venerdì 28 agosto 2015

Il gatto e la volpe al posto di comando

Uno 'sfrondatore' per gli economisti illogici

La figura professionale maggiormente necessaria in teoria economica sarebbe quella dello 'sfrondatore': uno che si prenda la briga di smantellare i cortocircuiti logici.

Redazione
giovedì 27 agosto 2015 15:29


di Giuseppe Masala.

La figura professionale maggiormente necessaria in teoria economica sarebbe quella dello 'sfrondatore': ovvero un professionista che si prenda la briga di rottamare i falsi problemi, i miti, le allucinazioni, le contraddizioni logiche presenti in economia.

Per esempio trovo francamente grottesca la dicotomia tra "economia pianificata" (volgarmente comunismo) e "economia libera"(volgarmente capitalismo).
Tutti i sistemi economici sono pianificati solo che nei sistemi capitalistici la pianificazione è fatta dai banchieri che arbitrariamente decidono a chi concedere o negare il credito necessario per gli investimenti. Nelle cosiddette "economie pianificate" invece la pianificazione tendenzialmente è fatta nell'interesse di tutti da rappresentanti eletti (non necessariamente secondo i canoni della democrazia liberale) da tutti.

In realtà chiedere la "pianificazione economica" significa chiedere democrazia reale. Non chiederla significa lasciarla in mano a una ristretta oligarchia autoreferenziale. 
Ecco, ci vorrebbero degli 'sfrondatori' più che dei matematici. Ovvero persone che si prendano la briga di smantellare tutti i cortocircuiti logici. Quando sarà fatto questo, l'economia sarà una materia adulta.
Per ora siamo alla stregoneria matematicizzata.

Settembre a Lampedusa

LampedusaInFestival - 23-26 Settembre 2015 a Lampedusa

Un modo di affrontare la questione delle migrazioni partendo dalle cause che le generano e le conseguenze che ne derivano. L'impegno del collettivo Askavusa di Lampedusa.

Redazione
mercoledì 26 agosto 2015 23:32


LampedusaInFestival VII Edizione 
Dal 23 al 26 Settembre 2015 a Lampedusa

Dopo sei edizioni di LampedusaInFestival che hanno visto concentrarsi in pochi giorni gli sforzi di un anno intero e che hanno avuto nel concorso uno degli assi portanti della manifestazione, abbiamo deciso di abbandonare la logica della competizione, delle giurie e dei premi e di proporre un'attività culturale e politica sul territorio di Lampedusa e Linosa che possa coinvolgere sempre più gli isolani in percorsi di condivisione, di conoscenza e di dialogo durante tutto l'anno.
Dal 23 al 26 Settembre 2015 il Collettivo Askavusa presenterà un ricco programma di proiezioni, concerti, spettacoli teatrali e mostre per inaugurare la nuova edizione estesa di LampedusaInFestival. Il festival rappresenta un luogo di analisi e scambio su questioni di attualità, attraverso l'utilizzo di un approccio storico che indaghi le cause profonde dei fenomeni contemporanei; in questa occasione abbiamo scelto di approfondire e di mettere in prospettiva la tematica del debito, e delle sue conseguenze, con le dinamiche che si sviluppano nei territori di frontiera, perché intuiamo quanto il primo sia presupposto determinante per la sviluppo delle seconde.

Il pubblico e gli ospiti del festival saranno invitati a partecipare a due tavole di lavoro, che saranno documentate con video, foto e documenti scritti:

ControFrontiera: sulle realtà che operano nelle zone di confine e di frontiera sui temi della migrazione, della militarizzazione e del lavoro. Questa sessione avrà lo scopo di mettere in relazione le varie esperienze, creare un coordinamento di queste realtà e darsi delle linee generali comuni.

Debito ed economia: Una sessione per discutere di debito, delle sue origini e le conseguenze politiche sulle nostre vite. Dai paesi del sud del mondo alla Grecia analizzeremo come svincolarsi dalla morsa di questo strumento di dominio, in un'ottica anticapitalista. La sessione avrà lo scopo di creare un documento teorico che possa essere strumento per le realtà politiche che hanno nel loro programma questi obiettivi.

I dettagli del programma verranno pubblicati a breve sui siti del Lampedusainfestival, PortoM e Askavusa.

Indicazioni per viaggio e alloggio

C'è la possibilità di voli diretti a Lampedusa da Bologna (Blu-Express), Milano (Blu-Express), Roma (Blu-Express e Vueling), Genova (Vueling) e Torino (Vueling). Per il ritorno i voli disponibili sono su Roma (Vueling).
Per chi ha bisogno di spostarsi sulla penisola ci sono bus a prezzi bassissimi (Megabus).
Una volta sull'isola il collettivo metterà a disposizione un'area campeggio attrezzata a prezzi popolari, e fornirà contatti di strutture turistiche partner del Festival, per info scrivere ad askavusa@gmail.com.

