sabato 31 marzo 2018

L'illuminismo totaitario e falsamente progressista genera mostri

blackblog

Dalla superstizione alla fede scientifica

di Tomasz Konicz

La nuova "Marcia per la Scienza" mostra come nel capitalismo tardivo stia crescendo anche la regressione sociale
marcia5«il sapere che è potere non conosce limiti né
nell'asservimento delle creature né nella sua
docile acquiescenza ai signori del mondo.»
("Dialettica dell'Illuminismo")
Alla fine di aprile, c'è stata un'ondata di proteste da parte della comunità scientifica mondiale, rivolta principalmente contro le politiche anti-scienza del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Gli scienziati hanno dovuto confrontarsi con un'ostilità sempre più crescente nei confronti della scienza. Come nel caso, soprattutto, di quello che è stato l'attacco portato avanti dai nuovi movimenti populisti di destra. Tuttavia, in queste proteste è presente un ben noto errore di fondo che attiene all'assenza di qualsiasi auto-riflessione critica da parte della scienza. Le critiche relative alla ricerca e all'insegnamento, hanno riguardato solamente le condizioni lavorative nella comunità scientifica - dal momento che è stata completamente ignorata la contraddittoria funzione sociale della scienza nel capitalismo.
La nuova "Marcia per la Scienza" rientra, quindi, in una concezione acritica della scienza, che era popolare nel XIX secolo. Anche quelli che sono i classici della letteratura critica della scienza, sembra non aver lasciato alcuna traccia nella comunità scientifica. E, in effetti, il mondo può essere così meravigliosamente semplice... se hai sufficientemente fede nella scienza!
Da un lato, abbiamo gli scienziati illuminati che vogliono impegnarsi oggettivamente nella ricerca e nell'insegnamento, in quella che è la forma della comunità scientifica mondiale. Mentre l'altro lato verrà ad essere dominato dalle forze irrazionali dell'oscurità, dalla stupidità, dalla superstizione e dagli interessi privati.
Sembra quasi che il dominio nel capitalismo sia ancora basato su delle rozze superstizioni, o sul terrore dell'Inquisizione. E, in realtà, non è frutto di immaginazione il fatto che la scienza, anche nelle metropoli, deve far fronte ad uno scetticismo sempre più crescente, e a volte perfino ad un'aperta ostilità. C'è un ampio movimento barbaro, globale, che si immerge nei miti ed in idee deliranti, i cui esponenti rientrano in vari gradi di militanza e di ideologia concreta: dalla lobby economica dei negazionisti del cambiamento climatico ai militanti di "Alternative für Deutschland", da Donald Trump ai Talebani, da Boko Haram allo Stato Islamico.
E tuttavia questa descrizione della situazione non spiega niente. Da dove proviene quest'odio rabbioso per la scienza, che sta prendendo piede, perfino nei centri del sistema globale capitalistico tardivo? I gruppi delle lobby ed i politici populisti che polemizzano contro la scienza a proposito della questione climatica, ad esempio, trovano corrispondenza con uno stato d'animo ampiamente presente nella popolazione. L'ostilità nei confronti della scienza, il populismo e l'estremismo fioriscono non solo nella periferia "sottosviluppata" (come quella del mondo arabo), ma soprattutto nei centri (specialmente negli Stati Uniti), che sono stati sottomessi ad un processo a lungo termine di razionalizzazione.
Come avviene che l'illuminismo scientifico, la quasi completa razionalizzazione capitalistica delle società metropolitane, si trasformi, improvvisamente, in irrazionalità, e che questo avvenga proprio negli attuali tempi di crisi? Questa non è una domanda nuova. L'ha già formulata la Teoria critica, in relazione alle conseguenze barbare dell'ultima grande crisi del sistema capitalista degli anni '30. Come ha potuto - nella forma della Germania nazista - trionfare nel cuore dell'Europa "civilizzata" e razionalizzata, nella patria dell'illuminismo, la barbarie ed il mito? La risposta a questa domanda, che presenta una nuova urgenza, di fronte all'attuale dinamica populista, riguarda il processo stesso dell'Illuminismo propriamente detto.
È il processo unilaterale dei Lumi, dell'Illuminismo, cieco in rapporto a sé stesso, che diventa mito - l'hanno constatato Adorno ed Horkheimer nella loro famosa Dialettica dell'Illuminismo. Il mondo capitalista "totalmente illuminato" continuerebbe a risplendere sotto il «segno di una calamità trionfante», anche se l'illuminismo riuscisse a liberare gli esseri umani dalla paura, e collocarli «nella posizione dei signori». viene detto nel classico della Teoria Critica, pubblicato nel 1944. La situazione di impotenza e di paura del capitalismo tardivo, dove il mito cresce nel susseguirsi delle esplosioni di crisi, è dovuta proprio alla razionalità strumentale, cieca e positivista, stabilita dal processo dell'illuminismo:
«Il felice connubio fra l'intelletto umano e la natura delle cose... è di tipo patriarcale: l'intelletto che vince la superstizione deve comandare alla natura disincantata. Il sapere, che è potere non conosce limiti, né nell'asservimento delle creature, né nella sua docile acquiescenza ai signori del mondo. Esso è a disposizione, come di tutti gli scopi dell'economia borghese, nella fabbrica e sul campo di battaglia, così di tutti gli operatori senza riguardo alla loro origine. I re non dispongono della tecnica più direttamente di quanto ne dispongano i mercanti: essa è democratica come il sistema economico in cui si sviluppa. La tecnica è l'essenza di questo sapere. Esso non tende a concetti e ad immagini, alla felicità della conoscenza, ma al metodo, allo sfruttamento del lavoro altrui, al capitale... Ciò che gli uomini vogliono apprendere dalla natura, come utilizzarla ai fini del dominio integrale della natura e degli uomini. Non c'è altro che tenga. Privo di riguardi verso se stesso, l'illuminismo ha bruciato anche l'ultimo resto della propria autocoscienza. Solo il pensiero che fa violenza a se stesso è abbastanza duro per infrangere i miti.» (Dialettica dell'Illuminismo)
Il metodo scientifico prodotto dal processo dell'illuminismo è quindi vuoto, provo di qualsiasi contenuto al di là dell'oggetto dello studio. È un metodo puro, un mezzo puro, cieco ai fini che persegue - ed è questo ciò di cui lo scienziato è così tanto orgoglioso, nell'immagine della sua oggettività scientifica. La conoscenza che vuole essere solo un mezzo, diventa uno strumento di dominio, su un mondo che viene percepito come un oggetto. Questa cecità del metodo scientifico nei riguardi di sé stesso è, pertanto, inerente al processo capitalisticamente deformato dell'illuminismo. Ed è a questo che è stata applicata tutta la successiva barbarie. A partire dall'irruzione dell'illuminismo, gli obiettivi più irrazionali e folli possono essere raggiunti per mezzo dei metodi razionali. Finora, il culmine di questo sviluppo è la fabbrica dello sterminio di Auschwitz, messa all'opera in maniera scientifica. Il pensiero "vuoto" dell'illuminismo rivolto al dominio, che è solo un mezzo, predica il positivismo estremo. Qui, nelle parole di Adorno ed Horkheimer, l'illuminismo è "totalitario":
«Lungo l'itinerario verso la nuova scienza gli uomini rinunciano al significato. Essi sostituiscono il concetto con la formula, la causa con la regola e la probabilità... D'ora in poi la materia dev'essere dominata al di fuori di ogni illusione di forze ad essa superiori o in essa immanenti, di qualità occulte. Ciò che non si piega al criterio del calcolo e dell'utilità, è, agli occhi dell'illuminismo, sospetto.» (Dialettica dell'Illuminismo)
