giovedì 30 novembre 2017

Neruda e altri alla City Lights



"Within venture of the infinite man's smallness and minimal expression, more than most of my works, it claimed, it secured, the path that I had to follow."––Pablo Neruda
venture of the infinite man by Pablo Neruda is his long-overlooked third book of poetry, critical in his poetic evolution, now translated into English for the very first time, new from City Lights Publishers.

Translated from the Spanish by Jessica Powell
Introduction by Mark Eisner

"Experimental, obscure, timeless, essential, venture of the infinite man, published two years after his famous Twenty Love Poems and a Song of Despair, set Pablo Neruda on his course toward becoming the greatest poet in the history of the Spanish language. Its publication in English is a historic event, above all today, above all in this moment, above all, now."—Raúl Zurita, author of Anteparaíso

"In his early twenties and after the enormous success of Twenty Love Poems and a Song of Despair, Neruda surprised everyone by changing aesthetic gears in this book that was at once innovative and emblematic. The effort was part of what would ultimately become his ceaseless embrace of change as the sine qua non of style. Jessica Powell does wonders rendering these cantos for the first time into English, filling in a gap his legion of admirers will be thankful for. This isn't only an unseen Neruda but an unforeseen one too."
Ilan Stavans, editor of The Poetry of Pablo Neruda

"What an act of generosity this book is. Eisner's introduction contextualizes and informs precisely as needed, and Jessica Powell's translation achieves astonishing beauty and refreshing truth. She has listened deeply to Neruda's text."
Katherine Silver, translator

"Jessica Powell is the 'distant light that illuminates the fruit' of venture of the infinite man, the twenty-two-year-old Pablo Neruda's untranslated third book. One part quest and one part inner map, in Powell's hands the delicious and strange language of the original dances effortlessly in English. Readers can now experience the moment Neruda evolved from being only a brilliant singer of love poems into a maker of rich, stunning worlds. This book is a treasure."
Tomás Q. Morín, author of Patient Zero

"This book has the fascination of being Neruda becoming Neruda. It's the brilliant young poet who made himself famous at nineteen and twenty with Twenty Love Poems, beginning to absorb the lessons of the new surrealism and making his way to the world poet he would become in Residence on Earth. So it is a leap into the imagination of one of the crucial poets of the twentieth century as he is feeling his way."––Robert Hass, former U.S. Poet Laureate


Hardcover | ISBN
9780872867192
| $15.95

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Pablo Neruda is regarded as the greatest Latin-American poet of the 20th century. Winner of the Nobel Prize in Literature in 1971, his breadth of vision and wide range of themes are extraordinary, and his work continues to inspire new generations of writers.
Jessica Powell has translated numerous Latin American authors, including works by César Vallejo, Jorge Luis Borges, Ernesto Cardenal, María Moreno, Anna Lidia Vega Serova and Edmundo Paz Soldán. Her translation (with Suzanne Jill Levine) of Adolfo Bioy Casares and Silvina Ocampo's novel Where There's Love, There's Hate, was published by Melville House in 2013. She was the recipient of a 2011 National Endowment for the Arts Translation Fellowship in support of her translation of Antonio Benítez Rojo's novel Woman in Battle Dress (City Lights, 2015), which was a finalist for the PEN Center USA Literary Award for Translation. Her translation of Wicked Weeds by Pedro Cabiya was named a finalist for the 2017 Best Translated Book Award.
Mark Eisner conceived, edited, and was one of the principal translators for The Essential Neruda: Selected Poems (City Lights, 2004). For Neruda's centennial that year, Eisner was interviewed on NPR's Morning Edition. Eisner is the author of the definitive biography on Pablo Neruda, Neruda: The Poet's Calling, forthcoming from Ecco in March 2018. He is currently producing a documentary on Neruda, to be completed in 2018, with support from Latino Public Broadcasting. An initial, short version of the documentary, narrated by Isabel Allende, won the Latin American Studies Association Award of Merit.

