giovedì 31 marzo 2016

L'ultimo numero di versante rapido è in rete



Cari amici di Versante Ripido,
vi informiamo che da questo momento potete trovare on line il numero 4 di aprile 2016 della nostra fanzine Versante Ripido, con tema: “RESISTERE RESISTERE RESISTERE!” http://www.versanteripido.itIl numero è illustrato con le immagini dei partigiani del secondo periodo bellico.    
Ed ecco  l’indice  del numero di VR di aprile:
  • RESISTERE AL MALE, ALLA “NOTTE”, EDITORIALE DI VINCENZO GUARRACINO
  • VERSANTE RIPIDO È UNA FESTA! REPORTAGE DI CLAUDIA ZIRONI
  • INTERVISTA A THEO DORGAN, A CURA DI ANNA BELOZOROVITCH
  • INTERVISTA A LUCA RIZZATELLO, A CURA DI CLAUDIA ZIRONI
  • INTERVISTA A ROSARIO BOCCHINO, A CURA DI FLAVIO ALMERIGHI
  • RIFLESSIONI DI FRANCESCO SASSETTO
  • RESISTENZA IN ATTIVO, DI SIMONETTA SAMBIASE
  • GEIGER & TAMTAM: DIETRO LE QUINTE DI UNA EDITORIA POETICA ARTIGIANALE, DI MAURIZIO SPATOLA
  • GLI OBBEDIENTI DI FRANCESCA DEL MORO, ANTICIPAZIONE CON NOTA DI CLAUDIA ZIRONI
  • VORREI FOSSE MIA LA SCELTA, EDITI E INEDITI DI ANNA CASCELLA LUCIANI
  • POESIE DA “ELLENICA” DI THEO DORGAN

Doppia esposizione a sesto san Giovanni



Martedì 5 aprile 2016 ore 20.45
Civica Scuola d’Arte “Federico Faruffini” - Villa Zorn, Via Fante d’Italia 25 - Sesto San Giovanni (Mi)

presentazione  del libro
Doppia esposizione. Berlin 1985-2015
di Natascia Ancarani
Parole e immagini per raccontare le trasformazioni di Berlino
in un periodo decisivo della sua storia

È una strana “guida” romantica di Berlino che conduce per mano il lettore/turista per scoprire nella città ricostruita le tracce della città scomparsa Il saggio narrativo-fotografico di Natascia Ancarani è un racconto che dialoga con un’ampia documentazione fotografica, 134 fotografie in bianco e nero di Michael Hughes, Wolfgang Krolow, Elda Papa, Peter Woelck. 

Il volume, corredato dai saggi, Berlino futura di Franco Romanò e Il rammendo di Mnemosyne di Sergio Lagrotteria e da una sezione di testi poetici ispirati alla città tedesca, è pubblicato dalla casa editrice sestese Edizioni del Foglio Clandestino

Ne parlano con l’autrice
Sergio Lagrotteria, autore del saggio Il rammendo di Mnemosyne
Franco Romanò, autore del saggio Berlino futura
Gilberto Gavioli, responsabile editoriale delle Edizioni del Foglio Clandestino

READING di alcuni estratti a cura dell’attrice Itala Cosmo

L’incontro è a ingresso libero.

L’evento è organizzato dalle Edizioni del Foglio Clandestino, in collaborazione con il la Civica Scuola d’Arte “Federico Faruffini”

Per informazioni:
EDIZIONI DEL FOGLIO CLANDESTINO 
UFFICIO SCUOLE CIVICHE civichescuole@sestosg.net  Tel. 02  2496 8814 - 8813


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Ufficio stampa
Giovanna Daniele
3275870099
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mercoledì 30 marzo 2016

Premio letterario città di Como.

Se non visualizzi correttamente questa mail clicca qui

Il Premio Internazionale di Letteratura Città di Como
è lieto di invitarvi alla presentazione ufficiale
della terza edizione
 presso l’Aula Magna
dell’Università degli Studi dell’Insubria di Como
APPUNTAMENTO
LUNEDÌ 11 APRILE 2016, ORE 12.30
Presentazione:
Durante l’incontro, ad ingresso libero, si parlerà di letteratura,
di premi letterari e dei reciproci riflessi che queste iniziative
comportano nella società
, come la diffusione della cultura,
della lettura ed il risalto delle opere degli scrittori esordienti.
Interverranno Andrea Vitali, scrittore e presidente della giuria del
Premio Città di Como, Armando Massarenti, responsabile
dell’inserto culturale domenicale de Il Sole 24 Ore e membro
della giuria, e Giuseppe Colangelo, Pro Rettore dell’Università
degli Studi dell’Insubria e membro del comitato d’onore.
Aula Magna Università degli Studi dell'Insubria
Via S. Abbondio 12, Como
MAGGIORI INFORMAZIONI »

