martedì 31 luglio 2018

La Comune di Parigi fra poesia e utopia

paroleecose

La Comune e la somma dei possibili

di Mario Pezzella

Esce in questi giorni nelle librerie il numero speciale della rivista Il Ponte “Il tempo del possibile: l’attualità della Comune di Parigi” a cura Di F. Biagi, M. Cappitti, M. PezzellaPubblichiamo un estratto dell’articolo di Mario Pezzella, La Comune e la somma dei possibili
b57e2b1bd2ea2e9f6fe1cfe1f6992731 1024x718“Diciannove marzo 1871: la più bella aurora che mai abbia dato luce a una città, l’alba più splendente in cui si compivano le attese, i presentimenti, gli annunci dei tempi nuovi: i sogni, le ‘utopie’“(289)[1]. Con queste parole Lefebvre ricorda la nascita della Comune e possiamo chiederci cosa gli detti un tale entusiasmo: in fondo la Comune ha avuto breve durata e si è conclusa in una triste tragedia. Il fatto è che –sia pure in un tempo così breve- essa ha dato realtà a un possibile, che si è impresso per sempre nella memoria storica degli oppressi: è concepibile una vita senza rapporti di servitù e sfruttamento, senza il dominio esclusivo del danaro, senza Stato e senza capitale. Con tutti i limiti e le contraddizioni che hanno contribuito alla loro sconfitta, gli uomini della Comune hanno comunque avuto “questo merito immenso…mostrare che una grande città moderna può fare a meno dello Stato”(293), “l’uomo si libera dall’economia”(388). Ciò che sembrava fantasma e immagine di sogno si mostra invece come utopia concreta. La Comune ha realizzato una rivoluzione e una riorganizzazione della vita quotidiana, nella sua pratica sociale, molto più rilevante di qualsiasi atto di governo.
La Comune –e il suo tentativo di rivoluzionare lo spazio urbano e sociale- rappresenta per Lefebvre un possibile sconfitto, ma leggibile nel nostro presente: la realtà storica è composta da una pluralità di possibili coesistenti e non segue la linea univoca del progresso imposta dai vincitori. Un possibile dimenticato può riattualizzarsi e modificare retrospettivamente la nostra percezione complessiva del passato, ricostruirne il senso; d’altra parte esso non è una fantasia arbitraria, ma possiede una sua oggettività storica documentabile e ricostruibile, anche se esclusa dal dicibile: “Il passato diviene o ridiviene presente in funzione della realizzazione dei possibili oggettivamente inclusi nel passato. Esso si svela e si attualizza con essi”(36).
Nel secondo capitolo della Proclamazione della Comune, Lefebvre elabora una vera e propria teoria del possibile, affine a quelle di Bloch o di Benjamin. L’evento è in se stesso un nodo di possibilità inesplicate, una serie di biforcazioni che si attualizzano in corso d’opera; alcune di esse cadono nell’ombra, ma non è detto che solo per questo siano meno significative o importanti[2]. E’ spesso vero il contrario, per chi rilegge i fatti dalla prospettiva del presente, di un presente successivo. Gli storici “portano alla luce contenuti fino ad allora velati, latenti, mascherati, inavvertiti, nell’enormità esplosiva del fenomeno…Ogni volta che una di queste virtualità si delinea o si realizza, essa proietta una luce retroattiva sull’intero processo”(35). E’ una simile leggibilità che è a noi richiesta nei confronti della Comune…
Il rapporto tra il linguaggio poetico di Rimbaud e lo spazio sociale della Comune non si può definire come se il primo fosse un passivo rispecchiamento del secondo: neanche si può ricondurre all’”autonomia dell’arte” o ad una reciproca estraneità. La sua scrittura non è estranea all’evento, ma allo stesso tempo non è una sua illustrazione e non si riferisce sempre e necessariamente a episodi reali.
La poesia fa parte delle strutture linguistiche in cui lo spazio sociale entra nell’orizzonte del dicibile e del sensibile. Usando un termine di Benjamin si potrebbe definire tale rapporto come somiglianza immateriale; riferendosi invece alla teoria estetica di Adorno diremmo che nella forma poetica e non nell’enunciazione dei contenuti sta il nesso essenziale con la situazione data. La poesia non è solo riflesso dell’esperienza, ma è attiva (dà forma ad essa, rende riconoscibile la sua unicità). Si dà un’omologia di struttura tra poesia e spazio sociale, e non un rapporto causale: essi interagiscono nel definire l’ordine simbolico (ciò che avviene anche per l’arte, l’architettura, in generale i fenomeni di linguaggio).
La mimesi delle strutture sociali operata dall’arte, coesiste del resto con l’atto immaginativo con cui essa produce uno scarto e un trascendimento rispetto alla situazione data. Se Rimbaud può esser detto “il poeta della Comune” ciò non vuol dire che ci sia solo un rapporto mimetico tra i suoi versi e l’evento storico: essi trasfigurano inoltre, utopicamente, le forme di vita della Comune, al di là della sua stessa sconfitta e della sua imperfezione politica.
Alcuni esempi significativi mostrano in cosa consista la “somiglianza immateriale” o l’omologia di struttura tra lo spazio sociale della Comune e la poesia di Rimbaud. Se la colonna Vendôme è espressione verticalizzante e gerachica del potere imperiale, una forma di vita definibile come sciame caratterizza sia l’esperienza rivoluzionaria della Comune, sia lo stile di Rimbaud. Lo sciame è la pluralità della moltitudine assunta positivamente, così come il termine plebe serve quasi sempre a indicarla negativamente. Lo sciame è una plebe divenuta connessione simbolica di differenze. Esso ha la molteplicità polimorfa del desiderio, ma è anche un movimento coordinato di diversità: “La poesia di Rimbaud è la musica dello sciame: un’agitazione, una vibrazione, rapide e ripetute, un campo di forze di frequenze oscillanti tra la minaccia e la quiete”[3].
