mercoledì 28 febbraio 2018

I nuovi conservatori fra apocalissi e miserie giornalistiche

minimamoralia

La nuova ideologia di destra italiana

di Christian Raimo

Il paternalismo classista di Cazzullo, Battista e Polito(senza contare Crepet, Galimberti e Serra)
Saturno che divora i suoi figliNel giro di nemmeno un mese sono stati pubblicati tre libri di tre editorialisti del Corriere della sera sulla loro esperienza di padri che si dichiarano incapaci di capire la generazione dei figli ma che comunque s’industriano per dare soluzioni a quella che loro stessi definiscono l’emergenza educativa. Antonio Polito (1956) per Marsilio ha scritto Riprendiamoci i nostri figli. La solitudine dei padri e la generazione senza eredità; Pierluigi Battista (1955) per Mondadori ha scritto A proposito di Marta (Marta è sua figlia 25enne); Aldo Cazzullo (1966) sempre per Mondadori a quattro mani con i figli adolescenti Rosanna e Francesco Maletto Cazzullo ha scritto Metti via quel cellulare. Un papà. Due figli. Una rivoluzione. A questi si può accostare l’uscita nei cinema degli Sdraiati, il film di Francesco Piccolo e Francesca Archibugi che è un adattamento dal romanzo di Michele Serra, diventato il modello di questo che è quasi-genere.
I libri di Cazzullo, Polito e Battista hanno in comune molte idee. La prima che potessero scrivere comodamente con il “noi”, ossia che il loro osservatorio personale – quello di genitori maschi, benestanti, intellettuali, tra i cinquanta e i sessanta, con figli che hanno fatto o stanno facendo un liceo del centro di Roma o Milano – sia un osservatorio privilegiato per discutere del tema educativo, e che quindi le loro impressioni e persino i loro aneddoti siano rappresentativi della realtà sociale italiana. La seconda è che sia opportuno scrivere un libro in qualche modo intimo sui propri figli, chiamandoli per nome e cognome, citando loro episodi familiari o addirittura chiamandoli a scrivere a quattro mani come fa Cazzullo.
Tutti e tre procedono attraverso le questioni che riguardano il difficile rapporto tra generazioni e le sfide pedagogiche: il telefonino, il consumo di sostanze, la politica, i social network, le letture e l’informazione. Anche gli indici sono simili, per esempio tutti e tre si pongono la questione della fede e della secolarizzazione, in tre capitoli che s’intitolano “Neanche un prete per chiacchierare” (Polito), “I padroni delle anime” (Cazzullo), “Non c’è più religione” (Battista).
La premessa dei tre testi è che ci sia stata una disruption (così la chiama Polito) delle agenzie educative, in primo luogo la famiglia, e che sia tempo che i genitori provino a indicare ai figli delle risposte.
Ecco come Polito descrive lo spirito dei tempi:
“Noi diciamo ai nostri figli di studiare e la scuola li promuove anche se non studiano. Noi ci raccomandiamo di non fare uso di droghe e le star dei social sdoganano lo spinello libero. Noi li invitiamo a non buttare i soldi dalla finestra e tutti i loro amici comprano ciò che vogliono. Noi insistiamo perché leggano e la tv li spinge a diventare analfabeti”.
Questa ipotesi di lavoro ha spinto Polito, come lui stesso racconta nell’introduzione, a scrivere Riprendiamoci i nostri figli. I toni sono sempre piuttosto apocalittici, ma in diversi casi i dati non corrispondono a quelli reali.
Nel libro ci sono tesi come:
“Sono gli intellettuali di sinistra, per esempio, a negare con forza che esista un problema di sicurezza nelle nostre città, contestando i dati sulla recrudescenza del crimine o sulla diffusione della microdelinquenza”
In realtà non sono gli intellettuali di sinistra ma il ministero degli interni, che, nella conferenza stampa di Ferragosto 2017, spiegava che i reati denunciati nell’ultimo anno sono diminuiti del 12 per cento (gli omicidi non sono mai stati così bassi in Italia come nel 2016: 208; le rapine sono passate da 19mila a poco meno di 17mila, i furti da 783mila a 702mila).
La stessa indignazione viene espressa nei confronti di una scuola lassista che “promuove d’ufficio”, perché si dice “i professori hanno abdicato al proprio ruolo”.
In Italia si boccia meno ai licei e molto ai tecnici e ai professionali, e soprattutto si continua a bocciare molto nei primi due anni delle superiori – alla fine del primo anno il 12,3%, alla fine del secondo anno il 6,8% – ossia in anni in cui vige l’obbligo formativo; e lo si fa soprattutto senza aver predisposto corsi di recupero per esempio e alimentando una grade dispersione scolastica, quasi il 14 per cento quasi.
Basterebbero queste due osservazioni per screditare il saggio di Polito, ma è interessante leggerlo tutto e notare come quell’autorevolezza di cui l’autore lamenta la mancanza è paradossalmente evidente nella totale assenza di citazioni di testi di pedagogia; un’assenza che è clamorosa nelle pagine dedicate ai voti, alla valutazione non tengono conto di un solo studio di docimologia. In generale le uniche citazioni recenti riguardano articoli non specialistici o link al Corriere stesso, e saggi citati sono datati tra gli anni sessanta e gli anni ottanta (il filosofo più recente citato direttamente è Alasdair MacIntyre e il suo After the virtue per fargli dire che è tutto corrotto da quando l’illuminismo ha creato la democrazia nella cultura); sulla questione del genere si dà credito alle teorie fasulle dei no-gender, eccetera.
