mercoledì 29 aprile 2015

Concorso di poesia città di Quarrata

Concorso Internazionale di Poesia Città di
Quarrata
XXXII Edizione

Scadenza iscrizione: 31 Maggio 2013

Organizzato da:
Proloco Quarrata
Indirizzo:
Piazza Risorgimento 30
51039 Quarrata – PT –
E-mail:
poesia@prolocoquarrata.it
Cellulare:
3355258455
Internet:
http://www.prolocoquarrata.it
Indirizzo spedizione degli elaborati:
Concorso Internazionale di Poesia “Città di Quarrata”
Casella Postale 105 – 51039 Quarrata (PT)
Bando completo:
bando2013.pdf
Sezione A
Sezione unica Poesia
Tema:
libero
Copie:
2 liriche (in 8 copie cadauna)
Lunghezza:
ciascuna lirica non superiore ai 40 versi
Opere ammesse:
Opere edite o inedite, che alla data di conclusione dei lavori della Giuria, risultino non aver conseguito un premio primo classificato in altri concorsi. Il mancato rispetto della presente clausola comporterà l’esclusione dalla graduatoria
Quote di partecipazione:
Ad ogni partecipante viene richiesta, per spese di segreteria la somma di € 18,00, da fare pervenire a mezzo C/C postale 70977954, intestato a Pro-Loco Quarrata, Piazza Risorgimento, Concorso Internazionale di Poesia «Città di Quarrata» con causale: «Quota d’iscrizione 2013» (l’attestazione del versamento deve essere allegata alle poesie). Per i partecipanti che, con documento d’identità allegato, comprovino di avere età inferiore a 25 o superiore a 75 anni, la quota di partecipazione è di € 10,00.
Solo per i poeti residenti all’estero bonifico bancario Swift:
ICRA IT 3FPM 0 IT38C0892270502000000161154.
Premi:
1° classificato: medaglia d’argento dono del Presidente della Repubblica; € 700,00 offerti dal Comitato Organizzatore. Medaglia d’oro offerta dalla Filarmonica Comunale “Giuseppe Verdi” di Quarrata. Targa in argento e € 200,00 offerti dal Lions Club Quarrata-Agliana-Pianura Pistoiese. Pubblicazione a carattere locale.
2° classificato: dono di S.E. il Prefetto di Pistoia; € 300,00 offerti dal Comitato Organizzatore. Coppa offerta dal Comune di Quarrata. € 200,00 offerti dal Lions Club Quarrata-Agliana-Pianura Pistoiese. Pubblicazione a carattere locale.
3° classificato: € 200,00 offerti dal Comitato Organizzatore. Dono offerto dalla Regione Toscana. € 200,00 offerti dal Lions Club Quarrata-Agliana-Pianura Pistoiese. Pubblicazione a carattere locale.
4° classificato: € 300,00 offerti dal Comitato Organizzatore; dono offerto dalla Provincia di Pistoia. Pubblicazione a carattere locale e confezione di prodotti tipici locali.
5° classificato: € 250,00 offerti dal Comitato Organizzatore; Trofeo offerto dalla Banca di Credito Cooperativo di Vignole. Pubblicazione a carattere locale e confezione di prodotti tipici locali.
Ai 10 Poeti con segnalazione di merito: coppa o targa e buono per la partecipazione gratuita alla 33a edizione (2014). Pubblicazione a carattere locale e confezione di prodotti tipici locali.
“Premio Speciale” riservato ai Poeti residenti all’estero: € 350,00 offerti dal Circolo Umberto I. Pubblicazione a carattere locale e confezione di prodotti tipici locali.
“Premio Montalbano” riservato ai Poeti residenti nel Comune di Quarrata. Al Poeta con menzione di merito, esclusi coloro che risulteranno fra i primi cinque premiati: targa personalizzata, € 100,00, pubblicazione, confezione di prodotti tipici locali offerti dal comitato organizzatore. N.B.: Il poeta che risulterà tra i dieci segnalati è automaticamente il vincitore di questa sezione del Premio. Qualora risultassero due o più segnalati, sarà vincitore chi avrà riportato la votazione più alta.
Premiazione:
20 Ottobre 2013
Le poesie premiate saranno declamate dall’attore Alessandro Rapezzi il giorno della premiazione, prevista per Domenica 20 Ottobre 2013 alle ore 10.00 presso la Villa medicea «La Màgia» in Quarrata.
Notizie sui risultati:
I poeti classificati o segnalati verranno avvertiti tempestivamente telefonicamente, con raccomandata, via e-mail, se fornita. La classifica dei premiati sarà pubblicata sul sito
Con il patrocinio di:
  • Regione Toscana
  • Provincia di Pistoia
Tutti i risultati:
Concorso Internazionale di Poesia Città di Quarrata XXXII Edizione
Concorso Internazionale di Poesia Città di Quarrata XXXI Edizione
Concorso Internazionale di Poesia Città di Quarrata XXX Edizione
29° concorso internazionale di poesia "Città di Quarrata" 2010
Concorso Internazionale di Poesia «Città di Quarrata» 28^ Edizione
Le pagine di questo concorso sono state visitate 23311 volte.