Non c'è niente che non possa essere misurato, che non possa essere contato - è questa la tendenza del positivismo scientifico. Solamente i fatti contano. In ultima analisi, il pensiero illuminista si decompone in un culto assoluto e desolato dei fatti e dei numeri, espressione della reificazione della coscienza capitalistica tardiva. Le recenti discussioni intorno alla parola chiave della "post-verità" rappresentano per l'appunto tutta la miseria del positivismo capitalistico tardivo, che minaccia di trasformarsi in pensiero mitico.
Qui, il positivismo è solo il risultato del movimento reale, e in definitiva irrazionale, del movimento di riproduzione delle società capitaliste, del fine in sé dell'accumulazione illimitata di quantità sempre maggiori di capitale - ossia, di valore astratto. La vicinanza tra positivismo illuminista ed ideologia è evidente. Anche su questo, la Dialettica dell'Illuminismo:
«La società borghese è dominata dall'equivalente. Rende comparabile ciò che è eterogeneo, riducendolo ad una grandezza astratta. Per l'illuminismo, quello che non può essere ridotto a numeri e, alla fine, a uno, passa per essere un'illusione: il positivismo moderno rimanda alla letteratura.» (Dialettica dell'Illuminismo).
L'apparente varietà delle società capitaliste inganna: nel capitalismo tutto è merce, e qualsiasi merce ha importanza solo in quanto portatrice di valore astratto, il quale dev'essere accumulato. Nel capitale, non viene riconosciuto nient'altro se non il valore - per cui, in tempo di crisi, prevale la tendenza a rendere omogenea tutta la società, in modo da regolarla per mezzo dell'astrazione del valore che è entrata in crisi (quindi, come razza omogenea, come nazione omogenea, come religione omogenea, ecc.).
In realtà, l'illuminismo ha sperimentato la sua irruzione storica - il sapere-potere che non conosce limiti nella sua «compiacenza di fronte ai signori del mondo» - a causa della collaborazione con il dominio dell'assolutismo, nel momento in cui il mondo feudale è entrato in piena dissoluzione ed il capitalismo si è messo in marcia. I signori assolutisti "illuminati" del XVIII secolo, i trafficanti di schiavi del tardo feudalesimo, che cercavano di spremere i propri sudditi in maniera sempre più efficiente, si erano resi conto dei benefici che derivavano da un dominio illuminato e "razionale" che dava loro un vantaggio competitivo nell'eterna guerra europea.
A partire dall'assolutismo, il dominio si è sviluppato sempre più a partire dalla base della ragione strumentale, facendo sì che lo sfruttamento ed il controllo del materiale umano fosse sempre più perfezionato. Nell'era della costrizione oggettiva, questo processo è arrivato in un certo qual modo alla sua logica fine. Pertanto, il dominio si trova ora di fronte i prigionieri del capitalismo tardivo, i quali sono stati degradati in oggetti, che indossano la maschera della ragione strumentale. E come hanno osservato Adorno ed Horkheimer, anche in questo degrado c'è una sorta di metodo scientifico oggettivo:
«L'illuminismo si rapporta alle cose come il dittatore agli uomini: che conosce in quanto è in grado di manipolarli: Lo scienziato conosce le cose in quanto è in grado di farle. Così il loro in-sé diventa per-lui. In questa metamorfosi, l'essenza delle cose si rivela ogni volta come la stessa: come sostrato del dominio.» (Dialettica dell'Illuminismo).
Allora, nel capitalismo qual è la natura del dominio? Non ci sono più i signori assolutisti, le cui macchine militari, con la loro insaziabile fame di denaro, hanno fornito un importante innesco iniziale per il decollo del capitale. Nel capitalismo, prevale la relazione di capitale in quanto reale astrazione sociale - perciò, nel capitalismo tardivo, il dominio è senza soggetto.
Con il capitale, quello che prevale è una dinamica sociale globale, generata in maniera inconsapevole dai soggetti del mercato, che sta di fronte a loro nella forma di un potere estraneo, quasi "naturale" e cieco per la rabbia. Denaro che vuole diventare più denaro - questo processo contraddittorio di accumulazione illimitata di valore monetario astratto distrugge il mondo assai concreto, E questo avviene con precisione scientifica. La rete di dominio senza soggetto e mediata, che si sta chiudendo sempre più strettamente sul capitalismo tardivo, è stata tessuta applicando metodi scientifici - e non contro di essi. Il fine in sé irrazionale di un'accumulazione illimitata e cieca di capitale, si è perfezionato per mezzo della scienza cieca dell'illuminismo. La ragione illuminista è un mezzo di dominio.
È chiaro, pertanto, che cosa sia a scatenare il risentimento capitalistico tardivo contro la scienza. È una ribellione reazionaria e opportunista contro i mezzi scientifici del dominio capitalista, dal momento che è proibito criticare il fine in sé irrazionale. Infatti, il capitale ormai non può più essere messo in discussione. La relazione di capitale è da tempo che si è oramai sedimentata ideologicamente come "ordine naturale", la cui imposizione è stata diffusa dall'illuminismo - mentre le sue contraddizioni vengono esternalizzate o personificate in maniera credibile. E questo avviene principalmente attraverso delle rappresentazioni di capri espiatori.
L'odio, da parte di molti sostenitori di Trump, nei confronti dell'attività scientifica non viene semplicemente suggerito da parte delle giuste lobby economiche - come quella dei negazionisti del clima. Ma è anche il prodotto delle esperienze quotidiane non comprese, come quando, per esempio, le innovazioni scientifiche distruggono posti di lavoro. L'assurdità di una formazione sociale anacronistica, in cui l'aumento dell'efficienza porta ad una miseria sempre più crescente, non viene riconosciuta dai seguaci populisti di Trump. Al contrario, si viene a creare e si insinua una sorta di mentalità postmoderna di distruttori delle macchine, dove l'odio per la scienza corrisponde al desiderio reazionario della reindustrializzazione, al desiderio di tornare alla buona vecchia società industriale.
L'odio per la scienza è, in ultima analisi, l'odio nei confronti di un progresso scientifico deformato dal capitalismo, che trasforma l'essere umano in una mera appendice di un processo di riproduzione capitalistica resosi autonomo, contraddittorio ed irrazionale. Quanto più la rivoluzione scientifica spinge il processo di razionalizzazione capitalista, tanto più l'essere umano diventa sacrificabile nella sfera economica.
Ed è proprio dalla crescente soppressione della forza lavoro nella sfera della produzione di merci che nasce il carattere contraddittorio del progresso scientifico nel capitalismo: da un lato, come potenziale di emancipazione post-capitalistico e, dall'altro lato, come una fatalità concreta del capitalismo tardivo, che deindustrializza intere regioni degli Stati Uniti. Un'attività scientifica mutilata dal capitalismo, che è incapace di riflettere in maniera critica su quella che è la propria posizione nel processo di riproduzione capitalistica, e contribuisce alla nascita di forze irrazionali che si rivoltano contro la scienza in quanto tale.
Ma fino a quando non verrà tentata l'evasione dalla prigione concettuale capitalista, qualsiasi innovazione scientifica in un'industria può portare solamente al timore della perdita del proprio posto di lavoro. Nel risentimento contro la scienza, che si concentra in particolare nei seguaci dei movimenti populisti, come quelli di Trump, si esprime, in ultima analisi, il presentimento irriflesso della propria superfluità nel capitalismo tardivo.
Pubblicato su Exit nel 2017

