giovedì 29 dicembre 2016

Anniversari

Dona Amati La notte tra il 27 e 28 dicembre del 1925 moriva suicida a 30 anni, impiccato ai tubi del riscaldamento di una camera d'albergo dopo aver scritto col proprio sangue l'ultima poesia per l'amico Vol'f Erlich, il poeta Sergej Esenin. E in questa mattina di 28 dicembre capita che nel nostro Multiverso, in cui infiniti mondi esistono paralleli, per sincronicità io abbia scelto a caso un librino dalla grande libreria a parete ad Anzio trovando dopo 87 anni esatti le parole e l’anima di Sergej, come lui volesse dirmi “leggimi ancora”.
"Imitazione di un canto"
Dal cavo delle mani tu abbeveravi il cavallo imbrigliato,
si spezzava nello stagno il riflesso delle betulle,
dalla finestra io guardavo il fazzoletto turchino,
come serpi il vento agitava i tuoi riccioli neri.
Nel bagliore delle correnti schiumose doloroso
desideravo strappare un bacio alle tue labbra vermiglie.
Ma con sorriso sottile mi spruzzasti di schiuma.
Ti allontanasti al galoppo e tintinnò il freno.
Nella trama dei giorni assolati il tempo ha tessuto un filo…
passando dinanzi al davanzale ti portarono a sepoltura.
E nel lamento del requiem e nell’incenso del rito
mi sembrò risuonare quieto il tuo libero suono.

Verso il nuovo anno ridendo... ma non troppo

Ernesto Ragazzoni: IL teorema di Pitagora


I tempi sono tristi! Il vecchio mondo s'usa
Le balene si fan sempre piú rare, i feti
voglion dar fuoco all'alcool ove la vita han chiusa.
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Anima mia, rammenti? dall'ombre d'oggi illusa,
questo non ti riporta al raggio dei lieti?
O che non ci fiorivano nel cuor tutti i roseti
al tempo in cui a zuffa coll'algebra confusa,
che il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti?

Ora, i tempi a mal volgono. L'un polo l'altro accusa
l'oche pretendon esser – ahimè! – cigni; i poeti
annegano in tropp'acqua il vino della musa;
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

della sua voce, e fulmina. – O dunque, dai roveti
Non tentenna la terra a un guardo di Medusa?
Un mane, techel, phares è a tutte le pareti...
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

La vita è una prigione in che l'anima hai chiusa,
Sono di da quelle i bei fonti segreti
ove tu aneli, e dove la pura gioia è fusa.
Qui, solo hai qualche gocciola di ver per le tue seti.
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Ernesto Ragazzoni: Ballattta italo abissina

(Italia 1937...-Europa 2017).

alla sera i crocchi chic
tra le chicchere e i pic-nic
e gli alchermes e i cognac,
con gran pose alla Van-Dyck,
in cravatta bianca o in frac,
alla sera i crocchi chic,
se la ridon dei Degiàc
e dei Ras di Menelik;
ma l'Italia che fe' cric,
jeri, in breve farà crac...
in cravatta bianca e in frac.


Il lavoro editoriale al tempo del turbo capitalismo.

La trasformazione del lavoro editoriale

Il libro come merce: l'impoverimento culturale dell'editoria contemporanea. [Marco Nicastro]

Redazione
giovedì 29 dicembre 2016 07:49

di Marco Nicastro


Il testo di Marco Nicastro è stato pubblicato su Tysm - Philosophy and Social Criticism il 17 maggio 2016. Ringraziamo l'autore per avercelo segnalato e volentieri lo sottoponiamo ai lettori di Megachip. Buona lettura. (pfdi)