Ma questi rilievi non bastano a rendere conto di che tipo di libro sia quello di Polito.
Ci si scaglia contro gli spinelli (chiamati proprio così):
“Abbiamo noi stessi smesso di credere che tutte le sostanze, psicotrope, tutte, facciano male, quale più quale meno, a chi più a chi meno, ma senza nessuna distinzione. […] Di conseguenza il senso comune del nostro tempo ha abbassato la guardia, ha preso ad accettare come normale la voglia dei giovani di “sballare” di tanto in tanto”.
O contro la musica che ascoltano i giovani:
“Il mio non è snobismo, sia chiaro. Io sono aperto a tutte le forme che può assumere la cultura popolare. Mi piace che i miei figli canticchino canzonette anche stupide, perché sono la colonna sonora del loro tempo e non si può pretendere che ogni generazione abbia la fortuna di avere un Mogol. Tollero perfino la parolaccia, quando è necessaria e utile per spiegarsi”.
O contro serie tv come Tredici:
“Personalmente, non credo molto al valore ‘terapeutico’ di queste operazioni. Il problema è che nella trasformazione in fiction di tragedie individuali come quella del suicidio, l’analisi delle cause finisce sempre e inevitabilmente per lasciare il campo a una dimensione glamour, a un’idealizzazione dei personaggi: trasforma il dramma in epica, e fa della vittima un eroe”.
E si potrebbe continuare con le invettive contro l’anonimato in rete, contro internet in generale, e contro tutti i mala tempora currunt o citare quelle che sono, a detta dell’autore stesso, le pagine centrali del suo libro, ossia quelle dedicate alle tragedie personali della cronaca, la madre che ha perso il figlio suicida o il bambino rimasto orfano nella valanga dell’albergo di Rigopiano, utilizzati come esempi di eroi per illuminare i tempi oscuri.
Se possibile, Metti via quel cellulare è un libro ancora più reazionario, nonostante Aldo Cazzullo decida di dialogare con i suoi figli e quindi le sue pagine siano intervallate dalle risposte dei suoi veri figli.
Il mondo contemporaneo che descrive Cazzullo è così:
“[Ragazzi] non vi vedo al cinema, a teatro, all’opera, allo stadio. Perché un film dura due ore, una partita novanta minuti più recuperi; i filmati su Youtube dopo pochi minuti vi hanno già annoiato”,
“Se Omero avesse avuto la vista, non avrebbe scritto l’Iliade. Se poi avesse avuto il telefonino, si sarebbe limitato a qualche sms”,
“Nelle vite dei vostri nonni e dei nostri genitori era successo di tutto: il fascismo, il comunismo, i conflitti armati, la guerra fredda. Ma non era cambiato nulla: i valori restavano sempre gli stessi, il modo di vivere e di pensare anche. La vera cesura, la svolta autentica è stato il Sessantotto”.
Il Sessantotto che per Cazzullo ha significato essenzialmente non le lotte per i diritti sociali, civili, l’emancipazione culturale, eccetera, ma l’inizio della devastazione: individualismo, edonismo, figli che non leggono più Sinhue l’egiziano e Cuore (li cita l’autore).
Uno dei problemi più grandi di oggi sono videogame.
Lasciate che vi rilegga quell’articolo del 2013. È molto breve, ed è ancora attuale.
«La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i giochi elettronici. Alcuni sono violenti, razzisti, orribili. Altri sono suadenti, seducenti, affascinanti (ce n’è uno che consiste nel comporre uno zoo, curando animali malati e facendo nascere i cuccioli). Quindi i giochi elettronici non sono tutti uguali, e non rappresentano un male in sé. Tutti però proiettano i nostri figli al di fuori di se stessi, e rischiano di farne degli alienati. Come una droga, li allontanano dallo studio, dalla lettura, persino dalla tv. Sembra passata un’era geologica dai primi videogame, quelli con i marzianetti che apparivano così facili da abbattere. Invece i marzianetti si sono riprodotti ed evoluti. E vogliono rapirci i figli. Senza che noi genitori si disponga di un manuale, di un antidoto, di un vaccino per respingerli, o almeno per somministrarli a piccole dosi.»
I figli hanno buon gioco a rispondere:
Ma non credere che ai videogame giochiamo da soli; i videogame creano una comunità. Ci hai raccontato le serate insulse di quando eri ragazzo, negli anni Ottanta, e vi trovavate per vedere la tv, magari il Festival di Sanremo. A noi capita di trovarci per giocare alla playstation, e ti assicuro che sono serate più creative delle vostre. I videogiochi coltivano la fantasia, mica la distruggono. Alcuni nascono da saghe letterarie, altri invece hanno dato vita a film e serie tv: «Angry Birds», «Assassin’s Creed». I videogiochi non annullano la comunicazione; consentono di comunicare a persone che altrimenti avrebbero difficoltà a farlo.
Il risultato è una somma zero, in cui le opinioni sono tutte valide anche perché non hanno bisogno di essere contestualizzate né sostenute da nessuno studio.
Lo stesso vale per i giudizi di Cazzullo sulla rete in generale, che spesso è sinonimo di bullismo o di cyberterrorismo, per cui – senza aver letto uno qualunque degli articoli di debunking – da una parte accredita e la ritiene esemplare della crisi generazionale la leggenda di Blue Whale, dall’altra la ritiene un modello della confusione tra verità e balle che produce la rete.