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martedì 29 marzo 2016

Pensieri lunghi: da >megachip

Noi siamo i nostri legami

Noi siamo i nostri legami: clinica e politica ai tempi dell'utilitarismo di massa. Intervista a Miguel Benasayag. [Paolo Bartolini]

Redazione
martedì 29 marzo 2016 17:25


(a cura) di Paolo Bartolini
È con grande piacere che presentiamo ai nostri lettori questa intervista che il filosofo e psicoanalista argentino Miguel Benasayag ha voluto rilasciare a Paolo Bartolini, in esclusiva per Megachip. Il curatore ringrazia Miguel Benasayag per la disponibilità dimostrata, per la generosità e per aver fatto lo sforzo di conversare in italiano su temi così complessi e articolati. Buona lettura. (pfdi)

***

In più occasioni hai ribadito che le situazioni di vita non discendono in modo lineare dal passato, non sono un effetto scontato di traumi antichi che si riverberano nel presente. Nelle nevrosi individuali e di massa, tuttavia, è frequente che si imputi la sofferenza attuale a un passato antico, considerato ancora attivo e influente nella vita delle persone. Cosa c'è che non ti convince in questa lamentazione?
Sono d'accordo che le persone siano mosse dal passato, addirittura intrappolate, comunque sovradeterminate. Ma io dico che il passato dobbiamo vederlo alla luce della situazione attuale. Dobbiamo cercare di non affermare che questo passato esiste in forma chiara, permanente, identico a sé stesso al di là delle situazioni concrete. E' vero che il passato va a strutturare il presente, creando dei vincoli, eppure considero un grave errore concludere che il passato va a sistematizzare prioritariamente la realtà attuale. Il passato è un elemento fra gli altri, ma i pazienti, purtroppo, si trovano troppo affascinati da questo passato. E ciò fa sì che vengano tagliati i legami che costituiscono la situazione presente. La fissazione con il passato è un elemento patologico e il clinico deve diffidare dell'invocazione continua del passato, piuttosto deve interpretare questa tendenza come un sintomo di legami con la situazione attuale che sono tagliati per il paziente. In altri termini: guardare con rimpianto o con rabbia a ciò che è stato e che non si può più modificare, è dovuto soprattutto all'assenza di relazioni vitali nel presente attuale.

Con alcuni colleghi stai lavorando da anni per dar forma a una terapia situazionale (o clinica del legame) che consenta ai soggetti di sentire profondamente che la vita "non è qualcosa di personale". Puoi dirci qualcosa su questo?
Il punto centrale consiste nell'avere una visione critica del concetto di "individuo". Per me un individuo non ha legami, ma è fatto di legami. Noi siamo dei legami. In questa clinica situazionale (che io chiamo così non in rapporto al situazionismo di Guy Debord, ma alla situazione nel senso fenomenologico), cerchiamo di capire insieme al paziente di quali legami egli è costituito. Io la chiamo "geografia interiore", perché ciascuno di noi è tessuto di questi legami, nessuno possiede legami, diciamo così, opzionali. La posizione situazionale e fenomenologica parte dal fatto che dobbiamo assumere una realtà che non abbiamo scelto per niente, di cui siamo responsabili nostro malgrado. Dobbiamo uscire dall'illusione, sempre negativa, di esistere - lo disse Spinoza - come un impero dentro l'impero, ovvero di essere altro dalla situazione a cui apparteniamo, di esserne separati e distinti. Anche sul piano neurofisiologico e psicologico è un mistero complesso e affascinante quello dei meccanismi che ci danno la sensazione di rimanere noi stessi anche in situazioni diverse. La realtà è che in diverse situazioni sono segmenti di noi che interagiscono con il mondo. Questa unità, che pur esiste, è comunque un'unità paradossale che dà forma alla ricchezza della differenza, della molteplicità. E la società capitalista, occidentale, ha prodotto l'illusione che ciascun io esista come protagonista assoluto (ab-soluto: sciolto dalle relazioni con gli altri), figura principale di un film che si svolge nella sua testa, privo dei legami della situazione al punto da percepirsi autonomo e isolato. I legami di cui parliamo nell'ottica situazionale, fra l'altro, non riguardano solo i rapporti con gli altri umani, ma con l'intero ecosistema che si esprime, comunque, sempre in determinate situazioni concrete.

