martedì 31 marzo 2015

Nuovi padri alla cascina Cuccagna di Milano

1 h · 
Non esiste un manuale d'istruzioni sulla paternità [...] Esiste soltanto una risma di fogli bianchi che i tuoi figli ti aiutano a riempire...
Massimiliano Verga

I seminari del Candic a Roma

Cari tutti,
vi ricordiamo che domani 1 aprile avra' luogo nella nostra sede l'incontro con il drammaturgo David Conati su Magia della rima.
Vi aspettiamo come sempre alle 15.00



Rime, filastrocche e canzoni
Giocare con le rime, inventare una filastrocca non è solo questione di ispirazione,
ci sono dei trucchi che possono aiutare quando si è in difficoltà.
Si possono scrivere filastrocche su qualsiasi cosa ed emozione, vedremo insieme come si fa
E una volta che il testo è in metrica (che brutta parola!), metterlo in musica è un gioco da ragazzi!

David Conati
Autore, compositore, traduttore, katalizzautore teatrale e incantAutore.
È oggi uno dei massimi autori per ragazzi. Ha all’attivo moltissime pubblicazioni di narrativa, manuali educativi, parascolastica e progetti didattici in musica. Collabora con il Gruppo Editoriale Raffaello, Edizioni Paoline Multimedia, Melamusic, Edizioni Corsare, La Medusa Editrice. Si occupa da anni anche di teatro ragazzi in collaborazione con le principali strutture nazionali.

 

Incontri con l'autore a Milano

Incontri con l'Autore
Palazzo Sormani – Milano
Mercoledì 8 Aprile, ore 18.00
Marco Borroni e Maurizio Cucchi presentano la Collana
e i quaderni de la Collana Edizioni Stampa 2009
Intervengono:
Cristina Annino
Michele Hide
Cesare Imbriani
Lucrezia Lerro
Valeria Poggi
Paolo Rabissi
Mario Santagostini
Mary Barbara Tolusso
Sala del Grechetto
Palazzo Sormani
via Francesco Sforza 7
Milano

Omaggio a LUigi Di Ruscio alla fabbrica del vapore di Milano



lunedì 30 marzo 2015

Su pop e popolare

Pop e popolare: un imperdonabile fraintendimento

Pop e popolare non sono sinonimi. Sono aggettivi non interscambiabili, ma opposti e inconciliabili. [Matteo Volpe]

Redazione
lunedì 30 marzo 2015 09:26

di Matteo Volpe
Secondo alcuni il Festival di Sanremo sarebbe nazional-popolare, fraintendendo completamente la lezione di Gramsci. Parole come "nazionale" e "popolare", hanno a che fare col sublime della cultura umana e chi li usa a sproposito accostandoli all'"intrattenimento" commette un errore tutt'altro che veniale. "Pop" e "popolare" non sono sinonimi.
Il pop (come quello delle canzonette di Sanremo) è quella cultura industriale (cioè prodotto dell'industria culturale) che serve acolonizzare l'immaginario delle masse. Sebbene si rappresenti sotto forma di un messaggio di facile e immediata comprensione, il pop in realtà cela il vero messaggio. Presentandosi sotto le vesti di un'espressività di poche pretese, il cui fine sarebbe soltanto quello di divertire il proprio pubblico, cela a quello stesso pubblico il vero referente, ovvero l'affermazione totalitaria della società massificata.
Il pop, contrariamente alle dichiarazioni di certi suoi cultori, non disvela, non chiarifica l'interpretazione, ma la inibisce e infinedistrugge il senso. Riducendo tutto al suono e all'immagine (anche la parola) tradisce l'arte e si distacca da essa, la quale invece usa la sensorialità come segno del pensiero, aprendo così le porte alla creatività umana (culturale, sociale, politica); mentre il pop riduce il significato al segno stesso. Quest'ultimo non funge da veicolo per la trasmissione del significato, ma è esso stesso significato.
A cosa rimandano una coreografia di colori o le note di una canzone se non a loro stesse o ad altre analoghe coreografie e sinfonie?"Medium is message", il mezzo di trasmissione coincide col messaggio stesso, come notava Baudrillard riguardo alla pubblicità. E in effetti il pop è intrinsecamente pubblicitario. Come la pubblicità esso non conduce al mondo reale, ma rimane nel circolo della virtualità sensoriale.
In verità, però, dietro il "disimpegno" del pop viene nascosto il suo vero scopo: dietro la dichiarata rinuncia a qualsiasi ideologia c'è l'imposizione totalitaria dell'unica ideologia ammessa, cioè appunto l'ideologia della mancanza. Il senso dell'espressività pop è la mancanza di senso; il fine la mancanza di fine (divertimento, futilità, fuga dalla realtà). Ma ciò vuol dire che esso impedisce la creazione del senso, e l'immaginazione dei fini.L'unico fine ammesso è la perpetuazione dell'eterno esistente. Ma quest'ultimo non si afferma, bensì, nega l'alterità.
L'arte, la vera arte, nega il presente come unico universo possibile e dunque apre al pensiero infiniti altri mondi. L'anti-arte pop, invece, nega questi altri mondi, e così imbriglia il pensiero nell'unico accettato, quello virtuale rappresentato. Questo universo non è la realtà, perché quest'ultima (come insegnava Hegel) non esiste senza coscienza, ma una iper-realtà che è il potenziamento dei sensi attraverso la tecnica.
Al contrario, il popolare, è autenticamente verace e non soltanto in modo simulato. Esso è di immediata comprensione e accessibile universalmente, ma non cancella l'alterità. Il popolare non rinuncia al senso e al "regno dei fini" che questo dischiude. Il popolare non è imposizione di surrogati culturali alle masse, ma loro autoelevazione. Se il pop pretende di essere democratico abolendo la differenza tra segno e significato, il popolare la ripristina e rende la fruizione del significato aperta a tutti.
Il popolare sfonda le porte delle accademie, abbatte il muro della cultura di classe e permette alle masse di appropriarsi del sapere quanto di produrlo, di farsi popolo. Laddove il pop universalizza la fruizione del segno, ma non del significato, imprimendo nelle masse una cultura che è da queste subita, seppure in modo spensierato, il popolare rovescia i rapporti di subalternità e decolonizza l'immaginario delle plebi che da semplici acquirenti di merci diventano autoproduttori di cultura.
Dunque, pop e popolare sono aggettivi non interscambiabili, ma opposti e inconciliabili.
L'accusa dei sostenitori del pop ai suoi detrattori è perciò viziata da un equivoco. I primi accusano questi ultimi di intellettualismo snob e cioè di voler negare alle masse la fruizione culturale, mentre è proprio il pop che impedisce ad esse il controllo sulla cultura. Si appiattisce la critica a una posizione reazionaria, alla Ortega y Gasset. Una presa di potere delle masse avrebbe prodotto un imbarbarimento della società e della cultura. Ma il pop non è affatto il prodotto di una democratizzazione culturale, bensì, al contrario, un controllo ancor più capillare e totalitario esercitato sulle masse.
L'arte borghese o aristocratica, per quanto arte esclusiva e di classe, non impediva un'arte popolare, pur (spesso, ma non sempre) disprezzandola o ignorandola. Mentre il pop si appropria di entrambe, svuotandole. Non ci sono limiti alla sua dissacrazione onnicomprensiva. Gli affreschi della Cappella Sistina possono diventare decori da gadget per i turisti o per t-shirt a basso prezzo; la 9° Sinfonia un jingle di uno spot.
L'arte e la cultura non vengono rese pubbliche, ma piegate alla pervasività del pop e imposte alle masse sotto forma di merci. L'arte popolare ha potuto sfuggire alle maglie di questo totalitarismo solo ove è riuscita porsi in aperta contraddizione con la cultura pop.