***

Per un buon lettore non è difficile capire come oggi, al di là dell'esperienza di alcuni (pochi) editori indipendenti, non esista più il concetto di lavoro editoriale "puro", di cultura, volto cioè in senso più tradizionale alla diffusione di idee originali o interessanti e alla stimolazione di uno sforzo intellettuale e di un pensiero critico nei lettori, così come lo si poteva intendere e praticare fino alla seconda metà del secolo scorso. Negli ultimi decenni la grande editoria si è difatti trasformata, in Italia e in modo ancora più evidente in alcuni paesi anglosassoni, in una forma di produzione industriale che tiene principalmente in considerazione il profitto.
Mentre in tempi recenti - nel nostro paese almeno fino agli anni 80 e 90 - il lavoro dell'editore era quello di garantire la pubblicazione di libri ritenuti di qualità (letteraria, contenutistica, stilistica ecc.) grazie anche alla competenza di consulenti editoriali e intellettuali di assoluto rilievo, secondo un modello antico di editoria come attività di stampa e diffusione di idee e concetti innovativi o culturalmente arricchenti, attualmente il protagonista del processo editoriale è fin dall'inizio il pubblico, ossia tutti coloro che il testo potranno effettivamente acquistarlo; così ogni editore, prima che selezionare i testi in base alla loro qualità, ha la preoccupazione di intuirne l'appetibilità, la vendibilità e l'adattabilità alle esigenze e caratteristiche dei potenziali lettori.
Il libro non è più considerato un veicolo di idee, un mezzo di formazione culturale rivolto alla collettività, ma una merce qualunque, un prodotto di largo consumo che deve essere venduto il più facilmente possibile ad una platea di persone di cui si danno per assodati l'esistenza e la cospicua numerosità.
Così accade, paradossalmente, che il successo commerciale di un testo possa anche essere costruito a priori, sapendo appunto che potrebbe essere presente un cospicuo numero di lettori pronto a riceverlo o che, date certe caratteristiche del prodotto e adeguate iniziative commerciali, sarà relativamente semplice farlo aumentare in breve tempo.
Come spiega bene Andrè Schiffrin[1], la trasformazione del lavoro editoriale in senso commerciale è avvenuta a seguito della nascita delle prime concentrazioni editoriali negli anni 80 - case editrici di grandi dimensioni che crescevano ulteriormente nel tempo inglobandone altre più piccole e prima indipendenti - finanziate da holdings della finanza, dei media, dell'enterteinment o di altri settori che poco avevano a che fare con la cultura e la comunicazione.
L'idea di investire nel settore del libro, che tradizionalmente portava profitti bassissimi (solitamente, per gli editori, intorno al 5% al netto delle spese) rispetto a quelli tipici di altri ambiti commerciali, è legato da un lato al tentativo di alcuni gruppi della finanza di investire in un settore nuovo, fino ad una certa fase storica non toccato dalla logica strettamente capitalistica (un processo simile a quello che porta alcune industrie a cercare, al fine di generare ulteriori profitti, nuovi spazi di coltivazione o di allevamento, trasformando chilometri quadrati di territorio prima incontaminato); in secondo luogo, ed è forse l'aspetto più preoccupante, al tentativo di indebolire la capacità di pensiero critico della popolazione dinnanzi allo statu quo imperante (politico, economico, culturale, morale) dandole in pasto idee banali o di secondaria importanza, distrazione, divertimento, e quindi rendendola a lungo andare più facilmente manipolabile.
Si tratta di un modo di operare opposto all'etica dell'editoria tradizionale di cultura, la cui missione era invece quella di far crescere la consapevolezza, le conoscenze e le capacità di analisi critica dei propri lettori; il tentativo attuale sarebbe invece quello di orientare la percezione della realtà, le scelte e la capacità di reazione di larghi strati della popolazione da parte dei gruppi politico-finanziari che si trovano dietro le grandi case editrici e i media, e i cui interessi finiscono spesso per intrecciarsi con quelli dei governi in carica o della politica in genere.[2]
A causa quindi di finalità di influenzamento politico-culturale da un lato, o di mera realizzazione di profitti dall'altro, l'attività editoriale si è sempre più impoverita passando, anche nel nostro paese, da un'attività di elevata qualità intellettuale e letteraria (sempre più spesso oggi riservata a pochi editori finanziariamente indipendenti, spesso di dimensioni medio-piccole) a una piuttosto commerciale e di basso livello votata alla vendita.[3]
Per realizzare profitti interessanti anche in un settore tradizionalmente destinato a poco più che un pareggio di bilancio, quando non francamente a perdite, si è dovuto procedere nel senso tipico della storia dell'evoluzione del capitalismo: implementazione della tecnologia nella produzione, accorpamenti di interi settori, spostamento dei finanziamenti dalla fase di ideazione e produzione a quella del marketing, delocalizzazione o esternalizzazione dei lavoratori (ad esempio dei consulenti editoriali, che hanno perso peso nelle decisioni finali sulle pubblicazioni a vantaggio dei commerciali e dei manager); in altre parole, a una netta riduzione dei costi fissi delle case editrici che ha portato non solo a una naturale riduzione dell'occupazione nel settore, ma anche ad un abbassamento della qualità del prodotto finale, dato che sempre meno persone sarebbero intervenute nelle fasi di progettazione, correzione e collaborazione editoriale con l'autore del testo (si pensi, solo per fare un esempio, alla scomparsa dei correttori di bozze).