A sciame, non come colonne militari, si muovono le masse di Parigi, “in fraterno disordine”, nei mesi della Comune. A ciò corrisponde un movimento ritmico della poesia di Rimbaud. L’ordine gerarchico delle frasi è rovesciato e sostituito dal montaggio parattatico del disparato. La paratassi di Rimbaud è il montaggio di materiali inizialmente incongrui. Con una certa audacia, la Ross la considera come l’equivalente stilistico delle barricate erette nelle vie di Parigi, e lo sconvolgimento della sintassi sarebbe in analogia col rifiuto delle gerarchie sociali: “Le poesie sono organizzate in modo paratattico, a immagine dell’organizzazione militare adottata dai Comunardi, ‘fantasia guerriera’ –per riprendere l’espressione di L. Barron- che moltiplica talvolta il disordine…Le proposizioni sono ‘associate’ le une alle altre, ma la loro associazione non è gerarchica”[4].
Non a caso Rimbaud attinge i suoi materiali linguistici agli slogan, a forme argotiche, o a detti popolari, che si ribaltano improvvisamente in cifrario esoterico della rivolta, ma che con essa mantiene comunque una relazione definibile. La poesia trasforma, ma non rinnega i suoi contenuti reali. Si può forse intendere come una paratassi allusiva della Comune questa illuminazione di Rimbaud?: “Fiori incantati ronzavano. I declivi lo cullavano. Circolavano bestie di un’eleganza favolosa. Le nubi si ammassavano al largo del mare, fatto di un’eternità di calde lacrime” (Infanzia II). Ovviamente il rapporto è più diretto nel Canto di guerra parigino: “Thiers et Picard sono ‘Zeroi’,/rapitori d’eliotropi;/fanno Corot al petrolio:/esercito di maggiolini, i tropi”[5]. Qui è evidente l’uso di slogan ironici o poetici sottoposti a un montaggio, che opera un détournement, uno spiazzamento, del loro senso originario.
Nella poesia di Rimbaud avviene un continuo ri-uso, détournement di termini inizialmente usati per denigrare l’operaio pigro, insolvente, renitente al lavoro. Così ivresse non indica più l’ubriachezza molesta dell’ozioso, ma l’esaltazione della rivolta e l’impulso dionisiaco dell’essere in comune. La “pigrizia” diviene un momento di riappropriazione del corpo, di dilatazione del tempo, in opposizione radicale al tempo di lavoro cronometrato e astratto del capitale. Il rifiuto del lavoro astratto e parcellizato è del resto una delle intenzioni più profonde della rivolta della Comune. L’operaio “lussurioso” diventa il profeta di un corpo utopico, capace di prefigurare una indefinita potenza vivente.
Il Bateau ivre diviene allegoria della liberazione dalle merci che appesantiscono il battello (“portavo grano fiammingo e cotoni inglesi”) e dagli “equipaggi”, che lo costringono nel percorso prefissato dal potere: “Io ero incurante di tutti gli equipaggi…Quando coi miei trainanti[6] lo schiamazzo è finito/ i fiumi mi hanno lasciato scendere dove più volevo”.
Oltre che un conflitto politico e sociale, la Comune è stata anche lotta tra due opposti regimi del desiderio. Quello del capitalismo del Secondo Impero si fondava su due poli coesistenti e in certa misura contraddittori. Da un lato la fantasmagoria delle merci, con la sua ingiunzione a un godimento illimitato e a un consumo in continuo incremento; dall’altro l’incatenamento dei molti all’Uno verticale e centralizzato dello Stato. Il contrasto tra l’imperativo al godimento e l’accrescersi della disuguaglianza sociale, avrebbe dovuto essere contenuto dall’apparato fantasmagorico e immaginario del bonapartismo –che si presenta come “terzo” e arbitro neutrale tra le classi- e in secondo luogo gestito dalla sua polizia e dall’esercito. Senonché tale immaginario –per reggere alla contraddizione reale- dovette rilanciarsi in modo illimitato anche sul piano politico-militare, fino alle più disperate, improbabili e infine distruttive avventure.
Lo spazio stesso del Secondo Impero è dominato da un regime gerarchico del desiderio, che si può definire –con un termine di Lefebvre- visuale-fallico: una “dittatura dell’occhio”, che celebra la propria potenza in verticalità del genere della colonna Vendôme, che non rinviano ad alcuna trascendenza, ma solo all’immanenza illimitata e impositiva del potere. L’altezza dei monumenti in cui si configura e si raccoglie l’autorità dello Stato e della finanza esalta gli “sguardi sovrani della presenza statuale. Controllo. Dominio astratto sulla natura che implica e cela il dominio concreto sugli uomini riuniti in società”[7]. La colonna stessa rappresenta l’erezione di una brutale forza fallica sulla terra.
A tutto questo si oppone l’immaginario sciamante, disordinante e fraterno della Comune, così ben espresso dalla poesia di Rimbaud, dove ogni parola, scardinando la gerarchia della sintassi e delle strofe, viene percorsa da una ricerca desiderante del senso: “Dagli umani suffragi/dagli slanci comuni/là ti disciogli/e voli a tuo piacere./Da voi soltanto,/braci di seta/si esala il dovere/che mai dice: infine”(L’eternità). L’indeterminatezza interpretativa che convoca il lettore a trovare per sé quali siano le “braci di seta” che animano il proprio desiderio è uno spazio vuoto, e insieme libero. Il regime del desiderio si oppone al regime del godimento, gerarchico e mercificato, del Secondo Impero, in cui la mitologia della libertà è solo una maschera della circolazione del denaro…