Watch a clip from the film The Poet's Calling about Pablo Neruda

Pensierei lunghi sui social network


Tassateli a sangue

Facebook, Google, Uber, AirBnB e tutti gli altri

di Raúl Ilargi Meijer

jerome la veritaNegli ultimi giorni sta uscendo un’intera biblioteca di articoli sui giganti della tecnologia e credo che la maggior parte di essi siano scritti così bene, e le idee ivi contenute così bene espresse, che c’è poco da aggiungere. Unica cosa, credo di poter avere la soluzione ai problemi che sono davanti agli occhi di molta gente. Temo altresì che non verrà adottata, e che si farà in modo che non lo sia proprio. Se le cose stanno in questo modo, siamo davvero lontani da qualsiasi soluzione. E questa è davvero una brutta notizia.
Cominciamo con una critica in senso generale -e financo benevola- scritta per il Guardian da Claire Wardle e Hossein Derakhshan.
In che modo le notizie sono diventate “false notizie”? Quando i media sono diventati sociali
I media sociali ci costringono a vivere sotto gli occhi di tutti, ci mettono al centro della scena in qualunque cosa facciamo ogni giorno. Erving Goffman, sociologo statunitense, ha formulato il concetto della “vita come teatro” nel suo libro Presentation of self in everyday life uscito nel 1956.
Il libro è uscito sessant’anni fa, ma l’importanza del concetto non ha fatto che aumentare. Avere una vita privata è sempre più difficile non solo per quello che riguarda il mantenere lontano dagli occhi del governo o delle multinazionali i propri dati personali, ma anche per quanto riguarda il tenere i nostri spostamenti, i nostri interessi e -cosa ancora più preoccupante- i nostri comportamenti di consumo lontano dagli occhi del resto del mondo.
Le reti sociali sono congegnate in maniera tale che ci ritroviamo a valutare continuamente gli altri, e ad essere noi stessi continuamente oggetto di valutazione. Di fatto ci ritroviamo sparpagliati su diverse piattaforme e le nostre decisioni, che diventano atti pubblici o parzialmente pubblici, sono guidate dal nostro desiderio di fare buona impressione sul nostro pubblico, immaginario o reale. Accettiamo di mala voglia questo mettere in piazza quando si tratta dei viaggi che facciamo, degli acquisti, degli appuntamenti e delle cene. Sappiamo come funziona la cosa. Gli strumenti on-line che utilizziamo sono gratuiti, ma in cambio vogliono informazione sul nostro conto e siamo consapevoli del fatto che le utilizzano per pubblicizzare le decisioni che stanno a monte del nostro stile di vita in modo da incoraggiare le persone che fanno parte della nostra rete a unirsi, connettersi e acquistare.
Il problema è che queste stesse forze hanno influito pesantemente sul modo in cui consumiamo notizie e informazioni. Prima che i nostri media diventassero “sociali”, solo i nostri familiari più prossimi o i nostri amici sapevano che cosa leggevamo o che cosa guardavamo, e se volevamo tenere segreti certi nostri piaceri proibiti eravamo in condizioni di poterlo fare. Adesso, quanti di noi fruiscono di notizie tramite le reti sociali si trovano a far sapere a molta gente quello che apprezzano e quello che seguono […] Fluire di notizie è diventato un comportamento che non riguarda soltanto il cercare di tenersi aggiornati o il divertimento. Quello su cui mettiamo un “mi piace” o che decidiamo di seguire diventa parte della nostra identità, un’indicazione della classe sociale a cui apparteniamo, del nostro status, e soprattutto delle nostre opinioni politiche.
Il contesto è questo. La gente vende la propria vita, la propria anima, per unirsi a una rete che poi vende questa vita e quest’anima al miglior offerente, ottenendo un profitto che per nessuna parte torna alle persone. Non si tratta di un’idea inverosimile. Come spiegato in seguito, in termini di scala Facebook è il cristianesimo dei giorni nostri. E queste preoccupazioni non sono patrimonio esclusivo di cittadini preoccupati; a parlare senza mezzi termini sono anche alcuni pionieri come il cofondatore di Facebook Sean Parker.
Facebook: Dio solo sa cosa sta facendo al cervello dei nostri figli
“Sean Parker, presidente fondatore di Facebook, mi ha fornito una panoramica disinteressata su come le reti sociali attirano e possono danneggiare la nostra mente. Occhio: la testimonianza in prima persona del signor Parker rappresenta un preziosissimo punto di vista nel nascente dibattito sulla potenza e sugli effetti delle reti sociali, che ormai hanno uno sviluppo e una portata che non ha precedenti nella storia umana […].
Ai tempi in cui stavamo mettendo in piedi Facebook mi trovavo con persone che venivano da me e mi dicevano “Io sui media sociali non ci sono”. Io rispondevo “Va bene, in futuro ci sarai”. Quelli allora dicevano: “No, no, no: io ci tengo ai rapporti che ho nella vita vera. Io ci tengo al singolo momento. Io ci tengo alla presenza concreta. Io ci tengo all’intimità.” Io gli dicevo: “…Beh, alla fine ti beccheremo.”
“Non so se davvero avevo compreso le implicazioni delle mie parole; una delle non volute conseguenze dell’esistenza di una rete che arriva a comprendere uno o due miliardi di persone e… è che essa cambia, letteralmente, i rapporti che si hanno con la società e con gli altri… probabilmente interferisce con la produttività, e lo fa in modo strano. Dio solo sa che costa sta facendo al cervello dei nostri figli.
Il processo cognitivo implicato nella realizzazione di applicazioni del genere, di cui Facebook è stata la prima… era centrato solo su ‘Come assorbire il più possibile del tempo e dell’attenzione consapevole dell’utenza?’ Insomma, bisogna trovare la maniera di darti una botta di dopamina ogni tanto, perché qualcuno aveva apprezzato o commentato una foto o uno scritto o che altro. Così i tuoi contributi arrivavano sempre più volentieri, e ti avrebbero portato… più apprezzamenti e più commenti.
Insomma, una sorta di validazione sociale ciclica… esattamente il genere di cosa che metterebbe in piedi uno hacker come me, perché si tratta di sfruttare una vulnerabilità nella psicologia dell’uomo. Noi inventori, noi realizzatori, io stesso, Mark [Zuckerberg], Kevin Systrom di Instagram, tutti noialtri insomma, siamo consapevolie di questo. E siamo andati avanti lo stesso.
Anche uno dei primi ad investire in Facebook, Roger McNamee, ha qualcosa da aggiungere in linea con quanto affermato da Parker. Sembra che loro siano Frankenstein, e Facebook il loro mostro…