Se, infatti, lo scopo principale è quello di vendere libri "facili" a fette sempre più larghe di lettori, è naturale concentrare gli sforzi prevalentemente su alcuni settori della realtà editoriale quali il marketing (con gli uffici stampa che sono stati spesso tra i pochi reparti delle case editrici a non aver subito grossi tagli); la distribuzione, in particolare attraverso la diffusione dei libri in grandi catene di vendita a volte possedute dagli stessi gruppi editoriali (ma anche in luoghi un tempo impensabili come i supermercati, dove l'equazione libro/merce è ancora più visibile); e infine, tutte quelle procedure commerciali che permettono all'editore di garantirsi un pubblico di lettori ben prima dell'uscita o dell'ideazione stessa del libro.
Basti pensare, in tal senso, all'ideazione di testi sulla falsariga di altri che sono già risultati vincenti in passato, o al commissionare libri - a volte non semplicemente commissionati ma scritti dagli editori stessi! - a personaggi dello spettacolo o per altri versi popolari seguiti, anche attraverso il web, da un pubblico numeroso. Un fenomeno grottesco e preoccupante che dimostra quanto si sia oramai invertito (e pervertito) il processo di produzione editoriale: prima cercare/creare il pubblico, poi produrre il libro ad hoc.[4]
È comprensibile come la necessità di generare alti profitti, e quindi di trovare un vasto pubblico, abbia portato a uno scadimento dei libri editi: solo i testi più commerciali, velocemente leggibili e che richiedono un minimo sforzo intellettuale al lettore possono rispondere a questa esigenza. Non conviene più, sempre secondo questa logica, produrre testi di più difficile lettura che necessariamente si rivolgono a un pubblico molto più ristretto. Così tende a sparire o a ridursi notevolmente l'attività dei piccoli e medi editori culturalmente impegnati che col tempo finiscono per essere assorbiti dai grandi gruppi editoriali perdendo la propria identità, con una generale omologazione verso il basso delle loro pubblicazioni. Inoltre, spariscono o si riducono progressivamente le possibilità di pubblicazione per generi che si sono sempre rivolti ad un pubblico ristretto, come certa saggistica o la poesia. Contemporaneamente sorgono decine di piccoli editori[5] disponibili a stampare di tutto, anche quei generi ormai scartati dai grandi editori, seppur dietro un lauto e indecoroso "contributo" economico da parte degli autori stessi.[6]
Risulta quindi chiaramente pervertito lo stesso processo di finanziamento del libro: non è più l'editore che investe nella qualità dell'opera (delle idee), magari finanziandola grazie agli introiti provenienti da libri e collane più redditizi (come capitava un tempo, in Italia e all'estero), ma è l'autore che deve farsi finanziatore e promotore di sé stesso e che risulta essere l'unico, alla fine, a credere veramente nel testo (non senza esaltazioni immotivate e ingenue). Finisce infine anche il ruolo di filtro culturale dell'editoria, che pubblica qualunque cosa possa essere venduta lasciando unicamente al mercato e alle sue logiche l'ultima parola.
In questo panorama sconfortante, che si può prevedere seguirà gradualmente anche in Italia il corso di altre importanti vicende editoriali da tempo verificatesi in diversi paesi europei, è difficile immaginare soluzioni alternative. Forse una maggiore attenzione e un intervento dello Stato verso i piccoli e medi editori e le librerie indipendenti, attraverso ad esempio una maggiore defiscalizzazione delle loro attività; oppure la diffusione di forme di cooperazione economica dei lettori interessati ad un certo tipo di attività editoriale (cooperative librarie in cui i lettori si tassano annualmente sostenendo l'editore scelto); o una maggiore garanzia di presenza e diffusione nelle grandi catene per i piccoli editori, che spesso si vedono imporre condizioni di vendita e di promozione economicamente insostenibili per chi pubblica solo pochi libri all'anno.
In ogni caso, credo che un'inversione di rotta o quantomeno una limitazione di questo trend vadano assolutamente perseguiti dalle istituzioni, affinché le produzioni editoriali di qualità possano essere mantenute accanto alle produzioni più commerciali che garantiscono fondamentali introiti agli editori. Le due cose non sono necessariamente incompatibili, ma solo se si sarà disposti a rinunciare alla corsa al profitto a tutti i costi che non può che avvenire - come evidenzia quanto da tempo accade sui media a più larga diffusione come la televisione - con un inevitabile scadimento della qualità dei prodotti propinati al pubblico.
Non si tratta solo di perseguire una limitazione allo strapotere, nel campo dell'editoria e dell'informazione, delle tendenze liberiste più sfrenate e dei gruppi finanziari che le propugnano, quanto di difendere la qualità di un prodotto culturale come il libro che non può essere paragonato a una merce qualsiasi, ma che ha invece una rilevanza decisiva - assieme alla scuola e ai mezzi di informazione - nell'educazione, nella crescita intellettuale e nella maturazione dell'opinione pubblica di un paese.