L'articolo è apparso su Critica impura, il 27 marzo 2015.
Foto: Gary Grayson | Pop Art

Questa sera alla cascina Cuccagna di Milano

La compagnia LIVORNESE TM3  presenta:

                                  
                                                        UNA LUNGA ATTESA 

di FABRIZIO ROMAGNOLI



APERITIVO AUTOGESTITO ORE 20  INIZIO SPETTACOLO ORE 21.15

INGRESSO A OFFERTA LIBERA

domenica 29 marzo 2015

Iniziativa della casa della cultura di Milano

 la nostra “missione” è far incontrare e circolare idee e crearne di nuove, in una costante ricerca della qualità, della profondità e della condivisione. Per questo ciò che viene detto e discusso nelle nostre tante iniziative non deve più fermarsi qui, in via Borgogna.
Ecco perché, in questo ultimo anno, abbiamo completamente riorganizzato, tra l’altro, il nostro sistema di informazione e comunicazione, e siamo pronti oggi, insieme a te, ad aprire una nuova stagione di confronto e dibattito.

La punta di diamante di questo nuovo “sistema” è, insieme alla nostra presenza costante e molto partecipata sui “Social”, il nostro sito, completamente rinnovato, anzi “rivoluzionato”!
Infatti, a chi progetta e anima le nostre discussioni chiediamo di scrivere note e contributi sul sito, raccogliamo spunti e articoli pubblicati altrove che ci appaiono meritevoli di riflessione, come la collaborazione con gli amici di "cheFare", piattaforma online per l'innovazione culturale, dimostra.
Senza rinunciare, naturalmente, ad offrire tutte le informazioni sulle attività in calendario, un ricchissimo archivio multimediale degli incontri passati e, a breve, un servizio di streaming per i futuri eventi.

Insomma abbiamo deciso di usare fino in fondo le possibilità che può dischiudere un uso intelligente della Rete, da Facebook a Twitter, dal nostro sito a queste @ di aggiornamento e informazione. Ma più che le parole, contano i fatti: non ti rimane che andare a vedere su www.casadellacultura.it e seguirci sulle nostre pagine social, senza rinunciare, ovviamente, al piacere di incontrarsi e conoscersi di persona nel nostro “Posto delle Idee”.

Un caro saluto e a presto vederci in via Borgogna e in rete!
 
