moderni hanno espulso il tragico dall'arte, senza espellerlo dalla storia: il risultato è una ripetizione come prima, ma senza catarsi.








venerdì 7 febbraio 2014

New poetry blog

What follows is the editorial in english of a new poetruy blog: DIEPICANUOVA, created by Paolo Rabissi and Franco Romanò. You will find it at the address www.diepicanuova.blogspot.it. The editorial is the only post tanslated, so far, but we are going to tanslate other: any way, any comment or script in English is welcome. 

EDITORIAL.


The reasons why we undertake such an enterprise are many and have to do with a way of intending poetry, nowadays. Our intention is to give voice to a word that in Italy has become, since a long a time, an unspeakable taboo: epics. The word is in the the title of our site (DIEPICANUOVA sounds like about new epics in English).   Anyway, the adjective new is as important as the the word epics. We do not want to cultivate the spleen for a tradition, neither simply refer to the epic feeling that accompany human history since its origin. Our intention is to define what features  epic poetry should have nowadays. What pushes us to do this is first of all our poetry that, since a long time, goes towards that goal, but even the belief that a reflection of the epic genre in a new form, is necessary. We need to slide from the linguistic and pyrotechnical tricks of the signifying, or the existential bending to turn to the research of a poetry able to look again at the history and its tragedies, but also to what is new that already exists and expect to be named. To do so, it is also necessary to discover again the opportunity of narrating in verses.
The site will be made of four columns. In the first, TESTI MANIFESTI (Texts Manifests), we shall publish poems by authors that we consider emblematic for the  idea of poetry we are going to follow. They will be classic between, 19th and 20th century and 20th, Italians and not. We shall publish them in original language and translation, at least for what concerns the most well known European languages in Italy. The second (MULTIVERSO) will focus questions of poetics and the reasons of our choices. The third one (CORALIA) will deal with the context into which our proposal is formulated; hence it will have a critical intention. Last but not least, in the fourth column (CONTEMPORANEA), we shall publish poems by contemporary authors, Italians and not,  included ours. Finally, ESSAYS, REMARKS AND COMMENTS, written by the readers.

The interview to Derek Walcott was published in 2002 on the magazine Poiesis. We are publishing it again because in his answers the poet of St. Lucia proposes an idea of poetry that we feel necessary and topical. Walcott is both an epic and modern poet, thus new. His poem 'Omeros' but even his previous writing are one of the highest example of a poetic that finds wide hearing in all the major contemporary literatures and that in Italy has been deliberately obscured.  

For infor: paolo.rabissi@gmail.com, or franco_romano@fastwebnet.it.

martedì 4 febbraio 2014

Sul blog DIEPICANUOVA

Il multiverso è un insieme di universi coesistenti e alternativi, spesso denominati dimensioni parallele. Sono considerati dalle teorie scientifiche al di fuori del nostro spaziotempo, almeno finora! Il termine fu coniato nel 1895 dallo scrittore e psicologo americano William James, ma il concetto di universi paralleli è diventato un classico grazie allo scrittore di fantascienza Murray Leinster. Dal punto di vista scientifico il concetto di multiverso è stato proposto in modo rigoroso per la prima volta da Hugh Everett III nella sua interpretazione della meccanica quantistica. A noi piace molto l’interpretazione basata sulla teoria delle stringhe secondo la quale la materia è composta da minuscole onde vibranti in uno spazio di 11 dimensioni più quella temporale. Come diceva Giordano Bruno: “...non è un sol mondo, una sola terra, un solo sole: ma tanti son mondi, quante veggiamo circa di noi lampade luminose." Infiniti Mondi che vibrano intorno a noi.

MULTIVERSO è la rubrica di poetica di poetica nel blog DIEPICANUOVA  che trovate all'indirizzo www.diepicanuova.blogspot.it.

lunedì 3 febbraio 2014

In memoria di Emilio Del Giudice

Fisica. Quando il vuoto è pieno

di Emilio Del Giudice e Giuseppe Vitiello

Il Premio Nobel per la Fisica 2013 è stato assegnato ai fisici Higgs e Englert per la loro previsione teorica, datata 1962, del cosiddetto "Bosone di Higgs", una particella elementare evidenziata sperimentalmente per la prima volta la scorsa primavera al CERN, con il grande contributo di molti fisici italiani. Qual è il senso profondo di tale scoperta, solo apparentemente esotica? Lo hanno spiegato qualche mese prima del Nobel, sulle pagine di Left, i fisici Vitiello e Del Giudice. Riproponiamo anche qui il loro splendido articolo. Buona lettura. La Redazione di Megachip.