Gli inventori del gioco, i tutor, scelgono adolescenti tra i dieci e i diciassette anni. L’esca è un hashtag su Facebook. Li fanno sentire importanti. Complici. Grandi. Ogni giorno, per cinquanta giorni, avranno una missione da eseguire di nascosto dai genitori. Pare che il gioco sia nato in Russia, e sia costato già decine di vite. Da lì è giunto in Europa. A Livorno il suicidio di un quindicenne è stato accostato alla Balena Blu. Poi se n’è parlato a proposito di ragazzi di Agrigento, Pescara, Firenze, Ravenna, Trento.
La rete genera miti, e il mito più grande è la rete stessa, e la sua onnipotenza. Un pericolo reale viene enfatizzato per la ricerca compiaciuta dello scandalo. O per uno scherzo stupido. Un diciottenne ha annunciato di essere giunto al cinquantesimo giorno; poche ore dopo la polizia postale è andata a casa sua e lui ha confessato: si era inventato tutto.
Anche la mania della Balena Blu passerà. Scacciata dalla successiva. In questi anni l’emulazione ha spinto ragazzi a gettarsi da un balcone all’altro, a schiantarsi in macchina, a ubriacarsi sino all’estremo; e a rendere tutto pubblico, a fare spettacolo della loro fragilità, talvolta della loro morte.
Rispetto alla questione dei telefonini in classe, confonde molti piani – quello dell’infrastruttura tecnologica con quello pedagogico dell’utilizzo per certi specifici compiti (tablet per alcuni disturbi d’apprendimento per dire), confessa di non sapere nemmeno cosa è una lavagna elettronica, e ovviamente non cita nemmeno lui un singolo testo di pedagogia, e quando deve indicare qualche ricerca a suo sostegno si affida al massimo ad articoli di colleghi del Corriere. Per qualsiasi questione bastano le sue impressioni misurate con quelle dei figli. Duecento pagine – scritte molto larghe – contro la superficialità e la mancanza di riflessione, ma senza una riga di bibliografia, senza un dato verificato, senza un riferimento per approfondire. E con molti brani apocalittici sul futuro prossimo venturo.
Oggi stiamo entrando nell’epoca della riproducibilità tecnica della vita. L’uomo crea l’uomo, o ha l’illusione di farlo. […] Domani anche il cervello potrà essere sostituito da un computer. Ma già oggi siamo bionici, grazie a una protesi che custodisce la nostra memoria e i nostri segreti, da cui ormai non ci possiamo più separare: il telefonino. Non voglio portare i nostri lettori troppo oltre. Siamo partiti dalla necessità di mettere via il cellulare, almeno ogni tanto, per riscoprire il piacere della conversazione, del gioco, dello scherzo, del contatto fisico, e anche dell’insegnamento. Ma guardate che è tutto collegato. Si comincia con il gettare i bambini nell’oceano della rete, dal trampolino del cellulare, prima ancora che sappiano leggere e scrivere; e si finisce con il costruire un’umanità nuova, cui di umano non resterebbe molto più di nulla.
Anche A proposito di Marta di Battista è il tentativo di reagire da parte di un intellettuale sessantenne a un’evidente incomprensione del mondo contemporaneo. Lo spunto è sempre identico: nell’introduzione Battista confessa di aver deciso di scrivere un saggio sullo iato tra le generazioni ma non basandosi su dati, studi e indagini sul campo, derubricate a “analisi fredde e prive di anime”. Quindi pure questo libro è pieno di impressioni personali, che vengono esposte senza essere toccate dalla consapevolezza che pure Battista dichiara di avere di non essere rappresentativo.
Se il tono di Polito e Cazzullo è di allarme per il declino contemporaneo, quello di Battista è un nostalgico ma non di reprimenda: sono rimpiante le lettere invece delle mail, i rammendi invece dei vestiti nuovi, i vestiti dei nonni quando non erano vintage, lo stradario cartaceo invece delle mappe elettroniche, le erboristerie prima delle manie salutistiche, Cuore e i libri pieni di eroi idealisti come Zorro e Robin Hood invece di quelli paurosi del mondo presente. E le scadenze dei cibi nessuno le controllava non come oggi che si è ossessionati dalla salute, e si buttavano le cicche per terra e si sgasava senza preoccuparsi ogni minuto dell’ambiente, si andava al supermercato e si buttava tutto dentro “in un rito pantagruelico, un omaggio all’abbondanza”.
Continua a dichiarare spesso la sua insipienza e la sua radicata incoscienza per i grandi temi:
“Però, nel tempo della giovinezza che ho conosciuto di persona, e ripeto che ho conosciuto di persona, mai, davvero mai, la nostra curiosità è stata attizzata dai dispacci catastrofisti che già allora circolavano: tipo le conclusioni di un’istituzione non rimpianta che si chiamava Club di Roma”.
“Ho scoperto che gli amici di mia figlia, esattamente come lei, sanno tutto del protocollo di Kyoto e degli “accordi di Parigi” di cui io, confessando una grave lacuna del mio mestiere, non ho la minima idea.”
e un entusiasmo da novizio per altre cose che apparirebbero scontate:
“Sono felice di una cosa, però: praticamente grazie a mia figlia ho scoperto le meraviglie di YouTube. Magari avercelo avuto prima, quando avevo io la sua età. Perché se mi dovessero chiedere quale è la cosa nuova di tutte le cose nuove che mi piace di più, e che stavolta ho pure imparato a usare con una certa destrezza da quanto mi piace, cioè tantissimo, io non avrei esitazione: YouTube. Dove, per miracolo tecnologico insperato, puoi avere a tua completa disposizione tutto: il pezzetto di un film, la sequenza di un grande gol, lo sketch di un comico […], tutto quello che vuoi”.
Insomma Battista ammette che sia gigantesca la questione del deficit culturale data un divario generazionale, tuttavia non si pone mai il dubbio che forse non andrebbe colmato dalla parte della figlia ma più da parte di chi scrive. La morale è:
“Però qualche volta mi chiedo – cedendo a un incontrollabile rigurgito reazionario che stento a dichiarare ai più giovani per non fare la figura dello stupido – se non sempre il progresso sia vero progresso e addirittura se in fondo, lo scrivo con qualche timore per carità, non si stesse meglio quando si stava peggio”.
E qui veniamo all’altro enorme problema di questi tre libri e di quest’ideologia paternalista. Ciò che non viene mai indagato né messo in discussione sono le ragioni politiche del mondo che viene descritto e stigmatizzato: le critiche alla scuola non prendono in considerazione ile riforme Gelmini o quella della Buona scuola, la lamentatio sul precariato non fanno cenno alle leggi Treu o al Jobs Act; ancor meno ci sono letture socioeconomiche che cerchino di comprendere la struttura e non l’epifenomeno. Ancora più grave è la mancanza di capacità di mettere in discussione la propria visione allarmistica sulla crisi culturale a partire da una riflessione sull’ideologia della cultura come prestigio sociale.
Non è la generazione dei genitori in generale a uscirne malissimo, ma la generazione di questo tipo di genitori: padri – maschi di mezza età abbondante e borghesi – che spiegano le cose. Si potrebbe parlare di una sorta di “fathersplaining”, e interrogarsi sul perché sia possibile che queste voci trovino ascolto.
Ci sono almeno due ragioni a questo paternalismo di classe.
Da una parte l’ingiustizia generazionale che vede l’Italia al primo posto per divario economico tra la generazione degli anziani e quella dei giovani. I dati Istat del 2016 dicono che c’è una crescita consistente della ricchezza per gli over 60 e una diminuzione invece speculare nella fascia under 34, dove si registrano anche tassi di povertà assoluta del 10 per cento. Il fatto che si tratti di paternalismo maschile e non genitoriale deriva dal semplice motivo che la generazione degli anziani ancora vede una forte disparità nei salari a sfavore delle donne, mentre tra i giovani c’è una minora discrepanza, semplicemente perché si è creata una parità al ribasso: anche i maschi hanno cominciato a guadagnare poco come le femmine.
In questo contesto è abbastanza facile che un padre sessantenne pensi di spiegare il mondo ai figli che sono e saranno per molti anni in una condizione di assoluta sudditanza e dipendenza economica.
A fare da anticorpo a tutte queste letture liquidatorie e giudicanti sul mondo giovanile si potrebbe riprendere un testo che ha avuto non molta fortuna in Italia, proprio perché forse non consola con il peana dei bei tempi andati: La congiura contro i giovani del sociologo Stefano Laffi, pubblicato da Feltrinelli nel 2014.
All’opposto di Cazzullo, Battista o Polito, Laffi abbonda di bibliografia pedagogica, anzi fa proprio della questione pedagogica e della sua mancata centralità nel dibattito politico il tema della sua analisi e denuncia. A essere in crisi per Laffi non è il mondo dei giovani, ma quello degli adulti, acriticamente consumisti, competitivi, che riempiono il mondo dei propri figli di merci e valutazione fin dal momento della nascita. Una crisi che si riflette sulla scuola: l’Italia di Maria Montessori, di Mario Lodi, di Bruno Ciari, di Don Milani, di Gianni Rodari, di Tullio De Mauro, ha abbandonato la sua vocazione ha finito per rispondere alle sfide educative con ricette passatiste, aziendaliste per difendere un’autorevolezza istituzionale che proprio per questa carente capacità di mettersi in crisi si è dissolta.
A queste ragioni ne va forse aggiunta un’altra che riguarda la crisi attuale dell’eteropatriarcato, che porta anche con sé una crisi del modello sociale del capitalismo; il patriarcato che ha adottato il capitalismo come modo di perpetuazione di una gerarchia di potere, e che ora di fronte al nuovo movimento globale del femminista, non trova di meglio che rifugiarsi in questo backlash paternalista, sperando di poter ritardare le trasformazioni del mondo semplicemente spostando le lancette indietro.
Ps. Chi volesse leggersi dei recenti saggi su questi temi che invece sono pieni di spunti e di bibliografia aggiornata, può prendersi La conversazione necessaria di Sherry Turkle tradotta per Einaudi nel 2016, che affronta la questione della dipendenza da connessione all’interno di un contesto di critica sociale, e Tecnologie del dominio del collettivo Ippolita, appena pubblicato da Meltemi, che riesce a fornire ai lettori – genitori e figli, insegnanti e studenti – moltissima chiarezza su una serie di tematiche chiave, dal cyberbullismo al profiling all’internet of things al digital labour, e sul come parlarne.