Ferruccio Capelli
Direttore Casa della Cultura - Milano
  
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Puoi iscriverti alla Casa della Cultura direttamente sul nostro sitowww.casadellacultura.it utilizzando il sistema PayPal, attraverso bonifico (tutti i dati sempre sul sito) o venendo direttamente in sede in Via Borgogna 3 a Milano (M1 San Babila)
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sabato 28 marzo 2015

Omaggio a Maro Mafai






-- Ai sensi dell'art. 13 DLgs 196/03 può modificare o rimuovere il Suo indirizzo e-mail dalla nostra mailing-list utilizzando il link che trova di seguito: Annulla l'iscrizione Per modificare o cancellare la Sua iscrizione visiti questo link Inoltri questa newsletter ai suoi amici da questo link

venerdì 27 marzo 2015

Pensieri lunghi da Tunisi

ABDUL GHAFFAR KHAN(Badshah Khan)* Maestro musulmano di non- violenza Adel Jabbar*

E «Pace!» sarà la parola che dal misericordioso Signore udiranno! ( Corano, XXXVI, 58)

Itinerario per la giustizia , la convivenza e la pace Nell'Islam - come in altre religioni o correnti di pensiero - sono emerse delle figure che hanno svolto un ruolo fondante nella diffusione della pratica della non violenza, ne è un esempio importante Abdul Ghaffar Khan, chiamato Badshah Khan 1 , il quale, entrato in contatto con Gandhi e con altri pensatori musulmani indiani, ne assorbì l'influenza e si impegnò per la difesa dei diritti delle persone meno abbienti investendo molte energie fin dall’inizio della sua ricerca nell'ambito dell' istruzione, considerata la via prioritaria per la conquista della libertà. Inoltre si attivò concentrandosi anche per difendere i diritti delle donne, in questa direzione si sono pure impegnate le sue sorelle contribuendo a sviluppare una cultura mirata al rispetto dell’identità delle donne e all’applicazione della pratica della non violenza per la gestione delle relazioni non solo nei confronti del popolo indiano, ma anche rispetto ai colonialisti inglesi. Badshah Khan fondò il primo esercito nonviolento della storia, Khudai Khidmatgar (servi di Dio), il cui giuramento recitava: “Sono un Khudai Khidmatgar, e poiché Dio non ha bisogno di essere servito, ma servire la sua creazione è servire lui, prometto di servire l'umanità nel nome di Dio. Prometto di astenermi dalla violenza e dal cercar vendetta. Prometto di perdonare coloro che mi opprimono o mi trattano con crudeltà. Prometto di astenermi dal prendere parte a litigi e risse e dal crearmi nemici. Prometto di trattare tutti i patta come fratelli e amici . Prometto di astenermi da usi e costumi an antisociali. Prometto di vivere una vita semplice, di praticare la virtù e di astenermi dal male. Prometto di avere modi gentili ed una buona condotta, e di non condurre una vita pigra. Prometto di dedicare almeno due ore al giorno all’impegno sociale. “ 2 * Badshah Khan nacque nel 1889 a Utmanzai, un villaggio vicino a Peshawar, oggi zona del nord-ovest del Pakistan al confine dell’Afganistan attraversata da forti turbolenze e instabilità politiche. 1 A questo riguardo si veda Eknath Easwaran, Badshah Khan. Il Gandhi musulmano, Edizioni Sonda, 1990,To. Nell'ambito della teorizzazione e della riflessione su Islam e non violenza si veda anche Chaiwat Satha-Anand, Islam e non violenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1997. 2 Eknath Easwaran, Badshah Khan. Il Gandhi musulmano. op. cit., p. 132. E’ importante sottolineare che i sostenitori del movimento, nato nel 1929, che hanno condiviso il pensiero di Badshah Khan erano nati e cresciuti in un ambiente storicamente caratterizzato dalla cultura della vendetta e da un severo codice d’onore e Badshah Khan era consapevole delle enormi difficoltà e degli impedimenti che avrebbe incontrato nella diffusione di una pratica rivoluzionaria che sovvertiva equilibri e abitudini secolari. “ L’intuito di Badshah Khan colse la vera realtà della violenza pathan , una conseguenza non della sete di sangue, ma dell’ignoranza, della superstizione e del peso schiacciante dell’abitudine . Sotto la violenza, l’ignoranza, Khan vide uomini e donne capaci di straor straordinari sacrifici, resistenza e coraggio.”3 Una profonda conoscenza della propria gente e un notevole attaccamento alle tradizioni del luogo permise a Badshah Khan di formare un’organizzazione che faceva della non violenza un suo carattere distintivo. “ Un esercito di soldati disarmati, addestrati e disciplinati, con quadri, uniformi, bandiere, un esercito di pathan disarmati, si proprio loro, solo dei pathan erano abbastanza temerari da provarci ad affrontare spavaldi il nemico per una giusta causa senza indietreggiare né rispondere”4 La forza di Badshah Khan stava nel sapere conciliare le tradizioni della sua gente, le problematiche politico-sociali emergenti legate alla presenza oppressiva inglese con un pensiero innovativo improntato sull’abbandono della violenza nella gestione delle relazioni umane. “ Sapeva quale era il suo compito: educare, illuminare, risollevare e ispirare. Una volta capito questo egli intuiva che la violenza e la corruzione sarebbero scomparse dal carattere dei pathan come rami secchi di un albero.”5 Oggi credo che il pensiero e le pratiche di Abdul Ghaffar Khan rappresentino una necessità sia per i musulmani che spesso si trovano a vivere in situazioni attraversate da ingiustizie, abusi e soprusi e sia per il mondo intero “ (…..)a comprendere la vera grandezza dell’Islam, e soprattutto può aiutare le nazioni a comprendere il loro potenziale di amore fattivo .”6 3 Eknath Easwaran, Badshah Khan. Il Gandhi musulmano. op. cit., p. 118. 4 Marinella Correggia,Il Manifesto, 5 gennaio 2002. 5 Eknath Easwaran, Badshah Khan. Il Gandhi musulmano. op. cit., p. 119. 6 Eknath Easwaran, Badshah Khan. Il Gandhi musulmano. op. cit., p. 233. “La sua vita è uno specchio perfetto dei profondi valori dell’amore,
La sua vita è uno specchio perfetto dei profondi valori dell’amore, della fede e del servizio disinteressato incarnati nell’Islam fin dalle origini. Il suo non violento “esercito di Dio” costituisce un punto di riferimento per tutti i musulmani che cercano un’alternativa all’autodistruzione violenta.7 ” La presentazione di una grande figura internazionale della non violenza, ai giorni nostri, assume un significato particolare e forte. Oggi nella vasta realtà plurale dell'Islam alcune correnti di pensiero , seppur minoritarie, appaiono tese a recuperare questa concezione originaria di giustizia e di pace, nello sforzo di ritrovare e rielaborare le tesi di una nonviolenza fondata sul senso di condivisione delle responsabilità sociali come strumento necessario di impegno politico e civile. A conclusione di questa breve trattazione cito ancora un pensiero di Abdul Ghaffar Khan che rimanda all’insegnamento del Profeta: “ Vi sto fornendo un’arma cui la polizia e l’esercito non potranno resistere. E’ l’arma del Profeta, ma voi non lo sapete. La pazienza e la giustizia sono quest’arma. Nessun potere sulla terra può resisterle