In memoria di Achebe.

Franco Romanò e Pancrazio Luisi hanno condiviso un link.
"En sa compagnie, les murs de la prison tombaient", a commenté Nelson Mandela au sujet de l'écrivain nigérian, dénonciateur de la corruption dans son pays.
LEMONDE.FR

venerdì 30 marzo 2018

1968

Franco Romanò ha condiviso il post di Paolo Rabissi.
34 min
Paolo Rabissi
21 h
1968? Esce il primo volume di 'Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica' (Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie) di K. Marx tradotti da Enzo Grillo per La Nuova Italia.

mercoledì 28 marzo 2018

Musica, cultura e molto altro nell'intervista a Piero Pagliani

pierluigifagan

"Note politiche. Musica e crisi in Wagner e Puccini"

Pierluigi Fagan intervista Piero Pagliani*

valkyrieD. Allora Piero, hai appena pubblicato un libro intitolato “Note politiche. Musica e crisi in Wagner e Puccini”. So che ami la musica, ma il tema sembrerebbe abbastanza singolare, visto che quando scrivi, scrivi di politica e di matematica. Cosa è successo?
R. Ho una passione per la musica. Da giovane l’ho studiata e da sempre amo Wagner. O meglio, amo la musica di Wagner perché Wagner non lo amo proprio per niente. Ad ogni modo, la lettura che do nei miei studi è politica.

D. Wagner è molto discusso da un punto di vista politico. Basti pensare al suo antisemitismo. Quale interesse politico trovi allora nella sua opera? Fu veramente un precursore del nazismo?
R. Sì e no. Nel libro sostengo che il nazionalismo di Wagner (1813-1883) non poteva essere quello che fu poi dei nazisti. I problemi, anche internazionali, del mondo tedesco all’epoca del compositore erano ben diversi da quelli della Germania unificata e sconfitta nella Prima Guerra Mondiale in un mondo che veniva drammaticamente trasformato dalla crisi dell’Impero Britannico che invece ai tempi di Wagner era ancora ben saldo. Tuttavia, il futuro nazismo condivise con Wagner un aspetto mitologico-politico: immaginarsi che i problemi erano causati da uno specifico e ristretto gruppo sociale. Wagner non pensava ancora ai complotti “demo-pluto-giudaici” ma era convinto che il mondo tedesco stava andando incontro al degrado per colpa degli effetti corruttori degli Ebrei, quasi come se fosse uno spiacevole fenomeno naturale. Una spiegazione mitologica, che in Wagner sopperiva all’incapacità o mancanza di volontà di analizzare in modo serio e scientifico i fenomeni. A tutti gli effetti il suo antisemitismo era un “socialismo degli imbecilli”, secondo la precisa definizione di August Bebel e Lenin.