Che posizione occupa, nella prospettiva situazionale, l'inconscio della psicoanalisi?
Date le premesse il concetto di inconscio per me deve essere almeno rivisitato. Noi veniamo da una storia che ha puntato tutto sulla centralità della coscienza. Tra la fine del diciannovesimo secolo e l'inizio del ventesimo Freud contribuisce a mettere in discussione il paradigma dominante. In questo momento di decostruzione, nell'arte, nella fisica, nella filosofia ecc. Freud afferma con decisione che nessuno è padrone nemmeno a casa sua (l'io è superato da qualcosa che lo eccede); tuttavia il problema dell'inconscio freudiano, per come la vedo io, è che prima apre una porta verso la molteplicità, per andare poi subito a richiuderla producendo un individuo molto più complesso ma che rimane appunto un individuo, con pulsioni e desideri che convergono costantemente su di lui (limitandosi, quindi, alla sfera personale dell'esperienza). È per questo che ravvedo un doppio movimento in Freud, da un lato l'apertura verso altra cosa che la coscienza razionale e, dall'altro, un rinchiudere questo nuovo orizzonte in un'istanza più profonda ed oscura che rimane però ancora individuale e - ancora peggio - comprensibile in termini utilitaristici, di piacere, di scarica fisiologica (seppure sul piano incosciente).

Il neoliberismo e le tecnoscienze esigono esseri umani flessibili, fluidi, perennemente scontenti di ciò che sono e possiedono. Tu hai parlato di "uomo modulare" per definire il progetto dell'attuale capitalismo e del suo braccio armato (il sistema dei mass-media e delle nuove tecnologie digitali)...
Il progetto dell'uomo modulare pensa la persona sotto forma di tabula rasa, di superficie piana dove puoi collocare moduli positivi e tagliare quelli negativi (secondo la logica economica, utilitarista). Questo uomo, diversamente dal passato, non è semplicemente un modello ideologico. Ogni potere ha coltivato l'obiettivo di produrre esseri umani addomesticati. La differenza, oggi, è che il mondo digitale, della biologia molecolare, il mondo della tecnica attuale, si attacca al territorio stesso, non è una questione di cartografia, ma agisce sulla materialità stessa dell'organismo. Ciò accade per vie indirette e dirette. Ad esempio: osservare la pubblicità non implica che il nostro cervello venga modificato, ma siamo comunque dinnanzi a una vera e propria cattura dell'attenzione. Inoltre l'utilizzo promiscuo e permanente degli apparati digitali incide non solo sugli aspetti fisiologici, ma anche su quelli anatomici del cervello. Mi vengono in mente degli studi sperimentali che hanno evidenziato, partendo da un gruppo campione, differenze significative nei circuiti cerebrali tra gli autisti di taxi che usavano il navigatore e altri che si orientavano nel traffico senza questo apparecchio elettronico. Nelle mie ricerche ho avuto modo di registrare un processo visibile di semplificazione del cervello umano dovuto al processo di distribuzione esteriore di funzioni cerebrali. In altre parole, la delega di alcune funzioni cerebrali e cognitive a delle macchine ci pone dentro una rete distribuita che ci disloca dalla normale dimensione corporea. Il problema è che quando parlo di questi temi con colleghi ricercatori, sottolineando che delle tecnologie molto più performanti di noi stanno iniziando a svolgere al posto nostro determinate operazioni, essi mi dicono: "E allora?!". La questione filosofica è dunque questa: siamo dentro un vero e proprio cambiamento antropologico, ma le persone attorno a noi (compresa una parte maggioritaria degli scienziati) sembrano non vedere assolutamente il problema. Questo è un punto centrale per la nostra epoca. È davvero difficile, per i nostri contemporanei, trovare una risposta alla domanda su cosa cambi in una società dove le funzioni cognitive vengono assunte da macchine poste in rete con noi. Se sul piano morale, spirituale e religioso il giudizio su queste mutazioni è abbastanza chiaro, a livello scientifico e sociale non lo è per niente. In fondo quasi nessuno sembra cercarla questa risposta, perché tutto sembra andare verso un'evoluzione augurabile e inevitabile. E questo per me è il nodo critico della questione: che non si facciano domande e non si veda in questo processo un problema da affrontare.