.8 *Adel Jabbar, sociologo dei processi migratori e relazioni transculturali (studiores@tin.it). Ha insegnato sociologia delle culture e delle migrazioni all’Università Ca' Foscari di Venezia e Comunicazione interculturale all’università di Torino. Libero docente incaricato nell’ambito della sociologia della migrazione in diverse università italiane. Collaboratore della rivista Fenomenologia e Società(To), Cem Mondialità(BS) e Confronti (Roma) . Svolge attività di ricerca, consulenza e formazione per diversi organismi e enti locali. 

giovedì 26 marzo 2015

Discorsi sulla felicità


L'economia dell'infelicità


Nessuno vuole consumatori felici. Essi sono inservibili, come un paio di scarpe senza suola per chi voglia camminare. [Federica Forte/

di Federica Forte
Credo che le domande non siano mai sbagliate; le risposte potrebbero esserlo. Ma credo anche che astenersi dal fare domande sia la risposta peggiore di tutte.
(Zygmunt Bauman)

Fin dagli albori della civiltà, l'uomo si è arrovellato il cervello con domande importanti - importanti perchè avevano a che fare con la sua esistenza, il suo io, ciò che di più caro possedeva - senza mai trovare una risposta univoca che, una volta per tutte, ponesse fine al tormento di vivere nell'incertezza, di continuare nell'esasperante ricerca di una risposta che fosse una, univoca e certa.
Fin da quando l'umanità ha memoria, l'uomo si è posto domande quali: "Che cos'è l'amore", "Che senso ha la vita, non solo la mia, ma quella dei milioni di individui che come me si ritrovano su questo pianeta?" "Che cos'è il dolore?", "Perchè soffriamo?", "Che cos'è la morte?". Tra l'altro, l'uomo ha una peculiarità. Tra tutte le specie viventi, è l'unico a sapere - fin dalla sua venuta al mondo - di essere destinato alla morte, una morte imprevedibile ma certa.
Di fronte alla brevità di un'esistenza segnata fin dall'inizio dal marchio della deperibilità, aumenta il desiderio di comprendere, di emergere dall'oscurità dell'ignoranza, di sapere. La storia ci ha consegnato le opere di menti straordinarie e riflessioni ancora oggi di indubbio valore, eppure molte delle questioni essenziali restano ancora un mistero per noi, desiderosi di conoscere. Il pianeta e la natura con le sue specie viventi non hanno più segreti.
La materia è stata scandagliata in lungo ed in largo e l'uomo, grazie a complessi marchingegni, ha amplificato la potenza di occhi, braccia, orecchie. Il funzionamento del corpo umano non è cosa ignota e per la maggior parte delle malattie che affliggono la nostra specie esiste una cura. Sappiamo fare complessi calcoli matematici, riprodurre in laboratorio la materia, progettare maestosi edifici. Nonostante questo, almeno per ora - finché la tecnoscienza non avrà preso il sopravvento, e anche gli ultimi retaggi del pensiero filosofico saranno sepolti in polverosi volumi di biblioteche dimenticati -continuamo a porci domande e a vivere cercando una risposta, la nostra risposta al delicato problema di una vita mortale.
"Che cos'è la felicità?". Sebbene si tratti di una domanda senza risposta, c'è chi allo stato attuale conduce indagini (ma sarebbe meglio chiamarle ricerche di mercato) per misurare la felicità delle nazioni e delle città. In occasione della giornata internazionale della felicità (celebratasi il 20 marzo scorso) l'Eurostat ha pubblicato i dati dell'indagine "How satisfied are people with their lives in the European Union?".
Al campione, costituito da individui di età superiore ai 16 anni, è stato somministrato un questionario per misurare la soddisfazione complessiva della propria esistenza, utilizzando una scala di misurazione a 11 punti (0= per niente soddisfatto, 11=pienamente soddisfatto). Molti simile all'indagine condotta lo scorso anno da GFK custom research per stilare, questa volta, la classifica delle città più felici del mondo.
C'è un fatto che salta subito agli occhi e cioè l'evidenza lampante per la quale un tale tipo di indagine non possa essere condotta utilizzando gli strumenti dell'indagine statistica. La felicità - concetto filosofico complesso - non è ne quantificabile né misurabile e non è possibile in nessun modo stabilire le dimensioni del fenomeno.
La somministrazione di un questionario avente per oggetto la rilevazione del numero di persone che si dichiarano felici è pressoché fuorviante, in quanto il concetto di felicità è altamente soggettivo e non dipende da criteri certi ed univoci. Non sappiamo cosa sia la felicità né come si possa raggiungere. Non sappiamo neppure se esista e se ci sia data in questa vita, per cui qualsiasi ricerca che miri a misurare scientificamente le dimensioni del fenomeno, risulta avere la stessa credibilità di una favola per bambini. A meno che, naturalmente, l'oggetto di indagine non sia qualcos'altro, ovvero la misura dell'infelicità.
Vi sono molti buoni motivi per credere che i finanziatori dell'indagine non siano affatto interessati a quante persone felici vi siano in Italia o in Polonia e, nel complesso, in Europa. Piuttosto, è lecito pensare che il vero obiettivo della ricerca sia quello di rilevare il numero di individui che si dichiarano infelici. Perchè, se è è difficile definire con precisione cosa sia la felicità, sicuramente è molto più facile riconoscere quando felici non si è. La misura dell'infelicità della popolazione europea è un ottimo indicatore del successo della politica economica, monetaria, sociale dell'Unione Europea e della più generale società capitalistica-consumistica.