Per una cultura del cibo

 Il manifesto delle piccole cose lancia per EXPO il Manifesto del cibo "liscio"
Una proposta provocatoria divide i piatti fra "democratici" e "di regime"
«Il fatto è che oggi sembra che il nostro cibo stia compiendo l’operazione inversa,
assoggettando noi a forme di brutalità e di violenza simili a quelle cui noi lo sottoponiamo.
Come se il cibo si ribellasse e chiedesse di essere trattato in maniera umana e gentile.
Solo allora diventerà o ridiventerà il cibo liscio del quale abbiamo bisogno, che è buono e fa bene»
(Francesca Rigotti, Manifesto del cibo liscio, Interlinea 2015)




Che cos’è il cibo liscio? Francesca Rigotti, autrice della Filosofia in cucina e dellaFilosofia delle piccole cose, prende spunto dalla distinzione tracciata da Deleuze e Guattari tra due tipi di spazi: quello “rigato” (cartesiano, gerarchico, egemonico, rigido: lo spazio del potere) e quello “liscio” (flui­do, mutevole: lo spazio del non potere). Il suo nuovo libro Manifesto del cibo liscio. Per una nuova filosofia in cucina vi adatta il modello alimentare per dimostrare come nel cibo liscio nasca la possibilità di nutrirsi con alimenti sani che non provocano disagi e malattie. Un nuovo modo di appassionarsi alla cucina.

Interlinea, pp. 120, euro 12, isbn 978-88-6857-030-9

martedì 28 aprile 2015

Una mostra alla Bicocca di Milano

VI INVITIAMO

ALL’INAUGURAZIONE DELL’ INTERESSANTE MOSTRA  “  MAPPERELATIVE  “  IL GIORNO5/5/2015 ALLE ORE 18,30 INCONTREREMO GLI AUTORI DI  PROSPETTIVA GK LE OPERE SONO DI GIULIO CALEGARI  E KAZUMI KUIHARA CHE SONO APPRODATI AD UN UNICO PROGETTO PRATICO DI LETTURA DEL TERRITORIO DI  BICOCCA.

ACCOGLIEREMO GLI OSPITI CON  APERITIVO DI BENVENUTO , ALLE ORE 19,15 INIZIERA’ ILCONCERTO PER CHITARRA DI SILVIA CIGNOLI.
LA MOSTRA RESTERA’ APERTA FINO AL 29/05/2015
VI ASPETIAMO

LA MOSTRA E’ INSERITA NEGLI EVENTI DI  “ CITTAEXPO “  CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI MILANO

Alla sala Fontana

LUNEDì 4 MAGGIO 2015
ORE 19.30
LA POESIA E LA FONTANA
La parola senza bacio/lascia più sole le labbra
Omaggio a Clemente Rebora
​INGRESSO GRATUITO

Presso l'editore La città e le stelle di Roma

CORTI TEATRALI IN RETE.

PRESSO L'EDITORE lA CITTà E LE STELLE QUATTRO CORTI TEATRALI IN EBOOK:


LA STANZA GIALLA di Angela Coviello.
LA BELLEZZA COMMESTIBILE, Di Angela Coviello.
LO SPETTACOLO DEL CIELO MI SCONVOLGE Di Chiara Di Marco.
IL MINOTAURO E LA SCIMMIA. Di Franco Romanò.

Li trovate al link:


Li potete leggere e scaricare liberamente: buona lettura.




lunedì 27 aprile 2015

Simboli e sacro al tempo del turbo capitalismo.

Svuotare il capitalismo, non capovolgerlo

Un'alternativa al capitalismo globale non potrà nascere e prendere campo senza un profondo cambiamento collettivo sul terreno dei valori, delle emozioni e dell'apertura al sacro.