Note
[1] H. Lefebvre, La proclamation de la Commune, Gallimard, Paris 1965. Numeri di pagina delle citazioni in corpo testo tra parentesi.
[2] Così anche D. Bensaid, “Politiche di Marx”, in K. Marx, F. Engels, Inventare l’ignotoTesti e corrispondenze sulla Comune di Parigi, Alegre, Roma 2011, p. 83: “…Il possibile non è meno reale del reale”. Bensaid rinvia anche al concetto di biforcazione, come compare nel pensiero di Blanqui, utilizzandolo come categoria di interpretazione della storia: “…Non tutto è possibile, ma esiste una pluralità di possibilità reali tra le quali c’è la lotta che separa”(ivi, p. 88).
[3] K. Ross, Rimbaud, la Commune de Paris et l’invention de l’histoire spatiale, Les Prairies ordinaires, Paris 2013, p. 155.. In questa edizione c’è un’introduzione nuova rispetto all’edizione americana, The Emergence of Social Space: Rimbaud and the Paris Commune, University of Minnesota Press, 1988.
[4] Ivi, pp. 187-188.
[5] Nell’originale: sont des Eros, gioca con un significante il cui suono può avere significati multipli: degli eroi, degli Amori, degli Zero. Hannetonner leurs tropes, gioca linguisticamente sull’assonanza tropes-troupes. le truppe di Versailles si muovono come tropi-insetti, che devastano insieme il territorio e il linguaggio.
[6] Sono quelli che trainano il battello dalle rive del fiume. Nella strofa precedente “pellirossa chiassosi” li avevano inchiodati a “pali variopinti”.
[7] H. Lefebvre, Spazio e politicaIl diritto alla città 2, Ombre corte, Verona 2018, p. 117.