Tanto più gli intervistati-consumatori si dichiarano infelici, tanto più successo la politica sta ottenendo, nel senso di procedere nella direzione voluta e progettata. Nessuno vuole consumatori felici. Essi sono inservibili, come un paio di scarpe senza suola per chi voglia camminare. Ed un consumatore felice, soddisfatto, appagato della propria esistenza è inservibile all'economia di mercato. Cosa vendere ad un individuo del genere? Quali motivazioni addurre? La pubblicità, con le sue promesse di successo, appagamento, desiderabilità sociale, avrebbe poca presa su individuo felice, in pace con sé stesso, soddisfatto di sé e della propria esistenza.
La società del consumo postula la crescita illimitata della produzione e la creazione infinita di beni, partendo dal presupposto che non ci siano limiti al miglioramento e che la tecnologia possa sfornare in continuazione prodotti capaci di semplificare la vita degli individui. Il suo successo si basa sulla "pauperizzazione psicologica" (Baudrillard) determinata da uno stato di insoddisfazione perenne che connota l'individuo odierno. Lo spremiagrumi elettrico, la lavatrice, la macchina e tutte le altre invenzioni moderne che avrebbero dovuto restituire il tempo all'individuo e con esso la serenità e la libertà, hanno sortito l'effetto opposto.
Anziché disporre di maggiore tempo libero per leggere, riflettere, fermarsi a meditare, trascorrere il tempo con amici e famigliari, camminare adagio verso una fontana, l'individuo si trova sempre più spesso oppresso dalla mancanza cronica di tempo libero.Gli spazi dell'esistenza individuale, inteso come tempo dedicato al sé e alla crescita personale, sono ridotti all'essenziale.
Perchè per pagare la lavatrice, le rate del mutuo e della macchina, ricomprare il frigorifero che si è rotto, pagare la babysitter che accudisca i figli mentre noi non ci siamo, bisogna poter contare su uno stipendio e per avere uno stipendio sufficiente a garantirsi i beni di prima necessità (che oggi sono divenuti i beni tecnologici e non solo) è necessario avere un lavoro full-time, che assorbe la maggior parte della giornata. Così rimane solo la sera, in cui si è troppo stanchi per dedicarsi a pensare o ad apprendere, e l'unica cosa che desideriamo è abbandonarci inerti sul divano di fronte alla televisione.
Trascorrendo la maggior parte della giornata chiusi tra le quattro mura di un ufficio, e non potendo sperimentare un'altra realtà che non sia quella delle scartoffie di ufficio, la nostra conoscenza del mondo e della vita passa attraverso concetti preconfezionati e trasmessi da altri, quali la famiglia, la scuola, i mass media. Le idee sulla vita e sul mondo, così, assurgono a concetti di natura storica, come le leggi, gli usi e le tradizioni, lo stesso linguaggio, che non possono essere avulsi dal proprio contesto storico e sociologico.
Non essendo frutto del libero pensiero ma piuttosto influenzati dal contesto, dalla comunicazione pubblicitaria, dai mass-media, essi appaiono più dei mezzi di omogeneizzazione che di esaltazione dell'individualità. E questo spiega perchè abbia senso condurre un'indagine volta a misurare la felicità dei cittadini europei, anziché avviare uno studio sicuramente più proficuo sul significato che oggi assume la felicità.
In Europa flagellata dalla disoccupazione, dal senso di impotenza, dalla paura per un nemico minaccioso che vuole imporre la sua religione, in cui l'individuo vive in uno stato continuo di messa in discussione di sé e della sua identità chi mai potrebbe dichiararsi felice?
Eppure, l'infelicità generalizzata emersa dall'indagine non è neppure totalmente ascrivibile alla terribile situazione economica che il continente sta attraversando. I dati raccolti dall'economista statunitense Richard Easterlin (da cui il paradosso di Easterlin, meglio noto come paradosso dell'infelicità) dimostrano come il livello di felicità delle persone non cresca in funzione della crescita del PIL. Al contrario, con il crescere della ricchezza economica la felicità in un primo tempo aumenta per poi cominciare a diminuire seguendo una curva a U rovesciata.
In un'epoca difficile in cui l'umanità ha perso la propria guida, i punti di riferimento, in cui la famiglia si disgrega e le identità individuali diventano sempre più volatili e malleabili, l'unico punto di riferimento diviene, paradossalmente, la televisione, unico elemento stabile (almeno fisicamente) in un'universo di senso che muta. Ed è la televisione ad istruirci sul concetto di felicità.
Felicità è quella degli individui che vediamo gioiosi sfrecciare sull'automobile nuova,con una moglie ed un paio di amanti, un lavoro di successo, invidiati ed ammirati da tutto il quartiere.Felicità è riempire l'esistenza di beni in grande quantità per sentirsi appagati il tempo di un istante (l'istante dell'acquisto) e la certezza - che si fa prospettiva luminosa - di poter desiderare ancora, cose nuove e migliori. L'ossessione per il corpo, per il benessere, per la capacità di difendersi sono anch'essi i mezzi attraverso i quali la pubblicità ci assicura la felicità (o almeno una sua parvenza). E anche la felicità diviene una questione economica.