Dalle edizioni del Foglio clandestino



Le Edizioni del Foglio Clandestino sono liete di invitarla alla Libreria Bookshop FrancoAngeli - Bicoccaper l'incontro

BICOCCA TI ASCOLTO... E TI GUARDO
Presentazione libro
& performance di Tullia Gianoncelli
con Valentina Pasculli 

Venerdì 9 marzo ore 19,00
Libreria Bookshop FrancoAngeli - Bicocca
Viale dell'Innovazione - 11 Milano
Piazzetta ribassata di fronte al Teatro Arcimboldi
Info 02/ 64100624 - bookshop.bicocca@francoangeli.it

Come raggiungerci: Tram 7 Arcimboldi – M5 Bicocca – Bus 87

L'evento è in collaborazione con Bookshop FrancoAngeli - Bicocca, Libreria Cortina Milano, luoghisonori e Progetto Bardamù



"L’ascolto avvicina lo sguardo alle cose: colori, distanze, presenze, che mutano
nelle ore di un giorno o di un anno, 
e trasformano i luoghi".

Bicocca ti ascolto… e ti guardo
è frutto di una lunga frequentazione etnografica nell’area della nuova Bicocca
ma è anche una parziale forma di restituzione del suo ascolto reale, di percorsi, incontri, esperienze e narrazioni condotte nel tempo.
Le immagini presenti in queste pagine aprono percorsi possibili.
Esse documentano e allo stesso tempo narrano esperienze, suggestioni, ricordi,
Storia e storie, emozioni dei luoghi e delle persone che li vivono.
Offrono una traccia per un attraversamento nello spazio e nel tempo
I molteplici percorsi si intrecciano e invitano il lettore a seguire o lasciarsi condurre da quelli che sente più vicini,
o che destano maggiori curiosità. 




Tullia Gianoncelli, antropologa, conduce ricerche etnografiche coniugando approcci teorici di antropologia dei luoghi e antropologia sensoriale, con particolare riferimento all’antropologia sonora. Dallo sviluppo di alcuni lavori di ricerca etnografica ha dato vita a mostre fotografiche, eventi, installazioni multimediali: tra i più recenti: “Far parlare i muri”, 2014 e “Crescenzago. Luoghi e voci”, 2016-2017. Ha pubblicato saggi in riviste scientifiche e collaborato a testi di carattere formativo come autrice e curatrice. 

www.luoghisonori.it è il sito che Tullia Gianoncelli ha dedicato alle sue ricerche e attività nell’ambito delle ‘sonorità’, affidando ad esso scritti, documenti multimediali, testimonianze, incontri, narrazioni didattiche e di formazione, saggi, ricerche, eventi, esplorazioni, percorsi...
Il Progetto Bardamù è un portale web che raccoglie le iniziative legate al mondo della letteratura organizzate a Milano e Provincia. Nasce nel 2016 grazie al contributo di Regione Lombardia, ma va avanti con il lavoro quotidiano di persone che con passione ritagliano il proprio tempo tra il lavoro e la famiglia.
Le Edizioni del Foglio Clandestino nascono nel 2005 come naturale sviluppo dell'Aperiodico Ad Apparizione Aleatoria Il Foglio Clandestino. Si occupano ad oggi di poesia, traduzione, narrativa breve, viaggi fotografici
e taccuini di memorie e poesia. Accanto alla passione per la letteratura è sempre stata forte la volontà di avvicinare, leggere e diffondere poeti e narratori inediti, riscoprire autori dimenticati, riportare la poesia verso i lettori, puntando sulla forza del testo.


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Ufficio stampa
Giovanna Daniele
3275870099
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lunedì 26 febbraio 2018

Italia reale

Addio al latino, 6 politico e largo all'Invalsi: la Scuola vicina al punto di non ritorno. Le Superiori portano oggi i propri studenti a livelli culturali conseguiti sino a poco fa con la licenza media; e la Scuola Media si accontenta ormai di erogare conoscenze un tempo raggiunte alle Elementari.
tecnicadellascuola.it

giovedì 22 febbraio 2018

DE POESIA Y DE PSICOANALISIS

Eva Gerace e altri 2 hanno condiviso un link.
Presentación del libro con edición bilingüe italiano-castellano que se publicó en Italia recientemente.
bn.gov.ar

Poesia in Bicocca a Milano



                             Sabato  3 Marzo  2018 – ore 10/12.30
Libreria Franco Angeli Bookshop Piazzetta ribassata davanti al Teatro degli Arcimboldi (MM5 – Bicocca; Bus 87; tram 7 – fermata Arcimboldi)
Ingresso libero
Presentazione del libro di poesia 

VEGLIA EUROPA       
                                                           
Di Franco Romanò,  Plumelia edizioni, Bagheria 2017.