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03/10/2015 Organizziamo una proiezione del film inchiesta di Antonino Maggiore sulla strage del 03/10/2013 per aprire un'indagine sul mancato soccorso e aprire una discussione sulle connessioni tra gestione delle migrazioni e militarizzazione.

mercoledì 26 agosto 2015

Vita materiale e tecnologia


La tecnologia e il futuro dei senza-lavoro

Entro il 2020 la rivoluzione tecnologica rischia di cambiare in profondità il mercato del lavoro e di dare inizio a un nuova era senza-lavoro. [Carlo Mazzucchelli]




di Carlo Mazzucchelli
Tra pochi anni Uber potrebbe essere nuovamente sulle prime pagine dei giornali. Non per avere messo in crisi i modelli attuali del traporto urbano tramite taxi, ma per il licenziamento dei suoi autisti a causa dell'affermarsi di auto senza autista. Un cambiamento che non sarà il solo e che porterà alla perdita di nuovi posti di lavoro.
Con percentuali di disoccupazione che si aggirano intorno al 13% i lavoratori italiani non possono stare tranquilli. Sia perché la percentuale di disoccupati non calerà facilmente, neppure in caso di ripresa economica, sia perché le molteplici rivoluzioni tecnologiche in corso, che stanno interessando tutti i settori di mercato, sono destinate a privare del loro lavoro nuove schiere di colletti blu e di colletti bianchi.
Il taxista milanese che si mobilità contro Uber dovrebbe già da oggi pensare a come sarà il suo lavoro quando, tra dieci anni, saranno disponibili le nuove automobili senza autista. La stessa cosa dovrebbero fare i lavoratori delle aziende manifatturiere sempre più robotizzate, i lavoratori dei fast-food ma anche gli impiegati di uffici amministrativi e contabili. A preoccuparsi per il loro futuro lavorativo dovrebbero essere anche farmacisti, operatori di call center e customer service.
Entro il 2020 la rivoluzione tecnologica rischia di cambiare in profondità il mercato del lavoro e di dare inizio a un nuova era senza-lavoro.
I numerosi vantaggi e i benefici che la tecnologia ci sta regalando ci stanno facendo dimenticare i suoi effetti collaterali, uno dei quali dovrebbe preoccupare molti lavoratori, oggi impegnati in attività che possono essere rimpiazzate da soluzioni tecnologiche più o meno intelligenti. E' una preoccupazione che dovrebbe far riflettere i lavoratori delle fabbriche di automobili o elettrodomestici così come i lavoratori della conoscenza impegnati in attività sostituibili da computer o programmi intelligenti. A subire questi effetti saranno tutti i mercati industriali così come il mondo delle professioni. Ne deriveranno problemi sociali e politici ma soprattutto individuali legati alla difficoltà di adattamento alle nuove realtà e di tipo economico.
Molti studiosi collocano nel 2020 l'anno di maggiore criticità per l'affermarsi delle molteplici rivoluzioni tecnologiche che si manifesteranno nella perdita di migliaia di posti di lavoro. Da qui al 2020 è fondamentale che tutti comprendano i cambiamenti in corso e si attrezzino per farvi fronte, evitando di farsi intrappolare nelle false promesse dei produttori di tecnologie che esaltano le nuove opportunità lavorative generate dalle nuove tecnologie e i loro benefici.
Le nuove opportunità ci saranno ma saranno limitate ad ambiti definiti e a un numero limitato di persone con professionalità intellettuali difficilmente sostituibili da un computer. Per tutti gli altri le opportunità saranno limitate o inesistenti. Il taxista ad esempio dopo avere combattuto con Uber per salvaguardare il suo reddito, dovrà difendersi dalle auto senza autista per difendere il suo posto di lavoro. Il lavoratore manifatturiero dopo aver combattuto per una catena di montaggio più umana potrebbe essere obbligato ad accettarne le nuove regole disumane per fare concorrenza a macchine intelligenti introdotte sulla catena per aumentarne velocità, efficienze e produttività. Il lavoratore della conoscenza dovrà fare i conti con macchine dotate di intelligenza artificale e capaci di svolgere attività di raccolta, analisi e utilizzo delle informazioni per lavori quali il contabile, il trader di borsa, l'avvocato e il personale medico.
Non tutti condividono la visione pessimistica e molti anzi insistono sulla potenzialità innovativa e generativa di nuove opportunità evidenziando come nel passato nessuna previsione sulla fine del lavoro si sia mai realizzata. Molte delle visioni positive sembrano però derivate da una fede cieca nel potere della tecnologia che impedisce una riflessione laica e distaccata degli scenari prossimi futuri, l'unica capace di facilitare una transizione verso il futuro senza-lavoro che permetta di aiutare coloro che più di altri subiranno le conseguenze dell'evoluzione tecnologica e delle sue applicazioni pratiche nel mondo del lavoro. Inoltre bisogna tenere presente che il boom di professionalità che ci sarà per la realizzazione di robot, computer e macchine intelligenti non potrà durare a lungo come è già dimostrato dalle numerose fabbriche cinesi dotate di robot che costruiscono altri robot.
La rivoluzione delle macchine determinerà cambiamenti radicali nel sistema capitalistico attuale, in termini di disuguaglianze e accesso al reddito. Alcune scuole di pensiero stanno già sostenendo una trasformazione verso società nelle quali a tutti venga garantito un reddito minimo di cittadinanza e sopravvivenza, una iniziativa che potrebbe essere resa possibile e obbligatoria dalla eliminazione di burocrazie e costi e dalla necessità di alimentare il portafoglio di spesa dei cittadini consumatori. In alternativa i governi potrebbero impiegare nuova forza di lavoro nella riprogettazione delle infrastrutture di città e nazioni in ottica tecnologica: sensori, smart cities, mobilità, autostrade informatiche e banda ultra-larga, ecc.
Chi non vuole sposare una delle due visioni contrastanti che si contrappongono in mille sfumature diverse e non crede alla veridicità delle previsioni può sempre decidere di analizzare e misurare rivoluzioni simili avvenute nel passato. Ciò che scoprirebbe non è tanto la giustezza delle previsioni fatte, quanto in che modo la realtà sia stata modificata, anche positivamente, dopo i numerosi aggiustamenti apportati alle nuove situazioni create dalle rivoluzioni tecnologiche avvenute. In ogni caso, visto che il futuro non è prevedibile, per il benessere attuale è meglio credere che le previsioni dei tecnoscettici e tecnocatastrofisti siano errate. Una scelta utile per allontanare la disperazione che sempre accompagna la perdita del posto di lavoro e la vita di coloro che, pur cercandolo con metodo e assiduità, un lavoro non lo ritrovano più.
Credere in un futuro positivo è un modo per far trionfare la ragione sulla paura. Usare la ragione significa diventare consapevoli delle rivoluzioni in corso e predisporsi, culturalmente, professionalmente e cognitivamente al futuro tecnologico e con meno lavoro che verrà.