Dalla nascita della fisica quantistica, agli inizi del '900, alla recente scoperta del bosone di Higgs. Oggi la materia non è più concepita come inerte. Ed è un vero cambio di paradigma. Che curiosamente ha radici antiche.

La scoperta nel 2012 del cosiddetto "bosone di Higgs" è stata un evento di grande importanza nella storia della fisica contemporanea, il coronamento di uno sforzo tecnologico di grande complessità. L'aspetto che vogliamo qui sottolineare è che questa scoperta conferma la validità di uno schema concettuale che ha rivoluzionato la nostra visione della natura.

Questo approccio rivoluzionario alla comprensione della natura è cominciato agli inizi del '900 con la nascita della fisica quantistica. La materia non era più concepita come inerte, come un insieme di corpi indipendenti, in principio isolabili gli uni dagli altri. La novità è che ogni oggetto fisico, sia esso un corpo materiale o un campo di forze, è intrinsecamente fluttuante in modo spontaneo anche in assenza di forze esterne. Il suo stato di minima energia, chiamato "vuoto" nel gergo dei fisici, non è perciò più lo stato in cui a causa dell'assenza di forze esterne c'è un vuoto di energia, ma è lo stato "pieno" delle fluttuazioni spontanee dell'oggetto dato.

Già nel 1916 Walther Nerst, uno dei pionieri del nuovo punto di vista, avanzò l'ipotesi che le fluttuazioni quantistiche in oggetti fisici differenti potessero sintonizzarsi tra di loro dando così luogo a sistemi complessi aventi un comportamento unitario. Questa possibilità faceva cadere il requisito fondamentale della fisica classica dell'isolabilità dei corpi. Cadeva il "pregiudizio ontologico" che afferma che le cose possano esistere "di per sé", indipendenti le une dalle altre.

Nella teoria quantistica dei campi l'energia si presenta in granuli o "quanti di energia" e non si studia un numero fissato di atomi o particelle, ma un numero indefinito di quanti mutuamente interagenti e caratterizzati da un ritmo oscillatorio chiamato "fase" nel gergo dei fisici.

Il fondamentale principio d'indeterminazione stabilisce che il prodotto delle incertezze sul numero dei quanti e sulla fase del campo, sempre esistenti a causa delle fluttuazioni quantistiche, non può essere zero, ma deve essere sempre uguale o più grande di una costante universale. Questo vuol dire che quando l'incertezza sul numero dei quanti è nulla, la fase diventa totalmente indeterminata, come se la "musica" del campo, nel senso del vecchio Pitagora, divenisse non udibile. Viceversa, insistendo sulla metafora della musica, la musicalità del campo, emerge solo quando il numero dei quanti diventa indefinito.

Molti aspetti della filosofia classica antica appaiono nella struttura concettuale quantistica, in particolare l'intuizione di Epicuro, ripresa da Lucrezio nel De rerum natura, sulla fluttuabilità spontanea dei corpi e sulla accoppiabilità delle fluttuazioni come origini dei sistemi materiali complessi. E' stato riconosciuto che le variazioni spaziali e temporali della fase dei sistemi fisici danno origine a campi specifici, chiamati "campi di gauge", i cui quanti sono scambiati dai sistemi, agendo in tal modo da mediatori nelle loro interazioni (accoppiamenti) e in definitiva trasmettendo le fluttuazioni di ogni sistema agli altri sistemi.

Questa dinamica unificante deve misurarsi con una dinamica opposta, potenzialmente dissolvente, generata dagli urti tra i componenti del sistema. Ad alta temperatura gli urti sono così violenti da impedire alle fluttuazioni spontanee dei corpi di produrre una musica coerente complessiva. A bassa temperatura invece esiste la possibilità che le fluttuazioni quantistiche diano luogo a una fluttuazione collettiva unitaria dell'insieme dei componenti, che acquista perciò una sua, possiamo dire, forma espressiva, un suo linguaggio che esprime la funzione di quella struttura materiale data.