NOTE
[1] In particolare, qui ci si riferisce alle considerazioni avanzate dall'autore in Editoria senza editori (Boringhieri, 1999) e Il controllo della parola (Boringhieri 2005). Per altri dati, si rimanda anche al testo di Dario Moretti, Il lavoro editoriale (Laterza, 2005).
[2] In tal senso non si può non guardare con preoccupazione alla recente acquisizione del gruppo RCS-libri da parte di Mondadori, il più grande editore italiano, già "proprietario" di tv e principale editore di riviste. Una preoccupazione che si fa ancora più viva se si considera lo scarso dibattito nei media e il sostanziale silenzio di molti politici ed intellettuali italiani dinnanzi all'evento in questione.
[3] Ciò è evidente, parlando del panorama italiano, dalle caratteristiche di molta saggistica banalmente divulgativa e da una fetta consistente di narrativa stampate oggi anche dai grandi editori.
[4] Ovviamente se un libro, ad esempio di narrativa, può essere tranquillamente commissionato e preparato "a tavolino", è comprensibile che nascano e si diffondano scuole di scrittura cosiddetta "creativa", le quali, dietro pagamento richiesto ad aspiranti scrittori, li illudono che si possa diventare un romanziere seguendo qualche corso e imparando delle tecniche di narrazione. Anche iniziative di questo tipo possono a mio avviso ben rientrare in quel grande business che è diventata oggi gran parte dell'editoria.
[5] Secondo alcune stime riportate nel libro L'editoria in tasca di Giuliano Vigini (cit. in Schiffrin, 2005), nel nostro paese, tenendo conto solo del quinquennio 1998-2003, ne sono nati ben 1593.
[6] Un meccanismo, quello della pubblicazione a pagamento, che oggi riguarda anche una fetta sempre più ampia della grande editoria.