La minaccia di Google e di Facebook alla salute pubblica e alla democrazia
“Non è esagerato parlare di dipendenza. Il consumatore medio controlla il proprio smartphone centocinquanta volte al giorno, con più di duemila sfioramenti e tocchi. Le applicazioni più frequentemente utilizzate sono proprietà di Facebook e di Alphabet, e sono prodotti il cui numero di utenti è ancora in crescita. In termini di scala, Facebook e Youtube sono paragonabili al cristianesimo e all’Islam, rispettivamente. Ogni mese più di due miliardi di persone usano Facebook; un miliardo e trecento milioni ne fa uso quotidiano. Più di un miliardo e mezzo di persone usano Youtube. Altri servizi di proprietà di queste società assommano utenti per più di un miliardo di persone.
Facebook e Alphabet contano perché gli utenti barattano privacy e franchezza con qualcosa di comodo e di gratuito. Dapprincipio i creatori di contenuti hanno opposto resistenza, ma la domanda degli utenti li ha costretti a rassegnare controllo e profitti a Facebook e ad Alphabet. La verità è triste, ed è che nel perseguire profitti smisurati Facebook e Alphabet si sono comportate in modo irresponsabile. Esse hanno consapevolmente unito le tecniche di persuasione usate dai propagandisti e dall’industria dell’azzardo con la tecnologia, in una maniera che è pericolosa per la salute pubblica e per la democrazia.
Il problema non si trova nella rete sociale o nella ricerca. Il problema è nel modo in cui sono veicolate le pubblicità. Mi spiego meglio. Dacché esistono i rotocalchi gli editori sono consapevoli delle potenzialità racchiuse nello sfruttamento delle emozioni umane. Per vincere la guerra dell’attenzione, gli editori devono dare al pubblico quello che il pubblico desidera, contenuti che fanno leva sulle emozioni più che sull’intelletto. La sostanza non può competere con la sensazione, e con la sensazione si deve giocare permanentemente al rialzo, altrimenti i consumatori si fanno distrarre e si rivolgono ad altro. Lo sbattimento dei mostri in prima pagina ha guidato le scelte editoriali per più di un secolo e mezzo, ma è diventato una minaccia per la società nel corso degli ultimi dieci anni, con l’arrivo degli smartphone.
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I supporti mediatici come i giornali, la televisione, i libri e gli stessi computer sono capaci di persuasione, ma la gente se ne avvale solo per qualche ora al giorno, e tutti sono destinatari degli stessi contenuti. La guerra in atto oggi per attirare pubblico non è uno scontro leale. Ogni concorrente sfrutta le stesse tecniche, ma Facebook e Alphabet possono contare su due vantaggi incolmabili: la personalizzazione e gli smartphone. A differenza degli altri media, Facebook e Alphabet sanno praticamente tutto dei propri utenti: li seguono ovunque sul web e spesso anche al di fuori di esso.
Rendendo ogni esperienza gratuita e semplice, Facebook e Alphabet sono diventati i guardiani di internet e questo assegna loro prerogative di controllo e di profitto mai viste prima nei media. Sfruttano i dati per personalizzare l’esperienza di ogni utente e per drenare profitti dai creatori di contenuti. Grazie agli smartphone, la guerra del pubblico si svolte su una sola piattaforma accessibile in ogni momento che si trascorre svegli: i concorrenti di Facebook e di Alphabet non hanno nessuna speranza.
Facebook e Alphabet traggono profitto dai contenuti tramite pubblicità indirizzate in maniera più precisa di quanto sia mai stato possibile in precedenza. Le piattaforme creano “bolle filtro” attorno a ciascun utente, confermando le sue credenze preesistenti e spesso creando l’illusione che tutti condividano i suoi stessi punti di vista. Lo fanno perché questo porta profitti. Il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che le credenze di ciascuno diventano più rigide e più estreme. Gli utenti diventano meno aperti a nuove idee e persino ai dati di fatto.
In un dato momento Facebook può mostrare a ciascun utente milioni di contenuti. A essere scelti sono quei pochi che più probabilmente porteranno il massimo profitto. Se non fosse per il modello con cui vengono veicolate le pubblicità, Facebook potrebbe presentare invece contenuti che informano, ispirano o arricchiscono altrimenti l’utenza. L’esperienza dell’utente su Facebook invece è dominata da cose che fanno leva sulla paura e sulla rabbia. E questo sarebbe già una brutta cosa, ma la realtà è anche peggiore.
In un articolo sul Daily Mail, le idee di McNamee vengono portate parecchio più avanti. Goebbels, Bernays, paura, rabbia, personalizzazione, civiltà.
I primi finanziatori di Facebook paragonano le reti sociali alla propaganda nazista
I piani alti di Facebook sono stati paragonati da un ex finanziatore al ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels. Roger McNamee ha anche paragonato i metodi della società a quelli di Edward Bernays, il pioniere delle pubbliche relazioni che promosse tra le donne l’abitudine al fumo. Il signor McNamee ha fatto fortuna sostenendo Facebook nei primi tempi, e ha esposto senza mezzi termini le proprie preoccupazioni per le tecniche che i giganti della tecnologia usano per trovare utenti e inserzionisti. […] L’ex finanziatore ha detto che tutti ormai “in misura più o meno estesa sono dipendenti” da quel sito e che temeva che la piattaforma stesse inducendo le persone a scambiare i rapporti umani veri e propri con relazioni fasulle.
Ha paragonato le tecniche della società a quelle di Bernays e del ministro delle pubbliche relazioni di Hitler. “Per tenere viva la tua attenzione hanno saccheggiato il repertorio di Edward Bernays, di Joseph Goebbels e di tutti gli altri professionisti della persuasione, di tutte le grandi agenzie pubblicitarie, e lo hanno riversato in un prodotto permanente che presenta informazioni altamente personalizzate in modo da renderti dipendente”, ha detto al Telegraph il signor McNamee. McNamee ha detto che Facebook stava costruendo una cultura basata “sulla paura e sulla rabbia”. “Abbiamo abbassato il livello del discorso civile, le persone si comportano in modo meno civile le une con le altre…”