Redazione
lunedì 27 aprile 2015 12:45


di Paolo Bartolini

Interrogarsi sul capitalismo, oggi e sempre di più, significa cercare la via di una critica radicale che sappia sfuggire a segrete e inconfessabili complicità tra dominanti e dominati. Da anni, volendo andare in questa direzione, coltivo l'interesse per il mondo della spiritualità e per quello delle psicologie del profondo. Questa attenzione mi deriva dalla consapevolezza che un'alternativa al capitalismo globale non potrà nascere e prendere campo senza un profondo cambiamento collettivo che attecchisca sul terreno dei valori, delle emozioni e dell'apertura al sacro.
Un testo del 2014 di Bruno Latour, presto edito anche in Italia e per ora leggibile in inglese sul sito del filosofo, offre alcuni spunti veramente preziosi per ripensare il nostro essere umani al tempo del conflitto fra Capitale e Gaia. Nel suo "On some of the affects of capitalism" l'autore francese si sofferma su almeno due grandi aspetti del capitalismo, fra loro intrecciati.
Il primo riguarda la tendenza degli interessi capitalistici aelevarsi a sistema, il secondo si riferisce agli affettigenerati nelle persone da questa specifica organizzazione dei rapporti produttivi e sociali. Vediamo, in estrema sintesi, di chiarire la natura della duplice questione. Da un lato l'espansione inarrestabile dei mercati e della relativa logica del profitto, supportata dall'azione congiunta delle discipline economiche, ha portato il processo di modernizzazione a un livello di quasi assoluta trascendenza. Per questo, secondo Latour, Frederick Jameson ha potuto affermare che: "Oggigiorno sembra più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo!".
Il paradosso che abbiamo di fronte agli occhi è quello di una cultura economicista che diventa intoccabile, immodificabile, eterna, mentre il mondo "naturale" si scopre precario, messo a rischio e tutt'altro che immortale (basti pensare alle recenti ecatombe di specie animali e vegetali dovute all'uomo, nonché ai cambiamenti climatici e ai numerosi segnali di fragilità dei nostri ecosistemi).
Purtroppo il capitalismo si crede infinito (presunzione che poggia, innanzitutto, sul ciclo perpetuo e autorigenerantesi di "Denaro-Merce-Denaro" e sulla religione quotidiana inscritta nel feticismo della merce descritto da Karl Marx) e riesce a imporre la sua trascendenza posticcia agli umani che abitano le lande desolate dell'ipermodernità.
Il risultato è quello di una realtà appercepita come sistema totale, capace di ingannare e imbrigliare persino i suoi oppositori più estremi. Quest'ultimi, soprattutto nel secolo scorso, hanno scontato la pretesa folle di voler capovolgere il sistema in quanto tale; eppure la pretesa di sovvertire nella sua interezza un'organizzazione che si propone per definizione come totale e a-storica (nonostante l'idolatria del progresso che la caratterizza) non poteva che naufragare.
Dice bene Latour, parlando degli esiti rovinosi delle rivoluzioni novecentesche, che: "In cerca della rivoluzione totale, solo l'aggettivo "totale" è rimasto, nel senso di un totale abbandono sperimentato da parte dei perdenti e un ancora più totale totalitarismo da parte dei vincitori".
Il risultato, tuttavia, non stupisce il filosofo, che avverte: "Rovesciare il capitalismo non sembra essere una buona soluzione. Sembra che il capitalismo gioisca del fatto di essere capovolto fin tanto che viene attaccato come un sistema totale che deve essere sovvertito". Il solito cane, insomma, che morde la propria coda quando invece dovrebbe addentare i polpacci del suo padrone-carceriere.
Questa trascendenza/assolutezza del capitalismo, a cui ormai crederebbe una vasta parte dell'umanità (non tutta, per fortuna), si àncora nella vita delle persone generando affetti ben precisi: un prodigioso entusiasmo alla sola idea di arraffare le numerose opportunità offerte dal mercato; un senso di radicale sconfitta e di inaiutabilità da parte di chi si trova privo di denaro, di diritti e di rappresentanza politica; una completa disinibizione rispetto alle conseguenze di lungo termine che possono prodursi come effetto della ricerca di profitto in ogni ambito dell'esistenza; un compiaciuto e perverso senso di superiorità in coloro che, pur avendo fallito clamorosamente nel capovolgimento del sistema, continuano a non imparare dall'esperienza e si chiudono nella fortezza vuota delle loro idee astratte; una fascinazione per le presunte leggi ferree dell'economia (equiparate volutamente, dal clan degli economisti neoliberisti, a indiscutibili "leggi di natura"); una totale indifferenza per il terreno su cui poggiano le radici del capitalismo stesso (dunque indifferenza per i limiti bio-fisici del pianeta e per i delicati equilibri degli ecosistemi).
Per ravvivare la critica al capitalismo, senza cedere alla falsa soluzione di un capovolgimento totale e impossibile del sistema, ci pare utile l'intento di raccogliere forze materiali e simboliche provenienti dai gruppi umani che incarnano quotidianamente un diverso rapporto tra trascendenza e immanenza.
Il capitalismo, ormai giunto alla sua fase di massima insostenibilità sociale e ambientale, in fondo opera in qualità di religione secolare, esercita il suo potere numinoso (di terrore e fascinazione, come abbiamo appena visto) sugli esseri umani, impone ai cuori e alle menti la certezza della sua insuperabilità.
Ma, come ricorda ancora il filosofo francese, "una forma di vita che non può pensare la propria fine - tanto nello spazio quanto nel tempo - non merita più rispetto di un uomo che non si consideri mortale". Non rispettare più il capitalismo (nel senso di non riconoscergli un'autorità oggettiva e indiscutibile), non lasciare che la sua cattiva infinità si sostituisca a una feconda alternanza tra sacro e profano, sono i primi gesti da adottare per attenuare gli affetti che esso suscita in noi e nelle nuove generazioni.
Le grandi religioni e i cammini sapienziali dell'umanità, una volta purificati dall'ipoteca "sacerdotale" che spesso li ottunde, mettono in moto sentimenti e utopie che testimoniano di una trascendenza invocata fino al punto di incarnarsi nell'immanenza del vivere e nei limiti di un destino mortale. Di questi immensi serbatoi di simboli, fede e immaginazione creativa noi abbiamo ancora un profondo bisogno. La loro qualità, la loro autenticità, la loro verità, d'ora in avanti, si misureranno essenzialmente sul metro della pace, della giustizia e dell'alternativa reale a un capitalismo che, pur essendo interamente storico e umano, si vuole infinito e immodificabile. 

Questioni linguistiche

"Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra: sono analfabeti totali. Trentotto su cento lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta semplice e a decifrare qualche cifra.
Trentatré superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona indecifrabile. Tra questi, il 12 per cento dei laureati.
Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea“.
Tullio De Mauro.

Dalle reti Dedalus

E' online nella collana editoriale Onyx Editrice / Reti di Dedalus un nuovo ebook:


AFORISMI DEL VENTO CONTRARIO di Désirée Massaroni 

http://www.onyxebook.com/prodotto/aforismi-del-vento-contrario/


Aforismi del vento contrario è un’opera prima, una breve raccolta di aforismi scritti da Désirée Massaroni e suddivisi in varie sezioni in cui si denuncia:  l’ipocrisia massimalista veterofemminista, la morta classicità dell’istituto familiare ed educativo, la fine dell’Eros, lo svuotamento e il disagio psico-culturale delle giovane generazioni, coloro che sotto l’etichetta di intellettuali (pseudo-anti-capitalisti) realizzano il discorso del capitalista accalcandosi in serate finto-letterarie alla ricerca dei quindici minuti di celebrità warholiana, lottando per ‘esclusive’ tribù scrittorie.
“Désirée Massaroni assomma diverse qualità, la più singolare concerne la sua lingua, coperta per natura da una membrana così ruvida che non vi è differenza con una lima, infatti scortica, sbuccia con violenza tutto quello che diventa oggetto della sua attenzione. Con questa stessa lingua batte sulle carie dei nostri sperdimenti storici: riecheggia ma non ripete, taglia ma non lacera, lasciando intatti i labbri delle attuali ferite antropologiche (….). Désirée Massaroni si trova all’esterno del Sistema delle Lettere e lancia la sua sfida antagonistica. Se ne avvertiva il bisogno”.
(dalla prefazione di Donato di Stasi)