(26 marzo 2015)

Il nuovo numero della rivista Overleft: indice

OVERLEFT NEW ISSUE IS ONLINE.
LA NUOVA EDIZIONE DI OVERLEFT È IN RETE.
OVERLEFT NEUE AUSGABE.

INDEX:
INDICE:
INDEX:

WITH MARX OVER MARXISM:
CON MARX OLTRE IL MARXISMO:
MIT MARX ÜBER MARXISMUS.

Care as a new paradygm.
La cura come nuovo paradigma.
Die Fürsorge wie neues Paradigma.

About Care.
Sulla cura.
Über die Fürsorge.
Di Franco Romanò.

What do we mean when talking about care.
Di cosa parliamo quando parliamo di cura.
Was ist Fürsorge?
Di Adriana Perrotta.

Are local currencies a way out form capitlaist currency?
Monete locali come ipotesi di uscita dalla moneta capitalistica?
Die lokalische Münzere wie Hypothese die kapitalistische Munzer zu ausgehen.
Di Paolo Rabissi.

OVER THEW FLOOD:
OLTRE IL DILUVIO:
ÜBER DIE FLUT.

Unpleasant writings: Dolores Prato. R
Scritture antipatiche: Dolores Prato.
Umsympatische Schrifte: Dolores Prato.
Di Adriana Perrotta.

Premises for e new definition of epic poetry. Die Vorworte für die Premesse per una ridefinizione della poesia epica.
Die Vorworte für die epike Dicting neue defintion
Di Paolo Rabissi.

About love, war and myths: second part.
Di Amore di guerra e di miti: secoonda parte.
Über die Liebe, die Krieg und Mythos: zweiter Teil.

Di Franco Romanò

mercoledì 25 marzo 2015

Allo spazio Coop

Fuori dal margine
incontri con autori finalizzati alla conoscenza e promozione
della letteratura contemporanea


a cura dell’Associazione Cultururale

Scopricoop
via Arona 15/7 – Milano
angolo via Giovanni da Procida
(1° piano, stesso ascensore del parcheggio)

Venerdì 27 marzo 2015 ore 17,30.

ncontro con
Franco Cardini
autore del libro

L’'appetito dell’'imperatore
Storie e sapori segreti della Storia
Mondadori 2014

Conversano con l’autore
Roberto Carusi che leggerà pagine del libro
Giacomo Guidetti
L’appetito dell’imperatore
Dall'ultimo pasto di san Francesco - santo ma segretamente goloso! - alla sontuosa tavola di Honoré de Balzac, dai cibi raffinatissimi del banchetto del Gran Khan alle uova con cipolle e scalogno care a Napoleone, passando per tre deliziosi intermezzi sul caffè, le castagne e i tartufi, Franco Cardini mette in campo la sua duplice esperienza di storico e di gourmet. Spaziando dal Medioevo ai totalitarismi novecenteschi e non solo, Cardini torna alla narrativa con una serie di racconti gustosi, che sono anche un'illuminante testimonianza di come la cultura materiale sia specchio dello spirito di ogni popolo, e possa essere per lo storico una lente speciale per comprenderne i segreti. Ogni racconto è, così, corredato tanto da un'indicazione delle fonti quanto dalle ricette che Franco Cardini ha sperimentato, una per una, nella sua cucina fiorentina: dall'acquacotta al piccione glassato, dal cuscus magrebino alla crema Chantilly, ciascuno di noi potrà portare sulla propria tavola i sapori del passato, e ritrovare intatte le emozioni che essi racchiudono.
(dalla presentazione del libro)

Franco Cardini, storico di prestigio internazionale, laureato in Lettere a Firenze, la sua città, nel '66, dopo diversi incarichi in Italia e all'estero nell'89 diventa ordinario di Storia Medievale all'Università di Firenze, assumendo successivamente numerose altre docenze e divenendo membro di Consigli, Comitati, Associazioni in molte parti del mondo. Dal '94 al '96 è membro del Consiglio d'Amministrazione della RAI e dal '96 al 2002 della Commissione Nazionale Italiana dell'UNESCO.
Sul piano editoriale è stato direttore di collane e riviste, fra le quali Percorsi da lui stesso fondata, ed ha all'attivo un lunghissimo elenco di pubblicazioni, collezionando moltissimi premi e riconoscimenti.
Fra le opere più recenti: Istanbul. Seduttrice, conquistatrice, sovrana Il Mulino; Ivar e Svala fratelli vichinghi, Laterza; Il grande blu. Il Mediterraneo, mare di tesori. Avventure, sogni, commerci, battaglie, Florence Press; La scintilla. Da Tripoli a Sarajevo: come l'Italia provocò la prima guerra mondiale, Mondadori.
Una bibliografia dei suoi scritti1957-2011 è stata pubblicata col titolo Il Franco Tiratore, a cura di A. Musarra, Il Cerchio, 2011.
Il suo sito web, dove quotidianamente prende posizione e commenta ciò avviene nel mondo, è