(24 agosto 2015)
Infografica: © Joost Swarte.

martedì 25 agosto 2015

Dall'Argentina



Centro de Salud Mental Nro3 Dr. A. Ameghino


Comité de Docencia e Investigación


Equipo de Grupos


II JORNADAS ANUALES
2015
 
 
Tenemos el agrado de invitarles a participar de las
próximas Jornadas

"GRUPALIDADES. Testimonios de la práctica"
 
A realizarse el día 3 de septiembre de 9 a 15 hs en
Av. Córdoba 3120  aula H.Braun.
 
Se otorgan certificados oficiales y las mismas son gratuitas.
La inscripción se realiza el día de la jornada en la apertura.
Les esperamos!!
Agradecemos su difusión!

domenica 23 agosto 2015


ANTONIA POZZI


5 settembre 2015


Viaggio poetico a Pasturo, paese montano in provincia di Lecco tanto amato da Antonia Pozzi. 

Partenza da Milano, stazione centrale al mattino
alle ore 8, giro per i luoghi cari alla poetessa accompagnati da un responsabile culturale del comune, pranzo, non obbligatorio, in trattoria a Pasturo, ritorno a Milano alle 16.

Costi: biglietti treno e autobus, eventuale trattoria per chi sceglie di fermarsi.

Organizza associazione IL TEATRO DELLE DONNE.
Per informazioni: leparoledelledonne@libero.it

IL MOLINELLOPremio Letterario Internazionale

XX edizione

La scadenza per partecipare è il 15 ottobre prossimo.

Partecipa anche tu e diventa protagonista di una grande storia!

 

Nicla Morletti, presidente del Premio, presenta la XX Edizione e ricorda i grandi personaggi del mondo della letteratura e della cultura che hanno partecipato alle precedenti edizioni.
Nel Portale Manuale di Mari tutte le informazioni sulla nuova edizione, l'Albo d'oro e una selezione di video del Premio.
Vai all'articolo di presentazione

L'arte e il nostro tempo



Nel tempo dell'arte cloaca

Jean Clair: "I manager sono la rovina dei musei". Intervista di Raffaella De Santis


di Raffaella De Santis
In questi giorni Jean Clair è a Venezia, in giro con la moglie per calli e mostre. Vent'anni fa curò una Biennale dedicata al volto e al corpo umano, ma oggi è deluso. Non gli piacciono le esposizioni affollate di turisti e quando gli si chiede di commentare la nuova riforma dei musei, all'inizio sembra possibilista, ma poi di fronte all'idea di una nuova figura di direttore-manager si accalora: «Un direttore di un museo non deve fare grandi mostre, ma far conoscere il patrimonio spirituale di una nazione. È la fine. L'arte ha perso ogni significato». L'argomento lo appassiona. Risale ormai a qualche anno fa un suo saggio intitolato "La crisi dei musei", mentre nel più recente "L'inverno della cultura" ha disseminato pagine durissime contro i musei-luna park ridotti a magazzini di opere preziose. Per il grande critico e storico dell'arte, il sistema museale è ormai asservito alla logica mercantile, come qualsiasi altro prodotto. Nel suo ultimo libro, intitolato "Hybris". La fabbrica del mostro nell'arte moderna (Johan & Levy), studia la morfologia dell'arte moderna, le sue deformazioni morbose, il suo progressivo allontanamento dalla bellezza. Il fatto che Jean Clair sia stato anche direttore del Centre Pompidou e del museo Picasso, lo spinge a guardare con curiosità a quanto sta accadendo nel nostro paese. (Raffaella De Santis)