D. Ma Wagner non aveva avuto anche delle idee socialiste che poi stravolse?
R. Wagner era nel comitato rivoluzionario di Dresda con Michail Bakunin durante la rivoluzione del 1849. Per questo venne condannato a morte in Sassonia. Poi terminò la sua carriera come compositore di Ludwig II di Baviera, che per altro non sopportava il suo antisemitismo, così come non lo sopportava Bismarck e non lo sopportava Nietzsche. Il Ring, cioè il ciclo dell’Anello del Nibelungo, segue parallelamente questa parabola. La segue così fedelmente che il disgustato Nietzsche accusò il compositore di aver tradito le “primitive intenzioni socialiste” del progetto Ring. Ma non poteva essere altrimenti: Wagner inizia il suo percorso sulle barricate di Dresda e finisce perorando una sorta di “socialismo” dall’alto, o di salvezza dall’alto (e perorando soldi e privilegi per sé). Non era nemmeno un percorso insolito. I sansimoniani iniziano socialisti e poi si rivolgono per la “giustizia” al potere statale (persino al pascià d’Egitto e al cancelliere Metternich). George Sand nel ’48 è socialista e rivoluzionaria e nel ’71 chiede apertamente che i Comunardi vengano fucilati, ammaliata dal “socialismo bonapartista” di cui parlava con disprezzo Marx.

D. A questo magari ritorniamo quando parleremo della Bohème di Puccini. Puoi adesso chiarire la parabola dell’Anello, del Ring? Mi sembra che in questo rivolgersi al Potere, Wagner per te abbia comunque visto qualcosa che i marxisti in generale non hanno visto. Un aspetto contraddittorio.
R. E’ contraddittorio sia l’oggetto, cioè il Potere, sia l’approccio di Wagner a questa contraddizione. Ma la contraddizione nell’oggetto è reale. Ovvero non esiste solo il potere economico e non è vero che tutto il resto gli è subordinato in modo monodirezionale. Come ha messo in evidenza Giovanni Arrighi sulla scorta degli studi storici di Fernand Braudel, esistono essenzialmente due poteri, quello economico e quello politico. Sono distinti (anzi, per Marx questa separazione è proprio il segno della fuoriuscita dal feudalesimo), ma devono allearsi e interagire. Hanno però logiche contraddittorie e finalità in linea di principio diverse. In sintesi il potere politico è territoriale, sociale, ha bisogno della società, mentre la società è un limite per il potere economico che è apolide, cosmopolita, antisociale. La contraddizione sta proprio nel fatto che i due poteri hanno però bisogno uno dell’altro. E’ in questa contraddizione che nascono gli spazi per il rovesciamento rivoluzionario. Ma gli spazi, non gli agenti né i moventi. Da qui infatti può nascere anche il rischio di aspettarsi una “rivoluzione dall’alto”, una dittatura illuminata – o nemmeno illuminata. E se non arriva, tanto vale puntare allora sulla fuoriuscita mistica, come alla fine fa il Wagner disilluso col Parsifal.

D. E quindi, l’Anello? Che potere è quello dell’Anello del Nibelungo che tutti vogliono?
R. Wagner lo dice esplicitamente nei suoi scritti: “L’Anello è un portafoglio di titoli borsistici”. Ma riesce a capire che un conto è il denaro e un conto è il potere di utilizzarlo per uno scopo, in particolare lo sfruttamento. Nel Ring il leitmotiv dell’Anello e quello del suo Potere sono distinti, ed entrambi in contrapposizione con quelli del Reno e della Terra.

D. Così i due Poteri e la Terra sono in contrapposizione?
R. E’ uno dei punti centrali del Ring. La Civiltà nasce con una serie di atti di divisione. Innanzitutto quella tra Uomo e Natura, con la mutilazione del Frassino del Mondo da parte di Wotan per fare la lancia (esercizio della forza) su cui scrive le rune, i “patti” che governano la società degli uomini (esercizio dell’ideologia). Poi la Civiltà richiede la divisione tra gli uomini, che è il passo successivo, la strutturazione in gerarchie-caste, prima funzionali e poi fine a se stesse. Le stesse rune divenendo fine a se stesse, finalizzate solo alla riproduzione del potere, saranno causa della corruzione della Civiltà. E non c’è nulla da fare, come ricorda Erda, la dea della Terra, a Wotan. Gli suggerisce però di cedere l’Anello ai Giganti che lo voglio – assieme a tutto l’oro rubato al Reno – come ricompensa per aver costruito il Valhalla, il palazzo del Potere.

D: Aspetta un momento, cos’è questa contrapposizione tra Valhalla e Reno. La costruzione del Valhalla è un capriccio degli dèi?
R: Il Potere politico ha bisogno di un luogo fisico, anche per rappresentarsi. E per difendersi. E’, come si diceva, il suo bisogno territoriale. Il Valhalla non è un capriccio, ma una necessità. Viene costruito con l’oro sottratto al suo stato primigenio nel Reno, cioè facendo violenza a uno stato di natura che però è paradossalmente “natural-nazionale”. In questa riduzione di problemi generali a problemi esclusivamente nazionali, c’è molto del succo del nazionalismo “rivoluzionario”, come quello dei fascismi, ma anche di scorciatoie che oggi vengono proposte non solo da destra.