In varie circostanze hai sostenuto che l'attuale scenario post-umano richiede risposte consapevoli e originali, senza sognare un ritorno impossibile all'umanesimo, ma anche senza cedere alle tentazioni di una vita aumentata, al mito cyborg di organismi-macchine invincibili e immortali. Quali possibilità intravedi per uscire dal futuro distopico che si sta prefigurando?
Per me ogni desiderio, ogni nostalgia di un ritorno all'Uomo, all'umanesimo, risulta essere assolutamente impotente. L'ibridazione è già fatta. Siamo tutti, a diversi gradi, già ibridati. Sul piano sociale le macchine dirigono già una serie crescente di attività (si pensi alla macroeconomia, alla medicina, all'urbanesimo e così via). Quindi penso sia assurda e fallimentare la pretesa di guardare al futuro dal retrovisore. Questa prospettiva, che evoca i fasti perduti dell'umanesimo, non è buona o cattiva, piuttosto - come ho detto - è del tutto impotente. E adesso che siamo ibridati, con una delega di funzioni organiche e umane alle macchine, riscontriamo che altri nostri contemporanei coltivano un'illusione opposta e complementare, quella di una libertà assoluta che prenderà forma proprio grazie ai progressi inarrestabili della ricerca, dell'innovazione e delle nuove tecnologie. Questa è un'illusione perché la dislocazione della vita, la dislocazione organica, diventa rapidamente preda delle logiche della macroeconomia. Quindi quest'uomo decostruito, modulare e dislocato viene subito catturato, nelle sue parti e nei suo segmenti, da misti/ibridi che avanzano mettendo in opera vere e proprie "strategie senza strateghi".

Quindi potremmo dire che quanto più gli uomini si credono liberi dai vincoli materiali e affettivi, tanto più in realtà si trovano catturati da altre specie di legami non organici?
Certamente. È proprio per questo che il nostro obiettivo dovrebbe essere, in ogni dimensione della vita, quello di capire come canalizzare l'ibridazione verso pratiche territorializzate, organiche, che rispettano la trasmissione della cultura e non solo lo scambio di informazione codificata, che vanno a permettere lo sviluppo di una temporalità organica e culturale complessa, che non è quella delle macchine. La sfida è quella di comprendere a fondo la diversità strutturale tra il movimento biologico-organico-culturale e quello della tecnologia, e poi, in un secondo momento, di fare attenzione a non lasciare colonizzare la vita da parte delle macchine e provare piuttosto a fare il contrario: colonizzare le macchine e la tecnologia per renderle compatibili con la struttura e i ritmi della vita e della cultura.

La cultura si pone, dunque, come crocevia tra la vita biologica e la dimensione tecnologica. Le appartengono luci e ombre, da un lato la capacità di costruire un ordine, di proteggere e sviluppare la vita, dall'altro la tendenza a generare artefatti e ibridi che rendono gli esseri umani degli ingranaggi docili di una macchina affascinata dalla potenza assoluta, dall'immortalità...
Sono d'accordo, però ci tengo a sottolineare che io ho una visione della cultura che non è meramente biologica, ma organica. Detto questo, in rapporto all'ultratecnologia attuale credo che emerga, come sempre è accaduto nelle diverse culture, una tangente metafisica che sogna di fare a meno dei corpi, che cerca di dimenticare il territorio, che associa la verità alle idee eterne e non alla finitezza dei corpi (come nel mito della caverna di Platone). Questo è un conflitto permanente che attraversa da sempre l'umanità e che ha portato a cercare la verità nella lingua, nella scrittura e ora nella macchina (nell'artefatto tecnologico). Adesso siamo di fronte alle novità della robotica, della tecnica digitale, ma con la stessa tentazione di sempre: abolire il corpo. Perché esiste un desiderio tenace di non essere corpi in mezzo ad altri corpi, di non essere una vita organica soggetta al divenire.