***

Che cosa non la convince nella riforma italiana dei musei?
«Prima di tutto ho paura che non si rispetti l'identità di un museo, la specificità della cultura locale che vi è custodita e che va tutelata».
Un direttore straniero potrebbe essere inadatto a questo compito?
«Un direttore di un museo deve per prima cosa essere un critico e uno storico dell'arte. Da questo punto di vista, scorrendo la lista dei nomi selezionati, mi pare che ci siano professionalità di rilievo. Conosco Sylvain Bellenger, che a Capodimonte farà un ottimo lavoro. Ma il problema è un altro. È un problema spirituale e culturale più ampio. Si stanno trasformando i musei in fondi bancari, in macchine finanziarie, hedge fund specializzati in speculazioni. Non abbiamo più idea di che cosa sia l'arte, di quale sia il suo compito».
Non pensa sia anacronistico tentare di arginare l'internazionalizzazione della cultura?
«Sono curioso di vedere cosa accadrà in Italia. Il fatto che molti dei prescelti siano stranieri è in sé un fatto positivo, se non fosse che dovranno operare dentro musei ridotti a macchine per incassare soldi. Io stesso prima di essere nominato al Beaubourg e al museo Picasso ho studiato in America. Ricordo il sorriso del direttore del Louvre quando decisi di partire. Mi disse: "Che vai a fare in America?" Non lo ascoltai. Sono rimasto ad Harvard tre anni. Era il 1966. Da lì sono poi andato in Canada, al museo nazionale».
Nei suoi scritti ha però attaccato più volte il sistema museale contemporaneo. Mercato e cultura sono forze antagoniste?
«Molti musei sono in mano a mercanti senza cultura. Il compito di un museo dovrebbe invece essere educare e dilettare. Il direttore dovrebbe preoccuparsi di tutelare il patrimonio d'arte che gli è affidato senza venderlo. Prenda l'idea di portare il Louvre ad Abu Dhabi. Una follia».
Crede si arriverà a questo anche in Italia?
«Ho l'impressione che tra un po' di tempo ci sarà l'esigenza di mettere sul mercato qualche opera per rimpinguare le casse della macchina-museo. Nel 2006, Françoise Cachin, che è stata la prima donna a essere eletta direttrice dei musei di Francia, scrisse un articolo contro l'idea di vendere i musei e venne allontanata dal suo incarico. Invece aveva ragione. Le opere d'arte sono ormai ridotte a merce senza qualità, senza identità».
Immagino che l'idea di affittare un museo per eventi privati non le piaccia affatto...
«L'idea del neo direttore tedesco degli Uffizi, Eike Schmidt, di dare in affitto delle stanze della galleria segna l'inizio della fine. O piuttosto la continuazione di una decadenza della quale lui stesso sarà il responsabile finale».
Lei ha guidato grandi musei. Ora ai direttori si richiede di essere anche dei manager. Quali possono essere dal suo punto di vista le conseguenze di un tale cambiamento?
«Guardi cosa succede al Centre Pompidou, dove si è chiusa da poco una retrospettiva dedicata a Jeff Koons. La mostra è stata appaltata a privati. Duemila metri quadrati di esposizione per mettere in scena una buffoneria. Una buffoneria che prende però autorevolezza dalle collezioni del Beaubourg, che sono il vero patrimonio del museo, come l'oro conservato nei caveau delle banche. Sono Cézanne e Picasso a dare valore a Koons. I musei sono utilizzati come riserve auree per dar credito a operazioni di manipolazione finanziaria, forniscono quel deposito che dà pregio alle proposte del mercato privato. Quella di Koons è chiaramente un'operazione fraudolenta, un falso, una bolla speculativa. È quanto accade quando si preferiscono direttori manager. Come nel caso di Alain Seban, alla guida del Pompidou».
Ma per far funzionare il sistema museale servono soldi, dove trovarli?
«Il costo per mantenere un museo è ridicolo rispetto a quello della sanità o dei trasporti».
Al centro della riforma c'è l'idea di "valorizzazione"? Le piace?
«È un termine delle banche. Si valorizzano i soldi non le opere d'arte. Leggo che nei musei si apriranno ristoranti e bookshop. C'è bisogno di un manager per aprire un ristorante?»
Ha visitato la Biennale Arte?
«Tantissimi padiglioni da tutto il mondo, tutti uguali. Sono a Venezia da qualche settimana e quello che vedo mi spaventa. I musei sono molto frequentati, come le spiagge, ma non sono più frequentabili».
Come ridare significato all'arte?
«L'opera d'arte non significa più nulla, è autoreferenziale, un selfie perpetuo. I jihadisti dell'Is hanno decapitato l'archeologo Khaled Asaad. Da una parte abbiamo paesi che credono nell'arte al punto da uccidere e dall'altra pure operazioni di mercato».
Meglio tornare al passato?
«Non è possibile. Viviamo nel tempo dell'arte cloaca. Il museo è il punto finale di un'evoluzione sociale e culturale. È una catastrofe senza precedenti. Il crollo della nostra civiltà».

(21 agosto 2015)

giovedì 20 agosto 2015

Il teatro delle bambole

Alle Spettatrici, agli Spettatori, alle Attrici, agli Attori

Il Teatro delle Bambole è un gruppo di ricerca teatrale sorto nel 2003 per volontà di Andrea Cramarossa. Nel tempo, ci siamo accorti che, soprattutto tra i colleghi ed operatori dello spettacolo, il termine "ricerca" procura insolite reazioni di fastidio e di idiosincrasia. Stranamente ed incomprensibilmente. 
Forse c'è un pregiudizio, ormai attuato da decenni, verso chi sceglie altre strade per esprimersi artisticamente pur definendo il proprio lavoro "teatrale". Eppure, senza ricerca, in qualsiasi ambito dello scibile umano, non ci sarebbe innovazione, trasformazione, possibilità di accompagnare il cambiamento insito nella natura delle cose, senza dimenticarsi di quella porzione intangibile dell'essere umano che definiamo "spirito" o "anima".
La ricerca ci ha aiutati ad annientare il nostro pregiudizio e, infatti, noi non ci formalizziamo, e, se possiamo, vediamo tutto il teatro possibile.