Fonte: Il libro come merce: l'impoverimento culturale dell'editoria contemporanea, "Tysm". Published 17 maggio 2016. Last accessed 29 dicembre 2016.

martedì 27 dicembre 2016

Buone notizie

Foto "La Nuova Ferrara"
joy fu respinta da goro

“Ora sono felice. Vorrei stare qui con mio figlio”

giovedì 15 dicembre 2016 ore 00:35
Joy Andrew ora è felice. Le barricate di Gorino per impedire a lei e a altre 11 donne, migranti africane, di essere accolte appaiono lontane.
Joy ha accanto il piccolo Michael, suo figlio, nato martedì all’ospedale ferrarese di Cona. Pesa quasi tre chili, sta bene, come la neo mamma.
Joy, 20 anni, ha portato in grembo suo figlio nella lunga e drammatica attraversata del Mediterraneo. Era fuggita dopo che la madre adottiva la maltrattava e la famiglia, quando era rimasta incinta, l’aveva ripudiata.
Visse per strada a Lagos, dove rischiò di essere uccisa. Da lì scappò con il fidanzato Lamin, che perse di vista nelle ore concitate della partenza dalle coste libiche verso l’Italia.
“A me – racconta Joy – fecero salire sul  gommone perché ero incinta, mentre Lamin restò a terra, nella calca di tante persone disperate che cercavano di entrare nei  barconi”.
Ora, dopo la nascita di Michael, la seconda buona notizia: Joy è riuscita, in questi giorni, a parlare al telefono con Lamin e nelle prossime settimane si ricongiungeranno.
Joy era incinta all’ottavo mese quando venne respinta insieme alle sue undici compagne di viaggio dalle barricate di Gorino.
Il 24 ottobre scorso decine di cittadini del paese sul Po trascinarono sulla strada i bancali prelevati nel porto per impedire l’arrivo dei profughi destinati all’ostello del paese, che era stato requisito dal prefetto.
barricate
Un giorno, quel 24 ottobre, a cui Joy non vuole più pensare, perché segnò un’ostilità verso di lei e le altre 11 donne che la ferì profondamente.
“Mi rifiutavo di pensare che ci fossero delle persone che volessero mandarci via, che ci odiassero in quel modo” dice Joy che aggiunge “ma non racconterò a Michael di quella notte a Gorino, per me è stato terribile, non voglio che mio figlio corra il rischio di crescer con il sentimento di chi si sente rifiutato, respinto.”
Joy ora guarda al futuro, alla speranza di una vita diversa.
Vorrebbe restare in Italia, con Lamin e Micheal, per il resto della sua vita. Per prima cosa – ha raccontato – imparerà l’italiano, poi si cercherà un lavoro.“ Nel mio paese studiavo Business Administration, ma mio padre mi obbligò ad abbandonare gli studi. Oggi mi piacerebbe tanto poterli riprendere quegli studi”.
“Sono molto contento, quando nasce un bambino è sempre una gioia e per me un bambino che nasce a Ferrara è ferrarese – ha detto il sindaco Tiziano Tagliani – e nei prossimi giorni  andrò a fare visita a Joy e Michael, per fare loro i miei migliori auguri di felicità , dopo tutto quello che hanno passato. Sono contento che Michael sia nato in un contesto di serenità, tranquillità e sicurezza, non solo sanitaria ma anche di accoglienza”.
Intanto Joy si gode queste ore, accanto a suo figlio, felice che tante persone vengano a trovarla in ospedale. Le barricate di Gorino ora sono lontane, aspettando Lamin, per completare insieme a Micheal, una famiglia che possa immaginarsi un futuro.
Joy con le sue compagne del viaggio della speranza
Joy con le sue compagne del viaggio della speranza
Aggiornato martedì 20 dicembre 2016 ore 00:37