giovedì 26 luglio 2018

Acqua su Marte: nell'equipe anche precari

il pianeta Marte
PARLA ENRICO FLAMINI

Acqua liquida su Marte: una scoperta epocale

Giovedì 26 luglio 2018 ore 18:21
C’è acqua allo stato liquido sotto la superficie di Marte. La scoperta senza precedenti è stata annunciata ieri dall’Agenzia Spaziale Italiana dopo anni di lunghe e intense analisi e ricerche di un team di 22 persone tutte italiane, impegnate almeno dal 2005 proprio nella ricerca di tracce di acqua liquida sotto la superficie del pianeta rosso.
Disma Pestalozza e Elena Mordiglia hanno intervistato oggi a Bam Bam Bam Enrico Flamini, Planetologo e coordinatore scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana nonché membro del team che ha effettuato la storica scoperta.
È stato un lavoro molto importante anche dal punto di vista dell’impegno personale, leggevo di un lavoro portato a termine anche grazie al supporto di ricercatori precari. Ci confermi?
Sì, intanto diciamo che il team che ha lavorato sull’articolo uscito ieri su Science è composto da 22 persone. Ci sono alcuni vecchietti come il sottoscritto e il mio carissimo amico Marcello Corradini e altri più giovani, anche qualcuno ancora precario. È una dinamica che capita spesso nella ricerca, si passa attraverso una fase di precariato iniziale e in parte è anche fisiologica. Certo, a volte però dura un po’ troppo.
Raccontaci un po’ il nocciolo della scoperta: acqua allo stato liquido con dei sali minerali sotto la superficie di Marte. Qual è il lavoro che avete fatto e qual è l’importanza della scoperta.
Mettiamola così. Che l’acqua fosse stata abbondante in passato su Marte lo avevamo già capito dai dati dei Viking. Che uno o due miliardi di anni fa Marte fosse un pianeta con laghi o oceani in superficie lo sapevamo. Il punto è che dagli anni dei Viking si è cominciato a dire: “Ma c’era tanta acqua, che fine ha fatto?”. Molte è rimasta intrappolata nelle calotte polari, un’altra parte, quella gassosa, è stata portata via dal vento solare. Ma altra deve essere rimasta intrappolata nelle grotte sottoterra, nelle faglie, proprio come è sulla Terra. Il discorso dell’analogia è anche il motivo per cui si fanno corsi di geologia o speleologia anche per chi fa scienze spaziali. Cominciando a pensare, sposammo immediatamente l’idea del professor Picardi, che era quella di modificare e fare un nuovo tipo di radar che andasse a lavorare su frequenze molto basse, quindi capaci di penetrare molto in profondità, e cercare di vedere se sotto alla superficie, diciamo dai 500 metri in giù, era possibile trovare acqua.
È stato un lavoro lunghissimo, perchè è dal 2005 che abbiamo iniziato ad accumulare dati. Abbiamo iniziato ad avere qualche sospetto – perchè poi bisogna coprirlo tutto Marte, è grande come tutti i continenti della Terra messi insieme come superficie – e quando finalmente il satellite Mars Express è passato sopra a questa zona abbiamo cominciato ad avere un bel segnale forte di riflesso. E lì ci è scattata la lampadina: “Andiamo a vedere!”. Quella zona era molto promettente, ce ne sono anche altre, ma quella era particolarmente interessante. E quindi abbiamo iniziato ad accumulare ancora più dati man mano che il tempo passava e che altre orbite passavano su quest’area. Abbiamo capito che dovevamo cambiare il software di bordo per poter analizzare dei dati grezzi e non dei dati compressi, perchè altrimenti ci avrebbe nascosto un po’ tutto, e alla fine tre-quattro anni fa abbiano iniziato a vedere che le cose si stavano inquadrando in maniera corretta.
Abbiamo anche fatto una serie di esperimenti di laboratorio su materiali similari per vedere quanto sale poteva esserci per mantenerla liquida e alla fine ecco il risultato di oggi.
Sì, parliamo di un lago di acqua liquida a un chilometro e mezzo di profondità con un quantità di sali disciolti, forse simili a quelli che si trovano in altre parti su Marte.
Ed è piuttosto grande, 20 chilometri di diametro.
È più grande del lago di Bracciano, che sta vicino Roma e che conosco molto bene. Anche se non dovesse essere molto profondo – sappiamo che è più profondo di qualche metro, ma il radar non si può dire di più – sarebbe comunque molta molta acqua.
Se c’è dell’acqua, quindi, ci potrebbe essere della vita. Questo lago ha i requisiti per ospitare forme di vita oppure no?
A priori direi di sì. Abbiamo acqua liquida, abbiamo sali, abbiamo il contatto tra acqua e materiali rocciosi sotto la superficie, ovvero la possibilità anche di acquisire altri minerali dalla natura circostante. È coperto da 1.500 metri di materiale sopra, completamente schermato dalle radiazioni ionizzanti che su Marte sono molto forti perchè non avendo campo magnetico non ha nessuno scudo contro il vento solare e altri tipi di radiazioni. Quindi direi di sì, sono delle condizioni che a priori possono essere favorevoli a mantenere o aver sviluppato forme di vita.
È una scoperta epocale. Non siamo mai stati così vicini a poter dire con questa probabilità che ci sia una forma di vita aliena.
Sì, io sono sempre molto cauto su questo, perchè poi purtroppo noi non conosciamo il momento in cui si passa da forme organiche molecolari o organiche complesse a forme di vita. Questo passaggio lo conosciamo e lo maneggiamo poco, però se da qualche parte ci possono essere questi tipi di ambienti liquidi e ben riparati sotto a una calotta di ghiaccio, sembrano ad oggi essere degli ambienti favorevoli.
Quali sono i prossimi passi della vostra ricerca?
Un conto è la direzione delle ricerche che continueremo a fare con Marsis, perchè a questo punto cominciamo a vedere se gli altri sospetti che abbiamo qua e là sulla superficie possono essere effettivamente altri posti in cui c’è acqua. In parallelo a questo aspettiamo il ritorno della sonda InSight della NASA a fine anno, che ci dirà se Marte è un pianeta ancora attivo all’interno, e quindi quanto può essere caldo all’interno, e poi c’è ExoMars nel 2020 che con la nostra trivella a bordo perforerà fino a due metri. Se troviamo qualcosa lì nel ghiaccio, anche in quel caso ben schermato dalle radiazioni, a quel punto ExoMars ha uno strumento in grado di vedere la vita se c’è. È uno strumento fatto proprio per capire se ci sono forme di vita.
il pianeta Marte
Aggiornato giovedì 26 luglio 2018 ore 18:21