D. Wotan cerca però di recuperare l’Anello dopo averlo ceduto ai Giganti. Perché?
R. Perché pensa di utilizzare il Potere – un potere unificato – per cambiare il corso rovinoso degli eventi. Per compiere una rivoluzione dall’alto, appunto. Un “socialismo dall’alto” in un certo senso, perché Wotan ha portato via l’oro del Reno e l’Anello al nibelungo Alberich coi quali il nano poteva sfruttare nelle sue fabbriche, descritte con tanto di suono di incudini persone che prima erano artigiani indipendenti E’ esattamente ciò che Marx chiamava la “sussunzione del lavoro al capitale”.

D. Però Wotan fa di tutto per suscitare e far intervenire l’eroe Sigfrido. Perché ne ha bisogno se lui è il signore degli dèi?
R. Wotan sa che è impelagato con le leggi, le rune. Sa che il suo potere deriva da esse, dai famosi “patti”. Glielo ricorda la moglie Fricka, glielo ricorda il gigante Fafner. Sa che il suo potere è limitato e ha bisogno di un eroe puro, non invischiato nella corruzione del Potere. Lui, invece, non è libero. La moglie l’ha costretto ad allontanare dal Valhalla l’adorata figlia Brunilde, la Valchiria, e renderla mortale, proprio perché ella ha seguito la legge del cuore e non quella scritta, parteggiando per il padre di Sigfrido nel suo duello mortale. Che era anche il desiderio di Wotan, ma proibito dalle norme politiche e sociali, che Fricka sbatte in faccia a Wotan. Ora il signore degli dèi ha quindi bisogno di “qualcuno più libero” di lui per fermare la catastrofe.

D. In realtà non si capisce molto bene cosa debba fare Sigfrido.
R. E’ vero! Sigfrido stesso non saprà mai bene cosa fare e perché. Quando uccide il gigante Fafner, tramutatosi in drago, per prendergli l’Anello, Fafner stesso si accorge che Sigfrido non lo ha fatto seguendo un suo piano e Sigfrido non saprà mai nulla del potere dell’Anello. Lui crede solo a ciò che appare, alle cose che vede e che sente. Gli altri protagonisti gli dicono cose a cui lui crede mentre i leitmotive ci avvertono che stanno pensando l’opposto e ci raccontano le trame del Potere che l’eroe puro non intende. L’unione con Brunilde avrebbe dovuto, almeno nelle intenzioni di Wotan, far capire qualcosa a Sigfrido. Ma Sigfrido deve ammettere di non aver compreso nulla di quello che lei ha cercato di spiegargli.

D. Tu a un certo punto parli del “marxista” Sigfrido.
R. Già. Mi riferisco a chi ha una visione, come dire, ideale e astratta del pensiero di Marx, a chi vuole il “ritorno a Marx” dimenticandosi che – piaccia o meno – solo Lenin ha fatto una rivoluzione comunista. E, come scriveva Gramsci, l’aveva fatta proprio “contro Il Capitale”, cioè ad onta delle letture ortodosse di Marx, ma anche ad onta dei begli ideali che su questo Marx “purissimo” si sono cuciti. Senza un pensiero politico e strategico raffinato il “marxista puro” non va da nessuna parte. E un pensiero politico e strategico raffinato non è compatibile con le bellezze ideali parallele alle bellezze logiche del pensiero di Marx che tanto esaltano i “puristi”. Marx scrisse che chi gli accreditava di aver scoperto le “leggi” dello sviluppo storico universale, gli faceva “troppo onore e troppo torto”. Troppo torto perché Marx sapeva bene che le cose sono molto più complesse di come si riescono a raccontare con rigore logico, come ben sapevano Gramsci e Lenin.

D. Detto da uno che si occupa di logica matematica sembra un paradosso.
R. Non più di tanto. Io i risultati li faccio nel dormiveglia e dopo esserci girato intorno menando il can per l’aia e pensando a cose che c’entrano e non c’entrano. La stesura logica di un risultato matematico ha molto poco a che fare col processo della sua scoperta. So che a te Hegel non piace. Beh, questo Hegel effettivamente non lo aveva capito. Nella Fenomenologiacritica la Matematica perché sostiene che l’oggetto della dimostrazione sia estraneo alla dimostrazione stessa. In realtà è spesso estraneo all’esposizione della dimostrazione, non al processo della sua dimostrazione.

D. Ritorniamo a Sigfrido. Quali sono i piani di Wotan su di lui?
R. Quando Wotan suscita Sigfrido, è il vecchio Wagner che suscita il giovane Richard delle barricate di Dresda, il portatore degli ideali e delle intenzioni che devono essere fatti propri da chi possiede il potere. Il potere politico, però. Wagner capisce proprio questo: il potere politico può entrare in contraddizione con quello economico e in questa contraddizione occorre intervenire. Questa contraddizione fu ben descritta da Karl Polanyi quando parlò di “doppio movimento” (altro che Stato come semplice “comitato d’affari della borghesia”!). Ma opportunista qual è, Wagner diventa il miserabile e altisonante vate della rivoluzione dall’alto e l’analisi dei problemi economici e sociali viene ridotta all’esistenza di un particolare gruppo sociale, gli Ebrei: socialismo (dall’alto) degli imbecilli! In questo è indubbiamente un precursore del fascismo.

D. Come aveva affermato Theodor Adorno.
R. Si ma con ragionamenti che non condivido del tutto. In particolare non condivido l’approccio, cioè quello della “dialettica negativa”. In realtà è in generale il ragionamento accademico che non mi convince fino in fondo, nemmeno quello raffinatissimo di Adorno.