domenica 26 aprile 2015

Nuovo articolo su Perigeion

Tre inediti di Laura Turci

by francescotomada
        di Francesco Tomada “Di solito diffido dei poeti che scrivono poco o pochissimo. Ne conosco diversi, e li trovo o avari, o troppo prudenti, o presuntuosi. Così ho letto le poesie con pregiudizio. Sbagliando. Sono bellissime, sono preziose, sono davvero dei distillati di poesia. “ Copio e incollo queste tre righe […]
francescotomada | 26/04/2015 alle 6:00 | Etichette: gennaio,laura turcimaggio agosto | Categorie: ospitipoesiapoesia dialettale | URL: http://wp.me/p5ecaX-g6
Commento   

venerdì 24 aprile 2015

25 Aprile


PER RICORDARE LA RESISTENZA
Franco Fortini, Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati.
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.
Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d'uomini.
Ma noi s'è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l'hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

25 aprile con la Rimaflow occupata

LA RESISTENZA HA TROPPI SIGNIFICATI E PURTROPPO TROPPI AMBITI OGGI DOVE O LA ESERCITI O "MUORI"

ORA COME ALLORA CONTRO OGNI FASCISMO E OPPRESSIONE ALCUNA ...METTIAMO IL NOSTRO STRISCIONE DA SORREGGERE, SOSTENERE E SOPRATTUTTO SPINGERE.....E TUTTI NELLA STESSA DIREZIONE RESISTERE !!!

AL PLANETARIO ORE 14...TI ASPETTIAMO.

giovedì 23 aprile 2015

Il mondo di Pollicina


Pollicina e l'esternalizzazione della memoria umana



di Fabio Gambaro
In questo nostro mondo dominato dall'ipertrofia digitale, i filosofi possono contribuire a trasformare l'eccesso d'informazione in conoscenza. Lo ricorda Michel Serres, il filosofo francese a cui oggi [ndr: 18 aprile 2015] Riga - la rivista diretta da Marco Belpoliti e Elio Grazioli - dedica un ricco numero a cura di Gaspare Polizzi e Mario Porro (Marcos y Marcos), ricostruendo accuratamente il percorso transdisciplinare di uno studioso che da oltre mezzo secolo si confronta con la complessità di una realtà in mutazione.
"Quella che stiamo vivendo è una rivoluzione antropologica", spiega Serres, il cui ultimo libro tradotto in italiano è Non è un mondo per vecchi (Bollati Boringhieri), dedicato all'inedito mondo dei nativi digitali. "Oggi sta nascendo un uomo nuovo, la cui caratteristica principale è la quasi completa esternalizzazione - nei computer, nei cellulari, in rete - della sua memoria, delle sue conoscenze e delle sue capacità di calcolo.
È l'ultima fase di un processo che ha accompagnato la storia dell'umanità. All'inizio gli uomini conoscevano solo la trasmissione orale, che utilizza il corpo e la voce come supporto del messaggio. Con l'invenzione della scrittura, l'uomo ha cominciato a utilizzare un supporto esterno: la pelle, la pergamena, la carta. Questa prima tappa dell'esternalizzazione ha prodotto enormi cambiamenti, per esempio la nascita della moneta, della legge scritta o delle religioni monoteistiche. Socrate, che vuole solo parlare, è sostituito da Platone che scrive".