Dunque, abbiamo ripreso la nostra stagione nonostante gli scossoni e i terremoti che spesso destabilizzano il mondo lavorativo dello spettacolo e l'abbiamo fatto con estrema gioia. E abbiamo avuto ragione. I nostri progetti neonati ed in esponenziale crescita hanno confermato collaborazioni artistiche più o meno recenti con la compagnia Scenica Frammenti, l'Istituto Teatrale Europeo, la cooperativa Alice areaartiespressive, Il Teatro Pubblico Pugliese, l'Assessorato alla Cultura di Modugno (BA), Il WWF - Ufficio Educazione e con progetti quali "Io: Stupore", "Del Vento e della Carne" e il neonato "Medea" e spettacoli come "La Principessa Medusa". Artisti che hanno portato la propria professione al servizio dell'essere umano, noi intendiamo ringraziarli: Mariagiovanna Rosati Hansen, Loris Seghizzi, Roberto Adriani, Isabella Careccia. Soprattutto, vorremmo ringraziare la risposta entusiastica del pubblico, donne e uomini che si sono avvicinati lasciando la preziosa promessa di un ritorno.

E ancora, la collaborazione sempre viva col CEA Masseria Carrara, un luogo magico mirabilmente gestito da Maria Panza, dedita alle attività di educazione ambientale e sensibile all'accoglienza artistica e un grazie a Lucio Cito per la sua intenzione lungimirante di vedere quella Masseria come un'oasi nel deserto delle discariche, ancora a cielo aperto, che ne aggrediscono e lambiscono i confini, trasformandola da miraggio in cosa concreta.

Il Teatro delle Bambole continuerà a vedere oltre, per il bene di tutti, e vi invita, care Spettatrici e cari Spettatori, alla prossima edizione di "filecenza! Libri sotto gli Alberi", un appuntamento imperdibile ormai diventato immancabile, nel prossimo mese di Settembre, quest'anno dedicato alla Poesia.

E ancora, grazie a Isabella Careccia e Federico Gobbi per l'energia propulsiva e la sempre crescente abnegazione nel voler "trasformare qualcosa di brutto in qualcosa di bello".

E ancora, grazie alla sensibilità degli allievi del primo anno del laboratorio permanente "Del Vento e della Carne": Caterina Orlando, Mario Carone, Maurizio Sarni, Stefania Passarelli-Garzo, Maria Cataldo e Rosalia Gambatesa.

E ancora, grazie agli attori della nostra ultima fatica teatrale, dove in questa già lunga "lettera", merita più spazio, perché frutto di un progetto durato ben due anni: "Se Cadere Imprigionare Amo". Di seguito, vorremmo mettere tutti sinteticamente al corrente di cosa sia stata questa esperienza per il gruppo di ricerca teatrale, scrivendone il percorso in tappe essenziali e firmando in stralci le parole dei critici e degli Spettatori che, finora, l'hanno visto.

E ancora grazie a Marialuisa Giordano e Monica Menna, ovvero "Le Staffette", il nostro Ufficio Stampa.

SE CADERE IMPRIGIONARE AMO
Scritto e diretto da Andrea Camarossa
Con: Isabella Careccia, Silvia Cuccovillo, Federico Gobbi, Patrizia Labianca, Domenico Piscopo (cast fino al mese di Giugno 2015).

Progetto di ricerca "La Lingua degli Insetti" - Cofanetto 1: "L'Urlo". Vincitore del FAP - Festival delle Arti Performative - Settembre 2013
Progetto di ricerca "La Lingua degli Insetti" - Cofanetto 3 "La Caduta" - Marzo 2014
Prima apertura di "Se Cadere Imprigionare Amo" // Giugno 2014 - Festival "Fabbrica Europa" - Teatro Era di Pontedera (PI) - "Era delle Cadute" (Con: Isabella Careccia, Silvia Cuccovillo e Giovanni Di Lonardo)
Residenza teatrale in RossoScena, presso il Teatro Comunale di Lari (PI), con apertura al pubblico - Aprile 2015
Debutto dello spettacolo a Roma, Teatro dell'Orologio, all'interno del "Festival Inventaria 2015" - 21 Maggio 2015.
Stralci dalla critica teatrale

"Quello proposto è sconvolgente e coraggioso teatro underground che si rifà alle esperienze più "off" degli anni Settanta. Urticante, folle e crudo: ci resterà impresso in modo indelebile nella memoria".
Claudio Costantino - Guida Show

"Con ironia, esasperazione, urla, pratiche di autoerotismo, le esistenze di quegli insetti - intrappolati nel momento della trasformazione (della crescita del passaggio da adolescente ad adulto) - si trascinano davanti agli occhi crudeli del loro carnefice".
Brunella Brienza - AltreScene

"...Ognuno di loro ha perso qualcosa. Ognuno ha un rimpianto e una perversione. Isolati da una luce in mezzo al buio che oscura tutti gli altri, ciascuno, di volta in volta, si fa protagonista di una storia. Impariamo a conoscerli e a riconoscere noi stessi nei loro racconti. La poetica kafkiana, la ricerca microscopica del mondo sociale, che tutti ci accomuna, accorcia le distanze tra chi guarda e chi è guardato".
Silvia Maiuri - RecenSito

"L'amore è sesso, violenza, autoerotismo. Non ci sono tracce di passioni, di sentimenti, di affetto. La denuncia dell'aridità è forte ed è trasmessa alla platea. Si lanciano palloncini gonfiati agli spettatori; come dire: a voi la palla. Molti gli applausi alla fine della rappresentazione che ha premiato gli sforzi della compagnia in una rappresentazione che ha bisogno di grande disponibilità, impegno ed energia. Regia asciutta che punta al gioco corale. Tutti bravi i cinque attori, affiatati e generosi; cosa che non guasta, si divertono anche nella messa in scena".
Micaela Anconano - E-Zine

"Si coglie l'interesse per aspetti quali la mutazione e la metamorfosi tipici dei diversi lavori della compagnia barese (...) Una storia interessante ed un progetto che offre spunti deliranti, comici, allucinati, tragici e surreali. Restiamo curiosi di vedere le altre proposte che il Teatro delle Bambole vorrà offrirci".
Erika Cofone - Persinsala