Le Nina's Drag Queens a Edimburgo e poi... A Milano in settembre

Edimburgo, stiamo arrivando!!!!!
Le valigie sono fatte, lo spettacolo è pronto, l'emozione tanta!
Alma si è messa in viaggio, il Fringe l'aspetta!

Dall'1 al 26 agosto al SUMMERHALL di Edimburgo Alma, a human voicePer chi volesse passare...

A tutti gli altri promettiamo racconti dettagliati sui social!
PROSSIMAMENTE.....
Si parte, si parte....ma poi si torna!
Autunno caldissimo per le Nina's, a settembre inizia il nuovo laboratorio base:

 
Serve di Scena
com’è bello far l’amore da Genet in giù
Care amiche, lo sapete: l’abbacinante fascino dei riflettori può abbagliare le più ingenue tra voi, come conigliette di playboy davanti ai fari di un tir … attente ad attraversare, per carità!
La strada verso il successo e la Gloria (Gaynor, evidentemente) è lastricata d’oro, ma anche zuppa di lacrime. E l’arte del palcoscenico è fatta di sipari levati e trionfi, sì, ma anche di assi di legno, sudore, polvere – sostanzialmente, una vocazione antigienica…
Ben consce di tutto ciò, e per farne tesoro, le Nina’s hanno quindi stabilito una linea durissima per le nuove leve del laboratorio base! Le sventurate travestitine, per essere adeguatamente svezzate e apprendere il sacro A B C Drag – come si conviene alle novizie – questa volta dovranno partire dagli strati più bassi della gerarchia teatrale: non più Regine, dunque, ma Serve, Serve di scena.
Perché cosa c’è di più bello di vedere dibattersi sul palco un esercito di colf, assistenti, apprendiste, sartine e modiste? Sono le aiutanti delle Dive, delle Signore, delle Duchesse, delle Attrici, e sognano un domani paillettato nella loro cameretta, giocando al teatro.
Tra crestine alzate e capigliature sgallettate, alleanze e illusioni, coreografie di primavera e pulizie pirotecniche, con una strizzata d’occhio al buon Jean Genet e la consueta benedizione di Raffaella Carrà, ecco a voi le novelle Arlecchine, serve di scena e schiave della passione, Cenerentole alla riscossa!
Il laboratorio prevede esercizi di costruzione e studio di un personaggio drag, improvvisazioni teatrali, coreografie, concentrandosi sia sulla presenza scenica individuale che sulla composizione di un coro, per chiudersi con un saggio che vedrà il scena le allieve e le stesse Nina’s. Il laboratorio è aperto a donne e uomini di tutte le età.