Torniamo al bosone di Higgs. Come tutti i quanti esso si manifesta come particella e in forma di campo ondulatorio e porta in sé il contributo di cui il vuoto quantistico permea, con la ricchezza delle sue fluttuazioni, lo spazio e il tempo.

Esso è quindi al tempo stesso particella e agente collettivo che permette a tutti gli altri quanti di condividere la ricchezza del vuoto. Da questa condivisione trae origine la massa dell'elettrone, di quei campi di gauge che in tal modo si materializzano nelle particelle W e nella Z scoperte agli inizi degli anni 80 da Rubbia e collaboratori e ancora di altre particelle.

Fino all'anno scorso questo meccanismo (detto di Higgs) non faceva parte della "evidence based science", apparteneva all'invisibile che è parte essenziale di una profonda verità scientifica. Come diceva Einstein: «La natura ama nascondersi», per cui l'invisibile diventa visibile solo quando la natura è interrogata in modo profondo, andando oltre l'apparenza.

«Se la realtà coincidesse con l'apparenza, non vi sarebbe bisogno della scienza», scrisse Carlo Marx. La rivoluzione di Galileo ebbe luogo quando l'"invisibile" principio di inerzia entrò in urto con l'"evidence based" modello tolemaico, perfettamente in grado di descrivere l'apparenza dei fenomeni, il "know how",  ma non in grado di spiegarne la dinamica, cioè il "know why".

La scoperta dell'Higgs corrobora lo schema quantistico d'interazione e la nascita conseguente di sistemi complessi aventi una funzione unitaria specifica, inseparabile dalla struttura materiale.

Essa accoglie in pieno la richiesta del pensiero sistemico che rifiuta l'idea di parti indipendenti (si vedano a tal proposito i nostri due capitoli nel volume Strutture di Mondo a cura di Lucia Ulivi Urbani, pubblicato nel 2010 dal Mulino) ed è promossa al dominio del visibile tutta la concezione fisica fondata sulla teoria quantistica dei campi, che, d'altra parte, è alla base anche della fisica della materia condensata costruita a partire dagli atomi e dalle molecole.

Anche in questo contesto, si osserva, quando la temperatura è minore di un valore critico e la densità (numero di molecole per unità di volume) eccede una soglia, che le molecole perdono la loro individualità ed emerge la fisica dell'oscillazione collettiva coerente del campo di gauge, il campo elettromagnetico intrappolato nella materia, capace di governare i movimenti delle molecole accoppiate con esso in modo non casuale. In questo quadro è stata formulata una teoria dell'acqua liquida, cui ha dato un grosso contributo Giuliano Preparata. E qui l'orizzonte d'indagine si allarga fino a includere la fase vivente della materia, quella degli organismi biologici di cui l'acqua è il componente più abbondante, e che presenta la forma più alta e più complessa della proprietà di coerenza, capace di tradurre l'informazione in significato: essa richiede che la musica del campo elettromagnetico non sia un rumore caotico, ma abbia un ritmo ben definito.

Recentemente il Nobel Luc Montagnier ha annunciato che i segnali elettromagnetici emessi da frammenti di Dna sospesi in acqua sono capaci di rigenerare gli stessi frammenti in un altro recipiente in cui siano presenti, disciolti in acqua, gli ingredienti chimici che formano il Dna. Questi segnali presentano una struttura frattale, armoniosa nel suo ripetersi in forme similari. Essi sembrano presentare una struttura musicale; esistono cioè "accordi tra le note" costituenti i segnali.

Siamo forse alle soglie di una "rivoluzione di Higgs" anche in biologia? Forse la visione del mondo forzosamente imprigionato nell'antinomia caso-necessità dovrà cedere di fronte alla visione del mondo fondata sull'armonia delle musiche interiori dei suoi componenti. Come preconizzava Marx, il regno della necessità dovrà cedere il passo al regno della libertà.


Fonte: http://www.left.it/2013/06/27/fisica-quando-il-vuoto-e-pieno/11112.