D. Per finire con Wagner: chi è Brunilde in tutto ciò?
R. Brunilde è l’unica figura positiva del Ring. E’ l’Eterno Femminino che riscatta (immolandosi). Lei capisce, e capisce fino in fondo, le schifezze del Potere, capisce che occorrono eroi puri ma sa che devono essere messi sull’avviso dei trucchi e delle perfidie del Potere. Lei stessa ne rimarrà vittima. Tra Sigfrido e Brunilde non c’è gara: lui è stupido, arrogante, ingenuo. Lei tutto il contrario.

D. Ma, per passare a Puccini, anche Mimì e l’Eterno Femminino?
R. In un modo tutto particolare, sì. E in un mondo tutto particolare, fatto di piccole cose: fiori finti, caminetti, cuffiette rosa, zimarre, manicotti, libri, trombe e cavallini. Persino la crema viene citata nel secondo quadro, quello al Caffè Momus. Qui non ci sono anelli, oro, elmi, draghi, palazzi, lance. Gli unici gioielli sono gli orecchini che Musetta porterà ai pegni per comprare il manicotto alla morente Mimì. Quel che c’è, anche in Bohème, è il Potere del Denaro. Anche se non si vede, ma rimane fuori scena, seppure abbia un ruolo chiave nella tragedia: è il Viscontino che fa ingelosire Rodolfo e che non si vede mai. Ed è giusto che sia così, perché il Potere del Denaro è in larga misura impersonale.

D. Nel tuo saggio c’è una polemica esplicita con un certo femminismo post-moderno che afferma che le grisettes come Mimì erano parte integrante della sottocultura bohémienne. Cos’è che non ti convince di questa affermazione?
R. Quello che non mi convince è la stessa cosa che non amo del modo di ragionare della sinistra oggi. E’ vero, c’è un femminismo che sostiene che Mimì sia una bohèmienne. Questo modo di ragionare è un riflesso di quello che poco prima ho chiamato “approccio accademico”. Secondo questo modo di affrontare le cose, tutto dev’essere riportato all’unico punto di vista che l’intellettuale che scrive ritiene ammissibile: quello culturale. E’ il classico gatto che si morde la coda descritto in modo mirabile da Gayatri Chakravorty Spivak nel suo famoso saggio “Can the Subaltern Speak?”. E’ un saggio di 35 anni fa, che molti citano, ma che in pochi hanno realmente, non dico capito, ma introiettato. E’ un problema politico-epistemologico: “Cosa succede quando un non subalterno pretende di essere la voce di un subalterno, che voce non ha?”. Spesso si pratica una sorta di paternalismo che stravolge la realtà del subalterno perché la descrive a immagine e somiglianza del descrivente e degli strumenti del descrivente. Così dato che il descrivente è un professionista delle costruzioni sintattiche e in queste costruzioni usa i concetti che gli consentono, appunto, di essere un professionista e non essere espulso dal club, tutto diventa un bla bla, i problemi diventano blabla e le soluzioni bla bla di bla bla. E’ molto post-moderno E’ molto post-moderno escludere dall’analisi la realtà e i suoi fenomeni profondi asserendo, di fatto, che tutto si risolve nel discorso. Lo denunciava già Noam Chomsky anni fa. L’intellettuale deve avere un rispetto filologico per ciò che descrive, direi persino un amore per esso. Altrimenti parla di sè.

D. Quindi quale “tradimento” compiono queste femministe, oltre a quello di essere – ed è paradossale – “paternaliste”?
R. Semplice: Mimì e le grisettes come lei non sono bohémienne donne, sono lavoratrici. Il termine stesso, grisette, viene dal colore della stoffa di poco conto dei loro vestiti lavorativi. Il bohémien (maschio) è invece un aspirante professionista intellettuale che abolite con la rivoluzione borghese le corti che sponsorizzavano artisti, scrittori e pensatori, deve trovare uno spazio nel mercato (capitalistico) delle merci, deve vendere i suoi prodotti e il suo talento. Mimì è una cosa totalmente differente: è una semi-proletaria di recente inurbamento e solo contigua alla bohème.
La differenza è lampante proprio nella reciproca presentazione di Rodolfo e Mimì, quella che si apre col celeberrimo “Che gelida manina”. I due usano linguaggi e dicono cose che più differenti non potrebbero essere. Si pensi a Rodolfo: “Chi son? Sono un poeta. E cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo!”. Come risponde Mimì? “A tela o a seta ricamo, in casa e fuori.”. Che semplicemente vuol dire: io per vivere, invece, lavoro, ricamo a domicilio o in laboratorio. Le grisettes spesso erano anche commesse nei nascenti grands magasins. Cioè facevano parte del ciclo dell’industria tessile urbana della prima metà dell’Ottocento.

D. Però le grisettes e i bohémiens se la fanno tra loro.
R. Certo, abitano tutti nello stesso posto, al Quartiere Latino, perché lì gli affitti sono più abbordabili. Fanno parte dello stesso tessuto urbano ma non dello stesso tessuto sociale e culturale. Certo la contiguità e la curiosità e fascinazione delle grisettes, le porta a interessarsi di ciò che bolle in pentola nella bohème. Ma ciò non vuol dire farne parte. Si portano esempi che non reggono. Fare la modella, ad esempio, sarebbe una prova del loro inserimento. A parte il fatto che le modelle erano solitamente professioniste e organizzate in agenzie, Mimì, nel romanzo-verità scritto da Henri Murger da cui è tratta l’opera, non fa la modella perché è una musa ispiratrice, ma per poter sopravvivere, quando i suoi rapporti con gli amici bohémiens si sono già affievoliti.