"Corpi, solo corpi. Corpi abbandonati. Corpi imprigionati. Corpi che abusano e vengono abusati. Corpi in assenza di corpi, vuote casse di risonanza. Corpi che coi lori tic riempiono lo spazio scenico nella sua tridimensionalità. (...) Un eccesso di moto che diventa al contempo assenza di moto. Un mondo dove tutto succede e niente succede. Una fiaba al contrario dove tutto procede per sottrazione e nulla vi può essere aggiunto".
Francesca Cipriani - Riflessi al Margine

Stralci dalle parole degli Spettatori

"Di fronte all’altro lato del mondo. La famiglia, 4 sedioline  per i figli e una sedia grande per la madre. In uno spazio quadrato e divinamente ottuso, madre e figli stanno tra loro, tutti con le croci sugli occhi, esseri senza né sguardo né peccato. Sul contrappunto di suonilingua aspri e gutturali, risa ebeti e danze primordiali, nel quadrato accade la frenesia idiota dell’eros col flusso inarrestabile delle finzioni, trasformazioni e metamorfosi".
Rosalia Gambatesa - Una Spettatrice

"Grazie per l'esperienza di liberazione che ho potuto vivere la sera dello spettacolo "Se cadere imprigionare amo". Liberazione di emozioni potenti, forti, piene e, in alcuni momenti anche difficili e faticose, ma esplosive in tutta la loro verità e sacralità. La sacralità dell'espressione dell'essere umano. Ecco il significato che mi è rimasto nella vibrazione della pelle, delle ossa, dei muscoli, del corpo intero preso tutte e due le volte da un tremore che mi ha dato il senso dello stare pienamente in quel momento lì con tutta me stessa".
Sonia Russo - Una Spettatrice

Il Teatro delle Bambole, continuerà per tutto il mese di Agosto le proprie attività di ricerca col progetto "Medea" e vi aspetta con "filecenza! Libri sotto gli Alberi" a Settembre e nella prossima stagione teatrale 2015/2016, con le repliche degli spettacoli di teatro per ragazzi ("Il Re degli Alberi, "La Principessa Medusa", "Il Principe Maiale", "L'imperatore Invisibile") e, naturalmente, di "Se Cadere Imprigionare Amo".

Tanto bel Sole a tutti!

Andrea Cramarossa - Direzione Artistica
Federico Gobbi - Comunicazione e PR
Isabella Careccia - Organizzazione e Teatro Ragazzi
Maria Panza - Coordinazione CEA Masseria Carrara

www.teatrodellebambole.it

In allegato, una immagine dalle prove di "Se Cadere Imprigionare Amo". 



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Alberto Fazio

ELLAS 2015
Relitti e Sirene

A volte mi propongo di raddrizzare le gambe ai cani menandoli per l'aia,
ed al contempo
di mettere il carro davanti ai buoi dei paesi tuoi.
Acqua passata? Dipende.
Se l'erba del vicino ingrassa il cavallo
può accadere che l'occhio del padrone
sia sempre più verde.
E non è solo il lupo di mala coscienza
che si fascia la testa prima di rompersela:
non può più dare cattivo esempio
e quello che opera pensa.
Intanto l'erba cresce
e l'unica morale che se ne ricava
è che chi fa pe tre male alloggia.

Dopo anni di ultime gocce
mi sono convinto che manica larga
e denti stretti
non fanno il monaco
dal momento che i panni sporchi
si lavano a Canossa.
Il fatto è che c'è troppa carne al fuoco
e cade di continuo dalla padella nella brace.
E' così che alla fine trabocca il vaso.

Prima io correvo con l'acqua in bocca e le orecchie al vento.
Il silenzio era d'oro ed era parte del coro.
Un giorno il sasso dello stagno irruppe nella cristalleria
con parola d'argento (che vale cinquecento,
mentre la gallina che canta vale solo centocinquanta).
L'elefante ne ebbe memoria e fu donato al povero.

Va da se che anche la pagliuzza nell'occhio del vicino
è sempre più verde.
Del resto, le vacche grasse, come si sa,
pascolano sempre sull'orlo del baratro altrui.
Si desume dal “Vangelo secondo noi”,
laddove si parla del porto delle nebbie che fa i gattini ciechi.

Non sappia il naso quello che fa il culo”
e segue:
Ferisce più la lingua dove il dente duole
che la zappa sui piedi.”
In verità vi dico che se una rondine non vale una pera
figuriamoci Parigi!
Maramaldo, perché sei morto? Vile!
Pane e vin non ti mancava!

...E'la bugia che rende liberi;
ma la verità è che hai le gambe corte.
Del resto con la farina del diavolo non si fanno coperchi
e non si parla di corda neanche nel giardino del Re.
Ma occorre tener presente che
Uva passa, scripta manent”
ed è importante non farlo sapere al contadino.
D'altra parte, per togliere le castagne dal fuoco
ci vuole ben altro che una patata bollente.
Questo è un gioco che dura poco,
dato che lo sanno ormai tutti
che chi va al mulino si infarina fino a scoppiare.

A caval donato si lascia lo zampino
come è vero che Guttalax cavat lapidem.
De te fabula narratur, idiota!
Guarda il dito!
Ma lui guardava la luna ed il dito si schiacciò nella portiera:
gobba a levante pericolo costante”.