Lezione prova 17 settembre ore 20.00 Teatro Sala Fontana
Necessario prenotarsi scrivendo a info@ninasdragqueens.org


CALENDARIO del corso: clicca qui
COSTO: 350€
 
Per ulteriori informazioni scrivere a: info@ninasdragqueens.org

Dall'Italia e dal cosmo

Franco Romanò ha condiviso un link.
19 h
E' la prima volta che viene trovata acqua liquida. L'osservazione è stata fatta dal radar italiano Marsis. Individuato un bacino a un chilometro
REPUBBLICA.IT
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martedì 24 luglio 2018

Una scultura di Ermete Iacovella

Franco Romanò ha condiviso il post di Nino Iacovella.
11 min
Nino Iacovella
La Furia, opera di mio zio Ermete Iacovella scolpita nel suo periodo aureo.

Dall'Arci pessina

Genova 2001: una ferita che resta ancora aperta

Il 20 luglio del 2001 Carlo Giuliani veniva ucciso dalle forze di polizia a Genova, durante le proteste contro il G8. Un omicidio che si consumò in un clima di violenza e paura, per una gestione dell’ordine pubblico che portò, secondo Amnesty, alla più grave sospensione dei diritti umani mai verificatasi in un paese europeo dal dopoguerra. In un’intervista il capo della Polizia Franco Gabrielli ha dichiarato che a Genova fu tutto sbagliato, che a Bolzaneto fu tortura, che al posto di Gianni De Gennaro si sarebbe dimesso, che Genova non si ripeterà mai più. Belle parole. Ma dove è la coerenza? Molti dei responsabili di quelle violenze sono stati reintegrati e promossi. Un insulto alla giustizia, alla democrazia, alla memoria di Carlo Giuliani e alla sua famiglia, ai tanti che negli anni successivi sono morti per le violenze subite da parte di agenti, come Cucchi, Aldrovandi, Uva. No, giustizia non è stata fatta e quella ferita resta ancora aperta.
 

La luna l'è ona lampadina

Il 27 luglio assisteremo all'eclissi totale di Luna più lunga del secolo, potete crederci? È un evento più unico che raro. Tutti col naso all’insù, tutti affascinati dalla fisica di questo spettacolo naturale che smuove nel profondo.
In occasione di questo evento speciale il Circolo Pessina organizza una serata dedicata al nostro caro satellite. Dalle ore 20.00 ci si riunirà per cenare tutti insieme (magari un bel panino con la salamella?) e poi il nostro socio Franco, grande appassionato di astronomia, ci terrà una piccola lezione, sugli eventi celesti e sulla luna, accompagnandola con la proiezione di immagini e video “spaziali”.
Per non rischiare di essere troppo scientifici e poco romantici durante l’evento, il nostro caro Gastone, one-man-band, suonerà la sua tromba per noi e per la luna.
Preparatevi a guardare lo spazio e ad aprire le orecchie, alla scienza e alla musica, durante questa serata imperdibile.


Milanesi al mare:
Care socie e cari soci, vi informaimo che l'estate è arrivata (non so se avete notato?).
Vi informiamo perciò che il circolo rimarrà chiuso dal 7 al 28 di agosto.

Vi aspettiamo però tutti più abbronzati e rilassati dopo questa piccola pausa.
Contatti
arci.pessinamilano@hotmail.it
Via San Bernardo, 17 Milano
02 539 8546