D. Sembra di capire che tu non ami molto gli amici bohémiens di Mimì. Ha a che fare con la tua critica alla sinistra odierna?
R. Lo dico apertamente: amo di più la lavoratrice Mimì che i suoi amici bohémiens.
La cosa che mi infastidisce molto di questo pensiero postmoderno è il disprezzo per la lavoratrice Mimì e il tentativo del tutto artificiale di catalogarla in un ambiente diverso, quello di studenti, artisti, artistoidi e letterati che cercavano un loro posto al sole nel mercato culturale – anche attraversando disagi, ovviamente – dove le contraddizioni erano tutte interne al mondo borghese.
E non si accorgono di una cosa che a una femminista della generazione precedente non sarebbe sicuramente sfuggita: tra grisettes e bohémiens – al maschile perché la bohème era un ambiente maschile – c’era una differenza di classe che faceva tutt’uno con la differenza di genere.
Mimì viene invece arruolata d’ufficio in un gruppo sociale nel quale in realtà non è inserita e non può esserlo. Il dato sconvolgente, reale, materiale e storico del processo di emancipazione femminile attraverso il lavoro offerto dalla nuova metropoli capitalistica, un’emancipazione che passa sotto forche caudine materiali, valoriali, antropologiche, questo processo viene di fatto disprezzato perché si apprezza solo la sottocultura bohémienne che si pretende che sia alternativa a quella borghese.  Ma non è così. Non è un caso che a morire sarà Mimì, la cellula debole del gruppo. Nel romanzo di Murger, dopo la morte di Mimì (che avviene solitaria in ospedale) tutti i bohémiens invece si sistemeranno.

D. Quindi la bohème non viene salvata sotto nessun punto di vista?
R. La bohème ha i suoi lati positivi come tutte le contraddizioni. Ma era proprio uno dei problemi che si ponevano Gramsci e Lenin quello di far collaborare la “critica artistica al capitalismo” con la “critica sociale”, per usare i due concetti che Luc Boltanski ed Eve Chiapello hanno introdotto nel loro “Il nuovo spirito del capitalismo“. Per un po’ Lenin ci riuscì, visto che fu il bohémien Vladimir Antonov-Ovseyenko a guidare l’assalto al Palazzo d’Inverno.

D: E’ passato un secolo da allora.
R: Molto di più: è passata un’epoca geologica. Per molta sinistra vociferante e à la pagesembra che essere lavoratrici e lavoratori sia una cosa vergognosa, da nascondere. La cosa cool è invece essere parte della “Cultura”, che poi è in definitiva quella “Certa Kual Kultura” di Stefano Benni, quella con la “K”, quella che strepita, che magari dà scandalo, ma non fa danni seri. Fa così pochi danni che alla prima rappresentazione della piece teatrale collegata al romanzo di Murger presenziò niente meno che Luigi Bonaparte.
La Storia non si ripete mai due volte allo stesso modo, ma certi schemi ricorrono. Noi stiamo rivivendo una sorta di tramonto del Secondo Impero dove una sorta di neo “socialismo bonapartista”, come lo chiamava Marx, (leggi: il buonismo, il politicamente corretto, i “diritti umani”, il sinistrismo filo-imperiale) diventa copertura e scusa per gli affari più loschi e per operazioni senza scrupoli. Anche oggi, come dopo il massacro della Comune, a “ingombrare” gli spazi pubblici “con i suoi lacchè, i suoi ladri in guanti gialli, con la sua bohème di letterati e con le sue cocottes” c’è la razza dei vincitori dello scontro di classe “ricca, capitalista, coperta di soldi, infingarda”. Fa impressione rileggere questa descrizione di Marx della Parigi post Commune, perché sembra una descrizione di oggi di New York, di Londra, di Milano.

[Il libro si può trovare qui: https://www.amazon.it/Note-politiche-Musica-Wagner-Puccini-ebook/dp/B075TT92M9 ]

Piero Pagliani dopo essersi laureato in filosofia con una tesi in Logica ha lavorato come consulente di intelligenza artificiale, sistemi esperti e gestione della conoscenza. E’ stato professore a contratto di Teoria dei Modelli e visiting professor di varie università indiane nell’ambito della logica matematica e del soft computing, campi nei quali ha pubblicato libri e articoli scientifici e tenuto lezioni e conferenze in diversi Paesi. Piero Pagliani è fellow dell’International Rough Set Society e membro del Calcutta Logic Circle.
E’ autore di libri e di articoli di carattere politico con un fuoco particolare sulla situazione internazionale.
Appassionato di musica, ha studiato chitarra classica e segue l’opera lirica da sempre. Attualmente è immerso nello studio della produzione operistica e strumentale del compositore moravo Leóš Janácek.

martedì 27 marzo 2018

All'Arci Pessina di Chiaravalle

Camminare per Chiaravalle:
Camminare è ciò che contraddistingue la specie umana, rappresenta la nostra crescita e autonomia, spesso diamo poco valore a questa azione, perché troppo presi da altro.
Allora perché non farlo qui a Chiaravalle, dove la città si perde nel verde del Parco Agricolo Sud, siamo a Milano, ma passeggiando nel nostro Parco della Vettabbia avrete la sensazione di avere tra voi e la città una grande distanza. Prati e fasce boscate diversamente articolate e connesse, filari di alberi lungo le rogge, un complesso reticolo idrografico, laghetti con funzione di fitodepurazione, il bosco umido e una marcita di fronte all'Abbazia di Chiaravalle, tutto a portata di autobus!

Domenica 8 aprile alle 10.15 appuntamento al Circolo Arci Pessina (via San Bernardo 17, Chiaravalle) per la partenza!

Il percorso si snoda da Chiaravalle nel Parco Agricolo della Vettabbia, è facile, protetto, adatto a tutti, vi accompagnerà una persona esperta, che vi racconterà del luogo che state visitando, la passeggiata nel parco avrà termine di fronte all'Abbazia di Chiaravalle, dove sarà possibile accedere al sagrato per visitare esternamente l'abbazia.
Qui presso l’info-point troverete le informazioni per la visita guidata a pagamento, all'interno del complesso abbaziale, visita che potrete effettuare nel pomeriggio.