In un libro recente, scritto a quattro mani con Riccardo Mazzeo [1], affermi che la sinistra radicale non dovrebbe temere di sembrare "anacronistica". Contro il "tutto è possibile" delle élite neoliberali, ma anche in netto dissenso con le pretese integraliste di matrice religiosa e con i crescenti fronti identitari, hai proposto di difendere le invarianti naturali e culturali, vedendo in ciò che non è possibile la precondizione per delineare nuovi campi di "compossibilità" (il concetto lo prendi da Leibniz). Ti va di chiudere questa intervista con due parole su questo?
Il problema è che la sinistra si è formata interamente dentro la logica della modernità assoluta: il progresso è sempre buono, ogni cambiamento è positivo ecc. Tutto questo è stato fatto in contrasto con le pretese conservatrici, con la tradizione e con le radici. Dunque per la sinistra è quasi contro natura ricordare oggi che esistono tradizioni, radici e invarianti che dobbiamo rispettare. La questione drammatica è che oggi il "tutto è possibile", la deregolazione e la retorica emancipativa sono stati monopolizzati dal neoliberalismo più bruto, che dice "posso fare tutto" e pretende di modificare l'uomo, l'ambiente naturale e gli equilibri necessari alla vita per conservarsi. Così si approda a un'ambigua realtà "post-organica" che non tollera più alcun limite. Ebbene, di fronte a questo noi oggi dobbiamo essere i difensori di una regolazione - non certo in nome della tradizione, di Dio o della Chiesa - che rivendichi tuttavia il valore profondo dei limiti. Limiti che non impediscono l'azione né ci soffocano, ma al contrario rappresentano la condizione di partenza per ogni potenza di agire. In questo senso dobbiamo imparare a essere una sinistra più complessa, capace di affermare che i cambiamenti e le innovazioni non sono sempre positivi. Dobbiamo cercare, in altre parole, di regolare e controllare in qualche modo il divenire. Credo che la sinistra sia ormai chiamata ad articolarsi con un ecologismo intelligente. Da circa venti-trenta anni assistiamo a un nuovo modo di pensare la politica, che muove dal basso. Contro il dogma moderno della conquista del potere centrale noi, oggi, dobbiamo immaginare un'azione politica territorializzata, molteplice, che non abbia come orizzonte e come obiettivo finale il potere. Questa mi pare la direzione per una sinistra all'altezza della situazione, una sinistra della potenza e non del potere.

(29 marzo 2016)
Note:
[1] M. Benasayag, R. Mazzeo, C'è una vita prima della morte?, Erickson, Trento 2015.
Miguel Benasayag è un filosofo e psicoanalista argentino, rifugiatosi in Francia dopo l'esperienza della guerriglia guevarista. Noto a livello internazionale per il volume "L'epoca delle passioni tristi", scritto con Gérard Schmit (Feltrinelli, 2004), ha pubblicato nel tempo diversi libri di successo: "Contro il niente. abc dell'impegno" (Feltrinelli, 2005), "La salute a ogni costo" (Vita e Pensiero, 2010), "Oltre le passioni tristi" (Feltrinelli, 2016), "Il cervello aumentato, l'uomo diminuito" (Erickson, 2016).

Il bossolo d'ottone romnanzo di Loretta sebastianelli a Roma


In difesa della cultura

Free Education: obiettivo concreto

Con la campagna Free Education chiediamo in sostanza che quelli per formarsi siano considerati investimenti sociali e non costi individuali. [Riccardo Laterza]