Ne discutono:
Eva Gerace, psicoanalista.
Paolo Rabissi, poeta e scrittore.
  
Insieme all’autore leggeranno:
 
Laura Vanacore, attrice.
Ulisse Romanò, attore.
 
Dalla prefazione di Aldo Gerbino:

“I tre segmenti confezionati da Romanò, ossatura e carni del poemetto, tracciano, dunque, tempi ed emozioni… Dal viaggio lungo il Nilo di Antonio e Cleopatra e dalle atmosfere surreali del lago di Nemi fino alle Idi di Marzo e agli anni recenti delle nostre conquiste sociali, in un continuo addensarsi di vicissitudini e figure che intridono il presente fino condizionarne lo stesso scorrere del tempo riconoscibile come matrice memoriale, assorta nel cogente affioramento dell’attualità…”

Alla fine seguirà un rinfresco.

martedì 20 febbraio 2018

Alla casa delle donne di Millano

Segnaliamo volentieri questa iniziativa della Bibliomediateca della Casa delle donne: 
presentazione del libro di Lea Melandri “Alfabeto d’origine “ alla Casa delle donne martedì 27 febbraio, ore 18.
Dialogherà con Lea, Carlotta Cossutta.
Roberta Secchi leggerà brani del libro.

Cari saluti
Liliana e Sara


giovedì 15 febbraio 2018

Napoli: una diversa narrazione

Maurizio De Giovanni

Non si ferma uno tsunami chiudendo la finestra

giovedì 15 febbraio 2018 ore 17:48
L’oro di Napoli*
*Famoso film a episodi di Vittorio De Sica (1954)
Napoli 7/11 febbraio - NAPOLI, 7-11 FEBBRAIO 2018 – Premessa. Come è ben noto la quistione – come scriveva Gramsci – meridionale è uno dei principali problemi che attanaglia il nostro paese sul piano economico, politico, sociale, civile, culturale se non antropologico, almeno dall’unità fino a oggi. Ascoltando notizie e racconti che mi giungevano da fonti diverse, mi è parso che Napoli fosse e sia in pieno fermento, una realtà assai più ricca e ben diversa dalla rappresentazione che se ne dà in termini di pura e semplice camorra e/o violenza criminale fino alle cosiddette baby gang. Inoltre nel panorama melmoso e stantio della politica nazionale, quale emerge in questa campagna elettorale, il fatto che Je so’ pazzo, centro sociale napoletano cosiddetto, lanciasse una lista nazionale titolata Potere al Popolo ha risvegliato la mia curiosità e voglia di andare a vedere in loco. Nel mentre leggevo i libri di Maurizio De Giovanni, restandone incantato, per le storie e per la città. Così, accompagnato da una guida locale, Amalia Tiano de Vivo, cui si devono tra l’altro le foto, sono sbarcato a Napoli per cercare di capire qualcosa attraverso due finestre: una culturale colloquiando con De Giovanni, l’altra quella dell’impegno politico sociale passando un qualche tempo a Je so’ pazzo, alle sue iniziative, coi suoi militanti e con le persone che lo frequentano. Da questo viaggio nascono i due reportage che seguono: il primo Je so’ pazzo per il potere al popolo, il secondo Non si ferma uno tsunami chiudendo la finestra.
***
maurizio de giovanni
Lo scrittore Maurizio De Giovanni:
Non si ferma uno tsunami chiudendo la finestra
Cosa è Napoli. Meglio: chi è Napoli. La città violenta quando non feroce dei criminali, dalla camorra alle baby gang. La città col golfo splendente e il Vesuvio che richiama le origini del mondo. Il luogo dei maestri dello scippo o quello dei mastri cantori. E potremmo continuare con le antinomie, giocando al dott. Jekyll e mr. Hyde. Ma forse qualcosa di nuovo sta insorgendo sul piano politico sociale – e ne abbiamo parlato raccontando le imprese di Je so’pazzo – e sul piano culturale, che poi vuol dire invenzione di nuove configurazioni e forme dell’essere fino a ieri inesistenti e/o impensate.
Se dovessi dirlo con il mio linguaggio di fisico che studia la città, definirei Napoli un sistema sul bordo del caos. Questo tipo di sistemi ha grosso modo due possibili soluzioni. La prima precipitando nel caos, con il verificarsi di fenomeni più o meno catastrofici, che per quanto riguarda i cittadini possono assumere la forma del panico, di violenza sociale diffusa – homo homini lupus – degrado accelerato delle relazioni e dell’habitat, altro ancora fino a situazioni più estreme come quella del Bronx a NYC, che fu dichiarato negli anni ’70 e ’80 addirittura zona di guerra. La seconda soluzione consiste nell’introduzione di pensieri, linguaggi, pratiche, azioni, produzione di oggetti e di socialità in grado di trasformare il sistema da quasi caotico a complesso, più precisamente un sistema critico autorganizzato, il che significa: adattivo, resiliente, e per qualche verso intelligente. Dove il cuore, la mente e il volano del movimento verso un sistema complesso siffatto è l’emergere di processi di autorganizzazione/autodeterminazione.