Costo della passeggiata 3 euro a partecipante, prenotare allo 02/5398546 – 373/8591039
(consigliamo naturalmente abbigliamento e calzature comode)

Dalle ore 13.00 sarà possibile pranzare al Circolo Arci Pessina con tagliere di salumi misti, oppure insalatona, a 8 euro più il bere, tessera Arci obbligatoria (vi consigliamo di prenotare anche il pranzo indicando intolleranze o se si vuole optare per piatti vegetariani ecc.).

Il circolo è raggiungibile con Autobus 77, pista ciclopedonale da piazza Medaglie d'Oro, in auto con parcheggio in via San Dionigi angolo via Sant'Arialdo, o parcheggio Abbazia.


Che Bellezza questa tessera!
La tessera Arci vi da la possibilità di entrare in tutti i Circoli Arci su territorio nazionale creando una rete vastissima di cui ognuno di voi fa parte.
C’è, infatti, un filo sottile che collega tutti gli Arci d'Italia ma alcuni hanno un filo più forte. Per esempio quello che connette il circolo Arci Bellezza e il Pessina è forte e “bello”.
Vi segnaliamo perciò questa serie di bellissimi concerti organizzati dall'Arci Bellezza; il prossimo in programma è giovedì 29 Marzo!


Convenzioni Arci:
Cari soci, vi ricordiamo anche che la tessera Arci dà diritto a centinaia di sconti e facilitazioni in negozi, musei, eventi culturali in tutto il territorio nazionale e su quello locale.
Qui di seguito solo alcuni degli enti/attività stipulate su territorio locale (per visualizzarli tutti cliccate qua).
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CENTRO SERVIZI FISCALI – CAF CGIL
Riduzioni riservate a tutti i soci Arci. Tutti i servizi offerti dal CSF hanno una tariffario agevolato studiato su misura per tutti gli arcisti
AUDITORIUM MILANO
Ingresso ridotto prenotando allo 02.83389302
BLUE NOTE
via  Pietro Borsieri 37 – tel. 02.69016888
Skype Bluenotemilanoboxoffice1
Ingresso ridotto del 20% sulla Tariffa Door, esclusi Brunch ed Eventi Speciali.
FONDAZIONE FORMA per la fotografia
via Piranesi 12 – tel. 02.58118067
www.formafoto.it
Ingresso ridotto a 6 € vs 8 €
TEATRO ARCIMBOLDI
Viale dell’Innovazione 20
http://www.teatroarcimboldi.it
Ingresso ridotto del 20% sugli spettacoli che prevedono convenzioni (esclusi concerti ed eventi straordinari)
TEATRO DAL VERME
Via San Giovanni sul Muro, 2 www.dalverme.org
Ingresso ridotto del 20% sull’intera stagione sinfonica de “I pomeriggi musicali”
 TEATRO ZELIG
Viale Monza, 140 – tel. 02 2551774
http://www.areazelig.it/
Ingresso ridotto – posto platea al costo della tribuna
(15 € vs 20 € – 12 € vs 15 € – 10 € vs 12 €)
 LIBRERIA POPOLARE
Via Tadino 8 – tel. 02.29513268
info@libreriapopolare.it
https://www.facebook.com/Libreria-Popolare-di-Via-Tadino
Sconto del 10% sul prezzo di copertina (narrativa, saggistica, ragazzi, varia)
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Via Roma 7, Sesto San Giovanni
telefono 0283482085 – numero verde 800 966 177
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P.za Sant’Agostino 1 e 18, Milano
Via Panfilo Castaldi 6, Milano
Via Foppa 7, Milano
Viale Lucania 6, Milano
Via Gorizia 23, Sesto San Giovanni (MI)
tel. 02 89701701 – fax 02 89701703
informazioni@cmsantagostino.it
www.cmsantagostino.it
Sconto del 5% sul tariffario prestazioni
DI MANO IN MANO
Viale Espinasse, 99,  Milano
Via Castellazzo, 8, Cambiago (MI)
Mercatino dell’usato,abiti,oggettistica, vintage
Sconti del 10% ai soci Arci
 

Grigliamo tutto:
Tutte le domeniche dalle 12.30 potete venire al Pessina a mangiarvi una bella grigliata mista, previa prenotazione al numero: 02 539 8546

venerdì 23 marzo 2018

Premio Nabokov

Premio Nabokov - Opere edite e inedite
Azienda
Premio Nabokov - Opere edite e inedite
La tredicesima edizione del Premio Nabokov è stata presentata a Lucca mercoledì 21 marzo nell’ambito dell’incontro di Tralerighe sulle novità del catalogo 2018. Tra queste i tre libri vincitori dell’edizione Nabokov inediti 2017: “La guerra di Dario” di Paolo Miggiano, “Viaggio in Germania” di Barbara Rosenberg (entrambi vincitori della sezione narrativa) e per la saggistica “Studio sul riso. Dio non ride” di Lucia Immordino.
I tre titoli – con sulla copertina la nota di aver vinto il Premio Nabokov 2017 – saranno presentati al pubblico dei lettori in occasione del Salone Internazionale del libro di Torino.
In questa maniera il Premio Nabokov dimostra di saper offrire agli autori inediti la seria possibilità di trovare un editore indipendente (come Talerighe) che, nel mare increspato dell’editoria italiana, riesce ad emergere.
A questo si lega anche l’inaugurazione della sezione del Nabokov sull’importante portale di Prospektiva, la rivista letteraria nata nel 1998 a Siena, che nel tempo si è trasformata – dopo aver avuto un grande successo per anni nelle librerie Feltrinelli – in un vero e proprio portare dedicato al mondo dei libri.
Cliccando su www.premionabokov.com è possibile leggere il bando della tredicesima edizione del Premio Nabokov 2018.