McNamee ha detto che i giganti della tecnologia hanno usato il Primo Emendamento come un’arma, “essenzialmente per autoassolversi da ogni responsabilità.” Ha poi aggiunto: “Parlo da persona che all’inizio era coinvolta in tutto questo.” Le considerazioni di McNamee arrivano come un altro schiaffo a Facebook, dopo che il mese scorso l’ex collaboratore Justin Rosenstein ha fatto presenti le sue preoccupazioni. Il signor Rosenstein è l’ingegnere di Facebook che ha creato un prototipo del bottone “mi piace” del portale; ha chiamato la sua invenzione “l’argentino rintocco del piacere falso”. Ha detto che era stato costretto a limitarsi nell’uso della rete sociale perché era preoccupato per l’impatto che essa aveva avuto su di lui.
In merito agli effetti che i media sociali hanno sul piano economico, e non su quello della società o dei singoli, qualche settimana fa Yanis Varoufakis ha detto questo:
Il capitalismo è alla fine perché si è reso obsoleto da solo – Varoufakis
L’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha affermato che il capitalismo sta avvicinandosi alla fine perché si sta rendendo obsoleto da solo. L’ex professore di economia ha detto al pubblico dello University College di Londra che l’affermarsi delle grandi società nel campo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale farà sì che l’attuale sistema economico si indebolisca da solo. Varoufakis ha detto che in società come Google o Facebook, per la prima volta in assoluto, il capitale sociale viene acquistato e prodotto dai consumatori.
“Le tecnologie, tanto per cominciare, sono state finanziate con denaro governativo; poi, ogni volta che si cerca qualche cosa su Google, si porta un contributo al capitale di Google,” ha detto Varoufakis. “E chi è che si prende i frutti del capitale? Google, non voi. Non c’è dunque dubbio che il capitale sia prodotto in modo sociale, e che i suoi frutti invece siano privatizzati. Questo, insieme all’intelligenza artificiale, sta per portare alla fine del capitalismo.
Insomma, quando la gente vende vita e anima a Facebook e ad Alphabet, vende anche la propria economia. Ecco cosa significa tutto questo. E dire che stavate solo guardando cosa facevano gli amici. E’ interessante vedere come le due cose si mescolano, e interagiscono tra loro.
Come l’economia ha fatto fallire l’economia
Quando il grande economista Simon Kuznets dopo il 1930 ha ideato il concetto di Prodotto Interno Lordo, ha deliberatamente lasciato due settori industriali fuori da quella che all’epoca era un’idea di reddito nazionale innovativa e rivoluzionaria: la finanza e la pubblicità. […] La logica di Kuznets era semplice e non si trattava di una sua mera opinione ma di un dato di fatto frutto di un’analisi: la finanza e la pubblicità non creano nuova ricchezza. Si limitano ad allocare o a distribuire la ricchezza esistente: il prestito per comprare un televisore non è un televisore, un prestito per accedere a cure mediche non è una cura medica. Sono soltanto i mezzi per conseguire un qualche bene, non il bene stesso. Adesso tocca parlare di due tragedie della storia recente.
Quelli del Cogresso si fecero una risata, come fanno di solito quelli del Congresso, ignorarono Kuznets e inclusero comunque nel Prodotto Interno Lordo pubblicità e finanza per motivi politici. Insomma, per come pensano i politici più alto significa anche migliore, per cui un reddito nazionale più alto deve andare meglio per forza. E’ chiaro? Teniamolo presente. Ai nostri giorni sta succedendo qualcosa di veramente strano.
Se ci comportiamo come aveva suggerito Kuznets e togliamo dal PIL la finanza e la pubblicità, cosa indicano i grafici, grafici che mostrano l’economia come essa è veramente? Ecco, dal momento che nella crescita la parte del leone (oltre il cinquanta per cento l’anno) la fanno proprio la finanza e la pubblicità -con Facebook o Google o gli hedge fund di Wall Street- si nota che la crescita economica che gli USA hanno perseguito così affannosamente, così furiosamente, in realtà non è mai esistita.
La stessa crescita non è stata altro che un’illusione, un gioco di numeri, creato tenendo conto di cose che avrebbero dovuto esserne escluse. Se avessimo tolto dal PIL quelli che potremmo definire “settori allocativi”, noteremmo che la cescita economica è in realtà inferiore alla crescita della popolazione e che le cose stanno così da molto tempo, probabilmente fin dagli anni successivi al 1980; insomma, l’economia statunitense ha ristagnato, e questo è -oh, sorpresa- quello che rivela l’esperienza quotidiana.
Gli indicatori economici non ci raccontano più una storia realistica, preziosa e accurata sulle vere condizioni dell’economia; non l’hanno mai fatto. Solo che per un po’ il giochetto ci ha fatto credere che la realtà non fosse quella che era. Oggi i giochetti sono finiti e l’economia cresce, ma la vita della gente, il benessere, i redditi e la ricchezza non crescono. Ed è questo il motivo per cui l’estremismo si è scatenato in tutto il mondo. Si comincia forse a notare perché i due piani si sono separati uno dall’altro: le analisi economiche hanno fatto fallire l’economia.
Adesso facciamo prima uno, poi due passi avanti. La finanza e la pubblicità oggi non sono solo industrie allocatrici. Sono industrie rapaci, che tolgono a molti per dare a pochi. Esse incamerano ricchezza dalla società e deviano su di essa i costi, senza creare ricchezza di per sé.
L’esempio di Facebook permette di comprendere nel modo più semplice come stanno le cose. Facebook rende i suoi utenti più tristi, più soli e più infelici, e corrode anche la democrazia in modi che sono spettacolari e catastrofici. Non si vede nulla di buono in tutto questo, eppure a livello di reddito nazionale sono tutte cose considerate vantaggi e non costi; l’economia così figura in crescita, anche mentre una società formata da persone impoverite viene manipolata da attori stranieri perché distrugga la sua stessa democrazia. Bello, vero?
Questo perché la finanza e la pubblicità sono state considerate creative e produttive, mentre invece erano soltanto allocative e distributive, e presto hanno mutato la propria natura in rapace. Insomma, se fin da principio avessimo asserito che questi settori non contavano, forse non avrebbero avuto bisogno di massimizzare i profitti (o i venture capital non avrebbero avuto bisogno di annegarli nel denaro…) per un tempo indefinito in modo da contare di più. Solo che non lo abbiamo fatto.