Ascanio celestini sull'Occupazione del cinema A>merica




Avere vent'anni e nessun confine


A vent'anni non c'è bisogno di attendere l'amministrazione - dice Valerio del cinema America - A vent'anni le cose si fanno! [Ascanio Celestini
di Ascanio Celestini
A vent'anni non hai tempo per la legalità dei burocrati che hanno tirato il freno a mano e inchiodato il mondo. A vent'anni apri il portone di un cinema chiuso e monti su una terrazza per proiettare un film.
A vent'anni non puoi aspettare che le istituzioni si muovano col peso di un elefante quando fa il passo della formica. Non hai tempo per la delibera del sindaco che prende una decisione solo dopo aver messo d'accordo le correnti del suo partito, e poi il proprio partito con gli altri della coalizione, e poi tutta la coalizione con i partiti d'opposizione, e poi l'amministrazione comunale con Provincia, Regione e governo nazionale, e poi la politica con gli affari, e poi la massoneria e il salotto e l'economia e la Chiesa e l'altare e il confessionale e la sagrestia e tutta la catena di sant'antonio.
Non hai tempo per il palazzinaro che compra un cinema chiuso e poi deve convincere i politici dell'inutilità di uno spazio culturale a favore di un bel centro commerciale o di un mucchio di appartamenti di lusso perché la gente ricca c'ha bisogno di comodi cuscini, perché i poveracci vogliono il pane a un euro e cinquanta e non gliene importa che è cotto nei forni della camorra dove bruciano le bare.
"A vent'anni non c'è bisogno di attendere l'amministrazione" dice Valerio del cinema America. "A vent'anni le cose si fanno! L'amministrazione, se vuole, ti segue. Se no risulta in totale contrasto coi territori".
Eppure gli occupanti del cinema America ci sono andati a parlare con le istituzioni e Franceschini s'è pure seduto a guardare i filmche hanno proiettato.
Hanno parlato con tutti e hanno fatto tutti i passetti da formica che le istituzioni elefantiache gli hanno chiesto di fare, ma intanto hanno pure riaperto un cinema chiuso da oltre un decennio. Una scatola vuota che si sono messi a riempire. Il cinema America è stato questo: "uno spazio dove si entrava ad offerta libera. Era il cittadino che riconosceva un valore a quello che si stava facendo. Pagava per sostenere l'esperienza. Con le offerte dei residenti l'immobile è stato restaurato e messo in sicurezza".
Un mese e mezzo fa si sono incontrati col sindaco Marino e il loro comunicato terminava con queste parole: il Sindaco ha la nostra più totale fiducia, Grazie.
Un mese dopo scrivono "il sindaco Marino promette soluzione e poi sparisce" e "oggi il Sindaco Marino ha dimostrato di non avere il coraggio di dare opportunità a dei giovani che, a titolo gratuito, hanno garantito tre anni di servizi non-profit a tutta la cittadinanza". E così i giovanissimi occupanti (anche di venti e quindici anni) sono saliti sul tetto del cinema.
"In assenza di un tetto sotto il quale fare cultura abbiamo portato la cultura sul tetto. E stiamo lì con l'aula studio, le proiezioni, la biblioteca e proiettiamo film, facciamo cultura e soprattutto stiamo insieme. Vogliamo creare legami sociali che forse possono far rinascere quello che è il tessuto popolare di questi rioni che sono ormai diventati dei quartieri vetrina. C'è bisogno di spazi dove la cultura è accessibile e condivisibile e non solo un prodotto da acquistare".
Occupare un edificio è illegale. Chi passa attraverso la porta del cinema America entra in un luogo dove si fa cultura, un laboratorio di cittadinanza e contemporaneamente nell'illegalità. Personalmente è un'azione che compio da quasi trent'anni. I miei figli sono più criminali di me perché frequentano spazi occupati da quando sono nati. Ci giocano, mangiano, partecipano agli spettacoli e spesso ci hanno pure dormito.
Ma c'è un confine tra legalità e illegalità? Di che tipo di confine si tratta? È come quello che sta tra Roma e Grottaferrata che quando lo passi nemmeno te ne accorgi? È tipo quello altrettanto invisibile, ma drammatico, che divide l'Africa da Lampedusa? Funziona come la mezzanotte per Cenerentola?
I difensori della legalità senza compromessi mi fanno paura. Nei secoli hanno inventato la sedia elettrica e la bomba atomica, i manicomi e la segregazione razziale, le classi differenziali e i Cie, eccetera eccetera. dalla punizione dietro alla lavagna fino ai campi di rieducazione. Da Spartaco a Rosa Parks. Sono solo esempi messi in fila. Qualcuno dirà che non sono paragonabili. È così, ma infatti non sono paragoni. Sono suggestioni.
Allora chiedo a Valerio che cosa ne pensa lui. "Secondo noi non c'è un confine tra legalità e illegalità. C'è una battaglia e un obiettivo. E se l'obiettivo è giusto. bisogna compiere tutti gli atti a nostra disposizione per raggiungerlo. Il nostro obiettivo era salvare l'immobile e non potevamo salvarlo senza occuparlo. Una volta salvato l'immobile noi saremmo anche stati disponibili a uscire pacificamente dal cinema. È solo l'amministrazione che si pone il problema della legalità perché i vincoli per salvare il cinema America li abbiamo ottenuti proprio grazie all'occupazione".
A vent'anni non perdi tempo con i confini. Soprattutto se stai dalla parte giusta.