Redazione
lunedì 28 marzo 2016 07:47


di Riccardo Laterza
In Italia negli ultimi 15 anni quasi tre milioni di studenti non hanno terminato le scuole superiori. Negli ultimi 10, abbiamo perso quasi 500mila immatricolati all'università (qui dei dati più dettagliati). Dietro i freddi numeri si nascondono i nomi e i volti di centinaia di migliaia di persone per le quali lo studio è diventato un lusso e non un diritto.
L'istruzione e la cultura inaccessibili sono un costo sociale che paghiamo tutti noi ogni giorno con più disuguaglianze, l'espandersi delle mafie, un modello di sviluppo arretrato e senza innovazione. Per questo abbiamo deciso di lanciare la campagna Free Education, con una petizione online per fare cinque proposte concrete al Governo, dalla diminuzione delle spese militari alla promozione del copyleft (qui è possibile leggere e sottoscrivere la petizione).
Con la campagna Free Education chiediamo in sostanza che quelli per formarsi siano considerati investimenti sociali e non costi individuali, e che quindi a pagarli sia la fiscalità generale. Per noi l'istruzione gratuita non è una provocazione o un'utopia, ma un obiettivo concreto, raggiungibile con un diverso uso delle risorse pubbliche e con una riforma della tassazione in senso progressivo. Si tratta di un obiettivo urgente perché abbiamo già perso troppo terreno nel confronto di molti altri Paesi europei e non solo, dove l'accesso all'istruzione e alla cultura è maggiormente garantito.
È interessante notare come il dibattito sull'istruzione gratuita stia riprendendo vigore proprio in quei Paesi che negli ultimi decenni hanno sperimentato le ricette peggiori in tema di diritto allo studio, come l'Inghilterra e gli USA. I tempi dunque sono maturi per cambiare radicalmente le cose, dopo decenni in cui la conoscenza è stata considerata una merce e non il prodotto di un processo cooperativo e naturalmente senza proprietari.
È particolarmente importante per noi portare avanti questa riflessione e questa azione nel cuore del nostro Continente, forse quello dove le contraddizioni del ruolo dei saperi all'interno dell'attuale modello di sviluppo si palesano con maggiore dirompenza. Nel cuore di quella che sarebbe dovuta essere "la più grande economia basata sulla conoscenza del mondo" ci sono ancora ampie sacche di esclusione dalla conoscenza, con forti disparità territoriali e una riproduzione continua delle disuguaglianze per mezzo delle disuguaglianze.
Non vogliamo nascondere le contraddizioni che sono forti anche nei Paesi europei economicamente più avanzati del nostro, ma riteniamo che l'Italia costituisca una vera e propria anomalia in termini di arretramento sul piano del diritto allo studio e dell'accessibilità all'istruzione. Per questo per noi non esiste contraddizione nel rivendicare un'istruzione realmente di massa e accessibile a tutti e allo stesso tempo rivendicare una profonda trasmissione dei paradigmi di tale istruzione, a partire dalla valutazione, dalla didattica e dalla ricerca.
Pensiamo che l'obiettivo dell'istruzione e della cultura gratuite e di qualità sia perseguibile su più livelli, partendo ad esempio da quello locale. Molte città stanno per andare al voto a giugno: chiediamo ai candidati Sindaco un impegno particolare per rendere accessibile gratuitamente il patrimonio museale, archeologico e archivistico gestito dai singoli Comuni. Si tratterebbe di un tassello centrale per costruire un'idea diversa di formazione e apprendimento lungo tutto l'arco della vita, fuori da una dimensione strettamente legata all'aggiornamento professionale.
Ma pensiamo che anche la dimensione continentale sia da tenere in considerazione: la nostra lotta deve trovare le necessarie connessioni con chi in altri Paesi europei è sensibile alla necessità di trasformare i processi formativi per trasformare la società. È importante mettere a sistema le esperienze diverse: nel nostro nuovo cammino sentiamo di poter imparare tanto dagli studenti del Quebec o del Cile, ma crediamo anche che ci siano progettualità a livello europeo altrettanto significative. Uniamoci, per l'istruzione e la cultura gratuite e di qualità, per costruire una nuova Europa a partire dall'accesso ai saperi!
VISITA IL SITO FREE EDUCATION


(22 marzo 2016)

domenica 27 marzo 2016

Da quinte di carta

N  E  W  S  L  E  T  T  E  R

del 27 marzo 2016
 
Indice
Per il dettaglio e le informazioni degli argomenti trattati  cliccare sul link della notizia corrispondente
 
Stagione teatrale 2015/16
clicca

 Quinte di Carta

!!!REPLICHE SPECIALI!!!
APRILE
1,2 ore 21.15 e 3 ore 16.1



N  E  W  S  L  E  T  T  E  R

del 27 marzo 2016
 

venerdì 25 marzo 2016

Agenda di scrittore: romanzo.