Insomma, presto non hanno avuto altra scelta che assumere un carattere rapace, mettersi ad accumulare sempre maggiori profitti per alimentare l’illusione della crescita, e cominciare a fagocitare l’intera economia; come notato da Kuznets, finanza e pubblicità allocano tutto quanto il resto e finiscono di fatto per controllarlo.
Insomma, i settori dell’economia davvero creativi, produttivi e vivificanti sono deperiti sia in termini relativi che in termini assoluti, perché sono stati marginalizzati, dissanguati e logorati per mantenere i settori predatori, che non espandono il potenziale umano. L’economia ha divorato se stessa, proprio come aveva ipotizato Marx; solo che non è accaduto per un motivo intrinseco, ma a causa di una scelta, di un errore, di una tragedia.
[…] La vita non prospera, non cresce, non si sviluppa in un modo unico che io o voi possiamo identificare o indicare con chiarezza. Sembra proprio che l’economia stia crescendo, perché imprese meramente allocative e distributive come Uber, come Facebook, come le agenzie di rating, come l’infinità di hedge fund senza nome o i trafficanti di dati personali che operano nell’ombra e altre cose del genere che non portano alcun contributo positivo identificabile alla vita umana sono tutte considerate in modo positivo. Non è evidente l’assurdità di tutto questo?
[…] Non è un caso che i settori validi dell’economia non siano riusciti a crescere, e non si è certo trattato di volontà divina. E’ stata una scelta. Un mero rapporto di causa ed effetto: da una parte una società che stava ingannando se stessa fingendo disperatamente di crescere, dall’altra la crescita autentica. Il non togliere la finanza e la pubblicità dal PIL e creare così l’illusione della crescita; se gli USA non lo avessero fatto, magari si sarebbero trovati a doversi impegnare a fondo per trovare qualche modo per crescere in modo significativo, vero, autentico, invece di cavarsi d’impaccio per la via più facile e ritrovarsi oggi a ristagnare, senza neanche riuscire a capire perché.
Le imprese che non producono ma si limitano a drenare denaro dalla società devono essere tassate in maniera talmente pesante da rendergli problematico sopravvivere. Se questo non succede, la nostra conomia non si riprenderà mai; non sopravviverà neppure. Tutta l’illusione dell’economia dei servizi deve essere abbattuta finché siamo in tempo a farlo. Un sistema economico deve produrre beni reali, tangibili, altrimenti muore.
Nel caso dell’industria finanziaria tutto questo vuol dire tassargli anche il culo, per ogni transazione che combina. Vogliono tirar su soldi da derivati complessi? Bene: aliquota del settantacinque per cento. Anticipato. Ah, no, niente trasferimenti in paradisi fiscali. Che non si azzardino nemmeno.
Nel caso di Uber e di Air BnB vuol dire essere tassati fino al culo, sia come società che come singoli proprietari di auto o di case. Uber e Air BnB sottraggono grandi quantità di denaro alle economie locali, alla società, ai contesti locali; una cosa senza senso, senza necessità e che porta alla miseria. Ogni città può realizzare un proprio sistema per il noleggio di auto o per l’affitto di abitazioni. I profitti dovrebbero rimanere all’interno della comunità locale ed essere reinvestiti in essa.
E Google e Facebook, che sono oggi le agenzie pubblicitarie più grandi del mondo (ma sono solo questo)? Fracassarle di tasse, o proibire loro di diffondere pubblicità. Per quale motivo? Perché esse drenano dalla società enormi quantità di capitali produttivi. Capitali che esse, come spiega Varoufakis, non hanno creato.
I capitali li state creando voi, voi stessi che dovete poi pagare per accedere ai capitali che avete creato. Oh sì, sembra che uno non faccia che connnettersi e guardare cosa stanno combinando gli amici, ma il totale che viene tolto a voi, ai vostri amici e alla vostra comunità è talmente altro che non avreste mai accettato di pagarlo volontariamente se ne aveste avuto contezza.
L’unica cosa che non mi pare nessuno abbia denunciato, e che potrebbe impedire alla radicale proposta di tassarli -senza mezzi termini- a sangue di rappresentare una minaccia per i grandi della tecnologia è che Facebook, Alphabet e gli altri hanno tutti stabilito solidi rapporti con varie agenzie di spionaggio. Ecco: Goebbels e Bernays a servizio della CIA!
Visti i rapporti sempre più stretti tra Google, Facebook e la CIA, queste due società sono talmente importanti per quello che le teste d’uovo impegnate là dentro considerano l’interesse nazionale che non faranno altro che proteggersi a vicenda. Insomma, visto che il quartier generale della CIA a Langley in Virginia protegge tutti sia scopertamente che segretamente, siamo a posto per la vita. Per tutta la vita, proprio.
Prossimo passo, prendersi interi sistemi economici e intere società. Lo stanno facendo proprio adesso. Lo so, pensavate che fossero “i russi”, con qualche pubblicità su Facebook di cui non ci sono neanche le prove, a minacciare la democrazia in USA e in Europa. Ecco, sarebbe il caso di rivederle, queste opinioni.
Il mondo non si è mai trovato davanti a tecnologie come queste. Non ha mai visto una tale densità, una tale profondità di informazioni e neppure una tale dipendenza da esse. Non siamo pronti ad affrontare alcuno di questi aspetti. Ma dobbiamo imparare velocemente, o ci ritroveremo a fare la parte degli utili idioti e degli schiavi in una pièce di teatro dell’assurdo con tutti i crismi di 1984. I nostri politici a riguardo sono tutti assenti ingiustificati o dispersi; non hanno idea di cosa dire o di cosa pensare, non capiscono davvero cosa significhino Google o la bitcoin o Uber.
Intanto però c’è una cosa che possiamo fare, portando a giustificazione il concetto di considerarle industrie non produttive e rapaci. Cavargli il sangue a furia di tasse. Colpire l’industria finanziaria in questo modo, dargli così un benvenuto molto in ritardo sui tempi. Abbiamo bisogno di rendere produttiva l’economia, o siamo spacciati. E Facebook, Alphabet e la Goldman Sachs non producono un cazzo di niente.
Se ci si pensa bene, l’unico settore in crescita rimasto nell’economia statunitense è quello di imprese che spiano i cittadini statunitensi. E quelli europei. La Cina ha messo al bando sia Facebook che Google. Per quale motivo pensate che l’abbiano fatto? Perché Google e Facebook sono 1984, ecco perché. E se esisterà un Grande Fratello nel Regno di Mezzo, non sarà nella Silicon Valley.