Finanza allegra e creativa
è quella che tarpa le ali a chi dorme sugli allori
il quale non piglia pesci ed ha l'oro in bocca.
D'altra parte, uccel di bosco non macina al mulino.
Mah! Adesso che tutti sembrano tranquilli
le porte sono allarmate.
Ma c'è un giudice a Berlino!

Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati.

ALBERTO FAZIO..



Lnalpina

Sabato 22 agosto
Serata di Danze e musica dal mondo
Dalle ore 21
Presso Lunalpina Fattoria creativa


Lunalpina vi aspetta questo sabato per una serata all'insegna della cultura, del teatro e della musica.
La serata del 22 agosto aprirà le porte con uno spettacolo di teatro danza e musica dal vivo. La Performance, che ha come titolo una fra le poesie più famose di Giordano Bruno, scritta poco prima della sua esecuzione, si ispira a due figure della storia che pur venendo da mondi molto distanti tra loro si incontrano nel loro pensiero filosofico e per la loro storia di persecuzione da parte del potere costituito:Giordano Bruno e Al Hallaj. Entrambi fautori della libertà di pensiero, avanzando l'idea di mondi infiniti, di spazi senza confini ci ricordano il desiderio di libertà dell'essere umano. Nella danza gli artisti raccontano un viaggio da Oriente ad Occidente attraverso il pensiero, la voce i colori, i suoni e le danze che li caratterizzano. Alcuni episodi che hanno segnato la storia dei due personaggi, vengono ricordati attraverso la gestualità del corpo e le frasi evocative rimaste impresse nella memoria collettiva. Il loro corpo sacrificato in nome della libertà diventa simbolo che permane anche dopo la loro scomparsa, la forza del loro pensiero sopravvive oltre la loro presenza fisica.
Danza:Loredana Piacentino, Hadi Habibnejad, Musica: Andrea Murada

A seguire ci sarà un piccolo intervento musicale dei ragazzi del campo internazionale di Lunalpina con musiche, danze e canti tradizionali dell'Africa.


La serata è a contributo libero
Vi aspettiamo numerosi !!!!

Eventi imminenti:

  • Evento 1

mercoledì 19 agosto 2015

Cultura e lavoro: la piattaforma Eppelà


POSTEPAY CROWD

Poveri beni!

Il grande feticcio

Il "rilancio" del Colosseo e l'abbandono del paesaggio. [Maria Pia Guermandi]