***

Qual è stata la tappa successiva?
L'invenzione della stampa, che ha moltiplicato le potenzialità dell'esternalizzazione, producendo altre trasformazioni, dal protestantesimo alla nascita della democrazia. L'eroe è Montaigne, seguito dagli umanisti. Oggi però stiamo vivendo una nuova fase, dato che il supporto digitale consente un'esternalizzazione della memoria e delle conoscenze senza precedenti. Le nuove tecnologie, che sono diventate un'estensione delle nostre facoltà, consentono un accesso facile e permanente a una massa enorme d'informazioni. Anche quest'ultima fase sta producendo enormi conseguenze sul piano sociale, economico e politico. Si pensi per esempio alla quantità di posti di lavori distrutti dalla disintermediazione consentita dalla rete. Dopo Platone e Montaigne, i nuovi eroi sono i giovani nativi digitali, che io ho riassunto in un personaggio chiamato Pollicina, la quale, grazie al suo smartphone, ha tutto a portata di pollice.
Pollicina ha accesso a un'enorme quantità d'informazioni, immagini e programmi, ma spesso appare in balia di una massa che non riesce a controllare...
È vero, ma è stato così anche in passato. Leibniz, quando era bibliotecario del duca di Hannover, scrisse che si trovava in presenza di un'impressionante massa di libri di cui non aveva il controllo. Si domandava se tutto quell'accumulo di parole scritte avrebbe favorito la barbarie o la cultura. L'uomo ha sempre cercato di gestire la massa crescente delle informazioni: in passato ha imparato a ordinare e classificare, oggi inventa i motori di ricerca. Tuttavia, più che dominare l'oceano della cultura, noi possiamo solo provare a navigarlo cercando di orientarci tra le sue correnti. Dobbiamo accettare l'idea che le nuove tecnologie ci mettono a disposizione un immenso mare di cultura in cui dobbiamo tuffarci senza però illuderci di controllarlo.
Questa massa d'informazioni cambia la nostra relazione con la conoscenza e il sapere?
Quando la scrittura ha sostituito la comunicazione orale, si è verificata una rivoluzione cognitiva. Oggi sta avvenendo la stessa cosa, dato che Pollicina "conosce" in maniera nuova e diversa. Le sue modalità cognitive, tuttora in formazione, sono più intuitive e pragmatiche. Se in passato il sapere è stato dominato dall'astrazione - Platone ha inventato l'idea di cerchio per dominare la totalità degli oggetti rotondi - oggi è dominato dagli algoritmi. A poco a poco, si afferma una cultura meno analitica, più sintetica e concreta, il che implica il superamento di una certa filosofia tradizionale. Le nuove tecnologie consentono forme di conoscenza collaborativa, attraverso le quali è possibile far evolvere il sapere comune con il concorso delle conoscenze individuali. Grazie alla connessione degli uni agli altri, il collettivo diventa cosciente delle proprie conoscenze, diventa meno cieco a se stesso. Non è ancora l'intelligenza collettiva, ma un progresso in tale direzione.
Significa che la tradizionale trasmissione del sapere dal maestro all'allievo è rimessa in discussione?
In passato, il maestro poteva presupporre l'incompetenza dei suoi allievi. Oggi non è più così, gli allievi possiedono moltissime informazioni. Dalla presunzione d'incompetenza si è passati alla presunzione d'informazione. È la fine di una certa pedagogia unidirezionale. Naturalmente, ciò non significa che si possa fare a meno dei maestri, perché l'informazione non è la conoscenza. Il maestro, ma anche il filosofo, è colui che aiuta a trasformare l'informazione in conoscenza. Pollicina ha ancora bisogno di qualcuno che l'aiuti a operare questo passaggio.
Un certo pragmatismo anglosassone riconduce tutto alla coppia soluzione/problema, alimentando l'ideologia del "soluzionismo" tipica dei giganti della Silicon Valley. Che ne pensa?
È vero, alcune aziende sono ossessionate dal processo che risolve un problema. Ma la cultura non è solo trovare soluzioni a problemi pratici, è anche conoscenza e spirito critico. Le nuove tecnologie veicolano molta cultura anglosassone, sta a noi europei cercare di bilanciare questa invasione strisciante. Nell'accesso alle informazioni consentito dalle nuove tecnologie, al di là della dimensione pratica, c'è una dimensione universale che per me è quasi un'utopia culturale. Pollicina infatti tiene in mano tutti i luoghi, tutte le informazioni e tutte le persone. In passato questa era la condizione dei potenti, di Augusto o di Luigi XIV. Oggi è la condizione di milioni di persone.
Ma affidando la memoria e la conoscenza a un supporto esterno, non si corrono grandi rischi?
Effettivamente l'esternalizzazione implica anche una debolezza, perché il supporto esterno può andare perso o distrutto. Come pure si rischia la dipendenza da chi ne controlla le procedure, per non parlare delle questioni legate alla proprietà. Insomma, i problemi da risolvere sono molti. Senza dimenticare che, affidando la memoria e le conoscenze agli oggetti tecnologici, a poco a poco si perdono alcune funzioni intellettuali. Tuttavia, ogni volta che si perde qualcosa, il vuoto viene riempito da qualcos'altro. La perdita ci fa paura, ma è portatrice di una potenzialità che per ora non possiamo neanche immaginare. Stiamo perdendo la memoria, ma l'oblio è una facoltà cognitiva molto importante. In fondo, Galileo ha potuto interessarsi all'esperienza perché ha "dimenticato" Aristotele. È per questo che resto ottimista, anche se ogni tanto me lo rimproverano.

Da Paolo Rabissi vesus Emily Dockinson


Succede che leggo Dickinson mentre ascolto dei naufragi:

E' comodo provare pietà per coloro
che in vita la pietà
avrebbe salvato.
Il concludersi della tragedia
garantisce l'applauso
troppo spesso negato
quando la tragedia è in atto. (poesia n° 1698, non datata).

Festa d'Aprile a Re-make



Presentazione del libro "Festa d'aprile", a cura di Leo Magliacano e Tiziano Riverso, Tempesta editore

Nel settantesimo della Liberazione dal nazifascismo, un collettivo un collettivo di autrici e autori racconta con immagini e parole piccole e grandi storie della Resistenza

Alle 19.00: aperitivo resistente

Alle 21.00: presentazione del libro con la presenza di:
* Giuseppe Ciarallo (scrittore)
* Fulvio Fontana (disegnatore, fumettista)
* Mario Airaghi (illustratore)
---------------------------------------------------------------------
Festa d'aprile
(Tempesta Editore, Roma 2015)

Curatori: Leo Magliacano e Tiziano Riverso

Nel settantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, un collettivo di autrici e autori si è proposto di raccontare, per immagini o attraverso la parola, alcune piccole e grandi storie legate a quell’importantissima e cruciale stagione per il nostro Paese, che fu la Resistenza. Lontani dall’essere mero esercizio di retorica, i racconti di Festa d’aprile vogliono narrare, in modo sincero e originale, la Storia e le storie – che è bene ricordare sono sempre frutto di scelte operate da esseri umani in carne ed ossa e non da entità astratte – che portarono l’Italia a liberarsi dal giogo della dittatura fascista e dalla presenza dell’occupante tedesco.

Il titolo del libro, Festa d’aprile, è ispirato alla nota canzone partigiana scritta e musicata da Sergio Liberovici e Franco Antonicelli.

Le singole storie, come le tessere di un ideale mosaico, vanno a comporre un’immagine corale, al tempo stesso drammatica e gioiosa – drammatica per il carico di lutti che portò con sé, gioiosa nell’esito - di uno dei passaggi fondamentali della storia moderna del nostro Paese.

Nella raccolta di racconti, scritti e disegnati, compaiono anche episodi minori, spesso sconosciuti o ritenuti a torto meno importanti, in realtà altrettanto essenziali nella volontà di riscossa di un popolo che, dopo un ventennio di barbarie, stava esprimendo il fermo desiderio di porre fine all’atroce dittatura fascista, per ripartire da un nuovo concetto dello stare insieme, in libertà e uguaglianza.

Non mancano sguardi e riflessioni sull’oggi, sulle influenze e i riflessi che quegli eventi hanno determinato negli anni successivi, sull’importanza della memoria e sul pericoloso tentativo di cancellazione e di revisione della Storia.