mercoledì 29 novembre 2017

Un libro da leggere

Una recensione narrativa del libro di Marta Fana

di Alberto Prunetti

Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza, 2017) è il libro di Marta Fana uscito il 5 ottobre e già diventato un caso editoriale
marta fana«Che bello che riesci a scrivere libri, io infatti devo smetterla di scrivere sui giornali… ci sono troppe cose più serie da dire».
Ricevevo questo messaggio nell’aprile del 2016 e sembra quasi uno scherzo rileggerlo adesso. Me lo mandava dal suo profilo twitter una giovane ricercatrice di economia di cui leggevo di tanto in tanto gli articoli che firmava per «il manifesto». Non sapevo ancora che aveva già messo in difficoltà il ministro Poletti sui numeri del jobs act e che in tv – che non guardo mai – le stavano cucendo addosso il vestito della “ragazza dei numeri” per il suo debunking statistico dei dati del governo. Mi disse che era una dottoranda italiana che faceva ricerca a Parigi e io colsi l’occasione per chiederle un suo parere su alcune osservazioni relative al rapporto tra classe media e classe lavoratrice. Si trattava, spiegavo, di cose che mi servivano da tradurre in narrativa per un manoscritto a cui stavo lavorando con fatica. Quando riassunsi i punti del mio ragionamento, commentò: «Ma questa è proprio la mia tesi di dottorato!» Mi sorprese questa sintonia, la ringraziai e continuai a leggerla con interesse sui quotidiani, soprattutto quando un suo pezzo epistolare indirizzato a Poletti mi fece fare un balzo sulla seggiola.
Non ebbi più contatti con lei fino a quando non la incontrai a una presentazione del mio libro Amianto a Modena, un anno fa. Complici i tempi stretti e un treno da prendere al volo per tornare a casa in serata, feci un passaggio un po’ troppo rapido sulla coscienza di classe del nuovo precariato, dando per scontato il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé.
A quel punto una ragazza che stava al centro della sala, tutta vestita di nero, alzò un ditino e con un sorriso che non sapevo se fosse ferro o fosse piuma mi fece notare che l’avevo fatta troppo facile. Mi ci vollero dieci minuti abbondanti per recuperare il turno di  parola e capirete subito, perché non fa mai così, che avevo finalmente conosciuto Marta Fana.
Col tempo ci siamo incontrati altre volte. La scorsa primavera mi disse che si era addottorata e che stava scrivendo un saggio per Laterza sul lavoro. Aveva tempi stretti di consegna e mi chiese di fare il lettore-cavia. Per una buffa coincidenza, l’anno precedente avevo fatto una cosa simile per Wu Ming 1 e per il suo saggio ibrido uscito per Einaudi, Un viaggio che non promettiamo breve. Quell’esperienza di lettura mi aveva anche proiettato dentro alle pagine del libro e, come un feedback circolare, mi aveva spinto, nel mio manoscritto in corso d’opera, a inserire nella linea narrativa dell’antagonista un effetto soprannaturale che lo stesso Wu Ming 1 aveva usato nel suo libro e di cui avevamo parlato in una fantomatica triangolazione epistolare apocrifa con H.P. Lovecraft. Accettai, ma dentro di me, anche se a Marta non lo dissi, ero un po’ preoccupato: i tempi di consegna erano troppo brevi, doveva essere una sorta di istant book, genere dove spesso anche i migliori finiscono per farsi superare dagli eventi che non sanno o possono prevedere e i risultati nella maggior parte dei casi sono modesti. Consigliai comunque a Marta di chiudersi da qualche parte e di scrivere 22 ore al giorno, come aveva fatto con energia da amanuense il mio compagno Wu Ming 1. Nei giorni successivi, seguendo Marta su facebook, mi resi conto che davvero aveva preso alla lettera il mio suggerimento: ogni 24 ore prendeva un treno, ogni 48 un aereo, quasi ogni sera partecipava a un evento pubblico o faceva irruzione in un dibattito o in una tavola rotonda e per non farsi mancare nulla divenne anche la protagonista di una celebre querelle televisiva con Farinetti, che mi spinse a prendere posizione con un articolo pubblicato su Giap.
Quando Marta mi mandò il primo broglio del suo libro, lo aprii con curiosità e, nonostante avessi altre cose da leggere, il preambolo – scritto all’imperfetto con una connotazione che storicizzava eventi della cronaca recente – era così forte, narrativamente forte, che mi obbligò a rimanere attaccato al testo fino all’ultimo capoverso. C’erano refusi, ripetizioni, tutte le cose di un cantiere di scrittura in divenire, ma era molto chiaro e spiazzante. Mi aspettavo tanti numeri e invece Marta si lanciava sull’analisi. Aveva un approccio agonistico molto deciso, eppure conservava sempre il rigore della ricercatrice e comunicava le sue osservazioni con una lingua mai retorica. Anzi, dove il senso comune del giornalismo economico offriva verità senza pezze d’appoggio, lei le smontava coi numeri. E quando da lei ci si aspettava le cifre, portava invece storie di lavoratori in carne e ossa, nomi di persone e volti umani, non numeri, che aveva incontrato nel suo pendolarismo tra Parigi e i poli della logistica dello stivale. E tra le righe spuntavano citazioni da De Andrè e cambi di passo stilistici molto intensi. Sembrava un’inchiesta, a tratti, nel suo peregrinare diceva di essere ora a Nogara davanti alla Coca cola o nel parcheggio di un qualche polo della logistica nelle piane nebbiose del settentrione. Inseriva quelle storie empiriche di lavoratori per smontare le narrazioni dei nuovi Candide che nel capitalismo vedono il migliore dei mondi possibili e non incontrano mai le mani di chi ha lasciato un dito sotto una pressa. Poi tornava