(21 marzo 2015)



Le nuove generazioni


Ai sognatori



Nel teatro di una scuola milanese gli studenti si interrogano, alzano la mano, si contestano a vicenda, cercano una soluzione. Gli italiani sono tutti mafiosi? 

di Miriam Cuccu
A chi pensa che ormai per questo paese allo sfascio non c'è speranza, che "ai miei tempi sì..." mentre oggi "non frega niente a nessuno", io inviterei a tornare a scuola per farsi due chiacchiere con i nostri studenti. Etichettati come la generazione del social, del tweet, delle app, ragazzi e ragazze oggi osservano questo mondo grigio e triste sbandierato sui tg e si fanno due conti. Pensano all'estero: Germania, Francia o forse l'America, chissà... tanto qui non c'è lavoro e se hai soldi bene sennò tanti saluti, soddisfazioni non ne avrai mai. E poi c'è questa mafia. Incolore, inodore, ormai ovunque, si prende le aziende, si compra politici e imprenditori con la forza del denaro liquido, ormai sempre più scarso nei circuiti legali della nostra economia.
Nel teatro di una scuola milanese gli studenti si interrogano, alzano la mano, si contestano a vicenda, cercano una soluzione. Gli italiani sono tutti mafiosi? Nel senso, mafiosi dentro? O è colpa della crisi, dello Stato che non c'è? E poi, questo Stato chi è davvero? Dov'è, cosa fa?
Infine, la domanda delle domande: cambiare è possibile? E come?
Non è facile dare una risposta a questi interrogativi, ma le discussioni si moltiplicano. Ci si chiede cosa spinga l'uomo ad accettare un compromesso piuttosto che rifiutarlo, quante e quali variabili, nella vita, possono portare a un "sì" o a un "no" quando il mafioso ti bussa alla porta. Si cerca, insieme, di tirare le fila. Il rischio di cadere nel pessimismo è alto perché, in fondo, la realtà è quella che è. I tassi di corruzione del nostro paese - l'unico in Europa la cui storia è stata scritta dalle bombe, dal dopoguerra in poi - sono sempre più alti, e il potere economico della mafia si impone di più e con più violenza che altrove.
Questa classe dirigente non ha fatto altro che uccidere ogni forma di possibilità di riscatto, dalla cultura, all'arte, dall'istruzione alla stessa politica. Ma a consentirlo è stata quell'indifferenza, quell'incessante bisogno di delegare le proprie responsabilità al di fuori, che così a doppio filo sembra essere legato con il dna dell'"italiano medio". Dunque?, chiedono alcuni. Dunque cambiare rotta si può. Certo, non è facile né immediato, ma se anche Paolo Borsellino, qualche ora prima di saltare in aria, scriveva di essere ottimista, nessuno può sentirsi in diritto di spegnere quella speranza.
Qualcuno è più pessimista, sostiene che la mafia non potrà finire ma si limiterà a cambiare forma, sempre diversa ma in eterna simbiosi con il potere legittimo. Certo, ma solo se noi lo vogliamo! Perché la vera battaglia, oggi, è sradicare la rassegnazione che ci fa piegare la testa e incurvare le spalle, che ci fa pensare di essere vittime di un destino troppo grande per poterlo cambiare. Ragazzi, guardiamoci intorno, il futuro è nelle nostre mani e sta a noi decidere come plasmarlo. E se si osserva bene, in mezzo a tutto questo grigiore c'è già chi si è rimboccato le maniche e insegue il suo sogno. Sono quelli che, nel tempo, hanno saputo riconoscere il valore di una buona idea ben più di un portafoglio gonfio, quelli che di solito vanno controcorrente e che fanno più fatica. Alcuni per questo sono morti, ma altri sono arrivati dopo, prendendo il loro testimone.
Nel teatro della scuola Rudolf Steiner di Milano riecheggiano le parole di Letizia Battaglia, straordinaria donna e fotografa che negli anni Ottanta fotografava i morti ammazzati per le strade di Palermo, a volte anche cinque al giorno. Oggi ha 80 anni e ancora tanti sogni da realizzare:
"Lottare ha sempre un senso - dice in una recente intervista - Non bisogna fermarsi mai. Io credo, però, che non si debba lottare con animo 'guerriero', non mi interessa quello spirito, penso che la guerra sia diversa dalla lotta. Io non voglio ferire nessuno, né voglio scavalcare nessuno. La lotta è un'altra cosa: lotti per il pane, per la pace, per la bellezza, per il tuo onore, per difendere la tua fragilità. Io me la sento questa bellezza: a 80 anni non mi sono chiusa nel mio egoismo, non so da dove mi arrivi questa forza, ma nonostante i miei problemi fisici sento forte di rimanere a testa alta, senza piegarmi e senza accettare compromessi".
E allora, si può lottare per un sogno? Si può, si può...

(23 marzo 2015)