Da Doppiozero



la newsletter di doppiozero · 27 dicembre 2016
 
doppiozero non va in vacanza e neanche la sua newsletter, che apre questa settimana con il ricordo di Franca Sozzani a firma di Bianca Terracciano. Seguono la lettura da parte di Giovanna Zoboli della fiaba del Principe Felice di Oscar Wilde, e la recensione di Andrea Cortellessa  sull'omaggio di Agata Boetti al padre, di recente pubblicato da Electa. In chiusura, Vanni Codeluppi sulla diffusione delle immagini nela società contemporanea.
Buona lettura!

sabato 24 dicembre 2016

Natale ad Aleppo

Megachip Redazione
Una foto e due sole righe di un quotidiano cattolico smontano quattro anni di bugie riversateci addosso dai politici e dai media su Aleppo e la guerra siriana. [Piotr]

Verso il nuovo anno ridendo: 1 e 2.


Verso l'anno nuovo ridendo:
"
Nominativi fritti e mappamondi
e l'arca di Noè fra due colonne
cantavan tutti chirieleisonne
per l'influenza dei taglier mal tondi.

La Luna mi dicea: Ché non rispondi?
E io risposi: “Io temo di Giasonne,
però ch'io odo che ‘l diaquilonne
è buona cosa a fare i capei biondi.”
Per questo le testuggini e i tartufi
m'hanno posto l'assedio alle calcagne
dicendo: “Noi vogliam che tu ti stufi”.
E questo sanno tutte le castagne:
pei caldi d'oggi son sì grassi i gufi,
ch'ognun non vuol mostrar le sue magagne.
E vidi le lasagne
andare a Prato a vedere il Sudario,
e ciascuna portava l'inventario.
"
— Domenico di Giovanni, detto il Burchiello
barbiere e poeta, 1404-1449


Verso il nuovo anno ridendo 2.

Ernesto Ragazzoni.

I dolori del giovane Werther.

Il giovane Werther amava Carlotta
e già della cosa fu grande sussurro.
Sapete in che modo si prese la cotta?
La vide una volta spartir pane e burro.
Ma aveva marito Carlotta, ed in fondo
un uomo era Werther dabbene e corretto;
e mai non avrebbe (per quanto c'è al mondo),
voluto a Carlotta mancar di rispetto.
Così, maledisse la porca sua stella;
strillò che bersaglio di guai era, e centro;
e un giorno si fece saltar le cervella,
con tutte le storie che c'erano dentro.
Lo vide Carlotta che caldo era ancora,
si terse una stilla dal bell'occhio azzurro;
e poi, vòlta a casa (da brava signora),
riprese a spalmare sul pane il suo burro.