Le nostre storie, che abbiamo voluto definire “partigiane” per la totale condivisione dello spirito e dei contenuti della Resistenza, ripercorrono idealmente il tragitto fatto settant’anni fa dal movimento di Liberazione, dipanandosi da Sud a Nord lungo tutto lo stivale.

Crediamo che il settantesimo anniversario della Liberazione non possa e non debba ridursi a una vuota ricorrenza di circostanza, ma che invece debba tradursi in un rinnovo di testimonianza, principalmente rivolta alle giovani generazioni, dei valori universali di libertà, di dignità umana, di giustizia sociale, unico antidoto capace di scongiurare il pericolo sempre in agguato dell’insorgere di nuove dittature.

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Gli autori: Mario Airaghi, Gianni Allegra, Luca Bertolotti, Mauro Biani, Marika Borrelli, Gianni Burato, Franco Cappelletti, Janna Carioli, Giuseppe Ciarallo, Pierluigi Cozzi, Fabrizio Cracolici, Dario Di Simone, Fulvio Fontana, Vittorio Forelli, Luca Garonzi, Carlo Gubitosa, Giuseppe Lo Bocchiaro, Leo Magliacano, Milena Magnani, Tommaso Moretti, Sergio Negri, Alberto Pagliaro, Ivan Passamani, Walter Pozzi, Tiziano Riverso, Umberto Romaniello, Mirco Stefanon, Franco Stivali, Stefano Trucco, Laura Tussi, Paolo Vachino, Luana Valle, Romeo Vernazza.

mercoledì 22 aprile 2015

Su Perigeion

Anna Maria Curci traduce Oskar Pastior

by Antonio Devicienti
      Con Pastior porto le civette ad Atene; gelosamente, al ritmo di Tirso. E mi sorride la saggia noncuranza del cuore che saltella, carezza immemore di ingorda indifferenza. Anna Maria Curci   Oskar Pastior, «… quanto giovani rende la conoscenza» Quattro testi nell’originale in lingua tedesca e nella traduzione di Anna Maria Curci […]
Commento   

Sergio Zuccaro: migranti.


Migranti.


Nel lido di fronte casa ci lavora Shamir, un egiziano di 65 anni. Non provate a cercarlo con il suo vero nome perché tutti lo conoscono come Jimmy. Lo chiama così anche la donna che vive con lui.
Shamir, per la prima volta dopo 40 anni, è tornato in Egitto. Il fratello non lo ha riconosciuto, all'anagrafe del suo villaggio risultava morto.
Shamir è analfabeta, non sa riconoscere neanche il numero13 del mio citofono. Quando vuole dirmi che ha pescato una 'mbrina (e forse le iniziali le mangia per la fame) aspetta che mi affacci dal terrazzo. Shamir è il mio prossimo e il mio vocabolario.

martedì 21 aprile 2015

Sul più recente libro di Giorgio Agamben


L'insistenza discreta della guerra civile


Una recensione a: "Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer, II, 2", di Giorgio Agamben (Bollati Boringhieri, 2015). [Marco Tabacchini]