Redazione
venerdì 14 agosto 2015 09:31


di Maria Pia Guermandi
Le recenti polemiche sulla ricostruzione dell'arena del Colosseo, riattivate dalla decisione del ministro di destinare solo a quest'opera quasi il 25% dei fondi 2015-2016 del così detto "Piano strategico Grandi Progetti Beni culturali", hanno riproposto alcuni stereotipi duri a morire. Come ad esempio la contrapposizione - sempre citata dai fautori della ricostruzione - fra presunti conservatori élitari, laudatores temporis acti fuori tempo massimo e chi invece si sforzerebbe di aggiornare il nostro patrimonio culturale destinandogli usi più moderni ed adeguati alla contemporaneità.
Si tratta di un'abusata coperta di Linus con cui si cerca di ovviare all'incapacità conclamata della nostra classe politica e accademica di pensare - anche solo per sommi capi - una politica dei beni culturali degna di questo nome, ovvero sia una politica che abbia una chiara cognizione della loro importanza e ne sviluppi finalmente le potenzialità di strumento di conoscenza (del rapporto presente-passato), di acquisizione degli strumenti critici e, per questo, di innovazione. In una parola una politica che abbia una qualche idea su cosa farci di questi beni culturali che non si limiti al loro sfruttamento turistico. O che, al minimo sindacale, si ponga almeno l'obiettivo di una redistribuzione dei flussi turistici più sostenibile, in grado di valorizzare non sempre solo i blockbusters, ma il museo diffuso sempre decantato a parole e sempre negletto nei fatti.
Di fronte all'incontrovertibile dato dello squilibrio delle risorse a favore della sola ricostruzione dell'arena, il ministro ha replicato - prontamente rilanciato dal codazzo dei clientes - che nei prossimi anni saranno fatte altre elargizioni e che si terrà conto di casi come quello della Domus Aurea, la fastosa dimora di Nerone, snodo della cultura figurativa dal Rinascimento in poi, abbandonata da anni in uno stato di difficilissima sopravvivenza. Peccato che sarebbe esattamente compito di una politica e di una amministrazione adeguata saper stilare - tanto più di fronte alla fragilità complessiva e ai problemi che gravano sui nostri beni culturali - delle priorità secondo una linea di intervento trasparente, scientificamente motivata, amministrativamente conscia dei rapporti costi-benefici.
Al contrario il ministro ha deciso esclusivamente secondo propri criteri mentre il Consiglio Superiore è stato chiamato semplicemente a ratificare l'elenco proposto. Questa completa distorsione della funzione del Consiglio e degli organi di consulenza scientifica testimonia il nuovo livello cui è stata abbassata la gestione del nostro patrimonio culturale: siamo dunque arrivati, in maniera conclamata, ad un uso politico - in senso personalistico - dei monumenti pubblici.
Per giustificare la spesa di 18,5 milioni si invoca una maggiore comprensibilità del monumento: stranoto al grande pubblico nelle sue funzioni e nella sua forma, il Colosseo di tutto ha bisogno tranne che di essere spiegato con la ricostruzione del piano dell'arena. E su questa linea, perché allora non ricostruire le gradinate? E il velarium? E i clipei bronzei? Le migliaia di turisti che si ammassano quotidianamente per entrare nell'Anfiteatro avrebbero piuttosto bisogno di servizi adeguati: dai bagni al book shop - caffetteria, ad una maggiore efficienza degli ingressi. O, se vogliamo rimanere nell'ambito della didattica, di materiali informativi multilingui più aggiornati dei pochi cartelloni ora presenti, con ricostruzioni complessive e una storia del monumento che - ben più di un semplice piano di calpestio - ne farebbe comprendere l'importanza.
Altri sono invece i siti e i monumenti che necessiterebbero di una valorizzazione tesa finalmente ad una fruizione più informata e consapevole. Invece si continua ossessivamente a intervenire sul grande feticcio, sull'icona turistica per eccellenza, nella speranza di spremerne ancora più soldi (i diritti televisivi per gli spettacoli futuri). E perché è molto più semplice intervenire su di un monumento che non ha ora più bisogno di costosi e lunghi restauri (troppo lunghi per i tempi della politica...).
Certo gli 80 milioni non potevano sanare tutti i problemi del nostro patrimonio, ma occorreva fare delle scelte lungimiranti che, soprattutto in questa prima tornata, rendessero ragione di un programma non estemporaneo e raccogliticcio quale è quello che appare. L'enormità del compito - la gestione del nostro patrimonio - avrebbe dovuto attivare una pianificazione complessiva e soprattutto un'azione politica di ampio raggio capace, ad esempio, di raccogliere le risorse disperse nei tanti rivoli delle amministrazioni pubbliche per un programma di emergenza nazionale (obiettivo troppo lungo e complesso per coesistere con i criteri di semplificazione e rapidità, valori cardine dell'attuale governo).
L'accanimento sul Colosseo, al contrario, testimonia in modo esemplare l'ormai avvenuta scissione fra i beni culturali di serie A, economicamente fruttuosi, mediaticamente spendibili, su cui vale la pena investire e beni di serie B, destinati ad un abbandono sempre più accelerato. La bad company così come l'ha definita Salvatore Settis anche recentemente.
E' lo stesso criterio che ha guidato la "riforma" del sistema museale statale, il cui unico obiettivo appare ristretto all'accensione dei riflettori sulle "eccellenze" (peraltro discutibilmente designate). Con il velleitario presupposto che un megadirettore possa magicamente risolvere la marea di problemi organizzativi, amministrativi, avendo peraltro le mani legate sulla gestione del personale. Megadirettori che saranno scelti, alla fine di un iter concorsuale a dir poco improvvisato, dallo stesso ministro, come ai tempi di Bottai.
Si replica, anche in questo caso, quell'uomo solo al comando stigmatizzato dal Presidente della Repubblica qualche giorno fa. E' al Presidente Mattarella che ci rivolgiamo ora - da ultimo con la lettera aperta di un gruppo di costituzionalisti - perché presidi, come gli compete, il rispetto dei principi costituzionali, in primis dell'articolo 9.
Perché attraverso la legge delega Madia viene esplicitata - con la sottomissione delle Soprintendenze ai prefetti e in generale con l'abolizione de iure della primazia dell'interesse del patrimonio culturale sopra ogni altro (sul tema cfr. Tomaso Montanari) - la vera posta in gioco di questa stagione politica: l'estromissione delle Soprintendenze e del Mibact dalla gestione e dal controllo del territorio. In maniera ancor più sistematica che attraverso lo Sblocca Italia, gli unici organi ormai in grado di esercitare un controllo, attraverso l'esercizio di tutela del paesaggio, gli unici ancora dotati di un'autonomia - almeno formale - dal potere politico, sono definitivamente sottoposti ad un potere, quello del prefetto, di diretta emanazione politica.
L'opposizione ad un disegno simile dovrebbe essere la priorità per ogni Ministro dei Beni Culturali, in nome della più importante innovazione che il nostro territorio attende da sempre, ovvero sia il coordinamento della pianificazione paesaggistica.
Al contrario, a ribadire l'irrilevanza del Ministro in questo settore, i piani sono in gravissimo generalizzato ritardo e gli unici due casi della Puglia e della Toscana si devono quasi esclusivamente alla determinazione e alla competenza di singole figure di assessori regionali (Barbanente e Marson). A tutt'oggi il Ministero non ha mai esercitato quel ruolo di guida e di indirizzo prescritto dal Codice (art. 145) e si è dimostrato - soprattutto a livello centrale - sempre pronto alla mediazione al ribasso, come nel caso dello splendido paesaggio Apuane, sfregiato dalle cave i cui proprietari hanno imposto - contro lo stesso Assessore, ma con l'acquiescenza del Mibact - un radicale "ammorbidimento" delle regole di piano.
Privo di competenze interne consolidate e diffuse in quest'ambito cruciale, invece che dotarsene per governare questa partita vitale, il Ministero si è quindi ritirato in un ambito sempre più circoscritto, limitandosi quasi sempre a correzioni di rotta marginali senza mai riuscire ad imporre una visione autonoma «capace di influire profondamente sull'ordine economico-sociale», così come hanno scritto i giudici della Corte Costituzionale (sentenza nr. 151 del 1986).
E' questa radicale inversione di atteggiamento politico e culturale che manca da sempre in chi ha guidato il Mibact, ridotto, nell'ultimo ventennio, su posizioni di mera difesa e, troppo spesso, di compromesso. L'azione dell'attuale ministro si è sinora rivelata incapace sia di elaborazione innovativa, sia almeno di un contrasto efficace a tutela delle prerogative del proprio Ministero. E fra poco, rischia di essere davvero troppo tardi