mercoledì 21 dicembre 2016

La musica degli ultimi: dal sito di Radiopopolare

WORLD MUSIC 2016

Da un carcere africano, le voci degli ultimi

lunedì 19 dicembre 2016 ore 17:00
Oltre all’album della Glitterbeat con protagonisti cantanti e musicisti sopravvissuti ai massacri dei Khmer Rossi, il produttore americano Ian Brennan ha firmato un altro album che per la sua particolarità e il suo impegno spicca fra le uscite di world music del 2016.
Il Malawi è uno stato africano che secondo diversi indicatori è ai vertici della classifica dei paesi più poveri al mondo: negli ultimi anni la speranza di vita dei suo abitanti è arrivata ad essere la più bassa del pianeta, 47 anni.
Nel 2013 Brennan ha ottenuto dalla direzione del carcere di massima sicurezza di Zomba d poter accedere alla prigione. Lavorando con carcerati e personale, buona parte dei quali senza precedenti esperienze musicali, Brennan ha realizzato un primo album, I Have No Everything Here, uscito nel 2015.
https://www.youtube.com/watch?v=lP6y7k2eyeo
I Have No Everything Here è valso al Malawi la prima nomination per un Grammy: un evento che ci ricorda il tema di un libro pubblicato quest’anno da Brennan, How Music Dies, Field Recording and the Battle for Democracy in the Arts, un atto d’accusa verso le diseguaglianze nel mercato e nella distribuzione della musica a livello globale, e verso la enormemente sproporzionata prevalenza al suo interno di artisti di lingua inglese.
Assieme con la moglie, la fotografa e filmmaker italiana Marilena Delli, Brennan nel 2016 è tornato due volte a Zomba, e ne è nato un secondo album, I Will Not Stop Singing, recentemente pubblicato dall’etichetta Six Degrees. Con detenuti e personale Brennan ha condotto un workshop di creazione di canzoni, e ha registrato i risultati, fra l’altro con una partecipazione femminile molto rilevante.
https://www.youtube.com/watch?v=26F9Mcy47dg
Le canzoni, i cori, l’accompagnamento strumentale hanno tratti tipici dell’Africa Australe e sono molto commoventi, nella musica e nei contenuti: dai brani emergono tanti drammi individuali e il dramma generale della detenzione, in condizioni per di più durissime.
La maggior parte dei detenuti scontano condanne all’ergastolo; in particolare diverse delle detenute sono state condannate sulla base di accuse molto dubbie. Costruito nell’Ottocento e progettato per contenere 340 persone, il carcere ne ospita più di 2.000. Qualche tempo fa, prima dell’uscita del disco, i prigionieri sono rimasti fino a tre giorni senza cibo, per il ritardato arrivo di fondi da parte del governo. Molti detenuti sono malati di Aids. E se diversi dei prigionieri conosciuti da Brennan sono stati rilasciati – qualcuno anche grazie alla revisione del loro caso resa possibile da fondi derivanti dal primo album – due detenute rimangono in carcere a causa del fatto che gli incartamenti che le riguardano si sono persi, e quindi, in una situazione kafkiana, non risulta una scadenza della pena. Brennan e la moglie, che cercano di sostenere materialmente i detenuti della prigione, si sono interessati del loro caso rivolgendosi alle autorità del Malawi, ma al momento della pubblicazione del disco le due detenute erano ancora dietro le sbarre.
https://www.youtube.com/watch?v=RSNoe1Vu32M&list=PLqN_xLxlt6hVCcARiw2Vm7k-tDuK7DRJ8

Un romanzo di Cristina Bove

FusibiliaLibri colleziona bei libri.
UNA PER MILLE, romanzo di Cristina Bove, prefato dal poeta, scrittore e critico letterario Franco Romanò, inaugura la collana "diorama", con una narrazione caleidoscopica del mondo delle forme, reali e spirituali, che Cristina dirige mirabilmente.
Disponibile da oggi.
Autore: Cristina Bove Editore: FusibiliaLibri Collana: diorama (collana di prosa) Anno 2016 pp. 176 formato 17×17 14,00 euro ISBN 9788898649365
fusibilia.it

Giovani che resdano

HuffPost Italia
Facile non "togliersi dai piedi" se sei il figlio del ministro del Lavoro...
Manuel Poletti, figlio del ministro del Lavoro Giuliano, dirige un giornale che ha ricevuto solo nel 2015 circa 191mila euro di fondi pubblici. Si tratta Sette Sere…
huffingtonpost.it

martedì 20 dicembre 2016

L'ultimo numero di Doppiozero




la newsletter di doppiozero · 20 dicembre 2016
 
Dalla promozione della Boschi alle ultime vicende capitoline, la polemica infuria. Ecco il pensiero di Francesca Rigotti su potere, politica e onestà in apertura di newsletter. A seguire Moreno Montanari ci parla del libro di Romano Màdera sull'eredità contemporanea di Carl Gustav Jung, quindi Andrea Berrini con il suo sguardo da Est racconta la censura in Cina. In chiusura, un articolo di Riccardo Venturi, già uscito su alias, a proposito del lavoro di Ciprian Mureșan ispirato a Yves Klein: Salto nel vuoto, tre secondi dopo.
Buona lettura!