Redazione
martedì 21 aprile 2015 14:54


di Marco Tabacchini
Vi è un preciso motivo per il quale il recente film di Martin Scorsese,The Wolf of Wall Street, ha così faticato a farsi riconoscere come un film di guerra. E questo non tanto per l'assenza pressoché totale di azioni crudeli e morti platealmente somministrate, cose di cui il cinema di genere non è mai stato troppo avaro, e nemmeno per l'abilità con cui le situazioni più ironiche si susseguono, in un vorticoso montaggio, alle scene drammatiche. La difficoltà che lo spettatore prova nel rubricare una simile pellicola tra le più fedeli alla contemporanea declinazione della guerra dipende piuttosto da una radicale incapacità di percepire quest'ultima proprio là dove essa imperversa nelle sue forme non militari, là dove a fatica si distingue non solo da una qualsiasi attività lavorativa, ma perfino da un divertimento consumato tra colleghi o da un godimento individuale. È come se l'aspetto frivolo, perfino triviale, della guerra contemporanea abbia saputo disarmare la nostra capacità di percezione, non più in grado di riconoscerla dietro le innocue apparenze che sempre più spesso essa suole rivestire.
Eppure è lo stesso intraprendente e disinvolto broker a offrire la chiave per una diversa comprensione della sua vicenda: al momento di aizzare contro le potenziali vittime di turno i suoi dipendenti, i suoi «fottuti guerrieri», intimando loro di strozzare i propri clienti con le azioni da vendere, Jordan Belfort non esita a svelare l'aspetto omicida e terroristico del loro impiego, nonché il potenziale distruttivo di quei telefoni neri che, al pari di ogni altro congegno, non sanno funzionare da soli, ma necessitano di essere usati da qualcuno, senza il quale «sono soltanto attrezzi di plastica, come un M-16 carico senza un marine che prema il grilletto». Solo una volta impugnati, anch'essi potranno abbattere il proprio obiettivo e rivelarsi così armi forse meno brutali di un fucile, e tuttavia altrettanto letali, altrettanto efficaci nel liquidare le vite prese a bersaglio: per il solo fatto che alcune vite si troveranno spinte a colpire e confermare la propria supremazia mediante una semplice telefonata, altre vite si troveranno letteralmente schiacciate da un simile gesto e dalla violenza che esso reca con sé, liquidate nella più imperturbabile indifferenza (la sola forma di disprezzo consona al tenore di una simile guerra).
Chiunque si affrettasse a leggere una simile situazione entro un regime metaforico in cui la guerra è presa a modello dalla feroce dimensione lavorativa, non solo ne mancherebbe le implicazioni, le modalità con cui una simile metafora non cessa di incarnarsi in una pratica quotidiana, ma rischierebbe inoltre di disconoscere i mutamenti in cui è incorsa negli ultimi anni la dimensione stessa della guerra, la quale ha saputo farsi - là dove ciò poteva esserle strategicamente favorevole - tanto inapparente da perdere molti dei tratti con cui da tempo immemore il nostro immaginario ha tentato di circoscriverla. Sarà forse per questo che, nel leggere i due testi diGiorgio Agamben raccolti sotto il titolo Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer, II, 2 (Bollati Boringhieri, 2015), si ha l'impressione che la prima, ineludibile sfida di fronte a cui la guerra contemporanea ci pone sia quella di sottrarre quest'ultima all'ovvietà rassicurante a cui essa è stata tradizionalmente consegnata. Si tratterà, in altri termini, di rinvenire non tanto la possibilità della guerra, quanto piuttosto la sua stessa presenza - inconfessabile, notturna e segreta - là dove i nostri occhi non si dimostrano più capaci di riconoscerla.
Compito tutt'altro che agevole se, come mostra Agamben sulla scorta degli studi di Nicole Loraux consacrati alla Grecia antica, l'evento della guerra civile non consiste tanto nel clamore di un singolo episodio cruento, sia pure d'eccezionale efferatezza, quanto piuttosto nel violento instaurarsi di una soglia di indifferenza che confonde, in mancanza di qualsiasi limite, le classiche partizioni che da sempre presiedono all'istituzione della politica: «la guerra civile assimila e rende indecidibili il fratello e il nemico, il dentro e il fuori, la casa e la città. Nella stasis, l'uccisione di ciò che è più intimo non si distingue da quello di ciò che è più estraneo» (ivi, 22), mentre la straniante intimità dei propri nemici virtuali si accompagna all'estraneità che le prossimità provano al reciproco contatto: solo la guerra condivisa sembra ormai ricordare loro l'appartenenza a un mondo comune.
Non stupisce pertanto come i Greci abbiano fatto della guerra civile «l'indimenticabile che deve restare sempre possibile nella città» (ivi, 29), come se solo dalla sua attenta esposizione (tale da costringere chiunque, una volta essi sia stata scatenata, a prendervi parte sotto pena di essere marchiati d'infamia ed esclusi dalla fruizione dei diritti civili) questi potessero attendersi la restaurazione delle partizioni che essa aveva pur provvisoriamente infranto. Se la famiglia ha potuto allora presentarsi come l'origine stessa della guerra civile e al contempo permanere come il paradigma stesso della successiva e sempre auspicata riconciliazione, ciò è dipeso dalla premura con cui i Greci hanno saputo sostenere la tensione tra politico e impolitico, tra pubblico e privato, riarticolando ogni volta meticolosamente la loro separazione: «La Grecia classica è forse il luogo in cui questa tensione ha trovato per un momento un incerto, precario equilibrio. Nel corso della storia politica successiva dell'Occidente, la tendenza a depoliticizzare la città trasformandola in una casa o in una famiglia, retta da rapporti di sangue e da operazioni meramente economiche, si alternerà invece a fasi simmetricamente opposte, in cui tutto l'impolitico deve essere mobilitato e politicizzato» (ivi, 31).
È proprio il carattere persistente di questa tendenza, grazie alla quale la dimensione della guerra civile ha potuto accrescere la propria intensità, a richiedere, come indicato da Agamben in apertura al volume, la necessità di reperire quali sono le alterazioni a cui essa è stato sottoposto in seguito all'espansione che negli ultimi decenni ha interessato la guerra civile mondiale. D'altra parte, se un tempo il fenomeno della guerra civile poteva essere descritto nei termini della stasis emphylosconflitto interno a un gruppo chiuso e delimitato di cittadini, tale accezione sembra del tutto inadeguata per una guerra rispetto alla quale chiunque, per il solo fatto di agire nel mondo, per il solo fatto di non potersi sottrarre a un mondo in comune, si trova giocoforza ingaggiato: ora la sua dimensione si è dilatata tanto da risultare indifferente a qualsivoglia delimitazione, sia essa di Stato, territorio o popolazione.