alle statistiche del Jobs Act: prendere un posto di lavoro con un contratto protetto dall’articolo 18 e spezzarlo in tre lavoretti part-time precari faceva muovere le statistiche delle assunzioni e peggiorare la qualità del lavoro. Denunciava anche il progetto di sostituzione di lavori veri con lavoretti mal pagati e vidi nelle sue parole quel che stava accadendo dalle mie parti: a Piombino la politica aveva chiuso l’altoforno e qualcuno diceva che il futuro era il turismo. Ossia sostituire un lavoro a tempo indeterminato con lavoretti in nero che durano tre mesi, raccattando le briciole cadute dalle tavole di quelli che vanno all’Isola d’Elba. Le diedi qualche feedback e lei mi rimandò dopo qualche settimana il manoscritto con una versione quasi definitiva. Ovviamente aveva continuato a scrivere dal suo “ufficio”: sull’autobus, nella metro, in fila al banco del check-in o in una stazione fantasma in cui il suo treno era rimasto bloccato, tutte occasioni per fare inchiesta sulle condizioni dei trasporti coi piedi nel mondo reale e non nelle torri d’avorio, dove ci si isola dalla realtà per perdersi in un oceano di numeri, scegliendo solo quelli che confortano le proprie ideologie.
Ormai quello di Marta era un saggio che mordeva la realtà e aggrediva il Capitale nella sua intelligenza di organismo in continuo mutamento: alla forza multicefala del Capitale Marta opponeva passione, dati, scrittura e i piedi per terra che la spostavano continuamente nelle sue ricerche. Faceva vedere come con la crisi i salari si comprimevano mentre i profitti si estendevano (l’opposto di quanto era successo negli anni Sessanta, quando – certo – l’economia era in fase espansiva ma le lotte operaie avevano fatto espandere i salari quasi più dei profitti) e denunciava quella che non era un’aberrazione casuale ma un progetto strategico: la nuova frontiera dello sfruttamento era il lavoro non pagato. Mi chiesi come avesse fatto in così poco tempo a scrivere un saggio così profondo. Le avevo addirittura consigliato di rielaborare alcuni suoi articoli, perché pensavo che non avesse modo di rispettare i tempi di consegna. Suggerimento che per fortuna lei non ha degnato neanche di prendere in considerazione, scrivendo ogni riga in forma inedita. Non avevo capito che Marta non stacca mai: se vai con lei in pizzeria, cerca di capire come pagano il pizzaiolo che le prepara la pizza, che contratto ha, come percepisce i rapporti coi datori di lavoro e coi camerieri. Quando va in tivù, si informa sulle truccatrici che le mettono la matita agli occhi. Non smette mai di fare inchiesta e scrive in piedi mentre fa la fila per montare su un aereo.
Il resto è storia recente. Il libro di Marta è uscito il 5 Ottobre e dopo una settimana era già in ristampa. È il libro di cui tutti parlano, perché parla a tutti, agli accademici come alle casalinghe, ai precari del nuovo millennio come agli esodati: parla ai molti che lavorano sfruttati e che non sanno trovare le parole per denunciare lo sfruttamento che patiscono lavorando. Quelle parole che Marta ha trovato e ha scritto con profondità e semplicità. Una semplicità che si costruisce con l’abilità e la capacità di ascoltare i dannati del lavoro, siano le commesse di Zara o i facchini rumeni della logistica. È un libro che apre orizzonti: non parla solo di fatti, è esso stesso un fatto. Una pietra miliare per ricominciare a usare parole come classe, capitale e operai (in particolare operai del commercio e della logistica), per rilanciare una campagna di alfabetizzazione sul lavoro per chi ormai non capisce neanche più i contratti che firma. Un nuovo tassello per un immaginario working class da riformare. Detournando Clausewitz, è la continuazione della narrativa working class con altri mezzi: i mezzi della sociologia e dell’economia, assunti da un punto di vista operaio e subalterno.
Questo saggio pubblicato da Laterza l’ha scritto la stessa donna che un anno e mezzo fa mi era apparsa come una studentessa stanca di consegnare articoli che voleva scrivere un libro «perché ci sono cose più serie da dire e fare», che si lamentava di non poter usare all’università il temine “classe” senza trovarsi muri di carta davanti. Altri si sarebbero fermati, oppure avrebbero cercato un ambito di ricerca meglio supportato dai professori e dai finanziamenti. Lei no, ha buttato giù i muri a spallate. Imparando a conoscerla, ho capito che fa sempre così.
Intanto il suo libro è entrato anche nella classifica Nielsen dei titoli più venduti di saggistica. Cosa farà adesso Marta? Alla fine, mi son reso conto che non ha senso darle consigli (“chiuditi a scrivere” o “riposati” o “cercati un lavoro” o cose del genere) perché fa sempre di testa sua ed è questa la sua forza. L’unica cosa che posso dirle adesso – che voglia scrivere ancora o fare mille presentazioni in un anno o sfidare a una tavola rotonda il presidente della Cina per dirgli che il socialismo è un’altra cosa – è che quel primo messaggio di un anno e mezzo fa, dove sembrava una timida studentessa, mi fa quasi tenerezza. Marta ormai è unchained e come a Django possiamo dirle solo, nel frastuono di fiamme e dinamite che l’accompagna tra un treno in ritardo e un aeroporto congestionato dai tagli del personale, di continuare a correre, a studiare, a capire, a scrivere e interpretare e trasformare quel mondo che finora gli economisti hanno fatto camminare secondo i fantasmi che stavano dentro le loro teste, gonfie di ideologie liberiste: finalmente, col suo libro working class, quel mondo Marta lo fa camminare sui propri piedi.