Image
Onestà. Boschi, Raggi: perchè restate?
Francesca Rigotti
Perché Maria Elena Boschi non deve rispettare la parola data e Matteo Renzi sì? È molto semplice. Perché Boschi è una donna, e le donne non hanno una parola, la parola; hanno le parole (è un po' come la vecchia storia che dice che non hanno un mestiere ma i mestieri). »

Image
L'eredità junghiana come individuazione
Moreno Montanari
 
Vietato imitare. Il titolo del primo capitolo del libro nel quale Romano Màdera traccia la sua personalissima maniera di raccogliere l’eredità terapeutico-culturale dell’opera junghiana ci conduce immediatamente al cuore del problema: l'unico modo per restare fedeli all'insegnamento di un maestro che amava dire che grazie a Dio non era junghiano, è rigettare ogni tentazione di assumerlo a modello da imitare. »

Image
Censura in Cina
Andrea Berrini
 
Un mio vecchio libro, acquistato, tradotto, editato da una casa editrice cinese, è stato bloccato dalla censura due giorni prima di andare in stampa. Racconta la storia di duemila operai dei cantieri di Monfalcone che nel dopoguerra emigrarono in Jugoslavia. Andavano a costruire il socialismo, e la delusione fu cocente: la povertà, la dittatura, la prigione e il campo di detenzione per molti di loro. »

Image
Il salto nel vuoto, tre secondi dopo
Riccardo Venturi
I primi anni novanta sono un succedersi di cadute: il Muro e la Cortina di ferro, i monumenti dei leader politici assieme alle speranze alimentate dall’utopia socialista. Un crollo di icone, che si sfracellano a terra senza protezione, perdendo letteralmente la faccia. In tale frangente storico è cresciuta una generazione di artisti rumeni che oggi conoscono un successo internazionale. »

Fabrizia Fazi a Roma: in scena Sarah Bernanrdt


Recensione dello spettacolo Sarah Bernardt, 16 dicembre Teatro Manhattan
E nemmeno a farlo apposta, la regista nella traduzione scenica del testo di Delfina Ducci su Sarah Bernardt mette in campo tre forze: un pianoforte con un musicista, una ballerina/attrice e una attrice. Per esprimere l'Uno essa ha bisogno del tre.Ma andiamo a vedere quali elementi mette in scena per raccontare la somma arte di Sarah Bernardt, la musica senza la quale l'Arte non è degna di questo nome ( idealmente tutte le arti dovrebbero tendere alla musica), il corpo leggero della danza che in un 'attrice come Sarah Bernardt non può essere che corpo bruciato nella Volontà e lei da vecchia . Tutto è armonizzato in modo molto efficace dalla regista, con gusto, vivacità e movimento. E colpisce la personalità di Sarah Berrnardt interpretata dalla brava Susanna Suterlese che zoppica ma non si piega mai a nessun passo. Altera e dalla Volontà di ferro essa esprime una Donna/Uomo allo stesso tempo, laddove la ballerina è l'elemento più sensuale e femminile , direi giovanile, fresco seduttivo di Sarah Bernardt. Ma è in questa donna invecchiata e zoppicante, in questa Donna / Uomo che riconosciamo l'unità dell'essere che solo poteva dare la spinta a diventare "molte", "molti"e allo stesso tempo "una". Donna completa ( Donna /Uomo) senza alcun bisogno dell'Uomo che la completi o che la venga a salvare, ed è proprio questo che l'autrice Ducci vuole dire in tutti modi e che la Fazi regista interpreta colpendo nel segno. E così assistiamo ad uno spettacolo che mette al centro l'autonomia femminile non per moda, ma per Verità.
Francesca Romana Cerri