La posta in gioco di un simile impiego estensivo - tanto della sua tecnica quanto del suo concetto - consisterebbe non più nella supremazia di una forma di governo, nella conquista dello Stato o nell'imposizione dell'interesse di una delle fazioni in gioco, bensìnell'egemonia di una precisa forma di vita. La guerra civile ha così cessato di designare uno scontro delimitato, tanto per quanto riguarda i suoi soggetti che per i tempi e i luoghi del suo darsi, finendo per contraddistinguere un flusso ininterrotto entro il quale sembra impossibile distinguere le singole operazioniche la compongono. Illimitata e irriconoscibile, essa testimonia della pervasività di un'intensità politica che non ammette alcuna esteriorità, liquidando in primo luogo chiunque sembri incapace o riluttante a conformarsi a un simile dettato.
E così, non solo tutte le attività, siano queste perfino ludiche o ricreative, si sono trovate improvvisamente impiegate entro i ranghi dell'odierna mobilitazione totale, la quale ha saputo prontamente richiamare a sé ogni attività all'apparenza improduttiva al fine di occupare profittevolmente anche il tempo libero, ma la totalizzazione della guerra ha finito con il dirottare verso scopi bellici anche il lavoro propriamente detto, corredato di tutta la gaiezza e l'incosciente esuberanza che solo il divertimento sembra oggi garantire. All'irrimediabile labilità che da tempo contrassegna i confini tra militare e civile, si accompagna ora il sospetto che sia proprio quest'ultimo dominio ad alimentare, seguendo inedite traiettorie, la guerra in corso: come scrivevano già vent'anni fa Qiao Liang e Wang Xiangsui, è forse giunto il tempo di scoprire, non senza stupore, che molti dei dispositivi e dei costumi con cui siamo abituati a convivere, apparentemente così innocui e così comuni,hanno iniziato ad assumere caratteristiche offensive e letali, come se ogni attività umana fosse passibile di trovarsi fuorviata nei suoi effetti, rubricata sotto etichette all'apparenza inoffensive ma che non per questo si dimostra meno aggressiva una volta portata a compimento.
Con il prevalere di una simile disseminazione della guerra rispetto alla sua tradizionale limitazione, le due dimensioni dell'oikos e dellapolis sembrano oggi incessantemente collassare l'una nell'altra. Decretato il carattere obsoleto della partizione di tempi, spazi e attività che in passato aveva presieduto alla loro divisione, caduta dunque la distinzione, tanto cara ad Hannah Arendt, tra politico e sociale, tra le attività relative a un mondo comune e quelle primariamente legate alla conservazione della vita, la guerra civile cessa di designare un conflitto ben delimitato ed eccezionale, per costituirsi come il paradigma entro cui attualmente si articola, nelle sue forme più imprevedibili, «la soglia di politicizzazione fondamentale dell'Occidente» (ivi, 7). Azioni militari a bassa intensità, operazioni di polizia internazionale, lupi solitari e combattenti improvvisati, con tutta la loro carica di orrorismo spettacolare, non sono gli unici elementi incaricati di comporre lo scenario contemporaneo della guerra: andrebbero infatti annoveratitutti coloro la cui forma di vita mal si distingue da una ferma presa di posizione a favore del sistema, la schiera di professionisti e dilettanti asserviti al capitale per i quali, ricorda giustamente Roman Schnur, «si dovrebbe parlare qui non più di "cittadino in uniforme" ma di "uniforme nel cittadino"».
Al pari dei primi, anch'essi contribuiscono a delineare gli incerti contorni di una situazione in cui, alla cancellazione del conflitto e alla demonizzazione della violenza, fa seguito l'estensione di una guerra tanto più intensa quanto meno apparente o appariscente. Qui la guerra si è fatta letteralmente civile e non per questo meno brutale. Con Norbert Elias, si potrebbe dire che essa si è forse incivilita al punto da trovare, mediante la sua forma più raffinata e al contempo più letale, il proprio posto legittimo anche in una società che tollera malamente eccessi di crudeltà. Al processo di monopolizzazione tendenziale della violenza reputata legittima, processo perseguito delegittimando ogni forma altra di violenza, si è così affiancato un sempre maggiore ripudio della crudeltà, come se quest'ultima dovesse ormai costituire lo stigma dell'altro, il marchio della sua inciviltà, oppure l'eccesso a cui ancora si presta una forza legittima non ancora efficacemente controllata (con la possibilità, dunque, di una sua maggiore legittimazione). Non è allora un caso che «la forma che la guerra civile ha assunto oggi nella storia mondiale è il terrorismo»(ivi, 31): la fragorosa sanzione, che unanime si leva ogni qualvolta essa emerge tra le pieghe della narrazione ufficiale, trova la sua perfetta contropartita in quel malessere inarticolato che la accompagna là dove alcuna storia riesce ancora a renderne conto.
Una guerra civile, dunque, o meglio incivilita al punto da farsi inapparente, senza esperienza e senza conflitto, estranea al disaccordo, condotta perfino in assenza della pur rassicurante figura del nemico, come se l'ostilità stessa non fosse più all'origine di una relazione, quanto piuttosto di un'atmosfera pervasiva che chiunque si trova costretto a respirare. La guerra civile a cui noi assistiamo e a cui noi partecipiamo, la guerra civile che ci accomuna e che in tal modo ci rende tutti simili, si confonde allora con la sua stessa sublimazione: l'elevazione della guerra entro un modello più rispettabile, certo, ma anche il passaggio alla sua forma diffusa, estesa e impalpabile. In altri termini, la sua rassicurante edificazione a mera prassi quotidiana, in opposizione a quel carattere di vertigine che, ancora cinquant'anni fa, Roger Cailloisnon faticava a riconoscerle come sua più intima qualità. La perdita di questa vertigine ha così permesso il sorgere di una situazione in cui non è più concesso avvertire quanto si sta compiendo, in cui la possibilità di percepire la guerra in corso sembra impervia tanto quanto la sua stessa interruzione.
Una simile guerra senza limiti - senza delimitazione così come senza fine - ci costringe a confrontarci, in quanto spossessati dell'esperienza del conflitto e tuttavia costantemente invischiati nella violenza, con la necessità di seguirne le incessanti metamorfosi sotto l'apparenza pacificata della società, come se la stessa comunità eretta allo scopo di scongiurare la guerra civile finisse ogni volta per riproporla e attuarla secondo nuove e inaudite forme. Se già in Hobbes, ricorda Agamben, «il corpo gigantesco del Leviatano formato da innumerevoli piccole figure non è una realtà, per quanto artificiale, ma una illusione ottica, a mere phantasm» (ivi, 47), altrettanto si può dire della pretesa pacificazione del corpo politico, la quale, ben più che un'immagine rassicurante, funziona come un vero e proprio dispositivo dello sguardo a fronte del quale la guerra civile non si trova affatto sventata, bensì solo negata e al contempo resa endemicamente presente in ogni singola vita. Ma come il corpo politico non può che fondarsi sull'esclusione di una moltitudine che non cessa tuttavia di insistere tenacemente in esso, anche queste singole vite si troveranno un giorno a doversi confrontare con la presenza delle inevitabili lacerazioni che le animano. Porsi fin da ora in ascolto di una tale presenza è forse il primo passo per riconoscere nella guerra civile il marchio con cui, oggi, è segnata la nostra appartenenza al campo della politica.