24 Marzo.

Il coro contro l’inefficienza dei servizi segreti belgi cresce ogni giorno e più si va avanti più penso che questa offensiva mediatica a comando, stia diventando l’alibi del momento. L’Europa intera è in cerca di alibi, di lacrime di coccodrillo versate con tempismo e la circostanza già ricordata che il Belgio è
praticamente senza governo, uno strano regno dove il re né governa né regna (ma vedremo come anche questo non è del tutto vero), e i governi sono solo delle parate ufficiale senza nulla dietro di sé (come la farsa delle dimissioni di ministri subito respinte), sembra fatto apposta per agevolare i cercatori di alibi. Naturalmente i belgi ci mettono del loro: le polizie vallone e fiamminghe manco si parlano figurarsi se si scambiano informazioni, il governo centrale è un a finzione che delega alle comunità locali i problemi più spinosi; ma tutto questo non avviene da oggi e le comunità islamiche del Belgio sono fra le più numeroso e e bene accolto, tanto che il famoso re Baldovino che regna e non governa, ha rapporti molto stretti con la famiglia reale saudita. Allora forse vengono in mentre altri pensieri. E che dire in ogni caso dei servizi francesi che hanno fornito passaporti a jahdisti per mandarli in Siria a combattere con tro Assad per poi ritrovarseli in casa come attentatori? E perché lo stato francese ha posto il segreto di stato su tutto ciò che riguarda l’attacco alla sede di Charlie Hebdo? Se sono stati dei feroci nemici perché il segreto di stato?
Tutto questo mi spinge a cercare indietro nel tempo, non so se serva a qualcosa, ma mi sento risospinto un’altra volta nella cittadina di Vilworde e nella Bruxelles che ho conosciuto in quegli anni. Cominciamo da Vilworde.
IL contrasto fra le due comunità fiamminga e vallona non era allora così evidente. Ricordo qualche battuta, l’insistenza sulla maggiore vivacità culturale della comunità fiamminga, qualche sfottò, ma niente di più. Tuttavia mi viene anche un dubbio. Forse non solo io ma un po’ tutti non eravamo nel momento storico giusto per accorgerci di un fenomeno simile. Erano gli anni immediatamente successivi al ’68, eravamo internazionalisti, se qualcuno avesse insistito troppo sui contrasti etnici avremmo scrollato le spalle e gli avremmo risposto che non poteva essere come non era per l’Irlanda dove il contrasto fra cattolici e protestanti non era altro che un conflitto di classe avvolto in una mistificante simbologia religiosa. Oggi i temi etnici sono tornato d’attualità e questo è uno dei tanti metri possibili per misurare la regressione sociale e politica nella quale l’ Europa è ricaduta; sebbene anche il semplice limitarsi a rilevare ciò non sia più sufficiente per capire. A Vilworde, in ogni caso, di contrasti non ce n’erano. La si raggiungeva da Bruxelles dopo un  percorso di dieci chilometri lunga una specie di superstrada che mi ricordava un po’ la Milano Meda, ma molto più fiancheggiata da supermercati, empori di ogni tipo, magazzini. Una periferia urbana ormai consueta. Di Vilworde ricordo due piazze: quella su cui si affacciava la casa del mio amico, di cui ero ospite e l’altra con la panetteria della signora Mascagni. Niente altro, però non mi sentirei affatto di definirla un a cittadina dormitorio: aveva un suo stile, fiammingo perché non bisogna dimenticare che Bruxelles è una enclave vallona nel pieno della zona fiamminga.  
Quanto a Bruxelles, che dire. In questi giorni qualcuno ha scritto che si stratta pur sempre di una capitale mondiale,m neppure europea. Ho cercato di rapportare questa constatazione ovvia per certi aspetti (sede dell’unione e della NATO), con i miei ricordi e alla fine mi ci sono ritrovato, ma per ragioni molti diverse. Chi ha scritto la frase citata aveva in mente la geopolitica il potere e non vi è dubbio che Bruxelles lo sia, ma allora le cose erano per forza più sfumate perché nel mondo diviso in blocchi l’Europa era infondo soltanto una declinazione  dell’occidente e non aveva una vera autonomia, né di fatto e neppure come eventualità futura: paradossalmente i governi europei erano molto più solidali e uniti allora di quanto non lo siano oggi. No, le ragioni erano altre e tutto di costume e cultura quotidiana. I primi omosessuali dichiarati, che si mostravano in pubblico per quello che erano, perfettamente integrati nell’ambiente, io li ho conosciuti a Bruxelles. Prevengo subito un’obiezione e cioè che frequentava ambienti particolarmente colti e legati alla comunità europea. Era vero solo in parte, ma se anche lo fosse stato del tutto basterebbe ricordare che a Milano, che era pur sempre una grande città, non e a affatto così nonostante le aperture del ’68: lo sarebbe diventato anni dopo e di acqua sotto i ponti ne doveva passare ancora molta. Né vale attaccarsi a un altro leitmotiv tipicamente italiano e cioè la presenza incombente della cultura cattolica. Negli stessi anni, per ragioni di studio, andavo a Londra per rafforzare il mio inglese e non trovai affatto la stessa liberalità che trovavo a Bruxelles.
Un sera andando in discoteca, un luogo che non frequentavo da tempo e che mi parve molto più simile a una vecchia balera, dove però c’era gente di tutte le età. Dopo mezzora però avvenne uno strano fenomeno per me. Vidi che pian piano la pista si svuotava e che gli uomini andavano tutti da una parte e si sedevano. Io non capivo e infatti mi guardavo attorno un po’ perplesso finché una signora che faceva parte della nostra compagnia, serissima funzionaria della comunità europea, mi invitò a farlo a mia volta e al mio sguardo interrogativo mi spiegò che “sono le donne che vanno a invitare gli uomini.”  Mi sedetti abbastanza sconcertato, anzi direi pure intimorito e forse il mio sguardo non stato fra i più accattivanti perché da quella esperienza per me molto strana ne sortì poco o nulla e la circostanza a ripesarci dopo mi irritò pure assai. Qualcosa di simile poi lo trovai anni dopo a Parigi e con un’amica, sempre anni dopo, scoprii che anche a Milano c’era un luogo simile, ma lo avevo incontrato in quel paese dove sembrava - a detta di tutti - che non accedesse nulla. Anzi, per dirla tutta i belgi erano considerati un po’ tonterelloni  e per noi italiani era il luogo tragico e amaro della nostra emigrazione, della tragedia di Marsinelle, che sovrastava ogni altra immagine del Belgio e della sua capitale

25 marzo.