I miei amici di Je so’ pazzo mi hanno spiegato che un varco si è aperto, o uno spartiacque a dividere le acque nere dalle acque limpide è nato, durante la crisi dei rifiuti (2007), quando venne alla luce un grumo maleodorante di potere che copriva tutto l’arco delle forze in campo da quelle politico istituzionali fino a quelle di ispirazione criminale e camorrista, dal bassolinismo per arrivare via l’onorevole Cosentino ai clan della camorra, come i misso, i casalesi, ecc.. Così il re rimase nudo, cioè il sistema di potere fu del tutto delegittimato, e le persone cominciarono a raccogliere e smistare la monnezza in proprio, autorganizzandosi con soluzioni di buon senso efficaci, fino all’attuale raccolta differenziata estesa a tutta la regione (51,6% la più virtuosa dell’intero Mezzogiorno, mentre però Napoli città rimane al 31,31%, in provincia al 47%, dati di Lega Ambiente per il 2016). Quindi nel 2011 De Magistris fu eletto sindaco, sostenuto da una propria lista civica Dema: Democrazia Autonomia, col concorso di varie altre liste tutte civiche, facendo a gara quale fosse la più autonoma. Maurizio De Giovanni ha scritto molti libri belli tra cui una saga, I Bastardi di Pizzofalcone, diventata anche una serie televisiva, che in qualche modo è una metafora della dinamica di cui dicevo, da un sistema caotico che precipita nel disatro fino al rischio di essere annichilito a un sistema critico autorganizzato, dove critico significa che il caos è sempre lì sul bordo a vista, ovvero il sistema critico è sempre costituente mai costituito: la consuetudine con la visione della fine del mondo come stabile condizione perché il mondo continui, come scrive Calvino in introduzione a Le rovine di Parigi di Giovanni Macchia. Così con Amalia Tiano De Vivo, la mia guida nel vulcano di Napoli, andiamo a cercare De Giovanni alla prima del Don Chisciotte della Pignasecca, una sua rilettura del romanzo di Cervantes. Dopo alcune cordiali chiacchiere De Giovanni ci dà appuntamento per il giorno dopo al Circolo Ufficiali della Marina Militare, dove presenterà un libro di racconti e ricordi amorosi, autrici alcune signore tra cui soltanto una di professione scrittrice. Fa strano incontrarlo in questa cornice ovattata, fuori dal clamore di Napoli, al caffè del circolo con qualche ufficiale in divisa elegante e il berretto marinaro sotto il braccio.
Esordisce. Napoli è una metropoli con tre milioni e mezzo di abitanti, con una densità al chilometro quadro altissima. L’area napoletana dove posso andare fino a Salerno e Caserta senza uscire dalla città, è la più popolosa d’Europa. Unica area metropolitana europea del Meridione, ha un PIL inferiore a quello greco. Quando diciamo Napoli dobbiamo pensare ad Atene, Istanbul, San Paolo in Brasile, ovvero siamo in un’area economicamente disastrata con, per esempio, il record europeo di dispersione scolastica. Un’area con enormi diseguaglianze, un grande disagio e una completa assenza dello Stato. Se invece parliamo di diversità, che è cosa differente dalla diseguaglianza, la diversità è positiva allora il discorso cambia. Intanto Napoli è terra di grandi confronti culturali. Ci sono aree in cui non c’è un presidio ospedaliero non c’è un commissariato di polizia non c’è un ufficio della posta ma ci sono cinque teatri attivi. Quindi il presidio culturale è fortissimo. Napoli ha il maggior numero di scrittori italiani tradotti all’estero, senza avere una casa editrice con distribuzione nazionale. Se parliamo dell’offerta che Napoli dà di se stessa fuori, come tutte le offerte è legata alla domanda. La domanda che viene da fuori è : la camorra. Film, gran parte delle opere teatrali, non parlo solo di Gomorra, ma La Gatta Cenerentola, Amore e Malavita, I Falchi, ecc.. sono film e opere di camorra, cioè la camorra è un prodotto narrativo che risponde a una domanda esterna. Una cosa è la narrativa che risponde a una domanda esterna, la merce, una cosa è la narrazione che la città fa di se stessa. Non che la camorra non esista ma è certamente assolutamente parziale come narrazione della città, che è molto più polimorfa, poliedrica, sfaccettata. Questa è una città in cui in questo momento c’è il miglior aeroporto d’Europa sotto i dieci milioni di viaggiatori – Capodichino ha appena ricevuto il premio ACI Europe –la stazione centrale è in una condizione migliore di quella di Milano e della stazione Termini. Il Museo Archeologico Nazionale è all’avanguardia assoluta a livello mondiale per l’offerta multimediale, la città ha segnato quest’anno un incremento del 49% di visitatori a fronte di una media nazionale del 6%. Ora non volendo considerarli tutti suicidi aspiranti, si ritiene che la città offra qualcosa di ben diverso dalla camorra. Epperò c’è la tendenza naturale a servirsi della camorra come alibi, quando viene presentata come qualcosa di indistinto, di latente e di invincibile. Non è vero, tanto che il clan dei casalesi, la realtà criminale più pericolosa di questi ultimi vent’anni, è stato sgominato, segno che non