martedì 28 novembre 2017

Le nuove proposte di che fare



Laboratorio Creativo - la Call di cheFare
fino a 10.000 CHF per avviare progetti culturali innovativi 
tra Italia e Svizzera
C’è bisogno di cultura che travalichi i confini.
Per questo cheFare si è impegnata a lavorare a fianco dei Laboratori Creativi per costruire nuovi progetti culturali tra Italia e Svizzera.
 
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Una nuova iniziativa de Il trampolino

Il TrampolinoLab nasce per TUTTI VOI
 
Da oggi tutti gli artisti avranno un posto dove ritrovarsi: il TrampolinoLab, uno spazio dove scambiare pareri, idee e creare gruppi di lavoro per realizzare insieme delle vere e proprie opere d’arte.
Il TrampolinoLab si propone di essere un laboratorio dove entrare in contatto con altri scrittori, disegnatori, registi, cantanti, musicisti… Dove la creatività possa scorrere libera e ci possa essere un confrontare in maniera  costruttiva tra esordienti ed esperti del settore, assieme alla casa editrice Il Trampolino, come compagni di viaggio nel fantastico mondo dell’arte in tutte le sue forme, oltre che in quella scrittoria.
Cosa troverai nel TrampolinoLab?
Idee, amici, colleghi appassionati come te, esordienti e non, in ogni campo della creatività;
Tutorial di scrittura creativa, impaginazione, grafica riguardanti ogni aspetto che riguarda la vita di una Casa Editrice e non solo;
Confronto tra esordienti e professionisti, per migliorare e crescere tutti assieme;
Cosa non ci sarà?
Offerta di servizi editoriali a pagamento; crediamo che in un sistema editoriale innovativo, l’artista non debba pagare per migliorare le proprie opere, ma possa crescere in un clima di confronto costruttivo e amichevole;
Maleducazione: come confidiamo nelle vostre abilità creativa, confidiamo anche nella vostra capacità di saper mantenere un comportamento civile, di rispetto reciproco ed educazione spontanea e non imposta.
Che aspetti? Iscriviti e riceverai un nostro invito via mail, per l’apertura che avverrà il 01 Dicembre 2017
GRAZIE
.www.iltrampolino.com/lab 

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lunedì 27 novembre 2017

Edita a Più Libri più Liberi


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Bozza automatica 56
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I numeri di Edita da maggio a novembre 2017!!!

Edita 38
Cosa abbiamo fatto

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