Le sorprese però non erano finite. Un  giorno il mio amico mi portò in un grande palazzo moderno a più piani e non mi disse nulla. Cominciammo ad aggirarci all’interno e mi accorsi subito che anche quel luogo erra diverso da altri che potevano apparire simili. Non era un  supermercato, sebbene fosse pieno di mercati; non era una multisala cinematografica, sebbene ci fossero dei cinema all’interno. Per non parlare dei ristoranti, dei bar, del parrucchiere, di una sala di lettura; c’era tutto in poche parole. “C’è persino un bordello” mi disse l’amico mentre eravamo seduti a uno dei tanti bar. “Vedi, qui uno può entrare il mattino e uscire la sera.” Fra tutti i non luoghi che mi è capitato di incontrare – pochi a dire il vero – ma qualcuno di certo, uno come quel palazzo al centro di Bruxelles non ricordo di averlo incontrato più; almeno di quella completezza totalizzante, immagine anticipatoria di un anonimato di massa che mi parve minacciosa. “Ma quanto spende uno che rimane qui un giorno intero… ma forse hai detto così per dire…” risposi al mio amico… “No, ne conosco che trascorrono il sabato e la domenica qui dentro…” Lo guardai sorpreso e incredulo poi gli chiesi se anche lui lo facesse. “No, ma quando arrivai qui i primi mesi, il mio capo, pensando che mi sentissi un po’ solo a Bruxelles un giorni mi portò qui e mi disse che ogni tanto gli passarci un giorno intero…” No chiesi altro sebbene mi rimanesse la curiosità di sapere quanto costasse una giornata lì dentro, ma il mio amico me la tolse subito. “Costa molto stare qui dentro, ma vedi qui vivono un po’ tutti in un altro mondo. Chi ha un lavoro fisso può andare in rosso fino a un’intera mensilità….”
“Ma come è possibile!”
“ Perché? Dal momento che lo stipendio è fisso sanno che comunque possono rivalersi in ogni momento…”    
“Sì ma se lo fai sempre accumuli comunque un debito che non si estingue mai…” 
“Certo e infatti ogni tanto la banca di avverte di non esagerare, si rallenta un po’ per un paio di mesi e poi si ricomincia…”
“Ma tutti o solo chi lavora alla comunità?” chiesi sempre più esterrefatto.
“Tutti no, ma non solo loro, lo posso fare anch’io che sono solo un tecnico e non un manager…”
Questa conversazione mi è tornata alla mente in questi giorni e mi domando quale nesso ci sia fra quel senso di piacevole comunità che pire avvertivo in quegli anni a Bruxelles e quell’anticipo di turbo capitalismo finanziario che ci sta portando alla rovina. Ma ora è tardi… a domani e buone feste, se ancora si può dirlo, credenti o non credenti che si sia

Un blog dedicato alla poesia





giovedì 24 marzo 2016

Da Eppela




Eppela newsletter del 24 Marzo 2016 Apri in versione web

Legami forti

Cinema e musica: due linguaggi tanto diversi quanto uguali si uniscono, si condizionano, si influenzano. Il risultato è riscontrabile in capolavori del cinema italiano, passati alla storia anche grazie alla bellezza delle colonne sonore, oppure nei progetti dicrowdfunding della settimana. Prosegui la lettura sul nostro blog
Prendi nota
Il Sinfonico e l'improbabile orchestra è un progetto dell'omonimo gruppo folk/rock con forti influenze cantautoriali, deciso a pubblicare il primo disco, dopo aver affiancato artisti importanti in grandi palcoscenici italiani. Diverso, ma altrettanto interessante è Difondo, un duo di musica elettroacustica con lo scopo di produrre un LP+CD d’improvvisazione musicale per sampler e zither.
Ciak, si finanzia!
Con il desiderio di diventare una serie web di successo nasce Il Bastione, il primo episodio di una storia originale che si svolge a Pisa, tra maghi, guerrieri e personaggi improbabili. Di altro genere è ilWorking Title Film Festival, la prima edizione del Festival del cinema del lavoro per far chiarezza su un ambito della nostra vita pervasivo, invasivo, frammentato.
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