è impossibile fronteggiare questi fenomeni. Quindi bisogna distinguere: se parliamo di una realtà gravata dall’assenza dello stato e da profonde disuguaglianze, su questo non c’è dubbio, se poi invece intendiamo una città che ha un fermento, una voglia, una potenza di rinnovamento culturale enorme, io devo dire che questa è una città che ha bisogno di tantissimo, che ha mille necessità, ma io ho sessantanni e non ricordo mai la città messa meglio di così. L’aeroporto di Napoli interagisce col MANN (Museo Archeologico Nazionale) ed espone alcune statue del museo, cioè l’offerta artistica della città comincia dall’aeroporto, uno arriva a Napoli ed entra in un museo. Questo a prescindere dagli amministratori, cioè Napoli decide da sola quando migliorare, si autodetermina. A un certo punto è come attraversata da una corrente di grande vitalità. Umberto Eco diceva che l’Italia senza Napoli non sarebbe la stessa, ma Napoli senza l’Italia sarebbe la stessa. Eppure Napoli non è autoreferenziale, piuttosto profondamente critica nei confronti di se stessa: l’unica batteria di cannoni che sta a Castel dell’Ovo è rivolta verso la città, cioè non fronteggia gli invasori ma i cittadini napoletani: Napoli teme se stessa, Napoli ha sempre accolto gli invasori come fossero dei liberatori, venendo sempre smentita. Napoli si autodetermina ma oggi sindaco è De Magistris… De Magistris è una persona sicuramente valida, molto onesta, molto intelligente e profondamente innamorata della città ma questi tre pregi portati all’estremo diventano tre difetti: l’onestà si trasforma in diffidenza, l’intelligenza in arroganza e l’amore per la città in sciovinismo. Lui purtroppo tende a diventare così. Ma in che senso la città si autodetermina. Alcune forze entrano a sistema. Per esempio la produzione artistica innanzitutto, l’impegno sociale, l’associazionismo fortissimo, e le opportunità economiche. Il turismo è diventato un’industria. Faccio un esempio: se tu apri un negozio di telefonini te ne fotti di come è il marciapiede davanti la tua bottega. Se apri un bar invece no, il marciapiede lo vuoi pulito e ben messo. Questo implica un miglioramento della città: bar, caffè, pub, B&B, pensioni, alberghi ecc.. implicano un controllo capillare sullo stato della città. Questa è una città stretta e molto popolosa dove o tu sei tollerante o vivi male. Quindi la tolleranza è una necessità. Non a caso non si verificano episodi di intolleranza di nessun tipo né razziale né economica. Qui c’è rabbia sociale che alimenta per esempio il fenomeno delle baby gang col contributo dei social che rendono evidente il fenomeno delle diseguaglianze, per cui questi ragazzi partono per vendicarsi del futuro che non hanno. Aprendo con Pietro Grasso la campagna di Liberi e Uguali l’ho detto: l’urlo di dolore di questa città è determinato dalla necessità di risolvere le diseguaglianze. Noi stiamo seduti su una bomba innescata, ma il problema non è solo di Napoli. A Napoli è accentuato dalla compresenza delle aree disagiate con quelle agiate. Cioè a Milano se io parto da Quarto Oggiaro ci metto un’ora in motorino per arrivare al centro, a Napoli io faccio un metro e dai quartieri spagnoli sono già a Chiaia. Io credo che Napoli per moltissimi versi sia, possa essere, un laboratorio sociale per l’intero paese. Davanti alla scuola di Arturo, il ragazzo accoltellato uno striscione diceva: o si salvano tutti o non si salva nessuno. Nessuno di noi può pensare in questo paese di salvare il proprio orticello mentre attorno c’è la guerra nucleare. Non si ferma uno tsunami chiudendo una finestra.
Quindi il nostro si avvia a presentare il libro delle signore, di fronte a una platea quasi tutta femminile assai critica verso i maschi, genere di cui De Giovanni fa parte, con molta ironia.
In fine di questo nostro breve viaggio nel groviglio di Napoli, splendida città e terribile, arriva il post di De Magistris infuriato per la montagna di debiti cumulati dagli amministratori precedenti. Scrive il sindaco:
Da 7 anni governiamo la città di Napoli senza soldi, sommersi da pesantissimi debiti ereditati, in affanno finanziario ed economico costante, eppure Napoli si è riscattata con il suo stupendo capitale umano, con la passione, con i talenti culturali, con le sue infinite bellezze. Siamo primi in Italia per crescita culturale e turistica. Da gennaio, però, abbiamo nuovamente le casse del Comune bloccate per un pignoramento di un debito risalente al 1981 – terremoto Irpinia – e siamo sotto la clava di debiti mostruosi del commissariamento rifiuti dell’epoca berlusconiana-bassoliniana.
Allora viene in mente Italo Calvino, laddove scrive: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce ne è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere che e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”